Archivio mensile:dicembre 2017

Siria. Oltre 10 mila civili uccisi nel 2017. Molti i bambini

Il conflitto siriano resta la principale crisi internazionale. A dimostrarlo sono, ancora una volta, i numeri. Secondo i dati diffusi ieri dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (organizzazione dell’opposizione in esilio con sede a Londra: una delle fonti più accreditate), nel 2017 almeno 39.000 persone, tra cui 10.507 civili, sono state uccise negli scontri che devastano il paese mediorientale, giunto al sesto anno di guerra. Tra le vittime ci sono 2109 bambini e 1492 donne: circa la metà. Sempre secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio, almeno 2923 vittime erano soldati delle forze del presidente Al Assad, mentre 7494 erano miliziani ribelli. Questo tragico aggiornamento del bilancio porta a ben oltre mezzo milione il numero complessivo delle vittime dall’inizio del conflitto nel 2011. Fra queste — sempre secondo l’Osservatorio — 96.073 sarebbero le vittime civili, di cui 17.411 minori e 10.847 donne. Alcuni mesi fa un’altra organizzazione umanitaria, il Syrian network for human rights, ha pubblicato un rapporto nel quale il bilancio delle morti civili sale addirittura a 206.923 (di cui 24.799 bambini). Va detto poi che la guerra in Siria ha provocato un esodo di massa: secondo i dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, il numero dei rifugiati che hanno cercato riparo fuori dai confini del paese (soprattutto in Turchia) ammonta a oltre cinque milioni. Gli sfollati interni, invece, raggiungono i 6,3 milioni. Una delle zone nelle quali i combattimenti tra forze governative e ribelli si sono più concentrati nelle ultime settimane è il Goutha orientale, nella regione di Damasco, la capitale. Proprio qui si segnala una delle situazioni peggiori dal punto di vista umanitario: a causa degli scontri la Croce Rossa ha dovuto evacuare migliaia di civili con urgente bisogno di cure mediche.

in l’Osservatore Romano, 29 dicembre 2017

L’italiano ridotto a lingua minore. Lo strabismo e la miopia di certa politica

Annalisa Andreoni

Il mondo dell’università ogni anno aspetta con ansia l’uscita dei bandi per il finanziamento della ricerca di base, una boccata d’ossigeno nella generale povertà in cui versa: sono i «Progetti di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale», noti con l’acronimo di PRIN. I PRIN escono sempre in ritardo e spesso saltano gli anni. E come il resto dei finanziamenti all’università hanno subito nel tempo un forte decurtamento. Tra Natale e Capodanno il PRIN 2017 è finalmente stato bandito ma non si fa in tempo a rallegrarsene che la prima cosa che salta agli occhi è la degradazione della lingua italiana a lingua secondaria: «La domanda – si legge – è redatta in lingua inglese; a scelta del proponente, può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana».

È grave che il Ministero dell’istruzione della Repubblica italiana tratti la lingua nazionale alla stregua di una lingua minore, rendendone facoltativo l’uso nella stesura di progetti che hanno nel loro nome l’aggettivo “nazionale”.

Cosa normale e sensata sarebbe il contrario: richiedere l’uso dell’italiano con l’accompagnamento di una versione in inglese, perché è giusto che il panorama della nostra ricerca sia conoscibile e valutabile in ambito internazionale. E infatti così stavano le cose fino al PRIN 2012, il quale voleva che il progetto fosse redatto «in italiano e in inglese»; in quello successivo, il PRIN 2015, l’ultimo ad essere bandito prima dell’attuale, si chiedeva che la domanda fosse «redatta in lingua italiana o inglese, a scelta del proponente»; nel PRIN 2017 l’inglese è obbligatorio e l’italiano è divenuto superfluo. Vi è dunque una strategia, in questo piano inclinato verso la soppressione della nostra lingua, la quale lascia supporre che nel PRIN prossimo venturo dell’italiano non si farà più parola. È il momento di segnalare la cosa all’attenzione dell’opinione pubblica e degli organi istituzionali, affinché non passi sotto silenzio.

La promozione e la ripresa del Paese passano anche da questo: dal rispetto che si ha della propria lingua. La scelta di rinunciare alla lingua nazionale, nella sua insensatezza, ha conseguenze negative sul piano culturale ed economico, poiché rischia di rendere vani gli sforzi di tutti coloro che operano per il rilancio del nostro Paese. Perché mai dovremmo affaticarci a promuovere l’italiano in giro per il mondo – e con la lingua viaggiano anche la creatività e la produzione italiana, non dimentichiamolo – se a considerarlo inutile sono coloro che per primi dovrebbero difenderlo?

Spiace dirlo, ma è l’ennesima prova del provincialismo dell’attuale ceto politico, drammaticamente inadeguato alle sfide che abbiamo di fronte, che scambia per internazionalizzazione la dismissione dell’identità nazionale.

Ci permettiamo di dare un suggerimento al Ministero dell’istruzione: visto che l’italiano per loro è evidentemente una lingua inutile, la prossima volta scrivano il bando direttamente in inglese; forse, allora, riusciremo a prenderli sul serio.

in Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2017

Hélder Câmara patrono dei diritti umani

Alver Metalli

I diritti umani avranno il loro protettore, almeno in Brasile, dove il Parlamento ha scelto di concludere un complicato 2017 all’insegna di una proclamazione che ha preso di sorpresa la Chiesa brasiliana, quella di dom Hélder Câmara «Patrono de los Derechos Humanos».

In un decreto di fine anno apparso sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione, che fa seguito a una Legge decretata dal Congresso nazionale pubblicata il 27 dicembre, il governo brasiliano ha riconosciuto nella figura di Câmara l’emblema di chi si è distinto nella difesa dei diritti dei più svantaggiati, in particolare nel periodo della dittatura militare, quando era arcivescovo di Olinda e Recife nominato in quella sede proprio da Paolo VI nel marzo 1964.

La reazione del neo-arcivescovo fu di ripudio all’ascesa dei militari al potere e di forte sostegno all’Azione cattolica diocesana che aveva condannato il golpe e ciò, ovviamene, gli valse da subito l’accusa di «comunista, demagogo e libertino» da parte delle nuove autorità militari. Tanto che il governatore locale gli proibì di parlare in pubblico, al di fuori delle mura della chiesa, e ogni volta che predicava le sue omelie erano provocatoriamente registrate dalla polizia politica che si sistemava con il registratore ben visibile a poca distanza dell’arcivescovo. A questo punto – ricorda Luis Badilla sull’agenzia vaticana Il Sismografo – «Câmara scelse una nuova via: scrivere e fare conferenze all’estero». Pubblicò 23 libri tradotti in oltre 20 lingue. Prese parte a decine di incontri e conferenze in giro per il mondo e nel 1970, a Parigi, ebbe il grande coraggio di denunciare l’uso sistematico della tortura nel suo Paese così come l’esistenza di migliaia di prigionieri politici, molti dei quali rinchiusi nell’anonimato. Lasciò la diocesi il 2 aprile 1985, per raggiunti limiti di età continuando a vivere nella casa popolare in cui si era trasferito all’inizio del suo ministero episcopale, a Recife, fino alla morte avvenuta il 27 agosto 1999 quando aveva 90 anni. Una biografia per così dire autorizzata del «vescovo rosso», come veniva apostrofato dai militari negli anni della dittatura, è contenuta nella lettera ufficiale con cui la Chiesa brasiliana chiese l’avvio del processo di canonizzazione nel 2014 ricevendo in Vaticano un primo parere favorevole che gli ha aperto la strada verso gli altari.

L’allegato alla lettera ricordava il lavoro sociale di dom Hélder Câmara – nei «movimenti studenteschi e operai, leghe comunitarie contro la fame e la miseria» – che gli costò l’ostracismo del governo militare brasiliano Nel 1970 Sunday Times lo definì «l’uomo più influente dell’America Latina dopo Fidel Castro». Dom Hélder Câmara fu uno dei pochi vescovi latinoamericani a partecipare al Concilio Vaticano II dove si fece portavoce di una Chiesa maggiormente preoccupata del «sociale». Di lui si ricorda un accenno al celibato sacerdotale in questi termini. «Va bene discutere del celibato, senza però trascurare argomenti più essenziali come fame e libertà». «Lo infastidivano la “pompa eccessiva” e il progressivo distanziamento della Chiesa dalle questioni sociali» ricorda l’allegato alla lettera destinata alla Congregazione per le Cause dei Santi.

«Disse una volta: “Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando dico che i poveri non hanno da mangiare, tutti mi danno del comunista». Il testo fa notare la coincidenza con papa Francisco che due anni fa è stato tacciato di marxista dalla stampa statunitense. Nessuno, tantomeno i vertici della Chiesa brasiliana, si aspettava che anche dal governo Michel Temer, in esercizio dall’agosto del 2016, potesse provenire un riconoscimento laico di tale prestigio verso una figura come dom Hélder Câmara e in un momento in cui i rapporti con l’episcopato della Nazione sudamericana manifestano molti punti di tensione. «È strano» si legge sulla stampa nazionale «che uno dei governi che ha fatto di più per porre fine ai diritti della popolazione in poco più di un anno di mandato, sia quello che assegna un tale riconoscimento ufficiale».

Sui tagli sociali, la riforma del lavoro e quella previdenziale disegnate dagli uomini di Temer la Chiesa brasiliana si è mostrata molto critica. Ma forse proprio qui c’è chi vede la ragione dell’atto di fine legislatura 2017. «Un tentativo di riconciliazione con la Chiesa cattolica che ha ripetutamente criticato e condannato molte delle misure adottate dal governo, a cui attribuisce la responsabilità di restringere dei diritti che beneficiano i più vulnerabili della società».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 28 dicembre 2017

Gerusalemme, il presidente turco Erdogan telefona al Papa

Iacopo Scaramuzzi

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha telefonato oggi a papa Francesco. Secondo i media turchi al centro del colloquio vi è stata la preoccupazione per la decisione dell’amministrazione di Donald Trump di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.

Fonti presidenziali turche, più specificamente, hanno riferito all’agenzia stampa Anadolu che Erdogan e il Papa hanno parlato della risoluzione della scorsa settimana con la quale l’Onu ha respinto la mossa della Casa bianca ed hanno sottolineato la necessità di «proteggere lo status quo di Gerusalemme, città sacra per l’islam, il cristianesimo e l’ebraismo».

La vicedirettrice della sala stampa vaticana, Paloma Garcia Ovejero, ha confermato il colloquio telefonico senza fornire dettagli sui suoi contenuti e limitandosi a precisare che «la conversazione ha avuto luogo per iniziativa del Presidente turco». Prima ancora che Trump annunciasse la sua decisione su Gerusalemme, lo scorso 6 dicembre, il Papa, di mattina, era intervenuto per esprimere la propria «profonda preoccupazione», chiedere il rispetto dello status quo della città santa e auspicare che «prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti».

All’Angelus di Natale il Papa ha invocato tra l’altro la pace per Gerusalemme e per tutta la Terra Santa pregando perché «tra le parti prevalga la volontà di riprendere il dialogo e si possa finalmente giungere a una soluzione negoziata che consenta la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini concordati tra loro e internazionalmente riconosciuti». Con una dichiarazione in occasione del voto all’assemblea generale delle Nazioni Unite che ha respinto con 128 favorevoli e nove voti contrari la decisione statunitense, lo scorso 21 dicembre, la delegazione della Santa Sede ha poi ribadito che «solo uno status garantito a livello internazionale» può «preservare il carattere unico» di Gerusalemme ed essere «una garanzia di dialogo e riconciliazione per la pace nella regione».

In un’intervista di fine anno all’Osservatore Romano, il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, da parte sua, ha ribadito che, nonostante le recenti scelte dell’amministrazione Trump, c’è ancora speranza per una pace stabile in Medio Oriente: «Il dialogo deve proseguire a tutti i livelli. Basti pensare a quanto accaduto per una significativa coincidenza lo scorso 6 dicembre, quando è stata resa nota la decisione della Casa Bianca. In quella stessa mattina il Papa ha ricevuto prima dell’udienza generale i partecipanti a una riunione tra il nostro dicastero e la commissione per il dialogo interreligioso dello stato di Palestina. Alla delegazione di alto rango, guidata dallo sceicco Mahmoud Al-Habbash, giudice supremo, il Pontefice ha rivolto un’esortazione a collaborare, che ha trovato risposta nella firma di un memorandum d’intesa per l’istituzione di un gruppo di lavoro permanente. Insomma – ha concluso il Porporato francese – si è trattato di un esempio di testimonianza interreligiosa molto rilevante, un prudente avvicinamento nel segno dell`amicizia, in direzione opposta all’incendiario propagarsi dell’odio e dell’ira». Con una serie di contatti che mostrano il ruolo riconosciuto al Pontefice da diversi leader mediorientali, sulla questione di Gerusalemme il Papa, il giorno prima dell’annuncio di Trump, aveva ricevuto una telefonata dal presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e, il 19 dicembre, ha ricevuto in Vaticano il re di Giordania Abdullah II.

Lo stesso Erdogan aveva chiamato il Papa una prima volta lo scorso 7 dicembre. Il Presidente turco, peraltro, che in passato ha avuto motivi di attrito tanto con papa Francesco quanto con diverse cancellerie europee, ha espresso in questi giorni la speranza di rapporti migliori con i paesi dell’Unione europea, e – senza precisare i tempi – ha prospettato l’intenzione di effettuare viaggi in Francia e in Vaticano.

in “La Stampa-Vatican Insider” del 29 dicembre 2017

World Day of Peace: 1 January 2018. Message of Pope Francis

Pope Francis

Migrants and refugees: men and women in search of peace

1. Heartfelt good wishes for peace

Peace to all people and to all nations on earth! Peace, which the angels proclaimed to the shepherds on Christmas night,[1] is a profound aspiration for everyone, for each individual and all peoples, and especially for those who most keenly suffer its absence. Among these whom I constantly keep in my thoughts and prayers, I would once again mention the over 250 million migrants worldwide, of whom 22.5 million are refugees. Pope Benedict XVI, my beloved predecessor, spoke of them as “men and women, children, young and elderly people, who are searching for somewhere to live in peace.”[2] In order to find that peace, they are willing to risk their lives on a journey that is often long and perilous, to endure hardships and suffering, and to encounter fences and walls built to keep them far from their goal.

In a spirit of compassion, let us embrace all those fleeing from war and hunger, or forced by discrimination, persecution, poverty and environmental degradation to leave their homelands.

We know that it is not enough to open our hearts to the suffering of others. Much more remains to be done before our brothers and sisters can once again live peacefully in a safe home. Welcoming others requires concrete commitment, a network of assistance and goodwill, vigilant and sympathetic attention, the responsible management of new and complex situations that at times compound numerous existing problems, to say nothing of resources, which are always limited. By practising the virtue of prudence, government leaders should take practical measures to welcome, promote, protect, integrate and, “within the limits allowed by a correct understanding of the common good, to permit [them] to become part of a new society.”[3] Leaders have a clear responsibility towards their own communities, whose legitimate rights and harmonious development they must ensure, lest they become like the rash builder who miscalculated and failed to complete the tower he had begun to construct.[4]

2. Why so many refugees and migrants?

As he looked to the Great Jubilee marking the passage of two thousand years since the proclamation of peace by the angels in Bethlehem, Saint John Paul II pointed to the increased numbers of displaced persons as one of the consequences of the “endless and horrifying sequence of wars, conflicts, genocides and ethnic cleansings”[5] that had characterized the twentieth century. To this date, the new century has registered no real breakthrough: armed conflicts and other forms of organized violence continue to trigger the movement of peoples within national borders and beyond.

Yet people migrate for other reasons as well, principally because they “desire a better life, and not infrequently try to leave behind the ‘hopelessness’ of an unpromising future.”[6] They set out to join their families or to seek professional or educational opportunities, for those who cannot enjoy these rights do not live in peace. Furthermore, as I noted in the Encyclical Laudato Si’, there has been “a tragic rise in the number of migrants seeking to flee from the growing poverty caused by environmental degradation”.[7]

Most people migrate through regular channels. Some, however, take different routes, mainly out of desperation, when their own countries offer neither safety nor opportunity, and every legal pathway appears impractical, blocked or too slow.

Many destination countries have seen the spread of rhetoric decrying the risks posed to national security or the high cost of welcoming new arrivals, and thus demeaning the human dignity due to all as sons and daughters of God. Those who, for what may be political reasons, foment fear of migrants instead of building peace are sowing violence, racial discrimination and xenophobia, which are matters of great concern for all those concerned for the safety of every human being.[8]

All indicators available to the international community suggest that global migration will continue for the future. Some consider this a threat. For my part, I ask you to view it with confidence as an opportunity to build peace.

3. With a contemplative gaze

The wisdom of faith fosters a contemplative gaze that recognizes that all of us “belong to one family, migrants and the local populations that welcome them, and all have the same right to enjoy the goods of the earth, whose destination is universal, as the social doctrine of the Church teaches. It is here that solidarity and sharing are founded.”[9] These words evoke the biblical image of the new Jerusalem. The book of the prophet Isaiah (chapter 60) and that of Revelation (chapter 21) describe the city with its gates always open to people of every nation, who marvel at it and fill it with riches. Peace is the sovereign that guides it and justice the principle that governs coexistence within it.

We must also turn this contemplative gaze to the cities where we live, “a gaze of faith which sees God dwelling in their houses, in their streets and squares, […] fostering solidarity, fraternity, and the desire for goodness, truth and justice”[10] – in other words, fulfilling the promise of peace.

When we turn that gaze to migrants and refugees, we discover that they do not arrive empty-handed. They bring their courage, skills, energy and aspirations, as well as the treasures of their own cultures; and in this way, they enrich the lives of the nations that receive them. We also come to see the creativity, tenacity and spirit of sacrifice of the countless individuals, families and communities around the world who open their doors and hearts to migrants and refugees, even where resources are scarce.

A contemplative gaze should also guide the discernment of those responsible for the public good, and encourage them to pursue policies of welcome, “within the limits allowed by a correct understanding of the common good”[11] – bearing in mind, that is, the needs of all members of the human family and the welfare of each.

Those who see things in this way will be able to recognize the seeds of peace that are already sprouting and nurture their growth. Our cities, often divided and polarized by conflicts regarding the presence of migrants and refugees, will thus turn into workshops of peace.

4. Four mileposts for action

Offering asylum seekers, refugees, migrants and victims of human trafficking an opportunity to find the peace they seek requires a strategy combining four actions: welcoming, protecting, promoting and integrating.[12]

“Welcoming” calls for expanding legal pathways for entry and no longer pushing migrants and displaced people towards countries where they face persecution and violence. It also demands balancing our concerns about national security with concern for fundamental human rights. Scripture reminds us: “Do not forget to show hospitality to strangers, for by so doing some people have shown hospitality to angels without knowing it.”[13]

“Protecting” has to do with our duty to recognize and defend the inviolable dignity of those who flee real dangers in search of asylum and security, and to prevent their being exploited. I think in particular of women and children who find themselves in situations that expose them to risks and abuses that can even amount to enslavement. God does not discriminate: “The Lord watches over the foreigner and sustains the orphan and the widow.”[14]

“Promoting” entails supporting the integral human development of migrants and refugees. Among many possible means of doing so, I would stress the importance of ensuring access to all levels of education for children and young people. This will enable them not only to cultivate and realize their potential, but also better equip them to encounter others and to foster a spirit of dialogue rather than rejection or confrontation. The Bible teaches that God “loves the foreigner residing among you, giving them food and clothing. And you are to love those who are foreigners, for you yourselves were foreigners in Egypt.”[15]

“Integrating”, lastly, means allowing refugees and migrants to participate fully in the life of the society that welcomes them, as part of a process of mutual enrichment and fruitful cooperation in service of the integral human development of the local community. Saint Paul expresses it in these words: “You are no longer foreigners and strangers, but fellow citizens with God’s people.”[16]

5. A proposal for two international compacts

It is my heartfelt hope this spirit will guide the process that in the course of 2018 will lead the United Nations to draft and approve two Global Compacts, one for safe, orderly and regular migration and the other for refugees. As shared agreements at a global level, these compacts will provide a framework for policy proposals and practical measures. For this reason, they need to be inspired by compassion, foresight and courage, so as to take advantage of every opportunity to advance the peace-building process. Only in this way can the realism required of international politics avoid surrendering to cynicism and to the globalization of indifference.

Dialogue and coordination are a necessity and a specific duty for the international community. Beyond national borders, higher numbers of refugees may be welcomed – or better welcomed – also by less wealthy countries, if international cooperation guarantees them the necessary funding.

The Migrants and Refugees Section of the Dicastery for Promoting Integral Human Development has published a set of twenty action points that provide concrete leads for implementing these four verbs in public policy and in the attitudes and activities of Christian communities.[17] The aim of this and other contributions is to express the interest of the Catholic Church in the process leading to the adoption of the two U.N. Global Compacts. This interest is the sign of a more general pastoral concern that goes back to the very origins of the Church and has continued in her many works up to the present time.

6. For our common home

Let us draw inspiration from the words of Saint John Paul II: “If the ‘dream’ of a peaceful world is shared by all, if the refugees’ and migrants’ contribution is properly evaluated, then humanity can become more and more a universal family and our earth a true ‘common home’.”[18] Throughout history, many have believed in this “dream”, and their achievements are a testament to the fact that it is no mere utopia.

Among these, we remember Saint Frances Xavier Cabrini in this year that marks the hundredth anniversary of her death. On this thirteenth day of November, many ecclesial communities celebrate her memory. This remarkable woman, who devoted her life to the service of migrants and became their patron saint, taught us to welcome, protect, promote and integrate our brothers and sisters. Through her intercession, may the Lord enable all of us to experience that “a harvest of righteousness is sown in peace by those who make peace.”[19]


[1 Luke 2:14. [2] Angelus, 15 January 2012. [3] JOHN XXIII, Encyclical Letter Pacem in Terris, 106. [4] Luke 14:28-30. [5] Message for the 2000 World Day of Peace, 3.. [6] BENEDICT XVI, Message for the 2013 World Day of Migrants and Refugees. [7] No. 25. [8] Cf. Address to the National Directors of Pastoral Care for Migrants of the Catholic Bishops’ Conferences of Europe, 22 September 2017. [9] BENEDICT XVI, Message for the 2011 World Day of Migrants and Refugees. [10] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 71. [11] JOHN XXIII, Encyclical Letter Pacem in Terris, 106. [12] Message for the 2018 World Day of Migrants and Refugees. [13] Hebrews 13:2. [14] Psalm 146:9. [15] Deuteronomy 10:18-19. [16] Ephesians 2:19. [17] “20 Pastoral Action Points” and “20 Action Points for the Global Compacts”, Migrants and Refugees Section, Rome, 2017.  See also Document UN A/72/528. [18] Message for the World Day of Migrants and Refugees 2004,, 6. [19] James 3:18.

Giornata mondiale della pace: 1 gennaio 2018. Messaggio di papa Francesco

papa Francesco

Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace

1. Augurio di pace

Pace a tutte le persone e a tutte le nazioni della terra! La pace, che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale, [1] è un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza. Tra questi, che porto nei miei pensieri e nella mia preghiera, voglio ancora una volta ricordare gli oltre 250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati. Questi ultimi, come affermò il mio amato predecessore Benedetto XVI, «sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace». [2] Per trovarlo, molti di loro sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta.

Con spirito di misericordia, abbracciamo tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale.

Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura. Accogliere l’altro richiede un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate. Praticando la virtù della prudenza, i governanti sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, «nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, [per] permettere quell’inserimento».[3] Essi hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurare i giusti diritti e lo sviluppo armonico, per non essere come il costruttore stolto che fece male i calcoli e non riuscì a completare la torre che aveva cominciato a edificare.[4]

2. Perché così tanti rifugiati e migranti?

In vista del Grande Giubileo per i 2000 anni dall’annuncio di pace degli angeli a Betlemme, San Giovanni Paolo II annoverò il crescente numero di profughi tra le conseguenze di «una interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di “pulizie etniche”»,[5] che avevano segnato il XX secolo. Quello nuovo non ha finora registrato una vera svolta: i conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre.

Ma le persone migrano anche per altre ragioni, prima fra tutte il «desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la “disperazione” di un futuro impossibile da costruire».[6] Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti, non vive in pace. Inoltre, come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, «è tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale».[7]

La maggioranza migra seguendo un percorso regolare, mentre alcuni prendono altre strade, soprattutto a causa della disperazione, quando la patria non offre loro sicurezza né opportunità, e ogni via legale pare impraticabile, bloccata o troppo lenta.

In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano.[8]

Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro. Alcuni le considerano una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace.

3. Con sguardo contemplativo

La sapienza della fede nutre questo sguardo, capace di accorgersi che tutti facciamo «parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione».[9] Queste parole ci ripropongono l’immagine della nuova Gerusalemme. Il libro del profeta Isaia (cap. 60) e poi quello dell’Apocalisse (cap. 21) la descrivono come una città con le porte sempre aperte, per lasciare entrare genti di ogni nazione, che la ammirano e la colmano di ricchezze. La pace è il sovrano che la guida e la giustizia il principio che governa la convivenza al suo interno.

Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia»,[10] in altre parole realizzando la promessa della pace.

Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio,capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti.

Questo sguardo contemplativo, infine, saprà guidare il discernimento dei responsabili della cosa pubblica, così da spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei «limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso»,[11] considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana e il bene di ciascuno di essi.

Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita. Trasformerà così in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati.

4. Quattro pietre miliari per l’azione

Offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando, richiede una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.[12]

“Accogliere” richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. La Scrittura ci ricorda: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».[13]

“Proteggere” ricorda il dovere di riconoscere e tutelare l’inviolabile dignità di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza, di impedire il loro sfruttamento. Penso in particolare alle donne e ai bambini che si trovano in situazioni in cui sono più esposti ai rischi e agli abusi che arrivano fino a renderli schiavi. Dio non discrimina: «Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova».[14]

“Promuovere” rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale di migranti e rifugiati. Tra i molti strumenti che possono aiutare in questo compito, desidero sottolineare l’importanza di assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione: in questo modo essi non solo potranno coltivare e mettere a frutto le proprie capacità, ma saranno anche maggiormente in grado di andare incontro agli altri, coltivando uno spirito di dialogo anziché di chiusura o di scontro. La Bibbia insegna che Dio «ama lo straniero e gli dà pane e vestito»; perciò esorta: «Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto».[15]

“Integrare”, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali. Come scrive San Paolo: «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio».[16]

5. Una proposta per due Patti internazionali

Auspico di cuore che sia questo spirito ad animare il processo che lungo il 2018 condurrà alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche. Per questo è importante che siano ispirati da compassione, lungimiranza e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza.

Il dialogo e il coordinamento, in effetti, costituiscono una necessità e un dovere proprio della comunità internazionale. Al di fuori dei confini nazionali, è possibile anche che Paesi meno ricchi possano accogliere un numero maggiore di rifugiati, o accoglierli meglio, se la cooperazione internazionale assicura loro la disponibilità dei fondi necessari.

La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha suggerito 20 punti di azione[17] quali piste concrete per l’attuazione di questi quattro verbi nelle politiche pubbliche, oltre che nell’atteggiamento e nell’azione delle comunità cristiane. Questi ed altri contributi intendono esprimere l’interesse della Chiesa cattolica al processo che porterà all’adozione dei suddetti patti globali delle Nazioni Unite. Tale interesse conferma una più generale sollecitudine pastorale nata con la Chiesa e continuata in molteplici sue opere fino ai nostri giorni.

6. Per la nostra casa comune

Ci ispirano le parole di San Giovanni Paolo II: «Se il “sogno” di un mondo in pace è condiviso da tanti, se si valorizza l’apporto dei migranti e dei rifugiati, l’umanità può divenire sempre più famiglia di tutti e la nostra terra una reale “casa comune”».[18] Molti nella storia hanno creduto in questo “sogno” e quanto hanno compiuto testimonia che non si tratta di una utopia irrealizzabile.

Tra costoro va annoverata Santa Francesca Saverio Cabrini, di cui ricorre nel 2017 il centenario della nascita al cielo. Oggi, 13 novembre, molte comunità ecclesiali celebrano la sua memoria. Questa piccola grande donna, che consacrò la propria vita al servizio dei migranti, diventandone poi la celeste patrona, ci ha insegnato come possiamo accogliere, proteggere, promuovere e integrare questi nostri fratelli e sorelle. Per la sua intercessione il Signore conceda a noi tutti di sperimentare che «un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace».[19]


[1] Luca 2,14. [2] Angelus, 15 gennaio 2012. [3] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 57. [4] Cfr Luca 14, 28-30. [5] Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2000, 3.[6] Benedetto XVIMessaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2013.[7] N. 25. [8] Cfr Discorso ai Direttori nazionali della pastorale per i migranti partecipanti all’Incontro promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), 22.09.2017. [9] Benedetto XVIMessaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2011[10] Esort. ap. Evangelii gaudium, 71[11] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 57. [12] Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018, 15 agosto 2017. [13] Ebrei 13,2. [14] Salmo 146,9. [15] Deuteronomio 10,18-19. [16] Efesini 2,19. [17] “20 Punti di Azione Pastorale” e “20 Punti di Azione per i Patti Globali” (2017); vedi anche Documento ONU A/72/528. [18] Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2004, 6. [19] Giacomo 3,18.

Felicità. Una desiderio e una speranza insopprimibili

DOXA

La speranza dell’uomo è più forte di ogni difficoltà e non muore mai se in oltre 52 mila interviste in 55 paesi per l’annuale sondaggio mondiale di fine anno 2017, realizzato da WIN e Gallup International, il più grande network mondiale di istituti di ricerca indipendenti, di cui Doxa è partner per l’Italia e socio fondatore, emerge che la felicità continua a dominare sul pessimismo e con essa le speranze di migliorare la propria condizione di vita. La maggioranza della popolazione è felice in tutti i 55 paesi coinvolti nella ricerca, nonostante 32 paesi siano pessimisti sulle loro prospettive economiche. L’Italia fa eccezione in negativo: è il paese, tra quelli esaminati, più pessimista sull’andamento economico.

 Dal sondaggio diffuso viene fuori che il 59% della popolazione mondiale dichiara di essere felice della propria vita (in calo rispetto al 68% dell’anno scorso); il 28% è né felice né infelice e l’11% non è felice . Il dato italiano della felicità è pari al 50%, in lieve rialzo rispetto al 2016 (+4%). Gli autori del sondaggio dividono felici e infelici in un indice,  “Net happiness”, dato dalla differenza tra le percentuali delle due ‘classi’: è pari a 48% a livello mondiale e 42% in Italia. Isole Fiji, Colombia e Filippine sono i paesi più felici (net happiness 92%, 87% e 84% rispettivamente) seguiti da Messico, Vietnam, Kazakistan, Papua Nuova Guinea, Indonesia, India ed Argentina, mentre l’Iran è in fondo alla classifica, insieme ad Iraq (ultimo nel 2016) ed Ucraina. In tutti i 55 paesi coinvolti nel sondaggio coloro che si dichiarano felici o molto felici sono risultati in superiorità rispetto agli infelici.

Secondo l’indice net economic optimism, che misura ottimisti e pessimisti sulle prospettive economiche Nigeriani (+59% di “net economic optimism”), Vietnamiti (+55%) e Indonesiani (+53%) sono i più ottimisti guardando alle economie del proprio paese, unici tre paesi in cui l’indice risulta superiore al 50%. Agli ultimi posti di questa classifica Italia, Grecia e Turchia.

Su scala mondiale i giovani under 35 sono mediamente il 15% più felici degli over 55, lo stesso si può dire per i più istruiti: i laureati sono il 13% più felici di coloro che hanno un livello d’istruzione base (scuola primaria) . I più felici sono i giovani, i laureati e i cittadini con redditi più elevati. E ciò è stato rilevato a livello generale, come se la felicità fosse più legata a questi fattori, a prescindere dal paese in cui si vive.

La top ten dei paesi più felici vede ai primi posti le Isole Fiji (+92% net happiness), Colombia (+87%), Filippine (+84%), Messico (+82%), Vietnam (+77%), Kazakistan (+74%), Papua Nuova Guinea (+74%), Indonesia (+68%), Argentina (+64%) ed Paesi Bassi e India (+64% net happiness).
Mentre i 10 più ottimisti nei confronti delle proprie prospettive economicheper il 2018 sono Nigeria (+59% net economic optimism), Vietnam (+55%), Indonesia (+53%), India (+46%), Filippine (+32%), Albania (+31%), Bangladesh (+30%), Isole Fiji (+27%), Kosovo (+25%) e Pakistan (+20% net economic optimism).

La situazione italiana : Entrando un po’ più nel dettaglio dei dati rilevati in Italia da Doxa, la percentuale di coloro che si aspettano un anno migliore è stabile rispetto al 2016 (15%), con valori leggermente più elevati nella fascia d’età 35-44 anni. Resta negativo il quadro relativo alle prospettive sull’economia: coloro che si aspettano un anno di prosperità economica sono in linea col 2016 (9%), ma sono in leggero aumento (da 57% a 59%) coloro che prevedono un anno di difficoltà economica. Negli ultimi anni il ‘net hope,  una sorta di “barometro dell’ottimismo” , dato dalla differenza tra le percentuali degli ottimisti e dei pessimisti riguardo alle prospettive economiche per l’anno nuovo: si è passati dal -59 al -50.

Vilma Scarpino, Amministratore Delegato di Doxa e Presidente di WIN, ha commentato: “Nonostante il rialzo delle aspettative negative per l’anno che verrà in termini di prosperità economica sia per il paese che a livello personale, l’Italia si conferma un paese di persone tendenzialmente felici, un dato in lieve aumento rispetto al 2016. Nel confronto con gli altri paesi dell’area europea, l’Italia si colloca a metà classifica, con un indice di Happiness di +42, vicino a Francia (+43) e UK (+42) e davanti alla Germania (+38). Se consideriamo l’Europa nel suo insieme, vediamo però che i suoi cittadini sono tendenzialmente meno felici dei cittadini di tutte le altre regioni del mondo, eccetto il Medio Oriente”.

in Ansa 30 dicembre 2017

Niger. Sabbia, povertà, guerre. Il volto tragico dell’Africa excoloniale

Edoardo Albinati – Francesca d’Aloja

Diario di viaggio nel Paese centro africano con l’Unhcr

PRIMO GIORNO

Edoardo: Sì, confesso di essere uno di quelli che fino a due mesi fa non distingueva il Niger dalla Nigeria. Mentre a Rebibbia i miei studenti erano chini sul foglio col compito in classe di analisi logica, mi sono studiato bene la cartina dell’Africa appesa al muro. Ed eccola qui, lampante, a colori, la ragione per cui oggi il Niger è il crocevia a cui tutti guardano con allarme: questo vasto Paese senza sbocco sul mare è incastrato in mezzo agli stati più caldi dell’Africa occidentale e del cosiddetto Sahel, la lunga fascia orizzontale subsahariana che va dall’Atlantico al mar Rosso, cento milioni di abitanti, e sempre meno acqua. A ovest il Mali, la cui disintegrazione l’esercito francese si affanna invano a tamponare dal 2013, e il Burkina Faso, attraverso cui passano le rotte di migranti dai paesi del Golfo di Guinea; a sud Benin e Nigeria (il che vuol dire Boko Haram e il fuggifuggi dalle incredibili violenze perpetrate dalle sue milizie), a oriente il Ciad e a nord la frontiera (si fa per dire, una linea tracciata nel deserto) con l’Algeria e con la Libia. Niger, il punto di passaggio formicolante di tutto quanto si muove oggi nell’area: rifugiati, migranti, armi, capitali occidentali e cinesi, funzionari e militari di mezzo mondo. E le miniere di uranio che riforniscono le centrali atomiche francesi, garantendo acqua calda nei termosifoni e nei bidet che pure a Parigi non hanno. Niamey è perennemente avvolta da un pulviscolo sabbioso. Alberi, persone, automobili e motociclette, frutta e merci esposte sui banchetti per strada sono coperte da uno strato sottile, come dopo l’eruzione di un vulcano. L’albergo è in cima a un’altura che dà sul fiume Niger, e da qui si può vedere il lungo ponte che lo attraversa gremito di gente: è una manifestazione studentesca, imponente, ma all’apparenza molto pacifica. Sfilano lenti, innumerevoli e stranamente silenziosi. «Protestano, protestano sempre, dagli universitari ai bimbi delle elementari», dice un Nigerino con un filo di sarcasmo: «… e se non rompono le vetrine a sassate, come in Europa, è perché ci sono poche vetrine». L’impressione immediata è infatti quella di un paese molto povero abitato da gente insolitamente mite. Che si accontenta di poco, di pochissimo e anche per questo non parte in massa per l’Europa, piuttosto migra a cercar lavoro verso i paesi del Centrafrica. Invece di andare a Nord, il nigerino indigente va verso sud. Gli studenti scendono in piazza perché il governo spende nella sicurezza (leggi: repressione) invece che nell’educazione e nella sanità. E’ un circolo vizioso e paradossale questo della sicurezza: ossessionati dal terrorismo e dai migranti, Stati Uniti ed Ue versano in Africa un fiume di denaro per misure di sicurezza, solo un esiguo rivolo finisce a beneficio delle popolazioni locali poverissime, sicché alla fine i disperati e gli esasperati che non hanno più nulla da perdere si arruolano nelle formazioni jihadiste. Ergo, le spese massicce per la sicurezza fomentano l’insicurezza. Adesso, per esempio, che il traffico di migranti verso il confine con la Libia e oltre è stato vietato, non è che i convogli siano scomparsi, solo battono sentieri diversi e più pericolosi nel Sahara, per sfuggire i controlli. La scoperta degli ultimi quindici anni di storia è che il problema non è tanto combattere e alla fine rovesciare i jihadisti, bensì creare, in seguito, un briciolo di stabilità e di benessere per la popolazione: se non si raggiungono questi ultimi obiettivi, le iniziative poliziesche e militari servono a poco. Attualmente in Niger ci sono circa 55.000 rifugiati dal Mali (nella zona di Tillabery, a ovest), 110.000 dalla Nigeria (a est, zona di Diffa) e più di centomila nigerini sfollati internamente. Un numero enorme…

  SECONDO GIORNO

Francesca: Il Niger è il uno dei paese più poveri del mondo (alcuni dicono il quarto, altri il quinto), basta guardarsi intorno per crederci, ma c’è un altro elemento evidente e non segnalato dalle classifiche mondiali: i nigerini sono forse uno dei popoli più belli sul pianeta. Uomini e donne, sono quasi tutti belli. Aggraziati, eleganti. Come i musicisti che incontriamo stamattina, riuniti sotto un capanno all’aperto in un giardino senza fiori né erba. Ci accovacciamo sulle stuoie all’ombra di un baobab e li ascoltiamo suonare i loro strumenti fatti di pelle di capra. L’unica donna, Laetitia, originaria delle Isole de La Réunion, canta e suona una tastiera dai tasti intermittenti, alcuni funzionanti, altri no, accanto a lei il più anziano del gruppo intona una sorta di blues parlato, agitando le braccia e poi ballando, e non posso fare a meno di notare una somiglianza che fa sorridere per la sua assurdità: è davvero uguale a Capannelle, il famoso caratterista del cinema italiano, il vecchietto de «I soliti ignoti». Però nero. Si chiamano Studio Shap Shap e sono bravissimi. E’ un benvenuto gentile di breve durata, non siamo venuti fin qui per ascoltare musica, la vera missione deve ancora cominciare. Andiamo a visitare il Guichet Unique, il centro di servizi per i rifugiati. Ci accoglie una fulva ragazza inglese dalla pelle diafana, sembra fragilissima ma non lo è affatto come del resto non lo sono le altre ragazze (quante donne!) dell’Unhcr che impareremo a conoscere. Parla cinque lingue e comunica con tutti. Ci spiega che qui i rifugiati ricevono assistenza sanitaria, legale, educativa, in questo ufficio hanno la possibilità di denunciare soprusi e sfruttamenti potendo contare su riservatezza e protezione. Arrivano in molti, una media di cinque famiglie al giorno.

Edoardo: Vengono dal Mali, dal Togo, dal Camerun, dalla Costa d’Avorio. Alcuni di loro si sono spinti fino nel cuore del Niger, ad Agadez, ai confini col deserto, con l’idea di proseguire verso la Libia e oltre, ma hanno capito che non ce l’avrebbero fatta mai e allora hanno ripiegato verso la capitale per chiedere asilo. I loro guai sanitari sono sempre quelli: malattie respiratorie nella stagione secca, le febbri malariche nella stagione delle piogge, severe infezioni urinarie. Certe volte sarebbe sufficiente avere in dotazione una zanzariera e imparare a installarla come si deve. Fuggono da ogni genere di catastrofe, calamità naturali, saccheggi, incendi, e proprio grazie ai loro racconti si comprende quanto sia labile la distinzione tra i cosidetti migranti economici e chi fugge da una guerra o da una campagna di pulizia etnica o religiosa. Se il tuo bestiame muore di sete, o se ti viene requisito dai jihadisti (bene che va), il risultato alla fine è il medesimo: devi andartene. Partire prima di morire. «Il luogo dove rischi di perdere la vita, purtroppo devi lasciarlo» è la mesta considerazione di uno di loro. Incontriamo alcune donne del Mali che son venute a prendere delle medicine, una allatta seduta tranquillamente su pavimento, i loro bambini sono bellissimi, anche se uno è strano, i suoi occhi roteano e la testa si piega verso l’alto e verso il basso senza fermarsi mai. Ha un disturbo mentale. Anche di quello si occupa il dottore del centro, un giovane piccolo, scrupoloso e paziente. Ma le bambine guardandoci non possono fare a meno di ridere scuotendo il groviglio di treccine che hanno in testa. Ci sono poi rifugiati residenti in Niger ormai da tempo, per esempio, un congolese affabile che sussurra: «Sì, anche qui la situazione è instabile… è una polveriera… e può scoppiare da un momento all’altro».E allora, gli chiedo, prevedete di spostarvi ancora? «E dove? Dove andiamo? Oh, no, io non voglio muovermi più neanche di cento chilometri… almeno fin quando la situazione non precipiterà anche qui!», ma con un gesto della mano e un sorriso sembra voler scacciare questa eventualità. Ho letto una statistica che sfata il mito dell’invasione usato in Europa per fomentare gli elettori: in realtà, solo il 6% dei migranti lascia il continente, la stragrande maggioranza si muove tra gli stati africani.

Francesca: Nel cortile interno del centro mi siedo accanto a una donna ivoriana, parliamo in francese. E’ in attesa del visto per l’Europa. «Attesa» è la parola cardine dell’esistenza di ciascun rifugiato, costretto a vivere in un non-luogo, sospeso, la sua identità piano piano si annulla, si cristallizza in attesa di tornare e essere qualcosa, qualcuno. Vive i suoi giorni senza alcuna possibilità di decisione ma dipendente da decisioni altrui. «Penso solo all’avvenire dei miei figli», mi dice la donna, «che possano continuare a studiare in Europa. Il resto non ha importanza». La sua valigia è pronta da giorni.

Edoardo: Un gruppo di eritrei, evacuati dalla Libia, viene ospitato in una «Case de passage», in attesa di essere trasferito in Francia. Sappiamo che voleranno con nostro stesso aereo per Parigi, tra poco meno di una settimana, anche se non possiamo annunciarlo. La discrezione, in questi casi, è d’obbligo, per non rendere ancora più spasmodica l’attesa e più cocente la delusione per un eventuale rinvio.

Francesca: Il centro d’accoglienza è un fabbricato a due piani, con varie camerate che ospitano una cinquantina di persone. Chiediamo se qualcuna di loro sia disponibile a un incontro, non hanno molta voglia di parlare, ma un paio di loro acconsentono. Due ragazze in particolare hanno storie molto simili e terribilmente «classiche», che un altro ospite della casa, Amman, si offre di tradurre per noi in un inglese smozzicato. Oromia è partita che aveva tredici anni, ora ne ha venti. Ha girato l’Etiopia, il Sudan, il Libano (faceva la babysitter, in Medio-Oriente è tipico lo sfruttamento domestico delle ragazze eritree), poi daccapo in Etiopia, quindi Sudan, da lì in Egitto e infine in Libia, dove l’hanno incarcerata.

Edoardo: Thenat invece ha ventidue anni, viene da Asmara, è stata sbattuta su e giù attraverso gli stessi paesi africani per un anno e mezzo e poi è finita dentro in Libia per tre mesi, in cinque diverse prigioni, e lì è stata dura, molto dura: da trenta a cinquanta persone per cella. Finché quelli dell’Alto Commissariato sono riusciti a evacuarla, l’11 novembre scorso, qui in Niger. «Ah! Tutti i giovani in Eritrea sognano di passare il mare e andare in Europa…». Ha lo sguardo perso, triste, severo, gli angoli della bocca piegati all’in giù, i capelli schiariti, anzi quasi bruciati, dal sole e dall’henné, e manifesta un solo desiderio, adesso, che la fa smaniare: «Voglio telefonare a casa! Sono sette mesi che non sento nessuno».Ma sarebbe molto pericoloso sia per lei sia per la sua famiglia laggiù. Tutta la nostra frammentata conversazione si svolge sul filo del non-detto, di ciò che le ragazze tacciono, e comunque drammaticamente esprimono, tacendolo. Ce n’è un’altra che invece è molto più spigliata, ironica, ci tiene a dire la sua, e parla un inglese disinvolto. «Come ti trovi qui in Niger?» «Io? E’ come se fossi nata oggi…!» «E qual è il tuo sogno?»«Mi accontento di poco», e ride. «Vorrei sterminare tutte queste zanzare!». I paesi che dovrebbero prestarsi più volentieri ad accogliere questi rifugiati, oltre la Francia, sono la Svizzera, la Svezia e il Canada.

TERZO GIORNO

Edoardo: Veniamo guidati attraverso corridoi dipinti di verde brillante e illuminati al neon degli Uffici dove si esaminano le domande di asilo e si rilascia lo status ufficiale di rifugiato in Niger. Il responsabile ha un nome quasi brianzolo, da vecchio film di Dino Risi tipo «Il vedovo», si chiama Malangoni: è un uomo bello, elegante, e parla un francese ricercato, strutturatissimo, cosa che riscontreremo spesso nelle nostre conversazioni nigerine a ogni livello. Ma come fa il Niger a essere così ricettivo, coi migranti e i rifugiati, mentre ci sono paesi europei che erigono muri per tener fuori poche centinaia di persone? Monsieur Malangoni pazientemente ci spiega che «non si ha un particolare merito nell’accogliere uno straniero che fugge dal suo paese, qui in questa parte dell’Africa… perché costui, a ben pensarci, non è affatto uno straniero» o non viene percepito come tale. Le nazioni che circondano il Niger sono abitate dagli stessi popoli, vi si parla un po’ dappertutto una lingua comune, il kanuri, e non è infrequente che di due fratelli, uno stia in Niger e l’altro in Nigeria, oppure, vista la poligamia, che uno abbia una moglie di qua e un’altra di là (Malangoni ride sotto i baffi). Insomma la frontiera è un fatto amministrativo e poco più. La solidarietà qui non è un valore astratto ma un dato naturale, fisico, così come sono beni comuni l’aria e l’acqua. La solita frase «siamo tutti fratelli», detta con estrema leggerezza da Malangoni, non suona affatto retorica, ma concreta. Quest’uomo fascinoso, in chiusura della nostra seria conversazione politica, butta là con nonchalance di aver recitato, quand’era ragazzo, nientemeno che al Teatro di Parma…! Dunque, la vocazione dell’attore…

Francesca: Di questa penosa condizione dello spirito, l’attesa, oggi siamo prigionieri anche noi: è previsto per la giornata infatti l’arrivo dell’aereo che porta in salvo le persone evacuate dalle prigioni libiche, ma non sappiamo se e quando atterrerà. Facciamo un giro per la città non-città e scattiamo fotografie, raccogliamo immagini. A 360° l’obiettivo restituisce lo stesso scenario. Strade perlopiù sterrate, baracche, edifici sgangherati, assenza di segnaletica stradale. Non esiste un monumento oltre l’imponente moschea finanziata da Gheddafi, non esiste un centro. E ogni cosa è avvolta dalla polvere. (che si infiltra inesorabile sotto i vestiti, nelle narici). Banchetti di mercanzie, tranci di carne e canne da zucchero, frutta, tuberi e pezzi di ricambio, stoffe colorate, e poi plastica, plastica, plastica. Le insegne delle bottegucce dipinte a mano, con un commovente e accurato stile naif, Coiffeur, Atelier de Couture, Bijouterie Touareg, i muri rosso mattone con su scritto «Défense d’uriner», le motociclette coreane scassatissime e le biciclette, e soprattutto i bambini. Numerosissimi. E’ la cosa che più mi salta agli occhi tutte le volte che mi trovo in un paese povero. La loro chiassosa presenza, sempre più rara da noi, qui è predominante. Nessuna notizia dalla Libia. Ci propongono una gita sul fiume, a poco più di mezz’ora da Niamey. Il grandioso Niger, il cui corso misterioso (forma una mezzaluna) ha fatto impazzire i geografi di mezzo mondo. Con le jeep attraversiamo una zona desertica costellata da arbusti rinsecchiti. Mi pare di vedere degli uccelli appollaiati sui rami, sembrano corvi, cornacchie, ma è un’illusione ottica: sono brandelli di plastica nera (chissà perché, sempre di quel colore) trasportati dal vento e afferrati dai rami secchi. Due piroghe ci aspettano sulla riva del fiume e confesso non vedo l’ora di montare sulla mia, forse per un ricordo d’infanzia che mi prende alla gola. E infatti, appena il barcaiolo si allontana da terra e sento il rumore dell’acqua sotto i colpi della pagaia, mi sento bene. E’ una sosta rilassante, quasi ipnotica. Necessaria. Attracchiamo al villaggio del barcaiolo accolti da uno stuolo di ragazzini urlanti, ci scortano verso quella che per noi è un’attrazione e per loro abitudine: un enorme albero grondante grappoli di pipistrelli giganti. Di nuovo in barca avvistiamo un gruppo di ippopotami che galleggiano uno dietro l’altro sul filo della corrente. Siamo in Africa.

Edoardo: (Dalla traversata in piroga del placido Niger, invece io ho tratto un’impressione grigia, velata. Vorrei descriverla comunque, in poche parole. Frotte di bambini, pipistrelli e ippopotami, dalle cui massicce sagome i nostri barcaioli, manovrando lunghe pertiche sul fondale, si tengono saggiamente alla larga. I bambini del villaggio strillano di entusiasmo, i pipistrelli pure, facendo tremare nervosamente gli alberi a cui sono appesi, i cinque ippopotami sbuffano o dormono a pelo d’acqua, suppongo. Immagini convenzionali. Isteria e calma sono come sempre intrecciate. Mi torna in mente una poesia di Claudio Damiani su un ippopotamo dello zoo di Roma «E fece uno sbadiglio spalancando/ tutta quanta la bocca…”». Ispirato dalla metrica, insieme Louise Donovan, Relation Officer Unhcr, irlandese, che è a bordo delle mia stessa piroga, canticchio sottovoce una ballata delle sue parti «Some says the devil is dead/ and buried in Killarney». La canzoncina prosegue dicendo che il diavolo è risorto… e si è arruolato nell’esercito inglese. Be’, quasi ogni epoca e ogni luogo hanno avuto la loro guerra più o meno santa, non dimentichiamocelo.) Mentre stiamo tornando a Niamey, riceviamo la notizia che l’aereo previsto dalla Libia stasera non arriverà. Doveva avere a bordo 74 persone evacuate d’emergenza dalle prigioni di Tripoli: cinquantuno bambini quasi tutti «unaccompained», cioè senza famiglia, ventidue donne e un uomo. Pare che alcune milizie abbiano mitragliato un aereo sulla pista di atterraggio.

Francesca: L’aereo arriverà forse domani. Di conseguenza, il nostro programma si adegua agli eventi: partenza all’alba per Agadez dove rimarremo soltanto qualche ora invece dei quattro giorni previsti in modo da essere di ritorno in tempo per accogliere i rifugiati.

QUARTO GIORNO

Edoardo: (Come sono tipici questi non-luoghi, questi non-spazi dell’attesa: stazioni, porti, aeroporti, luoghi di transito…)

Francesca: Ci alziamo che è ancora buio per partire alla volta di Agadez, con un volo del World Food Program. Appena saliti a bordo, dalla cabina di pilotaggio proviene il seguente messaggio: «Benvenuti a bordo del volo diretto ad Agadez. Vi invito a continuare il vostro impegno umanitario per questo paese». Non mi era mai capitato di ascoltare un invito di questo genere rivolto ai passeggeri. Insieme a noi c’è Alessandra Morelli, rappresentante dell’Unhcr in Niger, ed è ovvio che l’invito, per quanto pleonastico, sia rivolto soprattutto a lei. Dietro tutte questo delicatissime operazioni c’è il suo instancabile operato e la sua totale abnegazione. Agadez, a nord, ai confini col deserto, è una tappa fondamentale per i flussi migratori, un corridoio strategico per l’agognato passaggio in Libia, ed è qui che si è sviluppato un fiorente commercio amministrato dai passeurs, i trafficanti di migranti, che dal 2015 è stato messo fuorilegge. Più tardi ne incontreremo alcuni che hanno cessato la loro attività. Prima ci attendono dei brevi ma essenziali briefing istituzionali. Il Governatore di Agadez, elegantissimo nel suo caft0ano bianco, si dice contento di averci qui «J’aime que les gens voient de près ce qui se passe ici» (mi piace che la gente veda da vicino ciò che accade qui) e nel congedarci ci regala una sorta di benedizione «Le désert va vous porter beaucoup de sérénité» (il deserto vi offrirà serenità). Proseguiamo con la visita al Consiglio Regionale, fondamentale sotto il profilo politico e strategico. Il Consigliere è assente, ci riceve il suo braccio destro che accoglie Alessandra Morelli dicendole: «Unhcr è arrivato in un momento di estremo bisogno» e lei risponde che il suo ufficio, oltre a occuparsi dei rifugiati, si propone di creare un polo di assistenza e collaborazione con la popolazione locale. «Noi non erigeremo muri». Il commento del nigerino al discorso di Alessandra è stato sorprendente: «Poétique et pathétique» (quest’ultimo aggettivo in francese è privo di accezioni negative, vuol dire commovente). Andiamo di corsa, visto il poco tempo a disposizione, all’incontro con il Sultano dell’Aïr, nel suo palazzo a due passi dalla famosa Moschea, col minareto di fango filmato da Bernardo Bertolucci ne «Il tè nel deserto». Palazzo è un parolone, non c’è nulla di imperiale qui, tranne il deserto che circonda la città. Ci accoglie seduto su un trono che sembra provenire dalla scenografia di un set televisivo. Ha il volto coperto ed è abbigliato con uno sgargiante costume tuareg. Non si lascia andare a grandi discorsi, forse perché affetto da un leggero difetto di pronuncia, una s blesa, ma si presta a farsi fotografare per la tradizionale stretta di mano. Abbiamo davvero poco tempo e dobbiamo incontrare ipasseurs (o meglio, gli ex passeurs). Ci attendono nella sede Unhcr già seduti al tavolo, schierati uno accanto all’altro. Sono accigliati, per non dire peggio. Dopo aver firmato un impegno scritto a cessare il loro traffico, hanno fondato un comitato per rivendicare i loro diritti finora, a loro dire, inascoltati. Pretendono che il governo, che nel 2015 ha messo fuorilegge la loro rete di trasporto, assicuri loro un’alternativa di lavoro: hanno quantificato il risarcimento in quattro milioni di franchi locali (circa seimila euro), che gli occorre per far ripartire un’altra attività. Il governo gliene ha promessi poco più di mille, che però nessuno ha ancora visto. «La migrazione, insieme al turismo, era il pilastro dell’economia di Agadez. Di qui un tempo passava la Parigi-Dakar! Guadagnavamo molti soldi, adesso siamo disoccupati». Chiedo al più agguerrito quale fosse l’ordine di guadagno. Prezzo fisso di 120.000 franchi a migrante, dice lui (circa 180 euro). I bambini non pagavano. La media era di 25 persone per carico. La verità è che da quando è passata la nuova legge, il traffico non solo non si è interrotto ma è diventato se possibile ancora più pericoloso perché ha costretto i trafficanti, e dunque i migranti, a intraprendere percorsi alternativi nel deserto, meno controllati ma molto più rischiosi. Per raggiungere la Libia sono necessari quattro giorni, se il mezzo dovesse avere un guasto, la fine è certa, ma pur conoscendo i rischi di una traversata incontrollata nel deserto, uomini, donne e bambini continuano a fuggire incuranti del pericolo. Ora qui ad Agadez sono nascosti nel cosiddetto «ghetto». Qualcuno alla fine rinuncerà al viaggio, qualcuno lo intraprenderà lo stesso…

Edoardo: Il sindacalista più sveglio, aggressivo e nervoso ci spiega tutto quanto dall’inizio. «Guardate, quella dei migranti è una catena bene organizzata. Ha inizio, poniamo, ad Abidjan, in Costa d’Avorio, oppure in una qualsiasi città del Senegal. Lì i migranti pagano, e il passeur li porta a Bamako, in Mali, poi li affida al suo compare, che cura il trasporto fino a Gao, quindi un altro qui ad Agadez, e così di mano in mano arrivano a Sebha o in un altro posto nel deserto della Libia… e quindi al mare. E’ una rete di trasportatori tutti della stessa nazionalità, facciamo conto, tanto per dire, del Gambia. Ma noi nigerini ci siamo mossi sempre dentro il paese, non fuori. Era legale. Prima io potevo portare la gente a nord, diciamo a Madama, è ancora Niger no? potevo farlo. Quello che combinavano i miei passeggeri, una volta scesi dal mio bus, non erano fatti miei. Volevano attraversare la frontiera con la Libia? Affari loro. Ora è proibito trasportare gente in Niger, è diventato un crimine. Ti arrestano. Hanno sequestrato già 150 automezzi. E poi va ricordata un un po’ di storia: noi (NB intende dire: i Touareg), in questa zona, ci siamo ribellati contro lo stato nigerino, negli anni novanta (NB con l’appoggio di Gheddafi), e poi di nuovo dieci anni fa, ma alla fine abbiamo firmato la pace e accordi per avere gli stessi diritti degli altri. E adesso? Mettetevi nei nostri panni. Abbiamo grandi famiglie, figli, nipoti. Chi li mantiene?» A chiudere il dibattito è un vecchio tuareg ispirato: «Noi abbiamo parlato. Noi abbiamo pregato. Noi abbiamo pianto. Noi abbiamo cantato. Ma finora non abbiamo ottenuto nulla».

Francesca: A bordo dell’aeroplano WFP, torniamo a Niamey con le scarpe e anche il resto coperto di sabbia. La giornata, cominciata prestissimo, sembra non avere mai fine. Siamo in attesa febbrile dell’arrivo dei rifugiati da Tripoli, nervi tesi e lotta contro la stanchezza. Ci riuniamo nella casa della rappresentante per mangiare qualcosa e aspettare notizie. Le ore passano, siamo in piedi da venti ore. Alcuni di noi vanno a riposare in attesa della chiamata che arriverà solo a tarda notte. Ci trasferiamo all’aeroporto (di nuovo lì!). Seduti nella sala d’aspetto, col sottofondo costante dei notiziari francesi che qui ascoltano incessantemente, contiamo i minuti che mancano allo sbarco dei rifugiati.

Edoardo: Alle sette di sera abbiamo saputo che l’aereo preso a nolo dal Moas è partito da Tunisi alla volta di Tripoli. Le notizie arrivano in diretta via WhatsApp. Ora l’aereo è a Tripoli e sta facendo carburante prima di partire per Niamey. La liberazione dalle prigioni libiche sta per aver luogo. Detto per inciso, sono quei luoghi di detenzione, spesso infernali, in cui gli accordi italo-libici costringono i migranti in modo che non sbarchino più sulle nostre coste. Così il problema sembra risolto. Sul telefono arriva da Tripoli una foto dell’imbarco: e finalmente, la notizia che, per certo, quell’aereo partirà, sta partendo, è partito. Va be’, suonerà patetico, e senz’altro lo è, chiamarlo l’«aereo della speranza». Non molto tempo fa veniva chiamato «treno della speranza» quello che portava gli italiani poveri a lavorare in Germania o in Belgio. Qui l’esultanza è grande anche se dovranno lavorare fino all’alba, il personale tutto dell’Unhcr e delle altre agenzie — senza scordarsi i fedelissimi di ogni ufficio sparso per il mondo, cioè gli autisti, gli indispensabili. E alla fine nel cuore della notte sono arrivati. Atterraggio alle 2.47. Scendono dalla scaletta assonnati. Non c’è nulla da fare, è commovente, questa scena. Timidi, lo sguardo ora sorridente ora preoccupato, per non dire di più. Le ragazze della protezione si danno da fare, abbracciando i ragazzini e baciando le donne (che in realtà sembrano bambine anche loro) per fargli capire che ora, se dio vuole, sono al sicuro, che non devono temere altri inganni e sevizie. Ma quegli abbracci e quelle feste sono sincere, e le ragazze sono esultanti davvero: un lavoro di settimane che si realizza in persone fisiche, eccoli qui finalmente, i 74 evacuati, visi, occhi, mani. Più tardi un ragazzino di otto anni, che si è subito affezionato a Francesca (e lei a lui), sentendo parlare tigrino da uno del nostro personale, si spaventa e chiede, con lo sguardo all’insù: «Ma non è che ci portate all’ambasciata eritrea?» il che sarebbe come dire, ci risbattete all’inferno. Con parole e carezze gli si spiega che può stare tranquillo. E’ incredibile la docilità e il senso spontaneo di ordine e calma con cui si dispongono tutti per i controlli burocratici, rispondono all’appello nominale, altrove sarebbe una gazzarra.

Francesca: L. fa parte di un gruppo ma in realtà è solo. Si aggira sperduto guardandosi intorno, immagino il carico di emozioni che lo hanno travolto e la fatica che il suo cervello di bambino deve compiere per dare un senso a ciò che lo circonda. Osserva ogni cosa, è un giorno memorabile questo, lo ricorderà negli anni a venire, lo racconterà ai suoi figli. Mi guarda da lontano, e avrei voglia di stringerlo forte ma ho quasi paura della sua fragilità, lui non è soltanto un bambino per me, incarna il senso di ingiustizia che ho percepito ovunque e che adesso ha le fattezze di un bambino di otto anni. Mi avvicino a lui e ci sorridiamo. Tiene stretto nella mano un sacchetto che contiene tutto ciò che possiede, ci si aggrappa quasi. Sono stanca, emozionata, ho i nervi allentati e mi viene da piangere. Se ne accorge un volontario eritreo, qui in veste di traduttore. Mi viene accanto mentre vedo L. ubbidire diligente al richiamo di un appello da parte dei funzionari Unhcr. Immagino quanto sia dura per lui vedere la sua gente così offesa. Gli chiedo quale sia il criterio di selezione, come sono state scelte tutte queste persone. Mi spiega che si tiene conto soprattutto del «livello di vulnerabilità» e quindi priorità a donne e bambini. E i bambini cosiddetti «non accompagnati», che ne sarà di loro? E’ il compito più difficile effettivamente: nei loro confronti verrà approntato il protocollo «Best interest assessment»: attraverso colloqui e indagini si tenterà di ricostruire la storia familiare di ciascun bambino così da ipotizzare un ricongiungimento familiare con eventuali parenti, ma prima ancora si cercherà di restituire loro un brandello di serenità, di ristabilire un sentimento di fiducia nei confronti del genere umano da cui si sono sentiti traditi. Mi guardo intorno e osservo con sollievo le instancabili ragazze con le pettorine azzurre che sanno come muoversi e sanno cosa dire e penso, anzi sono certa, che L., dopo aver consumato l’adrenalina di questo viaggio memorabile, si addormenterà tranquillo.

Edoardo (Questi bambini soli sono messaggi in bottiglia abbandonati alle onde.)

in Il Corriere della Sera 28 dicembre 2017

Congo. Un Paese in ostaggio. Sfruttamento e lavoro minorile

Francesco Gesualdi

La questione mineraria del Congo è alla ribalta. E stavolta i riflettori sono stati accesi dalla Borsa dei metalli di Londra che ha chiesto a tutte le società minerarie presenti al suo interno di dimostrare l’«eticità» dei loro prodotti. Una richiesta non proprio motivata da ragioni morali, ma dalla denuncia di operatori che accusano alcune società cinesi, fra cui la Yantai Cash Industrial, di concorrenza sleale proprio a causa del fatto che ottengono materie prime dal Congo a prezzi bassissimi in forza dell’alto grado di sfruttamento del lavoro e della violazione delle leggi fiscali e doganali.

In Congo l’etica è una parola dimenticata da tempo, sicuramente dal 1890 quando divenne colonia belga, all’inizio per produrre gomma, poi per fornire minerali. All’indomani dalla liberazione, Lumumba provò a togliere le miniere di mano alle compagnie straniere per metterle al servizio del popolo congolese, ma venne assassinato brutalmente. Mobutu, che gli succedette, gestì le ricchezze minerarie del Congo secondo un accordo di spartizione con le imprese straniere e in 35 anni di dittatura, accumulò all’estero 8 miliardi di dollari, mentre il suo popolo si dibatteva nella fame e nella miseria. Nel 1997 il potere venne rilevato da una nuova ‘dinastia’, quella di Laurent-Désiré Kabila, che però ereditò un Paese a pezzi. Una condizione di debolezza che nel Kivu, la parte orientale del Congo, favorì la proliferazione di movimenti secessionisti che risentivano delle tensioni etniche esistenti in Ruanda e Burundi. Nel 1998 il Kivu si trasformò in un campo di battaglia con la presenza di sei eserciti stranieri, parte a sostegno di Kabila, parte a sostegno di gruppi etnici locali, parte a sostegno solo di se stessi con l’obiettivo di avere accesso ai giacimenti di oro, zinco, tantalio, tungsteno, di cui la zona è ricca e che sono di fondamentale importanza per l’industria informatica. In effetti, vari generali ruandesi e ugandesi approfittarono della presenza armata in Kivu per appropriarsi di minerali e arricchirsi vendendoli sul mercato nero internazionale. Operazione resa possibile dal fatto che gran parte dell’estrazione è su base artigianale.

Si calcola che nel Kivu ci siano 400mila minatori imprenditori di se stessi che grattano il terreno alla ricerca di pietre grezze che contengono minerali preziosi. Durante la guerra erano obbligati a cedere i loro prodotti ai signori della guerra per prezzi irrisori. E se ufficialmente gli eserciti stranieri si sono ritirati dal Kivu a fine 2002, l’ultimo rapporto presentato alle Nazioni Unite nell’agosto 2017, testimonia che nella zona operano ancora vari gruppi armati che continuano a controllare l’estrazione e la vendita dei minerali per finanziare, col ricavato, l’acquisto di armi. Tuttavia il minerale che ha indotto la direzione della Borsa di Londra ad avviare la sua indagine di eticità, non è né il tantalio, né il tungsteno, ma il cobalto, un minerale che sta assumendo un’importanza crescente come componente per batterie, dal momento che il futuro dell’industria automobilistica è nell’auto elettrica. Il Congo contribuisce a metà del cobalto mondiale, soprattutto nella regione del Katanga, attraverso una varietà di attori che comprendono potenti multinazionali, dotate delle più moderne tecnologie, e un esercito di minatori che grattano il terreno con ferri e picconi. Le condizioni di lavoro sono indegne. E non solo per la presenza di lavoro minorile e per le angherie dei grossisti, in gran parte cinesi.

Di tutti questi aspetti, quello che più inquieta i responsabili della Borsa di Londra è il lavoro minorile perché urta, ormai, tanta parte della sensibilità collettiva. Come rimedio si pensa di chiedere alle imprese che trasformano il minerale grezzo in metallo, di autocertificare, davanti all’opinione pubblica, l’uso di materie prime che escludono il lavoro minorile. Ma questo genere di operazioni salva l’immagine delle imprese, non l’avvenire dei bambini. Il lavoro minorile non si combatte con le dichiarazioni, bensì eliminando la povertà. I poveri non vogliono ai loro figli meno bene dei ricchi. Le famiglie mandano i figli al lavoro quando i soldi non bastano e quando non c’è scuola. Perciò, se davvero vogliamo eliminare il lavoro minorile, è dai salari degli adulti che dobbiamo partire. Ci vuole un’operazione a tenaglia: da una parte la disponibilità delle imprese a riconoscere salari più alti ai propri lavoratori e a pagare prezzi più alti sui prodotti acquistati dai lavoratori autonomi; dall’altra la disponibilità da parte degli Stati ricchi ad assistere quelli poveri con mezzi e personale affinché i bambini di ogni parte del mondo possano trovare una scuola che li accoglie. Non più lacrime di coccodrillo, ma concrete scelte di giustizia, così si costruisce un mondo migliore.

In L’Avvenire 29 dicembre 2017

La globalizzazione. Le promesse mancate. Più ampio il divario tra ricchi e poveri

Giuseppe Fiorentino

Una promessa mancata o, meglio ancora, una cocente delusione. La globalizzazione, della quale solo poco tempo fa si diceva un gran bene, non è per nulla riuscita a ridurre la distanze economiche presenti nel mondo. Perché se è vero che, grazie all’esportazione della produzione industriale in paesi con una mano d’opera a buon mercato, ampie fasce di popolazione hanno potuto accedere a un lavoro stabile, questo non ha significato un netto miglioramento delle loro condizioni di vita, mentre ha certamente portato all’impoverimento delle classi produttive nei paesi di tradizione industriale, che si sono viste sottrarre fabbriche e stabilimenti. Per comprendere la dinamica può essere utile l’esempio del Brasile, una nazione gigantesca e potenzialmente ricchissima, ma con un altissimo tasso di povertà. Il Brasile è stato uno di quei paesi in cui la globalizzazione sembrava aver compiuto il suo miracolo. Milioni di persone sono potute entrare nel mercato del lavoro, apertosi alle grandi multinazionali. Ma alla disponibilità di risorse economiche di cui sembravano beneficiare le nuove classi produttrici, si è accompagnato un improvviso, ma prevedibile, innalzamento dei prezzi al consumo. Con il risultato che oggi, a fronte di stipendi comunque non altissimi, il costo della vita brasiliano è simile a quello europeo e le famiglie sono indebitate fino al collo. La globalizzazione senza regole ha quindi ulteriormente arricchito le multinazionali che hanno pagato meno la mano d’opera, ha impoverito le classi medie storiche dei paesi occidentali e ha comunque relegato ai margini i lavoratori dei cosiddetti paesi emergenti. Il risultato è che in questi ultimi anni il divario tra poveri e ricchi si è ulteriormente allargato, tanto che oggi solo 8 uomini posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia 3,6 miliardi di persone.

in L’Osservatore Romano 28 dicembre 2017