“Scuola e famiglie. Non possiamo permetterci scontri”

Eraldo Affinati intervistato da Virginia Della Sala

In passato, se i bambini della comunità di Barbiana tornavano a casa e si lamentavano perché Don Milani aveva dato loro un ‘nocchino’, uno scappellotto, i genitori non sarebbero mai andati a lamentarsi col priore. Anzi. Avrebbero risposto: ‘Te ne ha dato uno? Allora io te ne do due’. In pratica, avrebbero rafforzato l’azione educativa di don Lorenzo. Oggi è il contrario. E i ragazzi non hanno più i riferimenti gerarchici di un tempo”.

Eraldo Affinati è docente da trent’anni e anche uno scrittore (ha pubblicato per Mondadori Tutti i nomi del Mondo). Oggi insegna italiano agli immigrati alla scuola Penny Wirton. “La scuola – spiega – è lo specchio della realtà, quindi si porta dentro tutti i problemi che ci sono fuori. Non è un’isola”.

Professor Affinati, quali sono questi problemi?

Prima di tutto gli adulti che diventano sempre più fragili. Non incarnano più l’emblema della regola da rispettare e vogliono spianare la strada ai figli cercando di rimuovere qualsiasi ostacolo si presenti sulla loro strada. Ma è sbagliato. L’adolescente ha bisogno di ostacoli da superare per crescere. Ha bisogno di un nemico con il quale confrontarsi. A un certo punto, l’adulto deve anche accettare il rischio di perdere il consenso dei figli, deve accettare la tensione e la responsabilità

E se non lo fa?

Allora tocca alla scuola. Inevitabilmente si crea una spaccatura tra scuola e famiglia che a volte può degenerare nei fatti di cronaca di cui leggiamo e sentiamo nelle ultime settimane.

Si riferisce agli insegnanti aggrediti da alunni e genitori?

Sì. Lì c’è il problema della sempre crescente solitudine del docente. Come dicevo, un tempo godeva dell’appoggio delle famiglie, oggi molto spesso si trova in classe da solo a esercitare anche la funzione genitoriale. L’azione educativa non può essere esercitata da una sola persona o da un solo soggetto: è una questione che riguarda la cosiddetta intera “comunità educante” attorno al giovane.

Come mai i ragazzi reagiscono con violenza?

Crescono in un mondo nuovo, digitale e informatico, che li pone di fronte a una marea informativa che un tempo ci si sognava. Non c’è però la gerarchia di valori che dovrebbe organizzare questa mole. E sono più smarriti di prima, soprattutto le personalità fragili. L’adolescente, si sa, è pur sempre lo specialista dell’errore.

La funzione del docente è stata spogliata della sua autorevolezza?

Chiunque parli di scuola, prima di farlo dovrebbe entrare in un’aula scolastica, alle 10 del mattino. Meglio se in un istituto tecnico o professionale. Così si potrebbe sperimentare cosa significhi insegnare, cosa osservare l’azione quotidiana degli insegnanti: 25 o 30 ragazzi tutti diversi, bravi, negligenti, di seconda generazione o che ancora non parlano bene l’italiano, ragazzi Dsa, cioè con disturbi specifici di apprendimento, oppure ragazzi Bes, cioè con Bisogni Educativi Speciali, o con handicap. Capite quanto sia difficile insegnare Petrarca o una formula matematica in un panorama come questo? Poche ore di questo e cambierebbero molti dei pregiudizi nei confronti della scuola.

Cosa pensa delle scuole come il Visconti di Roma che sponsorizzano l’assenza di questo tipo di differenze?

Annoveravano, nello specifico, l’assenza di immigrati e di disabili. Ai genitori che sono spinti a iscrivere i figli in queste scuole considerate “migliori” per questi motivi, posso dire che in trent’anni di insegnamento ho capito che le classi migliori erano proprio quelle composte da persone diverse: ragazzi, ragazze, immigrati, secchioni, ripetenti, negligenti.

Molti ritengono che sia un ostacolo allo svolgimento delle lezioni e un ostacolo per gli studenti più zelanti.

Non solo i deboli hanno bisogno dei forti, ma anche i forti hanno bisogno dei deboli. A livello educativo si sente subito che una classe eterogenea è molto più formativa di una livellata su un solo grado. Sono più vicine alla vita, durante la quale si avrà a che fare con un’umanità eterogenea e non di certo solo con persone eccellenti oppure solo con persone negligenti.

Quale soluzione a queste criticità?

Comunicare una scuola positiva e il grande lavoro dei docenti. Giustamente i media enfatizzano i casi di cronaca peggiori e tutti i fallimenti, ma la scuola è fatta da milioni di persone che ogni giorno entrano in aula e fanno lezione senza problemi. Il mondo dell’istruzione è bellissimo. E molto complesso.

in “il Fatto Quotidiano” del 15 febbraio 2018

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