La società intossicata

Massimo Ammaniti

La parola continenza è ormai desueta, non si usa nel linguaggio quotidiano e soprattutto non la si pratica. Se dovessi spiegare il senso della continenza consiglierei di vedere un video che è in rete, riguarda Nicholas Winton, un agente di cambio inglese che fra il 1938 e il 1939 riuscì a salvare più di 600 bambini ebrei in Cecoslovacchia che rischiavano di finire in campo di concentramento. Per quasi 50 anni non si è saputo nulla di questo salvataggio umanitario di Winton, anche perché non l’ha mai raccontato, fino a che l’ultima moglie ha scoperto in soffitta l’elenco dei bambini salvati dal marito. Dopo poco tempo la notizia è diventata pubblica e Winton è stato invitato ad un incontro organizzato dalla televisione inglese Bbc in cui erano presenti, senza che lui lo sapesse, molte persone salvate da lui. Su invito della presentatrice in un silenzio pieno di emozioni i presenti si sono alzati guardando tutti Winton con forte gratitudine, a cui il vecchio salvatore ha risposto asciugandosi gli occhi per la commozione.

Come Winton ha mantenuto il ricordo dentro di sé senza pretendere la riconoscenza e senza gloriarsi, così le persone che sono state aiutate da lui gli hanno espresso il loro amore e il loro rispetto in un clima di grande intensità interiore che nessuna parola avrebbe mai potuto esprimere. Se oggi la continenza è difficile da riconoscere e da apprezzare, in passato rappresentava una virtù desiderabile, addirittura «un insigne dono del Signore», come la ebbe a definire Sant’Agostino nel suo libro La continenza. E quantunque nella tradizione cattolica la continenza fosse ritenuta un’autodisciplina necessaria nel fronteggiare la concupiscenza, Sant’Agostino sempre nel suo libro la raffigurò, citando i Salmi, come « una custodia sulla mia bocca e una porta, la continenza, sulle mie labbra».

In passato l’educazione aveva come finalità quella di spingere verso l’autoregolazione e l’autodisciplina, a tavola con i grandi i bambini dovevano stare in silenzio e potevano parlare solo quando erano interrogati. E come racconta lo stesso Proust nella Recherche era costretto da bambino a stare chiuso nella sua stanza, quando i genitori ricevevano gli amici, cercando di tenere a freno le sue angosce per la notte e per il distacco.
Ma oggi tutto questo è cambiato, i bambini non hanno più confini definiti, condividono tutto coi genitori, parlano, interferiscono, pretendono senza nessun timore nei confronti degli adulti. E siamo diventati tutti incontinenti anche grazie ai social network che hanno amplificato tutto questo. Non ci sono più confini e filtri per quello che si vuole dire anche in modo sconsiderato e la rete si riempie di insulti, di insinuazioni, di violenze verbali, di menzogne che colpiscono chi è più in vista e che suscita un’invidia sociale. E c’è un gusto perverso nell’infangare tutto e tutti, contribuendo ad intossicare percezioni e pensieri, una degradazione mentale da cui è difficile difendersi.
E anche i leader politici non sfuggono a questi comportamenti. Si insultano, schiumano odio, si disprezzano, si accusano delle peggiori nefandezze rilasciando interviste oppure mandando twitter incapaci di attendere e di pensare. È il trionfo dello schema semplificato stimolo-risposta, quasi dando ragione alla psicologia comportamentistica che considerava la mente umana una scatola nera insondabile e pertanto da mettere da parte.

I guasti sociali sono enormi, se questi sono i modelli di identificazione e se queste sono le figure che guidano il paese c’è da temere per il nostro futuro. Infatti già nelle scuole ci troviamo di fronte a ragazzi che insultano gli insegnanti, a genitori che non accettano i giudizi dei docenti, a comportamenti di bullismo e di sopraffazione fra compagni.
Dobbiamo chiederci in che direzione stiamo andando, siamo capaci di proteggere i nostri figli dalla società dell’insulto e del sospetto? Probabilmente dovremmo riportare a galla la moderazione e la continenza, la capacità di riflettere e di riconoscere uno spazio interiore, il piacere del silenzio e dei sentimenti vissuti e non necessariamente esternati e banalizzati. Forse è il motivo per il quale il premier Gentiloni, aldilà della sua appartenenza politica, è apprezzato per la sua misura, per il suo passo rassicurante, per il senso di interiorità pensosa. E questo apprezzamento e questo riconoscimento ci dà speranza per il futuro.

in “la Repubblica” del 29 dicembre 2017

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