Soltanto la forza del perdono libera davvero vittime e carnefici

Lucia Bellaspiga

Se esistesse la reversibilità del tempo, se si potesse “tornare indietro”, “non aver fatto” il male che invece si è compiuto, il problema della giustizia e la necessità del perdono non avrebbero ragione d’essere. Basterebbe riavvolgere il nastro e rimediare. Ma così non è, il male commesso ormai esiste e nella società degli uomini reclama giustizia, giudizio, pena, nel tentativo per lo meno di dare riparazione all’atto irrevocabile. C’è un ordinamento, per tutto questo, ci sono leggi, giudici e condanne, un ingranaggio nei secoli sempre più perfetto, almeno nelle intenzioni. Ma poi c’è il sassolino che a volte si insinua tra le sue ruote e sovverte l’ingranaggio, supera il nesso tra colpa e punizione, passa come un uragano su vittime e carnefici e libera entrambi: è il perdono, lo strumento più potente nel sistema giustizia, l’unico concretamente in grado sia di guarire le offese delle vittime che di redimere i colpevoli. Non è proprio il “tornare indietro” citato all’inizio, ma l’effetto che sortisce è lo stesso.

Ce lo raccontano studi e teorie (la “giustizia riparativa” fa incontrare vittime e rei affinché entrambi ricomincino a vivere), ma ce lo raccontano soprattutto le storie umane, di fronte alle quali ti arrendi all’evidenza, capisci che davvero succede. Lo sanno bene gli ex brigatisti rossi che nessuna punizione piegava, nessuna argomentazione morale impietosiva, ma che crollarono a uno a uno di fronte all’arma più imprevedibile, l’abbraccio delle loro stesse vittime. Irriducibili di fronte a tutto, ma non al perdono “immotivato”, gratuito, dell’uomo o della donna cui avevano rubato gli affetti più cari e distrutto la vita.

L’“Incontro che genera vita” avverrà di nuovo oggi a Rimini (via Valverde 10) all’Università del Perdono della Comunità Papa Giovanni XXIII, con la figlia di Aldo Moro, Agnese, che dialogherà con Franco Bonisoli, ex terrorista coinvolto nel sequestro dello statista ucciso dalle Br e nella strage della scorta. È lungo il cammino che li ha portati fino a Rimini, «nella casa di don Oreste Benzi, il prete che diceva “un uomo non è il suo errore” e da qui ripartiva per ricostruire persone nuove – ricorda il suo successore, Paolo Ramonda –: “Tu non sei un ladro, sei un uomo che ha rubato, non sei un assassino, sei un uomo che ha ucciso”…». Per anni Agnese e Franco hanno percorso vie inconciliabili, l’una nella lacerazione della perdita subita, l’altro nella cecità ideologica di chi persegue il suo abbaglio come fosse eroismo. Finché – testimonia Bonisoli – c’è stato l’impatto con la pazienza di cappellani come don Salvatore Bussu, che nel carcere di Nuoro gli parlava di una seconda occasione. «Com’era possibile? perché? se non sono morto è per quell’umile prete». Poi con Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, assassinato dalle Br nel 1980, che abbracciandolo spuntò le sue armi e lo lasciò a nudo. E con Agnese Moro, con la quale aderì al progetto di giustizia riparativa ideato dal gesuita Guido Bertagna insieme a Claudia Mazzuccato, docente di Diritto penale alla Cattolica oggi presente al convegno. «Il perdono si impara», spiega il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, che nel 2012 con la Papa Giovanni XXIII fondò l’Università del Perdono, «un luogo in cui con varie strategie si diffonde la pratica concreta del perdono. La classica distinzione tra errore ed errante va riformulata: non si tratta di una benevola concessione, bensì di un iper-dono, un dono super, il più gratuito. Quello di cui noi beneficiamo quando facciamo i conti con Dio. Perdonare non ha nulla a che fare con il dimenticare, che invece è atto involontario». «Sono qui solo per dire che è possibile – sorride Agnese Moro –. Per molti di noi è stato il solo modo di trovare giustizia, un bene di cui noi siamo alla ricerca perenne. E non sono certo gli anni di carcere a restituirtela».

in “Avvenire” del 18 febbraio 2018

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