Archivio mensile:novembre 2017

Quattro studenti su dieci scelgono l’istruzione e la formazione professionale

INAPP – Public Policy Innovation

L’Istruzione e Formazione professionale (IeFP) segna un passo nuovo nell’anno formativo 2015-16: per 4 studenti su 10 diventa infatti la prima scelta per la prosecuzione degli studi con il 44,4% di iscritti 14enni al primo anno. Inoltre, si conferma un adeguato strumento di contenimento della dispersione formativa con il 55,6% degli iscritti provenienti da percorsi scolastici meno regolari. È quanto emerge dal Monitoraggio, giunto alla 15° edizione, realizzato da Inapp per conto del Ministero del Lavoro, illustrato oggi a Roma dal Sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba e dal Presidente dell’Inapp Stefano Sacchi e che verrà presentato integralmente giovedì 30 novembre a Verona, nell’ambito della manifestazione Job & Orienta assieme al XVII Rapporto sull’Apprendistato.

La partecipazione al Sistema IeFP conferma un trend in lieve diminuzione (-7mila unità) rispetto alle precedenti annualità. Nell’anno formativo 2015-16 si contano 322.322 iscritti, 308.328 (-2,6% rispetto al 2014-15) ai percorsi triennali, 13.994 ai percorsi di IV anno.

I Centri accreditati accolgono il 44,8% degli studenti, gli Istituti professionali di Stato registrano il 49,1% nei percorsi in sussidiarietà integrativa, mentre nella sussidiarietà complementare gli iscritti rappresentano il 6,1% del totale. Per quanto riguarda il genere, dal monitoraggio emerge che la IeFP è gradita prevalentemente dai maschi che rappresentano il 61,5% degli iscritti contro il 38,5% delle femmine.

Sono 18.979 le persone con disabilità, il 7% del totale, a conferma dell’inclusività del sistema IeFP e si conferma consistente la presenza di studenti di origine straniera con 42.595 unità (41.353 nel triennio e 1.242 al IV anno), pari al 13,3% del totale, anche se il loro tasso di partecipazione scende tra il triennio e il IV anno, perdendo 6 punti percentuali nelle Istituzioni formative e oltre 10 nella sussidiarietà. Tra gli stranieri si nota una preferenza per i percorsi della sussidiarietà complementare (22,8% di iscritti nel triennio), probabilmente dovuta anche alla robusta componente straniera nelle regioni che attivano tale tipologia di offerta.

Proprio sugli aspetti di diffusione e inclusività insiste il Presidente Sacchi, secondo il quale “i dati mostrano che l’istruzione e formazione professionale si caratterizza per la sua capacità di includere ragazzi e ragazze nel sistema formativo, consentendo una scelta reale e di qualità per molti di loro”.

Le risorse finanziarie impegnate per l’IeFP nel 2015 sono state di poco inferiori a 700 milioni di euro, mentre le somme effettivamente erogate hanno superato 654 milioni, con una crescita rispettivamente del 35,5% e del 34,5% rispetto all’anno precedente. Tale crescita deriva prevalentemente dalle quote nazionali del Ministero del Lavoro, che ha destinato 87 milioni di euro alla sperimentazione del sistema duale e delle risorse comunitarie. Il contributo più rilevante continua tuttavia ad essere stanziato dalle amministrazioni regionali e provinciali, che partecipano con il 36% delle risorse impegnate ed il 40% delle erogate.

Sul fronte dell’apprendistato, il cui monitoraggio è realizzato da Inapp in collaborazione con Inps, le anticipazioni offerte mostrano che nel 2016 il numero totale di soggetti coinvolti (stock medio) è di 381.526, pari al 12,4% degli occupati della fascia di età 15-29 anni. Il 42,4% degli apprendisti è donna.

Si attenua, dunque, la notevole perdita di contratti che si era verificata nel 2015 a causa dell’introduzione degli incentivi alle assunzioni per il contratto a tutele crescenti: sempre in termini di stock medio, infatti, si registra una diminuzione di -7,3 punti percentuali rispetto al 2015 quando la contrazione era del -7,9% rispetto all’anno precedente. Il Sud e Nord-Est hanno avuto variazioni negative più contenute di -4,8% e -5,1% rispetto al dato nazionale, mentre è il Centro che registra la flessione più alta nello stock di apprendisti con il -9,6% insieme al Nord-Ovest che si attesta al -8,9%.

Tra le tre tipologie di apprendistato, la forma professionalizzante continua ad essere quella di gran lunga più utilizzata, con il 96,5% sul totale.

La formazione ha complessivamente coinvolto nel 2015 134.067 apprendisti, di cui il 96,5% con contratto professionalizzante, l’11,8% in meno rispetto all’anno precedente. Scende al 32,6% il tasso di copertura, cioè il rapporto tra gli apprendisti formati e occupati, che nel 2014 era arrivato al 34,1%, il valore più alto dal 2003.

Gli interventi formativi per l’apprendistato professionalizzante hanno riguardato nella quasi totalità dei casi le competenze di base e trasversali. La formazione tecnico-professionale promossa dalle Regioni nel 2015 ha coinvolto un numero esiguo di apprendisti, meno di 1.000. I giovani che hanno completato l’impegno formativo, rispetto al totale degli apprendisti iscritti (tasso di completamento), sono stati l’88,4%, con un aumento complessivo pari a 8,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. I migliori livelli di performance si registrano nel Nord-Est dove il 96,3% degli apprendisti completa la formazione.

Il XV Rapporto IeFP e il XVII Rapporto Apprendistato  sono stati illustrati integralmente giovedì 30 novembre a Verona, nell’ambito della manifestazione Job & Orienta. In particolare, nel corso del convegno “#IMPARARE E #LAVORARE: I DATI INAPP SU APPRENDISTATO E IeFP”

Una scuola più severa e più esigente su preparazione. Risultati di un sondaggio

Giorgio Ragazzini

È stato intervistato un campione (800 casi) rappresentativo della popolazione italiana al di sopra dei 18 anni di età per genere, età, area di residenza.

  • Per il 67 % degli italiani la scuola è troppo poco severa riguardo alla condotta degli allievi;

  • il 68 % giudica sbagliata la recente abolizione della bocciatura per l’insufficienza in condotta;

  • il 59 % pensa che la scuola sia troppo poco esigente riguardo alla preparazione degli studenti;

  • il 75 % considera utili i compiti a casa;

  • circa il 50 % ha saputo che durante gli esami di Stato alcuni docenti chiudono un occhio su chi copia.

Dunque i risultati del sondaggio commissionato dal Gruppo di Firenze a Eumetra MR dicono che in grande maggioranza l’opinione pubblica non condivide gli orientamenti pedagogici che hanno caratterizzato, con rarissime eccezioni, le politiche scolastiche degli ultimi decenni.

Dall’orizzonte ministeriale è infatti sparito il valore dell’impegno, dello studio e dell’esercizio costanti (a scuola, ma anche a casa). La colpa dell’insuccesso sembra essere esclusivamente della scuola, di una didattica sbagliata, di un’insufficiente “personalizzazione” dell’apprendimento. Gli esami poi sono stati via via aboliti e i due rimasti (terza media e maturità) resi sempre meno impegnativi.

Quanto alla disciplina, cornice indispensabile dell’apprendimento, mai si è sentito un ministro parlare agli studenti di responsabilità, dei doveri che si accompagnano ai diritti, di rispetto delle regole. E gli insegnanti, come i dirigenti, mai sono stati sollecitati a farle rispettare con la necessaria fermezza. Frequenti anzi i messaggi in direzione opposta, come la recente abolizione del 5 in condotta (senza considerare casi clamorosi, come l’elogio delle occupazioni fatto da un sottosegretario o l’invito di un ministro agli studenti a ribellarsi a genitori e docenti).

Ovvie conseguenze: difficoltà di chi in classe cerca di contrastare, anche con sanzioni, i comportamenti scorretti; stress crescente tra gli insegnanti; danni molto seri alla preparazione degli studenti; progressivo scadimento del senso civico.

Ci auguriamo che questi dati possano aiutare i responsabili politici a correggere la rotta, sapendo di avere l’appoggio della maggioranza degli elettori; e facciano sentire meno soli gli insegnanti e i dirigenti che si battono per una scuola accogliente, sì, ma anche rigorosa.

In dettaglio i risultati del sondaggio

https://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2017/11/Sondaggio-Scuola_Diapo-1.pdf

in OrizzonteScuola, 30 novembre 2017

I nati fuori dal matrimonio disegnano una nuova Italia

Linda Laura Sabbadini

Nascite in calo. Oltre 100 mila in meno rispetto al 2008, 12 mila in meno rispetto al 2015. Dati durissimi. Dati annunciati. Crescono solo i nati fuori dal matrimonio e sono quasi un terzo del totale. La diminuzione delle nascite registrata dal 2008 è da attribuire interamente al calo dei nati all’interno del matrimonio. D’altro canto i matrimoni sono crollati dal 2008 al 2014: 53.000 in meno. Dal 2014 al 2016 crescono solo di 6000 unità. Il che vuol dire che abbiamo recuperato solo l’11% del crollo avvenuto.

Un recupero così piccolo potrà incidere poco sui livelli di fecondità. Ma se le nascite nel matrimonio diminuiscono, continuano a crescere quelle fuori dal matrimonio. Una crescita incessante, anno dopo anno che evidenzia che le libere unioni nel nostro Paese non sono più come in passato solo il modello di convivenza prematrimoniale, periodo di prova dell’unione, ma si stanno anche consolidando come forma di vita familiare che si affianca al matrimonio. Prima se si voleva avere i figli ci si sposava dopo aver convissuto.

Ora è normale averli anche all’interno della libera unione. E’ il segno di cambiamenti culturali e di costume. 141.757 i nati da genitori non coniugati nel 2016, oltre duemila in più rispetto al 2015. Il loro peso relativo è più che triplicato rispetto al 1995 e raggiunge il 29,9% dei nati nel 2016. La percentuale arriva a un terzo tra le coppie di italiani, al 37% tra quelle miste, al 17% tra quelle di soli stranieri.

Ma allora che cosa sta succedendo? Quali sono i motivi del calo? Il problema non è che non si vogliono avere figli. Solo l’1,8% delle donne da 18 a 49 anni che non hanno figli ha dichiarato di non avere come progetto di vita l’avere un figlio, praticamente nessuna. Il che vuol dire che ci sono ostacoli al trasformare i desiderio di avere figli in realtà. E’ l’effetto della crisi che ha colpito soprattutto i giovani che rimandano la formazione di una famiglia e la costruzione di una vita indipendente.

E’ anche l’effetto del lungo calo delle nascite che ha caratterizzato il nostro Paese. Se nel 1995 si è toccato il minimo della fecondità, quella generazione, come quelle degli anni successivi, a venti, trenta anni di distanza, non può che essere molto meno numerosa di quella nata 20,30, 40 anni prima. E anche se quelle donne avessero un ugual numero di figli delle generazioni precedenti, ciò non basterebbe a uguagliare il numero di nati degli anni passati. Dovrebbero in media fare molti più figli delle donne nate prima di loro. E invece succede il contrario. Le donne nate nei primi Anni 20 avevano in media 2.5 figli, quelle nate tra il 1945 e il 1949 ne avevano 2, quelle nate nel 1976 solo 1.4. Per di più, mentre all’inizio del calo della fecondità la riduzione avveniva soprattutto sul fronte dei figli di ordine superiore al primo, ora aumentano decisamente con il passare delle generazioni le donne che arrivano alla fine del periodo fecondo senza nessun figlio. L’11% del totale delle nate nel 1950 non ha avuto figli, il 13% di quelle nate nel 1960 e il 21% delle nate del 1976. Un vero tracollo a cui dobbiamo rimediare.

Dal 2012 diminuiscono, seppur lievemente (-7 mila), anche i nati con almeno un genitore straniero pari a poco più di 100 mila nel 2016 (21,2% del totale). Il calo maggiore si evidenzia per i nati da genitori entrambi stranieri, che nel 2016 scendono per la prima volta sotto i 70 mila. Il numero medio di figli per le donne straniere si colloca a 1,97, era 2,43 nel 2010. Una diminuzione molto accentuata. Le italiane arrivano a 1,26 contro 1,34 nel 2010. D’altro canto non dobbiamo meravigliarci. Oltre al naturale processo di convergenza dei comportamenti degli stranieri e degli italiani dovuto ad una maggiore integrazione nel nostro Paese, va sottolineato che gli stranieri hanno subito i colpi della crisi più degli italiani.

Inoltre la struttura per età delle donne straniere è più invecchiata che in passato e aumenta il peso di comunità come quelle dell’Est, e le stesse filippine e ucraine con minori livelli di fecondità. D’altro canto anche loro per effetto della crisi rinviano il momento della nascita dei figli e in questo momento anche più degli italiani sul primo figlio. Il calo di nati da stranieri rispetto al 2008 per il 70% dei casi è dovuto a primi figli. Per gli italiani era al 70% lo scorso anno e ora è sceso al 57%, dato sempre alto ma con piccoli segnali di recupero.

in “La Stampa” del 29 novembre 2017

Argentina. Processo Desaparecidos: 29 condanne all’ergastolo

Lucia Capuzzi 

Si è chiuso un processo “storico”. Gli imputati erano accusati aver partecipato alle torture, uccisioni e sparizioni, nella famigerata Esma durante gli anni della dittatura tra il 1976 e il 1983

I fiori sono dappertutto. All’entrata, vicino ai cancelli su cui sono appese le foto degli scomparsi. Di fronte al pesante portone di ingresso dell’ex Escuela Mecánica de la Armada (Esma), carcere clandestino-simbolo dell’ultima dittatura militare (1976-1983), ora trasformato in Centro per la memoria. E, dentro, in quelle che un tempo sono state le “stanze del dolore”: la Capucha – la soffitta dove venivano ammassati i prigionieri tra una sessione di tortura e l’altra – e l’infermeria, dove i detenuti venivano drogati con il pentotal prima di essere fatti salire sugli aerei per il viaggio senza ritorno.

Li hanno sistemati le mani di quanti questa notte l’hanno trascorsa a vegliare: parenti dei desaparecidos, superstiti di quell’era cruenta, attivisti e giovani decisi a custodire la memoria perché l’incubo non si ripeta nunca más (mai più). Impossibile dormire al termine di una giornata storica per l’Argentina. Dopo decenni di oblio, cinque anni di processo, oltre ottocento testimonianze dei sopravvissuti, il Tribunale federale numero cinque di Buenos Aires ha condannato i responsabili dell’orrore della Esma. In particolare gli autori e complici dei “voli della morte”, il perverso sistema per cui i prigionieri venivano caricati su velivoli non registrati e gettati, ancora vivi seppur malridotti dopo innumerevoli sevizie, nel Rio de la Plata. Sul banco degli imputati, 54 tra ex militari e civili accusati di crimini orrendi contro 789 persone. In realtà sono oltre 4mila i desaparecidos i cui corpi riposano nel grande fiume. Per la maggior parte, però, le prove dell’orribile fine sono ostaggio del “patto di silenzio” osservato dai vertici militari al termine del regime. E mai scalfito, a parte l’eccezione di Adolfo Scilingo, il cui racconto è stato fondamentale per arrivare al verdetto.

La sentenza è stata implacabile: 29 ergastoli, 19 condanne a pene detentive e quattro assoluzioni. Tra quanti resteranno in carcere a vita c’è l’ex capitano Alfredo Astiz, l’angelo biondo della morte, e Jorge El Tigre Acosta, già condannati in altri processi per crimini contro l’umanità. Entrambi hanno ascoltato il verdetto con tono sprezzanteAstiz ha ribadito il suo vecchio “leit motiv”: “Non chiederò mai perdono per aver difeso la patria”. Dal 2003, con l’abrogazione delle leggi di amnistia e indulto decisa su spinta del presidente Néstor Kirchner, l’Argentina ha potuto fare i conti con il recente passato. Al momento, 449 ex aguzzini sono in carcere, altri 553 agli arresti domiciliari e ci sono ancora 420 processi aperti nei tribunali. Il “processo Esma”, però, ha un forte valore simbolico, perché l’ha sono stati reclusi, brutalizzati e assassinati alcuni tra gli oppositori più noti. Dallo scrittore Rodolfo Walsh alla fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo, Azucena Villaflor. Il corpo di quest’ultima è riaffiorato dal Rio de la Plata e, dopo anni di sepoltura clandestina, è stato ritrovato, insieme a quello di suor Leonie Henriette Duquet – religiosa francese e attivista per i diritti umani desaparecida con la consorella Alicia Dumont proprio a causa di Astiz -, Maria Eugenia Ponce de Bianco, Angela Auad e Esther Ballestrino de Careaga.

Oggi, c’erano dei fiori freschi sulle loro tombe, nel giardino della chiesa di Santa Cruz, dove sono state sepolte nel 2005 grazie all’autorizzazione dell’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio. Papa Francesco ha più volte ricordato l’amicizia con Esther Ballestrino, sua responsabile nel periodo di tirocinante al laboratorio di analisi. Fu proprio Bergoglio a nascondere, come racconta Nello Scavo in “Bergoglio e i libri di Esther” (Città Nuova), durante la dittatura i libri “sovversivi” della donna.

in AVVENIRE giovedì 30 novembre 2017

Myanmar. I conflitti si risolvono con il dialogo

papa Francesco

Signora Consigliere di Stato, Onorevoli membri del Governo e altre Autorità, signor Cardinale, venerati fratelli nell’episcopato, distinti membri del Corpo diplomatico, Signore e Signori, esprimo viva riconoscenza per il gentile invito a visitare il Myanmar e ringrazio la signora consigliere di Stato per le sue cordiali parole.

Sono molto grato a tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per rendere possibile questa visita. Sono venuto, soprattutto, a pregare con la piccola ma fervente comunità cattolica della nazione, per confermarla nella fede e incoraggiarla nella fatica di contribuire al bene del Paese. Sono molto lieto che la mia visita si realizzi dopo l’istituzione delle formali relazioni diplomatiche tra Myanmar e Santa Sede. Vorrei vedere questa decisione come segno dell’impegno della nazione a perseguire il dialogo e la cooperazione costruttiva all’interno della più grande comunità internazionale, come anche a rinnovare il tessuto della società civile.

Vorrei anche che la mia visita potesse abbracciare l’intera popolazione del Myanmar e offrire una parola di incoraggiamento a tutti coloro che stanno lavorando per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo. Il Myanmar è stato benedetto con il dono di una straordinaria bellezza e di numerose risorse naturali, ma il suo tesoro più grande è certamente il suo popolo, che ha molto sofferto e tuttora soffre, a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e hanno creato profonde divisioni. Poiché la nazione è ora impegnata per ripristinare la pace, la guarigione di queste ferite si impone come una priorità politica e spirituale fondamentale. Posso solo esprimere apprezzamento per gli sforzi del governo nell’affrontare questa sfida, in particolare attraverso la Conferenza di pace di Panglong, che riunisce i rappresentanti dei vari gruppi nel tentativo di porre fine alla violenza, di costruire fiducia e garantire il rispetto dei diritti di tutti quelli che considerano questa terra la loro casa.

In effetti, l’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale può avanzare solo attraverso l’impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. La sapienza dei saggi ha definito la giustizia come la volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto, mentre gli antichi profeti l’hanno considerata come il fondamento della pace vera e duratura. Queste intuizioni, confermate dalla tragica esperienza di due guerre mondiali, hanno portato alla creazione delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo come base per gli sforzi della comunità internazionale di promuovere in tutto il mondo la giustizia, la pace e lo sviluppo umano e per risolvere i conflitti mediante il dialogo e non con l’uso della forza. In questo senso, la presenza del Corpo diplomatico in mezzo a noi testimonia non solo il posto che il Myanmar occupa tra le nazioni, ma anche l’impegno del Paese a mantenere e osservare questi principi fondamentali. Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune.

Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese. Le religioni possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione

delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto. Attingendo ai valori profondamente radicati, esse possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono. È un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani. Nel cercare di costruire una cultura dell’incontro e della solidarietà, essi contribuiscono al bene comune e pongono le indispensabili basi morali per un futuro di speranza e prosperità per le generazioni a venire.

Quel futuro è ancora oggi nelle mani dei giovani della nazione. I giovani sono un dono da amare e incoraggiare, un investimento che produrrà una ricca rendita solo a fronte di reali opportunità di lavoro e di una buona istruzione. Questo è un requisito urgente di giustizia tra le generazioni. Il futuro del Myanmar, in un mondo in rapida evoluzione e interconnessione, dipenderà dalla formazione dei suoi giovani, non solo nei settori tecnici, ma soprattutto nei valori etici di onestà, integrità e solidarietà umana, che possono garantire il consolidamento della democrazia e della crescita dell’unità e della pace a tutti i livelli della società. La giustizia intergenerazionale richiede altresì che le generazioni future possano ereditare un ambiente naturale incontaminato dall’avidità e dalla razzia umana. È indispensabile che i nostri giovani non siano derubati della speranza e della possibilità di impiegare il loro idealismo e i loro talenti nella progettazione del futuro del loro Paese, anzi, dell’intera famiglia umana.

Signora consigliere di Stato, cari amici! In questi giorni, desidero incoraggiare i miei fratelli e sorelle cattolici a perseverare nella loro fede e a continuare a esprimere il proprio messaggio di riconciliazione e fraternità attraverso opere caritative e umanitarie, di cui tutta la società possa beneficiare. È mia speranza che, nella cooperazione rispettosa con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, essi contribuiscano ad aprire una nuova era di concordia e di progresso per i popoli di questa amata nazione. Lunga vita al Myanmar! Vi ringrazio per la vostra attenzione e, con i migliori auguri per il vostro servizio per il bene comune, invoco su tutti voi le benedizioni divine di saggezza, forza e pace. Grazie.

( Discorso pronunciato durante l’incontro, svoltosi a Nay Pyi Taw, con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico del Myanmar).

«Bandire l’atomica, aprire le frontiere»

Luca Kocci

Appello ad una nuova resistenza contro chi minaccia di distruggere il pianeta e la convivenza fra i popoli, con due impegni prioritari: lottare perché gli Stati firmino il Trattato Onu per l’interdizione delle armi atomiche e perché sia attuato lo ius migrandi, ovvero «il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita».

Lo chiedono quattro premi Nobel per la pace: Adolfo Perez Esquivel (difensore dei diritti umani negli anni della dittatura militare in Argentina), Shirin Ebady (leader nella lotta per i diritti delle donne e delle bambine in Iran), Jodi Williams (promotrice abolizione mine antiuomo, presidente del Nobel Women’s Initiative) e Mairead Corrigan-Maguire (fondatrice con Betti Williams del Northern Ireland Peace Movement). E lo chiedono giuristi (Luigi Ferrajoli, Lorenza Carlassare, Ugo Mattei, Paolo Maddalena), uomini e donne di Chiesa che si richiamano al magistero di papa Francesco (il card. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli), attivisti per la giustizia e la pace (Luisa Morgantini, Riccardo Petrella, Giorgio Nebbia), artisti (Fiorella Mannoia, Moni Ovadia) e altri ancora.

Il documento (“Per un mondo non genocida, patria di tutti patria dei poveri”) è stato presentato ieri alla Camera dei deputati, in una conferenza stampa con Domenico Gallo, Raniero La Valle ed Enrico Calamai, lo “Schlinder argentino”, ex console italiano nell’Argentina dei generali.

Nel 1948 gli Stati adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Ma oggi si ragiona e si governa «come se quella scelta non ci fosse stata», si legge nell’appello. «Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Usa significa ammettere come ipotesi il genocidio; pretendere di rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come danno collaterale è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè genocida; incendiare il clima e devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame, e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio».

Una situazione che, spiegano i promotori, rende attuale quello che san Paolo descriveva come «il mistero dell’anomia», cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere di mettersi al di sopra di tutto. All’epoca si annunciava «una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione». Oggi quella resistenza va rilanciata.

in “il manifesto” del 30 novembre 2017

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TESTO DELL’APPELLO: PER UN MONDO NON GENOCIDA, PATRIA DI TUTTI PATRIA DEI POVERI

Alla fine della seconda guerra mondiale i popoli giudicarono la civiltà che li aveva portati a quella crisi, e si resero conto di come essa fosse avanzata nel tempo rendendosi più volte colpevole di razzismi aggressioni e genocidi. Nel 1948 essi adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, termine con cui si intendeva non solo lo sterminio di un intero popolo, ma tutti gli atti volti  “a distruggere in tutto o in parte” un gruppo umano come tale. Pertanto essi decisero di passare a una civiltà di popoli eguali senza più genocidio.

Oggi però si ragiona, si decide e si governa come se quella scelta non ci fosse stata. Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Stati Uniti significa infatti ammettere come ipotesi il genocidio di uno o più popoli o di tutti i popoli; pretendere di  rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come “danno collaterale”, è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè  genocida, poiché attenta alla vita di popolazioni intere, mettendole fuori mercato; continuare a incendiare il clima e a devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi,  fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame,  e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio. Queste pratiche, oltre che malvagie, sono contro ragione; infatti nessuna di esse va a buon fine, mentre scelte opposte sarebbero ben più efficaci e vantaggiose, possibili e politicamente capaci di consenso.

Riguardo al popolo dei migranti, un popolo fatto di molte nazioni, l’illusione di conservare la civiltà scartando pezzi di mondo è particolarmente infelice, perché  il rifiuto di accogliere e integrare migranti e profughi li rende clandestini, li trasforma in rei non di un fare, ma di un esistere. La conseguenza è che gli stessi Stati di diritto e di democrazia costituzionale tradiscono se stessi perché accanto ai cittadini soggetti di diritto concentrano masse di persone illegali, giuridicamente invisibili e perciò esposte a qualunque vessazione e sfruttamento, pur avendo tutti non solo lo stesso suolo ma lo stesso sangue.

Una tale situazione sembra evocare e rendere di attualità quello che agli albori del cristianesimo l’apostolo Paolo descriveva come “il mistero dell’anomia”, cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. In quella stessa intuizione delle origini  cristiane si annunciava però anche un “katécon”, una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione[1]  e impedito il trionfo della fine, aprendo la strada alla risoluzione della crisi.

Comunque si interpreti questa antica parola, noi avanziamo l’urgenza che dai popoli si esprima una tale resistenza, si eserciti questo freno, come già avvenne nel Novecento quando il movimento della pace in tutto il mondo, interponendosi in modo non violento tra i missili nucleari da un lato e l’umanità votata allo sterminio dall’altro, riuscì a ottenere il ritiro della  minaccia e a scongiurare la guerra atomica.

Due impegni prioritari

Due appaiono oggi gli impegni prioritari di questo resistere agendo[2]:

1 . Lottare perché le Potenze nucleari simultaneamente firmino e attuino il Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, cui già aderisce la maggior parte delle Nazioni;

2 . Lottare perché sia riconosciuto e attuato con politiche graduali e programmate il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita. Lo ius migrandi, uno dei primi “diritti naturali” proclamati dalla modernità, sarebbe il volano di un profondo rinnovamento economico e sociale, e il più incisivo artefice della nuova identità di una società mondializzata con una umanità finalmente unita e custode della Terra che le è data per madre.

Ciò che auspica questo appello è che tale visione del mondo e della civiltà di domani non solo sia enunciata come ideale, ma sia assunta come compito, diventi resistenza e azione, si faccia “movimento”.

 16 ottobre 2017
 

[1] “E ora sapete ciò che lo trattiene (katécon)”, 2 Tess. 2, 7-8.

[2] “Penserete esclusivamente ciò di cui risponderete agendo”, D.Bonhoeffer, Resistenza e resa, 1969, Milano, p. 235.

 

 

“Giovani, non abbiate paura di fare scompiglio e porre domande”

Andrea Tornielli

«Non abbiate paura di fare scompiglio, di porre domande che facciano pensare la gente. E non abbiate paura se a volte percepirete di essere pochi e sparpagliati. Il Vangelo cresce sempre da piccole radici».

L’ultimo appuntamento pubblico di Papa Francesco in Myanmar è un abbraccio corale con i giovani cattolici birmani. In tanti l’hanno atteso in silenzio per ore fuori dalla cattedrale di Santa Maria, attorno alle mura e nel giardino circostante. In tantissimi hanno pregato con lui all’interno. Sono presenti gruppi provenienti anche dalla Cambogia, dall’Indonesia, dal Vietnam, da Taiwan.

Avvolto nei paramenti rossi, nell’omelia, Bergoglio parla della gioia dell’annuncio evangelico: «Alcuni si chiedono come sia possibile parlare di lieti annunci quando tanti attorno a noi soffrono. Dove sono i lieti annunci quando tanta ingiustizia, povertà e miseria gettano ombra su di noi e sul nostro mondo? Vorrei, però, che da questo luogo uscisse un messaggio molto chiaro. Vorrei che la gente sapesse che voi, giovani uomini e donne del Myanmar, non avete paura di credere nel buon annuncio della misericordia di Dio, perché esso ha un nome e un volto: Gesù Cristo».

Dopo aver ricordato che chi soffre ha bisogno «delle vostre preghiere e della vostra solidarietà, ma anche della vostra passione per i diritti umani, per la giustizia e per la crescita di quello che Gesù dona: amore e pace», il Papa, parlando ai giovani «come padre (o meglio come nonno!», spiega: «Il nostro mondo è pieno di tanti rumori e distrazioni che possono soffocare la voce di Dio. Affinché altri siano chiamati a sentirne parlare e a credere in Lui, hanno bisogno di trovarlo in persone che siano autentiche, persone che sanno come ascoltare. È certamente quello che voi volete essere. Ma solo il Signore può aiutarvi a essere genuini; perciò parlategli nella preghiera». Francesco invita a i giovani a parlare ai Santi, «come sant’Andrea, che festeggiamo oggi. Era un semplice pescatore e divenne un grande martire, un testimone dell’amore di Gesù. Ma prima di diventare un martire, fece i suoi errori ed ebbe bisogno di essere paziente, di imparare gradualmente come essere un vero discepolo di Cristo. Anche voi, non abbiate paura di imparare dai vostri errori!». Il suggerimento è di condividere «con Lui tutto quello che avete nel cuore: le paure e le preoccupazioni, i sogni e le speranze».

Bergoglio chiede ai giovani birmani di «essere “discepoli missionari”, messaggeri del lieto annuncio di Gesù, soprattutto per i vostri coetanei e amici. Non abbiate paura di fare scompiglio, di porre domande che facciano pensare la gente. E non abbiate paura se a volte percepirete di essere pochi e sparpagliati. Il Vangelo cresce sempre da piccole radici. Per questo, fatevi sentire! Vorrei chiedervi di gridare, ma non con la voce, no, vorrei che gridaste con la vita, con il cuore, così da essere segni di speranza per chi è scoraggiato, una mano tesa per chi è malato, un sorriso accogliente per chi è straniero, un sostegno premuroso per chi è solo».

Ma essere inviati, precisa Francesco, significa «seguire Cristo, non precipitarsi in avanti con le proprie forze! Il Signore inviterà alcuni di voi a seguirlo come preti e a diventare in questo modo “pescatori di uomini”. Altri li chiamerà a diventare persone consacrate. E altri ancora li chiamerà alla vita matrimoniale, a essere padri e madri amorevoli. Qualunque sia la vostra vocazione, vi esorto: siate coraggiosi, siate generosi e, soprattutto, siate gioiosi!».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 30 novembre 2017

La sfida dell’alternanza scuola-lavoro

Claudio Gentili

L’alternanza scuola-lavoro è il principale strumento di collegamento tra mondo produttivo e sistema scolastico individuato dalla Buona Scuola che, già dal testo che ha presentato il disegno del legislatore nel settembre 2014, ha dedicato un intero capitolo al tema dell’occupabilità dei percorsi scolastici. La Legge 107/2015 ha reso obbligatorio un periodo di alternanza scuola-lavoro di almeno 400 ore nell’ultimo triennio degli istituti tecnici e professionali e di almeno 200 ore nei licei.

L’alternanza scuola-lavoro obbligatoria apporta tre cambiamenti nel panorama scolastico italiano: cambiamenti culturali, organizzativi, didattici. Sul piano culturale, abbatte le rigide barriere frapposte negli anni tra scuola e impresa, riafferma come obiettivo del sistema scolastico l’attenzione all’occupabilità, permette alla scuola di accrescere il suo prestigio e il ruolo socio-economico nel territorio e le fornisce un’opportunità per realizzare in concreto l’autonomia e per valorizzare gli insegnanti più aperti e motivati.

A livello organizzativo l’alternanza scuola-lavoro introduce una nuova relazione tra scuola e territorio che andrà a modi care sia la struttura della classe sia le interazioni tra uffici amministrativi della scuola e il mondo dell’extrascuola. Per extrascuola si intende l’insieme delle realtà economiche, sociali e culturali che costituiscono una vera e propria risorsa organizzativa per la scuola. Il più immediato elemento di novità organizzativa è il venir meno della centralità del “gruppo classe”: l’alternanza introduce metodologie organizzative che possono prevedere gruppi di studenti che non coincidono con il gruppo classe di tipo tradizionale. Viene meno anche la rigida ripartizione della giornata scolastica e, come accade all’università, non sono più i docenti a spostarsi nelle classi dove i ragazzi li attendono, ma sono i ragazzi a spostarsi nelle classi di storia, italiano o nelle classi che, all’interno di un laboratorio, fanno alternanza.

Ancora, l’alternanza presuppone un rapporto organico con l’extrascuola, attraverso l’individuazione di una nuova e specifica figura di riferimento: il responsabile dell’alternanza, che ha il compito di gestire il rapporto con le imprese e di coordinare i tutor scolastici che operano in stretto collegamento con i tutor aziendali. In ne, l’alternanza prevede la valorizzazione dei dipartimenti e dei Comitati Tecnico Scientifici come luoghi dove co-progettare, sul piano didattico e organizzativo, i percorsi di formazione e apprendimento all’interno di scuole e aziende.

Il più significativo cambiamento, seppur in prospettiva, è però di tipo didattico, e si può definire come il passaggio da una concezione quantitativa dell’insegnamento a una qualitativa, che cambia le modalità di trasmissione dei saperi. Lo studente non è più un contenitore da riempire di nozioni, ma un individuo in grado di sviluppare competenze spendibili sia nella vita privata che professionale, utilizzando al meglio le discipline. L’alternanza non deve essere considerata come un percorso di recupero per gli studenti meno dotati ma come un’opportunità formativa per tutti. La tecnologia ha permesso di superare la rigida distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e l’alternanza segna il punto di incontro tra queste due dimensioni, integrate nel percorso scolastico. L’esperienza di lavoro accresce la motivazione dei ragazzi, li aiuta a orientarsi per conoscere meglio le proprie vocazioni, permette di acquisire una visione di insieme delle logiche produttive e dei processi aziendali, sviluppa la cultura di impresa. Inserito in una “comunità di pratiche” lo studente individua nuovi aspetti della conoscenza legati alla relazione con gli altri, al contesto sociale e territoriale, al mondo dell’impresa e della produzione.

Le opportunità dell’alternanza scuola-lavoro e le questioni aperte

L’alternanza scuola-lavoro è una s da e una grande opportunità per gli studenti, perché è per loro una sorta di primo appuntamento che sarà indispensabile per orientarli verso il futuro e aiutarli a capire cosa vogliono fare ma, anche, chi vogliono essere. Il mondo del lavoro, in particolare l’impresa, è molto attento agli sviluppi dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria. Ci sono tuttavia delle criticità ancora irrisolte.

Ricordiamo che non si parte da zero: l’alternanza è stata introdotta dalla Riforma Moratti del 2003. Prima della Buona Scuola gli studenti che facevano alternanza provenivano soprattutto da istituti tecnici e istituti professionali. La novità vera riguarda di fatto soprattutto i licei. Prima della Buona Scuola i licei coinvolti nell’alternanza erano infatti poco più del 10% del totale: passare dal 10 al 100% non è certo operazione semplice da compiere in pochi anni, ma abbiamo delle tracce da seguire e che, intrapresa ormai questa strada, abbiamo il dovere di percorrere.

C’è bisogno di laboratorialità, di esperienze fuori dall’aula, di incontro con il mondo del lavoro. Anche i ragazzi del liceo classico hanno il diritto di conoscere la fabbrica: una comunità, non solo un luogo fisico, che può aiutare a orientarli verso il futuro. Abbiamo industrie straordinariamente interessate a giovani “umanisti”, si pensi a quella cinematografica e, più in generale, a quella dell’intrattenimento.

C’è un altro elemento interessante che va considerato tra le novità: è l’occasione per molte ragazze di conoscere più da vicino l’industria e, più in generale, l’impresa. Un’occasione per garantire, in prospettiva, pari opportunità nel mercato del lavoro. Le studentesse rappresentano la maggioranza nei licei classici, artistici, delle scienze umane e nei licei linguistici, un trend confermato anche dagli iscritti al primo anno del corrente anno scolastico: il 70% degli iscritti al liceo classico, al liceo artistico e al liceo delle scienze umane è donna, così come l’80% del liceo linguistico.

Addirittura si arriva al 93% di donne nei licei musicali. Nel liceo scienti co rappresentano il 50%. Mentre, al contrario, le iscritte donna negli istituti tecnici sono solo il 30%, poco più del 40% negli istituti professionali. Con l’obbligatorietà dell’alternanza anche nei licei si dà l’opportunità di formarsi lavorando a moltissime ragazze che non sarebbero altrimenti mai entrate in azienda, un passaggio fondamentale per il loro orientamento al lavoro.

In generale abbiamo una questione di fondo da affrontare: l’alternanza scuola- lavoro è un matrimonio senza marito. La moglie sarebbe la scuola, ma il marito, l’impresa, non sembra sullo stesso piano della scuola. L’impresa oggi ha una grande s da, ma per fare questo l’alternanza deve essere concepita non solo come una questione della scuola ma come qualcosa che abbia un partner, stessi diritti, analoghi finanziamenti, analoghi servizi. L’alternanza scuola-lavoro, sia prima che dopo la Buona Scuola, ha visto una fortissima domanda di formazione in impresa da parte delle scuole. Le imprese hanno risposto con entusiasmo: ben 56mila aziende italiane erano coinvolte in percorsi di alternanza prima della Legge 107, percorsi che hanno raggiunto poco più di 250mila studenti.

Ad oggi, con l’obbligatorietà dell’alternanza, secondo gli ultimi dati Indire sono 90mila le imprese che partecipano ai percorsi di alternanza, la maggior parte manifatturiere, che dovrebbero raggiungere un target di oltre 1 milione di ragazzi. Le imprese sono sempre in prima linea nei percorsi di alternanza: a oggi rappresentano oltre il 60% dei “soggetti ospitanti”. Eppure solo 1 studente su 3 riesce a fare un percorso di alternanza in azienda, perché comunque non ne abbiamo in numero sufficiente per coprire una domanda così forte. È necessario rendere più facile la partecipazione delle imprese ai percorsi, in particolare le piccole e medie imprese.

Le soluzioni operative per una alternanza “di tutti”

Per aiutare le imprese a essere più coinvolte nei percorsi di alternanza si deve agire su tre elementi chiave: formazione degli insegnanti, incentivi, cultura d’impresa.

Formazione degli insegnanti. È necessaria come primo passo una grande operazione di formazione dei docenti ai valori culturali dell’alternanza: in alcune realtà sono le stesse imprese che hanno ricevuto docenti in stage con risultati molto positivi.

È un punto fondamentale: l’insegnante che ha l’opportunità di perfezionare le sue competenze pedagogiche in azienda porta l’azienda in classe e aiuta la classe a capire meglio come muoversi quando entrerà in azienda. La formazione in alternanza dei docenti è ancora molto trascurata: è necessario organizzare più stage di docenti in impresa che, già prima della Buona Scuola, hanno permesso di registra- re grande interesse da parte delle scuole.

Incentivi. L’altro aspetto è più concreto: le imprese, specie le PMI, hanno bisogno di incentivi (economici o normativi) per essere coinvolte nelle fasi dell’alternanza che non si limitano a “ospitare” studenti, ma prevedono onerose attività di co- progettazione, gestione e anche co-valutazione; i tedeschi hanno introdotto incentivi per le imprese con il piano Hartz nel 2003 e oggi la disoccupazione giovanile in Germania è del 7%. In Italia siamo quasi al 40%.

Uno strumento potrebbe essere, a proposito di matrimoni, la “Dote Alternanza”, già sperimentata in Lombardia ma che può essere estesa come metodo al Paese: la Dote permette di riconoscere un contributo ai soggetti accreditati per le politi- che attive del lavoro per la fornitura di un pacchetto di servizi (sicurezza specifica, assicurazione e sorveglianza sanitaria, progetto formativo, tutorship aziendale, valutazione delle competenze acquisite in azienda) a favore delle imprese, in particolare a sostegno delle PMI, per agevolare l’inserimento di giovani in alternanza. Il contributo finanziario destinato agli operatori per le politiche attive è finalizzato alla realizzazione di attività di incrocio tra domanda e offerta e supporto alle PMI in tutte le fasi di programmazione, gestione e valutazione dell’alternanza, garantendo anche una maggiore coerenza delle esperienze formative in azienda con il percorso scolastico dello studente.

Cultura d’impresa. Un ultimo aspetto, ma non meno rilevante, riguarda la cultura d’impresa di questo Paese: siamo la seconda forza industriale manifatturiera d’Europa, esportiamo l’eccellenza del made in Italy in tutto il mondo, ma molti giovani non lo sanno. E non saperlo significa perdersi un’opportunità. Cominciamo intanto a dare i giusti messaggi: le imprese che non sono a caccia di talenti e che vogliono liberarsi del personale se esistono, e comunque sarebbero un numero residuale, sono destinate a scomparire, perché non sono in grado di competere.

Oggi si sta sul mercato solo con un capitale umano avanzato e dobbiamo tutti impegnarci a formarlo. A partire dalla scuola c’è bisogno di un atteggiamento nuovo nei confronti dell’impresa: fabbrica non è solo produzione, ma è formazione, innovazione, bellezza. In una parola: cultura. Più riusciremo ad aprire le porte delle nostre imprese ai ragazzi, più possiamo sperare di competere in un mondo che viaggia alla velocità supersonica di Industry 4.0.

Alternanza per l’employability dei percorsi scolastici, con uno sguardo agli ITS

L’alternanza scuola-lavoro obbligatoria ha anche un merito che ancora non abbiamo colto integralmente: avvicina gli studenti, gli insegnanti e tutti gli operatori della formazione al tema dell’occupabilità. L’employability è una missione che le scuole e il sistema di istruzione devono far propria. Preparare gli studenti al cambiamento tecnologico affinché lo governino e non lo subiscano, formare i ragazzi alle competenze del futuro che sono sempre più trasversali e di alto livello, mettere in contatto le nuove generazioni con le imprese che sono una finestra sul futuro che permette di conoscere il mercato del lavoro dei prossimi anni. Questa è l’occupabilità. La scuola con l’alternanza obbligatoria fa un salto in avanti molto significativo verso l’occupabilità. Ma abbiamo un canale del nostro sistema di istruzione, accessibile dopo il diploma di scuola superiore, che già oggi permette di vedere da vicino i risultati concreti di percorsi impostati sull’occupabilità e sul collegamento con le imprese: gli ITS.

Sono percorsi sconosciuti che spesso non sono nemmeno presentati agli studenti degli ultimi anni di scuola superiore. Eppure garantiscono un tasso di occupazione dell’80% a un solo anno dal diploma. Molto di più di alcune lauree sia triennali che magistrali. Gli ITS sono lo sbocco naturale per tutti quei ragazzi che, conoscendo l’impresa in alternanza, scelgono di continuare un percorso di professionalizzazione delle proprie competenze. La caratteristica peculiare degli ITS, oltre al fatto che durano 2 anni e garantiscono un titolo di studio di livello terziario (comparabile con l’università), è che le aziende sono protagoniste dell’offerta didattica e permettono ai ragazzi di formarsi nei luoghi in cui un giorno potranno lavorare.

Come mostrano gli ultimi monitoraggi Indire, gli ITS occupano moltissimi ragazzi in aree strategiche del nostro Paese: meccanica, agro-alimentare, moda, turismo. Il pro lo più richiesto in assoluto è quello di “tecnico superiore per l’automazione e i servizi meccatronici”, seguito da “tecnico superiore per la mobilità delle persone e delle merci”. Parliamo di settori chiave dell’Industria 4.0 dove la domanda delle imprese è molto alta. Una scuola e un sistema di istruzione più orientati all’occupabilità rispondono alla domanda delle imprese e aiutano i ragazzi a trovare lavoro.

Non possiamo pensare che la scuola si limiti a formare solo buoni cittadini. Non si è buoni cittadini senza un lavoro, senza la possibilità di mettere a frutto i propri talenti, senza l’opportunità di sviluppare le proprie vocazioni imprenditoriali e professionali. A tutto questo l’alternanza scuola-lavoro e gli ITS danno una risposta.

Alternanza: territorio di integrazione scuola-impresa

Se l’educazione è per sua natura multidisciplinare, o meglio si pone come punto

di sintesi delle scienze che la studiano, senza ignorare il ruolo dominante della pedagogia, a maggior ragione affrontare sul piano scienti co la proposta formativa dell’alternanza è impossibile se il punto di osservazione è troppo rigidamente ancorato ai saperi scolastici.

Con l’alternanza la scuola si apre all’extrascuola, all’umanesimo tecnologico, al dialogo con l’impresa. Per questo progettare e valutare l’alternanza in modo non dilettantesco o approssimativo, così come definire e formare il tutor scolastico e il tutor aziendale, richiede la collaborazione di più soggetti. Più in generale l’alternanza costituisce una occasione preziosa di cross fertilization e un vero e proprio “territorio di integrazione” tra scuola e impresa.

Attraverso l’alternanza l’azienda acquisisce maggiore consapevolezza dei suoi fabbisogni formativi, aggiorna e qualifica le proprie esigenze formative, viene in qualche modo vivacizzata dalla dimensione creativa del pensiero che hanno i ragazzi. Dal canto suo la scuola può avere un efficace riscontro sulla coerenza delle competenze sviluppate con l’effettiva domanda di competenze delle imprese, e di conseguenza può ripensare e migliorare la sua proposta formativa e il piano di studi.

Atlantide 2.2017 ISSN1825-2168

 

Nord Corea nel club delle potenze atomiche

Fabio Carminati

Il principio della deterrenza è semplice: una volta dimostrato di essere in grado di colpire, l’avversario ne prende atto ed è consapevole che qualsiasi sua azione comporterà una reazione pari se non superiore da parte dell’avversario. E quindi si raggiunge lo stallo. Questa situazione è ormai vicina al raggiungimento. Questa notte il leader nordcoreano Kim Jong-un ha dichiarato che il suo Paese ha raggiunto l’obiettivo “storico” di diventare uno Stato nucleare. Il commento del dittatore è stato affidato alla presentatrice televisiva che appare solo nelle grandi occasioni, Ri Chun-Hee. Era stata ancora lei a sancire con il quinto esperimento atomico il raggiungimento, quasi completo, dell’obiettivo di miniaturizzazione delle bombe in modo tale da collocarle come testate dei missili balistici intercontinentali. Il lancio “controllato” dello Hwasong-15 verso il Giappone – che si stima abbia una portata di 13mila chilometri, duemila in più della distanza che separa Pyongyang da Washington – era il passo che ancora mancava al governo comunista per raggiungere il pieno “pareggio negoziale”, come lo chiamano i mediatori: due posizioni simili dalle quali intessere accordi con pari potere negoziale. E che, soprattutto, garantiscono la “sopravvivenza” al regime comunista.

È quello che è sempre mancato a Pyongyang, a partire da quando fermò nel 2008 il reattore di Yongbyon (poi riattivato) in cambio di aiuti da parte degli Stati Uniti: intesa ben preso naufragata. O le promesse successive fatte al governo di Pechino, ormai sempre meno in grado di controllare il “bambinone di Pyongyang” come spesso lo definisce l’entourage di consiglieri militari del presidente statunitense Donald Trump. Ma Kim ora sembra “cresciuto”, non per la minaccia che può portare, ma per il suo livello. La bomba era in grado di usarla per anni: con il principio del muoio io e tutti quanti gli altri, poteva compiere la follia e cancellare dalla faccia della terra l’intera Penisola coreana. Ma ora, come da tempo osservano gli analisti più acuti, paradossalmente la situazione è più statica, controllabile: ormai è nelle condizioni di trattare, ben consapevole che le sue minacce sono ben comprese ora dalle cancellerie occidentali.

Questo, se da un lato consente a Pyongyang, di entrare ufficialmente a far parte dell’”esclusivo” club delle potenze atomiche (accanto a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, India, Pakistan e Israele), dall’altro dovrebbe però limitarne anche l’incontrollabilità. Cosa che, nonostante i proclami e i voli dei bombardieri invisibili lungo il 38esimo parallelo, sa benissimo anche Trump. Come lo sa benissimo la Cina di Xi o la Russia di Putin. Convitati a un tavolo negoziale, che ormai (si spera), sembra sempre più inevitabile.

In Avvenire mercoledì 29 novembre 2017

 

Dialogo e collaborazione tra cattolici e buddisti nell’interesse del bene comune

papa Francesco

(…) Il nostro incontro è un’importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e rispetto tra buddisti e cattolici. E’ anche un’opportunità per affermare il nostro impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna. Non solo in Myanmar, ma in tutto il mondo le persone hanno bisogno di questa comune testimonianza da parte dei leader religiosi. Perché, quando noi parliamo con una sola voce affermando i valori perenni della giustizia, della pace e della dignità fondamentale di ogni essere umano, noi offriamo una parola di speranza. Aiutiamo i buddisti, i cattolici e tutte le persone a lottare per una maggiore armonia nelle loro comunità.

In ogni epoca, l’umanità sperimenta ingiustizie, momenti di conflitto e disuguaglianza tra le persone. Nel nostro tempo queste difficoltà sembrano essere particolarmente gravi. Anche se la società ha compiuto un grande progresso tecnologico e le persone nel mondo sono sempre più consapevoli della loro comune umanità e del loro comune destino, le ferite dei conflitti, della povertà e dell’oppressione persistono, e creano nuove divisioni. Di fronte a queste sfide, non dobbiamo mai rassegnarci. Sulla base delle nostre rispettive tradizioni spirituali, sappiamo infatti che esiste una via per andare avanti, una via che porta alla guarigione, alla mutua comprensione e al rispetto. Una via basata sulla compassione e sull’amore.

Esprimo la mia stima per tutti coloro che in Myanmar vivono secondo le tradizioni religiose del Buddismo. Attraverso gli insegnamenti del Buddha, e la zelante testimonianza di così tanti monaci e monache, la gente di questa terra è stata formata ai valori della pazienza, della tolleranza e del rispetto della vita, come pure a una spiritualità attenta e profondamente rispettosa del nostro ambiente naturale. Come sappiamo, questi valori sono essenziali per uno sviluppo integrale della società, a partire dalla più piccola ma più essenziale unità, la famiglia, per estendersi poi alla rete di relazioni che ci pongono in stretta connessione, relazioni radicate nella cultura, nell’appartenenza etnica e nazionale, ma in ultima analisi radicate nell’appartenenza alla comune umanità. In una vera cultura dell’incontro, questi valori possono rafforzare le nostre comunità e aiutare a portare la luce tanto necessaria all’intera società.

La grande sfida dei nostri giorni è quella di aiutare le persone ad aprirsi al trascendente. Ad essere capaci di guardarsi dentro in profondità e di conoscere sé stesse in modo tale da riconoscere le reciproche relazioni che le legano a tutti gli altri. A rendersi conto che non possiamo rimanere isolati gli uni dagli altri. Se siamo chiamati ad essere uniti, come è nostro proposito, dobbiamo superare tutte le forme di incomprensione, di intolleranza, di pregiudizio e di odio. Come possiamo farlo? Le parole del Buddha offrono a ciascuno di noi una guida: «Sconfiggi la rabbia con la non-rabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l’avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità» (Dhammapada, XVII, 223). Sentimenti simili esprime la preghiera attribuita a San Francesco d’Assisi: «Signore, fammi strumento della tua pace. Dov’è odio che io porti l’amore, dov’è offesa che io porti il perdono, […] dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov’è tristezza che io porti la gioia».

Possa questa Sapienza continuare a ispirare ogni sforzo per promuovere la pazienza e la comprensione, e per guarire le ferite dei conflitti che nel corso degli anni hanno diviso genti di diverse culture, etnie e convinzioni religiose. Tali sforzi non sono mai solo prerogative di leader religiosi, né sono di esclusiva competenza dello Stato. Piuttosto, è l’intera società, tutti coloro che sono presenti all’interno della comunità, che devono condividere il lavoro di superamento del conflitto e dell’ingiustizia. Tuttavia è responsabilità particolare dei leader civili e religiosi assicurare che ogni voce venga ascoltata, cosicché le sfide e i bisogni di questo momento possano essere chiaramente compresi e messi a confronto in uno spirito di imparzialità e di reciproca solidarietà (…).

(INCONTRO CON IL CONSIGLIO SUPREMO “SHANGA” DEI MONACI BUDDISTI, 
Kaba Aye Centre (Yangon), Mercoledì, 29 novembre 2017)

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MEETING WITH THE SUPREME SANGHA COUNCIL OF BUDDHIST MONKS

(…) It is a great joy for me to be with you.  I thank the Most Venerable Bhaddanta Dr Kumarabhivamsa, Chairman of the State Sangha Maha Nayaka Committee, for his words of welcome and for his efforts in organizing my visit here today.  In greeting all of you, I express my particular appreciation for the presence of His Excellency Thura Aung Ko, Minister for Religious Affairs and Culture.

Our meeting is an important occasion to renew and strengthen the bonds of friendship and respect between Buddhists and Catholics.  It is also an opportunity for us to affirm a commitment to peace, respect for human dignity and justice for every man and woman.  Not only in Myanmar, but also throughout the world, people need this common witness by religious leaders.  For when we speak with one voice in affirming the timeless values of justice, peace and the fundamental dignity of each human person, we offer a word of hope.  We help Buddhists, Catholics and all people to strive for greater harmony in their communities.

In every age, humanity experiences injustices, moments of conflict and inequality among peoples.  In our own day these difficulties seem to be especially pronounced.  Even though society has made great progress technologically, and people throughout the world are increasingly aware of their common humanity and destiny, the wounds of conflict, poverty and oppression persist, and create new divisions.  In the face of these challenges, we must never grow resigned.  For on the basis of our respective spiritual traditions, we know that there is a way forward, a way that leads to healing, mutual understanding and respect.  A way based on compassion and loving kindness.

I express my esteem for the all those in Myanmar who live in accord with the religious traditions of Buddhism.  Through the teachings of the Buddha, and the dedicated witness of so many monks and nuns, the people of this land have been formed in the values of patience, tolerance and respect for life, as well as a spirituality attentive to, and deeply respectful of, our natural environment.   As we know, these values are essential to the integral development of society, starting with its smallest but most essential unit, the family, and extending through the network of relationships that bring us together – relationships rooted in culture, ethnicity and nationality, but ultimately in our common humanity.  In a true culture of encounter, these values can strengthen our communities and help to bring much needed light to wider society.

The great challenge of our day is to help people be open to the transcendent.  To be able to look deep within and to know themselves in such a way as to see their interconnectedness with all people.  To realize that we cannot be isolated from one another.  If we are to be united, as is our purpose, we need to surmount all forms of misunderstanding, intolerance, prejudice and hatred.  How can we do this?  The words of the Buddha offer each of us a guide: “Overcome the angry by non-anger; overcome the wicked by goodness; overcome the miser by generosity; overcome the liar by truth” (Dhammapada, XVII, 223).  Similar sentiments are voiced in a prayer attributed to Saint Francis of Assisi: “Lord, make me an instrument of your peace.  Where there is hatred, let me sow love.  Where there is injury, let me bring pardon…  Where there is darkness, let me bring light, and where there is sadness, joy”.

May that wisdom continue to inspire every effort to foster patience and understanding, and to heal the wounds of conflict that through the years have divided people of different cultures, ethnicities and religious convictions.  Such efforts are never solely the purview of religious leaders, nor are they the competence of the state alone.  Rather, it is the whole of society, all those present within the community, who must share in the work of overcoming conflict and injustice.  Yet it is the particular responsibility of civil and religious leaders to ensure that every voice be heard, so that the challenges and needs of this moment may be clearly understood and confronted in a spirit of fairness and mutual solidarity. (…)

(MEETING WITH THE SUPREME SANGHA COUNCIL OF BUDDHIST MONKS, Kaba Aye Centre (Yangon), Wednesday, 29 November 2017)