Archivio mensile:gennaio 2018

Origine ed evoluzione dell’Universo. Le frontiere e i confini della scienza

Piero Benvenuti

Dovendo parlare dell’origine e dell’evoluzione dell’Universo, è importante sottolineare subito la grande separazione esistente tra questi due termini, sia dal punto di vista temporale sia da quello epistemologico.
Infatti, la domanda dell’Uomo sull’origine del Cosmo, ovvero di tutto ciò che ci circonda, è antica quanto l’Uomo stesso, come testimoniano i racconti mitici presenti in tutte le civiltà antiche. Oggi la domanda si ripresenta pressoché identica, anche se viene affrontata non più attraverso la pura riflessione, ma con il metodo scientifico moderno. Al contrario, l’evoluzione, come caratteristica essenziale della totalità della realtà sperimentale – il Cosmo – è una scoperta recente, che non ha ancora compiuto un secolo di vita. All’inizio del Novecento nessuno, nemmeno il grande Albert Einstein (1879-1955), poteva immaginare che l’Universo avesse una storia e che si fosse evoluto trasformandosi e passando attraverso fasi molto diverse nel corso di quasi quattordici miliardi di anni.

Analogamente i due termini origine ed evoluzione sono separati anche dal metodo con cui possono essere indagati: come vedremo, mentre la conoscenza della caratteristica evolutiva dell’Universo è frutto di una rigorosa applicazione del metodo scientifico, nel caso dell’origine, l’indagine esula dal campo di validità del metodo stesso e la risposta va quindi cercata affiancando alla Scienza altre vie conoscitive che, senza mai ignorare i risultati degli esperimenti e delle osservazioni, permettano di superarne i limiti.

Il cosmo degli antichi e la svolta del Sidereus Nuncius.
 

Una premessa va anche fatta riguardo al Cosmo: infatti nel corso della storia la percezione di ciò che ci circonda si è modificata radicalmente in misura della nostra capacità di osservarlo.
È evidente che il Cosmo degli antichi era ben diverso da quello che oggi conosciamo, semplicemente perché essi lo potevano osservare solo con gli occhi, mentre oggi lo scrutiamo con strumenti sempre più sofisticati, operanti sia da Terra che dallo spazio a bordo di satelliti artificiali. Di conseguenza la cosmologia, ovvero il modello di Universo che l’uomo ha sempre cercato di immaginare, non poteva che costruirsi su ciò che l’uomo conosceva. Una considerazione che potrà sembrare banale e scontata, ma che ci permette di riflettere su tre fasi storiche ben distinte della cosmologia.
La prima, basata sull’osservazione senza strumenti, ha prodotto la cosmologia aristotelica e tolemaica, un modello geo- e antropocentrico, perfettamente descritto da Dante nella Divina Commedia, soprattutto nella terza Cantica. Una cosmologia che, sposata dalla teologia scolastica, offriva una collocazione logica e perfetta, nel tempo e nello spazio, all’Uomo, al Creato e al Creatore. In particolare, la netta e sostanziale distinzione tra la composizione caratteristica del mondo sub-lunare (quello della Terra e di tutto ciò che sta sotto il «cielo» della Luna) e l’empireo, proprio del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle, evidenziava ancor più il ruolo centrale della Terra e dell’Uomo.
Nel 1609, Galileo Galilei (1564-1642) con il suo cannocchiale e le sue straordinarie scoperte inaugura una nuova era dell’astronomia, ma al tempo stesso distrugge inesorabilmente le perfette sfere cristalline della cosmologia aristotelica. Scompare la distinzione tra mondo sub-lunare e l’empireo e, soprattutto, si dissolve il confine rappresentato dal «cielo delle stelle fisse», il contatto quasi fisico con il Primo Mobile e quindi con Dio stesso:

e questo cielo non ha altro dove che la mente divina, in che s’accende/ 

l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove. (Dante).

L’Uomo è nuovamente assalito dallo sgomento di doversi confrontare con un Cosmo infinitamente più grande di lui e che, a differenza dell’epoca precedente, non riesce più a comprendere. Si apre un periodo durante il quale, nonostante i progressi nella costruzione di telescopi sempre più grandi e potenti e i successi della teoria della gravitazione universale applicata ai moti celesti, gli scienziati non riescono a ricostruire un modello cosmologico soddisfacente. Anzi, quando la nuova concezione newtoniana di spazio, come riferimento astratto, assoluto e illimitato entro il quale si svolgono nel tempo – anch’esso assoluto – i moti dei corpi, viene utilizzata per la descrizione del Cosmo, porta a dei paradossi.
 Come vedremo, solo con l’avvento dell’astronomia spaziale, che ha permesso di osservare l’Universo in tutte le lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico, è stato possibile costruire e consolidare un modello cosmologico soddisfacente.

L’inizio della cosmologia moderna

Il cammino verso la cosmologia moderna, che potremo chiamare di precisione in quanto ancorata a dati sperimentali oggettivi e sempre più affidabili, è iniziato circa un secolo fa grazie a due grandi rivoluzioni, una teorica e una osservativa.

La Relatività Generale di Einstein

La prima rivoluzione è rappresentata dalla Teoria della Relatività Generale proposta da Albert Einstein nel 1916. Essa segue e completa la Teoria della Relatività Ristretta del 1905 che, partendo dal postulato della costanza assoluta della velocità della luce nel vuoto, aveva già rivoluzionato i concetti di spazio, di tempo e di contemporaneità, limitatamente a fenomeni fisici descritti rispetto a sistemi di riferimento inerziali, ovvero che si muovono relativamente uno all’altro di moto rettilineo uniforme.

La Relatività Generale supera questo limite affermando, secondo il Principio di equivalenza, che tutti i sistemi di riferimento in caduta libera sono localmente equivalenti per la descrizione di qualunque fenomeno fisico. Per chiarire visivamente il concetto, ricordiamo che un esempio di sistema in caduta libera è rappresentato dalla Stazione Spaziale Internazionale all’interno della quale, come è ben noto a tutti, gli astronauti «galleggiano» nella cabina apparentemente privi di peso.

Ciò è dovuto al fatto che sia la Stazione che gli astronauti e gli oggetti all’interno della cabina, muovendosi lungo la stessa orbita attorno alla Terra, si muovono tutti con la stessa velocità orbitale, risentono tutti della stesa accelerazione centripeta e quindi, mutuamente, non percepiscono la forza di gravità: la situazione è analoga a quella che si verificherebbe all’interno di un ascensore cui venisse recisa la fune che lo sostiene, con la differenza che nel caso della Stazione Spaziale la «caduta libera» perdura fintanto che la stessa rimane in orbita attorno alla Terra.

Le conseguenze del Principio di equivalenza sono drammatiche: non solo lo spazio e il tempo costituiscono il «continuo» inscindibile previsto dalla Relatività Ristretta, ma esso non può più essere considerato indipendente dalla materia ed energia, le quali ne modificano le caratteristiche interne, ovvero, in termini più tecnici, determinano la metrica dello spazio-tempo rendendolo localmente «curvo». In altre parole, la materia-energia presente nello spazio-tempo ne determina la geometria e lo spazio-tempo così modificato definisce le traiettorie che i corpi e la radiazione devono seguire.

Dal punto di vista epistemologico è importante notare come il passaggio dalla Relatività Ristretta a quella Generale non era «richiesto» da alcun dato sperimentale che contrastasse in modo evidente con la meccanica newtoniana, se si esclude una piccola perturbazione dell’orbita del pianeta Mercurio che comunque veniva attribuita a una incompleta conoscenza del Sistema solare, piuttosto che a una inadeguatezza della teoria vigente. Diversamente la Relatività Ristretta era nell’aria, tanto che le formule matematiche che permettevano di descrivere correttamente i dati sperimentali di fenomeni elettromagnetici osservati in sistemi di riferimento diversi, le trasformazioni di Lorentz, già esistevano, anche se erano state derivate empiricamente e non giustificate da una teoria. La Relatività Generale nasce quindi da un desiderio di simmetria e di completezza e le conseguenze, già citate, dovevano essere provate sperimentalmente a posteriori, per decidere se l’intuizione einsteiniana era ragionevole e giustificata.

Le prove sperimentali che avrebbero potuto provare o confutare la teoria non erano facili da realizzare perché gli effetti della Relatività Generale sono molto piccoli in condizioni «normali» di laboratorio, ma l’occasione si presentò con l’eclissi totale di Sole del 1919: durante la fase di totalità il cielo diventa buio e si possono vedere le stelle vicine al bordo del Sole eclissato, misurandone la posizione per verificare se sia diversa da quella usuale, per effetto del campo gravitazionale generato dal Sole. Le misure diedero ragione a Einstein e la nuova rivoluzionaria teoria entrò a pieno diritto nella Fisica.
Dopo la prova cruciale, Einstein provò ad applicare le equazioni della Relatività Generale alla totalità dell’Universo, ma con sua sorpresa la soluzione indicava un cosmo non stazionario, ovvero in contrazione o in espansione. All’epoca tutti, Einstein compreso, conoscevano un Universo statico, all’interno del quale stelle e galassie si muovevano, ma con moti individuali casuali, senza partecipare ad alcun moto globale e generalizzato. Di conseguenza Einstein, convinto che le sue equazioni fallissero nella descrizione del cosmo a grande scala, introdusse una modifica ad hoc, aggiungendo la cosiddetta «costante cosmologica» il cui effetto era proprio quello di stabilizzare l’Universo rendendolo statico. Ma una sorpresa lo stava attendendo al varco…

La scoperta delle galassie e l’espansione dell’Universo

Nel 1920, appena un anno dopo la verifica sperimentale della Relatività Generale, gli astronomi si chiedevano ancora se alcuni oggetti «nebulosi» osservati con i loro telescopi fossero delle nubi di gas appartenenti alla nostra galassia oppure se fossero essi stessi delle galassie, composte come la nostra di una miriade di stelle, ma molto più lontane.

Nel 1922, l’astronomo americano Edwin Hubble (1889-1953), utilizzando il nuovo telescopio da 100’ di Mount Wilson, riuscì a dimostrare che la Nebulosa di Andromeda era una galassia simile alla nostra, distante circa 2,5 milioni di anni luce. Le dimensioni tipiche di una galassia sono dell’ordine delle centinaia di migliaia di anni luce, quindi Andromeda e le altre nebulose simili erano senz’altro oggetti extra-galattici. Improvvisamente l’Universo diventava molto più esteso di quanto si potesse immaginare e le «galassie» diventavano i veri «mattoni» del cosmo.

Contemporaneamente alla scoperta della natura delle galassie, si cominciavano a raccogliere dati sulla loro velocità radiale, ovvero di avvicinamento o allontanamento4. Curiosamente le velocità erano quasi tutte di allontanamento e, fatto ancora più inatteso, crescevano proporzionalmente alla distanza della galassia osservata. Mentre si accumulavano questi dati, un gesuita belga, fisico, Georges Lemaître (1894-1966), pubblicava nel 1927, in lingua francese e in una rivista belga a diffusione locale, un articolo dal titolo: Un univers homogène de masse constante et de rayon croissant, rendant compte de la vitesse radiale des nébuleuses extra­galactiques.

Egli aveva applicato le equazioni della Relatività Generale nella loro forma originale alla totalità dell’Universo e aveva ottenuto per primo un modello evolutivo che rendeva conto dell’apparente velocità di allontanamento delle galassie, crescente con la distanza. In un primo momento Einstein, discutendo con Lemaître del suo lavoro, l’aveva confutato quasi sprezzantemente, ma successivamente, quando ebbe modo di analizzare lui stessi i dati sempre più convincenti che Edwin Hubble continuava a raccogliere, si convinse che il nuovo modello cosmologico era il più adatto a descrivere l’Universo: tolse quindi la costante cosmologica dalle sue equazioni definendola il più grande abbaglio della sua vita.

Il modello cosmologico moderno

Con la scoperta della Legge di Hubble (si veda la nota 4) sulla apparente recessione delle galassie comincia a prender forma il modello cosmologico moderno, la cui principale caratteristica è la sua espansione e, conseguentemente, la sua evoluzione.
Bisogna subito mettere in guardia il lettore sulla corretta interpretazione del fenomeno descritto dalla Legge di Hubble: le galassie non si allontanano tra loro all’interno di uno spazio «contenitore», assoluto e indifferente alla loro presenza: ciò che si espande è lo stesso spazio cosmico che, per dir così, trascina con sé le galassie. L’espansione dello spazio ha quindi anche un effetto sui fenomeni di propagazione della radiazione elettromagnetica (la luce): infatti, dal momento dell’emissione del segnale luminoso da parte di una galassia lontana, alla sua recezione sulla Terra è trascorso del tempo durante il quale lo «spazio» si è espanso provocando un «allungamento» della lunghezza d’onda originale. In altre parole, la luce proveniente da lontani oggetti celesti ci appare più rossa e questo spostamento verso il rosso (red­shift in inglese) è una misura di quanto lo spazio, e quindi l’Universo, si sia espanso.

L’Universo primordiale

Nel 1948, il cosmologo George Gamow (1904-1968), assieme ai suoi studenti Ralph Alpher (1921-2007) e Robert Herman (1914-1997), pubblica un lavoro sullo stato fisico dell’Universo primordiale basato sul fatto che retrocedendo nel tempo, cioè facendo scorrere all’inverso l’espansione, l’Universo doveva essere sempre più compresso, denso e di conseguenza caldo. Ad un certo punto avrebbe raggiunto temperature alle quali la materia ordinaria, elettricamente neutra, si sarebbe ionizzata: ioni positivi (nuclei di idrogeno ed elio ionizzati) e i loro elettroni liberi avrebbero costituito un fluido che i fisici chiamano «plasma» e di cui l’esempio più prossimo a noi è costituito dal Sole. Il plasma ha la proprietà di essere opaco alla radiazione elettromagnetica (la luce) che interagendo molto efficacemente con gli elettroni liberi, procede tortuosamente a zig-zag rimanendo intrappolata nel plasma stesso.

Gamow prevedeva quindi che l’Universo primordiale doveva esser opaco e non sarebbe stato possibile osservarlo direttamente oltre quella sorta di cortina invalicabile; per contro, l’espansione avrebbe successivamente raffreddato il plasma fino al punto in cui gli ioni positivi si sarebbero uniti stabilmente agli elettroni dando origine a idrogeno ed elio neutri6, perfettamente trasparenti alla radiazione.
La radiazione, prima prigioniera del plasma, poteva ora liberamente propagarsi nell’Universo e si dovrebbe poterla osservare – affermava Gamow – ma, a causa del fenomeno del red­shift, essa sarebbe così spostata verso le lunghezze d’onda più lunghe da apparire come radiazione di microonde.
All’epoca non esistevano ricevitori in grado di osservare tale radiazione, quindi si concluse che non sarebbe stato possibile verificare sperimentalmente tale interessante previsione teorica del modello cosmologico.

La radiazione fossile

In questo i cosmologi dell’epoca si sbagliavano, perché con l’avvento dell’era spaziale e lo sviluppo della tecnologia delle trasmissioni radio, il Fondo Cosmico di Microonde (così è stata chiamata la radiazione «fossile» proveniente da quell’epoca primordiale) è stata osservato con precisione crescente da diversi satelliti astronomici, l’ultimo dei quali, PLANCK lanciato dall’Agenzia Spaziale Europea, è tutt’ora operativo.
 La conferma e il successivo studio dettagliato dell’emissione del Fondo Cosmico, hanno consolidato sempre più il modello cosmologico ed oggi è possibile tracciare una storia dell’evoluzione globale del cosmo che copre quasi 14 miliardi di anni e si avvicina sempre più8 all’ipotetico «istante zero» che nell’opinione comune si identifica con l’espressione Big-bang.
 Rimandando alle conclusioni finali la discussione sull’inizio della storia dell’Universo, se immaginiamo di contare lo scorrere del tempo dall’istante zero, il plasma primordiale si neutralizza, dando così origine all’immagine del Fondo Cosmico, a circa 300000 anni dall’inizio. Abbiamo detto che è solo in quella fase che l’Universo diviene trasparente, quindi le fasi precedenti sono impenetrabili all’osservazione diretta e non potremo mai «vedere» cosa è successo prima: com’è possibile quindi che il modello riesca a descrivere quelle fasi «invisibili»?

Riesce a farlo ipotizzando i processi che, sulla base delle nostre conoscenze della fisica delle particelle, potrebbero essere avvenuti e ne derivano le conseguenze sulle condizioni future del cosmo, quelle che diventeranno successivamente osservabili. Il confronto fra le predizioni teoriche e le osservazioni degli astronomi può confermare o confutare le ipotesi fatte sulle fasi primordiali.

La storia dell’Universo

In questo modo, come si è accennato, è stato possibile ricostruire una storia dettagliata dell’Universo le cui fasi salienti in questa sede elenchiamo senza approfondirle e senza illustrare le cause che le giustificano.
La primissima fase del modello che prevede una improvvisa espansione esponenziale dello spazio avvenuta circa 10-32 secondi dall’inizio (zero seguito da 32 zeri dopo la virgola!) che ha ingigantito l’Universo di circa 1050 volte (in questo caso 1 seguito da cinquanta zeri!).
Questa fase è stata chiamata «inflazione».
 Una fase di nucleosintesi primordiale: dopo circa 3 minuti dall’inizio, le condizioni di densità e temperatura del plasma (a quell’epoca formato solo di protoni, neutroni ed elettroni) sono tali da produrre per fusione nuclei di elio e tracce di deuterio, boro e litio. Il modello è in grado di stimare la percentuale degli elementi prodotti rispetto all’abbondanza dell’idrogeno, in particolare l’elio prodotto è circa il 25% del totale. Le osservazioni della composizione del gas intergalattico, che mantiene memoria della nucleosintesi primordiale, hanno confermato le previsioni.

La «neutralizzazione» del plasma, avvenuta circa 300000 anni dopo l’inizio, che, come già descritto, ha prodotto l’immagine del Fondo Cosmico a Microonde, osservato oggi con grande dettaglio dai satelliti astronomici.
La formazione delle prime galassie e quella delle prime stelle (forse avvenute contemporaneamente) per effetto locale della forza di gravità a partire da piccole perturbazioni di densità iniziali. Questa fase avviene circa un miliardo di anni dall’inizio ed è l’unica per la quale non vi sono ancora osservazioni: il telescopio spaziale successore di Hubble, James Webb Space Telescope, il cui lancio è previsto nel 2018, avrà come compito principale proprio quello di svelare la nascita delle prime stelle.

Le stelle così formate, soprattutto le più grandi, con masse pari a dieci-venti masse solari, sintetizzano al loro interno gli elementi pesanti, inesistenti nell’Universo primordiale. In particolare producono ossigeno, azoto, carbonio, silicio… ferro e oltre: tutto ciò di cui siamo fatti noi e l’ambiente che ci circonda. Questi elementi verranno poi ridistribuiti nel gas interstellare quando le stelle di grande massa, raggiunto il termine della loro «vita normale», dopo qualche centinaio di milioni di anni, esploderanno come supernove.

Le stelle e i pianeti

Il gas interstellare, da cui si originano nuove stelle e, come vedremo al prossimo punto, anche i pianeti, offre un ambiente favorevole alla sintesi di molecole semplici, come l’acqua, e complesse, soprattutto idrocarburi e catene aromatiche.
Osservazioni recenti da parte della sonda Rosetta della composizione del materiale di cui è costituito il nucleo della cometa 67-P hanno confermato che molecole organiche erano presenti nella nube proto-planetaria che ha dato origine al nostro Sistema Solare.

Le stelle di massa simile al Sole vivono molto più a lungo, oltre la decina di miliardi di anni, e la loro «produzione chimica» è limitata all’elio. Attorno a loro si formano dei dischi proto-planetari che in seguito daranno origine a sistemi di pianeti, del tutto simili al nostro. Il satellite Kepler della NASA ha recentemente scoperto migliaia di sistemi planetari orbitanti attorno alle stelle della nostra galassia, provando come la presenza di pianeti sia la norma e non l’eccezione.

Sappiamo poi che, almeno su un pianeta, la nostra Terra, l’evoluzione cosmica è proseguita come evoluzione biologica. Non sappiamo ancora quali siano stati i processi e le contingenze che hanno dato origine a questa nuova fase, né possiamo ancora stabilire se sia un fenomeno universale, diffuso in tutto l’Universo, oppure limitato alla nostra Terra, ma sicuramente possiamo affermare che l’evoluzione biologica è «figlia» dell’evoluzione cosmica.

Un’avventura non conclusa

Dopo quattro secoli dalle prime osservazioni di Galilei con il suo cannocchiale, l’Uomo ritrova finalmente una cosmologia soddisfacente che, pur con qualche tassello ancora mancante, riesce a inquadrare razionalmente tutte le osservazioni degli oggetti e fenomeni celesti. Rispetto alla precedente cosmologia aristotelica-tolemaica c’è un’importante e inattesa novità: l’Universo ha una storia che si dipana nel tempo.

L’Uomo non è più al centro geometrico-fisico di un cosmo preparato per lui, ma è all’apice di una costante evoluzione della realtà fisica che, dopo quasi 14 miliardi di anni e proprio grazie alla comparsa dell’Uomo sulla Terra, ha acquistato coscienza di sé e della sua storia.
L’avventura non è però conclusa: quando tutto sembrava avere una collocazione logica nel modello cosmologico, ecco che i nuovi dati provenienti da diversi strumenti e programmi di osservazione, analizzati congiuntamente, hanno rivelato un’altra novità inattesa.

La materia cosmica che si manifesta attraverso l’emissione di radiazione elettromagnetica (luce), costituita da stelle, galassie, gas misto a polveri, rappresenta poco meno del 5% di tutto quanto esiste nell’Universo, mentre circa il 25% del totale è attribuibile alla cosiddetta materia «oscura», una componente che rivela la propria presenza grazie alla sua attrazione gravitazionale, ma che non è in condizione di emettere radiazione; al momento non sappiamo ancora se si tratti di materia «normale», ovvero composta di particelle elementari conosciute, oppure sia una forma completamente ignota.

Infine, il restante 70% è attribuito a una entità ancora più misteriosa, chiamata per il momento «energia oscura», responsabile dell’accelerazione dell’espansione cosmica, un dato osservativo derivante dallo studio delle stelle supernove nelle galassie lontane. Sono in preparazione molti progetti osservativi per cercare di determinare la natura e la distribuzione della materia oscura e dell’energia oscura, mentre i fisici teorici stanno cercando di capire l’impatto di queste due nuove componenti nel modello cosmologico.
Come si è visto, l’uso rigoroso del metodo scientifico moderno, alla cui base c’è sempre il dato osservativo sperimentale, ha permesso di ricostruire con fedeltà crescente la composizione e la storia di tutto l’Universo. Un’impresa conoscitiva formidabile, dall’esito entusiasmante e che ha dimostrato, da un lato l’efficacia epistemologica del metodo, dall’altro ha confermato l’intelligibilità razionale della realtà fenomenica: ogni novità osservativa, per quanto strana ed inattesa, ha trovato collocazione in un modello razionale, basato sui principi di causa-effetto e di non contraddizione.

Non era scontato che così fosse e la coincidenza della nostra razionalità con quella che governa la realtà dei fenomeni misurabili non deve cessare di stupirci.

L’origine dell’Universo: occorre una razionalità «allargata»

Come accennato all’inizio e confermato ora, la Scienza può dire molto sull’evoluzione, ma cosa può dire sull’origine dell’Universo?
Distinguiamo subito tra due accezioni della parola «origine», quella semplicemente temporale, ovvero l’istante iniziale dal quale calcoliamo il tempo cosmico, e il significato più ampio di «arché», di fondamento, che risponde alla domanda: «perché esiste qualcosa invece del nulla?». In entrambe le accezioni, la Scienza, se vuole rimanere entro l’ambito epistemologico che essa stessa si è data, può dire ben poco.

Per la prima accezione, l’istante zero dell’asse dei tempi, non può dire nulla perché, innanzitutto, non dispone (ancora) di una teoria soddisfacente che coniughi la quantizzazione della materia-energia con la struttura dello spazio-tempo della Relatività Generale. In altre parole, mentre sappiamo che la materia e l’energia sono «quantizzate», cioè costituite da entità (particelle elementari, fotoni) non ulteriormente divisibili, non sappiamo ancora se lo stesso avvenga anche per lo spazio-tempo, ovvero se sia infinitamente divisibile in intervalli spazio- temporali piccoli a piacere, oppure se oltre un certo limite si trasformi in una sorta di «schiuma» non ulteriormente divisibile.

Anche se questo dubbio venisse risolto, il metodo scientifico rigorosamente applicato, non potrebbe esplorare l’istante zero: infatti esso analizza gli eventi in base al principio di causa-effetto, studia quindi delle «mutazioni» (gli esperimenti) che avvengono «nel tempo»: a partire da alcune condizioni iniziali, in un istante successivo avvengono certi fenomeni che noi attribuiamo alle condizioni iniziali e a delle leggi fisiche operanti nel particolare esperimento. Ma l’origine dei tempi, per sua definizione, non può essere «preceduta» da condizioni «iniziali», proprio perché il tempo non esisteva. La filosofia e la teologia conoscono bene questo problema, esplorato in particolare da Agostino di Ippona e da Tommaso d’Aquino, e il metodo scientifico moderno, se applicato secondo la sua propria definizione, non può che prender atto della sua incapacità statutaria di esplorare ciò che non è una mutazione, un «esperimento».

Dobbiamo quindi fermarci di fronte all’antica e fondamentale domanda sull’origine?
No di certo, ma dobbiamo cercare una risposta utilizzando una «razionalità allargata», che ha sì alla base le solide conoscenze provenienti dall’applicazione del metodo scientifico, ma che si affida anche ad altre vie di conoscenza, le quali, senza mai abbandonare la ragione, utilizzano l’altra caratteristica che distingue l’Uomo: la libertà di credere e di amare.

Piero Benvenuti
(Dipartimento di Fisica e Astronomia “G. Galilei” ­ Università degli Studi di Padova, piero.benvenuti@unipd.it)

Occupazione. Buone previsioni: Tra gennaio e marzo 1,2 milioni di contratti

Maurizio Carucci 

Oltre 1,2 milioni di rapporti di lavoro da avviare tra gennaio e marzo 2018, con il Settentrione che fa il pieno di risorse umane, prevedendo l’attivazione di quasi il 60% di questi contratti, Nord Ovest in testa con circa 390mila ingressi in azienda. È quanto emerge dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro), sulla base delle entrate previste dalle imprese con dipendenti dell’industria e dei servizi tra gennaio e marzo 2018 .

In particolare, nel mese di gennaio si sono concentrate, secondo le anticipazioni fornite dagli imprenditori, oltre 491mila occasioni di lavoro. Il settore del turismo è quello che registra la maggiore domanda di lavoro in questo inizio d’anno: quasi un contratto su cinque interessa infatti le professioni del commercio e turismo. Uno su sei, però, riguarderà i diversi profili tecnici, soprattutto quelli specializzati nell’area commerciale e del marketing.

Agli addetti alle vendite e alla ristorazione sono destinati circa 80mila rapporti di lavoro che le imprese intendono attivare nel primo mese del 2018. Ma se per questi profili le imprese ritengono di poter trovare il candidato più idoneo con relativa difficoltà (segnalata comunque per il 17% degli addetti alle vendite e per quasi il 22% degli addetti alla ristorazione), decisamente più complesso, secondo gli imprenditori, sarà individuare i quasi 33mila tecnici dei rapporti con i mercati ricercati nel mese di gennaio. In questo caso, infatti, la difficoltà di reperimento raggiunge quasi il 35% delle entrate complessive.

La difficoltà di reperimento in questo mese risale, in media, al 25% ed è decisamente consistente anche per alcuni profili di operai specializzati che compaiono tra le dieci professioni più ricercate nel mese di gennaio. Interessa, per esempio, quasi il 37% dei 13mila artigiani e operati specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni e ben il 41% dei 12.600 meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori di macchine fisse e mobili. «Le imprese hanno ricominciato a investire sul capitale umano – spiega il presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello – anche se si scontrano ancora con le difficoltà di reperire sul mercato i profili giusti. Solo lo scorso anno, secondo i nostri dati, la ricerca di personale idoneo è stata difficile per coprire un posto di lavoro su cinque pianificati. Questo soprattutto a causa delle nuove competenze richieste dalle aziende e quelle disponibili sul mercato. Il crescente mismatch tra domanda e offerta costituisce quindi una delle sfide principali che il sistema di educazione e di formazione del nostro Paese deve affrontare. E su questo punto le Camere di commercio stanno lavorando per accorciare le distanze tra scuola e impresa attraverso programmi di orientamento e formazione».

Si mantiene stabile rispetto al mese scorso la richiesta di giovani. Pari al 35% del totale, supera a gennaio le 174mila unità ed è particolarmente consistente, in rapporto al totale delle entrate programmate, da parte delle imprese dei servizi finanziari ed assicurativi, dell’industria turistica e dei servizi informatici e delle telecomunicazioni.

La Lombardia si conferma leader tra le regioni per opportunità di lavoro: 114mila quelle programmate a gennaio, il 23% del totale. Ben distante da questo primato l’Emilia Romagna con i suoi 52mila contratti previsti, seguita dal Veneto, che supera i 50mila. Tra le regioni del Centro Italia, spicca il Lazio, con quasi 46mila entrate in programma, mentre nel Mezzogiorno il maggior numero di opportunità di lavoro sarà offerto dalle imprese campane, intenzionate ad attivare oltre 30mila contratti.

Avvenire martedì 30 gennaio 2018

 

Napoli e l’«egemonia dei delinquenti»

Maurizio Patriciello

«A Napoli e in Campania l’egemonia culturale non è nelle mani dei galantuomini ma dei delinquenti». Parole forti, scandite dal procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario. Parole che hanno scosso la città e infastidito più di qualcuno, a cominciare dal sindaco Luigi De Magistris. Che Napoli sopporti un’«emergenza» che dura da troppi anni per essere ancora tale, è sotto gli occhi di tutti. Sono passate solo due settimane dall’ultimo vertice in prefettura con il ministro dell’Interno per dare una risposta ai tanti episodi di violenza da parte di minori su minori. Purtroppo, come spesso accade, dopo le riunioni, le risposte lasciano a desiderare. A Napoli arriveranno altri cento poliziotti. Cosa buona, anzi ottima; meglio ancora se ne arrivassero il doppio, il triplo, ma, nessun si illuda, da sola non cambierà la situazione nemmeno di una virgola.

Lo sanno tutti, Napoli è una signora bella e malata. Una matrona che passa dai fasti alla miseria, dalla fame allo spreco. Una nobile un tantino squilibrata, elegantissima dalla vita in su ma con la gonna sudicia e le scarpe scalcagnate ai piedi. Napoli non ha saputo, e ancora non sa, fare pace con se stessa; non sa creare armonia tra la sua gente. La Napoli dei quartieri alti teme e si tiene a distanza dalla Napoli dei vicoli stretti e umidi. I napoletani colti e ricchi tendono a difendersi dai napoletani dei bassi. A Napoli si tocca con mano la situazione che descriveva pochi giorni fa Walter Ricciardi per quanto riguarda la sanità italiana: buona al nord, pessima al sud. Due mondi che hanno bisogno di riconciliazione se vogliono continuare a chiamarsi Italia. E anche Napoli, città (e mondo) ridotta a una sorta di Giano bifronte: due volti che (non) si guardano in cagnesco, si evitano, si sfidano.

Non so se sia vero, da parte mia non credo, che l’«egemonia culturale» sia dei delinquenti. C’è chi resiste, eccome. E c’è chi, penso anche e soprattutto alla Chiesa di Napoli, è riuscito a trovare anche in questa stagione amara parole e gesti per dire e fare buona la vita di tutti. Ma so anche che una risposta necessaria spetta alla classe dotta e a quella politica, ai professionisti di questa città, che per cultura, arte, musica, fede non è seconda a nessuna altra. Spetta agli studenti, ai lavoratori, al mondo del volontariato, dello sport, a tutti coloro – a cominciare dalle parrocchie – che operano sul territorio. Spetta alle persone di buona volontà. E purtroppo devo annotare che alla signora dai natali illustri e dalle tasche vuote mai è stata prescritta una terapia efficace per prendere di petto il morbo che la affossa.

Ottime diagnosi si sono accavallate nel tempo, ma sempre seguite da cure inefficaci. Tanti luminari illustri chiamati al suo capezzale per un consulto, ma al momento di bonificare la piaga infetta, di amputare la parte consunta dalla cancrena e iniziare la riabilitazione, qualcosa si inceppava e ancora si inceppa. Il problema è qui. È nel dare seguito alle parole. È passare ai fatti. Concreti. Reali. Tosti. È capire che la forze dell’ordine, l’esercito, i giubbotti anti-proiettili da soli non potranno mai bastare. È comprendere una volta per tutte che i ragazzi dei quartieri poveri, quelli cosiddetti a rischio, partono non con una, ma con cento marce in meno. Sempre svantaggiati, continuamente indietro. È rendersi conto dal fatto che quando un uomo sta affogando è inutile – se non dannoso – tenergli una lezione di nuoto; occorre lanciargli un salvagente o avere il coraggio di tuffarsi in mare per tirarlo su. Perché quanto più si agita tanto più affonda.

C’è bisogno di una mano che venga dall’esterno. Una mano forte, certa, sicura. Una mano esperta. In amore, giustizia, onestà, vicinanza, innanzitutto. Perché a Napoli tanta, troppa gente si è arricchita sulla pelle dei poveri. Tanta gente campa sui problemi dei poveri. E i poveri sono arrabbiati e i loro figli lo sono ancora di più. E vanno per conto proprio, sfidando il mondo intero.
Una domanda mi martella in testa fino a farmi male: e se la violenza fosse l’ultimo grido di aiuto di questi adolescenti violenti verso una società che li tiene ai margini? Come quando il bambino piange per dire: ci sono anch’io?

Non ci dice niente il fatto che hanno messo in conto anche il carcere e il camposanto? Se gli ospedali napoletani rispetto a quelli toscani, veneti, lombardi fanno pena, la colpa non è dei delinquenti, ma di una classe politica corrotta e collusa che non ha saputo fare il suo mestiere. Se la camorra ha potuto radicarsi sul territorio fino a diventare ‘normale’, le cause vanno cercate altrove. Se nella lunga lista degli ultimi arrestati del clan Moccia di Afragola, compaiono i nomi di due poliziotti, occorre ammettere che siamo di fronte a qualcosa di orribilmente grave. Se un giovane onesto, dopo aver cercato per mesi un lavoro che non è riuscito a scovare da nessuna parte, per potersi sposare ha deciso di bussare all’ unica industria che funziona sul suo territorio, la camorra, qualche domanda le istituzioni se la debbono porre.

È quello il punto debole della catena. Se il signor procuratore dopo aver pensato e pesato le parole e ben sapendo di suscitare un vespaio si è espresso in quel modo, vuol dire che è giunto il tempo di fermarsi, guardarsi negli occhi e chiedersi seriamente se conviene continuare a bistrattare, isolare, ignorare i figli dei poveri dei quartieri poveri sapendo che prima o poi cadranno in pasto alla camorra maledetta o non sia giunto il momento di dire tutti insieme basta. Un giovane sano che per disperazione si consegna alla malavita organizzata è il fallimento della città, della politica, della democrazia. È il fallimento di tutti. Se non si strappa la ‘manodopera spicciola’ dalle mani della camorra è pura utopia pensare di poterle suonare le campane a morto.

in AVVENIRE martedì 30 gennaio 2018

 

La rivoluzione silenziosa delle donne contro l’obbligo del velo

Farian Sabahi

Rischiano due mesi di carcere e venti euro di multa. È questa la pena per le donne che osano liberare la chioma al vento nella Repubblica islamica dell’Iran, dove il velo è obbligatorio nei luoghi pubblici dal 1980. Negli anni successivi alla Rivoluzione del 1979 il codice di abbigliamento era severo: nelle università era di norma il maghnaeh che somiglia al velo delle suore perché è cucito in modo da lasciare lo spazio per infilare la testa senza dovere fare il nodo al collo e quindi senza il rischio che scivoli; il maghnaeh era consuetudine anche negli uffici pubblici, dove ad attendere noi donne erano le dipendenti pubbliche munite di detergente per togliere il trucco troppo pesante; il chador era l’abito di ordinanza per i ceti bassi ed era obbligatorio nei mausolei meta di pellegrinaggio: in quello di Masumeh nella città santa di Qum e in quello dell’Imam Reza a Mashhad.

Il velo sempre é stato l’oggetto della discordia in Iran, basti pensare che nel 1936 lo scià di Persia lo aveva vietato, mettendo in difficoltà tante signore non abituate a mostrarsi agli estranei a capo scoperto. Abolendo il velo, Reza Shah aveva evitato di occuparsi di questioni più significative: gli uomini continuavano a vantare svariati privilegi, come la possibilità di contrarre matrimonio con quattro donne, divorziare a proprio piacimento ed ereditare una quota maggiore rispetto alle sorelle.

Reza Shah fu costretto all’esilio dagli inglesi, nel 1941. Con suo figlio Muhammad Reza Shah, il divieto del velo venne meno e ognuno tornò a vestirsi come voleva: la buona borghesia a capo scoperto, la stragrande maggioranza con il velo nelle sue diverse declinazioni. Il velo è poi diventato obbligatorio dopo la Rivoluzione del 1979.

In questi quattro decenni il foulard è diventato sempre più striminzito, per mostrare un numero di ciocche di capelli sempre maggiore. Ma rimane l’obbligo di coprirli almeno in parte con un tessuto. Leggero, trasparente. Poco importa. Ma resta il fatto che il velo resta obbligatorio: per alcune può essere una libera scelta, mentre per altre non lo è. Con un pizzico di solidarietà femminile, ora le iraniane protestano di fronte all’obbligo dell’hejab. Anche le donne che invece lo mettono per libera scelta.

Quella delle donne iraniane è così diventata una rivoluzione. Silenziosa, non violenta. Scelgono di indossare il velo bianco, per distinguersi dalle tante che optano, convinte, per il nero. Alcune se lo tolgono, si fanno fotografare, vengono arrestate. Era successo a Vida Movahed, il 27 dicembre. Trentun anni, un bimbo di 19 mesi, si era tolta il velo in pubblico il giorno prima delle proteste in via Enghelab, la via della Rivoluzione a Teheran. Il giorno dopo era stata arrestata. Domenica è stata rilasciata, a comunicarlo su Facebook è stata il suo avvocato, Nasrin Sotoudeh, nota attivista per i diritti umani.

«La sua liberazione viene attribuita alla pressione internazionale, ma in realtà è la pressione interna che preoccupata le autorità iraniane, anche perché nei giorni scorsi una delegazione parlamentare ha potuto visitare il carcere di Evin, dove si trovano i prigionieri politici», spiega Anna Vanzan, esperta di Iran e docente all’Università Statale di Milano. E aggiunge: «Le donne in Iran rappresentano ormai una forza sociale che, con una protesta silenziosa ma quotidiana, stanno scardinando la presunta monoliticità di un sistema che lentamente – ma inesorabilmente – sta implodendo».

È effetto domino: lunedì mattina un’altra ragazza si è tolta il velo ed è salita su un blocco di cemento. Bene in vista. È stata fotografata per dieci minuti. Poi sono arrivati gli agenti in borghese ad arrestarla. Si chiama Nargues Hosseini. Al polso ha un braccialetto verde, segno che gli iraniani hanno memoria del movimento verde d’opposizione del 2009 e dei suoi leader, agli arresti domiciliari dal 14 febbraio 2011.

Il luogo è il solito, significativo: via Enghelab, ovvero via della Rivoluzione. Ieri, la stessa iniziativa è stata presa da altre tre ragazze. Sui social network circolano le loro foto. Si trovano nella capitale Teheran, per terra c’è la neve. Alcune hanno i capelli scuri, lunghi e mossi. Un’altra li ha corti, colorati di verde. Alcune si tolgono il velo nella capitale, altre a Isfahan, Shiraz e località minori. La loro è una forma di ribellione. Non necessariamente contro il velo, ma contro l’obbligo del velo che dovrebbe essere invece una libera scelta. Di certo, conclude Anna Vanzan, «eliminare l’obbligatorietà del velo non è una priorità per le iraniane, ma la loro protesta in questo senso diviene simbolica di altre ingiustizie che da anni le donne patiscono e per le quali da anni combattono, come la riforma del codice di famiglia che contiene articoli discriminanti le donne in istituzioni fondamentali quali, per citare i più importanti, il matrimonio, il divorzio e l’affidamento dei figli minori, la ripartizione dell’eredità perché in Iran alle figlie femmine spetta la metà rispetto ai maschi».

in “il manifesto” del 31 gennaio 2018

Un partigiano con la tonaca

Ernesto Milanesi

La fede e la Costituzione. La vocazione declinata nella Resistenza, in fabbrica, con eccezionale sobrietà e straordinarie intuizioni. Giovanni Nervo (1918-2013) prima ancora di essere prete o monsignore è sempre stato un uomo capace di ascoltare e, soprattutto, di spendersi almeno in ciò che poteva «rivoluzionare».

Diego Cipriani e Tiziano Vecchiato hanno curato un’originale «biografia» solo grazie ad alcuni scritti: Gemme di carità e giustizia. Il racconto di una vita (edizioni Dehoniane, pp.176, euro 15) ripercorre il testamento non solo spirituale di Nervo.

Da bambino non era riuscito a completare le elementari, ma poi riceverà due lauree «sul campo». Da prete ha sempre scrutato ciò che maturava fuori dalla chiesa. Riempiva piccoli fogli di appunti, archiviando ogni riunione, incontro, dibattito. Nervo non ha mai pubblicato un libro, tuttavia al suo nome sono legate le migliori esperienze di ciò che oggi si chiama «terzo settore». Ha partecipato in Veneto alle attività antifasciste e contro l’occupazione tedesca. Dopo il 1945 si è preoccupato degli ex internati; quindi ha inventato dal nulla la Scuola superiore di servizio sociale e la Fondazione Zancan da pioniere del welfare anche per gli «ultimi». Non basta, perché nel solco di Paolo VI fondò la Caritas senza preoccuparsi troppo di alcuni vescovi.

Due episodi restituiscono a tutto tondo il profilo di Nervo. Nel 1979 c’è l’emergenza dei boat people proprio alla vigilia delle elezioni. Andreotti da palazzo Chigi si impegna a inviare la Marina miliare a patto che in Italia si trovino mille posti di accoglienza. «Monsignor Caritas» alza la cornetta e in… 10 mila sono più che disponibili. A Jesolo dopo 30 anni insieme agli italo-vietnamiti si celebrerà quella storica «missione internazionale di pace».
Nel 2008 di fronte al decreto del ministro Maroni rende esplicita la sua obiezione di coscienza così: «Come cristiani non possiamo recitare il Padre Nostro e poi mettere alla porta i nostri figli in una società che, ci piaccia o no, sarà multietnica, multiculturale e multireligiosa. Con il ’pacchetto sicurezza’, invece, assistiamo a una politica miope quanto iniqua. Presenta gli immigrati come delinquenti, nega loro diritti fondamentali alla salute, istruzione e lavoro. E propone norme di fatto non attuabili».

Per Nervo, non ci si può dire cristiani ed essere in qualche modo razzisti. La tonaca nera che pedalava dal collegio Barbarigo al monte Grappa e teneva le fila fra intellettuali e partigiani aveva già in testa la Repubblica senza discriminazioni. Pronto a dar vita senza indugi al moderno volontariato sociale, a sposare l’iniziativa di Banca Etica e a partecipare a ogni iniziativa pacifista. Era fatto così il prete di Casalpusterlengo, che magari non diventerà mai santo, ma che da vero «dottore della chiesa» continua a rappresentare un esempio non solo per i credenti. Lo conferma anche la prefazione del vescovo di Padova Claudio Cipolla che invita a rileggere la vita di Nervo, fedele fino alla fine al Vangelo e alla Costituzione.

in “il manifesto” del 31 gennaio 2018

Gandhi, mito scomodo che l’India vuole dimenticare

Roberto Bertinetti

«La deificazione è una malattia tipicamente indiana e in India Mohandas Karamchand Gandhi, grande anima, piccolo padre, è stato a lungo elevato più in alto di chiunque altro nel pantheon degli dei. Intanto, dopo la sua scomparsa, l’India era in cammino verso obiettivi che lui non avrebbe condiviso», rilevava giorni fa Salman Rusdhie in un articolo uscito sui quotidiani inglesi e statunitensi per ricordare il Mahatma in occasione dell’anniversario della morte.

IL PRATO

Il 30 gennaio 1948 il leader che si era posto alla guida del movimento per l’indipendenza da Londra del subcontinente fu ucciso da un fondamentalista indù sul prato di una casa, a nord di Delhi, che gli era stata messa a disposizione da un ricco industriale, dove ogni giorno guidava affollatissime preghiere. Le autorità politiche indiane non hanno promosso manifestazioni ufficiali per ricordare la data perché, secondo Rushdie, «ritengono l’insegnamento di Gandhi senza dubbio non più attuale, se non addirittura pericoloso, in un paese che vuole ad ogni costo lasciarsi alle spalle il ruralismo di cui Gandhi era sostenitore».
La Corte Suprema, intanto, ha accolto la richiesta di un militante della destra religiosa di riaprire l’istruttoria sull’omicidio. Secondo l’istanza presentata, i servizi segreti inglesi e la Cia erano a conoscenza dei piani dell’attentatore. Si sostiene, inoltre, che Gandhi fu colpito non da tre proiettili (come si è sempre ritenuto) ma da quattro, e quello mortale proveniva dall’arma di un individuo mai identificato.
Servirà senza dubbio molto tempo per verificare l’attendibilità di queste ipotesi. Non è, comunque, la prima volta che viene messa in dubbio la ricostruzione ufficiale dell’attentato. Il cui unico colpevole risulta, nei libri di storia, Nathuram Godse, militante di una forza politica alla quale appartiene anche Narendra Modi, il premier attualmente in carica. Godse così, in seguito, motivò il suo gesto: «Ho agito perché un singolo non deve essere mai più grande di una nazione, e Gandhi aveva ormai iniziato a considerarsi più grande di una nazione». L’assassino non perdonava al Mahatma la tolleranza religiosa che gli aveva garantito l’odio anche da parte dei musulmani radicali. Sia pure con accenti molti diversi, Modi e il suo esecutivo ostacolano la genesi di un dialogo tra le diverse fedi, in particolare tra induisti e seguaci dell’Islam. Celebrare in maniera ufficiale Gandhi in occasione dell’anniversario della morte, dunque, sarebbe apparso al leader al potere e al governo un pericoloso cedimento rispetto all’atteggiamento di intransigenza nei confronti del vicino pachistano, una mano ingenuamente tesa pochi mesi dopo le retoriche manifestazioni di stampo nazionalistico organizzate per il settantesimo della Partizione che vide il subcontinente diviso in due sulla base dell’appartenenza religiosa.

LE DONNE

Con Gandhi a guidare il fronte, senza dubbio minoritario, di chi si opponeva a quella scelta che fu invece sostenuta dagli inglesi, certi che il nuovo confine avrebbe evitato il caos. Fu un terribile errore, come gli studiosi unanimi hanno documentato in seguito in maniera inoppugnabile. Scrivono Ian Talbot e Gurharpal Singh nel saggio La spartizione, proposto in Italia dal Mulino: Si stima che 15 milioni di persone furono evacuate nella più imponente migrazione forzata della storia del 900. Il bilancio dei morti, ancora controverso, oscilla fra i duecentomila e i due milioni. Famiglie vennero divise e circa centomila donne stuprate da una parte all’altra della frontiera. A decenni di distanza, le conseguenze del 1947 continuano a determinare il destino dell’India e del Pakistan. Gandhi aveva cercato di contrastare la divisione del subcontinente, ma il suo carisma non aveva impedito lo scontro. Forse perché, ragiona oggi Amartya Sen, Nobel per l’economia nel 1998, «l’uomo che aveva sconfitto gli imperialisti e vinto la battaglia per l’indipendenza apparteneva, per indole e cultura, a un’India diversa da quella che stava nascendo e non avrebbe potuto guidarla verso il futuro neppure se non fosse stato ucciso». L’India di Gandhi, come sottolinea Rusdhie, guardava con sospetto allo sviluppo industriale, ritenuto un modello imposto dalla cultura imperialista.

LA TEORIA

L’utopia ruralista che gli era cara, di matrice ottocentesca, è solo il lontano ricordo di una bizzarra teoria nell’India contemporanea a guida Modi, un punto luminoso nel firmamento dell’intera Asia, secondo la generosa definizione del Fondo monetario internazionale che loda le riforme del premier e l’ascesa verso le posizioni di vertice delle classifiche economiche planetarie. Lo sviluppo garantito dalle statistiche (il Pil cresce in media del sette per cento), le diseguaglianze restano enormi. Sono, infatti, centinaia di milioni gli indiani ancora al di sotto la soglia di un reddito in grado di proteggerli dalla povertà, il sistema delle caste, proibito da una legge mai davvero applicata, conserva un peso determinante nella vita di ciascun individuo. Il governo, in altre parole, può celare all’opinione pubblica l’anniversario della scomparsa di Gandhi, ma gran parte dei problemi che il Mahatma poneva durante la parte finale della sua vita restano drammaticamente irrisolti.

in “Il Messaggero” del 30 gennaio 2018

Noi, l’olocausto e la memoria di Hetty Hillesum

Bruna Rauzi

In questa settimana si è fatta memoria di una delle pagine più drammatiche della storia del secolo scorso, l’Olocausto. Tra le vittime di Auschwitz c’è una giovane donna, Ester Hillesum, il cui diario fu reso noto solo nel 1981, quaranta anni dopo la sua morte, avvenuta nel novembre del 1943.

Ester Hillesum, chiamata anche Etty, ebrea olandese, è consapevole della necessità di dover far memoria dei «fatti orrendi» che sta vivendo: «Dovrei impugnare questa sottile penna stilografica come se fosse un martello e le mie parole dovrebbero essere come tante martellate per raccontare il nostro destino e un pezzo di storia come è ora e non è mai stato in passato, non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all’Europa intera. Dovranno pur sopravvivere alcune persone per diventare più tardi i cronisti di questo tempo… anch’io vorrei essere in futuro una piccola cronista».  Etty scrive sul suo diario alcuni mesi prima la della sua morte, mentre si trova nel campo di transizione di Westerbork: «Su tutta la superficie terrestre si sta estendendo piano piano un unico grande campo di prigionia e non ci sarà più nessuno che potrà rimanere fuori. Qui gli Ebrei si raccontano delle belle storie, dicono che in Germania li murano vivi o li sterminano con i gas velenosi…».

Etty avrebbe potuto salvarsi ma più volte si oppose agli amici che le avevano offerto aiuto: «Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività, dicono che mi arrendo senza combattere, dicono che chiunque possa fuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un mio dovere che devo fare qualcosa per me… Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto». In risposta alle sollecitazioni che le provengono da più parti, di rimanere aderente alla realtà e di mettersi in salvo, annota nel diario: «Mi rendo conto di tutto fin nei minimi dettagli, credo che nel mio confrontarmi interiore con le cose che io stia saldamente piantata sulla terra più dura della dura realtà. E la mia accettazione non è rassegnazione o mancanza di volontà: c’è ancora spazio per l’elementare sdegno morale contro un regime che tratta così gli esseri umani. Ma le cose che accadono sono troppo grandi, troppo diaboliche perché si possa reagire con un rancore e una amarezza personali. Sarebbe una reazione così puerile, non proporzionata alla fatalità di questi eventi».

La Hillesum con spirito di responsabilità e estrema lucidità distingue tra sdegno morale e odio e, a più riprese, nelle pagine del suo diario e nelle sue lettere invita a non cadere nel sentimento dell’odio perché ogni attimo di questo sentimento rende il mondo più inospitale: «Viviamo senza dignità e senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Sono riconoscente di non provare nessun odio, nessun amarezza e di avere una così gran calma, che non è rassegnazione, ma una sorta di comprensione per questi tempi per quanto strano ci possa sembrare». Non è che Etty non veda l’aspetto storicamente eccezionale e estremamente drammatico dei fatti che succedono, tanto che scrive: «Negli anni a venire i bambini studieranno a scuola stelle gialle e ghetti e terrore e a molti si drizzeranno i capelli in testa… Certo accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibile. Se noi dai campi di prigionia salveremo i nostri corpi e basta sarà troppo poco. Non si tratta in fatti di conservare questa vita a ogni costo ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione buona o cattiva possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nella nostra mente e nel nostro cuore per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione – allora non siamo una generazione vitale… Certo non è cosi semplice e forse meno che meno per noi Ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopo guerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo – e non un nuovo senso delle cose attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione – allora sarà troppo poco. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portare chiarezza oltre i recinti di filo spinato… E forse allora sulla base di una comune e onesta ricerca di risposte chiarificatrici su questi avvenimenti inspiegabili la vita sbandata potrà di nuovo fare un passo cauto in avanti».

Molti di fronte alla disumana barbarie di Auschwitz si sono chiesti se Dio esistesse ancora. A questa domanda Ethi risponde: «Eppure deve esserci qualcuno che sopravviverà e potrà testimoniare che Dio è vissuto anche nel nostro tempo…». Etty pur citando spesso nel suo diario il vangelo di Giovanni e le epistole di Paolo, non invoca il Dio di una particolare tradizione religiosa ma il Dio che ciascuno di noi porta nel fondo della propria anima. In un luogo e in un tempo in cui tutto sembra proclamare la morte di Dio e dell’uomo, questa donna innamorata della vita si dà il compito di preservare più della vita fisica, il proprio nucleo interiore più profondo che è un piccolo pezzo di Dio in noi stessi e l ‘amore per l’uomo. È cosi che Etty, con una intuizione di verità profondissima, ritrova Dio per una strada personale e universale insieme e dal buio di questi anni tragici Etty vuole lasciarci uno spiraglio di luce: «Mio Dio è un periodo troppo buio, so che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo, vorrei tanto trasmettere ai tempi futuri l’umanità che conservo in me stessa. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo».

in “Trentino” del 29 gennaio 2018

Moro – La Pira. Due visioni della politica. Un unico obiettivo: il bene comune

Marco Roncalli

Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse e consapevole della sua fine imminente, in una lettera alla moglie Eleonora, non recapitata e ritrovata solo nel 1990, scriveva «Ho pregato molto La Pira. Spero che mi aiuti in altro modo». «Come La Pira aveva riconosciuto in Moro lo statista, così Moro riconobbe in La Pira il santo», commenta lo storico Augusto D’Angelo. Utile strumento per approfondire ruoli, personalità, strategie di questi due protagonisti della nostra storia, arriva in libreria il loro carteggio: centoquattro lettere, quasi tutte inedite, annotate da Eugenia Corbino con la supervisione di Pier Luigi Ballini (Moro e La Pira. Due percorsi per il bene comune, Polistampa, pp. 384, euro 24): un volume a cura della Fondazione La Pira corredato da saggi di Alfonso Alfonsi, Renato Moro, Giulio Conticelli, Augusto D’Angelo e Massimo De Giuseppe. Insomma, a prescindere dalla sproporzione – diciannove missive di Moro, ottantacinque di La Pira – una nuova fonte testimonia di un legame fondato su più elementi condivisi – gli studi giuridici e l’insegnamento, la militanza nell’associazionismo cattolico e l’esperienza della Costituente (montiniano ‘di prima generazione’ il professore di Pozzallo, e ‘di seconda’ lo statista di Maglie), sino all’impegno politico a tutto tondo: per lo più convergente, pur caratterizzato da differenti incarichi, approcci, sensibilità, in un’Italia sottoposta a rapidi mutamenti e presto aperta sul vasto orizzonte internazionale. Senza dimenticare che parole ricorrenti come ‘libertà’, ‘democrazia’, ‘pace’, ‘civiltà’, ‘diritti’, ‘valori’, ‘responsabilità’, ‘dialogo’, ‘umanesimo’ sono qui spesso accompagnate dagli aggettivi ‘cristiano’, ‘spirituale’ e ‘religioso’ indicando un’immagine della politica concepita come ‘missione’ a cui non è estranea, specie per La Pira, la Provvidenza («questa ‘inevitabile’ volontà di Dio nella storia degli uomini», la definisce il 14 maggio ’63).

Così, lo scambio epistolare, che s’avvia qui nel ’52 (ma il loro primo incontro avvenne alla Fuci nel ’37 e l’inizio della corrispondenza risalirebbe al ’46), e che si conclude nel ’77, attraversa un quarto di secolo di vita della Repubblica facendo emergere la ricchezza di due itinerari. Con Moro parlamentare già nel ’48; segretario della Dc nel ’59 grazie ai dorotei con i dubbi di La Pira («…e se lo ‘spazio vuoto’ che vogliono fare occupare da te, fosse diventato vuoto per effetto di cose non pulite e compiute nelle ‘tenebre’? E se queste operazioni […], fossero state sgradite oltre che agli occhi degli uomini anche agli occhi di Dio?», così gli scrive il 13 marzo ’59); e poi ministro e cinque volte presidente del Consiglio. Con La Pira, già sottosegretario al ministero del Lavoro a guida Fanfani durante la prima Legislatura, sindaco di Firenze per tre mandati, presidente della Federazione mondiale delle ‘Città Gemellate’ (poi ‘Città Unite’). Recuperato ancora per il suo alto profilo nelle politiche del ’76, venendo eletto dopo una nuova scommessa: «Caro Presidente Moro. Queste elezioni politiche noi le abbiamo – proprio apportandole alla Costituzione – concepite come due grandi scelte: una internazionale, di pace e una interna, di libertà […]. Bene: questa Costituzione va ora attuata – edificio da perfezionare! […] Mettiamoci, quindi, al nuovo lavoro», scrive nel 13 giugno ’76.

Lungo l’arco cronologico coperto dall’asimmetrico dialogo fra i due, non poche e diverse le questioni teoriche e pra- tiche, italiane o internazionali, da subito toccate, risolte, o senza risposte (soprattutto di Moro), ma sempre nel segno di una stima reciproca. «Caro Moro, non so se vi siete resi conto delle dimensioni del problema della Pignone: si tratta di un punto fondamentale che tocca la radice stessa dei rapporti fra azienda e lavoratori.

[…]. Abbi la bontà di riflettere su quanto ti scrivo e di prendere le decisioni», scrive il 6 novembre ’53 La Pira, che fu sempre vicino ai bisogni dei più poveri quanto a casa, lavoro, istruzione, trasformando la vicenda in una questione nazionale poi risolta anche grazie a Enrico Mattei, presidente dell’Eni, che acquisì la Pignone.

Il 23 febbraio del 1967, La Pira scrive per l’ennesima volta sul caso dei visti da concedere a una delegazione nordvietnamita che sarebbe dovuta giungere in Italia in occasione della consegna di cassette di medicinali: «Caro Moro, perdonami se ritorno sul tema ‘visti’. Pensa a quale effetto di speranza, per la pace, avrebbe questo gesto di simpatia da parte dell’Italia: metterebbe in movimento, in un certo senso, la situazione vietnamita che è tanto triste! Ti chiedo: può l’Italia starsene alla finestra? Assistere, senza fare nulla, a questo andare alla deriva della nave americana? Non vedi? Anche McNamara: è all’opposizione: i militari stanno sempre più prendendo in mano il timone di questa nave che va davvero alla deriva! Essere assenti? Ma il destino del mondo è unico: si fonda o ci si salva tutti insieme».

Dieci giorni prima Moro gli aveva scritto: «Ho ben ricevuto le tue due lettere concernenti i visti a personalità del nord Vietnam […]. Sulla questione è stato esposto al Parlamento l’atteggiamento deciso dal Governo e non vi sono ragioni obiettive per modificarlo. Ciò non toglie che comprendo e apprezzo al suo giusto valore lo spirito che ti anima». Il tema Vietnam sarebbe stato ripreso negli anni anni successivi.

Di notevole interesse la corrispondenza circa il riconoscimento della Cina popolare e la situazione mediorientale, in una fiducia condivisa verso un multilateralismo teso a nuovi equilibri. Vi insistono in modi e tempi diversi, soprattutto fra il ’68 e il ’72, quando Moro è «il nocchiere per i ‘porti esteri’», cioè alla guida della Farnesina. «Caro La Pira – scrive il 12 ottobre 1970 -. Spero anch’io che la nostra navigazione, come tu con felice immagine la definisci, verso lo stabilimento di rapporti diplomatici col governo di Pechino proceda spedita; la buona volontà da parte mia e nostra non manca di sicuro. I contatti continuano […]. Non dubito che, con l’aiuto del Signore, le difficoltà che ancora si frappongono verranno superate».

Nella stessa lettera, parlando di Medio Oriente continuava: «L’Italia, come sai, è particolarmente interessata alla pace nel settore, nell’ambito di una sistemazione che tenga conto di un armonico equilibrio di forze nel Mediterraneo», indicando poi motori della sua politica estera l’«universalità dell’Onu» e la «ricerca di una composizione di tensioni e conflitti». Il riferimento è alla risoluzione votata dal Consiglio di sicurezza il 22 novembre’ 67 dopo la guerra dei sei giorni (riassunta nelle formule «pace in cambio di territori» o «territori in cambio di pace», giudicata negativamente però dall’Olp perché ignorava la questione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese).

«Caro Moro, grazie per la tua lettera: ieri (a Roma) ne ho parlato con i cinesi: erano molto contenti!», rispondeva La Pira il 17 successivo in una missiva torrenziale dove lo informava sulla tesi sostenuta con loro («questa età nostra […] è l’età della inevitabile unità di tutti gli Stati e di tutti i popoli »), sul riconoscimento tributato alla Cina nella comunità internazionale (per cui «nessun conflitto, in tutti i continenti, può essere validamente risolto senza di essa, in Asia specialmente»), sulla conseguenza di tale riconoscimento da parte italiana («permetterà alla Cina di scoprire il più potente ‘punto di archimede’ del mondo: la Sede apostolica! A questo ‘tende’ la storia: a stabilire un rapporto di fondo fra Pietro e la nazione cinese e la storia cinese!»), ecc. Parallelamente all’impegno lapiriano per la pace, il carteggio, oltre che lungo le direttrici accennate, può leggersi per seguire l’impegno di Moro, fra le resistenze, nell’allargamento della base democratica del Paese occidentale con il Partito Comunista più importante, dalla fine degli anni ’50. E come i saggi di Renato Moro e Giulio Conticelli aiutano a leggere questo carteggio recuperando tratti del lavoro di Moro e La Pira nell’associazionismo e nella Costituente, così quelli di Augusto D’Angelo e Massimo De Giuseppe consentono di capire, nell’esame del primo, gli atteggiamenti dei due alla nascita del centro-sinistra e fino al referendum sul divorzio; nell’analisi del secondo, le convergenze e dissonanze tra i due in tema di politica estera e disarmo, specie quando tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, La Pira, non più sindaco, operò quale presidente della Federazione delle Città Unite. In ogni caso temi interconnessi o complementari, segnati da atteggiamenti di apertura costante, di slanci all’azione, ancorati a quella concretezza sostanziale di intenti rilevata da Alfonso Alfonsi nel saggio introduttivo (anche se non sempre evidente).

Il carteggio si conclude il 6 aprile ’77: La Pira riferendosi al terrorismo che in quel periodo scuote il Paese, si associa all’amico nel «fermo dissenso da ogni forma di violenza», nella consapevolezza di dover «in ogni modo garantire ai giovani, in particolare, condizioni di piena giustizia, di lavoro sicuro» salvaguardando «ogni espressione piena di pluralismo politico, culturale e civile». Pochi mesi dopo ci sarà l’addio del professore e l’anno seguente il delitto Moro. Nella cornice di un’Italia che non sarebbe più stata la stessa.

in “Avvenire” del 30 gennaio 2018

Serve una riflessione etica sulla tecno-scienza

Mauro Magatti

La clonazione della scimmia ha fatto scalpore. Suscitando un dibattito che si è subito polarizzato tra i difensori della libertà di ricerca e chi invece invoca una regolamentazione sulla base di considerazioni etiche.

A ben guardare, tale discussione lascia insoddisfatti. Da un lato, perché i difensori della scienza, forti dei successi ottenuti nei secoli, chiedono di «avere fede» nei confronti di un processo del quale nessuno in realtà conosce lo sbocco. Dall’altro, perché, nel mondo in cui viviamo, l’appello a norme etiche elaborate nell’alveo della cultura cristiana-occidentale suonano insufficienti, o inutilmente restrittive, rispetto alle questioni da affrontare. Finendo così, inevitabilmente, per cadere nel vuoto. Il problema però rimane. Non c’è solo la questione della clonazione e delle biotecnologie in grado di agire su dimensioni sempre più intime della vita. Robot capaci di sostituire grandi quantità di lavoro; intelligenza artificiale che supera in alcuni campi le stesse capacità umane; big data e algoritmi che rendono possibili nuove forme di governo e gestione dei processi sociali. La portata dei cambiamenti indotti dallo sviluppo tecno-scientifico ci costringe a porci nuove domande. Almeno su due aspetti.

Il primo è che oggi la distinzione classica tra scienza e tecnica — la prima interessata alla conoscenza e la seconda focalizzata sui risvolti applicativi — diventa sempre più sfuocata. Si pensi al caso delle scimmie clonate: come ha dichiarato il direttore dell’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia Cinese delle Scienze di Shanghai nell’annunciare il risultato ottenuto, «il successo si deve alla combinazione di nuove tecniche microscopiche per osservare lo sviluppo delle cellule e di nuovi composti per incoraggiare la riprogrammazione cellulare». La «riprogrammazione cellulare» è un’azione che possiamo rubricare nell’ambito scientifico o tecnico? In realtà, questa domanda permette di capire che quando parliamo di scienza oggi abbiamo a che fare con un reticolo planetario di centri di ricerca, pubblici e privati, che lavorano su progetti sostenuti da ingenti finanziamenti. Ovviamente, quanto più ci si sposta sul versante scientifico, tanto più gli orizzonti sono aperti e i risultati incerti. Ma ciò non significa indeterminati. Sia perché c’è sempre un interesse (economico o politico) più o meno implicitamente coinvolto; sia perché la stessa scienza non può che prodursi all’interno di quella infrastruttura tecnica globale che rende possibile (orienta?) la stessa ricerca di base. Oggi, molto concretamente, possiamo vedere l’ambivalenza tra scienza e potere nelle implicazioni di alcuni degli sviluppi scientifici più avanzati. Ma in fondo non era tutto ciò già ben riconoscibile nel programma originario della scienza moderna, riassunto dal motto baconiano «sapere è potere»?

Il secondo aspetto riguarda invece il successo planetario della scienza, ormai patrimonio dell’intera umanità. Sul Corriere , Boncinelli osservava che anche i prossimi passi in tema di clonazione saranno probabilmente realizzati da scienziati di altre parti del mondo. La scienza non è più monopolio dell’occidente. Negli ultimi decenni anche altre tradizioni culturali hanno acquisito la stessa metodologia e sono diventate capaci di fare da sole. Ma un tale passaggio è tutt’altro che innocente. Con tutta la sua neutralità, la scienza è pur tuttavia nata nell’alveo di un occidente imbevuto dei valori di un umanesimo che poneva l’uomo al centro. Anche se in forma conflittuale, tale inculturazione ha implicitamente permesso alla scienza di avanzare senza dimenticare i suoi presupposti e la sua destinazione antropologici. Ma nulla ci può garantire che tutto ciò si verifichi anche in futuro, nel momento in cui vi sono altri universi culturali a utilizzare questo modo di guardare e manipolare la realtà. Abbiamo almeno due problemi: come evitare che, più o meno surrettiziamente, la scienza venga assoggettata al sistema tecnico; come tenere insieme scienza e umanesimo nell’era della globalizzazione.

Per questo, dire, da un lato, che il limite della scienza è la scienza stessa suona oggi insufficiente. Dobbiamo tornare a chiederci quali sono i limiti che, come umani, riteniamo di non potere o volere oltrepassare. Abbiamo cioè bisogno di aprire una riflessione etica nell’era della società tecnica. Ma non è sufficiente appellarsi a una qualche autorità. Abbiamo bisogno di argomenti e di forme di governance adeguate. Invece che limitarsi a polemizzare, le diverse componenti della tradizione occidentale potrebbero trovare un compito comune: nel momento in cui la tecno-scienza diventa infrastruttura planetaria, cosa vuole dire e come fare per salvaguardare il valore della persona umana?

in “Corriere della Sera” del 30 gennaio 2018

Il Papa: una “rivoluzione culturale” per gli atenei ecclesiastici

Andrea Tornielli

Atenei e facoltà ecclesiastiche più missionari, più capaci di dialogare a tutto campo, di mostrare le connessioni tra le varie discipline scientifiche e di fare rete nel mondo. È ciò che emerge dalla lettura di Veritatis gaudium, la nuova costituzione apostolica che riforma e aggiorna gli studi delle Università cattoliche e delle facoltà ecclesiastiche nel mondo, firmata dal Pontefice con data 8 dicembre dell’anno scorso e resa nota oggi, 29 gennaio 2018. Già dal titolo è evidente il nesso con l’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 2013 che rappresenta la road-map del pontificato di Francesco. Il documento papale viene pubblicato 39 anni dopo la costituzione Sapientia christiana promulgata da Giovanni Paolo II nella primavera del 1979.

«L’esigenza prioritaria oggi all’ordine del giorno, – spiega il Papa – è che tutto il Popolo di Dio si prepari ad intraprendere con spirito una nuova tappa dell’evangelizzazione. Ciò richiede un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma. E in tale processo è chiamato a giocare un ruolo strategico un adeguato rinnovamento del sistema degli studi ecclesiastici. Essi, infatti, non sono solo chiamati a offrire luoghi e percorsi di formazione qualificata dei presbiteri, delle persone di vita consacrata e dei laici impegnati, ma costituiscono una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo».

Di fronte ai grandi mutamenti della nostra epoca, alla crisi antropologica e ambientale serve un cambio di modello di sviluppo. «Il problema – scrive Francesco – è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade. Questo ingente e non rinviabile compito chiede, sul livello culturale della formazione accademica e dell’indagine scientifica, l’impegno generoso e convergente verso un radicale cambio di paradigma, anzi – mi permetto di dire – verso una coraggiosa rivoluzione culturale».

Il testo si compone di due parti. Nella prima, il proemio, il Papa stabilisce quattro principi cardine. Nella seconda sono contenute le norme comuni, le norme speciali (per le facoltà di teologia, di diritto e di filosofia) e le norme finali. Un secondo documento annesso, a firma del cardinale Giuseppe Versaldi, Prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica, contiene le norme applicative della costituzione.

Il primo dei quattro principi cardine del documento contenuti nel proemio riguarda «l’identità missionaria»: bisogna tornare al kerygma, cioè al cuore del Vangelo, all’essenziale dell’annuncio cristiano, «e cioè della sempre nuova e affascinante lieta notizia del Vangelo di Gesù che va facendosi carne sempre più e sempre meglio nella vita della Chiesa e dell’umanità». Da questa «concentrazione vitale e gioiosa sul volto di Dio rivelato in Gesù Cristo come Padre ricco di misericordia discende l’esperienza liberante e responsabile di vivere come Chiesa la mistica del noi che si fa lievito di quella fraternità universale che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano».

Il secondo criterio è il dialogo a tutto campo, «non come mero atteggiamento tattico, ma come esigenza intrinseca per fare esperienza comunitaria della gioia della verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro». Da qui l’urgenza «di rivedere in quest’ottica e in questo spirito l’architettonica e la dinamica metodica dei curricula di studi proposti dal sistema degli studi ecclesiastici, nella loro scaturigine teologica, nei loro principi ispiratori e nei loro diversi livelli di articolazione disciplinare, pedagogica e

didattica».

Il terzo criterio indicato dal Papa è quello della inter-disciplinarietà e della trans-disciplinarietà, cioè cercare di superare la parcellizzazione del sapere e delle conoscenze scientifiche. «Ciò che qualifica la proposta accademica, formativa e di ricerca del sistema degli studi ecclesiastici – scrive Francesco – sul livello sia del contenuto sia del metodo, è il principio vitale e intellettuale dell’unità del sapere nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici, correlate e convergenti espressioni». Oggi, come notavano già Paolo VI e Benedetto XVI, «c’è mancanza di sapienza, di riflessione, di pensiero in grado di operare una sintesi orientativa» e dunque la speciale missione affidata al sistema degli studi ecclesiastici necessita di riscoprire l’interdisciplinarietà: «Non tanto nella sua forma “debole” di semplice multidisciplinarità, come approccio che favorisce una migliore comprensione da più punti di vista di un oggetto di studio; quanto piuttosto nella sua forma “forte” di transdisciplinarità, come collocazione e fermentazione di tutti i saperi entro lo spazio di luce e di vita offerto dalla sapienza che promana dalla rivelazione di Dio».

E infine, il quarto principio riguarda la capacità di fare rete: non soltanto nell’ottica del principio che chi ha di più aiuta chi ha di meno, ma anche cercando di valorizzare il contributo positivo e arricchente delle realtà più periferiche. «Nei diversi popoli che sperimentano il dono di Dio secondo la propria cultura – afferma il Papa – la Chiesa esprime la sua autentica cattolicità e mostra la bellezza di questo volto pluriforme… Questa prospettiva – è evidente – traccia un compito esigente per la teologia così come, nelle loro specifiche competenze, per le altre discipline contemplate negli studi ecclesiastici».

Il Papa affida «in primo luogo alla ricerca condotta nelle Università, Facoltà e Istituti ecclesiastici il compito di sviluppare quella “apologetica originale” che ho indicato nella Evangelii gaudium, affinché esse aiutino a creare le disposizioni perché il Vangelo sia ascoltato da tutti. In questo contesto, indispensabile diventa la creazione di nuovi e qualificati centri di ricerca in cui possano interagire con libertà responsabile e trasparenza reciproca – come ho auspicato nella Laudato si’ – studiosi provenienti dai diversi universi religiosi e dalle differenti competenze scientifiche, in modo da entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità».

Le novità più “tecnicheˮ riguardano vari ambiti. Si va dall’aggiornamento delle normative, che recepisce tutti i documenti posteriori alla costituzione del 1979, ad alcune novità dettate dai cambiamenti intervenuti nella società, ad esempio con il “Bologna processˮ, il processo di riforma internazionale dei sistemi di istruzione superiore dell’Unione europea – iniziato nel 1999, la Santa Sede vi ha aderito nel 2003 – per realizzare lo Spazio europeo dell’istruzione superiore. Collegata a questo è Avepro, l’Agenzia della Santa Sede per la valutazione e la promozione della qualità delle università e facoltà ecclesiastiche, istituita dal Benedetto XVI per «promuovere e sviluppare una cultura della qualità» nelle istituzioni accademiche direttamente dipendenti dalla Santa Sede assicurando standard di livello internazionale. Ci sono poi tutte le nuove convenzioni stipulate negli ultimi decenni, come pure l’istituzione dei master, che non era contemplata a livello normativo.

Il documento pubblicato oggi riguarda gli studi universitari e le facoltà ecclesiastiche, ma la Congregazione guidata dal cardinale Versaldi ha competenza su tutto il mondo dell’educazione cattolica, comprese le scuole d’infanzia, primarie e secondarie. Dagli asili alle Università nel mondo sono circa 70 milioni gli studenti che gravitano nella galassia del mondo educativo cattolico. Anche per questo la Congregazione, in vista del Sinodo dei giovani, promuoverà un questionario specifico – che si aggiunge a quello già predisposto dalla Segreteria del Sinodo – dedicato agli studenti delle scuole secondarie e delle Università con domande su come vivono la loro fede.

in “La Stampa Vatican Insider” del 29 gennaio 2018