Archivio mensile:febbraio 2018

Bambini. Crescere circondati dal verde aiuta lo sviluppo del loro cervello

Crescere accanto a spazi verdi aiuta lo sviluppo cerebrale dei bambini. I piccoli hanno infatti un volume maggiore di materia bianca e grigia in alcune aree del cervello e queste differenze anatomiche rispetto ai coetanei hanno effetti benefici sulle funzioni cognitive. A evidenziarlo è uno studio guidato dal Barcelona Institute for Global Health (ISGlobal), in collaborazione con l’Hospital Del Mar e la Ucla Fielding School of Public Health, pubblicato su Environmental Health Perspectives. La ricerca è stata condotta su un gruppo di 253 scolari, nell’ambito di un progetto denominato BREATHE a Barcellona.

L’esposizione permanente allo spazio verde residenziale è stata stimata utilizzando informazioni satellitari sugli indirizzi dei bambini, mentre l’anatomia del cervello è stata studiata usando immagini di risonanza magnetica 3D ad alta risoluzione.

L’analisi dei dati ha mostrato che l’esposizione a lungo termine al verde era positivamente associata al volume di materia bianca e grigia in alcune parti del cervello che si sovrapponevano parzialmente a quelle associate a punteggi più alti nei test cognitivi. Inoltre, i massimi volumi di materia bianca e grigia nelle regioni associate all’esposizione allo spazio verde hanno predetto una migliore memoria di lavoro, cioè relativa al mantenimento temporaneo delle informazioni e alla loro elaborazione, e una minore disattenzione. Secondo alcune ipotesi citate dagli studiosi, gli spazi verdi fornirebbero ai bambini opportunità di rigenerazione psicologica e promuoverebbero importanti esercizi di scoperta, creatività e assunzione di rischi. Inoltre, queste aree presentano spesso livelli inferiori di inquinamento atmosferico e rumore

in Ansa 27 febbraio 2018

L’unità dei saperi. Tra teologia, filosofia e diritto

Bruno Forte

Nella storia del pensiero occidentale teologia e filosofia si coappartengono così profondamente da potersi descrivere come «inseparabili, mai unite». In più, esse scoprono una nuova solidarietà di fronte alle sfide del nostro tempo. Ciò che oggi rende filosofi e teologi particolarmente vicini è l’esperienza di una comune povertà di fronte alla percezione diffusa nella cultura contemporanea di una radicale assenza di patria (la Heimatlosigkeit heideggeriana), della mancanza cioè di un orizzonte condiviso rispetto a cui concepire l’ethos, non solo come prassi e costume, ma anche come radicamento e dimora, fondamento del vivere, dell’agire e del morire umani.

Questo senso di addio, questa fragilità e debolezza, sono il luogo in cui filosofi e teologi non possono più confrontarsi o combattersi muovendo da facili certezze, quasi che ciascuno possegga la clava della verità con cui giudicare l’altro. La lama del dolore del tempo, la sfida di questa inafferrabile «liquidità» (Zygmunt Bauman), che tutto sembra pervadere, non può non interrogarci nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Teologia e filosofia più povere, meno ideologiche, sono proprio per questo più aperte alla ricerca, e perciò accomunate nell’esperienza e nel bisogno di pensare entrambe l’alterità che le provoca, così come il moderno le aveva entrambe provocate con la sua ambizione di comprendere la totalità del reale nell’esercizio della ragione adulta ed emancipata.

Soprattutto in tre forme la sfida dell’alterità sembra offrirsi come il luogo dove filosofi e teologi possono oggi incontrarsi: la meraviglia, l’agonia e l’etica.

Nella meraviglia l’alterità si presenta in maniera pura e forte: essa nasce dall’impatto con l’Altro, con la sua indeducibile e improgrammabile presenza, con la sua assenza inquietante. La meraviglia, che è insieme stupore e timore, è, come osserva Platone, la passione del filosofo, ma è anche — come sottolinea Karl Barth nella sua Introduzione alla teologia evangelica — la condizione del teologo.
La meraviglia nasce dal sapere di non possedere l’Altro da parte di un pensiero, che sa di essere per sua natura trascendimento verso l’Altro: Denken heiBt überschreiten, affermava a ragione Ernst Bloch, pensare è trasgredire, non fermarsi al tranquillo possesso, ma lasciarsi raggiungere e provocare dal nuovo e dal diverso. Scriveva Friedrich W.J. Schelling: «È una sentenza nota di Platone: la passione del filosofo è la meraviglia. Se questa sentenza è vera e profonda, allora la filosofia, invece di essere limitata a ciò che deve essere compreso come necessario, sentirà piuttosto la tendenza a trapassare da ciò che essa deve riguardare come necessario, che pertanto non provoca nessuna meraviglia, a ciò che sta fuori e al di sopra di ogni esame e conoscenza necessari; essa non troverà nessuna pace, prima di essere arrivata a qualcosa che sia degno di una assoluta meraviglia».
Chi vive la fatica del concetto sa di avere a che fare con la pura e forte alterità dell’Altro. Questo Altro il teologo lo esperisce non soltanto nella forma di un ascolto intellettuale, ma anche nella densa, provocatoria esperienza del divino Altro, che è la preghiera. Non di meno, il filosofo può aprirsi alla radicale alterità dell’Altro nello stupore del suo interrogarsi sull’abisso dell’inizio, dove si sperimenta la meraviglia coscientizzata del pensare (lo «stupore della ragione» — Verwunderung der Vernunft di Schelling).

Agonia è parimenti un volto dell’esperienza dell’alterità: il rapporto con l’Altro è agone, lotta. Agonia è sperimentare in sé la frontiera da varcare, avvertita nella forma dell’interrogazione, che incessantemente provoca il pensiero a trascendersi. È questa la ragione speculativa più profonda della compresenza della fede e della non credenza in ciascuno di noi, perché tutti, nel momento in cui siamo non negligenti nel pensare e ci apriamo fino in fondo all’alterità dell’Altro e al suo incessante metterci in questione, viviamo l’inquietudine della sua inafferrabile alterità.
Non si dà solamente un esistere davanti all’Altro, che viene a noi e ci turba, sia esso inteso come indifferenza dell’Inizio o come Deus adveniens, ma anche un esistere con l’Altro nella lotta, il vivere il pensiero come fatica e passione. Il cristianesimo, poi, in quanto esperienza del divino Altro che viene a noi, è per sua natura agonia, come sostiene Miguel de Unamuno. Teologia sarà, dunque, portare al concetto le agonie del vissuto cristiano e filosofia pensare le agonie dello stesso pensiero.
In questa condizione agonica, filosofo e teologo si incontrano: il pensiero nasce dal dolore, e senza l’interruzione provocata dalla ferita del male e della morte non si darebbe pensiero. «Dalla morte, dal timore della morte — scrive Franz Rosenzweig in apertura de La stella della redenzione — prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto».
È anche per questo che il pensiero non può far a meno dell’etica: questa è non solo l’impegno di esistere davanti all’Altro e di resistere nella lotta con l’Altro, ma anche la coscienza di esistere per gli altri. L’etica è pertanto il campo della terza, grande sfida dell’alterità, rivolta a filosofi e teologi nel dolore del tempo presente, nell’assenza di patria: la sfida sul piano dell’agire morale. Gli altri non vanno colti soltanto come produzione del nostro pensiero, come limite o sfida della nostra libertà e delle nostre scelte, ma anche e soprattutto come domanda radicale, fondamento dell’esistere eticamente responsabile, della vita come corrispondenza. È qui in gioco l’altro invocato da Emmanuel Lévinas come crisi della metafisica a favore di un suo superamento nell’etica.
È ancora più radicalmente l’altro della caritas evangelica, del comandamento “simile” al primo, partecipativo e realizzativo di esso, che è il comandamento dell’amore. Gli altri sfidano filosofi e teologi a superare la falsa separatezza di teoretica ed etica: la dimensione morale investe oggi la teoresi in maniera forte, come domanda di esistere e di pensare l’esistenza non solo in sé, ma per gli altri. Su questi fronti della meraviglia, dell’agonia e dell’etica siamo dunque oggi tutti più poveri: la condizione di smarrimento, di debolezza, di fragilità, che ne deriva, può essere accolta come sfida a fuggire, a cadere e, dunque, a non pensare, o può esser vissuta come provocazione a un pensiero non negligente, che abbia il coraggio della solitudine in cui far spazio alla meraviglia e che accetti di vivere la responsabilità per gli altri nel primato dell’amore.

(Stralci della conferenza tenuta il 19 febbraio scorso alla Pontificia università Lateranense di Roma )

Educare a una cittadinanza attiva

Rocco Gumina

Considerare le minoranze e le diversità

Una proposta educativa possiede sempre come finalità la possibilità di sostenere un particolare profilo di cittadinanza. Il nostro tempo è caratterizzato dalla crescita costante di esperienze sulle differenze culturali, etniche e religiose. Come cittadini, siamo tutti chiamati a scelte che possono coinvolgere una varietà di aspetti umani prima non previsti ma che, adesso, bisogna conoscere per poter interagire con la realtà sociale, politica e culturale odierna.

Il fattore della comprensione è determinante all’interno di una proposta educativa. Infatti, comprendere elude il giudizio definitivo, la condanna inflessibile verso sé e sugli altri e apre alla possibilità dell’accoglienza, del riscatto, dell’assenza del pregiudizio. Per far ciò serve un progetto educativo che consideri le minoranze e le diversità come portatori di conoscenze specifiche da non escludere, bensì da far integrare e soprattutto interagire, nelle attuali comunità socio-politiche.

Il valore della cittadinanza riflessiva

La pluralità culturale, etnica e religiosa invita gli uomini e le donne del XXI secolo ad uno sforzo che conduca ad una cittadinanza riflessiva capace di cogliere le positività provenienti dalla diversità sistemica in atto.

In primo luogo, tale prospettiva implica un esame critico di se stessi, della propria storia e delle relative appartenenze; poi, invita a considerare il fatto di essere, ancor prima che cittadini di una nazione, abitanti di un mondo complesso; infine, sviluppa nell’uomo l’esercizio dell’immaginazione non distaccandolo dalla realtà ma donando a questa una profondità in grado di generare un’incessante tensione verso il progresso.

Questo profilo di cittadinanza ha bisogno di un’educazione e di un relativo insegnamento che siano democraticinei quali chiunque è invitato a dare un contributo attraverso una metodologia dove non è solo l’adulto, o il maestro, a trasmettere nozioni agli allievi, o ai giovani, ma insieme si esercita una continua tensione critica volta alla ricerca della giustizia nel rispetto dei diversi profili sociali.

Il perenne e condiviso esercizio della tensione critica non mette in discussione, per via di una temporanea maggioranza, alcuni diritti e libertà fondamentali bensì indica la capacità di entrare in relazione pensante con ogni dato della realtà persino con la propria tradizione. Un percorso educativo del genere è in grado di fornire la consapevolezza intellettuale delle cause e degli effetti delle diseguaglianze, delle povertà, del nuovo colonialismo, della crisi attuale della politica.

Per insegnare a vivere

Alla luce di questa prospettiva, educare alla cittadinanza non significa accontentarsi di trasmettere le conoscenze ma mira alla peculiarità fondamentale di ogni insegnamento che è quella di insegnare a vivere. Per attuare un tentativo del genere occorre avviare una riforma del pensiero che da un lato eviti le parcellizzazioni disciplinari, i percorsi monotematici, le iper-specializzazioni dall’altro promuova la globalizzazione del sapere.

Risulta evidente come l’educazione e l’istruzione siano, specialmente ai nostri giorni, degli strumenti indispensabili per la costruzione della democrazia. Per fare questo, il metodo pedagogico deve da un lato rifiutare ogni logica di dominazione o di indottrinamento delle nuove generazioni dall’altro promuovere processi di liberazione culturale, umana, sociale.

La lezione di don Milani

Nel dopoguerra italiano, don Lorenzo Milani costruisce una proposta educativa per una cittadinanza integrante rivolta ai figli dei contadini quasi del tutto lontani da ogni logica di progresso tecnologico, sociale, politico e umano.

Il priore di Barbiana parte dalla consapevolezza che la parola non è solo un mezzo di comunicazione, ma è soprattutto la via per divenire sovrani ovvero realmente liberi. Quindi, non si tratta di mirare soltanto ad una forma di sviluppo che si lega al prolungamento biologico della vita umana bensì di operare per una crescita psicologica, culturale, spirituale che si traduca politicamente in maggiore responsabilità sociale e dignità umana.

Così, l’impegno per l’alfabetizzazione in vista del “possedere la parola” è la più radicale prospettiva per una reale riforma della politica. La lezione di don Milani e dei suoi ragazzi ci dice che le ingiustizie hanno cause sociali, culturali, politiche e ambientali ma che queste possono essere modificate tramite un percorso educativo di cittadinanza integrante che miri alla giustizia sociale e alla libertà.

in Il Regno, 2017

Immigrazione. Come uscire dalla emergenza infinita

Stefano Allievi*

L’immigrazione avrebbe bisogno di argomenti e invece in campagna elettorale riceve solo slogan. Tra chi vorrebbe «espellere 600mila clandestini» che nemmeno esistono nel nostro Paese, e chi preferisce non parlare proprio dell’argomento perché porta voti solo ai populisti. In realtà bisognerebbe avere il coraggio di dire parole chiare, su almeno due questioni, a monte e a valle dei processi migratori.

A monte: bisogna aprire canali regolari di immigrazione per poter chiudere efficacemente quelli irregolari. L’Europa ha progressivamente chiuso in questi anni i suoi confini, l’Italia lo ha fatto con la legge Bossi-Fini. Da allora le migrazioni sono state appaltate alla criminalità internazionale.
Ma ogni anno l’Italia perde 300mila persone che vanno in pensione e non sono sostituite da nessuno; in Europa tre milioni. Da qui al 2050 sono 100 milioni di persone che, in mancanza di migrazioni, non saranno sostituite. In questo scenario è evidente che 150mila persone che arrivano sulle coste europee sono non un problema ma una parte della soluzione.
Ma non dovrebbero arrivare così.
A valle, invece, occorre passare dall’accoglienza all’integrazione, dal fornire vitto e alloggio all’insegnare la lingua e la cultura facendo anche formazione professionale. Su questo l’Italia è molto più in ritardo degli altri Paesi europei. Infine bisogna avere il coraggio di rimettere in questione la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici. Questa distinzione è nata in un’epoca in cui i rifugiati erano quelli che scappavano da oltrecortina, dall’ex blocco sovietico. Altra epoca e altri numeri. Di una quota significativa di immigrati, come detto, abbiamo e avremmo bisogno. Meglio riconoscere a tutti una possibilità di inserirsi nel mercato del lavoro.
Questo ci fa tornare al punto di partenza. Se un aspirante immigrato potesse chiedere il visto nella capitale del suo Paese, pagandosi anche l’assicurazione sanitaria, e magari anche una cauzione per pagare un eventuale rimpatrio forzato, lui spenderebbe comunque meno e correrebbe meno rischi che darsi in pasto ai trafficanti; noi ci guadagneremmo un’immigrazione regolare e anche selezionata secondo le nostre necessità, in più con la garanzia dell’eventuale rimpatrio a seguito di un comportamento scorretto.
È l’unico modo per uscire da un mercato sregolato e da una logica di continua emergenza, incapace di previsioni.

* L’autore è professore di Sociologia all’Università di Padova. Il suo ultimo saggio è “Immigrazione. Cambiare tutto”, pubblicato da Laterza

in “la Repubblica” del 27 febbraio 2018

Brevetti ogm e proprietà dei semi. A rischio la sovranità alimentare e la salute

Carlo Triarico

In verità sarebbe bastato informarsi presso altre università e presso studiosi seri per capire che si tratta di uno studio su vecchie ricerche criticato da diversi scienziati: nulla di nuovo e dati molto parziali, fa notare Raffaele Zanoli, ordinario al Politecnico delle Marche. E sono gli stessi pisani ad ammettere che «alcune categorie non sono state adeguatamente trattate nel nostro database, come la biodiversità e i cicli biogeochimici del suolo». Sarebbe a dire che non sono incluse dalla selezione dei dati le circostanze centrali del dibattito.

Come rileva il genetista Salvatore Ceccarelli, tra i massimi esperti in agrobiodiversità genetica, lo studio non considera che la salute umana è influenzata dal microbioma, che dipende dalla biodiversità e variabilità alimentare, apporti preclusi dall’uniformità transgenica. La minaccia alla biodiversità che gli ogm potrebbero portare, comporta danni all’uomo, all’ambiente e all’economia. Trascurare l’incidenza di questo fattore e rassicurare sull’assenza di pericoli appare ingannevole.

Intorno ai profitti dei brevetti ogm e alla proprietà dei semi si gioca una partita centrale della sovranità alimentare e della salute del pianeta e non è un caso che la notizia sia stata diffusa dai media proprio accanto a un importante voto dell’Unione europea sulle colture transgeniche, il 27 gennaio scorso, quando il ministero italiano della salute si è schierato a favore. Ma è davvero stato provato che gli ogm non sono pericolosi?

Lo studio pisano trascura i tanti parametri della sicurezza alimentare e prende in considerazione solo la presenza di micotossine, sostanze cancerogene generate naturalmente sul mais per effetto di stress o attacchi parassitari. Nel mais ogm, manipolato con un organismo letale per gli insetti, lo studio assicura che le micotossine sono inferiori del 29 per cento. Ma inferiori rispetto a che? Ebbene le colture ogm contenenti il principio letale per gli insetti sono state confrontate con colture cui non è stato applicato alcun intervento di cura, che ovviamente si sono ammalate e hanno sviluppato molte più micotossine. Ossia è stato paragonato mais ogm con mais che mai troveremo in commercio. L’agricoltura industriale limita le micotossine con i fitofarmaci mentre l’agricoltura biologica e biodinamica risulta vincente con le buone pratiche agronomiche non invasive e l’adozione di organismi competitori (un semplice fungo studiato nella sede di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore abbatte le micotossine del 95 per cento). Questo perché tutto il mais in commercio non può contenere micotossine oltre una bassa soglia, considerata per legge. Comparare un qualsiasi mais (che sia ogm, industriale non ogm, oppure bio) con del mais lasciato a sé stesso, prova solo che senza alcuna pratica agronomica si ottiene un prodotto peggiore.

La pretesa di presentare un gruppo di favorevoli o contrari come i risolutori sulla questione transgenica è un incauto programma. Già nel 2015 trecento scienziati hanno comparato su «Springer» le pubblicazioni e messo in guardia da simili semplificazioni, evidenziando che la comunità scientifica è profondamente divisa sulla pericolosità alimentare delle colture ogm: insomma, non ci sono certezze. L’enciclica Laudato si’ha chiesto su questo maggiori ricerche e un dibattito responsabile, ampio, non riservato solo agli scienziati. Ha invitato a evitare facili conclusioni, da qualsiasi fronte provengano, e soprattutto a non omettere la completezza delle informazioni, che a volte appaiono selezionate secondo particolari interessi. Questo ci si aspetta innanzitutto dagli uomini di scienza e questo purtroppo non è avvenuto a Pisa.

I quattro studiosi hanno dichiarato di aver compiuto un’analisi sulle ricerche degli ultimi vent’anni: oltre seimila pubblicazioni scientifiche ufficiali e validate. Ne saremmo ammirati, se non fosse che in realtà i dati sono poi stati tratti solo da 76 pubblicazioni, prevalentemente nordamericane e sono state scartate le altre, tra cui le decine di pubblicazioni che evidenziano danni ai mammiferi. È certo che scegliere poco più dell’uno per cento delle fonti condiziona i risultati dello studio alla correttezza della selezione adottata, con il rischio evidente di rappresentare più le intenzioni di chi seleziona che non lo stato reale dei fatti. Per esempio, il giudizio sulla qualità alimentare del mais ogm proviene solo dai dati di 32 pubblicazioni, lo 0,5 per cento, e non è stato ritenuto interessante fornire numeri sui residui di pesticidi. I dati dell’effetto delle piante ogm sugli insetti sono solo quelli rassicuranti di 5 pubblicazioni, meno dello 0,1 per cento. Hanno eliminato dall’esame le pubblicazioni sui problemi biodiversità ed emissioni di anidride carbonica.

Soprattutto non sono stati considerati i pericoli più gravi: la distruzione degli equilibri ambientali e la conseguente povertà contadina. La colza transgenica resistente al diserbante glifosato, per esempio, ha trasmesso questa caratteristica alle sue infestanti, che ormai per essere estirpate richiedono interventi sempre più massicci. Uno studio pubblicato dalla National Academy of Sciences statunitense evidenzia che il mais ogm ha prodotto mutazioni in un coleottero dannoso, diventato immune. È avvenuto quanto si temeva: mentre il transgenico costruisce piante sempre più specializzate su un problema, impreparate ai cambiamenti ambientali, i loro competitori naturali si evolvono e si rafforzano.

I pisani ammettono il problema in poche righe, promettendo che si troveranno sempre migliori ogm via via che gli insetti diventeranno più resistenti. Ceccarelli la chiama «obsolescenza programmata» a opera dell’industria biotech, che rende l’agricoltore dipendente dall’acquisto di nuovi semi e pesticidi. A oggi non si sa quanto questo potere tecnocratico sia controllabile nel tempo. Il batterio inserito nel mais ogm è proprio quello che in natura la biodiversità usa per limitare le popolazioni di insetti e che l’agricoltura biologica e biodinamica applica solo in casi di emergenza. L’obsolescenza programmata dall’industria biotech sta eliminando irrimediabilmente un presidio tra i più potenti a protezione della natura e dei contadini più poveri del mondo. Come informano i pisani, la maggioranza degli ogm è destinata proprio alle coltivazioni dei paesi in via di sviluppo. Si tratta prevalentemente di monocolture brevettate di mangimi, coltivate su crescenti latifondi multinazionali per gli allevamenti intensivi del Nord del mondo.

Come tutte le università, quella di Pisa e il Sant’Anna sono sottoposte a gravi restrizioni economiche. Dispiace vedere prestigiose accademie non disporre delle risorse. Questo non deve però mettere la nostra ricerca nelle condizioni di ingraziarsi gruppi di interesse per sopravvivere. La mancanza di risorse pubbliche, o disinteressate, è il principale nemico della libertà di ricerca. Per questo occorre rafforzare la ricerca indipendente, istituire autorevoli banche dei semi pubbliche o gestite in sussidiarietà, che assicurino la tutela delle varietà e la loro disponibilità ai contadini. A questi ultimi vanno garantiti sia il giusto prezzo del loro prodotto sia la possibilità di riseminare e far evolvere i miscugli di sementi. Lo scambio partecipativo di saperi e pratiche è un passo che sarà utile tanto alla sovranità alimentare, tanto all’autorevolezza delle istituzioni scientifiche, nella consapevolezza che madre Terra non è in vendita.

in Osservatore Romano 26 febbraio 2018

Giovani. Perfezionisti e con alti livelli di depressione, ansia, pensieri suicidi

La ricerca della perfezione nel corpo, nella mente e nella carriera è un fenomeno in crescita dal 1980 ad oggi tra i giovani universitari, e preoccupa gli psicologi, secondo i quali potrebbe mettere a dura prova la salute mentale dei ragazzi. A evidenziarlo è uno studio della York St John University, pubblicato su Psychological Bulletin.

Gli studiosi hanno preso in esame i dati relativi a 41.641 studenti universitari americani, canadesi e britannici che hanno effettuato un test sui cambiamenti generazionali nel perfezionismo, dalla fine degli anni ’80 al 2016. Hanno misurato tre tipi di perfezionismo: quello orientato verso se stessi, inteso come un desiderio irrazionale di essere perfetti, quello ‘prescritto socialmente’, cioè relativo alla percezione di aspettative eccessive da parte degli altri, e infine quello orientato verso l’altro, che ci fa avere standard non realistici su altre persone.

È emerso che le generazioni più recenti hanno riportato punteggi significativamente più alti per ognuna delle forme di perfezionismo analizzate, in particolare del perfezionismo prescritto socialmente, aumentato del 33%. Su questo aumento dati ancora da approfondire suggeriscono un ruolo dei social media, che possono rendere insoddisfatti dei propri corpi e aumentare l’isolamento sociale.

“I giovani di oggi – spiega Thomas Curran, autore principale dello studio – sono in competizione l’uno con l’altro per soddisfare le pressioni della società ad avere successo e sentono che il perfezionismo è necessario per sentirsi sicuri, socialmente connessi e di valore”. A scapito però della salute psicologica, con livelli più alti di depressione, ansia e pensieri suicidi rispetto al passato.

Lettera all’elettore incerto

Paolo Mantovan

È probabile che chi sta leggendo questo articolo abbia già deciso se votare o no. Ma è anche molto probabile che non abbia deciso o che sia molto tentato di astenersi o che, addirittura, abbia già deciso di astenersi. Anche perché mai come in queste elezioni politiche si percepisce una forte propensione al “non voto”. Molti (potenziali) elettori – soprattutto moderati – dicono: “non so proprio chi votare”. Spesso sono anche un po’ amareggiati. Soprattutto delusi. Ma se non voteranno, voteranno lo stesso: sembra un gioco di parole ma è invece un’indiscutibile verità Perché l’astensionista darà comunque un voto? Proviamo a rifletterci qui, con qualche breve ragionamento (certamente non esaustivo, su un tema, quello dell’astensionismo, molto grave e preoccupante rispetto agli esiti, ma soprattutto rispetto alle cause).

Prendiamo tre categorie di astensionisti. 1) C’è l’astensionista classico. Quello che non vota perché “chi se ne frega”. È una persona che non ha a cuore la cosa pubblica, crede che tutto sia dovuto e che tutto si risolva anche senza voto. È una quota fisiologica. Esiste in tute le società. In tutte le elezioni. Si è estesa. Non lo porterete mai al voto (tranne che per un voto clientelare). Non cambia le sorti delle elezioni. 2) C’è l’astensionista “perché i politici sono tutti uguali”. È il qualunquista. Una categoria un tempo ristretta, ma che con la caduta delle ideologie si è ampliata. Di tanto in tanto torna in gioco. Ha un piccolo peso, che tende a premiare il voto di protesta. 3) E c’è l’astensionista perché troppo incerto, “perché non sa più per chi votare”, “perché questa volta nessuno gli dà speranza”, “perché nessuno propone qualcosa di serio”. Ecco, è questo l’astensionista che si sta diffondendo di elezione in elezione e che, soprattutto questa volta, sta avendo un vero boom. Per la verità è un “astensionista-fragile”, di quelli che potrebbero tornare in gioco, di quelli che all’ultimo minuto potrebbero pensare che, in fondo, è meglio votare. Perché “anche se il mio voto non conta nulla”, è pur sempre il “mio” voto. E perché in altri casi ha dato grande peso al voto. È questa terza categoria l’unica rimasta in gioco in quest’ultima settimana. Le stime dell’astensione sono altissime. Ma su questa fetta di elettori (gli incerti se andare al voto perché troppo delusi) si possono giocare destini fondamentali. La percentuale è talmente massiccia (così tutti la percepiscono, non soltanto i sondaggisti) che davvero può determinare degli spostamenti importanti.

Può accadere qualcosa che possa far cambiare idea? La campagna elettorale vuota di contenuti e ricca di promesse impossibili da mantenere ha – se possibile – alimentato la delusione e rinforzato il proposito di tanti “candidati all’astensione”. Difficile immaginare un colpo di scena. Quanto al voto di protesta – che spesso riesce a incanalare grosse quote di potenziali astensionisti – questa volta appare più debole (almeno al nord) visto che il grande deposito degli incazzati (i Cinquestelle) ha assunto le sembianze di un Luigi Di Maio che va nella City col capottino, mentre le vecchie proteste leghiste si sono trasformate in un partito di destra alla Le Pen. In questi pochi giorni, ormai, ben poco potrà convincere chi tentenna e pensa che, delusione per delusione, è meglio non buttare il proprio voto. Però l’idea di “non votare” non è che un’illusione. Perché si può votare con il proprio voto, oppure non votando: perché quello è il modo per raddoppiare il voto di un altro elettore irriducibile. Certo, si potrà dire: il mio voto non c’è. Ma avrà rinforzato un altro voto. È un nuovo modo per dire che occorre turarsi il naso? No. Quella era un’altra epoca. Ora forse occorre pensare che non votare può diventare un errore. Che l’epoca del disgusto può portarci a condizioni anche peggiori.

in “Trentino” del 26 febbraio 2018

Italia-Europa. Un dialogo più appropriato ed efficace nell’interesse del bene di tutti

Bruno Forte 

Si avvicina la data delle elezioni e nel vortice di messaggi politici che invadono i media nazionali e locali si fa fatica a discernere le vere priorità fra le tante proposte che le parti in campo avanzano per il Paese. L’elenco dei diversi punti programmatici, poi, è tale che probabilmente ben pochi elettori avranno la perseveranza di leggerne o almeno di scorrerne la lista fino alla fine. Eppure, la posta in gioco è quella della qualità della vita della nostra gente, soprattutto dei più deboli, connessa con le prospettive di crescita dell’economia e delle politiche sociali e con l’incidenza che la “casa comune” europea ha avuto ed avrà sul nostro presente e sul nostro futuro.

Ed è proprio da quest’ultimo punto che vorrei partire, perché anche gli altri temi accennati sono condizionati dal tipo di rapporto che si è andato stabilendo fra Bruxelles e Roma: l’impressione di fondo è che ciò che arriva da Bruxelles è sempre più deciso o per lo meno altamente influenzato dal binomio franco-tedesco. Pur essendo fra i Paesi fondatori dell’Unione, l’Italia è spesso relegata in un ruolo di subalternanza e le norme europee sono non di rado percepite come ostacolo o freno alle potenzialità delle nostre imprese. Se il problema è stato sollevato da vari punti di vista, non si può dire che finora il dibattito abbia cambiato di molto le cose. È tempo che l’Europa si renda conto che una tale situazione va modificata: peraltro, la quantità di denaro che il nostro Paese versa nella casse comuni della “casa europea” giustifica ampiamente la richiesta di una partecipazione adeguata ai processi decisionali e agli interventi operativi dell’Unione. Nell’agenda del prossimo governo – qualunque sia quello che uscirà dalle elezioni di marzo – la rinegoziazione del rapporto con l’Europa va considerata una priorità ineludibile, dalle conseguenze decisive per il futuro della nostra economia e della nostra vita democratica, almeno quanto la stabilità che dai Paesi leaders dell’Unione ci viene raccomandata. Se rimarco questa esigenza è perché la mia vicinanza di pastore alla gente e alle sue esigenze reali mi abilita a farmi voce di tanti, che non si sentono adeguatamente rappresentati e tutelati nelle politiche della casa comune europea che ci riguardano.

Alla questione del peso che il nostro Paese può e deve avere in Europa si collega il secondo punto cui accennavo all’inizio: la crescita dell’azienda Italia. Si tratta di un processo che è ricominciato, dopo la dura frenata degli anni della crisi, anche se l’avvio si muove a un ritmo che è fra i più lenti dell’Unione e senza dubbio in maniera non proporzionata a quello che le potenzialità del nostro popolo potrebbero esprimere, anche considerando il fatto che esse continuano ad impoverirsi a causa della “fuga” di cervelli verso l’estero. Almeno tre mi sembrano i campi d’intervento urgente su cui si giocherà la capacità del governo che uscirà da queste elezioni: il primo è quello del lavoro, il secondo riguarda le politiche verso la famiglia e i giovani, il terzo tocca le urgenze delle fragilità presenti nella nostra società civile. Anzitutto il lavoro: affermare che la ripresa si sta configurando in una crescita di possibilità occupazionali è senz’altro vero. Non va dimenticato, però, che molto del lavoro offerto è precario e che spesso le condizioni salariali e logistiche non consentono a tanti di accogliere le proposte lavorative che vengono avanzate. In questo ambito hanno gravi responsabilità le logiche aziendali che hanno puntato sulla delocalizzazione, trasferendo la produzione in Paesi dove minore è il costo del lavoro, in base a un calcolo meramente legato al maggior profitto possibile, che spesso ignora in parte o del tutto il fattore umano, sia nel non tener conto delle crisi indotte nelle famiglie dei lavoratori, sia per la sottovalutazione delle capacità acquisite dai nostri operai in anni e anni di esperienza lavorativa, come se il “know how” fosse irrilevante. Ricordare che il profitto va reinvestito in modo da creare una catena virtuosa fra produzione, guadagno e nuova occupazione, è un richiamo non solo di carattere economico, ma anche dal profondo spessore etico-sociale. Alla questione occupazionale è connessa anche l’attenzione da dare alla famiglia, cellula vitale della società e della Chiesa, grembo e scuola di umanizzazione e di socialità. È in famiglia che la persona si forma, cresce nella pienezza della sua umanità, si educa alla relazione con gli altri e può conoscere e approfondire la dimensione etica e spirituale della vita. Una politica a sostegno della famiglia è più che mai necessaria, anche perché la serenità della vita familiare è condizione fondamentale per sostenere il cammino delle giovani generazioni e il loro progressivo inserimento nella società. Un’illuminata politica scolastica e occupazionale rivolta ai giovani è inseparabile da leggi che valorizzino e sostengano il ruolo della famiglia. È un campo, questo, in cui c’è molto da fare e le varie battaglie politiche portate avanti sui diritti civili avrebbero dovuto e dovrebbero investire in esso ben più di quanto finora sia stato fatto.

C’è infine l’insieme delle urgenze legate alle fragilità: penso alle numerose povertà materiali e spirituali, a chi con quanto guadagna non riesce ad arrivare a fine mese, alla solitudine di molti, ai problemi degli anziani, alle giuste attese di quanti vivono in condizioni di disabilità. Ampio è l’orizzonte dei bisogni cui è chiamato a corrispondere lo “stato sociale”. Nella campagna elettorale in corso si ascoltano parole e si percepiscono toni che sembrano negare la faticosa crescita della coscienza dei diritti avvenuta in Italia e in Europa dal dopoguerra a oggi, e che trovano il loro culmine negativo nel modo in cui viene affrontata da diverse parti la sfida dell’immigrazione. Atteso quello che l’evidenza dimostra – e cioè quanto sia stato e sia importante l’apporto degli immigrati per la vita stessa delle nostre aziende -, il populismo che agita non pochi Paesi europei e diversi protagonisti della competizione elettorale in corso da noi non solo non sembra tenerne conto, ma aggrava l’atteggiamento di rifiuto dell’altro con toni che sembravano superati per sempre, dato il bagaglio di violenza e di dolore prodotto dalle presunzioni ideologiche nel secolo da poco concluso. La dignità di ogni persona umana non può essere ridotta a merce di scambio politico, ma va rispettata con programmi e interventi di accoglienza, accompagnamento, discernimento e integrazione. Anche su questo si misurerà la capacità della classe politica che uscirà dalle prossime elezioni di promuovere la qualità della vita per tutti. Non servono a nessuno slogan banali e di facile presa. Occorre serietà, onestà, competenza e ferma volontà politica di servire il bene comune e non di servirsi del proprio eventuale potere per interessi personali o di gruppo. Da questo punto di vista la scelta di ogni elettore risulta decisiva e l’appello del Presidente Mattarella alla partecipazione al voto è non solo di alta qualità istituzionale, ma anche di autentico spessore morale. La sfida è a decidere il proprio voto in maniera responsabile, con coscienza informata e consapevolezza dei rischi e delle possibilità che i diversi scenari ipotizzabili potranno comportare. Chi crede chiederà a Dio che il bene comune sia anteposto a ogni interesse egoistico. Tutti dovremo impegnarci perché ciò avvenga. La posta in gioco è elevata: il prossimo 4 marzo ne va del futuro di tutti.

in Il Sole 24 Ore, domenica 25 febbraio 2018

Istituti Tecnici Superiori (ITS). Eccellenze di cui l’Italia ha un gran bisogno

Lello Naso

 C’è un laboratorio che riproduce fedelmente il ciclo di lavorazione dei materiali compositi, il carbonio delle vetture di Formula 1. Una cella frigorifera in cui il carbonio viene conservato. La clean room in cui viene laminato. La macchina professionale per il taglio e quella per i sacchi a vuoto. L’autoclave per cuocere i pezzi. La camera della finitura da cui escono i prodotti pronti per il montaggio. Siamo all’Its Maker di Fornovo di Taro, 14 chilometri a sud di Parma, uno dei 93 Istituti tecnici superiori biennali post diploma che formano gli specialisti di Industria 4.0.

Gli studenti formati in Italia sono novemila all’anno contro gli 80mila della Germania. Merce rara e molto richiesta dalle imprese. Nel laboratorio, il responsabile tecnico Marco Ferrari controlla le operazioni. C’è da rifare un sottovuoto, tagliare meglio una pelle, smerigliare una paratia. I cinquanta allievi dei due corsi attivi si alternano alle macchine. Hanno il loro plybook, la Bibbia delle istruzioni, e compiti precisi. Si lavora come in una vera azienda.

Dieci chilometri a sud, a Varano, nello stabilimento Dallara,650 dipendenti, cento milioni di euro di fatturato, c’è la stessa linea di produzione: cella frigorifera, clean room, taglio e sottovuoto, finitura. Alessandro Roffi, 22 anni, diplomato all’Its di Fornovo, oggi meccanico prototipale impiegato sulla linea della prima Dallara stradale, non ha dubbi: «Il laboratorio della scuola è di un livello equiparabile alle strutture tecniche di una buona media impresa. La pratica che si fa su quella linea è una palestra importante per il mondo del lavoro».

Fornovo è nel cuore del distretto industriale della meccanica emiliana. La sua specializzazione produttiva sono i materiali compositi. Poco distanti Modena, patria dei motori e della progettazione meccanica; Reggio Emilia, capitale della meccatronica; Bologna, cuore del packaging e dei sistemi di controllo nella fabbrica digitale. Per ognuno dei quattro poli c’è un Its di specialità. Ogni anno vengono formati circa 150 supertecnici, del tutto insufficienti rispetto alla domanda del mercato.

Il percorso di studio è tagliato sulle esigenze di specialità, tenendo conto della domanda e delle richieste delle imprese dell’area che, a loro volta, sono parte attiva dei progetti. Duemila ore d formazione nel biennio, il 40% nelle imprese partner, il 30% nei laboratori degli istituti, il 30% in aula dove i ragazzi studiano anche le nozioni di base di matematica, chimica, fisica, progettazione meccanica. I docenti sono in buona parte ingegneri e tecnici delle imprese partner. Professori a progetto orientati alla formazione sul campo, in cui la teoria viene sistematicamente applicata al prodotto.

A Fornovo gli studenti arrivano da ogni parte d’Italia. Hanno saputo dell’esistenza dell’Its sui materiali compositi dai corsi d’orientamento, si sono informati su Internet. Basta parlare con loro per capire che arrivano alle pendici dell’Appennino Emiliano fortemente motivati. Magari per vie traverse, dopo aver frequentato un Itis (Istituto tecnico industriale statale) o un istituto professionale. In alcuni casi anche un liceo.

Gianluca Namaziano è titolare di uno studio per la progettazione industriale. A Fornovo insegna disegno meccanico con sistemi Cad dal 2015, anno di avvio dei corsi. È in aula. Sta spiegando come si disegna la pedaliera di un’auto che parteciperà al campionato Formula Sae delle Facoltà di ingegneria che si tiene ogni anno a Varano. L’Its di Fornovo è in partnership tecnologica con l’Università di Parma. «Gli studenti – dice – sono molto curiosi e attivi. Il nostro sforzo è inserirli gradualmente in una dinamica produttiva e accompagnarli nel mondo del lavoro. Rispetto a un ingegnere hanno un approccio più concreto, frutto anche di una manualità che apprendono nei laboratori e negli stage in azienda».

«Nel mio team», dice Luca Vescovi, responsabile della ricerca sui materiali alla Dallara e insegnante a Fornovo, «un terzo proviene dagli Its, un terzo sono ingegneri, un terzo chimici, fisici e disegnatori meccanici. I ragazzi dell’Its hanno una conoscenza diretta dei materiali, una base applicativa che agli altri manca. Sono veloci nell’apprendere e integrano una competenza specifica sul carbonio. Quando scendiamo giù, nel laboratorio in cui vengono costruiti i pezzi, sanno davvero dove mettere le mani».

Accanto a Vescovi c’è Daniele Croci, 22 anni, di Erba, in provincia di Como. Ha frequentato l’istituto tecnico commerciale e poi un Ifts, un corso di formazione tecnica di un anno con specializzazione in meccanica e informatica, poi l’Its di Fornovo. «Ho scoperto il carbonio e la Dallara sulla mia moto Ktm. Poi, su Internet, ho scoperto l’Its di Fornovo sui materiali compositi e ho deciso di frequentarlo». Il sogno nel cassetto era la Dallara. L’ha coronato. Lavora con Vescovi nel laboratorio ricerca e sviluppo. «Analizziamo i file che arrivano dalla progettazione e trasferiamo al reparto produzione i plybook, le istruzioni, che consentono ai tecnici di trasformare i disegni in pezzi. Siamo l’anello tra la teoria e la pratica».

Per la Dallara, la Ferrari, la Tec Eurolab, socie della Fondazione Its Maker, come anche per i partner BeamIT, Bercella, Camattini, Casappa, Ducati, Elantas, Formartis, Ocme, RP Santini, Turbocoating finanziare la formazione è un investimento sul futuro. Filippo Di Gregorio, direttore delle risorse umane di Dallara spiega bene il punto di vista delle imprese. «Il limite più grande allo sviluppo è il fattore umano. Ci sono poche persone qualificate ed è più facile trovare un bravo ingegnere che un buon tecnico. Abbiamo la necessità di rimanere in questo territorio e di utilizzare le migliori risorse che produce. Ragazzi appassionati, prima di tutto. Ogni anno la Dallara investe nell’innovazione il 18% del fatturato. Il futuro è nelle mani delle persone che assumiamo».

Per questo Dallara investe massicciamente nella formazione dei giovani, nella qualificazione e nella riconversione del personale, nei master post laurea. Ha promosso la nascita dell’Its sui materiali compositi e ha investito nella costituzione di un polo che comprende anche i tre istituti superiori di Fornovo e l’Ente di formazione professionale gestito da Mainpower.

Giulia Carbognani, l’efficiente tutor dell’Its di Fornovo, allunga lo sguardo sul futuro. «Abbiamo bisogno di far comprendere ai ragazzi e alle famiglie il percorso altamente qualificante del nostro e degli altri Its. Nei nostri tutoring in giro per l’Emilia Romagna ci accorgiamo che c’è molta confusione. Gli studenti ci scambiano per una scuola superiore, pensano che finiranno a fare un lavoro alienante in una catena di montaggio. Invece i nostri diplomati fanno lavori di qualità e responsabilità».

Veronica Monticelli, 23 anni, è addetta alla programmazione della produzioni dei modellini per le Haas di Formula 1. Si occupa della logistica, delle spedizioni, dei rapporti con i fornitori. Per frequentare l’Its, di cui ha apprezzato l’approccio pratico, ha lasciato l’Università. All’Its era l’unica ragazza. Ma il suo tutor, Andrea Vacchi, oggi direttore del nuovo stabilimento Dallara in cui si produce la stradale è perentorio: «In pochissimo tempo mi sono accorto che galleggiava senza salvagente. Era formata, autonoma, indipendente. Pronta per l’assunzione».

Basta una giornata trascorsa a parlare con gli studenti per capire che molti di loro hanno qualcosa di speciale, che l’Its deve solo tirare fuori. Andrea Donati, 21 anni, di Rimini, stage alla Ferrari nel reparto compositi della auto gran turismo, ha la passione delle biciclette. Studia per diventare tecnologo dei materiali. Vuole un’esperienza all’estero e poi vuole avviare una start up per telai di bicicletta in fibra di carbonio.

Alberto Della Fiora ha scelto Fornovo perché gli dava la possibilità di integrare l’additive manifacturing al carbonio. Ha fatto il primo stage alla BeamIt. Un mese in officina, uno al controllo qualità. Sei mesi ancora di corso davanti e poi il mondo del lavoro gli aprirà le porte. Come ai suoi cinquanta colleghi dei due corsi attualmente attivi. Le imprese li aspettano. Il 95% di loro trova lavoro subito.

Il telefono di Claudia Carbognani squilla. Nel suo sguardo c’è un mix di soddisfazione e preoccupazione. «Dalla Ferrari – dice – ci chiedono sette ragazzi per fare gli stage. Al momento li avremmo tutti impegnati ma stiamo facendo i salti mortali per trovarli».

in Sole 24 Ore 26 febbraio 2018

Fedeltà. L’espressione più alta della libertà

Nunzio Galantino

L’etimologia della parola fedeltà rimanda al latino fidelitas, derivato da fides (fede). La radice sanscrita fid (legare) evoca l’impegno di lealtà e coerenza rispetto a legami e obblighi assunti. Anche, se non prima di tutto, nei confronti delle persone. Tenendo presente che «La perfezione dell’uomo non sta nella sola acquisizione della conoscenza astratta della verità, ma consiste anche in un rapporto vivo di donazione e di fedeltà verso l’altro.

In questa fedeltà che sa donarsi, l’uomo trova piena certezza e sicurezza» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, 32). È la certezza e la sicurezza che caratterizza la fede/fiducia/fedeltà. Questa infatti non è semplice adesione a una verità. È piuttosto un «mettere il piede su un terreno solido (…). Atto con cui l’uomo decide di affidarsi, di aderire, di credere in piena libertà» (E. Bianchi). Nella Costituzione italiana (art. 54) si legge: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». È ciò che fonda la cittadinanza attiva. Un dovere che impegna governati e governanti. Un dovere che si fonda sul presupposto della libertà interiore della persona. Non si può essere fedeli se non verso chi vuole e rispetta la nostra libertà; se non verso chi vuole e lavora per il bene comune; se non verso chi coerentemente e onestamente opera e produce. In questo caso, la fedeltà rende amici della verità e sostiene il coraggio e la passione (politica) che spingono a cercare e a servire il vero ed il Bene comune. In un contesto dinamico e di fedeltà creatrice, che rifiuta la ripetitività e la staticità.

Lo stesso vale “per sempre” del “sì” coniugale: non è giuramento di fedeltà statico. È piuttosto un ossimoro: un obbligo scelto in piena libertà. È infatti conferma continua dell’adesione al progetto di vita comune, fiducia nella relazione, perseveranza nell’amore, senza per questo negare l’identità personale che fa capire a chi, a cosa e fino a che punto si è fedeli. Ciò fa della fedeltà non una costrizione ma l’espressione più alta della libertà. Ciò rende impegnativa e faticosa la strada della fedeltà coniugale. Essa impone infatti di leggere, interpretare ed accogliere l’identità dell’altro, giorno dopo giorno ponendola in un rapporto di reciprocità con la propria identità perché «solo chi ha fede in se stesso può essere fedele agli altri» (E. Fromm).

Ricerca del vero, accettazione, coerenza, costanza e libertà, sono ingredienti indispensabili per vivere la fedeltà, della quale «niente è più nobile, niente più pregevole. L’essere fedeli e sinceri sono le eccellenze e le istituzioni più sacre della mente umana» (M. T. Cicerone).

in “Il Sole 24 Ore” del 25 febbraio 2018