Archivio mensile:febbraio 2018

Trentenni stressati. Come affrontare la crisi del “quarto di vita”

Da quella di mezza età a quella del settimo anno, ma secondo una nuova ricerca condotta da LinkedIn, oggi, c’è un altro stato di crisi che, in modo particolare in Italia incombe sui lavoratori che hanno tra i 20 e i 30 anni d’età. Quasi otto giovani professionisti su dieci (78%), infatti, hanno dichiarato di essere stati colpiti dalla cosiddetta “crisi del quarto di vita”, che li ha costretti a rivedere il loro percorso professionale e le loro scelte personali anche in maniera radicale in alcuni casi.

Lo studio su 2.000 persone in un’età compresa tra i 25 e i 33 anni realizzato per il lancio del nuovo strumento Linkedin chiamato Career Advice, ha evidenziato che la maggior parte degli under 30 del Belpaese è colpita da questa crisi intorno ai 28 anni (33%) e l’ansia maggiore a cui devono fare fronte in quel periodo è data dal non riuscire a trovare un lavoro che li appassioni davvero(43%), seguita dal non avere uno stile di vita che li soddisfi (41%) e dal non essere in grado di comprare una casa di proprietà (33%). Questi fattori sembrano provocare più stress nei giovani professionisti italiani rispetto al rimanere disoccupati (29%) e al trovare un partner (31%), dimostrando un sostanziale cambiamento nelle priorità di questa generazione.

“Il fenomeno della crisi del quarto di vita come sottolineato anche dalla ricerca, è sempre più presente tra I giovani professionisti italiani”, ha commentato Marcello Albergoni, Head of Italy di Linkedin. “Sappiamo che essere tra i 20 e i 30 anni nella società moderna può essere estremamente complesso con l’aggiunta delle pressioni che arrivano da fattori come la distorsione della realtà creata dai social media, il riuscire ad avere una casa propria e il trovare il proprio lavoro dei sogni. Senza sorprese, quindi, notiamo come poco più dei tre quarti di coloro che hanno questa età sembrano ancora in forte difficoltà e sono costantemente alla ricerca di un consiglio”.

L’analisi ha sottolineato, infatti, che nel nostro Paese il 77% dei giovani lavoratori si sente costantemente sotto pressione. Questo inevitabilmente aumenta le loro ansie e in particolare vediamo come le donne si sentano più insicure riguardo a cosa fare per la propria carriera in futuro (49%) rispetto agli uomini (36%). Il 28% di coloro che hanno risposto pensa di aver passato troppo tempo facendo il lavoro sbagliato. Il 41% degli intervistati, inoltre, si sente frustrato riguardo alle sue possibilità di carriera, mentre il 38% dice di non avere un giusto stipendio. Purtroppo, però, quando si chiede loro quali soluzioni abbiano trovato, si capisce subito come la difficoltà maggiore risieda proprio nell’essersi dovuti reinventare senza avere la possibilità di ricevere il giusto consiglio al momento giusto. Il 33% dei giovani lavoratori italiani, infatti, ha dichiarato di aver dovuto cambiare completamente la propria carriera, il 14% ha dato le dimissioni senza avere un’altra opportunità di lavoro e il 15% ha deciso di tornare a studiare. Alcuni, poi, hanno deciso di cambiare città (14%), andare all’estero (12%) o aprire una propria attività (12%).

Facendo un paragone con tutti i classici segni della crisi di mezza età,  il Dr. Alex Fowke, Senior Clinical Psychologist & Cognitive Behavioural Psychotherapist, ha definito la cosiddetta crisi del quarto di vita come “un periodo di insicurezza, incertezze e nervosismo riguardo alla propria carriera, alle relazioni e alla propria situazione finanziaria, che solitamente i giovani lavoratori vivono in un’età compresa tra i 25 e i 33 anni”.

In media, questo tipo di crisi si protrae per un periodo di circa 6 mesi. Una criticità di cui i professionisti italiani si sono resi conto, a tal punto che più della metà degli intervistati vorrebbe ricevere suggerimenti concreti per il proprio percorso lavorativo, ma non sa dove trovarli (59%) e non sorprende quindi che i tre più importanti distributori di consigli siano individuati nella famiglia (50%), nei partner (48%) e negli amici (47%). I quali, però, pur potendo dare i migliori consigli del mondo, non sembrano essere considerati dagli stessi lavoratori sufficientemente qualificate per dare suggerimenti che si basino sulla reale situazione del mercato del lavoro di oggi, fornendo così una valida soluzione. LinkedIn, attraverso il nuovo strumento Career Advice, collega I suoi oltre 530 milioni di utenti con persone che hanno una grande varietà di conoscenze, competenze e risorse nei loro rispettivi settori d’interesse. Attraverso questo nuovo strumento, così, gli utenti saranno in grado di consultarsi con esperti del settore per ottenere consigli su come muoversi al meglio per il proprio futuro lavorativo, cambiare ambito professionale o aumentare le proprie competenze, aiutandoli in maniera concreta a superare la crisi del quarto di vita. .

Così, per aiutare i giovani professionisti a seguire questa direzione e a non lasciarsi sfuggire questa occasione LinkedIn ha pensato di fornire qualche utile consiglio:

1. Smettila di paragonare te stesso agli altri
Un modo sicuro per alimentare il nervosismo e l’insoddisfazione è confrontare la propria situazione professionale con i propri colleghi. Ricordatevi che tutti sono a un punto differente della loro carriera, quindi evitate di confrontare voi stessi con gli altri – qualunque sia la vostra definizione di successo e qualunque cosa vi renda felici – è sufficiente.

2. Fate un passo indietro e individuate la strada giusta
E’ normale essere in difficoltà con tutta la pressione che bisogna sostenere a cuasa delle aspirazioni professionali e familiari, soprattutto se si è troppo immersi in questo contesto. Fate un passo indietro e scrivete su un foglio ciò che davvero vi rende più nervosi, cosa sia da salvare, cosa non vi permetta di essere felici nel vostro settore o nelle vostre relazioni personali. Questo vi consentirà di risolvere il problema, aiutandovi ad avere un migliore approccio per parlare con gli altri.

3. Siate gentili con voi stessi
Entrare nella crisi del quarto di vita può essere un processo difficile e portato all’estremo dal fatto che voi diventiate i vostri peggiori critici. Ricordate a voi stessi che questa però può anche essere un’esperienza positiva che addirittura potrebbe permettervi di cambiare e progredire, sia con la carriera, sia con la vostra vita privata, rendendovi se possibile più felici per il futuro. Come potete vedere dalla ricerca, la crisi non durerà per sempre!

4. Parlate con gli altri
E’ importante discutere della propria insoddisfazione. Parlare con gli altri di determinati problemi non vi permette solo di razionalizzare meglio la situazione, ma vi aiuta anche a trovare la soluzione. Se pensate che sia ottimo che I vostri amici e familiari ci siano per supportarvi, dovete capire anche che è bene avere un parere incondizionato, soprattutto da qualcuno che ha esperienza nel vostro settore. Con il nuovo strumento di Linkedin, Career Advice, sarete in grado di connettervi facilmente con un ampia gamma di mentori che potranno offrirvi una prospettiva reale e buoni consigli – dato che anche loro da giovani saranno stati nella vostra stessa posizione!

5. Fate ricerche

Una volta che avrete discusso la vostra situazione con le persone giuste, è importante andare avanti e cercare le vostre opzioni e, ancora più importante, le vostre passioni. Anche se iniziate una nuova carriera altrove, cominciate a viaggiare o cambiate ruolo – è necessario essere consapevoli delle proprie possibilità.

Redazione ANSA 28 febbraio 2018

Giovani. Siano posti al centro della attenzione e dell’amore degli adulti

Bruno Forte

1. Perché i giovani al centro dell’attenzione e del cuore?

Dopo le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi dedicate alla famiglia, Papa Francesco ha indetto un Sinodo su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si terrà a Roma nel prossimo ottobre. La scelta del tema è in continuità con la riflessione sulla famiglia: scuola di umanità dove la persona cresce e impara a relazionarsi agli altri, al mondo e a Dio, la famiglia è anche il grembo vitale in cui i giovani si preparano alla vita. Si può dire che essi tanto più maturano in consapevolezza e libertà, quanto più si sentono accolti e accompagnati dalla loro famiglia, aiutati dai loro cari a discernere la loro strada e ad integrarsi nella società civile e nella comunità cristiana. D’altra parte, i giovani procurano alle loro famiglie motivazione, slancio, affetto e quelle preoccupazioni che l’amore vero non può né deve mai evitare. Non solo oggetto di attenzione e di cure, i giovani sono soggetto di amore, fonte di speranza e di consolazione per chi li ama, anche quando con le loro attese o le loro intemperanze sfidano la capacità di amarli di chi ha dato e dà loro ogni giorno tenerezza, vicinanza e sostegno. Sui giovani, sulla loro crescita, sul loro diventare capaci di impegno attivo, serio, perseverante nei diversi ambiti dell’esistenza, si gioca il futuro dell’umanità, e perciò anche il futuro della comunità cristiana, chiamata a essere fermento e sorgente di vita e di speranza della famiglia umana. Perciò, mettere i giovani al centro della nostra attenzione e del nostro cuore vuol dire non solo amarli e dare loro fiducia, ma anche acconsentire a che essi ci sfidino, provocandoci a diventare migliori, più generosi e aperti al futuro, più affidati alla fedeltà e alla inesauribile provvidenza del Dio eternamente giovane. È l’impegno che propongo a noi tutti per questa Quaresima 2018.

2. I giovani destinatari e protagonisti.

San Giovanni Bosco, che è stato uno straordinario educatore e un grande amico dei giovani, non esitava ad affermare: “Nelle cose che tornano a vantaggio della gioventù in pericolo o servono a guadagnare anime a 2 Dio, io corro avanti fino alla temerità” (Memorie biografiche XIV, Cap. XXVIII, 662). Nella stessa linea il Documento preparatorio del prossimo Sinodo dice: “La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cf. 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cf. Ger 1,4-10), ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravvedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere” (Introduzione). Significativa è la reciprocità che sin dall’inizio del cammino verso il Sinodo Papa Francesco ha voluto si stabilisca con i giovani: essi non saranno solo l’oggetto della riflessione, volta ad approfondire le vie per trasmettere loro il dono della fede e aiutarli nel discernimento della propria risposta alla chiamata rivolta dal Signore a ciascuno, ma dovranno essere protagonisti e interlocutori significativi, capaci di aiutare i pastori e la Chiesa tutta a meglio riconoscere e interpretare i segni dei tempi e a corrispondervi con fede e amore. Una scelta e un metodo che mi sembrano in totale sintonia con le parole citate di don Bosco: i giovani, destinatari del nostro impegno di fede e d’amore, sono al tempo stesso i primi protagonisti del futuro che dobbiamo costruire tutti insieme, quelli che ci spingono a “correre avanti fino alla temerità”.

3. Famiglia e giovani.

La famiglia è la prima comunità chiamata ad educare i giovani. Papa Francesco, nell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, seguita alle assemblee sinodali sulla famiglia, scrive in proposito: “Si tratta di generare processi più che dominare spazi. Se un genitore è ossessionato di sapere dove si trova suo figlio e controllare tutti i suoi movimenti, cercherà solo di dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo preparerà ad affrontare le sfide. Quello che interessa principalmente è generare nel figlio, con molto amore, processi di maturazione della sua libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia” (Amoris Laetitia, n. 261). Una gradualità nelle esigenze da proporre ai giovani è perciò necessaria: “Quando si propongono i valori, bisogna procedere a poco a poco, progredire in modi diversi a seconda dell’età e delle possibilità concrete delle persone, senza pretendere di applicare metodologie rigide e immutabili. I contributi preziosi della psicologia e delle scienze dell’educazione mostrano che occorre un processo graduale nell’acquisizione di cambiamenti di comportamento, ma anche che la libertà ha bisogno di essere incanalata e stimolata, perché abbandonata a sé stessa non può garantire la propria maturazione” (n. 273). La famiglia “è l’ambito della socializzazione primaria, perché è il primo luogo in cui si impara a collocarsi di fronte all’altro, ad ascoltare, a condividere, a sopportare, a rispettare, ad aiutare, a convivere. Il compito educativo deve suscitare il sentimento del mondo e della società come ambiente familiare, è un’educazione al saper abitare, oltre i limiti della propria casa. Nel contesto familiare si insegna a recuperare la prossimità, il prendersi cura, il saluto. Lì si rompe il primo cerchio del mortale egoismo per riconoscere che viviamo insieme ad altri, con altri, che sono degni della nostra attenzione, della nostra gentilezza, del nostro affetto” (ib. n. 276). Certamente, educare in famiglia è un’arte difficile: “Molti genitori soffrono un senso di solitudine, di inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si tratta di un isolamento anzitutto sociale, perché la società privilegia gli individui e non considera la famiglia come sua cellula fondamentale. Padri e madri faticano a proporre con passione ragioni profonde per vivere e, soprattutto, a dire dei ‘no’ con l’autorevolezza necessaria. Il legame con i figli rischia di oscillare tra la scarsa cura e 3 atteggiamenti possessivi che tendono a soffocarne la creatività e a perpetuarne la dipendenza” (ib.). Nonostante questi aspetti di fragilità, la famiglia resta però il soggetto primario per la trasmissione della fede e l’educazione al discernimento vocazionale: c’è un’impronta che essa sola può dare e che impegna la comunità cristiana a sostenere i genitori nel loro ruolo di educatori, promuovendone la formazione e il reciproco sostegno.

4. Le grandi domande e il senso della vita.

I giovani cresceranno in pienezza se sapranno porsi le grandi domande sul senso e il valore della vita e saranno aiutati a comprendere il disegno che Dio ha su ciascuno di loro e a realizzarlo con fiducia e con amore. È ancora don Bosco a indicarci la strada da seguire, riassunta nella formula “prevenire, non punire”: “Il sistema preventivo sia proprio di noi. Non castighi penali; non parole umilianti, non rimproveri severi in presenza altrui. Ma dolcezza, carità e pazienza… Si faccia sempre in modo che coloro che siano avvisati, diventino amici nostri più di prima, e non partano mai avviliti da noi” (Lettera a don Giacomo Costamagna, 10 Agosto 1885). Risulta fondamentale educarci tutti e formare in particolare i giovani all’arte della ricerca e del discernimento, della lettura cioè dei segni di Dio nella vita e nella storia, per poter corrispondere ad essi con fiducia e passione. Scrive Papa Francesco: “Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà” (Amoris Laetitia, n. 305). Con fiducia e amore, con pazienza e umiltà, i giovani e quanti si impegnano ad educarli devono dialogare, ascoltarsi reciprocamente e individuare insieme le vie di Dio perché ciascuno trovi la propria strada nella vita e la percorra con gioia e con frutto.

5. Interroghiamoci con e per i giovani.

Concludo la mia proposta di riflessione ponendo a tutti noi, a cominciare dai giovani a me tanto cari, alcune domande, che potranno aiutare la revisione della nostra vita al servizio delle giovani generazioni, valorizzando il loro contributo: ci sforziamo di coniugare il realismo nella lettura dei problemi e la misericordia nelle indicazione per affrontarli, sul modello della carità che ardeva nel cuore di Cristo e dei tanti Santi educatori dei giovani? Il nostro linguaggio è tale che i giovani possano comprenderci e loro e le loro famiglie possano sentirsi raggiunti dalla nostra simpatia e dal nostro amore? Siamo capaci di testimoniare ai giovani l’entusiasmo della fede attraendo la loro mente e il loro cuore all’esperienza della bellezza di Dio, che supera ogni bellezza? Siamo pronti a spenderci senza risparmio per amore dei giovani, costruendo con loro fra le case degli uomini la città di Dio? Ai giovani poi vorrei chiedere: siete disposti a interrogarvi sul senso della vostra vita e a essere protagonisti del vostro domani in dialogo con chi vi ha preceduto? Quale bellezza il vostro cuore cerca, quella del consumismo, che sembra saziare ma poi lascia vuoti, o quella di un amore grande, che occupi tutti gli spazi dell’anima e inviti a scelte generose ed esigenti, come è solo l’amore di Dio? Sapete che il Signore Gesù ha chiamato e chiama a seguirlo nella via della fede e dell’amore tanti giovani come voi, che in Lui hanno trovato la forza di amare e la vera gioia? Il Dio in cui crediamo è l’amico dei giovani, non il loro concorrente, è il loro vero garante e salvatore. Nel Suo progetto su ciascuno di voi al primo posto c’è la chiamata alla solidarietà, alla responsabilità verso gli altri e verso il creato, e finalmente all’amore. La sfida da proporre ai giovani, allora, è quella a riconoscersi e volersi pienamente umani, non 4 nella solitudine dell’egoismo sazio e prigioniero di sé, ma nella comunione di un patto di solidarietà e di alleanza con gli altri e col Dio vivente, il cui amore tutto avvolge e di tutto è misura piena e definitiva. Che questo vada proposto con chiarezza e convinzione ai giovani mi sembra impegno assolutamente urgente per tutti, credenti e non credenti. Lo aveva intuito in maniera penetrante il Concilio Vaticano II, la cui parola resta una sfida ancora attuale e urgente alla coscienza di tutti: “Legittimamente si può pensare che il futuro della umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza” (Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 31). Perciò, vorrei stimolare tutti, ciascuno secondo le proprie capacità e possibilità, a impegnarsi al servizio dei giovani e ad organizzare insieme con loro la speranza di un mondo migliore, per tirare nel nostro presente qualcosa del futuro promesso da Dio e della sua infinita bellezza.

6. In preghiera.

Chiudo questa riflessione con una preghiera che ho scritto per i giovani, invitando soprattutto loro a farla propria con fiducia, speranza e amore: Signore, aiutami a comprendere che il vero, grande viaggio della mia vita è quello verso la profondità di me stesso, dove Tu, che mi hai creato, mi attendi per dirmi parole d’amore e aiutarmi a comprendere e realizzare il progetto che da sempre hai pensato per me. Fa’ che io non fugga davanti al fuoco del Tuo amore, accetti anzi di arrendermi al Tuo abbraccio per andare non dove forse avrei voluto, ma dove è bene per me e per coloro cui mi mandi e che mi affidi. Fa’ che io sappia dirTi con umiltà e coraggio: Eccomi! – come un giorno disse, rispondendo all’Angelo dell’annuncio, la giovane donna Maria. Sia lei, come tenera madre, ad accompagnare questa consegna di tutto me stesso a Te, per lasciarmi condurre con docile fiducia ai pascoli della vita che hai preparato per me. E fa’ che riconosca nella Tua Chiesa, comunità di fratelli e sorelle uniti nel Tuo amore, il grembo vitale dove il mio sì diventerà possibile e la mia gioia piena, nel tempo e per l’eternità. Allora, riconoscerò rivolta a me la Tua parola di promessa e di missione, e il Tuo sogno si compirà nella mia vita per i sentieri dove Tu mi condurrai e in coloro cui mi invierai, che attendono il mio sì a Te per ricevere il dono che cambierà loro il cuore e la vita, dandoci la felicità per la quale dall’eterno ci hai chiamato ad esistere e che il Vangelo del Tuo Figlio non cessa di annunciarci e offrirci nella forza del Tuo Spirito d’amore. Amen. Alleluia!

(Messaggio per la Quaresima 2018, Chieti-Vasto)

Catalogna, dalle radici cristiane un contributo per rappacificare il Paese

Andrea Tornielli

Invitiamo «tutti a compiere uno sforzo per ricostruire la fiducia reciproca in una società come la nostra, che offre una grande pluralità culturale, politica e religiosa. La coesione sociale, l’armonia, il sentirsi più vicini gli uni agli altri e il rispetto dei diritti di tutte le persone che vivono in Catalogna devono essere uno dei nostri obiettivi prioritari in questo momento». Non bisogna «ignorare né trascurare» che «esiste un problema politico di primo ordine» per il quale occorre trovare «una soluzione giusta», che «sia accettabile per tutti, attraverso un grande dialogo nella verità, con generosità e nella ricerca del bene comune di tutti».

Lo affermano i dieci vescovi delle diocesi catalane in una lettera diffusa all’inizio della Quaresima. I pastori della Catalogna, dopo i dolorosi eventi dell’anno scorso – l’autoproclamato referendum per l’autonomia, la dura repressione voluta dal governo spagnolo, la dichiarazione di indipendenza e la fuga del presidente Carles Puigdemont in Belgio – incoraggiano i parlamentari catalani eletti il 21 dicembre 2017 a «promuovere meccanismi democratici per la formazione di un nuovo governo della Generalitat che agisca con senso di responsabilità verso tutto il Paese» e si adoperi per «superare le conseguenze della crisi istituzionale, economica e sociale in cui viviamo». I vescovi catalani nella lettera citano anche «la detenzione preventiva di alcuni ex membri del governo e di alcuni leader di organizzazioni sociali»: senza entrare nello specifico, i pastori catalani chiedono «una seria riflessione su questo fatto, al fine di favorire il clima di dialogo di cui abbiamo tanto bisogno». Difendendo anche «la legittimità morale delle opzioni per la struttura politica della Catalogna che sono basate sul rispetto per l’inalienabile dignità delle persone e dei popoli e difese pacificamente e democraticamente».

Lo scontro con il governo di Madrid che ha portato al referendum dichiarato anticostituzionale ma ugualmente celebrato, insieme alle immagini della dura repressione dei cittadini avvenuta in alcuni seggi da parte dei militari spagnoli, hanno lasciato una ferita profonda nella società catalana. Una società da tempo attraversata da fermenti antireligiosi, che non rappresentano affatto una novità: per constatarlo basta documentarsi su quale prezzo i cattolici hanno pagato durante la guerra civile degli anni Trenta e quante siano state le chiese distrutte dagli uomini del Fronte popolare repubblicano.

Eppure proprio la memoria condivisa di quelle sofferenze, e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e religioso presente in una regione tradizionalmente aperta e accogliente rappresenta la migliore risposta per affrontare da un punto di vista nuovo difficoltà politiche, aspirazioni indipendentiste, accordi possibili basati sul dialogo e su posizioni condivise. Nel 2022 Manresa, splendida città medioevale a poche decine di chilometri da Barcellona, celebrerà i 500 anni dell’arrivo di sant’Ignazio, proveniente da Loyola. Che qui rimase quasi un anno, dormendo in un ospizio per poveri e ritirandosi quotidianamente a pregare in una grotta nella quale iniziò a concepire quelli che sarebbero diventati gli Esercizi tipici della spiritualità gesuita.

Nella città catalana, sovrastata dalla cattedrale gotica del Trecento dedicata alla Madonna e chiamata “la Seuˮ, la “sedeˮ, perché i manresani avevano sperato – invano – che diventasse sede episcopale, le autorità civili e religiose propongono già da ora la possibilità di un pellegrinaggio “Camino Ignacianoˮ, ripercorrendo il tragitto compiuto dal santo fondatore dei gesuiti. A Manresa ci sono 22 luoghi legati alla vita e alla permanenza di sant’Ignazio. Il più noto è certamente il Santuario della Grotta (“la Cuevaˮ), sovrastato dalla grande costruzione del centro di spiritualità ignaziana, un “polmoneˮ spirituale che attira migliaia di studenti, giovani, pellegrini, religiosi e religiose.

In questo luogo Ignazio, dopo aver abbandonato la vita politica e militare per dedicarsi alla vita contemplativa, era arrivato nel 1522 durante il pellegrinaggio da Loyola, sua terra natale, a Gerusalemme. Qui, secondo il suo stesso racconto, il fondatore dei gesuiti aveva vissuto alcune esperienze mistiche che hanno assunto un significato chiave nella redazione della sua opera più importante, gli Esercizi Spirituali. Viveva da povero penitente, era caduto malato, e aveva trovato assistenza presso alcune famiglie della città. Tra le testimonianze storiche sopravvissute all’orda distruttiva della guerra civile, c’è una la piccola chiesa che ingloba l’antico ospedale dove Ignazio trovava rifugio insieme ai poveri.

Ma la città, vero cuore della Catalogna, vale la visita anche al di là del percorso ignaziano, per l’offerta di musei, luoghi di ritrovo, occasioni culturali e per la strada medioevale sotterranea conservatasi esattamente come si presentava più di 700 anni fa.

Dalla “cuevaˮ di Manresa, dalla grotta dove trascorreva lunghe giornate di preghiera, sant’Ignazio poteva ammirare di fronte a sé la catena montuosa formata di meteriale sedimentario addolcito e arrotondato dall’acqua e dal tempo, al cui interno, incastonato, sorge il monastero benedettino di Montserrat (che tradotto significa “monte tagliatoˮ, perché gli angeli lo avrebbero sezionato così da creare un trono per la Vergine). È il santuario catalano più famoso dedicato alla Madonna patrona della Catalogna, che sorge nel luogo dove si trovavano i rifugi di alcuni eremiti. Monastero benedettino dall’XI secolo, è stato raso al suolo da Napoleone e poi ricostruito. I monaci lo dovettero abbandonare durante la guerra civile che vide alcuni di loro subire il martirio.

A mille anni dalla sua fondazione è meta continua di pellegrinaggi per la devozione che in Catalogna, in Spagna e nel mondo viene tributata alla Vergine di Montserrat. Ogni fine settimana migliaia di persone si riversano nei grandi spazi del complesso dal quale si gode di una vista strepitosa verso Barcellona e verso il mare. Proprio questa caratteristica popolare, che unisce e accomuna, rappresenta un valore nel difficile momento che la Catalogna sta vivendo.

in “La Stampa Vatican Insider” del 28 febbraio 2018

 

 

Arabia Saudita. Colf straniere come schiave: in vendita su Twitter

Antonella Mariani 

Una notizia positiva e un’altra negativa dall’Arabia Saudita. Quella buona è che una donna è entrata a far parte del governo, in seguito a un mini-ribaltone causato dall’insoddisfazione di re Salman riguardo all’andamento della guerra nello Yemen: Tamadhir bint Yosif Al Rammah è la nuova vice ministra del Lavoro. Non accadeva dal 2009, quando un’altra donna fu chiamata a occuparsi di Educazione. Rigorosamente come vice-ministro.

La notizia cattiva è anche la prima grana di cui si dovrà occupare la stessa Tamadhir: una faccenda di collaboratrici familiari straniere trattate più o meno come schiave, messe in vendita sui social come in Occidente si cedono una bicicletta o un’auto usata. Donne che non fanno bene i mestieri, o che non hanno creato legami positivi con i figli, o che non riescono a imparare l’arabo, o semplicemente non più giovanissime, si ritrovano con tanto di fotografia sugli account Twitter dei loro «padroni».

I primi annunci sono apparsi alla fine dello scorso anno, poi, visto il buon andamento del business, sono stati raggruppati in account dedicati e infine si sono trasferiti dal digitale alle bacheche dei centri commerciali. «Cedesi domestica, 26enne, brava in cucina e disponibile con i bambini. Prezzo: 4.500 euro compreso il trasporto»; questo è uno dei tanti annunci pubblicato da una famiglia saudita. Si specifica anche la paga: la media oscilla intorno all’equivalente di 400 euro. Talvolta è previsto anche un periodo di cessione temporanea, una sorta di prova «soddisfatti o rimborsati» in cui la lavoratrice non ha alcuna voce in capitolo. Il fatto è che gli stranieri per poter soggiornare in Arabia Saudita hanno bisogno di un garante locale: nel caso delle domestiche, sono le famiglie stesse, che quindi dispongono di un potere quasi assoluto su di loro. I soldi richiesti negli annunci di compravendita delle colf sono una sorta di prezzo di avvio, una «compensazione» per le spese sostenute dai datori di lavoro per i documenti e per le spese di viaggio.

Il caso è esploso perché alcuni Paesi di provenienza delle colf come Bangladesh, Filippine e Vietnam hanno protestato. In Marocco la stampa ha riportato l’indignazione di alcune associazioni per la difesa dei diritti delle donne. Le autorità saudite hanno assicurato che apriranno un’inchiesta. Ma nel frattempo, informano le agenzie di stampa, la compravendita di collaboratrici familiari continua a prosperare: cosa ne pensa la neo vice-ministra Tamadhir?

in AVVENIRE martedì 27 febbraio 2018

Legalità e scuola. Migliaia di studenti in marcia a Palermo contro la mafia

Ribadire il proprio ‘no’ alla mafia, marciando insieme studenti e genitori, nonni e nipoti, sindaci, sacerdoti. Come 35 anni fa. In migliaia si sono dati appuntamento a Bagheria, davanti alla scuola “Carducci”, per marciare fino a Casteldaccia lungo quella via dei Valloni, oggi “via della Marcia Antimafia” un tempo scelta dai killer della criminalità organizzata e dai latitanti come strada di fuga.
“Ricordare la prima marcia antimafia di trentacinque anni fa e rifarla oggi – spiega Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre – significa fornire ai giovani di oggi non solo la memoria di un esempio, cioè la prima rivolta di popolo contro le mafie fino allora combattuta dai contadini e dagli operai sostenuti dalle sinistre, ma uno strumento di comprensione del loro presente per costruirsi un futuro libero dalle mafie, dalle diseguaglianze, da ogni ingiustizia sociale e violenza. Qualche mese fa, otto commercianti di Bagheria hanno denunciato i loro estortori, mettendo a nudo diversi traffici illegali”. “Tutto ciò – continua Lo Monaco – 35 anni fa era impensabile. In questo quadro è bene sottolineare i passi avanti dell’antimafia sociale concreta che ha messo in crisi quella autoreferenziale, di cartone, utile solo a sbandierare fumo e a rivendicare qualche misero vantaggio politico o mediatico”. Alla marcia era presente anche l’Arcivescovo di Palermo, don Corrado Lorefice che ha sottolineato come quest’anno ricorra anche il 25esimo anniversario di quel “Convertitevi!”, rivolto da Giovanni Paolo II ai mafiosi dalla Valle dei templi. “A voi giovani – ha detto don Lorefice – chiedo di spingere, spronare e criticare, se serve, gli adulti, le istituzioni, la stessa Chiesa per far sì che dalla vostra spinta, nasca una società più equa e più giusta”. Alla manifestazione è arrivato anche un messaggio del Presidente della Regione, Nello Musumeci che sottolinea come la marcia sia “un’occasione di testimonianza e partecipazione civile, un segno di inequivocabile valore per le Istituzioni e per tutto il territorio siciliano. L’impegno nella lotta alla mafia è un caposaldo imprescindibile per chiunque si riconosca in un disegno sociale improntato alla democrazia e alla giustizia”. Fitto il cartello di enti e associazioni che hanno aderito da ANCI Sicilia, con i sindaci del comprensorio ai sindacati Cgil, Cisl, Uil, e poi l’Arcidiocesi di Palermo, la Caritas, le associazioni studentesche e culturali, il Consorzio Sviluppo e Legalità, Erripa, Avviso Pubblico e Articolo 21.

in ANSA 26 febbraio 2018

INFORMAZIONE. I mezzi preferiti dagli italiani per il suo “consumo”.

AGCOM

Riportiamo quasi per intero la sintesi del “Rapporto sul consumo di informazione“, appena pubblicato (febbraio 2018) da AGCOM, l’Agenzia per le Garanzie nelle Comunicazioni. Si tratta di un documento interessante in quanto evidenzia la fonte primaria alla quale si rivolgono gli italiani per avere informazioni ma anche per maturare orientamenti utili alle loro scelte politiche. I media, infatti, hanno grande rilevanza sociale e sono in grado di influire su gli aspetti essenziali della vita democratica.

Dal Rapporto emerge che:

  • La quasi totalità della popolazione italiana accede ai mezzi di comunicazione anche al fine di informarsi e oltre l’80% dei cittadini accede all’informazione regolarmente (tutti i giorni).

  • La dieta informativa degli Italiani è caratterizzata da uno spiccato fenomeno di cross-medialità, che oramai riguarda oltre i tre quarti della popolazione italiana. Solo la televisione resiste ancora come mezzo dotato di un suo bacino (circa l’8% della popolazione) di utenza esclusiva (cd. captive). Rimane, infine, una nicchia di Italiani (circa il 5%) che non si informa affatto (almeno non attraverso i mezzi di comunicazione di massa).

  • La televisione si conferma il mezzo con la maggiore valenza informativa, sia per frequenza di accesso anche a scopo informativo, sia per importanza e attendibilità percepite. I quotidiani, benché consultati per informarsi tutti i giorni da meno del 20% di individui, guadagnano terreno se si considera una frequenza di lettura meno ravvicinata nel tempo, raggiungendo ancora livelli di accesso non eccessivamente distanti da quelli di Internet e della radio.

  • La forza informativa di Internet è in ascesa: sempre più persone si affidano al mezzo anche per reperirvi informazioni (tanto da farlo balzare al secondo posto per frequenza di accesso quando la finalità d’uso è informativa) e oltre un quarto della popolazione lo reputa il più importante per informarsi. Tuttavia, l’attendibilità, percepita delle fonti informative online, rimane mediamente inferiore rispetto all’affidabilità riscontrata per le fonti tradizionali.

Le analisi empiriche sull’accesso all’informazione e sulle modalità di consumo dei contenuti informativi hanno evidenziato, inoltre, ulteriori aspetti salienti:

  • In considerazione della crescente diffusione di dispositivi tra il pubblico e del moltiplicarsi delle occasioni di fruizione, cambiano i modelli di consumo dei media e dell’informazione. Se, da un lato, la possibilità di accedere a più mezzi (in molteplici modi e momenti) innalza la possibilità di esposizione all’informazione, dall’altro, l’emergere di abitudini di consumo come simultaneità negli usi dei media e frammentazione (di audience, tempo e contenuti) possono favorire un consumo superficiale e disattento delle notizie, e accrescere il rischio di disinformazione.

  • Si riscontra l’esistenza di fattori individuali che portano alla divisione in gruppi diversi nell’accesso all’informazione, con conseguenti rischi di esclusione o marginalizzazione mediale di determinate fasce della popolazione. In particolare, istruzione e condizione economica appaiono poter perimetrare nicchie sociali che rischiano, nel caso di bassi livelli scolastici e reddituali, di essere marginalizzate nell’attuale ecosistema informativo. In tal senso, anche in un contesto in cui aumentano accesso e cross-medialità, appaiono auspicabili azioni di policy volte all’inclusione mediale, quali quelle atte a favorire l’educazione ai media di fasce sociali potenzialmente escluse.

  • Una specifica analisi sul consumo informativo dei soggetti minorenni ha evidenziato un sistema sociale almeno duale: per un verso, esistono porzioni di minori che non si informano o si informano mediante un solo mezzo – e che portano a interrogarsi sul processo di educazione all’informazione per le nuove generazioni –, per altro verso, si osserva viceversa l’esistenza di altri gruppi di minori con consistente ricorso a una pluralità di mezzi e fonti di informazione.

Considerato il consolidarsi di Internet quale fonte primaria di informazione per i cittadini, il Rapporto ha previsto uno specifico approfondimento sulle nuove dinamiche relative al consumo di notizie in rete da parte degli Italiani, evidenziando che:

  • Gli Italiani accedono all’informazione online prevalentemente attraverso fonti cd. algoritmiche (in particolare social network e motori di ricerca), consultate dal 54,5% della popolazione, mentre si registra una minore fruizione delle fonti editoriali (siti web e applicazioni di editori tradizionali e nativi digitali). Peraltro, il 19,4% della popolazione indica una fonte algoritmica come la più importante all’interno della propria dieta informativa. Spicca, in special modo, la rilevanza accordata a motori di ricerca e social network, che rappresentano rispettivamente la terza e la quarta fonte informativa più volte reputata come la più importante per informarsi, considerando la totalità dei mezzi di comunicazione (classici e online).

  • Tra le fonti algoritmiche, tuttavia, si riscontra una minore affidabilità percepita, in particolare per i social network, ritenuti affidabili o molto affidabili da meno del 24% di chi li consulta per reperirvi informazioni.

  • Internet svolge un ruolo di primo piano nella dieta mediatica dei soggetti minorenni. Circa un quarto dei minori o non si informa, o lo fa utilizzando un solo mezzo di informazione, che molto spesso è proprio il web. I minori, peraltro, si rivelano grandi consumatori di social network a scopi informativi: infatti, più della metà di coloro che si informano su Internet li utilizza a tale scopo (55,8%).

L’esame delle caratteristiche e delle modalità di fruizione per scopi informativi delle fonti governate da algoritmi, in particolare dei social network, ha messo in evidenza luci e ombre, riconducibili principalmente alla varietà e pluralità delle fonti online, da un lato, e alla scarsa riconoscibilità dell’informazione in rete e alla tendenza degli utenti del mezzo alla polarizzazione ideologica, dall’altro:

  • Esiste una vasta pluralità di fonti online che si differenziano per tipologia di editore (tradizionale, nativo digitale), fase nella catena produttiva e distributiva dell’ecosistema informativo (editori, blog, piattaforme), modalità di diffusione (editoriale e algoritmica), reputazione del marchio.

  • Poiché le piattaforme costituiscono spesso veri e propri gatekeeper per l’accesso all’informazione, esse rappresentano per gli editori e per i consumatori una porta di ingresso all’informazione sempre più importante.

  • In particolare, in un contesto caratterizzato dallo “spacchettamento” del prodotto informativo e da una fruizione frammentata dei contenuti (articoli, commenti, video, post, ecc.), le piattaforme digitali fungono da intermediari per l’accesso all’informazione online da parte dell’individuo, accesso che molto spesso è frutto anche dell’incidentalità e casualità della scoperta delle notizie da parte dello stesso cittadino, che peraltro rischia di non avere piena consapevolezza circa la natura e la provenienza dell’informazione.

  • L’analisi della relazione sussistente tra la polarizzazione ideologica degli utenti dei social network e le loro attività in rete ha mostrato come la polarizzazione possa avere un effetto significativo sul maggior impegno (engagement) nei confronti delle notizie divulgate dai social network. Il legame tra lo svolgimento di tutte le azioni informative sui social network (incluse quelle azioni a più alto tasso di coinvolgimento dell’utente) e la polarizzazione ha evidenti riflessi sul concretizzarsi di fenomeni di diffusione di posizioni radicalizzate e creazione di bolle ideologiche.

  • Anche in virtù delle competenze dell’Autorità in materia, una parte del Rapporto e stata dedicata all’accesso e al consumo di informazione politico-elettorale, elemento quest’ultimo cruciale per la libera formazione dell’opinione pubblica. Al riguardo, lo studio ha rilevato che:

  • La graduatoria della frequenza di accesso dei mezzi utilizzati per reperire informazioni non cambia quando si tratta di notizie di politica, per cui la televisione e Internet si confermano quali fonti privilegiate dagli Italiani. Tuttavia, si riscontra come, nel caso di informazione politica, il cittadino presenti un percorso di consumo delle notizie meno ampio e articolato, ovvero meno cross-mediale e ibrido tra i diversi mezzi, rispetto al consumo informativo a carattere generale.

  • Emerge una relazione di fiducia tra cittadini e fonti di informazione: quanto più queste ultime sono scelte quali primarie nell’accesso alle notizie di attualità (internazionali, nazionali e locali), tanto più probabilmente vengono usate dai cittadini per formarsi un’opinione politica.

    Gli individui più schierati dal punto di vista ideologico ricorrono in maniera piuttosto ampia ad Internet come mezzo di comunicazione per informarsi sulle scelte politico-elettorali, secondo dinamiche che portano alla formazione delle cosiddette echo chamber, caratterizzate da individui che discutono solo all’interno di una cerchia di persone vicine ideologicamente, ricalcando e acuendo le problematiche di esposizione selettiva e confirmation bias. Si osserva che la polarizzazione opera già a livello di selezione del mezzo, per poi “viralizzarsi” a seguito delle azioni compiute sui social network dagli utenti più attivi e del concomitante operare di algoritmi personalizzati che appaiono favorire l’emergere di bolle ideologiche.

1971 – Ucciso il Procuratore Scaglione, ma nessuno parla di mafia

Umberto Folena

La mattina del 5 maggio 1971 il procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione, sta tornando dal cimitero dove è andato a pregare sulla tomba della moglie, morta quattro anni prima. Alla guida della 1500 c’è l’agente Antonino Lo Russo. Che cosa accade esattamente in via Cipressi, quartiere Ziza, nessuno lo vorrà dire. Scaglione e Lo Russo muoiono ammazzati, crivellati di colpi. È stata la mafia? Certamente. Ma allora, nella Palermo (e nell’Italia) del 1971, non è così semplice…

«Agguato a Palermo. Alto magistrato ucciso» è il titolo di Avvenire del 6 maggio. E subito, nella cronaca non firmata, si denuncia il clima di omertà, figlio di paura, terrore o connivenza: «Le prime difficoltà sorgono al momento di stabilire esattamente l’accaduto. Sembra impossibile, ha affermato uno dei funzionari che partecipano all’inchiesta, che non si riesca a trovare un solo testimone in grado di ricostruire il duplice delitto, probabilmente avvenuto sotto gli occhi di decine di persone».

Chi era Scaglione? Giunto a 65 anni, stava per trasferirsi a Lecce. La sua carriera palermitana era ormai chiusa. E allora? Gianni Flamini su Avvenirescuote il capo: «Forse la cosa più inutile è quella di chiedersi perché hanno ammazzato il procuratore Scaglione. Se c’è una cosa evidente, come il suo sangue sulla strada, è che la mafia temeva si lasciasse andare a raccontare storie non gradite (…). Del resto, mafia vuol dire questo: alte protezioni, compromesso politico, spartizione del potere, morte dello Stato». Parole forti, mentre sul morto scorre il solito fango: Scaglione, che aveva inquisito anche Vito Ciancimino, Salvo Lima e altri politici, era stato accusato di aver favorito la fuga del boss Luciano Leggio, meglio noto come Liggio per un banale errore di trascrizione. E Liggio è «un simbolo». Flamini, in partenza per la Sicilia, spiega: «Meno di due anni fa a Catanzaro, di questi simboli ne processarono 113. Li assolsero tutti. Da allora, tredici sono già finiti sottoterra, e non per morte naturale, altri due nessuno sa dove siano».

Il giornalista cita il «triangolo del Sasso in bocca, dal romanzo di Michele Pantaleone: «Carabinieri e polizia che arrestano, magistratura che assolve, mafia che ammazza». Il giorno dopo, da Palermo, Flamini annota: «Il dolore è inutile alla giustizia, far giustizia è più difficile che piangere».

Ancora più crudo, se possibile, l’editoriale del direttore Angelo Narducci («La vera domanda»): «Purtroppo, la mafia non è solo un’accolita di piccoli delinquenti: vuol dire speculazione edilizia, speculazione sull’acqua, speculazione sul commercio, sulle banche, su tutti i settori di interesse pubblico. Vuol dire, perciò, soprattutto collusioni, pesanti collusioni politiche, in virtù delle quali oscuri proconsoli sono diventati importanti personaggi, con un seguito elettorale che tanto è più largo più ha dietro di sé una storia di sangue e di soprusi». Ed ecco la domanda vera: «Fino a quali livelli è arrivata la mafia? Davanti a quali porte si è dovuta fermare la Commissione antimafia? Perché i documenti “spietati e senza riserve” che erano stati promessi a suo tempo non sono ancora di dominio pubblico? Fino a qual punto la mafia ha inquinato lo Stato?». Mancano solo i nomi e i cognomi…

E se pensate che Avvenire stia esagerando, ecco fatali le esequie. Gianni Flamini annota sul taccuino sette interventi: Bellavista (presidente dell’Ordine degli avvocati), Lauro (procuratore aggiunto di Palermo), Montaldo (presidente di sezione della Corte d’Appello), Marchello (sindaco di Palermo), Pennacchini (sottosegretario alla Giustizia), Guarnera (procuratore generale della Cassazione) e Piraino Leto (presidente del Tribunale di Palermo). In due ore, mai viene pronunciata la parola mafia. Mai. Alcune perle: «La nostra è una società pervertita e ubriacata dalla materia, bisogna restaurare l’ordine etico» (il sindaco). «Questo misfatto è l’espressione tipica dell’anarchismo sociale del nostro Paese» (il sottosegretario). Commenta Flamini, più affranto che indignato: «Una parata di discorsi più figlia dei mali isolani che della realtà». Il titolo di Avvenire non nasconde nulla: «Solenni funerali per Scaglione ma… Nessuno ha parlato di mafia».

Bisognerà attendere il 1984 e le rivelazioni di Tommaso Buscetta al giudice Giovanni Falcone: «Scaglione era un magistrato integerrimo e spietato persecutore della mafia». Il suo omicidio sarebbe stato organizzato ed eseguito dallo stesso Liggio con il suo vice, tal Salvatore Riina. Ma nel 1991 chi indagava dovette concludere che non ci fosse nessun convincente elemento di accusa nei loro confronti. Falcone scriverà che l’omicidio di Scaglione «ebbe lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino».

in Avvenire 21 febbraio 2018

«Massoneria e mafie: il silenzio dei partiti aiuta i poteri occulti»

Annachiara Valle

 Imprenditori, politici e studenti. Sacerdoti e magistrati. Mafiosi. Nelle logge delle quattro “obbedienze” (Grande Oriente d’Italia, Gran Loggia d’Italia, Gran Loggia regolare d’Italia, Serenissima Gran Loggia regolare d’Italia) ci sono proprio tutti. In totale oltre 17 mila iscritti e più di qualche zona d’ombra. Lo certifica la Commissione antimafia. Che, con l’aiuto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ha rilevato al loro interno 193 “fratelli” con «evidenze giudiziarie per fatti di mafia». Restringendo l’indagine alle sole Sicilia e Calabria, risulta che ogni due logge ci sarebbe la presenza di un mafioso o un suo complice.

Una “criticità” che però non sembra aver destato particolare allarme. Tanto meno in vista delle prossime elezioni.

«Non mi stupisce questo silenzio», commenta Gian Carlo Caselli, che oggi dirige l’Osservatorio della Coldiretti sulle agromafie dopo essere stato procuratore a Palermo e Torino. «In democrazia non dovrebbero esistere associazioni segrete con vincolo di obbedienza. Invece esistono e sono spesso veicolo di incroci torbidi fra mafiosi e altri potenti, con reciproco rafforzamento. Ma guai a chi ne parla più di tanto! C’è un processo di rimozione/riduzione collaudato da tempo e riscontrabile in molti delicati casi. Per esempio la vicenda Sindona e quella Andreotti. Un classico».

Dobbiamo partire da così lontano?

«Sì, perché se non parliamo di quello che è avvenuto, è come se autorizzassimo una certa politica a continuare ad avere, come è stato per il passato, rapporti organici con la mafia e il malaffare. Questo, per la nostra democrazia, è micidiale. Finché non chiariremo come si è formato il consenso nel nostro Paese, in una certa misura e in un certo periodo, diamo spazio alla “criminalità dei potenti”, quella categoria criminologica che contempla i reati delle classi al potere, che sono, tipicamente, la mafia, la corruzione, lo scambio di favori tra gli uni e gli altri».

Un intreccio pericoloso. Eppure le mafie non sembrano essere un tema di questa campagna elettorale.

«Quello che preoccupa maggiormente è che i rapporti tra mafia e politica sono stati e sono tuttora sistematicamente negati o, quantomeno, si tenta di ridurli a qualcosa di localistico, quasi di folclore, che riguarda solo qualche appalto, invece è un problema nazionale che ha condizionato e condiziona la nostra democrazia. Senza voler generalizzare, bisogna però parlarne. È incredibile quello che è accaduto con il processo Andreotti. La Cassazione ha stabilito che, fino agli anni Ottanta, un pezzo importante della nostra politica nazionale, l’uomo più potente del dopoguerra, ha avuto rapporti con la mafia. È stato assolto per prescrizione, ma è stato giudicato colpevole per “aver commesso il fatto”, come dice il dispositivo della sentenza. È accertato – tra l’altro – che ha avuto incontri con Stefano Bontade, l’allora capo di Cosa nostra, prima e dopo l’omicidio dell’onesto Piersanti Mattarella. Un colloquio nel quale si discuteva sull’intenzione dei mafiosi di uccidere l’allora presidente della Regione Sicilia e un altro nel quale chiede spiegazioni sul perché si fosse poi deciso di assassinarlo. Di questo Andreotti non ha mai detto nulla avvalorando, con il silenzio, la connivenza con la mafia. Eppure si dice che è innocente perché è stato assolto. Ma assolto per aver commesso il fatto è un assurdo. Questa rimozione è pericolosissima».

 Questo impedisce di sradicare la mafia?

«Contribuisce notevolmente. Se i mafiosi fossero stati soltanto gangster non staremmo ancora a parlarne. Il punto è che sono anche qualcosa d’altro, cioè relazioni esterne. Rapporti torbidi e oscuri con pezzi consistenti del mondo legale, della politica, degli affari, della cultura, delle istituzioni, della società civile, dell’economia… Pezzi che con la mafia fanno affari. A volte ci può essere intimidazione, ma sempre più spesso non c’è neppure bisogno di questo perché bastano a saldare le relazioni esterne gli interessi e i vantaggi comuni. Questa è la spina dorsale del potere mafioso».

Le mafie sono più forti?

«Si sono espanse. E tutte hanno nel loro Dna una incredibile capacità-necessità di adattamento. Siamo alle mafie 2.o/3.0, capaci di sfruttare tutti i vantaggi della globalizzazione. Una volta l’attività unica o prevalente con cui imponevano la presenza sul territorio era il pizzo, oggi acquistano direttamente il negozio o ne diventano soci. La corruzione è il metodo principale di azione. E allargano il loro potere perché dilaga la zona grigia, cioè quell’area che, pur non essendo direttamente criminale, si presta a coperture, complicità, interessi. Era forse meno complicato contrastarli quando i mafiosi operavano in un ambito “militare”, oggi invece sono in doppiopetto, sono i colletti bianchi E, se non sono in doppiopetto, hanno talmente tanti soldi che possono pagarsi, in ambito economico, finanziario e per ogni loro attività, i migliori cervelli».

in Famiglia cristiana 21 febbraio 2018

 

Appello della Rivista “Famiglia cristiana” ai candidati politici: 10 emergenze

LA VERA POLITICA  «Occorre rilanciare i diritti della buona politica, la sua indipendenza, la sua idoneità specifica a servire il bene pubblico, ad agire in modo da diminuire le disuguaglianze, a promuovere con misure concrete il bene delle famiglie, a fornire una solida cornice di diritti-doveri e a renderli effettivi per tutti». Così papa Francesco a Cesena, lo scorso ottobre 2017 in uno dei discorsi più rappresentativi del suo magistero. La dottrina sociale della Chiesa, insieme con i valori portati avanti fin dalla nascita di Famiglia Cristiana (a cominciare da famiglia, etica pubblica e privata e solidarietà), sono la guida del nostro Manifesto indirizzato alla nuova classe politica che siederà tra gli scranni del Parlamento dopo le elezioni del prossimo 4 marzo. Una classe politica, occorre dirlo, che speriamo sia più vicina ai cittadini e più sensibile alle vere urgenze del Paese rispetto alla precedente.

DIECI EMERGENZE DA RISOLVERE SUBITO

1. Famiglia
Fare un figlio deve tornare a essere una gioia e non un atto di coraggio. Serve un fisco favorevole alle famiglie e politiche atte a incentivare la natalità e ad aiutare a conciliare lavoro e famiglia.

2. Integrazione
La mancata legge sullo “ius culturae” è una sconfitta per il processo di integrazione. Il nuovo Parlamento potrebbe ricominciare da qui. Più politiche contro la ghettizzazione.

3. Pace
L’Italia dovrebbe ratificare il Trattato che mette al bando le armi atomiche. Maggiori fondi per migliorare il servizio civile per uomini e donne. Riduzione delle spese militari a vantaggio della cooperazione allo sviluppo

4. Salute
Occorre mantenere il Servizio sanitario nazionale, migliorandolo soprattutto al Sud. Bisogna garantire l’effettivo accesso alle cure a tutti, anche a chi non dispone di un reddito. Maggiore armonia tra pubblico e privato.

5. Scuola 
Valorizzazione degli insegnanti, edilizia scolastica, programmi, maggiori investimenti anche nella ricerca scientifica sono punti imprescindibili. Più fondi alle scuole paritarie se vogliamo che non muoiano.

6. Legalità
Intensificare la lotta alle mafie, che ormai vede i suoi gangli pervadere tutto il Nord e la lotta alla corruzione. Maggiore vigilanza sugli atti della pubblica amministrazione. L’educazione alla legalità deve partire dalla scuola

7. Giovani 
Dalle baby gang alla ripresa delle tossicodipendenze, dall’alcolismo al gioco d’azzardo: sono tanti i disagi su cui urge intervenire. Senza contare la crescente dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile in Italia, oggi al 32,2%.

8. Lavoro
Resta la principale emergenza del Paese. «Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario», ha ribadito Francesco più volte. Poiché «l’obiettivo non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti».

9. Aambiente
Le nostre città sono tra le più inquinate al mondo, invase da gas tossici e dai rifiuti, mentre le nostre coste sono soffocate dal cemento. E che dire dei dissesti idrogeologici e del rischio frane che minacciano più regioni?

10. Anziani
Gli anziani specie nelle grandi città sono spesso prigionieri della loro solitudine. Occorre potenziare l’assistenza domiciliare e tutte le politiche di sostegno alla terza età e alle famiglie che se fanno carico.

New winds of tension between China and India

Francesco Sisci

As also reported by the South China Morning Post in Hong Kong, in the past month there has been a significant increase in Chinese and Indian military deployments around the Doklam area, on the border between China and Bhutan, where last summer there was a two-month confrontation between Indian and Chinese troops. In that case, the Indians intervened because the Chinese were building a road in a disputed area between China and Bhutan, a country that has no diplomatic relations with Beijing but has a defense agreement with New Delhi.

At the same time as the article, the news appeared that the head of Indian diplomacy, Shri Vijay Gokhale, former ambassador to Beijing and fluent in Chinese, arrived in Beijing. The purpose of the mission, according to a dispatch from the Chinese Foreign Ministry, was «to build on the convergences between India and China and address differences on the basis of mutual respect and sensitivity to each other’s concerns, interests and aspirations».

On the one hand, the visit indicates a positive step forward in the midst of tensions. On the other hand, this meeting demonstrates that the level of tensions has risen to the point that there are frictions over «concerns, interests, and aspirations» of both countries.

Since the Doklam crisis, there have been significant developments in South Asia, around India. China has cemented relations with Nepal and expanded its ties with the Maldives so much as to push the archipelago, traditionally part of the Indian area of influence, to host bases for supplies for Chinese ships as part of the Belt and Road Initiative (BRI). Finally, the Rohingya crisis in Burma is exacerbating social situation strains in Bangladesh, a burden also felt in neighboring India. Meanwhile, Bangladesh is increasingly attracted by the economic offers of Chinese investments.

To this are added two traditional friction points: the ever closer relations between China and Pakistan, and the not-so-new, but increasingly important relations between China and Sri Lanka. The view, if we take a step back, is that from north to south, from east to west, India appears surrounded by a growing Chinese presence that is carving out more spaces in traditionally Indian areas of influence.

This is due to the increased Chinese economic strength, which can offer greater business, support, and economic aid to various countries compared to that offered by New Delhi. There is also a political aspect. Nepal, the Maldives or Sri Lanka, or even Bhutan think they are being mistreated by New Delhi, and the new relationship with Beijing strengthens them in their relations with their large neighbor.

All of this makes many in New Delhi believe that Beijing is intent on an encirclement and isolation effort against India. In fact, it is difficult to think of a great Chinese strategy against India. But what is most likely is that Beijing, in its effort to expand the BRI, has decided to fit into every available space, and these spaces include the discontent of the «Indian satellite countries» against New Delhi. This is happening without China realizing what is involved in the relationship between Beijing and New Delhi.

The reaction of New Delhi is triple. Look first for a more frank diplomatic confrontation with Beijing, then more stringent pressures exerted on the fugitive «satellites,» and third a counter-encirclement strategy, tightening major security and intelligence relations with Japan, Vietnam, and the USA, and not forgetting the old reliable ally, Russia. This last has had shifting attitude with Beijing, cold with China when it was warm with Washington and vice versa.

This circle of tensions creates a new horizon of increasing danger in Asia. Clashes, incidents in the Himalayas or the Bay of Bengal; or confrontations between Indian and Chinese troops, planes, or ships have the potential to make the situation escalate. A Chinese withdrawal on Nepal, Maldives, or Doklam could be considered a sign of military weakness or defeat to the ambitious BRI project, which has the imprimatur of President Xi Jinping. But an accommodation would be very delicate.

Another important point is that India is not part of the BRI, and the trade relationship between two countries is not good. India has a strong trade deficit with China. But even when India was in surplus in past years, the quality of the trade displeased the Indians. New Delhi exported raw materials and imported industrial products. Beijing simply does not appreciate India’s quality of production, even in cutting-edge sectors, such as pharmaceuticals or software.

It takes a new way of thinking about Beijing, New Delhi, and the entire Asia-Pacific.

in Settimana-News 27 febbraio 2018