Migranti, donne ed etnie. È il «contagio» dell’odio

Alessia Guerrieri

C’è un tema che accomuna – nel male – la vita di 159 Paesi del mondo. E questo filo rosso si chiama odio. È infatti l’hate speech, la contrapposizione “noi-loro”, spesso prodotta dagli stessi governanti, a generare nel mondo la più comune violazione dei diritti umani. Un acuirsi dell’intolleranza verso il “diverso” che però sta portando a una nuova era di attivismo, digitale e non, per combattere le ingiustizie. C’è insomma una spinta verso la richiesta di «un futuro di maggiore speranza» – come lo definisce il segretario generale di Amnesty International Salid Shetty – nel rapporto sui diritti umani nel mondo nel 2017-2018 che l’organizzazione ha presentato ieri a Roma, in contemporanea con molte città del mondo. A partire da Washington, proprio perché «è lì che è stato dato il via da Trump alla scia d’odio, approvando all’inizio del 2017 il Muslim ban» – è l’esordio del responsabile di Amnesty Italia Antonio Marchesi – ricordando che «l’arretramento della presidenza Trump sui diritti umani sta stabilendo un precedente molto pericoloso» anche per altri governi su pratiche «fino a qualche tempo fa impensabili».

Migranti, omosessuali, donne, minoranze etniche. Sono questi i principali obiettivi della crescente tendenza all’odio nel mondo che coinvolge non solo gli Usa, ma anche la Russia che continua a «limitare la libertà d’espressione» oppure il Myanmar in cui prosegue la campagna contro i Rohingya e la Cina dove «con la scusa della sicurezza nazionale, il governo continua a introdurre leggi che costituiscono una grave minaccia per i difensori dei diritti umani ».

In sostanza, in molte parti del mondo – è la denuncia che emerge dal report di oltre 600 pagine – c’è la tendenza dei leader politici a promuovere fake news per manipolare l’opinione pubblica o ad attaccare gli organismi di controllo sui poteri. Un atteggiamento che porta Amnesty a sostenere che «quest’anno la libertà di espressione sarà un terreno di battaglia per i diritti umani».

A dimostrare l’inasprimento del clima globale anche il crescente numero di attivisti uccisi nel 2017, almeno 312, soprattutto in America Latina, e i 262 giornalisti messi in prigione «per aver svolto il proprio lavoro – continua Marchesi – soprattutto in Turchia, Cina, Egitto. In Messico, poi, 11 reporter sono stati addirittura assassinati». Di fronte ad un malcontento sociale diffuso, e al crescere di persone che con sempre più difficoltà accedono a servizi fondamentali come il cibo o le cure mediche, «si assiste però ad un piccolo barlume di luce che viene dalla società civile», conclude il presidente di Amnesty, cioè «la crescita di nuovi e vecchi attivisti impegnati in campagne per la libertà e la giustizia».

Il clima di odio, comunque, non risparmia nemmeno l’Italia, a cui l’organizzazione ha voluto dedicare uno specifico focus attraverso il monitoraggio in campagna elettorale delle dichiarazioni sui social di oltre 1.400 candidati alle elezioni politiche e regionali. E quello che ne viene fuori finora – è il duro ritratto del direttore generale di Amnesty Italia Gianni Rufini – è un Paese «intriso di odio, razzista e xenofobo, che ha paura dell’altro, del diverso: migranti, rom, lgbt ma anche donne e poveri». Un linguaggio di ostilità che nell’8% dei casi coinvolge anche i candidati alle elezioni e un leader politico su tre. Otto volte su dieci, secondo questa analisi, le dichiarazioni hanno come bersaglio i profughi, il 12% la discriminazione religiosa, il 5% i rom e il 4% le differenze di genere.

in “Avvenire” del 22 febbraio 2018

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