La poetessa e il prete. Carteggio tra Marie Noël e Arthur Mugnier

Solène Tadié

Il 16 febbraio 1918 Marie Rouget, trentacinquenne in preda ad atroci dubbi sulla propria vocazione e sulle questioni metafisiche, su suggerimento di un’amica decide di scrivere alla personalità religiosa di spicco dell’alta società parigina dell’epoca, il sacerdote Arthur Mugnier, chiedendogli consigli di lettura. La giovane donna, che vive ad Auxerre, è infatti combattuta tra il naturale spirito critico ereditato dal padre filosofo e il timore di offendere la Chiesa — di cui si sente parte — leggendo libri messi all’Indice. La richiesta è per lei l’occasione di confidare il tormento e lo sconforto della propria anima, che la consumano internamente. Una condizione, questa, sempre associata al quel permanente disagio del cuore in costante ricerca di Dio, che si rammarica di non avere mai abbastanza fede.

Di sicuro Marie Rouget — che di lì a poco diventerà un’affermata poetessa col nome di Marie Noël — non si immaginava che questa lettera carica d’ansia sarebbe stata la pietra miliare di una ricca corrispondenza lunga più di vent’anni. Corrispondenza che viene oggi raccolta in un prezioso volume pubblicato in occasione dei cinquant’anni dalla morte della poetessa, avvenuta il 23 dicembre 1967. J’ai bien souvent de la peine avec Dieu (Paris, Editions du Cerf, 2017, pagine 416, euro 25) raccoglie circa duecento lettere scritte tra il 1918 e il 1943, anno della morte del sacerdote, e riveste grande valore per chi vuole scoprire più in profondità la figura di quella che Henry de Montherlant (1896-1972) considerava nel suo tempo «il più grande poeta francese vivente».

La lettura del carteggio permette innanzitutto di scoprire le dinamiche e i sentimenti che hanno esaltato il dono della poetessa, la quale ha trovato nella direzione spirituale di Mugnier un vero e proprio catalizzatore per la propria vocazione vitale. La donna soffriva infatti di quello che la sua cerchia definiva «emorragia di sensibilità», e che si manifestava attraverso gravi crisi di emotività che la costringevano spesso a ritirarsi dalla vita in società e a restare a letto. E se la costante inquietudine poteva comunque alimentare il suo slancio creativo — come succede spesso agli artisti — la creatività per esprimersi aveva bisogno comunque di essere incanalata, sostenuta e liberata.

Le risposte del sacerdote ai quesiti della donna — costantemente portata a credere il suo talento letterario incompatibile con la fede cristiana — sono di natura tale da smentire i pregiudizi del nostro tempo sugli uomini di Chiesa dell’epoca. «Legga senza scrupoli tutti i libri che la attraggono per la forma e dove il pensiero e l’arte di tutti i tempi sono restituiti al meglio» scrive fin dalla prima lettera a Noël, che esitava a leggere «i suoi amici sospetti» come Victor Hugo, Alfred de Musset, Walt Whitman e altri autori non sempre in linea con la Chiesa cattolica.

Invitandola metaforicamente a «fare il proprio miele con i fiori meno ortodossi» con la certezza che si sarebbe “mitridatizzata” col tempo, Mugnier è ben consapevole dell’assoluta necessità di non intralciare il talento letterario che la giovane donna tendeva già a soffocare: «Bisogna accettare la complessità, il caos della vita, il fatto che le cose sono sempre mescolate. Il loglio e il grano si intrecciano. Lo dice il Vangelo». Parole, queste, che ebbero un’eco durevole nell’opera della poetessa. Il monito del sacerdote secondo cui il male peggiore sarebbe stato «avere un destino incompiuto, non raggiungere il capolinea dei propri doni», sarà per l’autrice di Les chansons et les heures una liberazione che paragonerà a quella del paralitico guarito da Gesù.

Nel corso della fitta corrispondenza, la “semplice” direzione spirituale dell’inizio si trasforma poco a poco in reciproca ammirazione, e poi in profonda amicizia. Noël prenderà l’abitudine di sottoporre a Mugnier ogni nuova poesia, ansiosa di conoscere le sue impressioni, e di consultarlo ogniqualvolta sorgerà un dubbio. Nel 1929, diventato un fervido sostenitore della poetessa, Mugnier la definirà «il nostro unico, il nostro vero poeta cristiano». E con un’allusione appena velata alla loro epoca segnata insieme dall’anticlericalismo e da una regressione dei diritti delle donne, le scrive: «Se vivessimo nel Medio Evo la sua fama scorrerebbe a fiumi».

La grande scoperta del volume — che ha anche il pregio di documentare le preoccupazioni della società e del mondo letterario del periodo fra le due guerre — è senza dubbio la figura del sacerdote, uomo di grandissimo spessore intellettuale, i cui vivificanti consigli hanno il potere di rasserenare le anime più angosciate.

All’indomani dell’apertura del processo di beatificazione per Marie Noël, verrebbe da sperare che la figura di Mugnier, elemosiniere dei poeti, venga studiata più a fondo. Lo stesso scrittore Paul Valéry ricorderà l’«affascinante e venerabile» canonico come «uno dei rarissimi uomini a essere spirituali in tutti i sensi di questo termine ambiguo e a rappresentare con la finezza, la bontà, il culto delle anime e delle lettere le qualità più squisite dell’antica Chiesa di Francia».

in Osservatore Romano 13 febbraio 2018

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