«Niger. I dubbi della società civile sulla missione militare italiana

Nello Scavo

Il mondo del volontariato: maestri, non soldati Quel maxiappalto per sorvegliare i confini Da Pax Christi a Migrantes crescono le perplessità su modalità e scopi dell’operazione varata dal governo. Rispunta uno stanziamento da 300 milioni a una società italiana per intercettare e respingere i migranti.

Il controllo delle frontiere sud della Libia è un vecchio pallino italiano. Un’aspirazione da almeno 300 milioni di euro per un’azienda che già nel 2009 si era aggiudicata l’appalto per il monitoraggio elettronico dei confini, ma poi la rivoluzione contro Gheddafi mandò tutto per aria. Quel progetto, confermano diverse fonti ad Avvenire, tornerà in campo con la presenza militare italiana varata dal governo Gentiloni. Una missione che suscita molte perplessità e non poche critiche tra esperti e associazioni. «In Niger serve un esercito di insegnanti. Di uomini armati ce ne sono anche troppi», dice don Giovanni De Roberti, direttore della Fondazione Migrantes della Cei.

A suo tempo era stata Finmeccanica (ora Leonardo) a spiegare che l’infrastruttura per la sorveglianza era stata già finanziata con una prima tranche da 150 milioni», spiegando che la società Selex – era il 2009 – «addestrerà gli operatori, i manutentori ed assicurerà le opere civili necessarie». Poi avvenne la rivoluzione contro il colonnello Gheddafi e quel progetto è rimasto al palo. Lo stanziamento, finanziato per metà dai contribuenti italiani e per il restante dall’Unione europea, non è mai stato ufficialmente revocato e dunque sarebbe questa una delle armi che verranno adoperate in Niger attraverso compagnie private che metteranno a disposizione anche uomini e mezzi aerei.

«Si tratta del primo intervento militare italiano collegato al tema dei flussi migratori e così si crea anche un precedente internazionale: uomini armati per bloccare i migranti », osserva Cristopher Hein, docente alla Luiss ed esperto di migrazioni secondo cui il «vero scopo» della missione, è quello di «impedire che le persone possano entrare in territorio libico. Ma cosa accadrà a questi migranti?». A fronte dell’impegno di 470 uomini, «non vedo un vero impegno per risolvere la situazione dei rifugiati già presenti nel territorio nigerino, né un vero impegno per sostenere la popolazione locale che a causa anche della estrema povertà e in mancanza di prospettive di sviluppo, è facilmente arruolabile dalle varie milizie di marca islamista».

«Vorremmo che non si ragionasse più così, affrontando i problemi solo in termini militari, immaginando quella armata come la principale, se non l’unica soluzione ai problemi», dice don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. Da Sotto il Monte, dove si sta svolgendo il convegno nazionale in vista della Marcia della Pace di domani, don Sacco ribadisce che «che questa operazione in Niger rientra nello schema collaudato secondo il quale si maschera da ‘umanitario’ lo scopo reale del dispiegamento militare: l’Italia va a fare la guerra ai migranti». Accuse forti motivate anche da un’altra osservazione: «La missione sarà approvata da un Parlamento, appena sciolto, quello stesso Parlamento – aggiunge Sacco – che non ha trovato tempo per votare sullo Ius culturae. In altre parole per un dispiegamento armato c’è tempo, per i diritti di tante persone no».

La scelta del governo non è inaspettata, sostiene ancora Hein, «ma mi pare che se si tiene conto del contesto nigerino, si capisce che non è lo sviluppo il primo pensiero di questo piano». Il Niger è «il quarto paese più povero del mondo, ospita circa 55mila rifiugiati dal Mali – ricorda ancora l’esperto – oltre ad altri 110mila dalla Nigeria e 150 mila sfollati niugerini interni. Cosa si farà per tutti loro?».

Per questa ragione il via libera ai militari «sembra un brutto segnale», riflette don De Roberti: «Sappiamo che in Niger il governo è nelle mani delle grandi potenze e che il Paese è già pieno di militari da molti Paesi. Forse ci sarebbe bisogno di altro genere di interventi, ma sembra che le logiche che guidano le politiche internazionali siano altre. Al contrario avremmo preferito che l’Italia investisse con strumenti differenti, non con le armi. Peraltro in una situazione in cui non c’è un intervento guidato dall’Onu».

Finirà, preconizza Cristopher Hein, che «i flussi verranno deviati, con nuove rotte e più lunghe, attraverso Paesi come Algeria e Tunisia, che certamente saranno meno propensi a d accogliere militari di altri Paesi come invece per il povero Niger».

in “Avvenire” del 30 dicembre 2017

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