Archivio mensile:dicembre 2017

Il Presidente della Repubblica Mattarella. Messaggio di fine anno

Sergio Mattarella

Care concittadine e cari concittadini, un saluto cordiale e un grande augurio. A tutti coloro che sono in Italia e agli italiani che si trovano all’estero.

Tra poco, inizierà il 2018.

Settant’anni fa, nello stesso momento, entrava in vigore la Costituzione della Repubblica, con il suo patrimonio, di valori, di principi, di regole, che costituiscono la nostra casa comune, secondo la definizione di uno dei padri costituenti.

Su questi valori, principi e regole si fonda, e si svolge, la nostra vita democratica. Al suo vertice, si colloca la sovranità popolare che si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni.

Come sapete ho firmato il decreto che conclude questa legislatura del Parlamento e, il 4 marzo prossimo, voteremo per eleggere le nuove Camere.

E’ stato importante rispettare il ritmo, fisiologico, di cinque anni, previsto dalla Costituzione.

Insieme ad altri esiti positivi, andremo a votare con una nuova legge elettorale approvata dal Parlamento, omogenea per le due Camere.

Le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento. A loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese.

Mi auguro un’ampia partecipazione al voto e che nessuno rinunzi al diritto di concorrere a decidere le sorti del nostro Paese.

Ho fiducia nella partecipazione dei giovani nati nel 1999 che voteranno per la prima volta.

Questo mi induce a condividere con voi una riflessione.

Nell’anno che si apre ricorderemo il centenario della vittoria nella Grande guerra e la fine delle immani sofferenze provocate da quel conflitto.

In questi mesi di un secolo fa i diciottenni di allora – i ragazzi del ’99 – vennero mandati in guerra, nelle trincee.

Molti vi morirono.

Oggi i nostri diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica.

Propongo questa riflessione perché, talvolta, corriamo il rischio di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell’Europa.

Non avviene lo stesso in tanti luoghi del mondo.

Assistiamo, persino, al riaffacciarsi della corsa all’arma nucleare.

Abbiamo di fronte, oggi, difficoltà che vanno sempre tenute ben presenti. Ma non dobbiamo smarrire la consapevolezza di quel che abbiamo conquistato: la pace, la libertà, la democrazia, i diritti.

Non sono condizioni scontate, né acquisite una volta per tutte. Vanno difese, con grande attenzione, non dimenticando mai i sacrifici che sono stati necessari per conseguirle.

Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà.

La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro.

Occorre preparare il domani. Interpretare, e comprendere, le cose nuove. La velocità delle innovazioni è incalzante; e ci conduce in una nuova era, che già cominciamo a vivere.

Un’era che pone anche interrogativi sul rapporto tra l’uomo, lo sviluppo e la natura. Basti pensare alle conseguenze dei mutamenti climatici, come la siccità, la limitata disponibilità di acqua, gli incendi devastanti.

Si manifesta, a questo riguardo, una sensibilità crescente, che ha ricevuto impulso anche dal magistero di Papa Francesco, al quale rivolgo gli auguri più fervidi.

Cambiano gli stili di vita, i consumi, i linguaggi. Mutano i mestieri, e la organizzazione della produzione. Scompaiono alcune professioni; altre ne appaiono.

In questo tempo, la parola “futuro” può anche evocare incertezza e preoccupazione. Non è stato sempre così. Le scoperte scientifiche, la evoluzione della tecnica, nella storia, hanno accompagnato un’idea positiva di progresso.

I cambiamenti, tuttavia, vanno governati per evitare che possano produrre ingiustizie e creare nuove marginalità.

L’autentica missione della politica consiste, proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità, guidando i processi di mutamento. Per rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre.

La cassetta degli attrezzi, per riuscire in questo lavoro, è la nostra Costituzione: ci indica la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita.

L’orizzonte del futuro costituisce, quindi, il vero oggetto dell’imminente confronto elettorale.

Il dovere di proposte adeguate – proposte realistiche e concrete – è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese.
Non è mio compito formulare indicazioni.

Mi limito a sottolineare, ancora una volta, che il lavoro resta la prima, e la più grave, questione sociale. Anzitutto per i giovani, ma non soltanto per loro. E’ necessario che ve ne sia in ogni famiglia. Al tempo stesso va garantita la tutela dei diritti e la sicurezza, per tutti coloro che lavorano.

Tanti nostri concittadini vivono queste festività in condizioni di disagio, per le conseguenze dei terremoti, che hanno colpito larga parte dell’Italia centrale. A loro desidero far sentire la vicinanza di tutti.

Gli interventi per la ripresa e la ricostruzione proseguono e, talvolta, presentano difficoltà e lacune. L’impegno deve continuare in modo sempre più efficiente fino al raggiungimento degli obiettivi.

Esprimo solidarietà ai familiari delle vittime di Rigopiano e della alluvione di Livorno; ai cittadini di Ischia, che hanno patito gli effetti di un altro sisma. E a tutti coloro che, nel corso dell’anno, hanno attraversato momenti di dolore.

Un pensiero particolare va ai nostri concittadini vittime dell’attentato di Barcellona. Il loro ricordo, unito a quello delle vittime degli attentati all’estero degli anni precedenti, ci rammenta il dovere di mantenere la massima vigilanza nella lotta al terrorismo.

Riguardo a questo impegno, vorrei ribadire la riconoscenza nei confronti delle nostre Forze dell’Ordine, dei nostri Servizi di informazione, delle Forze Armate, ripetendo le stesse parole di un anno fa: “Anche nell’anno trascorso hanno operato, con serietà e competenza, perché in Italia si possa vivere con sicurezza rispetto a quel pericolo, che esiste ma che si cerca di prevenire”.

Si è parlato, di recente, di un’Italia quasi preda del risentimento.

Conosco un Paese diverso, in larga misura generoso e solidale. Ho incontrato tante persone, orgogliose di compiere il proprio dovere e di aiutare chi ha bisogno. Donne e uomini che, giorno dopo giorno, affrontano, con tenacia e con coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle.

I problemi che abbiamo davanti sono superabili. Possiamo affrontarli con successo, facendo, ciascuno, interamente, la parte propria. Tutti, specialmente chi riveste un ruolo istituzionale e deve avvertire, in modo particolare, la responsabilità nei confronti della Repubblica.

Vorrei rivolgere, in chiusura, un saluto a quanti, questa sera, non stanno festeggiando perché impegnati ad assolvere compiti e servizi essenziali per tutti noi: sulle strade, negli ospedali, nelle città, per garantire sicurezza, soccorso, informazione, sollievo dalla sofferenza.

A loro, ringraziandoli, esprimo un augurio particolare.

Auguri a tutti; e buon anno.

Il Quirinale 31 dicembre 2017

Niger. Invio di un contingente militare italiano

Romano Prodi

Riflettendo sui nostri obblighi e sui nostri interessi di lungo periodo, la decisione di inviare un contingente di 470 militari italiani in Niger appare opportuna. È infatti conveniente concentrare le nostre forze operanti all’estero in uno scacchiere più vicino e più utile alla nostra sicurezza. La presenza italiana in Iraq (e ancora più in Afghanistan) è stata infatti dettata più dall’appartenenza ad un’alleanza internazionale che non da un interesse diretto dell’Italia, dato che questi Paesi gravitano in un contesto abbastanza distante dal nostro.

Nel caso del Niger le cose stanno diversamente perché, fra terrorismo e migrazioni, l’Africa sub- sahariana è ormai la frontiera sud dell’Europa e preme direttamente su casa nostra. Anche una media potenza regionale, come è oggi è l’Italia, deve perciò prendersi cura di quanto le accade intorno. Credo quindi che, nei dovuti modi e nei dovuti tempi, la nostra presenza dovrà ancora diminuire e poi annullarsi in Afghanistan e in Iraq e trasferirsi maggiormente verso le aree di nostro interesse. Entrando in modo specifico nelle caratteristiche della missione in Niger, dobbiamo precisare che, almeno in questa prima fase, ci limiteremo, insieme ai tedeschi, ad una funzione di addestramento delle forze militari e di polizia e a un’attività di sorveglianza e protezione della capitale.

Il lavoro prettamente militare continuerà, almeno nel prossimo futuro, ad essere svolto da forze americane e, soprattutto, francesi. Ciò non toglie che il nostro contingente sia fornito delle più moderne dotazioni di armi. Nei commenti dei media italiani (per ovvie ragioni di politica interna) si è lanciato il messaggio che il contrasto della migrazione clandestina sia l’obiettivo dominante della nostra presenza in Niger mentre lo scopo dell’intera missione è invece il contenimento delle milizie terroristiche che, dopo il disfacimento della Libia, estendono la loro influenza in tutto il sub-Sahara. Milizie naturalmente rinforzate dal trasferimento dei combattenti in fuga dal disfacimento dello stato jhadista in Medio Oriente.

Una maggiore presenza nel Territorio del Niger è certamente utile anche per l’azione di controllo dei flussi di emigrazione clandestina, ma è sufficiente osservare quanto siano numerose le vie alternative che gli emigranti già oggi praticano per capire come quest’obiettivo, pur dominante per noi, sia di secondaria importanza rispetto allo scopo principale della missione in Niger.

Germania e Italia si muovono quindi principalmente in aiuto all’azione militare della Francia, azione che si estende lungo l’intero Sahel dove la sua presenza e i suoi interessi sono davvero cospicui: dalle imprese produttive alle miniere, dagli ospedali alle scuole, dagli alberghi ai servizi pubblici.

Grande è lo sforzo militare francese nell’area smisurata in cui si esprime: solo in Mali sono oltre 3 mila i militari francesi che si affiancano ai 12 mila caschi blu dell’Onu per arginare i terroristi, eredi di una notevole parte degli arsenali di Geddhafi.
Relativamente modesto è per ora l’impegno tedesco e italiano. Esso è tuttavia suscettibile di rafforzamento se la presenza militare a livello europeo sarà affiancata da una parallela strategia politica. Se cioè l’African Peace Facility dell’Unione Europea, approfondendo la cooperazione con i cinque Paesi del Sahel, si affermerà come valido strumento per affrontare il terrorismo. Finora la Francia ha fatto fronte a quest’incombenza sostanzialmente da sola e per questo motivo ha comprensibilmente gestito in esclusiva il rapporto con i cinque Stati del Sahel per mezzo della missione Barkhane.

Mi rendo conto che al nostro contributo militare minore non può che corrispondere un ruolo politico minore ma non vorrei che capitasse anche in questo caso quello che è avvenuto recentemente in Libano, dove da dieci anni portiamo la massima responsabilità del mantenimento della pace e della sicurezza in una delle più delicate aree del Paese, con un numero di militari notevolmente superiore a quello francese.

Ebbene, nell’ultima crisi politica avvenuta in Libano, il presidente francese ha gestito il tutto in esclusiva, senza alcuna consultazione. Certo, come si dice in Francia, Chapeau al suo dinamismo e alla sua abilità, ma non è bello sentirmi chiedere da un mio antico collega politico libanese: «Et l’Italie? Ou est elle?». E sentirmi poi aggiungere, con un misto di rimpianto ed ironia, che, forse, l’Italia ha scelto di essere semplicemente «la Croix Rouge de la Mediterranee».

Sono personalmente colpito dal grande compito che la Croce Rossa svolge, ma non accetto che questo sia il ruolo esclusivo dell’Italia nel Mediterraneo e in Africa. Al nostro doveroso aiuto alla Francia nel Sahel deve perciò corrispondere un nostro ruolo politico, finalmente nel quadro di una comune politica europea.

in “Il Messaggero” del 31 dicembre 2017

Il diritto al cibo diventi un valore universale

Benito Perrone

Alimentazione, una questione di giustizia

L’alimentazione e il diritto al cibo costituiscono gli snodi cruciali del presente e del prossimo futuro. Basti guardare al grande dibattito e all’approfondita riflessione dottrinale che si sono sviluppati negli ultimi decenni, e alla loro traduzione in documenti e norme che hanno raggiunto i più recenti e aggiornati testi costituzionali di vari Paesi. Il culmine di questo movimento si è avuto con Expo 2015 che ha onorato il suo motto “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, affrontando i relativi temi in concreto e appassionatamente, producendo importanti e fondati documenti di programma in vista dei risultati da conseguire nei tempi prefissati. Il percorso da compiere è lungo; le questioni da risolvere complesse; ne sono coinvolte le singole persone e, insieme, i popoli del mondo. In mancanza di un riconoscimento formale, universale e codificato, concretizzare il diritto di ogni persona e di ogni popolo al cibo è arduo: alla soluzione debbono necessariamente concorrere politiche nazionali e, in comunione di intenti, politiche internazionali. Lo ha detto in passato san Giovanni Paolo II: «Non è infrequente l’esitazione della comunità internazionale nei confronti del dovere di rispettare e di applicare i diritti umani». La situazione non è cambiata, è stato rilevato ed è pienamente condivisibile che oggi affermare il diritto al cibo in tutti gli ordinamenti giuridici costituirebbe il primo formidabile passo per la sua concreta realizzazione. Un altro poderoso compito attende allora gli studiosi e ogni persona di buona volontà: oggi, più che in passato, è necessario promuovere con la massima urgenza e in ogni sede la riconciliazione con la natura, manomessa da ormai troppi oltraggi. Qualche anno fa l’allora Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace monsignor Mario Toso, oggi vescovo di Faenza, ha scritto che «dal punto di vista pratico» il diritto al cibo è spesso vanificato nelle più diverse forme: «Suoli sfruttati al di là dei parametri di sostenibilità senza pensare ai bisogni di chi verrà dopo; terre usate senza prendere in considerazione il rispetto dovuto alle culture locali e alle esigenze della sicurezza alimentare; acquisizione a vile prezzo di piccoli terreni per accorparli e coltivarli con una produzione intensiva che rifornirà le società maggiormente abbienti, che già navigano nell’abbondanza. Il tutto alla ricerca del massimo tornaconto, senza curarsi delle fondamentali necessità occupazionali o alimentari delle comunità locali. Insomma, il completo disconoscimento dell’altro, dei suoi bisogni e della sua appartenenza alla famiglia umana». Non possiamo che essere d’accordo e confermare questi giudizi. In questo contesto, esasperato dalla martellante stimolazione all’acquisto anche se non necessario di ogni bene disponibile sul mercato, il risultato è uno scandaloso spreco di alimenti e un sempre più aggravato stato di indigenza dei soggetti deboli: l’esperienza della fame che convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Se l’obiettivo è fare del diritto al cibo un diritto universale, valido per tutti, individui e popoli, sempre e in ogni luogo, tenere alta la fiaccola dell’ottimismo non è agevole. Ma districarsi non è impossibile. Per cominciare, si tratta di coinvolgersi personalmente e coinvolgere via via le comunità più ampie, dalla famiglia ai governi che i loro elettori devono sempre più sensibilizzare alla soluzione degli imponenti problemi. Il primo indispensabile impegno: risolvere efficacemente la questione degli accessi; oltre al diritto al cibo, ottenere la garanzia del diritto all’acqua potabile, alla casa, alla propria identità e a ogni altro diritto fondato sulla dignità della persona umana. In proposito, è assolutamente necessario l’accordo degli Stati; ogni loro iniziativa in questa direzione non potrà che essere vista con favore e incoraggiata. In molti casi, non si otterranno i risultati sperati ma certamente non rimarranno trascurate le ineludibili esigenze della giustizia sociale a livello mondiale e saranno poste in essere concrete iniziative contro le guerre e in favore della pace.

Anticipiamo qui alcuni passaggi di “Il cibo. Respiro dell’anima, energia per la vita, nutrimento per la pace. I lasciti di Expo 2015” (Rubettino, pagine 122, euro 12,00) in cui Benito Perrone, avvocato e dal 2005 direttore di “Iustitia”, rivista dei Giuristi Cattolici Italiani, indaga «le attuali politiche sull’alimentazione, food safety e food security e la possibilità di configurare un diritto al cibo. Per ragioni di giustizia e come “nutrimento della pace”». Il cibo, infatti, «è una necessità vitale della persona ed è un fondamento del vivere liberi. Inscindibile dal diritto alla vita, il diritto al cibo è, quindi, un aspetto decisivo del patrimonio giuridico di ogni persona». Il volume ha la presentazione di Remo Danovi e la postfazione di Livia Pomodoro.

in “Avvenire” del 31 dicembre 2017

Un lavoro vero. L’aspirazione di milioni di italiani delusi dalle vane promesse

Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi

Anche nell’anno che si chiude oggi, il 2017, si è parlato molto di lavoro. Dalla guerra di numeri sulle assunzioni del Jobs Act all’esplosione dei contratti temporanei, una volta terminati i generosi incentivi che avevano accompagnato la prima fase della riforma del mercato del lavoro. Dall’alternanza scuola lavoro alle politiche attive e di ricollocazione che stentano a decollare e che portano taluni a richiedere a gran voce il ripristino a pieno regime dell’articolo 18. Una norma simbolo per il lavoro questa che, in realtà, non è però mai stata abrogata tout court quanto, più semplicemente, superata dal Governo di Matteo Renzi per i soli nuovi assunti dal marzo 2015. Non sono mancate le polemiche, gli scontri verbali e neppure nuove proposte per il prossimo anno. A cominciare da quelle da quelle messe a punto nella Settimana Sociale dei cattolici di Cagliari. L’imminente campagna elettorale fa anzi immaginare che quello del lavoro resterà un tema centrale anche nei prossimi mesi. Ma, nonostante ciò, c’è tutto un mondo del lavoro che resta invisibile e che viene richiamato solo talvolta e solo come arma dal populismo e dalla demagogia e per questo ancor più tradito. Si tratta di quella fetta di persone, giovani e anziani, uomini e donne, del sud e del nord, immigrati e irregolari che sono oggi esclusi dalle normali logiche del mercato del lavoro.

Alcuni di loro sono esclusi poiché non hanno proprio la possibilità di avere un lavoro, o perché hanno una formazione che non li prepara al lavoro o, peggio, perché espulsi a causa delle numerosissime crisi aziendali che abbiamo visto negli ultimi anni (e che ancora vediamo). Espulsioni non accompagnate da una seconda possibilità, ma accompagnate dal peso di competenze obsolete e dalla difficoltà, a cinquant’anni, di reinventarsi e tornare a studiare, anche perché oggi sono pochi gli strumenti che consentono di riqualificarsi mantenendo un reddito per sopravvivere. Ma non ci sono solo i disoccupati e gli inattivi.

Esistono in Italia tre milioni di lavoratori vittime del lavoro nero, che gli ultimi dati vedono in crescita e che lavorano senza tutele, senza una assicurazione previdenziale per il futuro, senza un salario dignitoso, senza una copertura in caso di infortuni sul lavoro e malattie professionali. E poi coloro che pur avendo formalmente un contratto si trovano a lavorare in condizioni lontane da ciò che ci si aspetterebbe da un Paese moderno, come i lavoratori (un sindacalista italiano, un albanese, un ivoriano e un cinese) che a nome di 127 colleghi a Castelnuovo Rangone, nel cuore dell’Emilia, hanno condotto uno sciopero della fame di protesta, appena concluso, nell’indifferenza (quasi) generale. A questo si aggiungono gli immigrati, che in Italia più che in ogni altro Paese europeo finiscono presto a ricoprire quei lavori più umili e dal salario più basso, mostrando la nostra incapacità di sfruttare al meglio un capitale umano che spesso è molto più qualificato di quello che si immagina. Per non parlare poi di tutte quelle persone affette da malattie croniche o peggio ancora da disabilità per i quali il lavoro sembra essere negato di diritto, quasi che in un mondo in cui la medicina e la tecnologia fanno miracoli non vi sia la possibilità per persone con problemi fisici e mentali di contribuire al bene comune attraverso il loro lavoro.

Il modo migliore per fare un torto a questo lungo elenco di ‘invisibili’ sarebbe renderli oggetto di qualche bel pensiero natalizio e di fine anno, quasi che un periodo di quiete e gioia ci imponga moralisticamente di guardare a chi sta peggio di noi. Al contrario l’auspicio per il prossimo anno è che queste persone siano messe al centro della agenda politica non solo come un problema a cui guardare ma come una enorme risorsa di energie e speranze da liberare. Perché come non ha futuro una società che relega i malati a problema dei familiari, così non hanno domani società ed economie che hanno smesso di essere inclusive e di moltiplicare le opportunità a beneficio di tutti. E questo non significa rilanciare politiche di mera assistenza oggi impossibili per i vincoli di bilancio e per il debito che ci caratterizza. Ma costruire e attuare politiche che includono proprio perché attivano la persona, la rendono in grado di partecipare, prima di tutto attraverso il lavoro, alla società.

in “Avvenire” del 31 dicembre 2017

Fine anno. Uno speciale “grazie” di frère Alois e dei missionari nel mondo

Cristina Uguccioni

Il 31 dicembre il Pontefice, insieme a tutta la Chiesa, celebra i primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio ed eleva l’inno di ringraziamento al Signore, il Te Deum.

A Vatican Insider raccontano di cosa – quest’anno – vogliono rendere grazie al Signore sette persone che vivono nei cinque continenti: Ibrahim Alsabagh, vicario episcopale di Aleppo (Siria), Luciano Capelli, vescovo della diocesi di Gizo (Isole Salomone), Francesca Federigi, clarissa a Ijebu-Ode (Nigeria), Alois Loeser, priore della comunità di Taizé (Francia), Giorgio Marengo missionario a Arvaiheer (Mongolia), Fiorenzo Priuli, missionario a Tanguità (Benin), Nello Ruffaldi, missionario a Oiapoque (Brasile).

Il loro personale Te Deum rivela il grembo ospitale della Chiesa nel quale possono trovare riparo e riprendere vita quanti aspettano il tocco della tenerezza e della misericordia di Dio e gesti di liberazione dal male. Questi racconti di ringraziamento mostrano ciò che tiene in vita tutti gli esseri umani: sono le infinite forme della custodia, dell’accudimento e della dedizione affidabile che si compiono ogni giorno da un capo all’altro del mondo, anche a costo di grandi sacrifici; affetti e legami buoni che sono incanti quotidiani: mediaticamente invisibili, esistenzialmente decisivi. Il Signore è di lì che passa. Le cose dell’amore rammendano il mondo, lo migliorano, lo abbelliscono rendendolo una casa in cui è più bello per tutti abitare. Sono loro – le cose dell’amore – che impediscono al mondo di sprofondare, disegnando la trama segreta e indistruttibile della storia. La generazione di questi quotidiani miracoli dell’agape è nel grembo stesso di Dio.

Francia: frère Alois Loeser, 63 anni, priore della comunità ecumenica internazionale di Taizé

«Alla fine di quest’anno, con i miei fratelli, ringrazio Dio per le migliaia di giovani venuti a partecipare, settimana dopo settimana, agli incontri internazionali sulla nostra collina di Taizé. Quando ogni sera, dopo la preghiera, rimango nella chiesa per ascoltare coloro che vogliono condividere un interrogativo, una sofferenza, una gioia, misuro la profondità della loro ricerca: ricerca di Dio, di una preghiera interiore più intensa, di un impegno al servizio dei più vulnerabili. Questi giovani vengono da tutti i paesi d’Europa e vogliono partecipare alla costruzione di un continente più unito. A loro piace vivere un’esperienza di condivisione con coetanei di altri Paesi. I giovani giungono a Taizé anche da altri continenti: fra coloro che abbiamo accolto menziono, tra gli altri, i cristiani arabi, i copti ortodossi d’Egitto, i cattolici e gli ortodossi provenienti dal Libano, dalla Giordania, dalla Palestina. La loro presenza ci stimola a pregare per la pace in quella regione.

Ringrazio Dio per i giovani che ho incontrato quest’anno in occasione delle celebrazioni a Riga, Bruxelles, Tallin, Parigi e Birmingham, e per quelli che ho conosciuto sia durante l’incontro ospitato dalla chiesa copta ortodossa d’Egitto sia durante gli appuntamenti organizzati nel quadro del cinquecentesimo anniversario della Riforma a Wittenberg, Ginevra e Losanna. Riferendoci all’esempio di papa Francesco che in Svezia, a Lund, ha chiesto allo Spirito Santo: “Dacci di riconoscere con gioia i doni che sono venuti alla Chiesa dalla Riforma”, abbiamo cercato come – tra cristiani separati – rallegrarci dei doni degli altri.

Ringrazio Dio per i giovani rifugiati dell’Afghanistan, del Sudan, dell’Eritrea, della Siria e dell’Iraq che accogliamo a Taizé da due anni. È come se Cristo ci avesse invitato a superare i nostri timori e i nostri pregiudizi; come se, attraverso la loro presenza, ci dicesse: “Io sono morto anche per loro, siano cristiani o no. Tu puoi diventare loro amico”. Sono andato recentemente in Sudan e in Sud Sudan: là ho incontrato alcune delle loro famiglie. L’incontro personale – quando sentiamo da vicino il grido di un essere umano ferito, quando guardiamo negli occhi e tocchiamo coloro che soffrono – fa scoprire la dignità dell’altro e permette di ricevere ciò che trasmettono i più poveri.

Essi ci svelano la nostra personale vulnerabilità: e così ci rendono più umani. E paradossalmente una gioia è data: è forse solo una piccola scintilla, ma è una gioia vera che condividono con noi i più poveri».

Benin: fra Fiorenzo Priuli, 71 anni, medico dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio nell’ospedale Saint Jean de Dieu di Tanguità

«Mentre il mio quarantottesimo anno di missione in questo angolo d’Africa volge al termine, come non rendere grazie al Signore per avermi protetto da tanti pericoli e per avermi donato la gioia di collaborare con Lui nella meravigliosa opera di dare la vita e risollevare esistenze prostrate dal male e dalla sofferenza? Se avessi la possibilità di tornare indietro e chiedere al Signore una grazia per la mia vita non riuscirei a chiedergli tanto quanto Lui mi ha donato. Durante l’anno appena trascorso siamo riusciti a salvare centinaia di vite: vorrei menzionare, in particolare, le decine e decine di donne molto giovani afflitte dalle fistole ostetriche che abbiamo operato. Questa è una malattia orribile che riserva un calvario umiliante: insorge dopo un parto difficile durante il quale la ragazza (che, assecondando la tradizione, partorisce in una capannetta aiutata da un’anziana) ha spinto anche per 6-7 giorni: alla fine, nel dare alla luce il bambino, ormai privo di vita, si verifica il distacco di una parte della vescica. Da quel momento la ragazza vivrà perdendo in continuazione l’urina. Sono migliaia le giovani colpite da questa malattia non solo in Benin ma anche in altri Paesi africani. Conducono una vita di doloroso isolamento: spesso sono ripudiate dai mariti, allontanate dalle famiglie e costrette a vivere ai margini dei villaggi. Quando, dopo l’intervento, guariscono la loro gioia è incontenibile. E molto commovente. Rendo grazie al Signore perché mi ha aiutato a trovare tutto ciò che occorre per compiere queste operazioni rendendo il nostro ospedale un punto di riferimento anche per la cura di questa patologia. Nel corso degli anni molti amici (italiani ma non solo) ci hanno sostenuto permettendo di offrire assistenza qualificata a un numero sempre maggiore di pazienti: nel 1970, quando l’ospedale fu fondato, i posti letto erano 82, oggi sono 415. Ogni anno abbiamo 18.000/20.000 nuovi pazienti (di cui 5.000 bambini, molti dei quali colpiti dalla malnutrizione). Vi sono poi specialisti che, utilizzando giorni di ferie, vengono periodicamente qui dall’Europa e si trattengono diversi giorni per effettuare interventi particolarmente impegnativi e formare lo staff medico locale. Sono profondamente grato al Signore per tutti questi amici che in diversi modi ci hanno aiutato: sono una benedizione. Quando i primi fatebenefratelli giunsero in Benin, erano in tre; divennero poi sette, tutti bianchi. Anno dopo anno, il seme di questo carisma ha portato frutto e oggi abbiamo 59 confratelli africani: è un altro dono grande del Signore, che mi consola e di cui ringrazio».

Isole Salomone: padre Luciano Capelli, 70 anni, salesiano, vescovo della diocesi di Gizo

«Mentre si avvicina la fine dell’anno, desidero ringraziare Dio per il dono della chiamata a servirlo e anche per essere riuscito a superare un intervento cui mi sono sottoposto di recente a causa di un tumore diagnosticato appena in tempo. Nel territorio della mia diocesi risiedono circa 120.000 persone, in maggioranza metodiste: i cattolici sono il 15% e vivono in un centinaio di piccoli villaggi sparsi su una quarantina di isole che in molti casi non sono raggiunte da alcun mezzo di trasporto tanto che ho dovuto imparare a pilotare un idrovolante ultraleggero per potermi recare velocemente e di frequente nelle diverse parrocchie. Mi chiamano “il vescovo volante”. Un dono grande, di cui non mi stancherò mai di rendere grazie al Signore, è il gruppo Amis (Amici Missione Isole Salomone), generosi volontari italiani che mi aiutano e che, da anni, vengono in buon numero su queste isole per alcune settimane all’anno prodigandosi con ogni mezzo per la popolazione. La loro amicizia è preziosa, la loro laboriosità ammirevole. Quando giunsi in questa diocesi, nel 2007, le Isole Salomone erano appena state colpite dal terremoto e dallo tsunami: con l’aiuto degli amici dell’Amis è stato possibile non solo ricostruire gli edifici andati distrutti (fra i quali la cattedrale), ma anche edificare sette scuole, sei chiese e due ospedali. Siamo inoltre riusciti ad acquistare due piccole navi che consentono il trasporto degli ammalati negli ospedali e la consegna regolare di tutto ciò che occorre alle persone per vivere dignitosamente. I sacerdoti sono solo quattordici (due diocesani, dodici provenienti da diocesi asiatiche), ma vi sono molti laici che collaborano con noi e che, animati da fede profonda, si impegnano con lodevole dedizione coinvolgendo i fedeli nelle diverse attività organizzate: sono un dono del Cielo.

Desidero infine esprimere il mio grazie al Signore per il Giubileo della Misericordia: durante quell’anno, poiché moltissime persone non avevano modo di raggiungere la cattedrale, ho portato sulle diverse isole – a bordo di una barca – la Porta Santa: è stata un’indimenticabile esperienza di conversione di cui si cominciano a scorgere i primi frutti».

Mongolia: padre Giorgio Marengo, 43 anni, missionario della Consolata, parroco ad Arvaiheer

«Quella della lode è la dimensione più presente nelle preghiere della nostra gente. Le intercessioni nella messa iniziano per lo più con parole come “Ti ringrazio Signore di questo splendido giorno che ci hai dato anche oggi” o “Grazie, Signore, perché anche oggi mi hai fatto alzare in tempo per venire ad ascoltare la Tua Parola e a ricevere il pane eucaristico”. E magari quello “splendido giorno” è uno di quelli con la temperatura a 30 gradi sotto zero e con il vento che soffia contrario mentre si cammina verso la nostra cappella (che è una tenda mongola, la ger). Questa lode è una provocazione continua alla nostra (poca) fede. Ciò di cui vorrei ringraziare il Signore è proprio il dono della fede genuina e rocciosa della gente che ci ha accolto qui ad Arvaiheer, località a 430 km dalla capitale Ulaanbaatar. La piccola comunità è formata da 28 adulti battezzati, venuti alla fede in questi dieci anni di presenza missionaria sul territorio. Adesso, un poco alla volta, cominciano a chiedere il battesimo anche per i loro figli e nipoti: così è iniziata la catechesi per i giovani. Quattro signore si sono messe a disposizione per contribuire alla formazione dei catecumeni: sono le nostre prime catechiste. Abbiamo un programma di massima, elaborato dalla prefettura apostolica locale, ma cerchiamo di essere elastici per venire incontro alle diverse situazioni, che spesso richiedono cammini personalizzati.

Desidero lodare il Signore per questo miracolo della fede che sboccia e cresce nonostante i tanti limiti di noi missionari e missionarie (siamo in tre, due sorelle e un sacerdote), sempre inadeguati eppure continuamente usati dalla Grazia affinché persone vissute senza avere alcun contatto con la Chiesa conoscano Cristo e lo possano seguire. È questo che mi riempie di stupore e gratitudine. È, in fondo, il dono della missione, che esige da parte nostra una continua conversione, un ricentrarsi quotidiano sul Signore che manda e che tocca i cuori, mentre ci immergiamo in questo mondo culturale così unico, che va amato e conosciuto a fondo. Il mistero del Natale ce lo ricorda: se Dio ha scelto di assumere la nostra povera umanità significa che ha voluto sottomettersi alle leggi del tempo e dello spazio, dell’umano divenire, per ricondurre tutto e tutti al Padre. Per noi missionari ad gentes questo è il principio teologico del nostro penetrare sempre più in profondità nel luogo ove siamo mandati, cadere in terra e morire come il seme perché in questo affondare nel terreno avvenga ancora il miracolo dell’incontro con Cristo. E il miracolo avviene sotto i nostri occhi guardando il volto di chi prega nella nostra ger-cappella: per questo cantiamo il nostro Te Deum».

Brasile: padre Nello Ruffaldi, 75 anni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) a Oiapoque

«Come accade ogni anno, anche alla fine di questo 2017 ho molti motivi per ringraziare il Signore. Sono sacerdote da 50 anni e da 46 anni vivo in Brasile tra gli indios, in particolare tra i popoli Karipuna, Palikur, Galibi Marworno e Galibi Kalina. Il 2017 è stato un anno difficile per tutti gli indigeni poiché il governo ha adottato una politica contraria ai loro interessi. La Costituzione, entrata in vigore nel 1988, assicura agli indios sia il diritto di vivere secondo la loro cultura sia i diritti sulle terre tradizionalmente occupate. Si tratta indubbiamente di un fatto inedito nella storia del Brasile. Da tempo i grandi proprietari terrieri, le industrie minerarie, i produttori delle monoculture sono insoddisfatti e di recente, purtroppo, hanno deciso di organizzare un’imponente campagna per modificare la Costituzione in modo da permettere alle grandi imprese di appropriarsi delle ricchezze degli indigeni.

Per quale ragione allora ringrazio il Signore? Lo faccio perché gli indios non si sono scoraggiati: si sono organizzati a livello nazionale e rivendicano i loro diritti; credono nella forza della preghiera, sanno di avere Dio al loro fianco e vanno avanti senza paura. E sino ad oggi gli sforzi di quanti avidamente bramano le loro terre sono stati vani. Come missionari noi crediamo che Dio resti sempre a fianco dei piccoli e che nostro compito sia seminare la speranza, annunciando e proclamando la Buona Notizia, come si legge nel Libro del profeta Isaia: «Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare libertà agli schiavi…» (61,1).

Sono grato al Signore perché vivere la missione tra gli indios permette di essere da loro evangelizzati. Le culture indigene sono molto più in sintonia con il Vangelo di quanto lo sia la nostra società che si dice cristiana. Esse infatti invitano alla fraternità e alla condivisione dei beni tanto che in queste piccole comunità non esistono ricchi e poveri. La terra – da rispettare e amare – è considerata madre e non merce; l’esercizio dell’autorità è ritenuto un servizio. Attualmente gli indios hanno contatti sempre più frequenti con la società brasiliana e ciò produce cambiamenti che mettono in pericolo la conservazione del loro patrimonio culturale. Voglio dunque ringraziare il Signore per i molti tra loro che – sostenuti dalla forza del Vangelo – restano saldi nei valori ricevuti dagli antenati».

Siria: fra Ibrahim Alsabagh, francescano, 46 anni, parroco della chiesa di San Francesco di Aleppo e vicario episcopale

«Anzitutto voglio rendere grazie al Signore per l’accordo di pace che è stato raggiunto il 22 dicembre 2016 tra l’esercito regolare e i gruppi armati: da allora abbiamo potuto vivere in pace, non sono più caduti missili su case, scuole, ospedali, luoghi di culto. Dopo anni di guerra ci è parso un miracolo.

Ringrazio Dio sia per le preghiere e gli interventi di papa Francesco a favore della Siria sia per i vescovi e sacerdoti che si sono prodigati per noi in molti modi: nei loro gesti abbiamo colto la tenerezza di Dio nei nostri confronti. La mia gratitudine va anche ai bambini che nel mondo, dal 5 dicembre 2016, hanno accolto l’invito a pregare per la pace, ogni prima domenica del mese, insieme ai bambini di Aleppo. Un altro dono grande che abbiamo ricevuto e del quale sono grato a Dio è l’aiuto che abbiamo ricevuto dai cristiani di tutto il mondo e da persone non credenti: hanno avuto compassione di noi e ci hanno dimostrato affetto e vicinanza inviandoci consistenti aiuti grazie ai quali è stato possibile prestare soccorso alla popolazione durante la guerra e in questo tempo di pace. Da quando le armi tacciono – con i molti, generosi volontari che ci affiancano nell’opera di assistenza – abbiamo riparato oltre 800 case, aiutato più di 380 giovani ad avviare una piccola attività e decine di famiglie a far fronte alle necessità legate alla ricostruzione. Abbiamo avviato quaranta progetti: ad esempio garantiamo sostegno economico a 1.116 giovani coppie sposate dal 2010 e a ottanta coppie di fidanzati che desiderano sposarsi e metter su famiglia.

Rendo grazie al Signore per tutti coloro che hanno continuato a vivere ad Aleppo durante la guerra. Penso a molti sacerdoti, religiose e religiosi che – condividendo con i fedeli la fame, la sete, la paura, il rischio quotidiano di morire – non si sono risparmiati: si sono presi cura delle necessità di tutti e hanno seminato speranza, ascoltando e consolando i cuori feriti. Insieme a loro sono rimasti medici, infermieri, professionisti e artigiani che hanno messo generosamente a disposizione le loro competenze a quanti avevano bisogno. Anche molti fedeli cristiani hanno deciso di non lasciare la città, animati dalla convinzione che il Signore li volesse proprio qui, come ponti di pace fra le fazioni in conflitto.

Infine, ringrazio il Signore che mi ha dato il coraggio di venire qui ad Aleppo tre anni fa: mi ha guidato, indicandomi giorno dopo giorno la strada da percorrere, senza permettere che mi sentissi confuso. Ho potuto essere strumento del Suo amore, della Sua tenerezza, della Sua consolazione: di questo lo ringrazio con tutto il cuore».

Nigeria: suor Francesca Federici, 71 anni, clarissa del monastero di santa Chiara di Ijebu-Ode

«Alla fine di questo anno rendo grazie al Signore per le cose grandi che ha compiuto nella mia vita, nella nostra vita. Troppo spesso osserviamo e ricordiamo soltanto i problemi e le fatiche e non scorgiamo la bellezza che si cela nella realtà quotidiana. Se c’è una cosa che si impara in Africa è la capacità di ringraziare perché le precarie condizioni di vita non permettono di dare alcunché per scontato.

Ringrazio Dio per la generosità della mia comunità di Ijebu-Ode che, pur povera di mezzi e senza la garanzia di alcun aiuto materiale, con un atto di fede e di abbandono, ha accolto l’invito del vescovo di Bomadi e si è resa disponibile a edificare un monastero in una diocesi poverissima sul delta del fiume Niger. Nel mese di febbraio, insieme a tre consorelle, sono partita per Ogriagbene, minuscolo villaggio di pescatori sulle rive del Niger, dove manca tutto. La miseria è grande: ci sono solo la bellezza della natura creata dal Signore, la bontà degli abitanti e la gioia dei bambini che nuotano nel fiume, giocano nella sabbia, mangiano un pezzetto di pane o di polenta e sono felici. È un villaggio circondato da una terra fertile e da un fiume pescoso. Purtroppo, anche dal petrolio. Dico purtroppo perché causa pesante inquinamento e non ha portato alcun beneficio alla popolazione locale che vive in uno stato di totale abbandono. Chi ha tentato di reclamare i propri diritti sulla terra è stato ucciso e nel villaggio si respirano rassegnazione e passività. Eppure, nonostante questo clima di mestizia, siamo state accolte con generosità e benevolenza: molti hanno voluto condividere con noi i loro problemi e quel poco che posseggono. Dopo qualche tempo dal nostro arrivo, alcune donne, avendoci osservato lavorare nel piccolo orto che avevamo realizzato, ci hanno chiesto di imparare e ora hanno un loro orto. Mi è parso un segno piccolo ma importante di intraprendenza e di ritrovata vitalità. Rendo grazie a Dio per questi nuovi amici, semplici e umili, che ci hanno dato fiducia, e per tutti coloro che, nel mondo, si stanno generosamente spendendo per sostenere l’edificazione di questo nuovo monastero. Prego il Signore di continuare a donare la gioia della comunione e della testimonianza alla mia comunità, consentendole di superare le molte difficoltà che sempre si accompagnano a un nuovo progetto».

in “La Stampa Vatican Insider” del 30 dicembre 2017

Bombe italiane all’Arabia Saudita per bombardare lo Yemen. Illegali

Giorgio Beretta

C’è voluto un reportage del New York Times per far sapere agli italiani che cosa ne pensa il nostro ministero degli esteri e della cooperazione internazionale delle bombe che l’Italia fornisce all’Arabia saudita per bombardare lo Yemen.

In un comunicato rabberciato in fretta e furia date le festività natalizie, la Farnesina ha infatti riciclato quanto i ministri Gentiloni e Pinotti avevano già detto negli anni scorsi in risposta ad alcune interpellanze parlamentari: «L’Italia – scrive la Farnesina – osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti e si adegua sempre ed immediatamente a prescrizioni decise in ambito Onu o Ue. L’Arabia saudita non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea».

Il ministero si è ovviamente guardato bene dal dire che la legge italiana che regolamenta le esportazioni di armamenti non vieta solamente le forniture a Paesi sottoposti a misure di embargo, ma anche «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa» (Legge 185/1990).

E che, come ha certificato il «Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen» trasmesso già nel gennaio scorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – che ha ampiamente documentato l’utilizzo da parte dell’aeronautica militare saudita di bombe fabbricate dalla Rwm Italia per bombardare zone civili in Yemen –, non solo questi bombardamenti sono vietati dalle convenzioni internazionali ma «possono costituire crimini di guerra».

Non solo. La Farnesina ha continuato a tacere riguardo alle tre risoluzioni adottate dal Parlamento europeo che hanno chiesto all’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, di «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Ue di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia saudita».

Un’iniziativa sulla quale l’Alta rappresentante finora non ha proferito parola. Eppure nell’ultima risoluzione, del settembre scorso, l’europarlamento ha chiaramente dichiarato di ritenere che «le esportazioni all’Arabia saudita violino almeno il criterio 2 della Pozione Comune europea visto il coinvolgimento del Paese nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite». Ed ha ribadito «la necessità urgente di imporre un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita».

Ma c’è di più. Nella medesima risoluzione, il Parlamento europeo, dopo aver evidenziato che «la situazione nello Yemen si è ulteriormente deteriorata anche a causa delle azioni militari portate avanti dalla coalizione guidata dai sauditi», ha ricordato che «alcuni Stati membri hanno interrotto la fornitura di armi all’Arabia saudita in ragione delle azioni da essa perpetrate nello Yemen, mentre altri hanno continuato a fornire tecnologie militari in violazione dei criteri 2, 4 6, 7 e 8 (della Posizione Comune europea, ndr)».

A fronte di queste parole si comprende l’imbarazzo che l’inchiesta del New York Times ha provocato alla Farnesina. Il governo Gentiloni, e prima di lui il governo Renzi, hanno infatti deciso di ignorare non solo queste risoluzioni europee ma hanno chiaramente rinunciato a esercitare un ruolo propositivo e attivo in sede di Consiglio europeo: la parola d’ordine è sempre stata «adeguarsi immediatamente».

Una posizione che manifesta, ancora una volta, l’inconsistenza della politica estera dei recenti

governi che, a partire dell’intervento militare in Libia nel 2011, hanno sempre sostanzialmente deciso di adeguarsi alle disposizioni decise da altri.

Si comprende perciò anche il costante imbarazzo della ministra della difesa, Roberta Pinotti, a rispondere riguardo alle esportazioni di ordigni militari ai sauditi. «Si tratta di materiali prodotti su licenza tedesca che transitano nel nostro Paese», aveva detto qualche anno fa ai giornalisti.

Ecco perché l’inchiesta del Nyt che, in sette minuti di video, ha mostrato a tutto il mondo l’utilizzo da parte dell’aeronautica militare saudita nei bombardamenti sulle zone abitate da civili in Yemen di ordigni fabbricati dall’azienda Rwm Italia, ordigni esportati su autorizzazione dei nostri governi, ha fatto finalmente breccia anche nei quotidiani e nelle reti televisive nazionali.

In questi anni il manifesto è stato tra i pochi quotidiani a documentare tutta questa materia. Anche gli esperti di politica estera e gli analisti strategici, a fronte dell’indagine dell’autorevole quotidiano americano, hanno cercato di correre ai ripari affermando che era una questione già nota. Mostrando così ancora una volta il loro provincialismo.

*Analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa di Brescia

in “il manifesto” del 31 dicembre 2017

La Chiesa impari di più la misericordia

Nunzio Galantino

Non sono uso a guardare indietro né faccio troppi calcoli sul domani: piuttosto che soppesare e prevedere preferisco, quando e come mi riesce, l’impegno concreto e appassionato di ogni giorno. Detto questo, il passaggio al nuovo anno rappresenta comunque per tutti un momento di bilancio e di rilancio. Qui cerco di farlo gettando uno sguardo al recente cammino della Chiesa italiana, cercando di intravedere gli orizzonti che la attendono e gli obiettivi da raggiungere, a partire dalle sfide che la storia ci presenta.

Negli ultimi anni, la vita della Chiesa è stata positivamente sconvolta dall’elezione di Papa Francesco, della quale sta per compiersi il quinto anniversario. Siamo riconoscenti anzitutto a lui, che con il suo progetto di riforma ha spinto a rimescolare le carte della Chiesa italiana, esortandola a ripensare sempre di più ai motivi che la spingono e le coordinate del suo vivere. Sulla scia del Concilio, ci ha indicato con forza la via della solidarietà con gli ultimi e della condivisione delle vicende umane, per far sì che la testimonianza evangelica sia autentica e non solo di facciata.

Lo scossone è stato e rimane forte, diciamoci la verità. Francesco costringe la Chiesa, nella sua azione pastorale, ad assumere una prospettiva ampia, che la porti a guardare sempre più fuori di se stessa, verso il mondo e i poveri, per mantenere viva la sua identità profonda, segno di quell’amore di Dio per gli uomini che abbiamo appena celebrato nel Natale.

È un impegno che – se la Chiesa italiana fa suo nella vita quotidiana delle comunità – è stato messo nuovamente a fuoco in occasione della Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata quest’anno al tema cruciale del lavoro. Perché non resti un convegno fine a se stesso occorre davvero che tale impegno divenga ogni giorno più pressante e spinga a una revisione delle attività e delle strutture ecclesiali, nell’ottica della missione e della carità. La Chiesa, del resto, non rimane se stessa se non si immerge nelle pieghe della storia, se non condivide con i poveri e non opera in ogni modo per favorire e costruire il bene comune.

In quest’ottica, non è un caso che la pace sia l’obiettivo che ci poniamo fin dal primo giorno dell’anno con la Giornata mondiale, dedicata quest’anno ai migranti e ai rifugiati, cioè a tutti coloro che “fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, povertà e degrado ambientale” (dal Messaggio di Papa Francesco). Qualcuno storcerà il naso, poi, nel vedere pochi giorni dopo – precisamente il 14 gennaio – la Chiesa celebrare anche la “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato”, per rafforzare il nostro impegno nel tendere la mano a chi lascia la propria terra in cerca di una condizione più stabile, dignitosa e umana. Da troppi pulpiti viene diffuso il timore che l’accoglienza metta a rischio la nostra tenuta sociale, e si propone come rimedio la logica dei muri, per elevare da ogni parte divisori invalicabili, per tenere lontano chi è più povero e ciò che è diverso, cioè quanto potrebbe scomodarci o metterci in discussione. Non va forse in questa direzione la mancata approvazione in Senato all’antivigilia di Natale della legge sul diritto di cittadinanza? Una volta di più la miopia e il calcolo impediscono alla politica di muoversi secondo giustizia, di vedere l’instabilità di un mondo abitato da evidenti disuguaglianze e di non comprendere quanto sia precario un benessere non condiviso.

La Chiesa non rimane alla finestra. Consapevole del suo dovere di solidarietà, e del fatto che senza inclusione non può darsi la pace, anche grazie ai fondi dell’otto per mille ha approntato anche quest’anno numerosi progetti, sia a sostegno di Paesi poveri e zone bisognose, sia al fine di realizzare una maggiore inclusione degli indigenti italiani e di quanti giungono in Italia fuggendo dalla miseria e dalla guerra. Le comunità e le associazioni sono impegnate su tutto il territorio in una quotidiana opera di assistenza, che muove migliaia di volontari e richiede mezzi ingenti. C’è da augurarsi e da lavorare perché il nuovo anno veda ridursi le chiusure egoistiche e porti un maggiore coinvolgimento da parte di tutti.

Un ultimo tema, tra i tanti che mi scorrono davanti, è quello dei giovani. Su iniziativa di Papa Francesco, l’anno che sta per iniziare vedrà impegnata la Chiesa anche in un Sinodo dedicato proprio a loro. Non si tratterà di un convegno realizzato da alcuni esperti né di un momento isolato, ma di un cammino che compiremo per i giovani e insieme ai giovani, per sintonizzarci insieme e comprendere il modo di rendere la Chiesa e la società più aperte.

Attraverso queste e altre tappe, la Chiesa italiana si propone nel 2018 di crescere nella via del Vangelo e nella fedeltà alla storia. Si propone in altri termini di imparare sempre di più la misericordia, che non è un semplice sentimento, ma coinvolgimento nella sorte dell’altro, uscita da se stessi e impegno solidale. Sono queste le vie che ci proponiamo di percorrere insieme a tutta la società, in uno stile di confronto e collaborazione che ci ricordi la natura del bene comune, il quale – come la tematica ambientale e gli stessi dati economici non mancano di ricordarci – non può essere raggiunto dagli uni a scapito di altri, ma nello spirito di chi cammina in cordata e avanza avendo cura di procedere insieme.

in “Il Sole 24 Ore” del 30 dicembre 2017

«Niger. I dubbi della società civile sulla missione militare italiana

Nello Scavo

Il mondo del volontariato: maestri, non soldati Quel maxiappalto per sorvegliare i confini Da Pax Christi a Migrantes crescono le perplessità su modalità e scopi dell’operazione varata dal governo. Rispunta uno stanziamento da 300 milioni a una società italiana per intercettare e respingere i migranti.

Il controllo delle frontiere sud della Libia è un vecchio pallino italiano. Un’aspirazione da almeno 300 milioni di euro per un’azienda che già nel 2009 si era aggiudicata l’appalto per il monitoraggio elettronico dei confini, ma poi la rivoluzione contro Gheddafi mandò tutto per aria. Quel progetto, confermano diverse fonti ad Avvenire, tornerà in campo con la presenza militare italiana varata dal governo Gentiloni. Una missione che suscita molte perplessità e non poche critiche tra esperti e associazioni. «In Niger serve un esercito di insegnanti. Di uomini armati ce ne sono anche troppi», dice don Giovanni De Roberti, direttore della Fondazione Migrantes della Cei.

A suo tempo era stata Finmeccanica (ora Leonardo) a spiegare che l’infrastruttura per la sorveglianza era stata già finanziata con una prima tranche da 150 milioni», spiegando che la società Selex – era il 2009 – «addestrerà gli operatori, i manutentori ed assicurerà le opere civili necessarie». Poi avvenne la rivoluzione contro il colonnello Gheddafi e quel progetto è rimasto al palo. Lo stanziamento, finanziato per metà dai contribuenti italiani e per il restante dall’Unione europea, non è mai stato ufficialmente revocato e dunque sarebbe questa una delle armi che verranno adoperate in Niger attraverso compagnie private che metteranno a disposizione anche uomini e mezzi aerei.

«Si tratta del primo intervento militare italiano collegato al tema dei flussi migratori e così si crea anche un precedente internazionale: uomini armati per bloccare i migranti », osserva Cristopher Hein, docente alla Luiss ed esperto di migrazioni secondo cui il «vero scopo» della missione, è quello di «impedire che le persone possano entrare in territorio libico. Ma cosa accadrà a questi migranti?». A fronte dell’impegno di 470 uomini, «non vedo un vero impegno per risolvere la situazione dei rifugiati già presenti nel territorio nigerino, né un vero impegno per sostenere la popolazione locale che a causa anche della estrema povertà e in mancanza di prospettive di sviluppo, è facilmente arruolabile dalle varie milizie di marca islamista».

«Vorremmo che non si ragionasse più così, affrontando i problemi solo in termini militari, immaginando quella armata come la principale, se non l’unica soluzione ai problemi», dice don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. Da Sotto il Monte, dove si sta svolgendo il convegno nazionale in vista della Marcia della Pace di domani, don Sacco ribadisce che «che questa operazione in Niger rientra nello schema collaudato secondo il quale si maschera da ‘umanitario’ lo scopo reale del dispiegamento militare: l’Italia va a fare la guerra ai migranti». Accuse forti motivate anche da un’altra osservazione: «La missione sarà approvata da un Parlamento, appena sciolto, quello stesso Parlamento – aggiunge Sacco – che non ha trovato tempo per votare sullo Ius culturae. In altre parole per un dispiegamento armato c’è tempo, per i diritti di tante persone no».

La scelta del governo non è inaspettata, sostiene ancora Hein, «ma mi pare che se si tiene conto del contesto nigerino, si capisce che non è lo sviluppo il primo pensiero di questo piano». Il Niger è «il quarto paese più povero del mondo, ospita circa 55mila rifiugiati dal Mali – ricorda ancora l’esperto – oltre ad altri 110mila dalla Nigeria e 150 mila sfollati niugerini interni. Cosa si farà per tutti loro?».

Per questa ragione il via libera ai militari «sembra un brutto segnale», riflette don De Roberti: «Sappiamo che in Niger il governo è nelle mani delle grandi potenze e che il Paese è già pieno di militari da molti Paesi. Forse ci sarebbe bisogno di altro genere di interventi, ma sembra che le logiche che guidano le politiche internazionali siano altre. Al contrario avremmo preferito che l’Italia investisse con strumenti differenti, non con le armi. Peraltro in una situazione in cui non c’è un intervento guidato dall’Onu».

Finirà, preconizza Cristopher Hein, che «i flussi verranno deviati, con nuove rotte e più lunghe, attraverso Paesi come Algeria e Tunisia, che certamente saranno meno propensi a d accogliere militari di altri Paesi come invece per il povero Niger».

in “Avvenire” del 30 dicembre 2017

Danilo Dolci. Esponente illustre della nonviolenza

Daniele Novara

Danilo Dolci se n’è andato il 30 dicembre 1997. Figura centrale nell’Italia civile del dopoguerra e non solo. Dopo aver passato due anni nella comunità di Nomadelfia con don Zeno Saltini nel 1952, ancora molto giovane, Danilo Dolci si trasferisce definitivamente nella Sicilia occidentale, tra Partinico, Trappeto e Montelepre. Colpito dalla miseria delle condizioni di vita degli strati più deboli della popolazione siciliana, vittima della mafia e del sottosviluppo, dà vita ad alcune iniziative ispirate alla nonviolenza gandhiana, che hanno assunto un ruolo molto importante nella storia del nostro paese e che, in quegli anni, fanno il giro del mondo.

La sua presenza inizia con un clamoroso digiuno pubblico nel letto dove era morta di fame una bambina per richiamare l’attenzione su un pezzo di Sicilia davvero abbandonata e depredata. L’Italia civile gli dà credito e si schiera al suo fianco con personalità di notevole spessore, tra cui Carlo Levi, Aldo Capitini, Ignazio Silone e Norberto Bobbio. Nel 1956 la sua azione s’impone all’opinione pubblica, anche internazionale, trovando il sostegno di importanti intellettuali dell’epoca quali Erich Fromm, Bertrand Russell, Johan Galtung, Jean Piaget, l’Abbé Pierre e molti altri.

Con un centinaio di disoccupati realizza il primo ‘sciopero alla rovescia’, andando al mattino presto a ripristinare una vecchia trazzera (tratturo che attraversa i campi) comunale nei pressi di Partinico. Le forze di polizia, già preallertate, lo arrestano e insieme a lui anche i suoi principali collaboratori. Dopo due mesi di carcere si apre il processo in cui viene difeso dal grande Piero Calamandrei, uno dei giuristi che hanno maggiormente contribuito alla stesura della nostra Costituzione. Con un’arringa clamorosa inverte la presunta colpevolezza di Danilo Dolci in un atto di reale giustizia riuscendo ad ottenere la sua assoluzione. Ancora oggi lo ‘sciopero alla rovescia’ resta il contributo italiano più importante nella storia delle pratiche di nonviolenza nel mondo.

Negli anni successivi è impegnato nello sviluppo economico e civile della Sicilia occidentale. Con libri, ricerche e denunce, insieme ai collaboratori del Centro Studi e Iniziative, ottiene la realizzazione della diga sul fiume Jato che crea le condizioni per una rinascita economica del territorio.

All’inizio degli anni Sessanta Danilo Dolci denuncia per la prima volta in modo pubblico e dettagliato il coinvolgimento sistematico della politica nel fenomeno mafioso. Raccoglie centinaia di testimonianze scritte e firmate di persone che liberamente fanno nomi e cognomi dei politici coinvolti. Si tratta di nomi molto importanti, esponenti di spicco del governo Moro in carica in quel momento. Il presidente del Consiglio è costretto a chiederne le dimissioni. Ma nel processo per diffamazione Dolci viene condannato anche perché gli viene a mancare l’appoggio corale che lo aveva sostenuto nelle sue iniziative degli anni Cinquanta.

La sua ultima battaglia nonviolenta pubblica avviene nel 1970 a favore dei terremotati del Belice che, a due anni dal sisma, sono costretti a vivere ancora in baracche fatiscenti. Per la prima volta viene sfidato il monopolio della radio tv italiana: la mattina del 25 marzo 1970 iniziano le trasmissione di Radio Partinico Libera, prima radio libera italiana, per dare voce ai disperati del terremoto. Ventisette ore dopo, le forze dell’ordine fanno irruzione nel palazzo del Centro Studi e Iniziative e interrompono le trasmissioni. Da quel momento il lavoro di Dolci si concentra, oltre che sulla cura della sua importante produzione poetica, sui progetti strettamente educativi. Anzitutto nel 1974 l’apertura del centro sperimentale di Mirto dove i bambini sono educati con un metodo nuovo, basato sulla Maieutica, ossia sulla possibilità di autodeterminazione e sulla ricerca creativa. Conosco Danilo Dolci in quella fase della sua vita. Era il 1982 e, durante il mio servizio civile, partecipai a Parma a un incontro che lui stesso aveva voluto per noi obiettori di coscienza. In due ore non ci fu alcun discorso ma ascoltò con attenzione, prendendo appunti, tutte le nostre esperienze. Fu un incontro benevolmente scioccante. Poi volle venire a Piacenza per visitare la Casa-accoglienza che avevo fondato con altri giovani per aiutare persone in difficoltà. Per dieci anni ho continuato a mescolarmi alla sua vita e al suo pensiero.

Danilo Dolci girava spesso nelle scuole e, dopo aver letto una sua poesia, chiedeva ai ragazzi: «Qual è il tuo sogno?». Venivano fuori risorse inesplorate, desideri rimasti imbrigliati nel puro e semplice conformismo scolastico. Mi incoraggiò anche nel lavoro sull’educazione alla pace e sulla buona gestione dei conflitti, sostenendomi nella creazione del Cpp, il Centro psicopedagogico che dal 1989 dirigo. Non posso che ricordarlo con un brano di una delle sue poesie più note che celebra in pieno lo spirito che lo ha animato e che ha sempre saputo comunicare a chi, come me, ha tratto ispirazione dalla sua persona e dai suoi libri per vivere con coraggio la propria vocazione educativa.

C’è pure chi educa, senza nascondere / l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni / sviluppo ma cercando / d’essere franco all’altro come a sé, / sognando gli altri come ora non sono: / ciascuno cresce solo se sognato.

in “Avvenire” del 30 dicembre 2017

Contro papa Francesco. Una polemica surreale del giornalista Aldo Maria Valli

Massimo Borghesi

E’ un po’ surreale che per criticare papa Francesco si scrivano narrazioni che ricalcano alla lettera Il padrone del mondo di Hugh Benson, il romanzo in cui il convertito inglese al cattolicesimo disegnava il dilagare dell’umanitarismo di fine ‘800 e la conseguente eutanasia  del cattolicesimo. Surreale perché Benson è un autore di riferimento di Bergoglio. Lo ha ricordato lui stesso nell’incontro con le famiglie a Manila: “C’è un libro — scusatemi, faccio pubblicità — c’è un libro, forse lo stile è un po’ pesante all’inizio, perché è scritto nel 1907 a Londra… A quel tempo lo scrittore ha visto questo dramma della colonizzazione ideologica e lo descrive in quel libro. Si chiama Lord of the World. L’autore è Benson, scritto nel 1907, vi consiglio di leggerlo”. Non è certo l’unica occasione. Il riferimento a Il padrone del mondo torna infatti più volte nell’eloquio del Papa.

Accade ora che il modello che soggiace al romanzo di Benson sia volto proprio contro Francesco. E’ quanto accade nel testo di Aldo Maria Valli Come la Chiesa finì (Liberilibri), il secondo scritto del vaticanista del Tg1 contro Bergoglio dopo 266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus P. P. (Liberilibri, 2016). Qui l’umanitario Julian Felsenburg, il padrone del mondo di Benson, ha la sua controfigura nei vari papi che, da Francesco I in avanti, si succedono sul trono di Pietro assumendo tutti il nome di Francesco. Il significato è palese. Dopo Francesco la Chiesa universale si tinge di umanitarismo, modernismo, “misericordismo”, perdonismo. Una Chiesa ecumenica che non vuol più sentir parlare di peccato, sacrificio, condanna, lotta contro il mondo. L’eutanasia del cattolicesimo è promossa dal suo centro, dal Papa francescano. Così il modello di Benson, prediletto da Francesco per criticare l’uniformismo omogeneizzante e livellatore del mondo sferico, è utilizzato proprio per criticare il Pontefice. Una forzatura che dimostra quanto il pregiudizio incida nello scritto di Valli, la cui parabola è bene descritta da Luigi Accattoli.

Un pregiudizio che porta il vaticanista a gravi errori di interpretazione. Come se il commentatore televisivo non conoscesse il pensiero del Papa. Nel suo volume Come la Chiesa finì Valli dedica un capitolo a “Come fu che la Chiesa riabilitò Marcione”, lo gnostico del II secolo d.C. per il quale il Dio misericordioso del Nuovo Testamento non aveva nulla in comune con la divinità iraconda dell’Antico Testamento. In Marcione l’et-et cattolico, l’unione e la continuità tra i due Testamenti, si trasforma nell’aut-aut tra cristianesimo ed ebraismo. Ebbene Bergoglio diviene, nella narrazione favolistica di Valli, l’ultimo discepolo di Marcione, il promotore del Dio “misericordioso”, l’oppositore alla Chiesa “antica” contrassegnata dal giudizio e dalla condanna.

Un tale fraintendimento del pensiero del Papa, portato avanti dai settori più ostili del tradizionalismo cattolico, non ha giustificazione. Fare di Bergoglio un manicheo, un assertore della nuova Chiesa contro l’antica, della novità contro la tradizione, del Dio di misericordia contro il Dio di giustizia, costituisce una mistificazione. Tutto il pensiero dell’autore ruota infatti, come risulta evidente dal mio studio Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale (Jaca Book), intorno alla “polarità”. E’ l’et-etcattolico che domina la sua riflessione scandita dal pensiero antinomico di Gaston Fessard, Henri de Lubac, Romano Guardini, Eric Przywara. Bergoglio non contrappone la verità alla misericordia, la norma alla sua declinazione pratica, ma le intende come poli indissociabili di una totalità. I trascendentali, il bello-bene-vero, sono inseparabili. La priorità del bello e del bene sul vero è, seguendo Hans Urs von Balthasar, una priorità esistenziale, non ideale.

Se così è, come può scrivere Valli che Bergoglio è, con Marcione, un autore dell’antitesi, del “dualismo insanabile” tra giustizia e misericordia quando tutto il pensiero di Bergoglio, come documenta una delle sue coppie polari, afferma che “L’unità è superiore al conflitto”? Come può affermare che il peccato originale è per lui un mito quando Francesco ha più volte richiamato la presenza del diavolo come “persona”? Come può scrivere che non è necessaria la grazia divina quando il Papa richiama costantemente il valore fondante del Primerea, della grazia di Dio? Come può Valli scrivere che Cristo non è rilevante, nel concerto religioso, quando tutta la predicazione di Francesco è cristologica? Come ha detto il Papa, in occasione del Natale, “Ai nostri tempi, specialmente in Europa, assistiamo a una specie di ‘snaturamento’ del Natale: in nome di un falso rispetto di chi non è cristiano, che spesso nasconde la volontà di emarginare la fede, si elimina dalla festa ogni riferimento alla nascita di Gesù. Ma in realtà questo avvenimento è l’unico vero Natale! Senza Gesù non c’è Natale: c’è un’altra festa, ma non Natale. E se al centro c’è lui, allora anche tutto il contorno, cioè le luci, i suoni, le varie tradizioni locali, compresi i cibi caratteristici, tutto concorre a creare l’atmosfera della festa. Ma se togliamo lui, la luce si spegne e tutto diventa finto, apparente”.

Che idea ha Valli del Pontefice? Come si può raffigurare Bergoglio come un seguace dello gnostico Marcione quando la critica allo gnosticismo è il cuore ignaziano del pensiero di Bergoglio? E’ il punto di vicinanza con la grande Estetica teologica di von Balthasar. Nel mio volume su Bergoglio, alle pp. 268-269, riporto un’affermazione del Papa: “Riguardo a Balthasar ricordo fortemente il capitolo dedicato ad Ireneo di Lione in Stili ecclesiastici. La sua posizione contro le due eresie che sempre sottolineo, lo gnosticismo e il pelagianesimo, è geniale. La critica di Ireneo allo gnosticismo è decisamente geniale. La sua estetica mi ha colpito molto”. Ireneo, l’autore del grande trattato contro gli gnostici, è un modello per Bergoglio.

Valli, dispiace dirlo, pur commentando quotidianamente i gesti di Francesco, sembra non conoscerlo. Vede il modernismo là  dove c’è semplicemente il cattolicesimo sociale. Non capisce che la novità dello stile e della prospettiva missionaria non implica affatto la svendita della tradizione. E’ quanto riconosce un autore non certo tenero con il Papa come Sandro Magister il quale scrive: “Papa Francesco è anche questo. Un papa che a tratti torna all’antico e ridice i precetti della Chiesa di sempre. Come non abortire. O per dirla con le sue parole agli stessi giovani di Torino: non ‘uccidere i bambini prima che nascano’. La grande stampa minimizza o tace, quando Francesco si distacca dall’immagine sua dominante, di pontefice permissivo sulle materie che fino a pochi anni fa la Chiesa definiva ‘non negoziabili’. Eppure sono fin troppe, almeno un centinaio, le volte in cui se n’è distaccato, anche in circostanze solenni come ad esempio a Strasburgo davanti al parlamento europeo, quando condannò la logica dello ‘scarto’, dell’eliminazione di tutte le vite umane che non sono più funzionali, ‘come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura’. È quella che lui usa definire ‘eutanasia nascosta’”.

Se Magister può riconoscere, nonostante le critiche che quotidianamente rivolge al Papa, che Francesco è aderente alla tradizione, che non ha rinunciato ai “valori non negoziabili”, perché Valli non se ne accorge? Perché gioca a fare del Papa il padrone del mondo, servo dei poteri del mondo, la cui opera è lo svuotamento delle chiese? Un modernista sul crinale dell’eresia. Questo non è serio, e nemmeno giusto. Un vaticanista, cattolico o meno, ha il dovere di documentarsi, di studiare il pensiero del Papa. Diversamente scrive favole che, rivolgendosi a lettori adulti, alimentano risentimenti, sospetti e denigrazioni.

in Il SUSSIDIARIO 30 dicembre 2017

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Riportiamo di seguito l’articolo citato del giornalista vaticanista Luigi Accattoli e relativo alle critiche mosse nei confronti di papa Francesco daAldo Maria Valli

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Bergoglio visto prima da sinistra e poi da destra. Lettera ad Aldo Maria Valli

Luigi Accattoli

Aldo Maria Valli scrivo a te per il conflitto su Francesco: è da un anno che ti tengo d’occhio zitto zitto perché diffido – come sai – dei dibattiti sulle opinioni. Ma seguendo il tuo blog Duc in altum e leggendo il tuo libretto 266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus P.P. (Liberilibri 2016) sono arrivato alla conclusione che le tue forzature documentali e interpretative non potevo più tollerarle. Farò tante citazioni: tutte sono da cercare in quel volumetto che indicherò come Libretto 266: essendo quello il numero d’ordine di papa Bergoglio nella successione dei vescovi di Roma.

Voglio dire Aldo Maria che qui – e anche in futuro – non starò a contestare i tuoi convincimenti ma farò dei segnacci sugli elementi informativi inappropriati che vai accumulando per accusare Francesco di non rendere il giusto “servizio alla verità” (Libretto 266, pagina 116), di muoversi con un pragmatismo che “rasenta il cinismo” (ivi 137), di portare la barca di Pietro a infrangersi “sugli scogli della modernità” (143), di “iscrivere la Chiesa al partito del relativismo” (172), di “mettere a rischio il munus docendi” (194).

Tre libretti a favore e uno contro

Ho riletto con impegno di schedatore i tuoi quattro libretti su Francesco: i tre a favore [I giorni della rivoluzione di Francesco e Con Francesco a Santa Marta, pubblicati da Ancora nel 2013 e nel 2014; Viva il Papa? che hai scritto in dialogo con Rodolfo Lorenzoni, per Cantagalli 2014] e quello, già citato, che rovescia gli argomenti a favore già lungamente covati.

Leggevo dunque con leggera vertigine le tante “perplessità” che rovesci sul povero papa nel Libretto 266, dove ne qualifichi l’insegnamento come reticente (pagina 27), incompleto, parziale, generico (pp. 39 e 83), riduttivo (41 e 122), problematico (43), vago (54), confuso (84), ingarbugliato (100), esagerato e avventato (118), spregiudicato (131), disorientante (144), superficiale (153 e 179), indeterminato (163), sconcertante (170).

Ero ammirato da tanti aggettivi squalificativi, quando ho letto il 6 gennaio nel tuo blog la stroncatura di due parlate papali riguardanti il dolore innocente: una del 15 dicembre 2016 e l’altra del 4 gennaio 2017, accomunate dall’affermazione che “la risposta [alla domanda su quel dolore] non c’è”, soltanto puoi stringerti al Crocifisso: “Il pianto, il dolore come Gesù in croce”. Parole per le quali io ero pieno di gratitudine mentre tu ne facevi strame, sostenendo che le risposte ci sono e che il papa tradiva il suo ruolo non facendole valere e parlando come parlano gli atei.

Ti iscrivevi con entusiasmo tra gli “amici di Giobbe”, che spiegano al poveretto la ragione dei suoi malanni, e le elencavi, le risposte, quelle del catechismo: che il male non viene da Dio ma dall’avversario e dal peccato e così via. E non c’era verso di farti intendere che quegli elementi di catechesi non costituivano in alcun modo una risposta al grido della creatura dolorante.

Ero due volte arrabbiato con te perché in una circostanza simile Benedetto aveva detto le stesse parole di Francesco: e cioè che “le risposte non le abbiamo” (22 aprile 2011). E di Benedetto avevo nel cuore le dolenti confessioni sullo stesso argomento fatte ad Auschwitz il 28 maggio 2006, e tu ed io eravamo là: “In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio”.

L’arte d’insegnare il credo agli apostoli

Ti ho interpellato dal mio blog rifacendomi all’autorità del papa teologo e tu replicavi che sì, non c’era dubbio, anche lui con quella risposta aveva tradito il “deposito”. La prontezza con cui insegnavi il credo agli apostoli mi ha aperto gli occhi: tu non sei perplesso, sconcertato, confuso per quello che dice e fa il papa attuale, ma anche per quello che dicevano e facevano i predecessori conciliari e in più occasioni li stronchi tutti insieme, o a due, o a tre per volta, a seconda delle materie, sempre con mirabile garbo, neanche avvertendo che le riserve che fai valere sull’argentino non possono non valere per il tedesco, o il polacco, o il bresciano, o il bergamasco, tutte le volte che hanno detto o fatto lo stesso.

Poniamo sul no al proselitismo, per il quale ti chiedi “che male c’è?” e che interpreti come rinuncia alla missione, che non è (pp. 96-98). Come se tu non sapessi che esistono una decina di documenti del dialogo ecumenico che dicono no al proselitismo, sottoscritti o autorizzati dai papi Wojtyla e Ratzinger, testi ai quali Francesco correttamente si attiene (per esempio La sfida del proselitismo e la vocazione alla testimonianza comune approvato nel 1995 dal Gruppo misto di lavoro del Consiglio ecumenico delle chiese e della Chiesa cattolica romana).

Sulla giornata di Lund: ti chiedi supercilioso “che cosa ci sia da commemorare per la Chiesa Cattolica” (p. 50) e di nuovo stronchi insieme Francesco e Benedetto: Francesco infatti è andato in Svezia a commemorare i 500 anni della Riforma perché il predecessore aveva accolto l’invito della Federazione Luterana mondiale a quel ricordo condiviso e aveva comandato al cardinale Kurt Koch di avviarne la preparazione.

“Uno schiaffo per Asia Bibi” è il titolo di un paragrafo della tua invettiva (pp. 119ss), come tu non sapessi che una sola parola del papa porterebbe all’esecuzione di quella condanna a morte. Ricordi Shahbaz Bhatti che difendeva Asia e che fu ucciso? Ricordi il fratello Paul? “Faccio appello ai mass-media perché, d’ora in poi, adottino un silenzio-stampa sul caso di Asia Bibi. E’ necessario per poter agire realmente per la salvezza della donna, lontano dai riflettori e dalle attenzioni dei gruppi fondamentalisti”: questo appello di Paul è dell’ottobre 2011 e Benedetto l’accolse e non nominò più Asia.

Il diritto a esistere dei cattolici di rito greco

Lamenti che negli appelli dopo gli attentati islamisti Francesco non nomina mai la loro matrice religiosa: ed è esattamente quello che facevano i predecessori. E sai quanto me come si espresse Giovanni Paolo II dopo l’11 settembre 2001, o Benedetto dopo la strage del capodanno 2011 in una chiesa copta di Alessandria d’Egitto.

“Pechino val bene un silenzio” (pp. 135ss) è un altro paragrafo che accusa di cinismo l’argentino perché non parla delle persecuzioni della Cina comunista contro i cristiani e i tibetani. Ma ben sai che con lo stesso sguardo incoraggiante al domani si erano espressi verso la Cina, nei decenni, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in analoghi appelli ai governanti di Pechino.

Alle volte l’urgenza di accusare Francesco si fa così impellente per te che arrivi ad artifici inimmaginabili nell’Aldo Maria che conoscevo prima della curva.

Parlando nel tuo Blog di Francesco e Kirill il 14 febbraio 2016 lamenti che i “prezzi” dell’abbraccio li abbia pagati solo Francesco e vedi malissimo il fatto che l’incontro sia avvenuto nel “triste aeroporto dell’Avana, senza alcun simbolo religioso”. Non trovasti interesse al fatto che nella dichiarazione comune il patriarca di Mosca riconoscesse il diritto a esistere delle comunità greco cattoliche inserite in popoli ortodossi e non vedesti che il colloquio dei due era avvenuto sotto a un maestoso Crocifisso e che il tavolo della firma era illuminato da una Vergine di Kazan in posizione principe.

Tu sei figli e io cinque

Sull’Amoris laetitia tu sei figli e io cinque non finiremmo di discutere. Ma qui mi fermo a un’affermazione di quadro: prima – e più volte a partire da pagina 63, con appello a Spaemann e Caffarra – drammatizzi sulle pericolose novità dell’esortazione, che comporterebbero inaccettabili cedimenti al relativismo; ma alla fine, e come per sovraccarico, concludi che “la montagna ha partorito il topolino” (pagina 83ss) e che le stesse “novità” di indirizzo per l’integrazione dei divorziati risposati e per l’accompagnamento delle coppie in situazioni problematiche sono solo apparenti, perché “tutto ciò avviene già da molto tempo” e dunque non c’era bisogno “di due Sinodi e di tante discussioni”.

Forse Aldo Maria si deve accordare con Valli? Se Francesco non dice nulla di nuovo come farà tanti danni?

Concludo con i valori non negoziabili, motto che Francesco con tuo scandalo non rivendica più. Ma tu ed io, già tranquilli elettori del Pd, non eravamo contrari a quel motto che fu del cardinale Ruini e di Papa Benedetto e nel quale vedevamo troppa intenzione politica? Tu eri più contrario di me e anche ne parlammo presentando a Milano il tuo libretto Scritti cattolici (Messaggero 2010), dove i “valori non negoziabili” sono criticati a pagina 260. In Viva il Papa? addirittura lodavi due volte Francesco per aver messo quel motto “nel cassetto”: alle pagine 90 e 110. Ma non è questo tuo scavalco che m’interessa bensì il lunare argomento con cui ti stracci le vesti.

Valori non negoziabili, ieri odiati e oggi rimpianti

Riferisci l’affermazione di Bergoglio intervistato dal “Corriere della Sera” il 5 marzo 2014: «Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili». Riferisci quelle parole e accusi il povero papa di “affermare che i valori sono sempre e comunque negoziabili” e di proclamare “la negoziabilità totale” (libretto 266, pp. 53-55). Cioè l’accusi del contrario di ciò che afferma: Aldo Maria, ho sempre ammirato la leggerezza argomentativa.

Continuerò a seguire la tua produzione antibergogliana. Quest’uscita la concludo con un riconoscimento: il libretto in cui stronchi Francesco è più interessante di quelli nei quali lo lodavi.