Il diritto al cibo diventi un valore universale

Benito Perrone

Alimentazione, una questione di giustizia

L’alimentazione e il diritto al cibo costituiscono gli snodi cruciali del presente e del prossimo futuro. Basti guardare al grande dibattito e all’approfondita riflessione dottrinale che si sono sviluppati negli ultimi decenni, e alla loro traduzione in documenti e norme che hanno raggiunto i più recenti e aggiornati testi costituzionali di vari Paesi. Il culmine di questo movimento si è avuto con Expo 2015 che ha onorato il suo motto “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, affrontando i relativi temi in concreto e appassionatamente, producendo importanti e fondati documenti di programma in vista dei risultati da conseguire nei tempi prefissati. Il percorso da compiere è lungo; le questioni da risolvere complesse; ne sono coinvolte le singole persone e, insieme, i popoli del mondo. In mancanza di un riconoscimento formale, universale e codificato, concretizzare il diritto di ogni persona e di ogni popolo al cibo è arduo: alla soluzione debbono necessariamente concorrere politiche nazionali e, in comunione di intenti, politiche internazionali. Lo ha detto in passato san Giovanni Paolo II: «Non è infrequente l’esitazione della comunità internazionale nei confronti del dovere di rispettare e di applicare i diritti umani». La situazione non è cambiata, è stato rilevato ed è pienamente condivisibile che oggi affermare il diritto al cibo in tutti gli ordinamenti giuridici costituirebbe il primo formidabile passo per la sua concreta realizzazione. Un altro poderoso compito attende allora gli studiosi e ogni persona di buona volontà: oggi, più che in passato, è necessario promuovere con la massima urgenza e in ogni sede la riconciliazione con la natura, manomessa da ormai troppi oltraggi. Qualche anno fa l’allora Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace monsignor Mario Toso, oggi vescovo di Faenza, ha scritto che «dal punto di vista pratico» il diritto al cibo è spesso vanificato nelle più diverse forme: «Suoli sfruttati al di là dei parametri di sostenibilità senza pensare ai bisogni di chi verrà dopo; terre usate senza prendere in considerazione il rispetto dovuto alle culture locali e alle esigenze della sicurezza alimentare; acquisizione a vile prezzo di piccoli terreni per accorparli e coltivarli con una produzione intensiva che rifornirà le società maggiormente abbienti, che già navigano nell’abbondanza. Il tutto alla ricerca del massimo tornaconto, senza curarsi delle fondamentali necessità occupazionali o alimentari delle comunità locali. Insomma, il completo disconoscimento dell’altro, dei suoi bisogni e della sua appartenenza alla famiglia umana». Non possiamo che essere d’accordo e confermare questi giudizi. In questo contesto, esasperato dalla martellante stimolazione all’acquisto anche se non necessario di ogni bene disponibile sul mercato, il risultato è uno scandaloso spreco di alimenti e un sempre più aggravato stato di indigenza dei soggetti deboli: l’esperienza della fame che convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Se l’obiettivo è fare del diritto al cibo un diritto universale, valido per tutti, individui e popoli, sempre e in ogni luogo, tenere alta la fiaccola dell’ottimismo non è agevole. Ma districarsi non è impossibile. Per cominciare, si tratta di coinvolgersi personalmente e coinvolgere via via le comunità più ampie, dalla famiglia ai governi che i loro elettori devono sempre più sensibilizzare alla soluzione degli imponenti problemi. Il primo indispensabile impegno: risolvere efficacemente la questione degli accessi; oltre al diritto al cibo, ottenere la garanzia del diritto all’acqua potabile, alla casa, alla propria identità e a ogni altro diritto fondato sulla dignità della persona umana. In proposito, è assolutamente necessario l’accordo degli Stati; ogni loro iniziativa in questa direzione non potrà che essere vista con favore e incoraggiata. In molti casi, non si otterranno i risultati sperati ma certamente non rimarranno trascurate le ineludibili esigenze della giustizia sociale a livello mondiale e saranno poste in essere concrete iniziative contro le guerre e in favore della pace.

Anticipiamo qui alcuni passaggi di “Il cibo. Respiro dell’anima, energia per la vita, nutrimento per la pace. I lasciti di Expo 2015” (Rubettino, pagine 122, euro 12,00) in cui Benito Perrone, avvocato e dal 2005 direttore di “Iustitia”, rivista dei Giuristi Cattolici Italiani, indaga «le attuali politiche sull’alimentazione, food safety e food security e la possibilità di configurare un diritto al cibo. Per ragioni di giustizia e come “nutrimento della pace”». Il cibo, infatti, «è una necessità vitale della persona ed è un fondamento del vivere liberi. Inscindibile dal diritto alla vita, il diritto al cibo è, quindi, un aspetto decisivo del patrimonio giuridico di ogni persona». Il volume ha la presentazione di Remo Danovi e la postfazione di Livia Pomodoro.

in “Avvenire” del 31 dicembre 2017

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