Archivio mensile:settembre 2017

Apprendimento delle scienze & Tinkering: due progetti Erasmus+

Il tinkering (dall’inglese “To tink”, che significa “armeggiare”, “provare ad aggiustare”) è un approccio educativo che insegna a “pensare con le mani” e ad apprendere sperimentando con strumenti e materiali. Il metodo si rivela molto utile nell’avvicinare in modo pratico i bambini e gli studenti allo studio delle materie STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), ma si sta rivelando estremamente efficace anche nell’educazione degli adulti poiché facilita lo sviluppo delle capacità di problem solving e di astrazione, aiuta a potenziare il pensiero logico e la creatività e incoraggia la collaborazione di gruppo per il raggiungimento di un obiettivo comune.
È proprio al tinkering u
tilizzato come metodologia per promuovere l’apprendimento delle materie scientifiche che sono dedicati due progetti Erasmus+ coordinati dal Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, uno dei poli di riferimento per le attività di tinkering in Italia.
Le due iniziative europee saranno presentate a Fiera Didacta il prossimo 28 settembre da Maria Xanthoudaki, Direttrice dei Servizi educativi del museo. Nel suo articolo, è lei stessa a darci un’anticipazione del suo intervento.

Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano (MUST) coordina due progetti finanziati da Erasmus+ sul tema del tinkering, un approccio di frontiera per l’educazione alle materie STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) e per lo sviluppo delle competenze del 21° secolo.

  1. Il primo progetto “Tinkering: Contemporary Education for the Innovators of Tomorrow”, con inizio nel 2014 e fine nel 2017, nasce dalla necessità di rispondere alle sfide globali attraverso lo sviluppo di cittadini informati, consapevoli, pensatori critici e attivamente coinvolti nel dibattito scientifico e sociale. Il progetto risponde a questa esigenza investendo nel tinkering, una metodologia educativa innovativa sviluppata dall’Exploratorium di San Francisco. Il tinkering promuove l’indagine creativa e parte da un concetto semplice: costruire cose per arrivare ad apprendere come funziona il mondo. Questo diventa l’oggetto di diverse attività, più o meno complesse. L’Exploratorium di San Francisco è stato special advisor del progetto europeo e responsabile per la formazione delle istituzioni che hanno fatto parte del consorzio. Oltre al MUST, coordinatore dell’iniziativa, i partner del progetto sono l’Università di Cambridge (Regno Unito), il Deutsches Museum (Germania), il NEMO Science Museum (Olanda), il Centre for Life (Regno Unito), il Mobilis Science Centre (Ungheria) e il Jedlik High School (Ungheria). Le principali attività del progetto sono state la progettazione, la sperimentazione, l’implementazione e la diffusione di nuove attività tinkering a discenti adulti e a studenti delle scuole superiori, oltre che lo sviluppo di attività e strumenti per la formazione in tinkering di educatori nei musei e di insegnanti. Il progetto ha visto il coinvolgimento di circa 12.500 discenti adulti e studenti e 200 educatori formali e informali. Tutte le risorse e le attività del progetto sono state costruite attraverso un lavoro di cooperazione fra i partner, come ad esempio la Guida al laboratorio di tinkering, disponibile come tutti gli altri materiali sul sito del progetto.

Le attività sviluppate e le risorse prodotte hanno come obiettivo l’uso del tinkering per:

  • l’arricchimento delle capacità e delle competenze relative alle STEM;

  • lo sviluppo delle competenze del 21° secolo;

  • la promozione, nei processi educativi, di un approccio learner-centred;

  • la diffusione del tinkering a livello europeo, in tutti i contesti di educazione formale e informale;

  • lo scambio e la cooperazione di esperienza ed expertise fra la community dei professionisti di musei scientifici e istituzioni educative.

2. Avendo verificato il potenziale del tinkering per l’educazione alle STEM e per lo sviluppo di competenze anche attraverso il lavoro del precedente progetto, si è ritenuto necessario continuare l’esperienza con un secondo progetto Erasmus+, considerato la continuazione del primo. È stato quindi appena approvato il progetto Tinkering EU: Building Science Capital for ALL” che avrà durata fino al 2020. Fra i partner ci sono alcune delle istituzioni del primo progetto, ovvero il MUST che lo coordina, l’Università di Cambridge e il NEMO Science Museum, mentre entrano anche delle istituzioni nuove: La Caixa Foundation (Spagna), la Science Gallery (Irlanda), i musei scientifici di Vienna (Austria), il Noesis Science Museum (Grecia). L’Exploratorium ha sempre il ruolo di special advisor e cura la formazione del team del progetto. Questo progetto spinge il lavoro sul tinkering in una direzione nuova, cioè verso l’uso di questo metodo per lo sviluppo di un rapporto positivo e continuativo fra STEM e studenti con svantaggio. Gli obiettivi del progetto sono il miglioramento delle competenze e delle conoscenze scientifiche dei giovani, in particolare di quelli provenienti da gruppi svantaggiati, lo sviluppo di creatività, imprenditorialità e pensiero critico; il supporto del lavoro a scuola attraverso una pedagogia di frontiera (ovvero il tinkering)lo scambio e la cooperazione fra professionisti di istituzioni di educazione formale e informale.

La decisione di dare questo taglio emerge dalle seguenti necessità:

  • la difficoltà delle scuole di costruire un rapporto positivo fra scienze e giovani, specialmente nei casi di giovani in situazione di disagio, difficoltà che ha poi importanti effetti sull’inclusione sociale e sull’inserimento nel mondo del lavoro;

  • l’esigenza della società contemporanea di avere cittadini consapevoli e competenti: da qui la necessità di investire nello sviluppo di conoscenze e competenze adeguate;

  • il ruolo chiave che possono avere i musei sia nella promozione di approcci educativi learner-centred sia nel supporto della giustizia sociale;

  • l’importanza di promuovere il nuovo concetto di Science Capital come modo di vedere il bagaglio individuale scientifico necessario per costruire un rapporto positivo con le scienze.

Attraverso la piattaforma EPALE si intende valorizzare l’importanza dell’apprendimento non formale e informale e condividere la riflessione europea che Epale promuove sui musei come luoghi di laboratorio e conoscenza attiva per tutti.

 

Maria Xanthoudaki
Direttore Servizi Educativi e Rapporti Internazionali
Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci – Milano

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Giornata europea dell’insegnamento delle lingue

In 26 settembre, Giornata europea delle lingue, la rete Eurydice ha pubblica la sintesi di un più ampio studio uscito lo scorso maggio sull’insegnamento delle lingue nei diversi sistemi educativi europei.

Questo nuovo, sintetico rapporto comparativo presenta informazioni tratte dal precedente studio e si arricchisce di informazioni sui risultati della ricerca e sui documenti di politica educativa a livello europeo, esplorando anche alcune prospettive che potrebbero incoraggiare ulteriormente l’apprendimento e l’insegnamento delle lingue a livello primario e secondario.

I principali temi trattati nel rapporto sono l’importanza dell’apprendimento di almeno due lingue straniere a partire da un’età molto precoce; il range delle lingue straniere studiate; la qualità dell’insegnamento delle lingue, con un focus sugli insegnanti e sulla loro mobilità all’estero per motivi professionali. E ancora: il CLIL (Content and Language Integrated Learning), la metodologia didattica che prevede l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera; i risultati attesi nelle lingue straniere e le misure di sostegno linguistico per facilitare l’integrazione degli studenti immigrati neo-arrivati.

>>Leggi il rapporto “Eurydice Brief – Key Data on Teaching Languages at School in Europe”

>>Guarda le infografiche

David Attenborough. Le meraviglie del “Blue Planet”. Una racconto affascinante

Damian Kahya 

Parla il grande documentarista inglese. DA sessant’anni racconta le meraviglie della natura sul piccolo schermo. Il grande pubblico italiano ebbe modo di conoscerlo nel 1984, quando la Rai decise di mandare in prima serata il suo Pianeta vivente. Da allora il suo nome, sempre in coppia con quello della Bbc, è diventato sinonimo di documentario. L’ultimo è stato presentato pochi giorni fa a Londra: Blue Planet II, seconda puntata di una serie dedicata agli oceani. E il prossimo, che sta scrivendo, sarà dedicato al cambiamento climatico. Perché, nonostante i 91 anni, Sir David Attenborough non è stanco di viaggiare nei luoghi più selvaggi della Terra. E ne ha viste abbastanza per fare un bilancio sullo stato di salute della Natura.

Cos’è che l’affascina tanto degli oceani?
“Da ragazzo non avevo mai visto cosa accadeva al di sotto delle onde. Negli anni Cinquanta, quando indossai per la prima volta un autorespiratore, mi resi conto di trovarmi di fronte all’ecosistema più ricco, vario, bello, emozionante e meno conosciuto del pianeta. È uno spettacolo che toglie il fiato: nuovo per la televisione “.

Ha visto molta plastica negli oceani?
“La plastica rappresenta un problema gravissimo. L’esempio più straziante? Ho girato una scena in cui il piccolo di albatro sta per essere nutrito, e dal becco dell’adulto non escono fuori pesci o calamari, il loro alimento naturale, bensì plastica. Ti spezza il cuore”.

Cosa pensa dei cambiamenti climatici?
“Il programma che sto scrivendo si focalizza su questo tema. Se si parla di cambiamenti occorre usare una prospettiva storica. Alcuni dei cambiamenti a cui assistiamo sono più produttivi, altri meno. Stavo giusto guardando una scena in cui orche e megattere vanno a caccia di aringhe al largo delle coste norvegesi. Vent’anni fa le orche non nuotavano in quelle acque. Perché? Non saprei dare una risposta certa, ma denota un cambiamento. Parte del quale è dovuto senza dubbio al riscaldamento globale”.

È preoccupato per le ripercussioni che i cambiamenti climatici avranno sui suoi nipoti?
“Certamente. Quale persona responsabile potrebbe negare di esserlo? E non si tratta solo dei miei nipoti, ma di ciò che accade al mondo intero. Agli elefanti, ai trichechi… “.

Cosa spingerà l’uomo a intervenire?
“L’unico modo è stringere accordi globali. E per farlo, in linea di massima occorre lavorare con o attraverso i politici. In una societàdemocratica spetta a noi fare il possibile per convincere i politici ad intervenire. È il motivo per cui Parigi ha rappresentato un’occasione tanto ottimistica e felice. A ripensarci adesso, in verità, siamo stati degli illusi. Eppure quell’incontro ci ha dato una marcia in più”.

Cosa vorrebbe dire a chi ignora o nega l’esistenza dei cambiamenti climatici?
“Viviamo in un mondo libero e non siamo dittatori del pensiero. Dobbiamo semplicemente far conoscere i fatti a cui assistiamo e fornire prove ogni volta che possiamo. Il problema è che ci sono molti interessi in gioco e a molte persone conviene negare i fatti, per un tornaconto economico. Negli anni Cinquanta, quando si discuteva del fumo, alcuni negavano tutto. Forse perché erano tolleranti, illusi, o credevano davvero che i dati statistici che collegavano nicotina e tumore ai polmoni fossero errati. O avevano investito tutto il loro denaro nell’industria del tabacco. Sono convinto che alcuni fossero in malafede. Che vi fosse chi sapeva e negava tutto. Ma c’erano anche altri, per i quali le cose non stavano così. Probabilmente anche oggi molti credono che questa storia del monossido di carbonio non sia proprio vera. Tutto ciò che possiamo fare è raccogliere le prove”.

Ci sono anche reazioni negative ai fatti. Cosa ne pensa della diffidenza verso gli esperti?
“Accade quando qualcuno si sente dire qualcosa che non gli piace e che probabilmente non capisce. Non è necessariamente un male: ci sono molte persone che nemmeno io capisco e non mi piacciono. Per lo meno non in quei termini. È una sorta di riflesso condizionato. Ma comunque non si può prescidendere dalle prove scientifiche”.

Lei ha incontrato Obama. Accetterebbe un invito da Trump?
“Avrei bisogno di sapere di cosa vorrebbe parlarmi e perché desidera incontrarmi. È difficile sapere quali prove sarebbe disposto ad accettare. C’è stato un climatologo responsabile che ha detto che gli sconvolgenti fenomeni in Texas sono conseguenza del riscaldamento climatico? Non sono un fisico e di certo non so nulla della chimica dell’atmosfera, ma so che se appoggi il bollitore sulla fiamma e l’aumenti, l’acqua inizia a bollire. Sono sicuro che dei climatologi più sofisticati di me direbbero: “Ragazzo, stai semplificando le cose”. Tuttavia questo sta accadendo al clima mondiale… “.

Perché i politici fanno tanta fatica ad affrontare il tema dei cambiamenti climatici?
“Quale politico decide di prendere un’iniziativa che ha grandi costi e non porta nessun vantaggio visibile, se non dopo le prossime elezioni o quelle ancora successive? I problemi a lungo termine richiedono una visione lungimirante ed altruistica che la poli- tica non consente di coltivare”.

Pensa che il nazionalismo rappresenti una minaccia alla politica sul clima?
“L’ascesa del nazionalismo è allarmante. Dopo tutto, l’ottimismo alla Conferenza sul clima di Parigi nasceva dal fatto che delle nazioni per la prima volta si fossero riunite per fare qualcosa di concreto. Tutto ciò che interferisce con quello spirito è contrario a ciò che mi auguro accada. Abbiamo bisogno di più internazionalismo. Più dialogo e accordi. E meno frontiere “.

Oggi c’è più interesse nei confronti dell’ambiente?
“Per 20-30 anni mi sono sgolato gridando al disastro. E per molto tempo i miei moniti sono caduti nel vuoto. Adesso per la prima volta sento un cambiamento nell’opinione pubblica. E sono soprattutto i giovani che pensano di dover fare qualcosa per porre rimedio. È un cambiamento enorme”.

Perché i giovani si interessano ai cambiamenti climatici?
“Mi piacerebbe credere che sia per via delle prove, che esistono e che ogni essere razionale darebbe per buone. Forse è perchéquando si è giovani non hai quei patemi di natura economica, politica, o altro e riesci a vedere i fatti con una certa chiarezza. Si potrebbe dire che sono ingenui. Forse. Ma l’ingenuità ha i suoi lati positivi “.

In che modo riesce a coinvolgere il pubblico sulle tematica ambientali con i suoi film?
“Faccio documentari di ogni tipo, ma mi piace fare soprattutto quelli che spiegano perché le formiche creano una società come quella in cui vivono. Perché gli uccelli del paradiso hanno quel tipo di piume. La meraviglia, lo splendore, il prodigio, cose così. Questo mi piace mostrare. Ed è quello che faccio. Ma ho anche il dovere di fare programmi su tutte le cose di cui abbiamo parlato. Se facessi solo programmi su disastri, tragedie e terrore, la gente probabilmente si scoraggerebbe e perderebbe di vista il nocciolo del discorso. Ovvero la meraviglia di questo nostro splendido mondo. E se non riesci a coglierla, o se non te ne importa nulla, non farai mai nulla per proteggerlo “.

Qualcosa le dà speranza?
“L’azione collettiva è uno dei motivi per cui nutro speranze. Trent’anni fa nessuno ascoltava chi si preoccupa dell’inquinamento mentre oggi le nostre preoccupazioni vengono ascoltate”.

Cosa pensa delle energie rinnovabili, come l’eolico offshore?
“Uno dei grandi vantaggi di questo tipo di energia è che si trova ovunque attorno a noi, ed esistono diversi modi per sfruttarla. La si può ricavare dal vento, delle correnti sottomarine… Le fonti sono numerose, ed è giusto sfruttarle. Ma sarei un ingenuo se dicessi di ritenere che non vi siano anche controindicazioni, che si tratta di una meravigliosa panacea priva di implicazioni. Quali altre strade esistono? Il nucleare, i blackout… che alternative abbiamo? ”

L’ultima domanda: cosa dobbiamo aspettarci di vedere in Blue Planet II?
“Dovrei rispondere che disponiamo di materiale inedito, meraviglioso, e che abbiamo esplorato luoghi mai visitati prima. E per certi versi è vero, ma non è questo il punto. Il punto è che la vita negli oceani è meravigliosa. Ho visto moltissimi filmati che mostrano le megattere a pescare con una rete di bolle, e ho anche visto molti coralli. Eppure continuo ad entusiasmarmi”.

Greenpeace Unearthed – Traduzione di Marzia Porta

in La Repubblica 30 settembre 2017

Donne alla guida in Arabia Saudita. Un “patetico” espediente di un duro regime

Souad Sbai

La questione della tanto sbandierata “apertura” di Re Salman verso le donne saudite in relazione alla possibilità di guidare va vista sotto vari aspetti. In primis quello prettamente legato alla dimensione femminile nel regno, e in questo senso va detto che si tratta di un pannicello caldo; per donne come quelle saudite, cui è vietato tutto, persino la libertà di operarsi se stanno male senza il consenso di un parente maschio, la possibilità di guidare un’auto vale ben poco.

C’è poi un aspetto, a parer mio altrettanto se non addirittura più importante, che è quello politico; a partire dal 2015, quando Salman è salito al trono, chiunque conoscesse un po’ di cose saudite si aspettava cambiamenti. Il sovrano, infatti, è sempre stato visto come un personaggio più “aperto” dei suoi predecessori, sebbene occorra sempre ripetere che parlare di apertura in Arabia Saudita, piuttosto che in Qatar, equivale a parlare di passaggi di portata piuttosto limitata rispetto alle condizioni di partenza. Come spiegavo al tempo sempre su queste pagine, Salman, succeduto ad Abdullah, aveva deciso di mettere fine al metodo di successione tradizionale a Riyadh, che prevede il passaggio del potere “di fratello in fratello”, tutti in età assai avanzata. Salman ha infatti nominato erede al trono l’oggi 57enne principe e ministro dell’interno Mohammed bin Nayaef ed ha addirittura nominato già il successore di quest’ultimo, il giovanissimo ministro della difesa Mohammed bin Salman, oggi 32enne.

Al tempo, ricordo, spiegai già che sui diritti umani non c’era molto da festeggiare e che in realtà, in concomitanza con la crescita sciita nel quadrante, si stava tentando di stare un minimo al passo con i tempi. Almeno in superficie. E questo, oggi, mi appare ancora più vero se penso all’accusa plateale contro il Qatar, indicato come finanziatore e promotore del terrorismo jihadista. Riemergere in un contesto geopolitico complesso, ridisegnare i confini della propria azione internazionale e, al contempo, continuare a dare di sé un’immagine di flebile apertura: questa è una prima grezza sintesi di quanto oggi viene celebrato dai media internazionali con la solita grancassa senza conoscenza.

Occorrerebbe, come da sempre spiego, dare delle cose una visione d’insieme diluita nel tempo, strutturando l’analisi guardando alle varianti geopolitiche e storiche. Così facendo non può sfuggire come, fra le varie motivazioni, vi sia per la monarchia saudita la necessità di presentarsi come riformata, più aperta ai diritti. Ma chi conosce il wahhabismo e le sue devastanti conseguenze su donne e liberi pensatori, non può mai credere che queste mosse non siano dettate da convenienza. Lo scontro con le potenze sciite continua, per fermare il contagio e tentare di tener botta sul piano internazionale, dove la primavera araba atto primo è finita e ne inizia un’altra, l’atto secondo. E questa “apertura”, o “concessione” è una delle prime mosse di Riyadh.

in Il Sussidiario, 28 settembre 2017

 

«Re-thinking Europe» per una cultura 2.0

 Maria Teresa Pontara Pederiva

Ha quasi il sapore di uno struggente “amarcord”, ma al contempo rappresenta un segno di fiduciosa speranza l’incontro di una delegazione dei vescovi di Inghilterra e Galles con rappresentanti delle istituzioni dell’Unione Europea che si è tenuto il 26 settembre a Bruxelles. Sul tappeto l’ascolto reciproco e la preoccupazione palpabile in un momento chiave dell’inizio dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dalla UE a seguito del referendum sulla Brexit.

Il vescovo Nicholas Hudson ha guidato una delegazione della Commissione episcopale sugli affari internazionali – composta dai vescovi Tom Burns di Menevia, Paul McAleenan ausiliare di Westminster e William Kenney di Birmingham – che, oltre ad incontrarsi con funzionari e rappresentanti delle varie istituzioni europee, ha voluto ascoltare, dalla voce del nunzio apostolico Alain Lebeaupin, il vice presidente Comece, Jean Kockerels e il segretario generale della Conferenza delle Chiese europee Heikki Huttunen, una relazione di tutto il lavoro, svolto o in corso, da COMECE per conto delle Conferenze Episcopali della UE.

Sul tappeto questioni come il mantenimento dei diritti negli scambi commerciali, la nuova e inedita situazione alla frontiera con la Repubblica d’Irlanda e i diritti dei cittadini dell’UE nel Regno Unito e dei cittadini britannici nei paesi europei. «In primo luogo dobbiamo garantire la promozione della dignità umana e insistere sul fatto che l’uomo sia posto al centro del progetto europeo e delle politiche adottate dalle sue istituzioni, che interessano tutti i cittadini europei – ha dichiarato il vescovo Nicholas Hudson, responsabile delle questioni europee –. È quanto mai importante ricordare che rimarrà parte dell’Europa anche quando il Regno Unito abbandonerà l’Unione Europea».

Come riempire di contenuto quest’affermazione pronunciata spesso da cittadini di Oltremanica sarà un tema all’ordine del giorno dei prossimi mesi (è del 28 settembre un documento del Parlamento europeo che considera ancora «insufficienti» le garanzie avanzate dalla premier britannica Theresa May a Firenze).

Di fatto dal 23 giugno 2016 le dichiarazioni s’intrecciano a corrente alternata e sono molti a sognare di poter cancellare quel risultato. In ordine di tempo l’ultima proposta è quella del sindaco di Londra Sadiq Khan, da sempre convinto sostenitore del progetto europeo, che preme perché un rientro nella UE venga inserito in vista delle prossime elezioni nel manifesto elettorale del suo partito, il Labour attualmente all’opposizione.

Sulla linea del “remain”, del restare in Europa, perché convinti del valore del progetto europeo, si erano sempre espressi i vescovi cattolici, senza distinzione di qua e di là della Manica e non solo loro. «In questo tempo di incertezza, la gente ha bisogno di punti di riferimento, ma questo non è un valido motivo per cedere alla diffidenza verso l’altro» si leggeva in una lettera aperta pubblicata il 1° luglio 2016 sul Times di Londra, lettera sottoscritta dal cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Londra e primate d’Inghilterra e Galles, e dal suo collega anglicano Justin Welby, insieme al Gran rabbino Ephraim Mirvis e al Maulana musulmano Syed Ali Raza Rizvi.

Un convegno per costruire il futuro

«Non esiste un’alternativa valida alla cooperazione in Europa, perché lavorare insieme è il modo migliore per mantenere la pace, affrontare le sfide economiche e sociali legate alla globalizzazione e rappresentare di nuovo un punto di riferimento per l’umanità, come è anche la speranza di papa Francesco» aveva dichiarato il presidente dei vescovi COMECE, il cardinale Reinhard Marx, all’assemblea plenaria di primavera pochi mesi dopo l’esito del voto inglese.

In quell’occasione l’annuncio di un convegno – «Re-thinking Europe» (Ripensare l’Europa) – in collaborazione con la Santa Sede, per riflettere sul futuro dell’Unione Europea da tenersi dal 27 al 29 ottobre prossimi a Roma, sede dove 60 anni fa (25 marzo 1957) sono stati firmati i trattati che di fatto hanno sancito l’avvio della realizzazione concreta del progetto europeo da parte dei primi 6 Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi).

«Come Chiesa, e come cristiani, vogliamo dare un contributo alla discussione sul futuro dell’Europa» spiegava il presidente COMECE illustrando l’evento che rappresenta un chiaro segnale del forte impegno della Chiesa cattolica nella ricerca di nuove opportunità e nuovi modi di vivere insieme nel continente. In un momento di incertezza per quanto riguarda il futuro percorso dell’Unione Europea, la COMECE è disposta ad offrire un’occasione di dialogo e di riflessione comune tra vescovi e rappresentanti politici di alto livello, insieme ad altri attori della Chiesa.
Tanti gli interrogativi sul tappeto cui cercheranno di offrire un contributo di riflessione esperti di varie discipline, politici, rappresentanti di movimenti, religiosi e laici – tra i quali Sylvie Goulard (ALDE), Jérôme Jamin (Université de Liège) e Luuk van Middelaar (Université Catholique di Louvain-la-Neuve) – per dar vita ad un dialogo con vescovi e laici e individuare il contributo dei cristiani al futuro dell’intero Vecchio Continente.
Quali sono le sfide di oggi per l’Unione Europea? Cosa vogliamo realizzare insieme? Quali sono le esigenze delle nostre popolazioni? Qual è il riferimento comune che vogliamo porre al centro della costruzione europea? Come può contribuire ad un futuro positivo la nostra matrice cattolica? Tre gli ambiti tematici che saranno affrontati: le crisi e le loro cause, la dimensione sociale dell’Europa, i diversi concetti e visioni di Europa e di Unione Europea.
«La COMECE ha un compito cruciale da svolgere oggi e nel prossimo futuro. Altrimenti tra 20, 30 o 50 anni ci si domanderà: dov’era la Chiesa quando l’Europa si divideva sulla questione del suo futuro?» s’interrogava il cardinale Marx.

L’indispensabile ruolo dei cristiani

convegno è prevista la partecipazione, e l’intervento, anche di papa Francesco che lo scorso 16 maggio ha incontrato in Vaticano il Comitato permanente COMECE che rappresenta un po’ il consiglio scientifico dell’incontro. Insieme al presidente Marx erano presenti Jean Kockerols, vescovo ausiliare di Malines-Brussels, Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, Czeslaw Kozon, vescovo di Copenhagen, e Rimantas Norvila, vescovo di Vilkaviskis in Lituania (il gruppo si è incontrato anche con Paul Gallagher, attuale segretario per le relazioni con gli Stati, con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato e con gli ambasciatori dell’UE presso la Santa Sede.
«Siamo venuti oggi a parlare con il Santo Padre – spiegava ai giornalisti Olivier Poquillon, segretario generale della COMECE – dell’incontro di dialogo che si terrà alla fine di ottobre per capire insieme che cosa vogliamo fare oggi in Europa. L’Unione Europea è una macchina straordinaria, una macchina forse un po’ pesante, ma capace di assicurare la pace e assicurare una certa prosperità. Ma la domanda è: questa pace e questa prosperità sono proprio per tutti?».

Nessuno si nasconde che tra le popolazioni del continente soffia un vento minaccioso portatore di egoismi e chiusure xenofobe e l’Unione Europea ha davanti a sé delle sfide inedite. Tuttavia nella sua storia ha già dovuto affrontare una guerra fredda e lo spettro di un muro che ha ferito le coscienze, eppure ha saputo rialzare la testa. Oggi siamo ad una tappa successiva, ma la speranza è ancora intatta perché fondata su una roccia sicura: indispensabile si rivela l’apporto dei cristiani europei testimoni dei valori del Vangelo.

«La Chiesa non ha risposte precostituite, non vuole sostituirsi alla politica. Si tratta di ridonare il gusto d’investire nel bene comune» spiegava Poquillon. L’intento è quello di promuovere una riflessione più profonda sul futuro dell’Unione Europea, al fine di recuperare gli ideali alti che il papa aveva indicato ai membri del Parlamento europeo in occasione della sua visita a Strasburgo e al conferimento del Premio Carlo Magno in Vaticano e ribadito il 24 marzo, nella Sala Regia, durante la cerimonia con i capi di Stato e di governo dell’UE, in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma: l’attuale crisi, non solo economica bensì culturale, è una possibilità e una chiamata e quindi non necessariamente una cosa negativa. La crisi deve essere vista come un’opportunità per indicarci che è arrivato il momento per decidersi e comprendere meglio dove si colloca il nostro futuro.

Oltre i populismi e nazionalismi

A conferma del continuo confronto serrato tra le Chiese locali d’Europa anche l’incontro, che si è tenuto a Roma dal 21 al 23 settembre, tra oltre 50 rappresentanti di 24 conferenze episcopali europee (perlopiù responsabili della pastorale migranti) e i vertici della sezione «Migranti e rifugiati» del nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e quindi con il santo padre. In quell’occasione il cardinale Josip Bozanić, responsabile della sezione «Migrazioni» della Commissione CCEE «Caritas in veritate», impossibilitato a partecipare, ha inviato un messaggio ai partecipanti nel quale ha ripercorso gli ultimi anni dell’attività della Commissione e l’attuale situazione della pastorale per i migranti e rifugiati in Europa. A questo riguardo sono stati presentati i risultati di un’analisi dell’indagine realizzata presso le conferenze episcopali d’Europa riguardo la situazione dei migranti e la percezione del fenomeno; indagine curata, e illustrata, da Gian Carlo Blangiardo e Simona Maria Mirabelli dell’Università Milano Bicocca. Dallo studio sono emersi alcuni nodi: i bisogni e le criticità connesse al fenomeno dei rifugiati; il ruolo dell’informazione e della comunicazione sociale/interpersonale e religiosa nella conoscenza e rappresentazione del fenomeno; la percezione della popolazione autoctona nei confronti di migranti e rifugiati; le azioni e gli interventi della Chiesa Cattolica a sostegno delle popolazioni di interesse; il rapporto della Chiesa con le autorità statali.

Ancora una volta si rivela il ruolo chiave di una Chiesa cattolica chiamata a rispondere alle sfide dell’oggi, tra le quali il fenomeno migratorio – definitivo un autentico «esodo epocale» – rappresenta un evento sì inedito per modalità e soggetti coinvolti, ma che di fatto ha accompagnato da sempre la storia dell’umanità.

Ciò che oggi appare sempre più urgente è la promozione di una cultura dell’accoglienza, capace di individuare le motivazioni per un incontro tra le persone, per attivare canali di solidarietà pur nella consapevolezza – come ha ricordato papa Bergoglio il 22 settembre – dei troppi «segni di intolleranza, discriminazione e xenofobia che si riscontrano in diverse regioni d’Europa e spesso motivati dalla diffidenza e dal timore verso l’altro, il diverso, lo straniero».

È stata questa l’analisi del cardinale Marx, nella sua veste di presidente della Conferenza episcopale di Germania, all’apertura dell’Assemblea plenaria d’autunno a Fulda (dove il 28 settembre si sono celebrati i 150 dalla 1° riunione), esattamente all’indomani del voto tedesco per il rinnovo del Bundestag. «Il nazionalismo e lo spirito di esclusione sono del tutto estranei al messaggio cristiano. Per il Vangelo tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio indipendentemente dalla loro provenienza o etnia» ha detto l’arcivescovo di Monaco di Baviera, una terra dove la manodopera degli immigrati si rivela cruciale per l’economia. Marx, con una predilezione per la morale sociale, ha richiamato concetti già ribaditi in altre sedi: nella ricerca del bene comune non è accettabile tagliare il mondo con la scure bianco/nero. Messi al bando i toni violenti che non si addicono alla politica, un dato è certo: indietro non si torna perché una società chiusa dentro i propri confini, attanagliata dalla paura, non è più accettabile in un mondo globale. Oggi esistono dei temi cruciali cui occorre prestare attenzione alla ricerca di una soluzione condivisa: la gestione degli stranieri che cercano rifugio in Germania, il sostegno ai poveri e ai più vulnerabili della società tedesca, il tema della pace, la tutela della vita e della famiglia. L’unico riferimento che deve orientare un cristiano impegnato in politica è la dottrina sociale della Chiesa.

«La Chiesa non è un anacronismo, vive nel mondo ed è nel mondo che deve testimoniare il regno di Dio» ha ricordato in cattedrale citando il beato papa Paolo VI e il Vaticano II. «È all’uomo contemporaneo che dobbiamo parlare non ad altri ed è compito di tutti i cristiani impegnarsi per il miglioramento della società. Tutti possono fare qualcosa».

L’Europa è responsabilità di tutti

«La responsabilità per il futuro e la capacità di leggere i segni dei tempi appartiene a tutto il popolo di Dio, ma se portiamo avanti ciascuno il proprio ministero alla luce della carità, allora potremo individuare nuovi modi coraggiosi di procedere».

Ad un mese dall’apertura del Convegno di Roma le sue parole rappresentano una sorta di manifesto programmatico e un’anticipazione del discorso di saluto. A Roma i concetti di solidarietà e sussidiarietà, alla base della dottrina sociale, aspettano di essere declinati nell’oggi dell’Europa per costruire una “cultura 2.0” dove nessun cristiano potrà richiudersi a riccio e dire «questo non mi appartiene», perché il bene comune, così come il futuro dei nostri figli, è cosa di tutti.

È questo l’ideale che ha ispirato i padri fondatori del progetto europeo e tutti sappiamo che «questa storia, in gran parte, è ancora da scrivere» (papa Francesco, Discorso al Parlamento Europeo 25.11.2014) come ha ricordato il 28 settembre il cardinale Bagnasco, in qualità di presidente CCEE, all’apertura dell’Assemblea plenaria in corso a Minsk in Bielorussia.

«Il sogno di questa unione come “famiglia di popoli” e “casa di nazioni” è sempre attuale, tanto più se guardiamo il mondo e i “giganti vecchi e nuovi”. Non spetta a noi fare dei calcoli di tipo economico e commerciale, ma è nostro dovere ricordare a tutti che l’Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma è un compito spirituale ed etico; non è un organigramma, ma è un corpo vivente, una comunità di vita e di destino».

In Settimana-News 30 settembre 2017

 

La congiura dei deboli: una trappola

Claudio Magris

«Tu non mi capisci». La coppia, al ristorante, è alle nostre spalle, la voce è piuttosto acuta e non origliare è impossibile, anche senza volerlo. La replica non si fa attendere: «Sei tu a non avermi mai capito…». In entrambe le battute la voce è intrisa di amarezza e risentimento, fusi peraltro in una miscela di compiaciuta soddisfazione. Ognuno dei due è ferito, ma è ancor più gratificato dall’essere e sentirsi incompreso. Non solo perché subire o ritenere di subire un torto mette in vantaggio rispetto all’avversario, consente di collocarsi dalla parte dell’accusa e non dell’imputato. All’orecchio dell’abusivo anche se involontario ascoltatore giunge, nel brusio di entrambe le voci, l’eco di un acre piacere, la prevaricatrice convinzione e ostentazione di sentirsi vittima, un’anima sensibile e perciò più debole, ferita da una più forte e dunque prepotente.

Una minima scena del grande teatro del mondo che spettacolarizza la congiura dei finti, anche se sinceri e convinti, deboli per imporsi ai forti o a chi cerca di comportarsi come tale, sudando sotto la fatica del vivere, ma senza esibire il sudore per guadagnare la commiserazione e l’applauso del pubblico — in famiglia, sul lavoro, nella sorda guerra quotidiana di tutti contro tutti. La debolezza declamata diventa un’arma, una mossa per addossare il peso della vita a chi non si lamenta e forse per questo viene considerato meno sensibile, giustamente destinato ad accollarsi il carico senza nemmeno riscuotere gratitudine.

Congiura dei deboli, diceva Nietzsche, il quale non ignorava certo la violenza che si abbatte sui veri indifesi, il crudele «impulso annientante» della Storia, come lo chiamava, o anche solo del carrettiere che frusta senza pietà il suo cavallo sfinito, come in quella via di Torino in cui la vista di una simile crudeltà e sofferenza lo travolse in un collasso psichico che era anche uno spezzarsi del cuore. Per congiura dei deboli egli intendeva forse l’ostentazione, l’ideologia, lo sfruttamento della propria debolezza che ne fa il centro del mondo imponendo che lo facciano pure gli altri, forse non meno sofferenti e prevaricati.

Ci sono invece tante persone che dichiarano di essere troppo sensibili per sopportare la vista del dolore e, diceva Bernanos, schiacciano una piccola bestia sofferente per non vederla soffrire. Il debole che vive la propria debolezza come l’unica o la più importante, e vorrebbe che lo pensassero pure gli altri, di cui si infischia. I due, alle nostre spalle, hanno lasciato il tavolo e sono già abbastanza lontani; si sentono le loro voci, ma non le loro parole. Il tono di quelle voci suggerisce che ognuno dei due sta presentando il conto all’altro, senza che gli  venga in mente di pagare, almeno per la propria parte.

in Corriere della Sera” del 30 settembre 2017

Un mercato economico regolamentato a difesa di una “ecologia integrale”

Nunzio Galantino*

Ho riattraversato, nei giorni scorsi, le campagne della Puglia e del Molise, con i lunghi filari di viti cariche di uva e i maestosi ulivi (almeno quelli non attaccati dalla Xylella fastidiosa) pieni di olive. Negli stessi giorni, in attesa delle decisioni dei singoli stati membri, è curiosamente entrato in vigore (in modalità provvisoria) il Ceta – trattato di libero scambio fra Ue e Canada. Questa notizia ha ridimensionato la gioia per quello che avevo visto attraversando le terre coltivate della mia regione. Ho infatti raccolto subito le non poche preoccupazioni degli addetti ai lavori. Tra questi, soprattutto alcuni coltivatori diretti e quanti, con loro, si spendono per far uscire l’agricoltura e gli operatori agricoli dal cono d’ombra nel quale tentano di ricacciarli politiche miopi e interessate. Mi è subito venuto in mente quanto scrive Papa Francesco nell’enciclica ’Laudato si’: «Un mondo interdipendente [significa] principalmente fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di alcuni Paesi». Il Papa ha saputo, così, raccogliere e dar voce al sentire “comune”, avvalorato dalle tantissime dichiarazioni che vengono dal mondo economico. Tanti timori, ma anche la speranza che non vengano disattese le urgenze del vivere quotidiano anche in questo caso.

Conosco le perplessità di chi vorrebbe una Chiesa meno presente nel dibattito economico perché “estraneo” alla dimensione spirituale che essa è chiamata a curare. Mi permetto di osservare però che una spiritualità incarnata e una “ecologia integrale” non possono ignorare tutto ciò che tocca l’uomo e l’ambiente nel quale vive. E lo sappiamo, il modello economico ha a che fare sempre più direttamente con il pianeta, la terra, i mari, le risorse, i migranti stessi e la redistribuzione – dei migranti e delle risorse – sulla terra. Anche qui, nel nostro sempre più piccolo Occidente.

Il Papa in questo, come in altri casi, evoca un “fantasma” col quale spesso evitiamo di fare i conti: la sopravvivenza del pianeta, così come ci è stato dato “in prestito”… dalle generazioni future.
È dei giorni scorsi la notizia (di fonte Fao) che dopo decenni il numero di persone che soffrono la fame nel mondo è tornato a salire in concomitanza con i violenti cambiamenti climatici. È sempre di questi giorni la dichiarazione del direttore dell’Earth Institute della Columbia University: «Stiamo alzando la temperatura del pianeta e il livello del mare (…) Abbiamo trent’anni per evitare la fine del pianeta». Sempre in questi giorni è stato pubblicato uno studio sulla rivista Nature che quantifica in 38mila il numero di persone morte in seguito alle emissioni dei motori diesel truccati. Tutto ciò è visto come l’esito nefasto di un modello globale appiattito sulle regole dell’industria estrattiva. Senza alcun carattere conservativo. La stessa produzione e la distribuzione stanno dentro la logica della commodity, che non considera gli effetti sul piano ambientale, su quello sociale e naturalmente sul piano etico, della relazione fra l’uomo e la natura e dell’uomo con il suo prossimo. Le maggiori perplessità sorgono di fronte alla asettica applicazione del principio “intoccabile” (una sorta di feticcio) del libero commercio, sancito dalla Wto, che sta alla base dei cosiddetti trattati globali o multilaterali. Da un lato, con questi, ci si impegna a raggiungere obiettivi importanti di natura ambientale che dovrebbero includere criteri di sostenibilità nella produzione e nel lavoro; dall’altro, in ossequio al “libero commercio” si siglano accordi che suscitano guerre commerciali, impermeabili a preoccupazioni ambientali e che indirettamente sanciscono la legittimità di condizioni di lavoro prossime alla schiavitù. A vincere insomma è sempre e solo il “prezzo”.

Una domanda mi pongo, come uomo di strada, di fronte al Ceta: come si fa ad arginare le storture cui ho fatto riferimento fin qui se questo trattato, aldilà dell’azzeramento di tutte o quasi le barriere tariffarie fra Canada e Unione Europea, abbatte e/o subordina anche tutte le barriere “non tariffarie”? Se abbatte cioè anche quel complesso sistema di standard, regole di produzione e di protezione della qualità dell’ambiente e della salute dei cittadini, che è patrimonio stesso della creazione europea? Un esempio è legato alla produzione che caratterizza tante parti della nostra Italia, compreso il territorio che ho attraversato nei giorni scorsi: il grano duro. Sappiamo tutti delle

massicce importazioni di grano duro canadese. Questo viene fatto maturare attraverso l’impiego di Glifosato (o Glifosate), una sostanza il cui uso nel nostro Paese è sottoposto a regole più stringenti che altrove. È prevedibile che il Canada, in forza dell’entrata in vigore del Ceta, si opporrà all’etichettatura obbligatoria prevista in Italia sulla pasta. Questa infatti costituirebbe un freno al “libero commercio”. Ed è ugualmente probabile che l’Ics – una corte arbitrale esterna non soggetta alla giurisdizione degli stati – debba piegarsi alle “ragioni” canadesi. Ho fatto solo un esempio. Non è da escludere che, per la natura del Ceta e per le ambiguità che esso contiene, non si favoriscano condizioni di lavoro, modalità di produzione, tecniche di sfruttamento delle risorse, che hanno carattere feudale e incrinano potentemente gli equilibri ambientali. Come avviene ancora in Vietnam, Thailandia o Cambogia, tutti potenziali candidati ai prossimi accordi globali.

Questa riflessione, maturata attraversando le mie terre, è stata sostenuta dal desiderio di veder crescere un modello socio-economico che si caratterizzi in termini di “sostenibilita” ambientale e sociale; che si mantenga vicino a quell’impronta di prossimità che parte dalla famiglia, garantisce sussistenza, mantiene il ruolo centrale del contadino nella comunità. È un modello che negli infiniti sud del mondo, consentirebbe di mettere un freno allo spogliazione delle campagne e ai conseguenti flussi migratori; che svolga un ruolo di custodia dei territori e della loro biodiversità; che contribuisca alla coesione della comunità, valorizzando i territori. Insomma ci interessa un modello agricolo in cui il cibo rimanga tale e non diventi commodity. Rimanga qualcosa di non lontano – con tutti i suoi limiti – dal modello agricolo che abbiamo in casa, nella nostra Italia. Un modello che contribuisce a preservare il nostro pianeta che, come ci ricorda Papa Francesco, chiede di essere abitato come “casa comune”.

* L’autore è segretario generale della Cei

in “Il Sole 24 Ore” del 30 settembre 2017

Piccoli borghi risorti con l’immigrazione dei profughi bambini

Maria Novella De Luca

«Si chiama Victory, ma per noi è Vittorio, anzi Vittò. E da quando a Petruro sono arrivati Vittò, Testimony, Marvellous, Shiv e tutti gli altri, anche noi vecchi abbiamo ricominciato a sentirci vivi, qui prima c’erano soltanto silenzio e funerali». Ubaldo Mazza, 80 anni, ex minatore, “zio Ubaldo” per tutti, una selva di capelli bianchi, gioca con Victory, nigeriano di 17 mesi, catapultato dalla vita con la mamma Precious in questo borgo dell’Irpinia arroccato tra boschi e castagneti. Strade di pietra, vento, montagne, l’odore del mosto e dell’uva. «Sapete? Andrà all’asilo. Con tutti questi nuovi bambini il Comune ha deciso di riaprirlo, qui la scuola era chiusa da vent’anni ».

Victory corre, saltella, guarda zio Ubaldo e ridono come matti, il mondo — a volte — può anche essere salvato dai ragazzini, un vecchio e un bambino che sanno di essere una coppia irresistibile, testimonial, anzi, di una “integrazione possibile”. Italiani e migranti insieme in un progetto che la Caritas di Benevento ha chiamato Rete dei comuni welcome. Ossia un’alleanza basata sull’accoglienza e su un “welfare locale ad esclusione zero” che fermi l’esodo da questi piccoli paesi bellissimi ma ormai spopolati tra il Sannio e l’Irpinia, disseminati di vitigni abbandonati, campi incolti, bar deserti e nascite zero.

E dunque porte aperte ai profughi in attesa di asilo che attraverso i fondi degli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) stanno riportando vita, nascite e reddito tra le strade deserte dei borghi. Ma anche alle famiglie italiane più fragili che qui potrebbero ritrovare migliori condizioni di vita. E bisogna addentrarsi nel silenzio di Petruro Irpino, provincia di Avellino, 210 abitanti, dove grazie a sette bambini migranti a breve riaprirà l’asilo, per assistere a un esempio di laboratorio sociale. Dove Precious, nigeriana, fa il tirocinio da parrucchiera, mentre la piccola Testimony passa le sue mattine con Teresa, ragazza italiana che le fa da baby sitter e così si paga gli studi, mentre la mamma Pamela, anche lei nigeriana, lavora in un’azienda agricola. Nella loro lindissima casa, Rajvir Singh e la moglie Meher, afghani di religione Sikh, preparano ravioli di verdure da cuocere in un brodo speziato, in attesa che Shiv, 10 anni, torni con lo scuolabus. Perseguitati in Afghanistan perché di religione Sikh, Rajvit, Meher e Shiv portano nel cuore il dolore più grande. Racconta Marco Milano, esperto di relazioni internazionali, oggi responsabile dello Sprar: «I talebani hanno ucciso davanti ai loro occhi il fratello di Shiv, Meher non si è mai ripresa…». Per questo Rajvit vuole restare in Italia. «Qui è bello, ci sono le montagne e la terra. Posso lavorare e mio figlio può crescere nella pace». E Rajvit entrerà a far parte della cooperativa che italiani e migranti stanno per fondare recuperando terre e coltivazioni.

«Il Greco di Tufo, l’Aglianico, il Fiano, abbiamo un patrimonio di vigneti che rischiano di morire. Molti giovani di qui — dice Marco Milano — emigrati al Nord o all’estero, stanno tornando per partecipare ai progetti “welcome”. Tanto che oltre ai bambini stranieri ricominciano a nascere i figli di coppie italiane…». Ma non c’è solo Petruro Irpino. A Chianche, dove «c’erano più lampioni che abitanti», era rimasta una sola adolescente italiana, Carmela, adesso ci sono quindici rifugiati e tra poco aprirà un nuovo alimentari “etnico”. Il cibo è memoria e gli odori che escono dalle cucine si mescolano, il riso e pollo dei migranti, i fusilli al pomodoro delle case italiane. «Favorite — dice Zi’Ngiulina — la mia porta è aperta». Carmela ha un bel sorriso: «Studio a Benevento ma qui, a casa, mi sentivo davvero sola. Adesso con le ragazze e i ragazzi migranti è tornata la vita…». A Rocca Bascerana i rifugiati sono trenta, il sindaco Roberto Del Grosso dice con chiarezza: «L’integrazione c’è stata, possiamo ospitarne altri». «Con i 35 euro al giorno destinati ai richiedenti asilo — spiega Francesco Giangregorio dello Sprar di Chianche — paghiamo i corsi, ma affittiamo anche case dai proprietari italiani. Gli ospiti, poi, con i cinque euro al giorno che vengono loro consegnati come pocket money, fanno la spesa nei negozi di qui che infatti stanno riaprendo». Insomma una micro-economia che ricomuncia a muoversi grazie a un melting pot italiano e straniero che consuma e chiede servizi. Donne, uomini e bambini che hanno vissuto l’orrore, i lager

libici, gli stupri e adesso tra questi boschi che volgono all’autunno sembrano respirare. Hayatt, etiope, bella e riservata, oggi diventata “operatrice agroalimentare”, fuggita dopo lo sterminio della sua famiglia. Mercy e Evelyn, nigeriane, scampate (forse) alla tratta. E tanti, ottenuto lo status di rifugiati scelgono di restare. Noman, ad esempio, assunto legalmente come edile alla fine del tirocinio, così come Seck, del Mali, in una ditta di compostaggio.
«Il nostro obiettivo è che restino, ripopolino i nostri comuni e si integrino in percorsi di legalità», spiega con passione Angelo Moretti, responsabile comunicazione della Caritas, cuore e anima della rete dei “Comuni Welcome”. «I grandi centri di accoglienza del Sud sono in mano alla criminalità, lo sappiamo. Nei nostri progetti gli ospiti invece devono formarsi, vivono in piccoli gruppi, i bambini vanno a scuola. E questo dà dignità. Abbiamo lavorato molto prima che i migranti arrivassero per preparare l’integrazione. Oggi raccogliamo i frutti. E anche questa economia inizialmente assistita, si sta trasformando in economia reale, con le cooperative tra italiani e migranti».
Alle 5 del pomeriggio sulla piazza di Petruro quindici bambini giocano a pallone. Italiani, afghani, nigeriani, sudamericani, ghanesi. «Goal» lo sanno dire tutti. «Quante voci — dice Zio Ubaldo — sembra di essere cinquant’anni fa…».

in “la Repubblica” del 30 settembre 2017

I nemici della speranza

papa Francesco

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
In questo tempo noi stiamo parlando della speranza; ma oggi vorrei riflettere con voi sui nemici della speranza. Perché la speranza ha i suoi nemici: come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici.
E mi è venuto in mente l’antico mito del vaso di Pandora: l’apertura del vaso scatena tante sciagure per la storia del mondo. Pochi, però, ricordano l’ultima parte della storia, che apre uno spiraglio di luce: dopo che tutti i mali sono usciti dalla bocca del vaso, un minuscolo dono sembra prendersi la rivincita davanti a tutto quel male che dilaga. Pandora, la donna che aveva in custodia il vaso, lo scorge per ultimo: i greci la chiamano elpìs, che vuol dire speranza.
Questo mito ci racconta perché sia così importante per l’umanità la speranza. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo.
Un poeta francese – Charles Péguy – ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (cfr Il portico del mistero della seconda virtù). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina». L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza.
La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta a “condividere il viaggio”, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. E’ un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura! Non abbiamo paura di condividere la speranza!
La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza. E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento.
A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. E’ questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno.
Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. I monaci dell’antichità avevano denunciato uno dei peggiori nemici del fervore. Dicevano così: quel “demone del mezzogiorno” che va a sfiancare una vita di impegno, proprio mentre arde in alto il sole. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto.

Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Ecco perché è importante custodire il proprio cuore, opponendoci alle tentazioni di infelicità, che sicuramente non provengono da Dio. E laddove le nostre forze apparissero fiacche e la battaglia contro l’angoscia particolarmente dura, possiamo sempre ricorrere al nome di Gesù. Possiamo ripetere quella preghiera semplice, di cui troviamo traccia anche nei Vangeli e che è diventata il cardine di tante tradizioni spirituali cristiane: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza.
Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti!

 

29 settembre 2017

Catalogna. Incostituzionalità del referendun secessionista

Massimo Villone

Esiste un diritto alla secessione? Per valutare gli eventi spagnoli questa è la domanda. E la risposta per un costituzionalista è una sola. Nessuna Costituzione riconosce come diritto la separazione unilaterale perché ne verrebbe un harakiri costituzionale.Con la dissoluzione dell’ordinamento e della stessa Costituzione. Per la Spagna, questo si traduce in una esplicita clausola di unità indissolubile della nazione spagnola, cui si accompagna l’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono (art. 2). Un impianto non lontano dall’art. 5 della Costituzione italiana.

Il referendum catalano è esplicitamente secessionista: «Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di repubblica?». Inoltre, la legge catalana prevede l’obbligatorio e immediato distacco dalla Spagna nel caso di vittoria del sì. Dunque dal punto di vista costituzionalistico trovano fondamento sia il blocco posto dalla Corte spagnola al procedimento referendario, sia le iniziative nel medesimo senso del governo.

Altra questione è se le scelte dell’esecutivo siano quelle politicamente più utili e opportune, o se invece altre mosse, di dialogo e trattativa, sarebbero state da preferire. In contesti simili gli aspiranti secessionisti fanno riferimento al principio di autodeterminazione dei popoli. Sancito già nel 1945 dall’art. 1.2 della Carta delle Nazioni Unite, era un mantra, in Italia, per la Lega secessionista della prima ora. È stato richiamato a sostegno dei referendum canadesi sul distacco del Quebec (1980, 1995), e del referendum 2014 sull’indipendenza della Scozia. Anche la legge catalana sul referendum si riferisce esplicitamente all’autodeterminazione. Ma cosa è un “popolo” ai sensi dell’art. 1.2 della Carta UN? Soprattutto, la norma sembra doversi correttamente riferire a “popoli”, comunque definiti, che siano oppressi, privati di libertà e diritti, sfruttati, assoggettati a dominazione coloniale, a sudditanza economica. Tale non era il caso per il Quebec e la Scozia, né è il caso per la Catalogna: un quinto del Pil della Spagna, con una autonomia già molto ampia. Quando è una parte economicamente forte e largamente autonoma a volersi staccare, i fantasmi dell’egoismo territoriale diventano corposi.

Dalla Catalogna a Lombardia e Veneto. Le due regioni votano il 22 ottobre per l’attribuzione di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”: un ampliamento previsto e disciplinato dall’art. 116, co. 3, della Costituzione. Proprio per questo, i referendum sono del tutto inutili. Il procedimento si attiva su “iniziativa” della regione, parola che apre a una trattativa con Roma a livello di esecutivi, o anche alla presentazione da parte della regione di una proposta di legge statale. Legge, va ricordato, da approvare a maggioranza assoluta dei componenti sulla base di intesa con la regione. Quindi, la regione può avviare il procedimento, e può bloccarlo prima della conclusione, se sgradita. Un referendum brucia milioni di euro e nulla aggiunge o toglie. Poteva bastare al più una mozione approvata nei consigli regionali. Mentre sono obsoleti, dopo il titolo V riformato nel 2001, gli argomenti utilizzati per bocciare (Corte cost., 470/1992) l’ipotesi di referendum per una legge costituzionale di iniziativa regionale sulla trasformazione del Veneto in regione speciale. Ricorrendo oggi alle urne si vuole piuttosto lanciare la corsa per le politiche del 2018. Nella stessa chiave si possono interpretare gli squilli di tromba di una Lega sovranista – e non più secessionista – sulla vicenda spagnola.

Non sappiamo se il referendum catalano si terrà, mentre quelli del lombardo-veneto non trovano ostacoli. Situazioni diverse, che non sfuggono però alla sensazione che qualche elemento le accomuni. Il mondo globalizzato e iperconnesso in una rete senza confini mette in crisi il modello dello stato nazionale, e i suoi canoni di diritti, libertà, eguaglianza, giustizia sociale, democrazia. Alcuni – che magari si sentono più forti – sembrano preferire il fare da soli. Ma è una risposta illusoria.

Un mondo di piccole patrie non assicura certezze o più luminosi orizzonti. Tanto meno li concede a chi strappa per sé qualche briciola di benessere in più negando ogni più ampia solidarietà. In fondo tra i paesi e nei paesi, come nelle famiglie, alla fine sulla volgare pecunia si litiga. E non finisce bene.

in “il manifesto” del 30 settembre 2017