«La verità della scienza? Nella sua fallibilità»

Massimo Pigliucci intervistato da Andrea Lavazza

Come ogni attività umana è imperfetta e non esaurisce tutte le forme di conoscenza. Troppi ricercatori cedono allo scientismo per cui è vero solo ciò che è dimostrabile. 

Scienza senza limiti? Di fronte ai mille traguardi raggiunti dalla ricerca, molti sono tentati di rispondere affermativamente. Ma senza limiti si rischia di finire nello scientismo, ovvero in un infondato affidamento alla scienza per ogni tipo di conoscenza. Lo argomenta persuasivamente da tempo Massimo Pigliucci, scienziato di formazione, docente di filosofia al City College of New York e curatore (con M. Boudry) del recentissimoScience Unlimited? The Challenges of Scientism. Critico senza sconti di ogni fideismo, Pigliucci, romano, da decenni negli Usa, propone un approccio che eviti esiti irrazionali.

Si tende a pensare che esistano ‘una’ scienza e ‘un’ metodo scientifico chiaramente identificabili. Ma non è così. Potrebbe spiegarci perché e qual è invece la realtà?

«La scienza è un’attività umana che si è evoluta nel corso dei millenni. Aristotele faceva scienza, per esempio, quando costruiva teorie in fisica, o studiava l’anatomia dei molluschi. Ma la sua enfasi era sull’osservazione e non sull’esperimento. Galileo, invece, si basava soprattutto sugli esperimenti, sia reali sia concettuali. Newton usava la matematica migliore del tempo, mentre Darwin non l’adoperò affatto. Non solo: una cosa è se ci si occupa di fisica o chimica, cioè di scienze che non hanno una componente storica (gli elettroni sono sempre gli stessi); un’altra cosa è fare scienza storica, come la geologia, la paleontologia, e la biologia evoluzionistica. Il rapporto tra osservazioni ed esperimenti, e la connessione che entrambi hanno con la verifica delle ipotesi, è diverso. Insomma, le scienze (al plurale) sono diverse, e i loro metodi continuano a evolversi in maniera complessa. L’attività dello scienziato è estremamente pragmatica. L’unica cosa che accomuna tutte le scienze è il principio che qualunque teoria venga proposta deve essere verificabile per via di dati empirici».

A numerosi scienziati lei rimprovera di adottare lo scientismo. Come si manifesta?

«Lo scientismo è un atteggiamento, o se si preferisce un’ideologia, che riduce qualunque domanda o sfera della conoscenza alle scienze naturali: se qualcosa non è trattabile scientificamente, allora non esiste o non ha importanza. Si tratta di un approccio estremamente riduttivo alla conoscenza umana, riflesso di un atteggiamento imperialista, per così dire, nei confronti di tutte le altre discipline del sapere. Se i filosofi, i critici letterari, gli storici non si persuadono che i metodi (al plurale) delle scienze sono gli unici che hanno valore, allora vengono considerati irrilevanti. I greci avevano una parola per questo atteggiamento: hubris».

In molti lavori sostiene che lo scientismo è una pretesa eccessiva, perché restringe troppo il campo sia per metodo sia per oggetti di indagine. Che cosa resta fuori di importante?

«Rimangono fuori molti aspetti delle discipline umanistiche e delle arti. E anche, a mio parere, la logica e la matematica. Prendiamo per esempio l’etica. Consideriamo un tema spesso discusso dai filosofi morali: l’aborto. Poniamo, per esempio, che si produca un argomento razionale la cui conclusione è che l’aborto è eticamente ammissibile solo fino a quando il feto sviluppa la capacità di percepire il dolore. Il momento esatto in cui questa capacità si manifesta è una domanda scientifica, la cui risposta arriva dalla neurobiologia e dalla biologia dello sviluppo. Ma se si è in disaccordo con la conclusione (cioè che l’aborto sia accettabile fino a quel punto), non si va in laboratorio per dimostrare che la tesi è falsa. Le obiezioni saranno invece di natura prettamente filosofica. Si farebbe, quindi, filosofia informata dalla scienza, ma non scienza. (Tra l’altro, la scienza stessa è spesso informata dalla filosofia, perché gli scienziati, per lavorare, devono adottare assunti metodologici, epistemologici e anche metafisici, che non sono risultato di osservazioni ed esperimenti)». 

Perché molte persone sembrano più ‘convinte’ dallo scientismo che da altri tipi di posizioni filosofiche? C’entra la presunta evidenza oggettiva della scienza?

«Certo. La scienza oggi gode di un’altissima reputazione tra il pubblico, ed è sicuramente una reputazione meritata. (Ci sono, comunque, numerose eccezioni: basti pensare a tutti coloro che contestano i vaccini o che sono scettici sul cambiamento climatico.) Uno dei motivi per cui lo scientismo è pericoloso è che proietta un’immagine della scienza come una nuova religione, immagine che non può che nuocere alla scienza stessa. Inoltre, l’oggettività è un concetto molto più complesso e delicato di quanto molti scientisti sembrino ammettere. Per quanto di grande successo, la scienza è comunque un’attività umana, e gli esseri umani non sono mai obiettivi: soffrono di gelosie, perseguono fama e denaro, usano il potere per prevalere sui loro rivali. E gli scienziati non fanno eccezione». 

Come si risponde allo scientismo senza sacrificare la scienza?

«In due maniere: primo, sta agli scienziati presentare la scienza come un’attività fallibile, che non ha tutte le risposte, e che è aperta al dialogo e alla revisione. Secondo, con un maggiore rispetto degli scienziati per le discipline umanistiche».

Lei è un biologo diventato filosofo della scienza. Ma ha anche scritto un libro di successo sullo stoicismo ( Come essere stoici. Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna, Garzanti). Quali sono, per usare un gioco di parole, le virtù di questo orientamentoetico ed esistenziale?

Lo stoicismo è una filosofia di vita, cioè una filosofia pratica, di origine greco-romana. In breve, lo stoicismo ci insegna a diventare persone migliori perché l’enfasi è sulla pratica etica (attraverso le quattro virtù cardinali). È una filosofia cosmopolita che non riconosce confini nazionali e che sostiene l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Infine, una delle sue idee fondamentali è quella della cosiddetta dicotomia del controllo: noi controlliamo solo i nostri giudizi e le nostre intenzioni, tutto il resto può essere da noi influenzato, ma alla fine dipende più da fattori esterni. Una volta che questa dicotomia è stata interiorizzata, si vede il mondo in maniera diversa, concentrando le proprie energie su giudizi e intenzioni, e accettando il resto come viene».

in Avvenire martedì 13 febbraio 2018

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