Archivio mensile:gennaio 2018

«America First» . Prima anche negli armamenti

Manlio Dinucci

Il presidente Trump è sbarcato dall’elicottero al Forum economico mondiale di Davos. Qui, preceduto dai suonatori di ottoni dell’orchestra di Friburgo, ha annunciato che «il mondo sta assistendo alla rinascita di una forte e prosperosa America», grazie alle riduzioni di tasse e riforme attuate dalla sua amministrazione in base al principio «America First», ossia quello di mettere l’America al primo posto.

Ciò «non significa America da sola: quando gli Stati uniti crescono, cresce tutto il mondo». Ma, ha aggiunto, «non possiamo avere un commercio libero e aperto se alcuni paesi sfruttano il sistema a spese di altri».

Chiaro il riferimento soprattutto alla Cina e alla Russia, accusate di «distorcere i mercati globali» attraverso «sussidi industriali e una pervasiva pianificazione economica a guida statale».

Emerge così il nodo della questione. Gli Stati uniti sono ancora la prima potenza economica del mondo, soprattutto grazie ai capitali con cui dominano il mercato finanziario globale, alle multinazionali con cui sfruttano risorse di ogni continente, ai brevetti tecnologici in loro possesso, al ruolo pervasivo dei loro gruppi multimediali che influenzano le opinioni e i gusti della gente su scala planetaria. La loro supremazia economica (compresa quella del dollaro) viene però messa sempre più in pericolo dall’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali.

Anzitutto la Cina: salita come reddito nazionale lordo al secondo posto mondiale dopo gli Usa, essa è la «fabbrica del mondo» in cui producono anche molti grandi gruppi statunitensi. È quindi divenuta il primo esportatore mondiale di merci. A sua volta essa effettua crescenti investimenti sia negli Usa e nella Ue, sia in Africa, Asia e America Latina (qui soprattutto in infrastrutture).

Il progetto più ambizioso, varato dalla Cina nel 2013 e condiviso dalla Russia, è quello di una nuova «Via della Seta»: una rete terrestre (viaria e ferroviaria) e marittima che collega la Cina all’Europa attraverso l’Asia Centrale e Occidentale e attraverso la Russia. Se fosse realizzato secondo l’idea originaria, il progetto, che non include componenti militari, rimodellerebbe l’architettura geopolitica dell’intera Eurasia, creando una nuova rete di rapporti economici e politici tra gli stati del continente.

Quella globalizzazione che gli Stati uniti hanno promosso, fiduciosi di poterla dominare, si ritorce ora contro di loro. I dazi fino al 50% su lavatrici e pannelli solari, stabiliti dall’amministrazione Trump per colpire le esportazioni di Cina e Corea del Sud, sono una prova non di forza ma di debolezza.

Perdendo terreno sul piano della globalizzione economica, gli Stati uniti puntano sulla globalizzazione militare: «Stiamo facendo investimenti storici nel militare americano – ha annunciato Trump a Davos – poiché non possiamo avere prosperità senza sicurezza».

Gli Usa hanno già oggi basi e altre installazioni militari in oltre 70 paesi, soprattutto attorno alla Russia e alla Cina.

I paesi in cui sono dispiegate truppe Usa sono oltre 170. In tale strategia sono affiancati dalle potenze europee della Nato, le quali, pur avendo con gli Usa contrasti di interesse, si schierano sotto la leadership statunitense quando si tratta di difendere l’ordine economico e politico dominato dall’Occidente.

Questo è lo scenario in cui si inserisce la sempre più pericolosa escalation Usa/Nato in Europa contro la Russia, presentata come il nemico che ci minaccia da Est.

Dibattere di Unione europea ed euro indipendentemente da tutto questo, come si fa nell’attuale campagna elettorale, significa giocare di fronte agli elettori una partita con carte truccate.

in “il manifesto” del 30 gennaio 2018

Il Caso Shoah. Non ha ragione Israele ma nemmeno la Polonia

Franco Cardini

È corretto avviare un incidente diplomatico attaccando le libere decisioni del parlamento di un altro paese? Ed è d’altronde giusto che il parlamento di un paese nasconda, minimizzi o addirittura negli la verità storica? E, ove ciò avvenga, è tranquillizzante ipotizzare che una censura che giunge dall’esterno possa costituire un pericoloso precedente istituendo un modello d’ingerenza aggressiva? E se un parlamento emana una legge sulla base di una considerazione storica che un altro paese giudica errata o addirittura menzognera, ciò costituisce o no un legittimo esercizio di sovranità?

Il pasticcio originato dalla nota di censura che il presidente israeliano Nethanyahu, esercitando anche le funzioni di ministro degli affari esteri, ha indirizzato al governo polacco il cui parlamento ha formalmente dichiarato il popolo polacco innocente dalla partecipazione alla shoah, è davvero un bel guaio diplomatico e forse anche politico. Come la cosa si evolverà su tali due piani,il diplomatico e il politico, è a questo punto difficile a dirsi. I governi israeliani degli ultimi anni sono divenuti sempre più attenti e sensibili a proposito di tutto quel che riguarda la shoah, senza lesinare gli apprezzamenti positivi o le critiche ai vari governi europei a seconda del rispettivo atteggiamento di ciascuno di essi per quel che riguarda la memoria della persecuzione e dello sterminio.

Ovviamente, i tedeschi si sono assunti la stragrande maggioranza del carico della responsabilità in merito: com’è storicamente parlando ovvio e com’è stato da parte loro giusto e necessario. Ma, più o meno di buon grado, anche quasi tutti i paesi soggetti fra ’39 e ’45 all’occupazione nazista o alleati della Germania di Hitler hanno dovuto ammettere le loro responsabilità in termini di azioni complici o di omissione di soccorso.

E’ ovvio che l’Italia, con le leggi razziste del ’38, non poteva esimersi dal riconoscere le sue colpe: anche se fu piuttosto il governo di Salò, dopo il settembre del ’43, ad assumersi le responsabilità in merito per quel che riguarda le misure più odiose. Ma non possiamo certo nasconderci dietro a un dito dichiarando semplicemente che quel governo era illegittimo sul piano del diritto internazionale: le responsabilità attive o passive di troppi italiani restano. E non si parli della Francia, dove il regime di Vichy fu collaboratore zelante dei nazisti e dove l’antisemitismo espresse anche una notevole produzione culturale (Maurras, Céline, Drieu La Rochelle). Del resto la Francia era stata in Occidente ben più e prima della Germania, già nell’Ottocento, un paese nel quale l’antisemitismo era diffuso e radicato. Ma fenomeni del genere si verificarono anche in Ungheria, in Romania, in Bulgaria e perfino sia pure meno intensi in paesi come la Svezia, l’Olanda, il Belgio. Si può anzi dire che, in tutta Europa, il collaborazionismo quando non fu un fenomeno di opportunismo e di viltà fu determinato principalmente dal sentimento antisemita che condusse alla simpatìa per il nazismo, non viceversa.

Tutto ciò, per la verità, non accadde propriamente in Polonia. Lì, fino dall’indomani dell’occupazione del paese nell’autunno del ’39, i nazisti non crearono nessun governo collaborazionista che mostrasse una volontà sia pure di facciata di collaborare con loro. Hitler affidò il governo del paese a un governatore generale, Hans Frank, che non si curò affatto di promuovere nel paese un minimo di solidarietà nei confronti dell’occupante: privi di libertà civile sia pur simulata e angariati in ogni modo si cominciò con l’affamarli i polacchi disponevano solo di una specie di polizia giudiziaria che naturalmente fu impiegata per arresti o rastrellamenti, ma in nessun caso la collaborazione dei polacchi raggiunse il livello che invece si vide (Italia a parte) in Ungheria, in Romania o nella stessa Francia. D’altronde, in un modo o nell’altro vi furono perfino ebrei costretti o indotti a collaborare alle misure antisemite dei nazisti: i quali consentirono almeno in un primo momento l’organizzazione di un corpo di polizia ebraica nei ghetti (ben lo si vede anche nel celebre film Il pianista di Roman Polanski) e, nei campi di concentramento, organizzarono la rete dei kapò deputati a servizi ausiliari.
Ha quindi ragione il governo polacco nel replicare a quello israeliano che furono i nazisti a prendere l’iniziativa d’impiantare proprio in territorio polacco gran parte dei campi di concentramento divenuti poi di sterminio, e che in ciò il popolo polacco non ebbe colpa alcuna?

Non c’è dubbio che per Hitler la Polonia fu un campo di prova generale di sterminio quasi ideale. All’atto dell’invasione, c’erano nel paese due milioni di ebrei; inoltre altri ne arrivarono, cacciati dai territori direttamente annessi al Reich e stipati in quelli del governatorato generale retto da Frank. In un primo tempo uno dei più autorevoli, abili spietati gerarchi nazisti, il Reichsprotektor di Boemia e Moravia Reinhard Heydrich, aveva pensato di creare una sorta di riserva ebraica nel territorio di Lublino, ma il progetto non andò a buon fine. Si organizzarono quindi dei ghetti nei quartieri più poveri e disagiati delle città: prima a Lodz, già nel febbraio del ’40, e quindi a Varsavia, a Cracovia, a Lublino stessa. Il ghetto di Varsavia, inaugurato nell’ottobre di quell’anno, avrebbe raggiunto i 440.000 abitanti stretti fino all’inverosimile, con una densità inimmaginabile.

Il parlamento polacco sostiene che i polacchi furono essi stessi vittime dell’antisemitismo nazista, non suoi sostenitori o collaboratori. E’ largamente, ma non totalmente vero. Un antisemitismo soprattutto popolare nel paese – possiamo parlare di vero e proprio odio – era vivo e perfino violento: e ciò non fu senza conseguenze. Atti di violenza, furti, delazioni dietro violenza furono comuni: le stesse fonti diplomatiche italiane ne furono testimoni e lo attestano: così come ce lo dice, nel suo bel libro di memorie La storia passa per Varsavia, una testimone oculare d’accezione, Luciana Frassati figlia di Alfredo, il fondatore de La Stampa, e sorella de beato Pier Giorgio -, che abitò in quella città in quanto consorte di un diplomatico polacco, il principe Jan Gawronsky, e che della sua terribile esperienza ebbe modo di parlare perfino col Duce in vari colloqui privati.

Non ha quindi proprio ragione il governo israeliano; ma nemmeno del tutto il parlamento polacco. Siamo evidentemente lontani, comunque dalla serenità con la quale sarebbe opportuno, sia pur con tutto il dolore del caso, parlare di queste cose. Purtroppo il passato-che-non-passa continua a non passare; e la memoria condivisa, dopo sette decenni e più, è lontana dall’essere raggiunta.

in “Il Messaggero” del 29 gennaio 2018

Algeria. Il ricordo degli anni neri

Amine Kadi

La beatificazione dei diciannove martiri cristiani ravviva il ricordo di un periodo doloroso sul quale le autorità algerine fanno calare un pesante silenzio.

Ieri la stampa algerina ha trasmesso, in genere senza commentarla, la decisione del Vaticano di elevare al rango di martiri diciannove religiosi cristiani assassinati in Algeria durante la guerra civile. Un non-evento? “Non conosco bene il processo di beatificazione di cui si parla. Allora, che cosa dire alla grande massa degli Algerini?”, spiega Daikha Dridi, redattrice capo di Huffington Post Algerie.

Era stata la prima giornalista a visitare Tibhirine dopo il rapimento dei monaci nell’aprile 1996 e aveva seguito la cronaca delle uccisioni dei religiosi cristiani durante gli anni 90 in Algeria. “Ricordo i cristiani di Algeria che volevano restare. La pressione che subivano perché partissero. Anche da parte del governo algerino, che non voleva farsi carico della loro sicurezza dopo l’assassinio dei monaci. Ricordo la risposta di uno di loro che mi diceva: non è la Francia che mi ha mandato qui. È Dio. Io non partirò”.

Per Daikha Dridi, l’omaggio della Chiesa cattolica ai martiri cristiani d’Algeria si ripercuote su tutti coloro che hanno fatto la scelta di restare. “Sono ancora tra noi, spesso molto vecchi. È a loro che parla, questa beatificazione”. Molto meno agli “altri” algerini, secondo lei.
Il paese è molto cambiato in questi vent’anni e il trauma delle violenze degli anni 90 è “un rimosso accettato”, secondo la formula di uno psicologo algerino: “I giovani non sanno bene quello che è successo. Si è scelto di non parlarne molto. C’è un forte desiderio di dimenticare”.

“Agli Algerini non piace che si ricordi loro quel periodo, conferma Mounir Boudjemaa, coautore del documentario Le martyr des moines de Thibirine (Il martirio dei monaci di Thibirine) trasmesso su France 3 nel maggio 2013. La beatificazione non significa niente per i musulmani, ma potrebbe rimettere in primo piano la questione di Thibirine e il sospetto sempre presente riguardo alle condizioni della morte dei monaci. Tutte le testimonianze che abbiamo raccolto dicono in realtà che il GIA ne è all’origine”. “I monaci appartengono a tutti noi, aggiunge. Anche gli abitanti di Thibirine li considerano come i loro martiri. Forse la beatificazione potrebbe presentarli come qualcosa a parte”.
Anche nelle famiglie vittime del terrorismo in Algeria, la decisione del Vaticano ravviva la sofferenza. Salima Abada, attrice e cantante, ha perso il padre, assassinato dai gruppi armati islamisti nel 1993 ad Algeri, dove lei vive. La sua prima reazione è piena di compassione. “Mi sono detta, ma guarda, non erano già dei martiri? Perché dirlo dopo tanto tempo? E bisogna passare dal papa per arrivarci? Se il Vaticano desidera organizzare la cerimonia in Algeria, la Chiesa cattolica è la benvenuta”. Allo stesso tempo, il ricordo della sorte delle vittime del terrorismo in Algeria la fa arrabbiare contro il suo paese, contro “l’amnesia che ci viene imposta. Lo Stato non ha voltato pagina. Ha stracciato la pagina. E le conseguenze si vedono. C’è violenza nel mio paese. Siamo un ospedale psichiatrico a cielo aperto. Tutti avrebbero bisogno di essere seguiti”.
Le autorità algerine non avevano ancora reagito ieri pomeriggio all’annuncio del Vaticano. Potrebbero essere sospettose di fronte ad un evento che ricorda che in Algeria ci sono state diverse decine di migliaia di morti e più di 12 000 scomparsi negli anni 90.
“La beatificazione è un atto altamente simbolico”, ritiene Adlène Meddi, autore di 1994, un romanzo nero sull’anno peggiore del decennio del terrorismo. “Vorrei che le autorità algerine gli dessero grande importanza. Per proseguire la ricerca di quei religiosi che operavano per una migliore comprensione reciproca tra religioni e culture diverse”.

in “La Croix” del 29 gennaio 2018 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Detrazione spese scolastiche 2018

Sono molte le spese che riguardano il mondo della scuola  e che in sede di denuncia dei redditi possono essere detratte.

Asili, materna, primaria e secondaria, gite

In questi casi si parla di una detrazione al 19% e riguarda gli asili nido sia pubblici che paritari, nonché le sezioni primavera. La detrazione massima è di 632 euro per ciascun figlio.

Stessa percentuale per le materne, elementari, medie e superiori sia statali che paritarie. Nelle spese si possono calcolare anche i costi per la mensa e i servizi integrativi. Anche le gite scolastiche possono essere detratte, nonché per l’assicurazione della scuola e i contributi relativi all’ampliamento dell’offerta formativa deliberati dagli organi d’istituto.
I limiti in questo caso sono di 717 euro per l’anno 2017, 786 euro per il 2018 e 800 euro a partire dal 2019.

Strumenti musicali

Sono detraibili gli acquisti per strumenti musicali nuovi. Il contributo è del 65% su un prezzo massimo di 2.500 euro. Per usufruirne bisogna essere iscritti ai licei musicali e corsi preaccademici.

Università, Master, dottorati e specializzazione

In questo caso la percentuale è del 19% senza limite di spesa. Diverso nel caso di atenei online o privati, il tetto di spesa è determinato da un decreto ministeriale.

Canoni d’affitto

Gli studenti universitari possono usufruire della detrazione sull’affitto in caso di fuori sede. La detrazione è al 19% con un importo massimo di 2.633 euro. La sede universitaria dovrà essere ad almeno 100 chilometri di distanza dalla residenza. Il limite scende a 50 km per i periodi d’imposta 2017 e 2018, solo per gli studenti che risiedono in zone montane o disagiate.

In OrizzonteScuola 29 gennaio 2018 – 8:29 – redazione

 

Perché e come insegnare Storia della filosofia

Dario Antiseri

1. Nessuno dubita della razionalità delle teorie scientifiche: queste consistono in tentativi di soluzione di problemi, tentativi che vengono sottoposti ai più severi controlli. E se questi controlli smentiscono la teoria o le teorie proposte, se cioè le mostrano false, vale a dire le falsificano, allora è compito del ricercatore avanzare, creare, altre ipotesi da sottoporre ugualmente a controllo, nella speranza che qualcuno di questi “mondi possibili” riesca a render conto del problema affrontato. E ciò nella consapevolezza che anche la meglio consolidata teoria resta, per ragioni logiche ed epistemologiche, sempre sotto assedio. La ricerca scientifica, in breve, procede per congetture e confutazioni, per tentativi ed errori. Evitare gli errori – ha scritto Karl Popper – è un ideale meschino: se ci confrontiamo con problemi difficili, è facile che sbaglieremo. E solo l’errore commesso, individuato ed eliminato costituisce «il debole segnale rosso che ci permette di venir fuori dalla caverna della nostra ignoranza» – conseguentemente, razionale non è un uomo che voglia avere ragione, quanto piuttosto un uomo che vuole imparare: imparare dai propri errori e da quelli altrui.

Dunque: esiste la storia della scienza, come storia di teorie tramite le quali si è cercato di risolvere problemi vecchi e nuovi; e la razionalità delle teorie scientifiche si identifica con la loro controllabilità e, quindi, nella scelta di quella teoria, se c’è, che, in confronto con teorie alternative, ha meglio resistito agli assalti della critica. Ora, però, c’è anche una storia della filosofia – una storia di problemi filosofici, di teorie filosofiche, di controversie filosofiche. Problemi filosofici come i seguenti: Dio esiste o è solo un’invenzione per usi disparati? In che modo è possibile, qualora sia possibile, parlare sensatamente di Dio? Il tutto-della-realtà è solo quello di cui parla o può parlare la scienza ovvero si può argomentare per concezioni che ci permettono di dire che c’è un al-di-là e che tutto non è destinato a finire in questo nostro mondo? È proprio vero che l’ateo è più scientifico o razionale del credente, ovvero pure l’ateismo è una fede che talora viene camuffata da teoria razionale o addirittura scientifica? E poi: l’uomo è solo corpo ovvero è anima e corpo? L’uomo è libero o determinato? L’uomo è quello descritto da Freud o quello che ci prospettano i comportamentisti? E che cosa è cambiato o cambia, per l’immagine dell’uomo, con l’avvento della teoria dell’evoluzione? Problemi carichi di conseguenze morali e politiche sono quelli che fin dagli inizi i filosofi hanno affrontato con la proposta di quelle che sono le filosofie della storia: la storia umana è da sempre un campo aperto all’impegno morale, creativo e responsabile degli esseri umani oppure è una imponente realtà che si evolve seguendo ineluttabili leggi di sviluppo – leggi di decadenza, cicliche o di progresso? Problemi filosofici ineludibili sono, inoltre, quelli relativi alla “migliore” organizzazione della convivenza umana – problemi, dunque, di filosofia politica: quand’è che si vive in uno Stato democratico?, quali istituzioni caratterizzano una società aperta?, dove stanno le differenze di fondo tra la società aperta e la società chiusa?, quali le “ragioni” della società aperta?, e con quali argomentazioni più d’un filosofo, a cominciare verosimilmente da Platone, ha cercato di giustificare concezioni assolutiste, totalitarie, tiranniche del potere politico? Interconnessioni con le questioni riguardanti l’esistenza o non esistenza di Dio, la natura dell’uomo e le concezioni dello Stato ci mostrano i problemi concernenti la giustificazione razionale o meno dei valori etici: ha ragione Pascal allorché afferma che «il furto, l’incesto, l’uccisione dei padri e dei figli, tutto ha trovato posto tra le azioni virtuose» ovvero sono nel giusto i sostenitori del “diritto naturale”, per i quali l’umana ragione sarebbe in grado di individuare e razionalmente fondare norme morali valide sub specie aeternitatis?; che ne è del diritto naturale se si ritiene valida quella legge – definita da Norberto Bobbio «una legge di morte per il diritto naturale» – che è la cosiddetta “legge di Hume”, la quale fissa l’impossibilità logica di derivare asserti prescrittivi, cioè norme, da asserti descrittivi, vale a dire scientifici?, è vero o no che da tutta la scienza non è possibile estrarre un grammo di morale?, e le carte dei diritti dell’uomo sono esiti di scelte morali e di convenzioni – dietro le quali premono massacri, guerre, sofferenze, ingiustizie e riflessioni filosofiche e valori religiosi – oppure sono risultati di “teoremi razionali”? Ulteriori problemi di chiara natura filosofica: in che cosa consiste la filosofia?; attraverso quale criterio o criteri è possibile demarcare le teorie scientifiche da quelle filosofiche?, un principio come quello neopositivistico di verificazione (stando al quale avrebbero senso solo le teorie empiricamente verificabili) è in grado o no di esibire una accettabile giustificazione?, ma: attraverso quali regole procedurali si pratica la ricerca scientifica?; in breve, quale è il metodo della ricerca scientifica?; e questo metodo vale, per esempio, soltanto nel campo delle scienze naturali, come la fisica o la biologia, ovvero è una procedura tramite la quale avanza tutta la ricerca, anche nell’ambito delle discipline umanistiche e, più ampiamente, delle scienze storico-sociali?; di fronte all’imponente storia delle arti figurative, della musica e dei vari generi letterari è possibile dire che l’arte è una forma di conoscenza attingibile con mezzi non scientifici?; regge o è davvero inconsistente, tanto per usare una espressione di N. Goodman, la “dispotica dicotomia” tra artistico-emotivo e scientifico-cognitivo? Simile elenco, aperto e asistematico, di problemi filosofici potrebbe venire facilmente ampliato. Un solo altro problema – il problema di Pilato: che cos’è la verità? Insomma: cosa vuol dire che una teoria fisica è vera, che un teorema matematico è vero, che una teoria metafisica è vera, che una fede religiosa è vera?

 

2. L’esistenza dei problemi filosofici è un dato irriducibile ed ostinato. Le teorie filosofiche sono risposte a questi problemi. E la storia della filosofia è la storia della insorgenza di problemi filosofici, storia di tentativi teorici di soluzione di tali problemi, storia di dispute e di argomentazioni filosofiche. Varie forme di ateismo e diverse teorie asserenti, invece, una realtà metaempirica; antropologie filosofiche, cioè immagini filosofiche dell’uomo; concezioni filosofiche dello Stato, vale a dire teorie di filosofia politica; filosofie del diritto, come quelle della tradizione giusnaturalistica ovvero la concezione del realismo giuridico o quella normativistica; filosofie morali; visioni filosofiche della storia; filosofie della matematica, quali il platonismo di Frege, il formalismo di Hilbert o l’intuizionismo di J.L.E. Brouwer e A. Heiting; gnoseologie: realismo, idealismo, scetticismo e, ancora, empirismo e razionalismo; filosofie della scienza: induttivismo, convenzionalismo, operazionismo, falsificazionismo; concezioni filosofiche dell’arte: realismo, idealismo, simbolismo ecc. – tutti tentativi teorici tesi, appunto, alla soluzione di problemi genuinamente filosofici. Una storia da dove emerge che, se c’è qualcosa di perenne nella filosofia, perenni non sono le soluzioni quanto piuttosto i problemi. Cosa che, insieme ad interrogativi che nascono e poi magari muoiono, capita talvolta anche nella scienza: la fisica nucleare di oggi è ancora una risposta alla domanda di Talete: di che cosa è fatto il mondo?

Le idee – ha detto Einstein – sono la cosa più reale che esista al mondo. E non ci vuole molto a comprendere che, tra queste “cose più reali”, le più importanti storicamente, socialmente e personalmente sono proprio idee filosofiche: su Dio e la non esistenza di Dio, su questo o un altro Dio; su questo o quest’altro e nessun senso della storia; sulla natura umana; sui principi dell’etica accettata; sulle regole della convivenza umana, cioè sul tipo di configurazione dello Stato e così via. Idee reali, importanti e non di rado disumane. La terra è inzuppata di sangue versato a causa o in nome di idee filosofiche. Non si uccide né si muore o ci si sacrifica per le leggi di Ohm o di Faraday. E concezioni fatalistiche e deresponsabilizzanti come le varie filosofie deterministiche della storia ovvero, ancora, teorie come quelle razziste o come i totalitarismi di destra e di sinistra non sono uscite da botteghe di artigiani ma dalla testa di filosofi il cui influsso nefasto si è diffuso come peste tra le masse.

 

3. Ecco, dunque, almeno una non indifferente ragione per educare i giovani a tenere sotto controllo idee filosofiche assorbite magari inconsapevolmente dalle persone con le quali sono venuti a contatto, dalle loro più o meno o nient’affatto guidate letture, dalle sempre più invadenti fonti di informazione. Ma qui urtiamo nella difficoltà di maggior rilievo: come è possibile controllare idee tanto importanti e decisive come quelle filosofiche? Le idee filosofiche sono filosofiche e, in quanto tali, non scientifiche. Le teorie scientifiche sono controllabili in base a controlli fattuali – e, come sappiamo, la prova, nella vita come nella scienza, si ha dove si rischia: dove si rischia di fare fallimento. Dunque: di volta in volta, nel corso della ricerca scientifica si accetta, se c’è, quella teoria che, in confronto con le ipotesi alternative, ha resistito e resiste ai controlli più rigorosi. Ora, però, simile procedura non è possibile per il controllo e la selezione delle teorie filosofiche: queste sono filosofiche esattamente per la ragione che non sono fattualmente controllabili, non sono cioè falsificabili in base al ricorso ai fatti. Le teorie scientifiche sono tali perché fattualmente falsificabili; le teorie filosofiche sono tali perché fattualmente non falsificabili. Difatti, se fossero fattualmente falsificabili sarebbero scientifiche e non filosofiche.

Nella ricerca scientifica siamo, pertanto, in possesso di procedure di controllo che offrono criteri di scelta tra le proposte teoriche all’epoca disponibili. Procedure e criteri di selezione e di scelta che, ovviamente, non sono applicabili nell’ambito delle teorie filosofiche giacché – vale la pena insistervi – si tratta di teorie fattualmente incontrollabili, e incontrollabili perché capaci di istanze confermanti ma refrattarie ad ogni concepibile evento fattuale in contrario. E si sa che, per dirla con Wittgenstein, una teoria, per poter essere vera, deve poter essere anche falsa. Ma, allora, dobbiamo forse ammettere che una teoria filosofica vale l’altra, che i filosofi non hanno fatto e non fanno e non possono fare altro che agitarsi nella notte della più pura arbitrarietà? In breve e con tutta la chiarezza possibile: la razionalità è un attributo predicabile unicamente delle teorie scientifiche, mentre lo spettacolo offerto dai filosofi, anche dai più grandi e maggiormente influenti, è quello di tanti dogmatici muezzin che cantano ognuno la loro presunta incontrovertibile canzone dai loro magari prezzolati minareti?

4. Sono, dunque, razionali soltanto le teorie scientifiche o c’è anche una razionalità filosofica? E se è possibile parlare di una razionalità delle teorie filosofiche, in che cosa consisterà mai questa razionalità? È possibile, insomma, l’individuazione di una procedura di controllo e, conseguentemente, di un criterio di selezione della teoria filosofica al tempo meglio consolidata tra quelle proposte e disponibili? È questo il problema di fondo che viene affrontato nelle pagine che seguono. E viene affrontato alla luce dei risultati ottenuti all’interno del razionalismo critico, vale a dire in base alle riflessioni e alle proposte che, sulla questione, sono state avanzate da Karl Popper, Joseph Agassi, John Watkins e, soprattutto, da William Bartley. Questo il nucleo della tesi da loro sostenuta: le teorie scientifiche sono razionali in quanto controllabili tramite il ricorso ai fatti; le teorie filosofiche sono razionali se e quando sono criticabili. E una teoria filosofica risulta criticabile allorché può entrare in urto con un pezzo di Mondo 3 – un teorema logico, una teoria scientifica, un risultato matematico o, per esempio, un’altra idea filosofica – all’epoca ben consolidato e al quale all’epoca non si è ragionevolmente disposti a rinunciare. Così, tanto per esemplificare, dato che non si dà passaggio logico da n, un numero quantunque elevato di osservazioni analoghe reiterate, al quantificatore universale x, non reggono le pretese dell’induzione per ripetizione; o ancora: se vale la legge di Hume, riguardante l’impossibilità logica di derivazione di asserti prescrittivi (norme etiche o giuridiche) da asserti descrittivi (teorie scientifiche o altri asserti descrittivi), risultano infondate tutte le varianti del giusnaturalismo; l’impossibilità della costruzione di un autopredittore scientifico devasta alla radice le pretese di quei filosofi che hanno creduto di essere venuti in possesso di ineluttabili leggi di sviluppo dell’intera storia umana; una attenta analisi del “circolo ermeneutico”, così come è stato elaborato da Gadamer, mostra con tutta chiarezza che il metodo adoperato nella ricerca delle discipline umanistiche è lo stesso metodo usato dal fisico, dal chimico o dal biologo, mostra cioè l’inconsistenza della tradizionale distinzione tra l’Erklären (lo spiegare casualmente, tipico delle scienze naturali) e il Verstehen (l’intendere i significati, procedura che sarebbe tipica delle discipline umanistiche e delle scienze storico-sociali); l’immotivato dogmatismo e l’autocontraddittorietà del principio di verificazione costituiscono argomenti persuasivi in grado di far cadere l’idea neopositivistica stando alla quale i concetti e le teorie metafisiche sarebbero solo cumuli di nonsensi; se scientifiche sono unicamente le teorie fattualmente falsificabili, allora – nonostante le pretese in contrario – non possono venir dichiarate scientifiche concezioni come, per esempio, il materialismo storico-dialettico o teorie che si intrecciano o si combattono all’interno della tradizione psicoanalitica.

Dunque: razionali le teorie scientifiche in quanto controllabili fattualmente; razionali le teorie filosofiche in quanto criticabili teoricamente, cioè in base a idee e teorie all’epoca accettate e, per quanto consolidate, anch’esse non assolute e sempre sotto assedio. “Razionale” e “critico”, pertanto, si identificano; e la falsificabilità delle teorie scientifiche è un caso della più ampia razionalità. Senza fine, quindi, la ricerca scientifica e senza fine l’indagine filosofica. Razionale il fisico, razionale l’ermeneuta, razionale il filosofo. E ciò anche se nel campo della filosofia verbosità, confusione e arroganza dogmatica sono “malattie” non sempre esorcizzabili e che difficilmente, invece, attecchiscono nel campo della scienza, dove in linea generale contra factum non valet argumentum.

5. Discutendo, tempo addietro, con due filosofi tedeschi sul tema della razionalità o meno delle teorie filosofiche, e avendo io esposto le idee appena sopra richiamate, uno di loro mi ha sarcasticamente replicato che una simile prospettiva metafilosofica sarebbe servita soltanto a dare una “coscienza di classe”, cioè una rispettabilità di lavoro razionale, a sostenitori di teorie irrazionali. La discussione si è, allora, protratta a lungo e alla fine, così mi è parso, penso di aver almeno eroso la loro immotivata presa di posizione. In realtà, la teoria metafilosofica nella quale si sostiene che razionali sono le teorie filosofiche se e in quanto criticabili (ben consapevoli che, di volta in volta, possono esserci, dati per assodati precisi presupposti, anche teorie filosofiche razionalmente indecidibili), esplicita, rende conto di quella disputatio senza fine costituita dalla storia del pensiero filosofico, dove, a partire da teorie reputate e accettate come valide, vere e magari indiscutibilmente vere, si è pensato di volta in volta di respingere altre teorie incompatibili con la teoria abbracciata come valida. Ed è così che simile teoria metafilosofica si trasforma in un criterio euristico estremamente fecondo per la stesura di una storia scientifica delle idee filosofiche – un criterio che impone di dare risposte a domande come queste: quale è il problema affrontato o quali i problemi affrontati da questo filosofo?; ha egli corretto o mutato le sue idee nel corso della sua attività speculativa?; con quali argomenti ha egli difeso le proprie proposte?; e attraverso quali argomenti critici ha egli reputato di dover respingere teorie alternative?; come si è inserito nell’eredità culturale lasciata dai pensatori a lui precedenti e nel contesto di pensiero a lui contemporaneo?; quali gli eventuali problemi lasciati irrisolti? La risposta documentata a queste e simili domande è la via più spedita per la costruzione di una storia delle idee filosofiche il più possibilmente oggettiva, scientifica, filologicamente e puntualmente controllabile – una storia, quindi, delle idee filosofiche agli antipodi da quelle storie della filosofia, dove l’autore – credendosi in possesso di una teoria filosofica vera, assolutamente vera, incontrovertibile – si trasforma in un giudice che emette sentenze di condanna e di assoluzione dei filosofi presi in considerazione.

 

6. E se la teoria metafilosofica che equipara la razionalità delle teorie filosofiche alla loro criticabilità può trasformarsi nelle mani dello storico della filosofia nel più fecondo strumento euristico, da essa sono estraibili pure consigli utili su come leggere un testo di filosofia: qualora non lo conosca ancora, vada il lettore insistentemente alla ricerca del problema o dei problemi che il filosofo, in quel testo – si tratti di un articolo, di un breve saggio, di un testo magari classico – ha cercato di affrontare e risolvere. Solo così, soltanto se si sarà stati capaci di individuare il problema fronteggiato dal filosofo, ci si porrà nella migliore condizione per capire la teoria risolutiva da lui avanzata, gli argomenti che eventualmente sono stati prodotti per supportarla e le osservazioni che dovrebbero inficiare teorie concorrenti del passato o anche attuali. Senza domande non si danno risposte e tentare di afferrare una risposta senza prima aver compreso la domanda è una assurdità teorica, tante volte trasformata in quella pratica didattica dove si pretende dagli studenti la comprensione del senso di una formula matematica, di una teoria fisica o biologica, di una legge economica, di una norma giuridica o di una teoria filosofica senza che si sia fatto nulla perché questi studenti siano stati aiutati a vedere il problema e le controversie che hanno portato a quella formula risolutiva, a quella legge di fisica o a quella norma giuridica. Un problema non è un esercizio: un problema è una domanda che esige creatività, dispute, individuazione ed eliminazione degli errori – un problema scatena la ricerca; un esercizio, invece, è applicazione di risultati di ricerche già svolte, esso va semplicemente eseguito – la pratica degli esercizi non sopporta né errori né discussioni. E vale per le teorie filosofiche quello che Pierre Duhem diceva per le teorie in fisica: «Fare l’analisi logica di un principio fisico significa farne l’analisi storica».

 

7. I problemi filosofici quali problemi irriducibili a problemi scientifici o a problemi storico- sociali; la significatività delle teorie filosofiche; la criticabilità di teorie filosofiche fattualmente infalsificabili e quindi l’estensione della razionalità a queste stesse teorie, con la conseguenza che la razionalità delle teorie scientifiche, cioè la loro controllabilità o falsificabilità empirica, è un caso di una più ampia razionalità. Argomenti che vengono approfonditi e sviluppati in maggior dettaglio seguendo le riflessioni di filosofi come Joseph Agassi, John Watkins e William Bartley, i quali, in più d’uno scritto, si sono preoccupati di trovare criteri razionali per orientarsi in quella terra di nessuno – l’ambito delle teorie filosofiche – che sta tra l’impero delle verità analitiche e l’impero degli asserti scientifici.

In questo orizzonte di ricerca, sono rilevanti le argomentazioni filosofiche critiche di teorie filosofiche quali: la critica approntata dai neopositivisti viennesi alle teorie metafisiche viste, in base al principio di verificazione, come cumuli di nonsensi – e il successivo scalzamento del principio di verificazione in base a considerazioni di natura logica e di analisi del linguaggio; la critica del dualismo metodologico, stando al quale esisterebbe un metodo tipico delle scienze fisico-naturali (l’Erklären, lo spiegare casualmente i fenomeni), metodo supposto diverso da quello praticato nelle discipline umanistiche e, più ampiamente, nelle scienze storico-sociali (il Verstehen, l’intendere i significati di testi, di azioni umane, di tracce di attività umane ecc.) – e la conseguente e motivata proposta filosofica di una teoria unificata del metodo; la critica, a partire dalla inevitabile emergenza delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali, delle pretese di quel razionalismo “costruttivista” dove si sostiene che tutti gli eventi storico-sociali e tutte le umane istituzioni sono esiti di piani progettati, voluti e realizzati – e, legata a questa critica, la dimostrazione della insostenibilità della continuamente risorgente, e quasi sempre motivo di sofferenze, teoria cospiratoria della società. Altre, seppur concise considerazioni, in precedenza presentate soprattutto nel primo capitolo, riguardano: critiche filosofiche al marxismo, allo storicismo (da intendersi come l’insieme delle filosofie deterministiche della storia), al giusnaturalismo, all’utopismo. In conclusione: si ragiona nella scienze e si ragiona in filosofia.

 

8. Esistono le teorie filosofiche perché esistono i problemi filosofici – problemi che emergono da ambiti non filosofici come l’esperienza religiosa, la vita politica, la ricerca scientifica, le decisioni etiche, la produzione delle opere d’arte e della letteratura. Si è fatta e si fa filosofia, costretti, per così dire, ad affrontare problemi che si presentano come ineludibili. E qui sta anche la ragione profonda per cui la filosofia va studiata: va studiata per venire a conoscenza delle risposte che grandi menti dell’umanità hanno dato a problemi molti dei quali riguardano tutti, ogni uomo e ogni donna: de nobis fabula narratur. E un sistema formativo che proibisca a un giovane lo studio della filosofia è un sistema che defrauda questo giovane delle cose più importanti prodotte nella storia dell’uomo. Si è più poveri senza formazione scientifica o senza gli strumenti per la fruizione delle opere d’arte; si è più poveri e si rischia seriamente di essere meno cittadini senza la consapevolezza critica che uno studio serio della storia delle idee filosofiche è in grado di offrire.

E, a questo punto, si incontra un’ulteriore e forse non evitabile domanda: certo, le teorie filosofiche sono, sotto determinate condizioni, razionali; non pochi problemi filosofici e le relative teorie risolutive sono della più grande rilevanza sia per la vita personale di ogni uomo e ogni donna che per la convivenza tra gli esseri umani; e, stando così le cose, lo studio della filosofia è una autentica ricchezza di cui nessun cittadino, in uno stato civile, dovrebbe essere deprivato – ma: come studiare la filosofia? C’è un metodo, una via aurea, su cui basarsi per produrre una buona didattica della storia della filosofia? Sull’argomento è disponibile, e non da oggi, una abbondante letteratura, da cui non è raro far tesoro di buoni consigli e, soprattutto, di esemplari esperienze. Penso, in ogni caso, che, proprio sui problemi della didattica della filosofia, andrebbero seriamente ascoltati non pochi di quei docenti che, per anni e anni, hanno insegnato storia della filosofia: l’analisi dei loro successi, delle loro esperienze positive potrebbero sicuramente costituire una valida bussola didattica; e ci sarebbe, inoltre, molto da imparare dai loro insuccessi, da quegli sforzi che, tesi a destare e/o ad incrementare nei giovani interessi e passioni per la filosofia, sono invece andati a vuoto, producendo magari risultati contrari alle migliori intenzioni.

9. Da parte mia, dopo quarantacinque anni di insegnamento di materie filosofiche, dopo ormai davvero innumerevoli incontri con insegnanti e studenti dei nostri Licei, mi si permetta di sottoporre all’attenzione e alla eventuale gradita critica dei docenti di filosofia, alcune considerazioni sulla questione della didattica della filosofia. Insisto sul fatto che non si danno risposte se prima non si pongono domande. Non si capisce una risposta, ossia il valore, il senso, la rilevanza di una teoria, se non si riesce a vedere il problema che ha provocato quella risposta. Ecco, allora, che, a mio avviso, l’interesse per le teorie proposte dai filosofi del passato e del presente si risveglierà solo a patto che si sia in grado di far vedere a quali problemi grandi o, comunque sia, influenti pensatori hanno dato risposte. Ma, intanto, quando ragazzi di sedici o diciassette anni entrano in classe, non sono affatto tabula rasa, sono già una “memoria culturale”, hanno il loro Vorverständnis, cioè la loro “pre-comprensione” fatta di un tessuto di opinioni o “pre-giudizi” sulla fede, sulla politica, magari su questo o quel partito, sulla scienza, sui comportamenti morali, e così via. Sono una “memoria culturale” costituita da opinioni trasmesse loro dai genitori, dai familiari, dai colloqui con amici, dagli incontri con gli insegnanti, dalle letture di libri di scuola o anche di qualche giornale, dai tanti discorsi e vari messaggi veicolati dalla televisione. Ebbene, quello che io generalmente ho fatto e credo sia più che opportuno, anzi necessario, fare è ascoltare i giovani che la vita ci ha posto dinanzi sui banchi di una classe: ascoltarli sui problemi suscitati, per esempio, da uno scontro politico in atto nel Paese, su questioni quali la manipolabilità o meno degli embrioni, l’eutanasia, l’aborto o la procreazione assistita. Ascoltare i giovani su questi problemi, favorire la più aperta e magari accesa discussione tra loro – solo così potranno rendersi conto della rilevanza delle diverse teorie filosofiche dell’etica. E problemi di natura etica e politica esplodono nelle controversie relative all’integrazione di quegli “stranieri morali” che sono gli immigrati. Su tali questioni i giovani hanno già delle opinioni, non di rado confuse e superficiali, accettate con indifferenza o magari difese con grande impeto. Hanno sentito parlare, magari in famiglia o in televisione, di folle di persone che si rivolgono alle medicine alternative; ascoltano e leggono l’oroscopo, vedono maghi affacciarsi sui teleschermi… non ci credono, ma che idea di scienza, dai loro studi pregressi, si sono fatti? E quale idea di democrazia si portano dietro? Alla domanda: “Che cosa intendi per democrazia?”, la risposta immediata che il più delle volte, direi sempre, mi è stata data è: “La democrazia è governo del popolo”. Replica: “Ma se tutti i cittadini, un intero popolo dà il consenso più pieno, un consenso totale, a Hitler, Mussolini, Lenin o Pol Pot, abbiamo forse una democrazia?”. Esito: il dubbio si è insinuato nel dogma, si è aperta una crepa in un muro di certezza e il ragazzo è stato catturato nel campo magnetico di un genuino problema filosofico. «La scienza è fatta e si riduce a proposizioni che descrivono osservazioni»; «nella scienza si passa da osservazioni particolari a leggi generali»: è un’immagine di scienza induttivistica e osservativistica quella che, in linea generale, ha preso dimora nelle menti dei nostri giovani. Dopo miliardi di osservazioni di cigni bianchi sembra più che legittimo sostenere che “tutti i cigni sono bianchi”; ma quando fai presente che abbiamo incontrato i cigni neri d’Australia, la fede induttivistica comincia a incrinarsi. E poi: partire dal problema, oggi più attuale che mai, della informazione, dell’oggettività dell’informazione, del pluralismo dell’informazione e ascoltare i giovani su quello che loro ne pensano, significa indirizzarli sulla strada di questioni epistemologiche di estrema rilevanza: come la necessità della discussione al fine di arrivare alla proposta, o all’ipotesi che meglio delle altre resiste alla critica. Ed esempi contrari hanno l’effetto di erodere idee tanto spesso accettate e difese come indubitabilmente certe quali quella concernente la reificazione dei concetti collettivi, per cui si pensa allo Stato, al partito, alla classe come a delle realtà sostanziali, esistenti ed autonome dagli individui: quale occasione, migliore di questa, per avviare alla comprensione di quella tanto trascurata ma, invece, tanto importante “disputa sugli universali”? E ricchi di implicazioni filosofiche sono quei pezzi di saggezza cresciuta e accumulatesi nei secoli che sono proverbi come quando si ripete che “di buone intenzioni son lastricate le vie dell’inferno”, che “non ogni male vien per nuocere” o che “i pifferi di montagna andarono per suonare e furono suonati” – è dal buon senso, insomma, che può partire un percorso di comprensione della teoria – fondamentale nelle scienze sociali, e non solo – relativa alla inevitabile insorgenza delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali. Esperienze personali, racconti di esperienze altrui, casi storici di fallimenti di progetti e piani ben studiati possono costituire argomenti di riflessione filosofica su questa tematica e permettere, almeno, di intuire che l’uomo non è né onnipotente né onnisciente. E riflessioni filosofiche offre l’altro proverbio – nucleo dell’epistemologia fallibilista – secondo cui “sbagliando si impara”.

10. Ebbene, è proprio in base a quelli che considero i miei errori, commessi specie all’inizio della mia carriera di insegnante, ma anche sulla base di quelle che ancora vedo come mie riuscite, che mi permetto il suggerimento per cui il primo momento nell’insegnamento della filosofia possa e debba consistere nell’esplorazione delle opinioni, e dei problemi, che si agitano nelle menti dei nostri giovani. Dunque, prendendo spunto, per esempio, da discussioni di questioni dibattute nella più ampia società, da discorsi che intercorrono tra gli stessi ragazzi, da risposte che essi offrono a interrogativi del docente di filosofia o anche di altri docenti, gli studenti vanno invitati, stimolati, ad esprimere apertamente le loro idee e a porre i problemi che sentono come più urgenti. L’insegnante guiderà con attenzione ed equilibrio queste loro discussioni su questioni politiche, etiche, religiose; correggerà atteggiamenti superficiali o prese di posizione dogmatiche e aggressive adducendo, con garbo, istanze contrarie a certezze conclamate, e così via. Insomma, ascolterà i suoi studenti con il massimo rispetto, li conoscerà meglio e, incrinando certezze inconsistenti, li porterà quasi per mano ad inciampare nel dubbio. Ogni insegnante conosce occasioni propizie per questo tipo di imprescindibile lavoro didattico. E, guardando indietro, penso che non è stato affatto tempo perso quello speso nel discutere con i miei studenti, nel farli discutere tra loro, nell’insinuare nelle loro menti il morso del dubbio. E, a mio avviso, se per questo lavoro si spendono alcune settimane, specie all’inizio dell’insegnamento della filosofia – ma anche in seguito, sia nel primo anno che negli anni successivi, qualora se ne ravvisi l’opportunità – questo è tempo ben speso. Bene speso per la crescita di menti critiche, di cittadini capaci di pensare, di argomentare, di non ingannare e di non farsi ingannare – di cittadini, in breve, la cui “mente aperta” è fondamento imprescindibile di una “società aperta”.

 

11. La verità è che, se un giovane è stato catturato nel campo magnetico dei problemi filosofici, egli si appassionerà alla storia della filosofia, alla storia delle idee proposte per la soluzione dei problemi che lo interessano. Andrà a cercare queste idee nel manuale di storia della filosofia, confronterà magari più di un manuale, si avvicinerà a scritti classici di filosofi. E, allora, l’insegnante troverà facilitato e appassionante il suo lavoro e toccherà con mano che la sua professione è davvero una missione.

Per un giovane interessato al problema della demarcazione tra scienza e non scienza, non costituirà allora nessun peso, già al primo anno di filosofia, studiare la soluzione che del problema offre Aristotele, come anche le soluzioni che in seguito potrà trovare in Bacone e poi soprattutto in Galileo e giù giù da Stuart Mill, Poincaré, Duhem a Karl Popper, Kuhn, Lakatos e Feyerabend. In più d’una occasione, dopo una lezione sui rapporti tra ragione e fede, tra scienza e fede, dopo le discussioni che ne sono immancabilmente seguite, mi sono state chieste bibliografie essenziali sull’argomento – e ancora mi capita di incontrare persone che mi ringraziano per aver loro consigliato testi come le Lettere copernicane di Galileo, i Pensieri di Pascal o Le briciole di filosofia di Kierkegaard. Si provi in classe, dopo discussioni su questioni politiche, a leggere brani significativi dell’Antigone e si vedrà allora quale forza di attrazione erompe dalla storia delle idee filosofiche. E l’interesse dei giovani non sarà minore allorché si esporrà la grande controversia sul Platone totalitario, o la differenza tra la concezione politica di Hobbes e quella di Locke o, in seguito, quando verranno esaminate, insieme con le critiche ad esse, le concezioni politiche di Comte, di Hegel o di Marx, o quando si espliciteranno le ragioni della “società aperta”, cioè di quelle regole che istituiscono lo Stato di diritto. Uno strumento adatto a stimolare interesse e discussioni, in questo come in altri casi, consiste nel porre all’attenzione dei giovani concezioni contrastanti, per esempio, un discorso di Mussolini e un articolo di Salvemini o di don Sturzo; l’idea di Stato di un giurista nazista come Carl Schmitt e brani tratti da La democrazia di Hans Kelsen.

Credo che gli insegnanti non necessitino di ulteriori esemplificazioni di questo approccio all’insegnamento della filosofia che, personalmente, trovo ragionevole e la cui pratica mi ha dato non poche soddisfazioni. Aperto ad altre proposte, dico soltanto che non mi appare, invece, condivisibile l’idea che i manuali di filosofia debbano essere più concisi possibile per la ragione che “tutto non si può fare”. Tutto non si farà mai e non si potrà mai fare. Ma quanto davvero importa è che: quello che si fa, si faccia e possa venir fatto bene; che l’itinerario di maggior interesse di uno studente o più studenti non sia impervio; che, per esempio, se si è più interessati alla storia e alla filosofia della scienza, ovvero a questioni di filosofia politica o di filosofia della religione o a problemi di filosofia dell’arte, lo studente possa trovare nel manuale di storia della filosofia una adeguata e chiara e non una rattrappita e spesso incomprensibile esposizione dei problemi, dei concetti e delle teorie che maggiormente lo interessano e che costituiscono stazioni non trascurabili dell’itinerario da lui intrapreso e che egli intende condurre a termine.

 

12. E un’ultima considerazione. Se non è facile dire quale sia il modo migliore di insegnare filosofia, non è però difficile dire quale sia il peggiore. Ecco, al riguardo, un’opinione di Karl Popper: «Quello che definisco “metodo prima facie” per insegnare filosofia, e che sembrerebbe l’unico possibile, consiste nel dare da leggere al principiante, che supponiamo non essere al corrente della storia delle concezioni matematiche, cosmologiche e in generale scientifiche, nonché politiche, le opere di grandi filosofi; le opere, cioè, di Platone e di Aristotele, Descartes e Leibniz, Berkeley, Hume, Kant e Mill. Ma quale sarà l’effetto di un simile corso di letture? Un nuovo mondo di astrazioni sorprendentemente sottili e vaste, ad un livello estremamente elevato ed arduo, si dischiude al lettore. Egli viene posto di fronte a pensieri e ad argomenti che sono talora non soltanto di difficile comprensione, ma tali da apparirgli irrilevanti, poiché non riesce a scoprire che cosa riguardino. Lo studente, tuttavia, sa che questi sono i grandi filosofi, e che tale è la maniera della filosofia. Egli compirà così uno sforzo per adeguarsi a quello che ritiene […] il loro modo di pensare. Cercherà di parlare il loro strano linguaggio, di uniformarsi alle tortuose spirali del loro argomentare, e forse addirittura di cacciarsi nei loro singolari guai. Alcuni possono apprendere questi artifici in modo superficiale, altri possono avviarsi a diventare cultori genuinamente affascinati. Penso, tuttavia, che dovremo rispettare chi, compiuto lo sforzo, giunge infine alla conclusione, che potrebbe considerarsi wittgensteiniana: anch’io, come tutti, ho imparato il gergo. È molto ingegnoso e affascinante. Anzi, è pericolosamente affascinante; la semplice verità al riguardo, infatti, è che si tratta di molto rumore per nulla, una quantità di parole senza senso». Un esito, questo, che ancor più che dalla casuale lettura di qualche testo classico, è da attendersi da un uso di manualetti di filosofia dove mancano le argomentazioni filosofiche e dove i concetti non vengono adeguatamente, cioè estesamente, esplicitati – questo perché “non c’è tempo”, perché “tutto non si può fare”. E, come si sa, per dirla con Goethe, «dove mancano i concetti, sovvengono le parole» – meglio, i paroloni, oppio raffinato degli intellettuali. È ancora Popper ad affermare che un metodo corretto, critico, per affrontare i problemi filosofici «consiste, semplicemente, nel tentare di scoprire che cosa gli altri abbiano pensato e detto a proposito del problema che si ha tra le mani; perché abbiano dovuto affrontarlo; in qual modo l’abbiano formulato; in qual modo abbiano tentato di risolverlo. Questo metodo – insiste Popper – mi sembra importante perché fa parte del metodo generale della discussione razionale. Se ignoriamo che cosa pensino gli altri o che cosa abbiano pensato in passato, la discussione razionale arriva necessariamente ad un punto morto, anche se poi ciascuno di noi può continuare a parlare allegramente con se stesso. Alcuni filosofi hanno fatto una virtù del parlare con se stessi forse perché si erano convinti che non ci fosse nessuno con cui parlare. Ho paura che l’abitudine di filosofare su questo livello un po’ troppo elevato sia un sintomo del declino della discussione razionale. Non c’è dubbio che Iddio parli quasi esclusivamente con se stesso perché non trova nessuno con cui valga la pena di parlare. Ma i filosofi dovrebbero sapere che non sono più simili a Dio di quanto non lo siano gli altri uomini». È questa una buona giustificazione dello studio e di un insegnamento critico della storia della filosofia.

 

Sistema integrato zero-sei anni: in GU il Piano di Azione

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il documento del Consiglio dei Ministri che disciplina l’attuazione del Piano di azione nazionale pluriennale per la promozione del Sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni.

Con delibera del Consiglio dei Ministri 11 dicembre 2017, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 20 del 25 gennaio 2018, è adottato il Piano di azione nazionale pluriennale per la promozione del Sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni, di cui all’art. 8 del d.lgs. n. 65/2017.

Interventi

Il Piano ha un’articolazione triennale e prevede interventi riconducibili alle seguenti tipologie:

  • nuove costruzioni, ristrutturazione edilizia, restauro e risanamento conservativo, riqualificazione funzionale ed estetica, messa in sicurezza meccanica e in caso di incendio, risparmio energetico e fruibilità di stabili di proprietà delle amministrazioni pubbliche;

  • finanziamento di spese di gestione, in quota parte, dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole dell’infanzia, in considerazione dei loro costi e della loro qualificazione;

  • formazione continua in servizio del personale educativo e docente, e promozione dei coordinamenti pedagogici territoriali.

Finalità

Gli interventi del Piano definiti dalla programmazione delle regioni perseguono le seguenti finalità:

  • consolidare ed ampliare la rete dei servizi educativi per l’infanzia a titolarità pubblica e privata convenzionata, con riduzione della soglia massima di partecipazione economica delle famiglie;

  • stabilizzare e potenziare le sezioni primavera;

  • ampliare e sostenere la rete dei servizi per bambini, in particolare nei territori in cui sono carenti scuole dell’infanzia statali;

  • riqualificare edifici scolastici di proprietà pubblica, già esistenti e sottoutilizzati, e promuovere la costruzione di nuovi edifici, anche per costituire poli per l’infanzia;

  • sostenere la qualificazione del personale educativo e docente.

Risorse

Il Piano definisce la destinazione delle risorse disponibili nei limiti del Fondo nazionale di cui all’art. 12 del d.lgs. n. 65/2017 e in relazione alle ulteriori risorse messe a disposizione dagli altri enti interessati. L’assegnazione di risorse si realizza esclusivamente come cofinanziamento della programmazione regionale dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole dell’infanzia. Le regioni assicurano un finanziamento pari almeno al venti per cento per l’anno 2018 e, a partire dall’anno 2019, pari al trenta per cento delle risorse assicurate dallo Stato.

È costituita presso il Miur una Cabina di regia con funzioni di supporto, monitoraggio e valutazione dell’attuazione e dell’efficacia degli interventi del Piano.

Cronoprogramma

Questo il cronoprogramma del Piano:

  • entro il mese di febbraio di ciascun anno di vigenza del Piano il Miur, sentita la Cabina di regia, definisce le linee strategiche d’intervento e promuove un’intesa, avente ad oggetto il riparto del Fondo;

  • entro il mese di marzo le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano definiscono le tipologie prioritarie di intervento, le relative caratteristiche, nonché le modalità di presentazione delle istanze;

  • entro il mese di aprile i comuni, in forma singola o associata, inviano alle regioni le richieste relative all’attuazione del Piano;

  • entro il mese di giugno le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano definiscono la programmazione territoriale e ne danno comunicazione al Miur;

  • entro il 31 luglio il Miur provvede ad erogare direttamente ai comuni le risorse.

In via transitoria, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, entro il 31 gennaio 2018, trasmettono al Miur le tipologie di interventi attuati o da attuare.

Monitoraggio

Entro il 30 novembre le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, previa acquisizione dei dati forniti dai comuni, trasmettono al Miur una relazione dettagliata, avente ad oggetto il monitoraggio degli interventi, con riferimento alle risorse impiegate, alla loro gestione ed al raggiungimento delle finalità. Gli esiti del monitoraggio sono posti a base della determinazione del riparto delle risorse del successivo anno di vigenza del Piano.

Al fine di monitorare l’attuazione annuale del Piano di azione nazionale, la Cabina di regia ha il compito di proporre al Ministro le linee strategiche e di valutare il concorso degli interventi inseriti nelle programmazioni regionali al raggiungimento degli obiettivi strategici.

in Notizie della Scuola, 26/01/2018

Papa Francesco: no ai nuovi schiavi

Andrea Lebra

 «Malgrado i grandi sforzi di molti, la schiavitù moderna continua ad essere un flagello atroce che è presente, su larga scala, in tutto il mondo, persino come turismo. Questo crimine di “lesa umanità” si maschera dietro apparenti abitudini accettate, ma in realtà fa le sue vittime nella prostituzione, nella tratta delle persone, il lavoro forzato, il lavoro schiavo, la mutilazione, la vendita di organi, il consumo di droga, il lavoro dei bambini. Si nasconde dietro porte chiuse, in luoghi particolari, nelle strade, nelle automobili, nelle fabbriche, nelle campagne, nei pescherecci e in molte altre parti. E questo succede sia nelle città che nei villaggi, nei centri di accoglienza delle nazioni più ricche e di quelle più povere del mondo. E la cosa peggiore è che questa situazione, disgraziatamente, si aggrava ogni giorno di più… Sostenuti dagli ideali della nostra confessione di fede e dai nostri valori umani condivisi, tutti possiamo e dobbiamo innalzare lo stendardo dei valori spirituali, gli sforzi comuni, la visione liberatrice così da sradicare la schiavitù dal nostro pianeta» (papa Francesco, 2 dicembre 2014, in occasione della firma della Dichiarazione congiunta dei leaders religiosi contro la schiavitù moderna).

Se c’è una persona da riconoscere, a livello mondiale, come la più autorevole voce morale nella lotta contro la tratta di esseri umani e le nuove forme di schiavitù, questa è indubbiamente papa Francesco.

Senza timore di smentita si può affermare che, in relazione ad un simile «abominevole fenomeno» destinato ad annientare la libertà e la dignità delle persone,[1] non ci sia mai stato, nel corso della storia della Chiesa cattolica, un magistero papale così ricco. Certamente siamo in presenza di una delle priorità con le quali Francesco sta caratterizzando il suo servizio petrino.

D’altra parte, quello della tratta e delle nuove forme di schiavitù è un dramma da lui particolarmente avvertito sin dai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. È noto il suo impegno a promuovere e a sostenere in Argentina ogni iniziativa utile per scuotere le coscienze delle persone e richiamare alle loro responsabilità istituzioni civili e comunità cristiane.[2]

Riflettere ma anche operare

Il suo inedito e instancabile magistero è finalizzato a contribuire al raggiungimento di un obiettivo straordinariamente ambizioso: «eliminare per sempre la schiavitù moderna entro il 2020»,[3] pur prendendo realisticamente atto che, ad oltre settant’anni di distanza dall’adozione, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, molti diritti fondamentali nel mondo – «primo fra tutti il diritto alla vita, alla libertà e alla inviolabilità di ogni persona umana» – sono ancora oggi violati.[4]

Nel primo messaggio pasquale Urbi et orbi[5] ha affermato che la tratta di esseri umani è «la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo». In una delle prime udienze generali del mercoledì ha detto: «Chiedo ai fratelli e alle sorelle nella fede e a tutti gli uomini e donne di buona volontà una decisa scelta contro la tratta delle persone, all’interno della quale figura il lavoro schiavo».[6]

Al tema ha dedicato parte dei discorsi rivolti a Istituzioni europee[7] e internazionali.[8] Ne ha parlato in occasione dei suoi viaggi pastorali in Italia e fuori Italia.

Ne ha scritto nell’enciclica Laudato si’ del 25 maggio 2015 sulla cura della casa comune e nelle esortazioni apostoliche Evangelii gaudium del 24 novembre 2013 sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale e Amoris laetitia del 19 marzo 2016 sull’amore nella famiglia.

Nel 2014 ha intitolato “Non più schiavi, ma fratelli” il messaggio per la celebrazione della 48ª Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2015).

Inoltre, papa Francesco non si è limitato semplicemente a parlare: ha operato concretamente a favore delle vittime della tratta,[9] oltre che incontrarle periodicamente.[10]

Allo scopo di dare visibilità al fenomeno della tratta delle persone e di agevolare la collaborazione tra i vari soggetti, ha incoraggiato la Santa Sede a promuovere e a ospitare conferenze di alto livello scientifico attraverso la Pontificia accademia delle scienze sociali.[11]

Ha creato il “Gruppo Santa Marta”, che prende il nome dalla sua residenza in Vaticano: un’alleanza tra capi di polizia e vescovi di diversi paesi del mondo per armonizzare le risorse della Chiesa cattolica con quelle delle agenzie di polizia nella lotta alla tratta.

Si è fatto promotore della Dichiarazione congiunta dei leader religiosi contro la schiavitù moderna firmata il 2 dicembre 2014. Da questo incontro è nato il sito www.endslavery sviluppato in collaborazione con la Chiesa anglicana: il primo sito per raccogliere dati, ricerche, studi, appuntamenti e testi legislativi di vari parlamenti in tema di lotta alla schiavitù.

Ha incoraggiato l’istituzione della Giornata mondiale di preghiera e di riflessione contro la tratta che, dal 2015, viene celebrata ogni anno in tutta la Chiesa l’8 febbraio, memoria liturgica di santa Giuseppina Bakhita, la religiosa che conobbe nella sua vita le sofferenze della schiavitù.

Tratta e schiavitù nel magistero di Francesco

Ma qual è il messaggio e l’ approccio di Francesco nel cercare di spronare istituzioni e coscienze a compiere azioni efficaci contro la tratta e le nuove forme di schiavitù?

Emblematico, al riguardo, rimane il discorso rivolto il 12 dicembre 2013 agli ambasciatori e agli altri diplomatici accreditati presso la Santa Sede e interamente incentrato sulla tratta: «una questione – ha confessato nell’occasione – che mi preoccupa molto e che minaccia attualmente la dignità delle persone».

È un intervento, questo, da evidenziare in quanto costituisce una circostanziata e puntuale disamina del fenomeno. Esso è sintetizzabile in dieci rilevanti affermazioni, che in varie occasioni Francesco ha ulteriormente esplicitato nei termini che seguono.

1) La tratta di esseri umani è una vera forma di schiavitù, purtroppo sempre più diffusa, che riguarda tutti i Paesi, anche i più sviluppati. «A nessuno piace riconoscere che nella propria città, nel proprio quartiere pure, nella propria regione o nazione ci sono nuove forme di schiavitù, mentre sappiamo che questa piaga riguarda quasi tutti i paesi… Tutta la società è chiamata a crescere in questa consapevolezza… in modo da poter assicurare i trafficanti alla giustizia e reimpiegare i loro ingiusti guadagni per la riabilitazione delle vittime… E tante volte – tante volte! – queste nuove forme di schiavitù sono protette dalle istituzioni che devono difendere la popolazione da questi crimini».[12]

2) La tratta coinvolge le persone più vulnerabili della società, come le donne e le ragazze, i bambini e le bambine, chi proviene da situazioni di disgregazione familiare e sociale. «Tra le cause che concorrono a spiegare le forme contemporanee di schiavitù (…) anzitutto vi sono la povertà, il sottosviluppo e l’esclusione, specialmente quando essi si combinano con il mancato accesso all’educazione o con una realtà caratterizzata da scarse, se non inesistenti, opportunità di lavoro. Non di rado, le vittime di traffico e di asservimento sono persone che hanno cercato un modo per uscire da una condizione di povertà estrema, spesso credendo a false promesse di lavoro, e che invece sono cadute nelle mani delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani».[13]

3) La tratta costituisce una grave violazione dei diritti umani, un’offesa alla dignità, un crimine contro l’umanità e una sconfitta per la comunità mondiale. «La pace è violata anche dal traffico degli esseri umani… che trasforma le persone in merce di scambio, privando le vittime di ogni dignità».[14] «Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: Dov’è tuo fratello? (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta».[15]

4) Ciò che i governi e la comunità internazionale stanno facendo per prevenire, contrastare e impedire la tratta è importante, ma non sufficiente. «Il mondo chiede con forza a tutti i governanti una volontà effettiva, pratica, costante, fatta di passi concreti e di misure immediate, per preservare e migliorare l’ambiente naturale e vincere quanto prima il fenomeno dell’esclusione sociale ed economica, con le sue tristi conseguenze di tratta degli esseri umani, commercio di organi e tessuti umani, sfruttamento sessuale di bambini e bambine, lavoro schiavizzato, compresa la prostituzione, traffico di droghe e di armi, terrorismo e crimine internazionale organizzato. È tale l’ordine di grandezza di queste situazioni e il numero di vite innocenti coinvolte, che dobbiamo evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci nella lotta contro tutti questi flagelli».[16]

5) È necessaria una più decisa volontà politica per riuscire a tutelare i diritti delle vittime e delle loro famiglie e per assicurare alla giustizia corrotti e criminali. «Occorre generare un moto trasversale e ondulare, una “buona onda”, che abbracci l’intera società dall’alto in basso e viceversa, dalla periferia al centro e viceversa, dai leader fino alle comunità, e dai popoli e dall’opinione pubblica fino ai più alti livelli dirigenziali. La realizzazione di ciò esige che, come hanno già fatto i leader religiosi, sociali e i sindaci, così anche i giudici prendano piena consapevolezza di tale sfida, sentano l’importanza della propria responsabilità davanti alla società e condividano le proprie esperienze e buone pratiche e agiscano insieme – è importante, in comunione, in comunità, che agiscano insieme – per aprire brecce e nuove vie di giustizia a beneficio della promozione della dignità umana, della libertà, della responsabilità, della felicità e, in definitiva, della pace».[17]

6) Per ottenere buoni risultati occorre che l’azione di contrasto incida anche a livello culturale affinché nessuno tolleri che un essere umano venga considerato un oggetto. «Se non ci sono verità oggettive né principi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione? Non è la stessa logica relativista quella che giustifica l’acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli o di utilizzarli per la sperimentazione, o lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori? È la stessa logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno. E allora non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare».[18]

7) La persona umana non deve mai essere venduta e comprata come una merce: chi, direttamente o indirettamente, la usa e la sfrutta si rende complice di questa sopraffazione. «Duole rilevare come molti diritti fondamentali siano ancor oggi violati. Primo fra tutti quello alla vita, alla libertà e alla inviolabilità di ogni persona umana. Non sono solo la guerra o la violenza che li ledono. Nel nostro tempo ci sono forme più sottili… Penso a quanti sono vittime della tratta delle persone che viola la proibizione di ogni forma di schiavitù. Quante persone, specialmente in fuga dalla povertà e dalla guerra, sono fatte oggetto di tale mercimonio perpetrato da soggetti senza scrupoli?».[19] «Mentre molto è stato fatto per conoscere la gravità e l’estensione del fenomeno, molto di più resta da compiere per innalzare il livello di consapevolezza nell’opinione pubblica… Una delle sfide a questo lavoro di sensibilizzazione, di educazione… è una certa indifferenza e persino complicità, una tendenza da parte di molti a voltarsi dall’altra parte mentre potenti interessi economici e reti criminose sono all’opera».[20]

8) Nessuna persona di buona volontà, che si professi o meno religiosa, può permettere che le vittime vengano trattate come oggetti, ingannate, violentate, spesso vendute più volte, per finire scartate e abbandonate. «Simbolo di vita, il corpo femminile viene, purtroppo non di rado, aggredito e deturpato anche da coloro che ne dovrebbero essere i custodi e compagni di vita. Le tante forme di schiavitù, di mercificazione, di mutilazione del corpo delle donne, ci impegnano dunque a lavorare per sconfiggere questa forma di degrado che lo riduce a puro oggetto da svendere sui vari mercati. Desidero richiamare l’attenzione, in questo contesto, sulla dolorosa situazione di tante donne povere, costrette a vivere in condizioni di pericolo, di sfruttamento, relegate ai margini della società e rese vittime di una cultura dello scarto».[21] «Dobbiamo riconoscere che siamo di fronte a un fenomeno mondiale che supera le competenze di una sola comunità o nazione. Per sconfiggerlo, occorre una mobilitazione di dimensioni comparabili a quelle del fenomeno stesso. Per questo motivo lancio un pressante appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e a tutti coloro che, da vicino o da lontano, anche ai più alti livelli delle istituzioni, sono testimoni della piaga della schiavitù contemporanea, di non rendersi complici di questo male, di non voltare lo sguardo di fronte alle sofferenze dei loro fratelli e sorelle in umanità, privati della libertà e della dignità».[22]

9) Nelle vittime della tratta i cristiani riconoscono il volto di Gesù Cristo, che si è identificato con i più piccoli e bisognosi. «È preoccupante vedere in aumento il numero delle giovani ragazze e delle donne che vengono costrette a guadagnarsi da vivere sulla strada, vendendo il proprio corpo, sfruttate dalle organizzazioni criminali e a volte da parenti e familiari. Tale realtà è una vergogna delle nostre società che si vantano di essere moderne e di aver raggiunto alti livelli di cultura e di sviluppo… Vi chiedo, per favore, di non arrendervi di fronte alla difficoltà delle sfide che interpellano la vostra convinzione, nutrita dalla fede in Cristo, che ha dimostrato, fino al culmine della morte in croce, l’amore preferenziale di Dio Padre verso i più deboli ed emarginati. La Chiesa non può tacere, le istituzioni ecclesiali non possono chiudere gli occhi di fronte al nefasto fenomeno dei bambini e delle donne della strada».[23]

10) Cristiani e non cristiani possono e debbono impegnarsi per mettere fine a questo orribile commercio. «Qui e oggi, assumiamo l’impegno comune di fare tutto il possibile, all’interno delle nostre comunità di credenti e all’esterno di esse, per ridare la libertà a chi è vittima di schiavitù o di tratta di esseri umani, restituendo loro speranza nel futuro. Oggi abbiamo la possibilità, la consapevolezza, la saggezza, i mezzi innovativi e le tecnologie necessarie a raggiungere questo obiettivo umano e morale».[24] «Tutti siamo chiamati a essere liberi, tutti a essere figli e ciascuno secondo le proprie responsabilità, a lottare contro le moderne forme di schiavitù. Da ogni popolo, cultura e religione, uniamo le nostre forze».[25]

[1] Messaggio per la celebrazione della 48ª Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2015).
[2] Il 1° novembre 2016, nel corso della conferenza stampa durante il volo di ritorno dal viaggio apostolico in Svezia, rispondendo ad una domanda di Jürgen Erbacher (della televisione tedesca “ZDF”), Francesco ha ricordato le attività programmate e realizzate, a favore delle «schiave della prostituzione» («non mi piace dire prostitute») e delle vittime del lavoro schiavizzato, da prete e da vescovo a Buenos Aires, con il coinvolgimento sia del mondo ecclesiale sia di «gruppi di non credenti». Una delle iniziative consisteva nell’eucaristia celebrata ogni anno il 23 agosto (in coincidenza con la Giornata internazionale di commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione) nella piazza antistante la stazione ferroviaria della città.
[3] Come si legge nella “Dichiarazione congiunta dei leaders religiosi contro la schiavitù moderna” firmata il 2 dicembre 2014. Va ricordato che il 1° agosto 2015 l’ONU ha adottato il seguente Target 8.7 all’interno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile: “Prendere misure immediate ed efficaci per eliminare il lavoro forzato, sopprimere la schiavitù moderna e la tratta di persone e assicurare il divieto e la cessazione delle peggiori forme di lavoro minorile, incluso il reclutamento e l’uso dei bambini soldato, ed entro il 2025 porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme”.
[4] Discorso dell’8 gennaio 2018 ai Membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.
[5] Messaggio pasquale Urbi et Orbi del 31 marzo 2013.
[6] Udienza generale di mercoledì 1° maggio 2013.
[7] Discorso del 25 novembre 2014 al Consiglio d’Europa.
[8] Discorso del 25 settembre 2015 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
[9] Il 15 novembre 2017 ha deciso di destinare una parte della somma derivante dalla rivendita di una Lamborghini a lui donata della casa automobilistica di Sant’Agata Bolognese per creare a Roma una struttura di accoglienza per donne vittime di tratta.
[10] Ad esempio, nell’ambito della Conferenza internazionale sulla tratta di esseri umani promosso in Vaticano il 10 aprile 2014, Francesco ha incontrato in privato quattro donne (provenienti dall’Argentina, dal Cile, dall’Ungheria e dalla Repubblica Ceca) che in passato sono state costrette a prostituirsi. Venerdì 12 agosto 2016, nell’ambito dei “venerdì della misericordia” vissuti durante il Giubileo dell’anno 2016, ha incontrato 20 donne liberate dalla schiavitù del racket della prostituzione, rivolgendosi alle quali ha esclamato: «vi chiedo perdono per tutti quegli uomini che vi hanno fatto soffrire». Sabato 22 aprile 2017 nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina ha incontrato un gruppo di donne migranti vittime di tratta.
[11] Nel maggio 2013, a poche settimane dalla sua elezione a papa, Francesco ha inviato al Cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e Pontificia accademia delle scienze socialiMarcelo Sánchez Sorondo, un “biglietto” del seguente tenore: «Marcelo, credo che sarebbe bene esaminare la tratta di persone e la schiavitù moderna. Il traffico di organi si potrebbe affrontare in connessione con la tratta di persone. Molte grazie. Francesco».
[12] Discorso del 18 aprile 2015 ai partecipanti alla plenaria della Pontificia accademia delle scienze sociali.
[13] Messaggio per la celebrazione della 48ª Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2015).
[14] Discorso del 25 novembre 2014 al Consiglio d’Europa.
[15] Evangelii gaudium  211.
[16] Discorso del 25 settembre 2015 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
[17] Intervento del 3 giugno 2016 al vertice di giudici e magistrati contro il traffico delle persone.
[18] Laudato si’, n. 123.
[19] Discorso dell’8 gennaio 2018 ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.
[20] Discorso del 7 novembre 2016 ai partecipanti all’incontro sulla tratta degli esseri umani promosso da R.E.N.A.T.E. (Religious in Europe networking against Trafficking and exploitation).
[21] Discorso del 7 febbraio 2015 ai partecipanti alla plenaria del Pontificio consiglio della cultura.
[22] Messaggio per la celebrazione della 48ª Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2015).
[23] Discorso del 13 settembre 2015 ai partecipanti al simposio internazionale sulla pastorale della strada, promosso dal Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti.
[24] Dalla Dichiarazione congiunta dei leaders religiosi contro la schiavitù moderna firmata il 2 dicembre 2014 in Vaticano.
[25] Omelia in occasione della giornata della pace 2015 (1° gennaio 2015).

In Settimana-News 25 gennaio 2018

 

Ebraismo e cristianesimo. Un dialogo sempre più intenso

Bruno Forte

La Giornata della memoria – celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto, in base a una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1o novembre 2005 – richiama alla coscienza di tutti non solo l’immane tragedia della Shoah, affinché mai più un orrore del genere possa ripetersi, ma anche lo straordinario apporto che l’ebraismo ha dato e continua a dare alla famiglia umana. Quest’apporto è stato messo in risalto nella Dichiarazione Tra Gerusalemme e Roma, importante riflessione ortodossa ebraica sulle relazioni tra ebraismo e cristianesimo, elaborata nel contesto del cinquantesimo anniversario della dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II.

Si tratta di un testo che ha cambiato in profondità l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso le altre religioni del mondo e in particolare verso l’ebraismo (cf. n. 4). La Dichiarazione, adottata nel marzo 2016 dalla Conferenza dei rabbini europei e dal Comitato Esecutivo del Consiglio rabbinico d’America, è stata presentata a Papa Francesco il 31 agosto 2017 da una delegazione formata da tre delle principali istituzioni rabbiniche internazionali, la Conferenza dei Rabbini Europei, il Rabbinato centrale d’Israele, il Consiglio Rabbinico d’America. Con buone ragioni l’evento può essere definito storico: per la prima volta il Rabbinato ortodosso internazionale ha dato una valutazione unitaria del dialogo con la Chiesa cattolica, in riferimento non solo alla Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, ma anche allo sviluppo delle relazioni con il mondo ebraico che il documento del Vaticano II ha avviato e favorito: “Nonostante le inconciliabili differenze teologiche – si legge nel testo -, noi ebrei consideriamo i cattolici come nostri partner, stretti alleati, amici, fratelli nella comune ricerca di un mondo migliore che sia benedetto dalla pace, dalla giustizia sociale e dalla sicurezza”. Nell’accogliere la delegazione dell’ebraismo mondiale, poi, Papa Francesco ha affermato con convinzione come, «essendo grande il patrimonio spirituale che abbiamo in comune», vada sempre più «promossa fra noi la mutua conoscenza e stima, soprattutto attraverso studi biblici e colloqui fraterni».

In uno dei suoi punti chiave la Dichiarazione sottolinea il fatto che – pur attraverso innumerevoli prove – l’Eterno ha manifestato sempre la Sua fedeltà a Israele, nel tempo dell’esilio come nel susseguirsi di tante persecuzioni, fino all’ora più buia, quella definita da Giovanni Paolo II del «male assoluto», «quando sei milioni di nostri fratelli sono stati brutalmente assassinati e le braci delle loro ossa si sono spente nelle ombre dei crematori nazisti». Proprio allora, però, “il patto eterno di Dio si è manifestato ancora una volta: il resto di Israele ha raccolto le sue forze e ha prodotto un risveglio miracoloso della coscienza ebraica. Comunità sono state ristabilite in tutta la diaspora, e molti ebrei hanno risposto al vibrante appello di tornare in Eretz Yisrael, dove è sorto uno Stato ebraico sovrano”. In questo contesto di rinascita, più evidenti sono emersi i due obblighi del popolo ebraico verso l’umanità intera: “essere luce per le nazioni” (Isaia 49,6) e “assicurare il proprio futuro, nonostante l’odio e la violenza del mondo”. A riprova di questo duplice compito, la Dichiarazione ricorda come “la nazione ebraica abbia lasciato in eredità all’umanità molte benedizioni, sia nel campo delle scienze, della cultura, della filosofia, della letteratura, della tecnologia e del commercio, così come nel campo della fede, della spiritualità, dell’etica e della moralità”, riconoscendo in tutto questo una “manifestazione del patto eterno di Dio con il popolo ebraico”. Con fine consapevolezza degli sviluppi della teologia cattolica nei decenni seguiti al Vaticano II, la Dichiarazione richiama poi quello che per i credenti in Cristo è il fondamento dell’unicità irrinunciabile del popolo ebraico nella storia della salvezza: “Basandosi sulle Scritture cristiane, Nostra Aetate ha affermato che l’elezione divina di Israele, che essa definisce il dono di Dio, non sarà revocata: Dio… non si pente dei doni elargiti o delle chiamate che ha fatto”. Viene quindi citato un testo di Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “Dio continua a operare tra la gente dell’Antico Patto per portare avanti i tesori della sapienza che gli

derivano dal loro incontro con la sua parola” (247. 249).
Da qui consegue che il legame che la Chiesa riconosce di avere con Israele è unico, così forte, che il documento della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Nostra Aetate (10 dicembre 2015) col titolo Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!, non esita ad affermare: “Il dialogo con l’ebraismo occupa per i cristiani un posto unico: il cristianesimo, date le sue radici, è unito all’ebraismo più di quanto non lo sia a qualsiasi altra religione” (n. 20). Perciò, “la Chiesa cattolica non conduce né supporta alcuna iniziativa specifica di missione istituzionale rivolta agli ebrei”, nei confronti dei quali ciò che invece è possibile e doveroso cercare è un cammino comune verso la piena riconciliazione, riconoscendo che questa apparterrà al tempo che il Dio della promessa riserva per tutti noi. L’idea di “riconciliazione in cammino” supera definitivamente ogni ipotesi di sostituzione, secondo cui la Chiesa avrebbe preso il posto d’Israele nel piano divino della salvezza: è lo stesso Paolo che mette in guardia dal vanificare quello che egli chiama il “mistero” (Romani 11,25), in base al quale Israele resta il testimone dell’elezione e delle promesse di Dio e costituisce per la Chiesa con la sua fede la “radice santa” (cf. 11,16 e 18), su cui essa è innestata e dalla quale non le sarà mai lecito prescindere. L’auspicio finale della Dichiarazione evoca la voce dei profeti biblici, ma non meno il discorso della montagna di Gesù: “Cerchiamo di trovare modi che ci permettano, insieme, di migliorare il mondo: per camminare sulle vie di Dio, nutrire gli affamati e vestire gli ignudi, dare gioia a vedove e orfani, rifugio ai perseguitati e agli oppressi, e quindi meritare le Sue benedizioni”. L’obbedienza all’Eterno e l’amore a tutte le Sue creature sono insomma la ragione ultima per cui il dialogo fra Gerusalemme e Roma dovrà sempre più svilupparsi, aperto alle sorprese dell’Eterno e nutrito dal desiderio sincero dell’obbedienza fedele di ebrei e cristiani alla Sua volontà

in “Il Sole 24 Ore” del 28 gennaio 2018

Legalità. Esiste per il bene comune

Nunzio Galantino

Dal latino legalis – a sua volta derivato da lex (legge) – la legalità è l’osservanza delle leggi che regolano la vita civile in uno Stato di diritto. La cultura e la prassi, non solo contemporanee, autorizzano a porsi domande decisive. Per esempio: sempre e comunque è richiesto il rispetto delle leggi formulate dal legislatore? Anche a prescindere da ciò che è “giusto”? Si può, in nome della giustizia, violare leggi formulate dal governante di turno? Chi definisce ciò che è giusto fino a proporlo come criterio ultimo per l’osservanza della legge? Queste domande hanno impegnato filosofi, politologi e anche teologi. Una drammatica ed esemplare tragedia greca, attraverso la scelta coraggiosa della giovane Antigone, offre elementi per rispondere a queste domande. E nello stesso tempo consegna un impegno a tutti. Nella sua opera, Sofocle racconta di Antigone (V secolo a.C.) che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la proibizione di farlo grazie a una legge emanata da Creonte, re di Tebe. Scoperta, Antigone viene processata e condannata a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. Antigone sceglie drammaticamente ma apertamente l’illegalità appellandosi a leggi più alte e non scritte. Parole straordinariamente intense poste sulla bocca della giovane Antigone valgono più di ogni ragionamento. «Creonte non ha il diritto di separarmi dai miei […]. Non credevo che tu arrivassi con i tuoi divieti ad andare contro le leggi degli dei, leggi che non da oggi, non da ieri, vivono, ma sono eterne. Potevo io, per paura di un uomo, dell’arroganza di un uomo, potevo venire meno a queste leggi? […]. Io esisto per amare, non per odiare».

Le motivazioni addotte da Antigone ricalcano quanto già Aristotele aveva scritto nella Politica (1253a): «L’uomo è animale socievole […]. È l’unico animale ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto». L’uomo è in grado cioè di coltivare le ragioni sulle quali si radica la legalità ordinata al Bene comune. Le stesse ragioni che giustificano il sacrosanto istituto dell’obiezione di coscienza.
Le leggi emanate dal Parlamento dovrebbero sempre nascere come strumento regolatore del “giusto”. Lo Stato è chiamato ad essere il primo garante di leggi giuste, praticando i comportamenti corretti esigiti dai cittadini. D’altra parte il cittadino può reclamare i propri diritti quando ha assolto i suoi doveri. In questa stessa linea si pone un testimone della legalità radicata sulla giustizia quando scrive: «La legalità, per essere strumento di giustizia e non solo di potere, presuppone relazioni fondate sulla prossimità, ossia su qualcosa che non si può apprendere “per legge”. […] La legge non può insegnare la prossimità, l’accoglienza, l’amore. Qui entra in gioco qualcosa che abita la profondità e il mistero dell’animo umano, ben oltre le logiche del divieto e della prescrizione» (L. Ciotti).

in “Il Sole 24 Ore” del 28 gennaio 2018

Lavoro giovanile ed apprendimento informale – Youth work and non-formal learning

Con la nuova pubblicazione “Youth work and non-formal learning in Europe’s education landscape” (Lavoro giovanile e apprendimento informale nel panorama didattico europeo), il settore del lavoro giovanile offre spunti di discussione al grande pubblico riguardo allo sviluppo europeo, al pensiero che sta alla base delle politiche europee sui giovani e sugli ostacoli da superare in futuro.

Dalla prospettiva dell’istruzione scolastica, è interessante riflettere sul modo in cui la cooperazione tra istruzione formale e informale possa fornire nuove prospettive sugli ostacoli e le opportunità in evoluzione.

La pubblicazione offre un’ampia prospettiva sull’apprendimento e indica l’attuale spostamento nell’istruzione: l’istruzione formale si sta sempre più informalizzando, grazie ai cambiamenti nella pedagogia, l’attenzione ai discenti e alle competenze per la vita, e al riconoscimento dell’apprendimento precedente. Al contempo, l’istruzione ninformale si sta sempre più formalizzando in relazione al riconoscimento e alla dimostrazione delle competenze che contribuisce a sviluppare.

Le scuole e gli operatori del settore del lavoro giovanile si stanno sempre più allineando per affrontare le società in evoluzione in cui vivono gli studenti. Un dirigente scolastico citato nella pubblicazione ha così commentato la cooperazione con le comunità locali: “Quando guardiamo al futuro, ci accorgiamo che le scuole non saranno più isole solitarie e, in questa fase, uno dei partner più naturali è il lavoro giovanile”.

Il volume fornisce contributi di qualità, che arrivano da una vasta serie di ricercatori e professionisti del settore, e spiega tutto ciò che serve sapere sulla dimensione europea del lavoro giovanile, il suo ruolo rispetto all’inclusione sociale, alla cittadinanza attiva, ai social media, al dialogo interculturale, con alcune riflessioni sul cammino che ha portato all’attuale politica UE sui giovani.

Scarica “Youth work and non-formal learning in Europe’s education landscape”.