Archivio mensile:ottobre 2017

Perché i giovani non ascoltano più gli adulti

Lucetta Scaraffia

Perché i nostri figli, ma più in generale i giovani, non ci ascoltano più? Da molte parti si stanno alzando voci che denunciano l’interruzione di quella trasmissione di saperi, valori, insegnamenti e principi morali fra le generazioni che aveva sempre assicurato una tenuta morale e culturale del tessuto sociale. E naturalmente anche della tradizione cristiana: tanto è vero che il tema sarà al centro del prossimo sinodo.

Nel libro Riprendiamoci i nostri figli (Marsilio) Antonio Polito ha avuto il coraggio di uno sguardo attento e impietoso sul mondo dei giovani, che conosce attraverso tre figli di età molto diverse. Con l’idea giusta che prima di decidere che fare bisogna capire bene cosa sta succedendo, e soprattutto bisogna individuare le forze che stanno lavorando per portare via i figli da quel progetto di trasmissione che sta al cuore di ogni percorso educativo.

Certo, un problema è quello della piramide demografica rovesciata, che vede al centro delle attenzioni di varie generazioni di adulti pochi giovani, giovani che non conoscono l’eguaglianza, non hanno mai sperimentato la fratellanza, perché non hanno fratelli. Da lì deriva la diffusione rapida del male del secolo, il narcisismo, e questo fa sì che siamo di fronte a una generazione che rivela una estrema sensibilità verso i rimproveri, perché non è abituata a essere criticata.

E oggi spesso a rimproverare è rimasta solo la famiglia, mentre un tempo le regole di disciplina erano le stesse a scuola, in famiglia, in parrocchia, in pubblico, ovunque ci fossero adulti che vigilavano. Oggi la famiglia che rimprovera è sola, perché per essere considerati buoni genitori, buoni insegnanti, buoni preti, è necessario ricevere l’approvazione dei ragazzi. La scuola non sa più richiedere e ottenere impegno e preparazione proprio quando è richiesto un certo grado di preparazione culturale per non rimanere intrappolati nella ridda dei lavori precari e sottopagati. Ma ogni percorso di studi che impone sforzo e dedizione è svalutato, e «basta contrapporre la ricerca della felicità e dell’autorealizzazione alle regole e agli obblighi del rendimento di studi, e il gioco è fatto» commenta l’autore.

Questo si traduce in un tragico impoverimento del linguaggio, che l’uso della rete trasforma in parole mozze, segnali, disegni: l’effetto di tutto ciò è profondo perché, scrive l’autore, significa «il rifiuto del linguaggio in sé, considerato e vissuto come una prigione, che viene sostituito con forme di comunicazione più stringate, più brutali, più povere». E tali diventano i rapporti, anche quelli amorosi.

I giovani vivono e comunicano solo emozioni, e rivendicano il diritto a una straordinaria fragilità emotiva. In tutto questo il grande assente, oltre alla ragione è il libero arbitrio, cioè la capacità di discernimento: nel loro universo morale sembra non esserci spazio per la responsabilità individuale, perché non c’è libertà, ma solo biologia. Il dominio dell’istinto sembra prevalere su tutto, per una sopravvalutazione di una malintesa idea di autenticità. Fin da bambini, in questa assenza di discernimento, cedono immediatamente a tutte le lusinghe di una pubblicità on line che li raggiunge ormai per vie indirette, nei social e nei giochi, cercando di modellare i loro gusti fin dall’infanzia.

Fra i prodotti desiderati che Polito individua come più difficili da gestire vi è infatti lo smartphone, che «rende i nostri figli incontrollabili», non solo perché del tutto svincolati da ogni possibile sorveglianza, ma anche sempre più lontani: sono infatti «dappertutto e contemporaneamente sempre tra di loro».

Per non parlare dei numerosi e loquaci cattivi maestri che da tutti i media li tranquillizzano dicendo che esistono droghe leggere non dannose che si possono prendere senza timore. In questo difficile mondo nuovo, dove la tradizione è percepita solo come un ingombro da cui liberarsi, i genitori secondo Polito sono stati abbandonati anche dalla Chiesa. Che come tutti i rappresentanti degli adulti, in parte è scesa troppo sul loro terreno, in parte è troppo lontana e impreparata nei confronti del loro mondo.

E così i giovani non trovano più risposta a quell’anelito al grande, all’ideale, al mistero che sentono vivo al loro interno. Ma al quale non basta rispondere con il volontariato, con la morale, con frasi generiche che vanno bene per tutti. Per farsi ascoltare bisogna sapere bene a chi si parla, e ritrovare autorevolezza e forza, ritrovare lo spirito per farli emergere da una realtà che li umilia.

in Osservatore Romano 31 ottobre 2017

A ciascuno il suo Lutero

Alberto Melloni

Aveva quarantacinque anni Lucas Cranach in quella fine ottobre del 1517. S’era guadagnato una prima fama dipingendo a Vienna crocifissioni originalissime, come quella del 1503 (ora a Monaco), con i condannati posti attorno a Maria e Giovanni. Dal 1505 era entrato a servizio dei principi elettori di Sassonia a Wittenberg: la “città” (duemila anime) in cui Federico il Saggio voleva far nascere un suo ateneo e dove era stato chiamato, poco dopo di lui, Martin Luder, monaco agostiniano, prima professore di etica e poi di sacra scrittura, autore di commentari biblici importanti. Figura inquieta e travolgente a cui viene attribuito un gesto che è entrato nell’immaginario collettivo: l’affissione, esattamente 500 anni fa, delle 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Un gesto mai avvenuto: Lutero non prese il martello né i chiodi, non numerò le tesi, e non affisse proprio nulla; semplicemente sollevò in una serie di punti, in una disputa accademica, il tema della disgustosa compravendita delle indulgenze che svenava la Germania e minacciava la fede.

Un appello ai dotti e agli ecclesiastici, che però, dopo pochi anni, assunse nella leggenda la forma eroica dell’affissione e della sfida. Una scena immaginaria che altri artisti hanno ritratto, e che è diventata cinema con Joseph Fiennes (quello di Shakespeare in love, per intenderci) protagonista di Luther (2003). Un’iconografia fasulla opposta alla quale c’è la ritrattistica di Cranach (e dopo di lui dei suoi figli), diventati i gestori dell’“immagine” di Lutero nei dipinti: da quello dal fondo immobile in cui spiccano lo sguardo e le occhiaie del riformatore a quello funebre che lo ritrae morto, con la faccia gonfia e la testa sprofondata nel cuscino su cui si spense trentuno anni dopo l’inizio di quella che tutti, a buon diritto, chiamano “la” Riforma.

Ecco perché adesso — ancora una volta, come a ogni celebrazione — il ricorrere dell’anniversario di quella svolta condita di leggenda interroga la coscienza delle chiese, la storiografia e la cultura: ponendo una di fronte all’altra le letture di quell’uomo, crinale e cerniera di mondi ed epoche. E ancora oggi, nel cinquecentesimo anniversario di quell’inizio la “cosa” Lutero domanda una interpretazione alla quale non sfugge nessuno: sia chi sa tutto di Lutero, sia chi ne sa niente, sia chi è a mezza via. Forte, fortissima è la tendenza a leggere Lutero come l’inventore della modernità e delle sue libertà.

Era la tesi dei suoi nemici e lo è stata per tanto tempo dentro il confessionalismo cattolico: dove appunto si dava del protestante come un insulto a tutto ciò che sembrava dotato di una dose di libertà e di coscienza di sé superiore a quella accettabile dal bigottismo ideologizzato. Ma è stata anche la linea di un apprezzamento sincero per il monaco che, cercando di spogliare dagli orpelli la vita di fede, è stato posto all’inizio di una età della soggettività.

Sono i sostenitori di questa tesi che nella frase detta da Lutero davanti all’imperatore ragazzino Carlo V a Worms, col rischio di diventare l’ennesimo arrosto di riformatore — «qui io sto e non posso far diverso, amen» — notano che l’unica parola ripetuta era appunto io: un “io” nuovo, distante da quello del Quattrocento. È questo Lutero che a differenza di Colombo, partito per il nuovo mondo in cerca dell’oro necessario a fare la crociata su Gerusalemme e incappato in un continente sconosciuto, avrebbe invece scoperto, come scrive l’ultimo bel lavoro di Adriano Prosperi, il continente della libertà. Falso? Assolutamente no: perché Lutero è personaggio così grande da portare e sopportare anche il rischio dell’eccesso di interpretazione. Così come è in grado di reggere e sorreggere la discussione sul suo essere l’ultimo dei medievali e il primo dei moderni, che vede dibattere in Germania i tre “tenori” della storiografia luterana, il grande storico berlinese Heinz Schilling (intervistato lo scorso giugno su queste pagine), Thomas Kaufmann e Volker Leppin. Ed è anche in grado di resistere alla insopportabile semplificazione che vede incarnata nella figlia del pastore Kasner (la cancelliera Angela Merkel) una cultura politica ispirata al rigore “luterano”, e in noi, terroni europei, una “cattolica” inclinazione all’autoindulgenza.

In realtà proprio le dimensioni teologiche, politiche, culturali di Lutero, domandano e impongono una lettura più profonda: che cerchi di capire non solo a cosa Lutero è “servito”, o a cosa si vorrebbe fosse “servito”. Ma cosa Lutero è stato e ha voluto essere: cioè un cristiano che in un mondo pronto ad accontentarsi di Erasmo e delle sue svenevoli finezze, ha travolto tutto ponendo davanti la fede, la scrittura, la grazia nella loro nudità. Con la durezza insopportabile di una persona insopportabile: insopportabilmente violento, insopportabilmente antiebreo, insopportabilmente ardente. Ma che dentro tutto questo ha portato una attesa di salvezza che ha cambiato il mondo e ha trascinato nella riforma anche il grande antagonista papista: perché, pur nella condanna e nel rifiuto, il papato dopo Lutero non è più stato quello di prima e ha dovuto iniziare una ricerca di autenticità evangelica di cui noi forse oggi vediamo non un approdo ma un frutto. Oltre le tante maschere resta il nocciolo duro del personaggio: un cristiano deciso a porre la scrittura e la grazia davanti a tutto.

in “la Repubblica” del 31 ottobre 2017

Il siciliano del «vietato lamentarsi» che ha conquistato Francesco

Alfio Sciacca

Da quando quel cartello è apparso sulla porta dell’appartamento privato di papa Francesco, nella residenza di Santa Marta, è scattato una sorta di contagio virale. Anche se in questo caso i Social c’entrano poco. Piuttosto è stata la reazione del Papa nel corso dell’udienza dello scorso 14 giugno in Piazza San Pietro a innescare qualcosa di imprevisto. Quel cartello che il Papa ha voluto venisse affisso alla porta del suo appartamento contiene un’esortazione secca: «Vietato lamentarsi». E a seguire: «I trasgressori sono soggetti a una sindrome da vittimismo con conseguente abbassamento del tono dell’umore e della capacità di risolvere i problemi. Smettila di lamentarti e agisci per cambiare in meglio la tua vita». In barba agli stereotipi che vogliono i siciliani campioni nazionali di piagnisteo l’idea è di Salvo Noè, 47 anni, psicologo di Acireale (Catania), che sul tema ci ha scritto pure un libro. Assieme al cartello li ha donati al Papa quella mattina di giugno raccogliendo un riscontro inaspettato. «Ancora oggi mi viene la pelle d’oca — racconta —. Appena lo ha letto il Santo Padre mi fa tatto un gran sorriso. Poi ha cominciato a fare domande. Prima di andar via gli ho mostrato anche il braccialetto con la stessa scritta. “Mettimelo al polso” mi ha detto. E io, emozionatissimo, gli ho preso la mano per mettergli il braccialetto tra la curiosità dei presenti che non capivano cosa stese accadendo. Un’emozione indescrivibile».

Ma la sorpresa arriva qualche settimana dopo quando un anziano prelato in visita al Santo Padre si incuriosisce per quell’inconsueto cartello e chiede se può fotografarlo e renderlo pubblico. In pochi giorni quel «Vietato lamentarsi» comincia diventare virale. E col passare dei giorni accende la curiosità persino di alcuni giornali stranieri. «Continuo a ricevere richieste per avere questo cartello da ogni parte d’Italia e dall’estero. Ormai è stato tradotto in varie lingue». In più, («su esortazione del Papa») Noè ha rimesso mano al suo libro che a breve sarà pubblicato da «San Paolo Editore».

Insomma una scommessa partita dalla patria del vittimismo e andata ben al di là delle sue intenzioni. «Io sapevo che questo è un tema molto caro a Francesco, ancor prima che diventasse Papa — spiega Noè —. In tantissimi suoi interventi pubblici lui ci sprona a non adagiarci sulla lamentazione. In particolare c’è una sua omelia, a Pasqua del 2013, in cui dice che le lamentele fanno male al cuore». Noè, oltre ad insegnare all’Università di Enna è consulente dell’Arma dei carabinieri e della Finanza per i quali tiene corsi motivazionali.

Ma come è nata l’idea? A un siciliano poi? «Proprio perché sono siciliano —si illumina— . Sin da piccolo sono cresciuto in un contesto in cui era imperante il detto popolare “lamentati per stare bene”. Un vero paradosso. In pratica se non ti lamenti stai male. Ad un certo punto mi son detto: non può andare così, bisogna provare a cambiare questo modo di vedere il mondo. Da li è cominciato tutto, nel lavoro e anche nel privato».

La ricetta per battere il vittimismo? «Non si tratta di ricette. La questione è che tutti noi, non solo i siciliani per la verità, ci concentriamo troppo sul problema e poco sulle soluzioni. Va ribaltato l’approccio e se lo facciamo ci rendiamo conto che molto spesso una soluzione ai problemi la si trova. La vita ti chiede, per quelle che sono le tue possibilità, di agire e non di adagiarti sul vittimismo. Penso che questo sia anche l’insegnamento che ci arriva da papa Francesco».

in “Corriere della Sera” del 31 ottobre 2017

Torna in Italia il fisico che ha visto il respiro dei buchi neri: «Qui c’è tutto»

Marzio Bartoloni

Non solo fughe. Ma anche ritorni importanti. Perché l’Italia, anche nella bistrattata ricerca, possiede oasi che attraggono i migliori cervelli, come quello degli studi sullo spazio e la fisica. Lo dimostra la storia di Francesco Tombesi, il giovane astrofisico che ha conquistato la copertina della rivista Nature per la prima osservazione del respiro dei buchi neri, che ha deciso di di tornare in Italia dove fa ricerca e insegna all’università Tor Vergata di Roma. «Qui ci sono tutte le infrastrutture e le collaborazioni che mi servono, sono contento di essere tornato, all’Italia manca solo un po’ di fiducia in se stessa », avverte Tombesi che si è appena aggiudicato il premio Aspen 2017 per la ricerca scientifica tra Italia e Stati Uniti.

La ricerca sul “respiro” dei buchi neri 

Come nella migliore tradizione dei giovani cervelli italiani Tombesi, nato a Montecassiano 35 anni fa, dopo un dottorato a Bologna, si è trasferito nel 2010, a 28 anni, negli Usa per lavorare al Goddard Space Flight Center della Nasa e all’Università del Maryland. Il giovane ricercatore marchigiano, con il suo team di scienziati, si è conquistato due anni fa la copertina della prestigiosa rivista Nature con il titolo «Growing in the wind», descrivendo la straordinaria storia di un buco nero supermassiccio al centro della galassia IrasS F11119 che sferza l’ambiente circostante con venti fino a un quarto della velocità della luce, smorzando la formazione stellare. Il tutto a 2,3 miliardi di anni luce da noi. Questa sua ricerca realizzata con un team di 6 scienziati («è nata davanti alla macchina del caffè con un collega che faceva ricerche in un altro settore») ha aperto la strada alla possibilità di capire come i buchi neri contribuiscano a formare nuove stelle e quindi a rinnovare le galassie con le quali coesistono. Dopo quella pubblicazione «i nostri risultati sono stati confermati da molti altri gruppi in tutto il mondo e adesso si stanno osservando altre galassie. Sappiamo inoltre – spiega – che i buchi neri sono un laboratorio per studiare le leggi fisiche in condizioni estreme. Studiandoli potremmo scoprire nuove leggi fisiche».

Andata e ritorno in Italia 

Proprio nel momento di maggior fama Tombesi ha deciso di tornare in Italia, con il programma ministeriale Rita Levi Montalcini per il rientro dei cosiddetti «cervelli in fuga». Ora, dopo un triennio come ricercatore, potrà ottenere la cattedra da professore associato a meno di 40 anni. La sua scelta non è però legata a una semplice nostalgia per il suo Paese di nascita: «Ho scelto Tor Vergata e il suo Dipartimento di Fisica dove sono tornati altri due ricercatori sempre con il programma Montalcini perché qui – spiega Tombesi al Sole 24 Ore – ci sono le competenze e tutte le condizioni per continuare al meglio la mia ricerca. Nel campus universitario dove lavoro ci sono anche strutture dell’agenzia spaziale italiana e di quella europea oltre l’istituto di astrofisica, mentre l’osservatorio astronomico è qui vicino». Alla cerimonia di premiazione erano presenti oltre al vice presidente di Aspen Lucio Stanca che ha ricordato come il premio giunto al secondo anno è nato per «rafforzare la collaborazione fra Italia e Stati Uniti» anche il Nobel per la Fisica Samuel Ting, la responsabile del Direttorato della Nasa per l’esplorazione spaziale Colleen Hartman, il fisico Luciano Maiani e il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Roberto Battiston. Che ha ricordato come la ricerca aerospaziale italiana sia all’avanguardia e possa contare anche su risorse importanti, con il piano stralcio del Governo sulla space economy da 1 miliardo.

in Sole 24 Ore 30 ottobre 2017

 

Basta armi nucleari. Tra Kim e Trump la mediazione di papa Francesco

Luca Kocci

Mentre la tensione fra Corea del nord e Stati Uniti resta alta, e Kim Jong-un e Donald Trump paventano il ricorso all’atomica, la Santa sede organizza in Vaticano per il 10-11 novembre un convegno internazionale dal titolo “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” a cui parteciperanno 11 premi Nobel per la pace (fra cui Beatrice Fihn, direttrice dell’Ican, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), i vertici di Onu, Nato e gli ambasciatori di molti Stati, fra cui gli Usa. «Ma è falso parlare di una mediazione da parte della Santa sede» fra Nord Corea e Stati Uniti, precisa il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke.

Del resto la preparazione dell’iniziativa da parte del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale era cominciata ben prima dell’aumento della temperatura fra Pyongyang e Washington ed aveva l’intenzione di sostenere l’adozione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (lo scorso 7 luglio con il voto di 122 Paesi), del Trattato sul divieto delle armi nucleari. Un accordo per la cui firma papa Francesco si era speso direttamente, scrivendo a Elayne Whyte Gómez, che guidava i negoziati. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza in questo mondo multipolare del XXI secolo, come il terrorismo, i conflitti asimmetrici, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scriveva Francesco.

Le preoccupazioni aumentano «quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio», senza considerare «lo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano». Pertanto, concludeva il papa, «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario». Quello per il disarmo è un terreno sul quale l’impegno di Francesco è stato sempre netto, senza le contraddizioni che si notano in altri campi. Sabato scorso, all’apertura della Settimana sociale dei cattolici, a Cagliari sul tema del lavoro, ha puntato il dito contro quei «lavori che nutrono le guerre con la costruzione di armi», incassando il sostegno del presidente di Pax Christi, mons. Ricchiuti, che ha ricordato «le fabbriche che proprio qui in Sardegna producono bombe che poi l’Italia vende tranquillamente all’Arabia Saudita impegnata da anni a bombardare lo Yemen. I lavoratori sono in una sorta di ricatto, proprio per la mancanza di lavoro».

Proprio sul fronte italiano, ci sono due iniziative nate dal mondo cattolico di base.

  • La prima del movimento Noi Siamo Chiesa che ha promosso una lettera aperta al card. Bassetti, presidente della Cei, perché i vescovi – sempre in prima linea sui “valori non negoziabili” – incoraggino i cattolici alla mobilitazione affinché l’Italia firmi il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Onu (il nostro Paese non l’ha votato, allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici, i grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, il Parlamento ne ha discusso «in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse la sua posizione»).

  • La seconda da parte dei delegati della diocesi di Iglesias alla Settimana sociale (dove ha sede il Comitato riconversione Rwm, la fabbrica che vende le bombe all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen) che in una petizione pubblica chiedono al premier Gentiloni, in questi giorni in visita anche in Arabia, che «si adoperi per fermare immediatamente l’invio di quegli ordigni» e «per la riconversione della fabbrica a produzioni civili, con piena salvaguardia dell’occupazione».

in “il manifesto” del 31 ottobre 2017

Un’Italia in movimento alla ricerca di una nuova identità

Dario Di Vico

C’erano una volta le Tre Italie. Quelle raccontate dalle analisi degli Anni 80, nate da un decentramento produttivo che portava oltre il classico triangolo industriale. Oggi, però, quello schema non funziona più. Meglio: va rinnovato del tutto. Non è più l’impresa da sola a segnare il cambiamento del territorio: l’economia moderna è flusso di persone e di merci, storia di vite mobili. Professionisti, studenti, pensionati e prodotti corrono lungo nuove traiettorie. E ridisegnano il volto del Paese. Al centro di questo mutamento ci sono le città: vere post-metropoli per le quali è determinante la capacità di attrarre quei flussi. Con infrastrutture — un tempo i comitati locali chiedevano facoltà universitarie, oggi si battono per avere la fermata dell’Alta velocità —; con imprese che vivono di export; con il traino rappresentato dalla cultura.

C’erano una volta le Tre Italie, uno schema e un’analisi innovativa che mostrò come il tradizionale dualismo della società italiana si fosse arricchito. Non c’erano più solo il Nord e il Sud ma una nuova formazione insieme geografica e sociale centrata sulla piccola impresa. Erano i tempi di sociologi ed economisti come Arnaldo Bagnasco e Giacomo Becattini che seppero individuare un nuovo cuore manifatturiero, una modernizzazione del Paese dei mezzadri e dei coldiretti e un nuovo paradigma di crescita. Siamo negli anni 80 e il decentramento produttivo che interessa le Marche, l’Emilia, la Toscana e il Veneto ci porta oltre il classico triangolo industriale imperniato sulla grande azienda privata (torinese e lombarda) e le altrettanto significative aziende pubbliche (milanesi e liguri). Rappresentava un passaggio importante del ‘900 industriale e le sue trasformazioni spiegavano il mutamento dell’Italia, lo riassumevano. Aiutavano a capire anche qualcosa di più sul legame tra il familismo e il fare impresa, una combinazione che avveniva in uno spazio intermedio tra mercato e tradizione.

Oggi è cambiato quasi tutto, l’economia moderna ha visto mutare vorticosamente i meccanismi di funzionamento. Non è più l’impresa da sola a segnare il cambiamento del territorio. Lo sviluppo (e l’evoluzione) delle società locali viene determinato da fattori nuovi. Può essere un’infrastruttura, un polo universitario-formativo, un ecosistema innovativo ma può essere anche un’offerta culturale o persino uno stile di vita. Al centro di questo cambiamento i geografi come Paolo Perulli segnalano il crescente peso delle città. Sono delle post-metropoli, come sostiene il libro «Oltre la metropoli» e come documenta un Atlante web.

I flussi

La parola chiave di questa nuova dimensione è flussi, qualcosa di spontaneo ma anche un termometro che segnala i comportamenti dei tanti. Un’economia di individui che come l’acqua si muovono a seconda delle pendenze. Nessuno sta fermo: gli studenti si spostano alla ricerca della giusta offerta formativa, chi cerca lavoro si sposta e i mercati del lavoro locali sono delle astrazioni statistiche, persino i pensionati se ne vanno dalla città per scegliere soluzioni più congeniali, i talenti del Sud abbandonano le zone d’origine, i distretti si allungano ed entrano nelle catene internazionali del valore. L’economia moderna è flusso di persone e di merci, è storia di vite mobili. E un’altra parola-chiave è «attrattività». La capacità di determinare e attrarre i flussi.

Le città

Qualcuno le vedeva morte e c’è stata anche una fase in cui i residenti fuggivano. Si preferiva usarle ma viverne a debita distanza. In fondo erano «solo» una fabbrica di servizi, necessari ma costosi. Le città però hanno risposto allungandosi, alcune diventando delle piccole regioni, altre grazie all’alta velocità rafforzando i legami di prossimità, altre nel Sud hanno aumentato la densità abitativa. Questi mutamenti hanno impattato sulla cultura e la selezione della classi dirigenti.

Le città del Centro Italia sono state sempre a circolazione delle élite ristretta e hanno sacrificato talenti e risorse, oggi le vite mobili le rimettono in gioco. Basta vedere il cambiamento della figura del pendolare e il tragitto più lungo che percorre. «Ma ci sono anche differenti tipi di città. Le città-corridoio, le città-giardino, le città-villaggio» spiega Perulli. La Grande Crisi non ha modificato molto la residenza degli italiani, niente di paragonabile all’America che vede territori che si spopolano e grandi migrazioni interne. In fondo l’effetto più vistoso è quello dei giovani andati oltrefrontiera, ma non hanno desertificato le zone di provenienza, sono solo usciti dalla famiglia-parcheggio. Gli ultimi dati, riferiti al censimento 2011, segnalavano un addensamento attorno a Roma e la crescita di comuni-satellite come Fiumicino o Ardea. Dati più recenti prevedono che entro poco tempo Milano possa salire a 1,4 milioni di abitanti. Resta però il tradizionale assetto policentrico: solo 6 città italiane sono sopra i 500 mila abitanti e solo 15 sopra i 200 mila. In questo siamo più simili alla Germania che a Francia e Inghilterra. Da noi Milano e Roma pesano poco meno del 10% del Pil. I flussi in questo contesto sono un tentativo dal basso di adeguarsi ai mutamenti dell’economia post-Crisi, più nervosa, meno prevedibile, persino schizofrenica.

Le imprese

Oggi se volessimo usare una figura geometrica per raffigurare il sistema delle imprese dovremmo ricorrere al trapezio, non più alla classica piramide. Il lato orizzontale alto è dato dalle medie imprese, molte delle quali multinazionali tascabili e il lato basso dalla piccola dimensione nonostante i colpi subiti dalla crisi, manca il vertice perché troppo poche sono le grandi. «Ma se nelle Tre Italie era il contoterzismo il fattore unificante — spiega Marco Baldi del Censis — ora la competizione è cambiata, la crisi ha finito per esaltare le nostra capacità di esportare oltre le aspettative, i distretti si sono allungati alla ricerca dei fornitori migliori e sono stati capaci di inserirsi nelle catene globali del valore capaci di servire il polo del lusso francese o l’automotive tedesco». Domani l’asticella si alzerà ancora con il 4.0 e la necessità di entrare nelle piattaforme digitali delle aziende madri. Nel frattempo le nostre multinazionali tascabili sono riuscite a conservare il legame con il territorio ad Alba come ad Agordo, a Parma come a Stezzano. Il flusso delle merci è ricominciato a testimonianza della ripartenza della produzione industriale al Nord e al Centro. Tutti i dati sul traffico dei Tir in autostrada mostrano un incremento a due cifre in un anno, molto più del Pil, e riconfermano il peso del trasporto su gomma in Italia. La nuova frontiera dell’e-commerce accentuerà il flusso di merci e ridisegnerà ancora più drasticamente gli insediamenti nel territorio. Sarà forse il polo logistico di San Giovanni, vicino a Piacenza, la nuova Mirafiori degli anni Dieci?

Le infrastrutture

Una volta i comitati locali nascevano per chiedere una facoltà universitaria oggi sorgono per la fermata dell’Alta Velocità. E sicuramente i treni veloci hanno ridisegnato le relazioni tra Torino e Milano — supplendo a quanto i progetti Mi-To non erano riusciti a determinare — e l’intera dorsale che sempre da Milano porta a Napoli. La mobilità celere tra le città ha inciso sulle professioni terziarie rimodellando i mercati del lavoro pregiato e l’esempio di Reggio Emilia Mediopadana che ha ottenuto la fermata intermedia ha generato più tentativi di imitazione di quelli subiti dalla Settimana Enigmistica . Ma non tutte le opere infrastrutturali hanno lo stesso impatto sulla società sottostante e comunque devono uniformarsi a una logica di costi-benefici. Una volta il parametro decisivo era il tempo che si risparmiava nel percorrere quel tratto, oggi le considerazioni sono più ampie e anche di tipo sociologico.

L’analisi di Andrea Boitani, economista dei trasporti è che al territorio «servono più le tante bretelle che mancano per sbottigliare il traffico e migliorare la vita delle persone e far sì che il beneficio finisca agli individui» che opere faraoniche spesso mal concepite.

L’amministrazione

Per due stagioni distanti tra loro abbiamo pensato che le Regioni rappresentassero la quadratura del cerchio, era opinione comune sia negli anni 70 sia ai tempi del federalismo trainato dalla Lega che il decentramento istituzionale servisse a cucire la società italiana. La prima volta le sinistre spinsero in quella direzione convinte che dal basso potessero affermarsi pratiche di buongoverno e che le nuove classi dirigenti potessero misurarsi con la cultura del fare. Poi il federalismo leghista ci ha illuso che fosse possibile responsabilizzare le società politiche locali e gli elettori con una cultura del rigore e della spesa del tutto nuova. Non è andata così e oggi le Regioni non sono certo all’apice della popolarità e messe davanti all’esigenza di governare/accompagnare i flussi reali faticano. Il professionismo politico si è arricchito di nuove figure come i governatori ma l’organizzazione economica è andata da tutt’altra parte. La legge Delrio sulle città metropolitane e l’unione dei Comuni così come i referendum per l’autonomia voluti da Roberto Maroni e Luca Zaia non si sono rivelati finora le scarpe giuste per il piede dei «flussi».

Per chiudere c’è almeno un altro comparto che merita di essere incluso in questa riflessione: il turismo. La Grande Crisi non ha intaccato la forza delle nostre tre grandi porte d’ingresso (Roma, Firenze e Venezia) anzi ne ha visto aggiungersi una quarta (Milano) e oggi ci pone addirittura il problema di frenare i flussi con il numero chiuso. Ma in parallelo abbiamo assistito alla valorizzazione di città intermedie che negli ultimi 10-15 anni hanno saputo costruire una loro attrattività di territorio giocando su più tavoli e creando occasioni che sono andate al di là della dotazione ereditata. Un museo, un festival sono riusciti a modificare flussi e alla rendita turistica storica hanno affiancato una creazione di valore contemporaneo. In definitiva quando i territori sono riusciti a produrre un nuovo genius loci il successo è stato pieno ma si tratta pur sempre di eccezioni, la regola per ora è un’altra: la vecchia identità dei territori è tramontata sepolta dai guasti del localismo e la nuova ancora non è nata.

Corriere della Sera – 17 settembre 2017 – pagina 1

 

CAOS CATALOGNA/ I rischi economici dentro e fuori la Spagna

Giuseppe Pennisi

Cosa significa per l’Unione europea e per l’Italia la dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Catalogna? L’aspetto principale non è economico, ma politico. Lo sottolinea con acume Michael Goldfard, direttore del podcast dedicato alle analisi storiche Frdh, in un lungo articolo pubblicato sul New York Times di sabato 28 ottobre. Goldfard si chiede “cosa è una Nazione nel ventunesimo secolo?”. Il referendum sul futuro della Catalogna è avvenuto poche settimane dopo quello sulla Regione irachena del Kurdistan. Esiti simili, Erbil ha dichiarato l’indipendenza e Baghdad ha inviato i carri armati. All’indomani del referendum in Catalogna, gli indipendentisti corsi hanno indicato la loro volontà di seguire una strada analoga per separarsi della Francia. Poche settimane fa, il Veneto e la Lombardia hanno votato per una maggiore autonomia, specialmente in materia tributaria. Nei cinque anni successivi al crollo del muro di Berlino, i Lander della Germania orientale sono stati lieti di farsi acquisire da quelli della Germania occidentale e di diventare sempre più simili a questi ultimi, la Cecoslovacchia si è pacificamente divisa in due Stati indipendenti nati da negoziati tra i differenti gruppi, la Jugoslavia, invece, è diventata sette Stati, dopo una lunga guerra e lo spargimento di molto sangue.

Terminate le guerre ideologiche (giunti, direbbe Francis Fukuyama, alla “fine della storia”), il concetto di Stato-Nazione creato da Francesco Primo di Francia nel Cinquecento dovrebbe essere rivisto, e con esso quello di federazione e confederazione. Solamente gli Stati Uniti d’America non hanno ancora questo problema, perché dalla fine della Guerra di secessione si considerano “una Nazione indivisibile alla guida del mondo” e sono il melting pot di varie identità. Il problema ce l’hanno in Africa, dove le frontiere tra i differenti Stati sono state tracciate da quelle che allora erano le “Grandi Potenze” coloniali. Lo hanno in Asia dove si stanno risvegliando, un po’ dappertutto, tensioni identitarie e anche tribali.

È questo il quesito principale da porsi e se lo dovrebbe porre anche e soprattutto l’Unione europea: se il concetto di “Nazione” si appanna, si appanna ancora di più quello di entità “sovranazionale” con lo spappolamento dell’edificio costruito dal Trattato di Roma in poi. Indubbiamente, i metodi possono essere ben differenti: in modo negoziato come la separazione tra Repubblica Ceca e Repubblica Slovacchia e come la Brexit (ben analizzata nel volume “Brexit: la sfida” di Daniele Capezzone e Federico Punzi, uscito in questi giorni) o con uno strappo (come gli eventi della Catalogna che tutti si augurano non arrivino alle dimensioni della dissoluzione della Jugoslavia). Tuttavia, se non si risolve il ruolo del significato di Nazione nell’era dell’integrazione politica internazionale resta monco un discorso principalmente economico del significato della possibile scissione (mi auguro negoziata) della Catalogna dal resto della Spagna.

Barcellona e la sua regione pesano per il 19% del Pil iberico. Insieme a Lombardia, al tedesco Baden-Württemberg e alla regione francese della Rhône-Alpes, la Catalogna è considerata uno dei quattro motori d’Europa. Ossia le regioni più industrializzate e più dinamiche del continente. Trainano, come locomotive, le economie dei loro Stati. Ed è questa una delle carte che il governo catalano ha giocato per giustificare il referendum sull’indipendenza: l’autosufficienza economica.

Ove non si giunga a una soluzione negoziata dopo gli avvenimenti di questi ultimi giorni, quali conseguenze potrà avere la scissione sull’economia iberica? Barcellona è la capitale industriale della Spagna. Il suo Prodotto interno lordo vale circa un quinto del totale spagnolo: 223,6 miliardi di euro nel 2016 su un totale di 1.120 miliardi. Il peso dell’export è ancora più incisivo: 65,1 milioni di euro su 254,5 milioni. In Catalogna, d’altronde, Nissan e Seat hanno insediato le loro fabbriche di automobili e settemila aziende straniere hanno aperto i loro uffici locali. E la città della Sagrada Familia è una delle mete turistiche più frequentate al mondo. A gennaio il ministro del Turismo spagnolo ha dichiarato che nel 2016 la Catalogna ha accolto 17 milioni di visitatori in una regione in cui risiedono stabilmente 7,5 milioni di persone. Nella regione di Barcellona, ad esempio, la disoccupazione è a un tasso del 13,2% (quasi la metà del resto della Spagna).

La Generalitat de Catalunya ha, però, un pesante debito, da cui sta uscendo lentamente e che potrebbe esplodere in caso di uscita dell’Ue e dall’Eurozona. Per il ministro spagnolo dell’Economia, Luis de Guindos, l’indipendenza potrebbe costare alla Catalogna un tracollo del Pil dal 25% al 30%. I risultati del referendum hanno incrementato lo spread tra i titoli di stato spagnoli a dieci anni, i Bonos, e il parametro di riferimento europeo, i Bund tedeschi. La distanza è di 119 punti base. Un documento pubblicato da Bloomberg nei giorni scorsi consiglia gli investitori di disfarsi di titoli spagnoli. Quindi, ci perdono tutti.

Di fatto, dal punto di vista economico, perderebbero entrambe. La Catalogna si ritroverebbe isolata dall’Ue e potrebbe perdere gran parte delle multinazionali. La Spagna sarebbe privata della sua economia più dinamica, con tutte le conseguenze sulla competitività internazionale e sulla tenuta dei conti pubblici. In queste ore le banche spagnole stanno perdendo quota in Borsa. A mio avviso, l’Ue (e il Governo italiano) non dovrebbero minacciare di non riconoscere la Catalogna come entità statuale, ma spingere per una soluzione negoziata come la Brexit e la scissione della Repubblica Cecoslovacca.

in Il Sussidiario 30 ottobre 2017

 

Turismo, 2016 da record: 403 milioni di presenze

Il 2016 è stato un anno di forte crescita del movimento turistico in italia: gli esercizi ricettivi registrano il massimo storico di circa 403 milioni di presenze (+10 milioni sul 2015, pari a +2,6%) e 116,9 milioni di arrivi (+3,5 milioni, pari a +3,1%), consolidando così la ripresa che già aveva iniziato a manifestarsi nei due anni precedenti. Lo rileva l’Istat nel suo “Movimento turistico in Italia”. Dati che consolidano la ripresa, avviata l’anno precedente, e che sembrano trovare ulteriore conferma in quelli, incompleti e provvisori, del 2017.

Negli esercizi alberghieri le presenze sono circa 267,7 milioni e gli arrivi 90,3 milioni (rispettivamente +1,8% e +1,4% sull’anno precedente); la permanenza media, pari a 2,97 notti per cliente, è in crescita, seppur di poco, rispetto all’anno precedente (era 2,95). Negli esercizi extra-alberghieri si contano 135,3 milioni di presenze (+4,2% rispetto al 2015) e 26,7 milioni di arrivi (+9,5%), con una permanenza media di 5,07 notti (-0,26 sull’anno precedente). Le presenze negli esercizi ricettivi dei clienti residenti in italia sono 203,5 milioni, quelle dei non residenti 199,4 milioni (rispettivamente +1,6% e +3,5% rispetto al 2015).

Nel 2016 si stima che i viaggi per vacanze rappresentino circa l’86% di quelli effettuati dai residenti in italia negli esercizi ricettivi nazionali (+19,6% sul 2015). Il restante 14% è rappresentato dai viaggi di lavoro (-4,0%). Il 40,3% delle presenze registrate in italia si concentra in 50 comuni italiani, che assorbono da soli quasi un terzo delle presenze della clientela residente e quasi la metà di quelle dei non residenti.Roma rimane la meta più gettonata con oltre 25 milioni di presenze (6,3% del totale nazionale).

Seguono, molto più distanziate, Milano (2,7 per cento) e Venezia (2,6 per cento). Gli aumenti più consistenti in termini di presenze si registrano in Abruzzo (+8,8 per cento rispetto al 2015), Calabria (+7,1), Lazio (+6,7) e Lombardia (+6,4).

Con il 14 per cento di presenze registrate, la Germania si conferma il principale paese di provenienza dei turisti stranieri in Italia; seguono Francia e Regno Unito con quote di poco superiori al 3%. Anche nel 2016 l’Italia rimane il terzo paese in europa per presenze negli esercizi ricettivi dopo Spagna e Francia, con una quota del 14,0 per cento sul totale dei paesi della Ue28 (stabile rispetto al 2015). Italia, Spagna, Francia e Germania insieme coprono oltre la metà (57,4%) delle presenze turistiche complessive dell’area.

Si stima che i residenti in Italia prenotino direttamente circa il 76% dei viaggi negli esercizi ricettivi italiani, in forte aumento rispetto al 2015 (+33% per i viaggi di vacanza e +12,8% per quelli di lavoro) a discapito dei viaggi senza prenotazione che calano del 26,0% nel confronto con l’anno precedente e rappresentano circa il 15% delle partenze. Oltre la metà dei viaggi viene prenotato tramite internet (54,5%), con un’incidenza maggiore nel caso dei viaggi di vacanza (57,0%). A livello di clientela nazionale, continua la dinamica positiva, con un aumento sia degli arrivi (+3,1%) sia delle presenze (+1,6%) di clienti residenti nel Belpaese. L’incremento ha interessato in misura sostanzialmente equivalente sia gli alberghi (+1,8%) sia le strutture extra-alberghiere (+1,4%).

La permanenza media, ossia il numero medio di notti trascorse negli esercizi ricettivi per ogni arrivo, è pari a 3,45 notti per cliente, in calo per la componente della clientela domestica (da 3,43 notti del 2015 a 3,38 del 2016) e sostanzialmente stabile per quella estera (3,50 nel 2015 e 3,51 nel 2016). La permanenza negli esercizi extra-alberghieri è in media molto più lunga che negli alberghi (5,07 contro 2,97 notti per cliente).

Nel 2016 si stima che le vacanze rappresentino circa l’86% dei viaggi effettuati dai residenti negli eserciti ricettivi italiani (92,6% delle notti), in aumento del 19,6% rispetto al 2015 (+3,0% in termini di notti). I viaggi di lavoro (14,3% dei viaggi e 7,4% delle notti negli esercizi ricettivi) si riducono, invece, di circa il 4% (-3,2% in termini di notti). Nel 2016 i residenti che pernottano negli esercizi ricettivi in italia hanno speso in media 369 euro per viaggio e 82 euro per notte, valori sostanzialmente stabili nel triennio 2014-2016.

in la Repubblica 30 ottobre 2017

 

Integrazione scuola-lavoro come metodo di promozione dell’eccellenza

Paolo Nardi

Il sistema educativo tradizionale sperimenta oggi una grave separazione dal mondo reale e fatica ad introdurvi i giovani. La disoccupazione giovanile, collegata sempre più al mismatch e alla carenza di competenze, è un male non solo economico ma anche culturale, con una grande incidenza anche psicologica sulle nuove generazioni.

Occorre ripensare la scuola come un luogo che fornisca competenze valide per un mondo del lavoro sempre più competitivo e complesso.

Cosa fare allora? Occorre aumentare la capacità della scuola di proporre una didattica che parta dal rapporto con la realtà del mondo del lavoro. In tal senso, “portare il lavoro a scuola” e “la scuola nel mondo del lavoro e nella vita reale” rappresenta la strada maestra per affrontare le nuove sfide.

Questo è il principio guida di Cometa e della sua scuola Oliver Twist.  Cometa Formazione e la scuola Oliver Twist hanno, infatti, implementato il modello “scuola-impresa” finalizzato all’impiegabilità e imprenditorialità dei giovani, che sviluppa le competenze degli studenti coinvolgendoli nella realizzazione di prodotti veri destinati al mercato dei consumatori nell’ambito di “botteghe” aperte al pubblico.

In questo modo la scuola e il lavoro non sono più due momenti separati del percorso di formazione, al contrario la loro integrazione potenzia sia la qualità delle abilità logico-matematiche e di alfabetizzazione apprese dagli alunni, sia le competenze professionali che sono chiamati ad acquisire. Una reale esperienza lavorativa, al fianco dei propri tutor in un ambiente scolastico ha un effetto significativo sugli studenti in termini di consolidamento e sviluppo di una mentalità di crescita.

Nel modello “scuola-impresa” di Cometa la realtà orienta e investe le attività didattiche in tutte le fasi della proposta formativa: dalla progettazione allo svolgimento delle lezioni fino alla valutazione degli esiti. La progettazione didattica è inserita come parte integrante dello svolgimento del processo di produzione della commessa proposto agli studenti durante l’anno scolastico; le unità formative in cui è articolata rappresentano gli strumenti di sintesi della proposta educativa unitaria e finalizzata all’acquisizione delle conoscenze e allo sviluppo di abilità che compongono le varie competenze.

L’attività lavorativa è utilizzata come ambito privilegiato per la scoperta di sé e del mondo: a partire dall’esperienza come fonte e patrimonio per la conoscenza degli uomini e delle cose, viene favorito un paragone reale degli allievi con le chiavi di lettura della realtà insite in ogni disciplina scolastica e quindi un effettivo apprendimento.

Questa innovazione è fortemente permeata da un concetto pedagogico basilare: si apprende ciò di cui si fa esperienza nella realtà e lo sperimentare diventa mezzo di conoscenza. Questa impostazione raggiunge inoltre contestualmente una serie di obiettivi trasversali come la motivazione dello studente connessa alla soddisfazione del risultato e al riconoscimento di un terzo soggetto che acquista il prodotto, la personalizzazione del percorso modulato sulle capacità individuali.

Si supera così la suddivisione in materie e discipline all’interno del medesimo percorso di studio, oltre che la storica dicotomia tra il fare e il sapere, l’esperienza e la teoria, le discipline tecnico-professionali e quelle “di base”.

Tutti i docenti, partendo dalle competenze da acquisire per la realizzazione del prodotto proposto su commesse reali, declinando la loro disciplina, costruiscono percorsi di apprendimento che accompagnano gli studenti nella realizzazione del loro progetto. Questo aiuta lo studente a confrontarsi veramente con il mondo del lavoro e favorisce la motivazione ad apprendere le competenze e le conoscenze che lo rendano in grado di affrontare il compito in modo competente.

Il cuore di questo processo di apprendimento è lo studente, considerato oggetto unico dell’azione educativa; la scuola, oltre che trasmettere sapere, ha come obiettivo primario la formazione completa della persona. In questo senso si parla di reality-based learning, in quanto il compito principale è educare persone al rapporto con la realtà (dentro la realtà). Attraverso il percorso formativo si vuole perseguire non solo la capacità di “saper fare”, ma anche del “saper essere” e la consapevolezza del “perché” e del “come” si fa perché più vantaggioso e corrispondente alle esigenze della persona.

Oltre alla conoscenza della realtà e all’educazione a coglierne il senso e la bellezza, la finalità della scuola è quella di accompagnare gli allievi, attraverso un percorso educativo, alla conoscenza di sé e alla scoperta della propria “eccellenza” come persona, in quanto diventare se stessi è un’opportunità e una sfida alla portata di tutti.

Introducendo questo metodo, Cometa Formazione ha potuto riconoscere che gli studenti sono più sicuri di se stessi e il contesto di apprendimento è molto più stimolante.

Il valore di questa proposta educativa è stato riconosciuto da diversi soggetti, istituzionali e non. Nel corso del 2015, la Fondazione Etf (European Training Foundation) della Commissione Europea ha premiato il metodo di Cometa come uno dei dieci migliori programmi europei di formazione, con una menzione particolare per l’imprenditorialità. A dicembre 2016 l’Unità per la formazione professionale della Dg Empl della Commissione Europea ha selezionato Cometa Formazione tra le finaliste per il premio alla migliore scuola di formazione professionale nel corso della Vet Week 2016.

Infine, l’anno scorso, il Politecnico di Milano, ha analizzato l’impatto sociale svolto da Cometa Formazione. Ecco quanto rilevato: più del 95 per cento degli studenti ritiene di essere cresciuto umanamente; più del 93 per cento degli studenti ritiene di essere cresciuto professionalmente, come emerge anche dal tasso di placement che, nel caso ad esempio del percorso di sala bar supera l’80 per cento; quasi il 70 per cento degli ex-studenti occupati ha un lavoro coerente con il percorso di studi svolto.  Insomma, dati alla mano, il modello di integrazione scuola-lavoro di Cometa Formazione e il processo di apprendimento reality-based funzionano.

in Il Sussidiario 29 ottobre 2017

 

“Formazione inclusiva” per gli alunni del primo ciclo.

Favorire l’inclusione dei ragazzi e sviluppare comportamenti positivi, rispondendo alla necessità di colmare un vuoto sul disagio minorile. È l’obiettivo del programma per la “Formazione Inclusiva” lanciato da Intesa Sanpaolo e rivolto ai bambini delle scuole elementari e medie.

L’iniziativa
La prima fase di test del progetto – spiega l’istituto di credito in una nota – ha coinvolto quasi 400 studenti, 55 tra insegnanti e dirigenti scolastici e circa 50 genitori su tutto il territorio nazionale. Il programma prevede per gli insegnanti la definizione di percorsi formativi da utilizzare in classe, mentre offre alle famiglie un set di informazioni utili alla conoscenza e al contrasto dei vari fenomeni di disagio minorile. Cuore dell’iniziativa è la piattaforma Webecome, ideata da Intesa Sanpaolo e pensata per affrontare con un approccio scientifico temi come bullismo, diversità, violenza, dipendenze, ma anche problematiche legate al cibo e alla nutrizione. Argomenti che, sottolinea l’istituto, sono sempre più centrali visto che, secondo dati riferiti da Intesa, il 19,4% degli studenti ha assistito ad atti di bullismo a scuola, il 12,1% è stato testimone del consumo di stupefacenti da parte di coetanei o di episodi di spaccio nelle scuole aree scolastiche. E oltre il 23% degli studenti denuncia di aver assistito o di esser stato vittima di discriminazione, secondo quanto emerge dal Rapporto Giovani 2016 dell’Istituto Toniolo, l’ente fondatore dell’Università Cattolica, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Cariplo.

in Sole 24 Ore 30 ottobre 2017