Archivio mensile:agosto 2017

Il grido della terra. Messaggio Giornata mondiale per la cura del creato

papa Francesco

MESSAGGIO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO

Usiamo misericordia verso la nostra casa comune

In unione con i fratelli e le sorelle ortodossi, e con l’adesione di altre Chiese e Comunità cristiane, la Chiesa Cattolica celebra oggi l’annuale “Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato”. La ricorrenza intende offrire «ai singoli credenti ed alle comunità la preziosa opportunità di rinnovare la personale adesione alla propria vocazione di custodi del creato, elevando a Dio il ringraziamento per l’opera meravigliosa che Egli ha affidato alla nostra cura, invocando il suo aiuto per la protezione del creato e la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo».[1]

È molto incoraggiante che la preoccupazione per il futuro del nostro pianeta sia condivisa dalle Chiese e dalle Comunità cristiane insieme ad altre religioni. Infatti, negli ultimi anni, molte iniziative sono state intraprese da autorità religiose e organizzazioni per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica circa i pericoli dello sfruttamento irresponsabile del pianeta. Vorrei qui menzionare il Patriarca Bartolomeo e il suo predecessore Dimitrios, che per molti anni si sono pronunciati costantemente contro il peccato di procurare danni al creato, attirando l’attenzione sulla crisi morale e spirituale che sta alla base dei problemi ambientali e del degrado. Rispondendo alla crescente attenzione per l’integrità del creato, la Terza Assemblea Ecumenica Europea (Sibiu, 2007) proponeva di celebrare un “Tempo per il Creato” della durata di cinque settimane tra il 1° settembre (memoria ortodossa della divina creazione) e il 4 ottobre (memoria di Francesco di Assisi nella Chiesa Cattolica e in alcune altre tradizioni occidentali). Da quel

 momento tale iniziativa, con l’appoggio del Consiglio Mondiale delle Chiese, ha ispirato molte attività ecumeniche in diverse parti del mondo. Dev’essere pure motivo di gioia il fatto che in tutto il mondo iniziative simili, che promuovono la giustizia ambientale, la sollecitudine verso i poveri e l’impegno responsabile nei confronti della società, stanno facendo incontrare persone, soprattutto giovani, di diversi contesti religiosi. Cristiani e non, persone di fede e di buona volontà, dobbiamo essere uniti nel dimostrare misericordia verso la nostra casa comune – la terra – e valorizzare pienamente il mondo in cui viviamo come luogo di condivisione e di comunione.

1. La terra grida…

Con questo Messaggio, rinnovo il dialogo con ogni persona che abita questo pianeta riguardo alle sofferenze che affliggono i poveri e la devastazione dell’ambiente. Dio ci ha fatto dono di un giardino rigoglioso, ma lo stiamo trasformando in una distesa inquinata di «macerie, deserti e sporcizia» (Enc. Laudato si’, 161). Non possiamo arrenderci o essere indifferenti alla perdita della biodiversità e alla distruzione degli ecosistemi, spesso provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici. «Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (ibid., 33).

Il pianeta continua a riscaldarsi, in parte a causa dell’attività umana: il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato e probabilmente il 2016 lo sarà ancora di più. Questo provoca siccità, inondazioni, incendi ed eventi meteorologici estremi sempre più gravi. I cambiamenti climatici contribuiscono anche alla straziante crisi dei migranti forzati. I poveri del mondo, che pure sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e già ne subiscono gli effetti.

Come l’ecologia integrale mette in evidenza, gli esseri umani sono profondamente legati gli uni agli altri e al creato nella sua interezza. Quando maltrattiamo la natura, maltrattiamo anche gli esseri umani. Allo stesso tempo, ogni creatura ha il proprio valore intrinseco che deve essere rispettato. Ascoltiamo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (ibid., 49), e cerchiamo di comprendere attentamente come poter assicurare una risposta adeguata e tempestiva.

2. …perché abbiamo peccato

Dio ci ha donato la terra per coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15) con rispetto ed equilibrio. Coltivarla “troppo” – cioè sfruttandola in maniera miope ed egoistica –, e custodirla poco è peccato.

Con coraggio il caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo ha ripetutamente e profeticamente messo in luce i nostri peccati contro il creato: «Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi sono peccati». Infatti, «un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio».[2]

Di fronte a quello che sta accadendo alla nostra casa, possa il Giubileo della Misericordia richiamare i fedeli cristiani «a una profonda conversione interiore» (Enc. Laudato si’, 217), sostenuta in modo particolare dal sacramento della Penitenza. In questo Anno Giubilare, impariamo a cercare la misericordia di Dio per i peccati contro il creato che finora non abbiamo saputo riconoscere e confessare; e impegniamoci a compiere passi concreti sulla strada della conversione ecologica, che richiede una chiara presa di coscienza della nostra responsabilità nei confronti di noi stessi, del prossimo, del creato e del Creatore (cfr ibid., 10; 229).

3. Esame di coscienza e pentimento

Il primo passo in tale cammino è sempre un esame di coscienza, che «implica gratitudine e gratuità, vale a dire un riconoscimento del mondo come dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni gratuite di rinuncia e gesti generosi […]. Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale. Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri» (ibid., 220).

A questo Padre pieno di misericordia e di bontà, che attende il ritorno di ognuno dei suoi figli, possiamo rivolgerci riconoscendo i nostri peccati verso il creato, i poveri e le future generazioni. «Nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici», siamo chiamati a riconoscere «il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente».[3] Questo è il primo passo sulla via della conversione.

Nel 2000, anch’esso un Anno Giubilare, il mio predecessore san Giovanni Paolo II ha invitato i cattolici a fare ammenda per l’intolleranza religiosa passata e presente, così come per le ingiustizie commesse verso gli ebrei, le donne, i popoli indigeni, gli immigrati, i poveri e i nascituri. In questo Giubileo Straordinario della Misericordia invito ciascuno a fare altrettanto. Come singoli, ormai assuefatti a stili di vita indotti sia da una malintesa cultura del benessere sia da un «desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno» (ibid., 123), e come partecipi di un sistema «che ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura»,[4] pentiamoci del male che stiamo facendo alla nostra casa comune.

Dopo un serio esame di coscienza e abitati da tale pentimento, possiamo confessare i nostri peccati contro il Creatore, contro il creato, contro i nostri fratelli e le nostre sorelle. «Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci fa vedere il confessionale come un luogo in cui la verità ci rende liberi per un incontro».[5] Sappiamo che «Dio è più grande del nostro peccato»,[6] di tutti i peccati, compresi quelli contro la creazione. Li confessiamo perché siamo pentiti e vogliamo cambiare. E la grazia misericordiosa di Dio che riceviamo nel Sacramento ci aiuterà a farlo.

4. Cambiare rotta

L’esame di coscienza, il pentimento e la confessione al Padre ricco di misericordia conducono a un fermo proposito di cambiare vita. E questo deve tradursi in atteggiamenti e comportamenti concreti più rispettosi del creato, come ad esempio fare un uso oculato della plastica e della carta, non sprecare acqua, cibo ed energia elettrica, differenziare i rifiuti, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico e condividere un medesimo veicolo tra più persone, e così via (cfr Enc. Laudato si’, 211). Non dobbiamo credere che questi sforzi siano troppo piccoli per migliorare il mondo. Tali azioni «provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente» (ibid., 212) e incoraggiano «uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo» (ibid., 222).

Ugualmente il proposito di cambiare vita deve attraversare il modo in cui contribuiamo a costruire la cultura e la società di cui siamo parte: infatti «la cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione» (ibid., 228). L’economia e la politica, la società e la cultura non possono essere dominate da una mentalità del breve termine e dalla ricerca di un immediato ritorno finanziario o elettorale. Esse devono invece essere urgentemente riorientate verso il bene comune, che comprende la sostenibilità e la cura del creato.

Un caso concreto è quello del “debito ecologico” tra il Nord e il Sud del mondo (cfr ibid., 51-52). La sua restituzione richiederebbe di prendersi cura dell’ambiente dei Paesi più poveri, fornendo loro risorse finanziarie e assistenza tecnica che li aiutino a gestire le conseguenze dei cambiamenti climatici e a promuovere lo sviluppo sostenibile.

La protezione della casa comune richiede un crescente consenso politico. In tal senso, è motivo di soddisfazione che a settembre 2015 i Paesi del mondo abbiano adottato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e che, a dicembre 2015, abbiano approvato l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, che si pone l’impegnativo ma fondamentale obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale. Ora i Governi hanno il dovere di rispettare gli impegni che si sono assunti, mentre le imprese devono fare responsabilmente la loro parte, e tocca ai cittadini esigere che questo avvenga, anzi che si miri a obiettivi sempre più ambiziosi.

Cambiare rotta quindi consiste nel «rispettare scrupolosamente il comandamento originario di preservare il creato da ogni male, sia per il nostro bene sia per il bene degli altri esseri umani».[7] Una domanda può aiutarci a non perdere di vista l’obiettivo: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?» (Enc. Laudato si’, 160).

 

5. Una nuova opera di misericordia

«Niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia – sia che si tratti della misericordia con la quale il Signore ci perdona i nostri peccati, sia che si tratti della grazia che ci dà per praticare le opere di misericordia in suo nome».[8]

Parafrasando san Giacomo, «la misericordia senza le opere è morta in sé stessa. […] A causa dei mutamenti del nostro mondo globalizzato, alcune povertà materiali e spirituali si sono moltiplicate: diamo quindi spazio alla fantasia della carità per individuare nuove modalità operative. In questo modo la via della misericordia diventerà sempre più concreta».[9]

La vita cristiana include la pratica delle tradizionali opere di misericordia corporali e spirituali.[10] «Di solito pensiamo alle opere di misericordia ad una ad una, e in quanto legate ad un’opera: ospedali per i malati, mense per quelli che hanno fame, ostelli per quelli che sono per la strada, scuole per quelli che hanno bisogno di istruzione, il confessionale e la direzione spirituale per chi necessita di consiglio e di perdono… Ma se le guardiamo insieme, il messaggio è che l’oggetto della misericordia è la vita umana stessa nella sua totalità».[11]

Ovviamente la vita umana stessa nella sua totalità comprende la cura della casa comune. Quindi, mi permetto di proporre un complemento ai due tradizionali elenchi di sette opere di misericordia, aggiungendo a ciascuno la cura della casa comune.

Come opera di misericordia spirituale, la cura della casa comune richiede «la contemplazione riconoscente del mondo» (Enc. Laudato si’, 214) che «ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare» (ibid., 85). Come opera di misericordia corporale, la cura della casa comune richiede i «semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo […] e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore» (ibid., 230-231).

6. In conclusione, preghiamo

Nonostante i nostri peccati e le spaventose sfide che abbiamo di fronte, non smarriamo mai la speranza: «Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato […] perché si è unito definitivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade» (ibid., 13; 245). In particolare il 1° settembre, e poi per tutto il resto dell’anno, preghiamo:

«O Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi. […]

O Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo

come strumenti del tuo affetto per tutti gli esseri di questa terra» (ibid., 246).

O Dio di misericordia, concedici di ricevere il tuo perdono
e di trasmettere la tua misericordia in tutta la nostra casa comune.
Laudato si’.
Amen.

Dal Vaticano, 1 settembre 2016

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[1] Lettera per l’istituzione della “Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato”, 6 agosto 2015.

[2] Discorso a Santa Barbara, California (8 novembre 1997).
[3] Bartolomeo I, Messaggio per la Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato (1 settembre 2012).

[4] Discorso, II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), 9 luglio 2015.

[5] Terza meditazione, Ritiro Spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, Basilica di San Paolo fuori le Mura, 2 giugno 2016.

[6] Udienza, 30 marzo 2016.
[7] Bartolomeo I, Messaggio per la Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato (1° settembre 1997).

[8] Prima Meditazione, Ritiro Spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, Basilica di San Giovanni in Laterano, 2 giugno 2016.

[9] Udienza, 30 giugno 2016.

[10] Quelle corporali sono: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti. Quelle spirituali sono: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti.

[11] Terza meditazione, Ritiro Spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, Basilica di San Paolo fuori le Mura, 2 giugno 2016.

 

Jacques Maritain. Per un umanesimo integrale

Diego Fusaro

L’ideale supremo cui deve tendere l’opera politica e sociale dell’umanità è l’inaugurazione di una città fraterna, la quale non comporta la speranza che tutti gli uomini saranno un giorno perfetti sulla terra e si ameranno fraternamente, sibbene la speranza che lo stato esistenziale della vita umana e le strutture della civiltà si avvicineranno sempre più alla perfezione, la cui misura è la giustizia e l’amicizia. ” (“Per la giustizia”)

 Vita e opere

La vita di Jacques Maritain (nato a Parigi nel 1882, morto a Tolosa nel 1973) è suddivisibile in quattro periodi. Nel periodo giovanile,tra il 1900 e il 1906, si collocano alcuni incontri fondamentali: oltre che con Raissa Oumancçoff (Rostov, 1883 – Parigi, 1960), che divenne sua moglie, con Péguy, Bergson, Bloy, che influì sulla conversione dei Maritain avvenuta nel 1905. Nel secondo periodo, che va dal 1905 al 1930, Maritain visse in Francia (salvo il biennio degli studi di biologia a Heidelberg presso H. Dreisch) e contribuì alla rinascita del tomismo, pubblicando nel 1914 la sua prima opera su “La filosofia bergsoniana” e nel 1922 il volume intitolato “Antimoderno”, e creando, nello stesso anno, i cosiddetti Circoli tomistici. Dal 1914 è professore di storia della filosofia moderna all’Institut Catholique di Parigi. Dal 1923 a Meudon la casa dei Maritain diventa luogo di incontri culturali di filosofi, teologi, scrittori, poeti, artisti. Prosegue la sua attività di professore (dal 1928 insegna logica e cosmologia) e di conferenziere in Francia e in vari paesi europei e americani.

Nel 1926 avviene il distacco dall’ “Action Française“, movimento di destra, per il quale aveva simpatizzato prima della condanna di Pio XI. Dal 1930 al 1960 si colloca un nuovo periodo, che è avviato dallo scritto “Religione e cultura“. Nel 1932 pubblica il suo capolavoro, “Distinguere per unire (o i gradi del sapere)”, e nel 1936 l’opera sua più famosa, “Umanesimo integrale“, che susciterà intorno a Maritain vivaci polemiche. Tra il ’35 e il ’37 prende posizione contro l’invasione dell’Etiopia, il bombardamento di Guernica, la guerra di Spagna. A causa del nazismo i Maritain si trasferiscono negli Stati Uniti (1940-44) e a New York Jacques insegna nelle università di Princeton e della Columbia, e tiene conferenze in numerose città americane. È anche tra gli animatori della resistenza francese. Nel 1942 pubblica “ I diritti dell’uomo e la legge naturale“, l’anno successivo “L’educazione al bivio“, e nel 1944 il volume di metafìsica e morale significativamente intitolato “Da Bergson a Tommaso d’Aquino“.

Dal 1944 al 1948 è a Roma quale ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. In questo periodo pubblica due sintetiche ma importanti opere: il “Breve trattato dell’esistenza e dell’esistente” e “La persona e il bene Comune” (1947). Dal 1948 al I960 i Maritain risiedono nuovamente negli USA, e a Princeton Jacques insegna filosofia morale. Importante anche il suo contributo in tema di diritti umani e di pace. Nel 1951 pubblica il suo capolavoro di filosofia politica, “L’uomo e lo stato“; nel 1953 il suo testo base di estetica, “L’intuizione creativa nell’arte e nella poesia“; nel 1957 le lezioni “Per una filosofia della storia“; nel 1959 la sua opera pedagogica completa, “Per una filosofia dell’educazione“, e nel 1960 l’esame storico di “Filosofia morale“. Nel 1960, durante uno dei periodici rientri in Francia, Raissa muore a Parigi. L’ultimo periodo va dal 1960 al 1973, quando Maritain vive presso la comunità di Tolosa dei Piccoli Fratelli di Gesù. Nel 1961 riceve dall’Accademia francese il Gran Premio della Letteratura, e nel 1963 riceve il Gran premio nazionale delle Lettere.

Durante il Concilio ecumenico Vaticano II è da Paolo VI più volte interpellato su alcune questioni dibattute. Nel 1965 Papa Montini gli consegna il Messaggio dei Padri conciliari agli intellettuali. Nel 1966 pubblica “Il contadino della Garonna” sul concilio e sul dopo-concilio, e il libro pone Maritain al centro di rinnovate polemiche. Nel 1970 entra a far parte dei Piccoli Fratelli di Gesù. La sua ultima opera, “Approches sans entraves“, esce postuma qualche mese dopo la sua morte.

Le differenze nel pensiero di Maritain

Sono essenzialmente due le peculiarità che contraddistinguono la filosofìa maritainiana: essa risulta caratterizzata per un verso da unitarietà di ispirazione e per altro verso da articolazione di percorso. Infatti, nell’itinerario speculativo di Maritain possono essere individuati tré periodi diversi e, insieme, può essere rintracciato un filo conduttore che li accomuna. Con ciò si intende dire che, sostanzialmente, il programma di Maritain è rimasto sempre lo stesso, pur se specificato in diversi modi, anche in relazione alla contingenza storico-culturale. Riguardo alla costante, si può dire che il pensiero di Maritain si caratterizza (per usare il titolo di una delle sue prime opere) come antimoderno , nel senso che Maritain sviluppa una decisa critica alla modernità, di cui, peraltro, sa apprezzare certi aspetti; in altre parole, Maritain si caratterizza per un atteggiamento che, seppur critico nei confronti della modernità, non gli impedisce di coglierne gli aspetti positivi, di operare cioè una valutazione che ne mette in luce non solo le ” verità impazzite “, ma anche i ” guadagni storici “.

Questi ultimi si possono adeguatamente valorizzare, a condizione di abbandonare l’orizzonte della modernità, vale a dire l’immanentismo, che non permette alla pur valida esigenza di umanesimo di essere effettivamente umanistica. Infatti, non l’umanesimo, ma il suo carattere antropocentrico è ciò che Maritain critica. Pertanto, il suo programma può essere sintetizzato con il titolo di un’altra sua opera, “Umanesimo integrale” (1936): si tratta di un umanesimo antimoderno che attraversa la modernità pervenendo alla ultra-modernità, operando così una serie di acquisizioni oltre che di rifiuti. Quest’opera di discernimento è effettuata grazie al tomismo , inteso come una filosofia cristiana che, ispirandosi a Tommaso, è capace di accogliere e assimilare le anime di verità che si trovano nella cultura moderna e che, liberate dalla loro caratterizzazione immanentistica (o antropocentrica), sono conciliate con altre acquisizioni classiche, producendo un’inedita sintesi che va al di là del premoderno e del moderno, e caratterizza la posizione maritainiana come ultra-moderna (una filosofia per i tempi nuovi).

Tale è l’ umanesimo integrale , che è umanesimo (cioè valorizzazione dell’uomo) in termini di integralità antropologica e integrazione assiologica; si tratta infatti di un umanesimo che vuole valorizzare tutto l’uomo, e dunque essere rispettoso della integralità della persona umana, e che vuole valorizzare quanto di positivo c’è nelle diverse concezioni dell’uomo, realizzando una loro feconda integrazione. È, questo, il duplice significato dell’aggettivo “integrale” con cui Maritain qualifica il suo umanesimo, connotato come un ” ideale storico concreto ” da individuare attraverso una pars destruens (la critica all’antropocentrismo) e una pars costruens (la proposta di un nuovo umanesimo). La continuità del pensiero maritainiano non deve far dimenticare la diversità di momenti in cui si articola. Tré sono quelli fondamentali: il primo si colloca negli anni Dieci e Venti del Novecento; il secondo va dagli anni Trenta agli anni Cinquanta; il terzo comprende gli anni Sessanta e Settanta.

Queste tre fasi, pur accomunate dal programma di nuovo umanesimo, si differenziano per il diverso modo in cui vengono configurate la parte destruens e quella costruens della riflessione maritainiana. Nel primo periodo la critica è svolta soprattutto nei confronti del positivismo e dell’idealismo , e la proposta si connota come rinascita del tomismo. Nel secondo periodo la critica riguarda per un verso l’individualismo (borghese) e per altro verso il collettivismo (marxista) , e la proposta è quella di una nuova cristianità. Nel terzo periodo la critica concerne il relativismo e il nichilismo e la proposta va in direzione della liberazione dell’intelligenza e di una nuova spiritualità. Lungo questo percorso, Maritain svolge in chiave tomista una riflessione che può definirsi personalista , in quanto l’idea di persona è alla base della critica e della proposta di Maritain in ciascuna fase del suo itinerario speculativo.

Le diverse fasi del pensiero di Maritain

Nella prima fase del suo pensiero, la posizione di Maritain si caratterizza come reazione alle culture della separazione e dell’identità. La separazione è imputata a quelli che Maritain chiama i ” tre riformatori ” – Lutero, Cartesio e Rousseau (i quali hanno, rispettivamente, opposto natura e grazia, ragione e fede, natura e ragione) – e all’identità operata in diverso modo dall’idealismo e dal positivismo. A tutto ciò Maritain risponde rivendicando il valore del tomismo come filosofia dell’essere incentrato sulla persona, che è da difendere nella sua universalità di contro agli individualismi e nella sua concretezza di contro ai trascendentalismi. In questa prima fase la concezione maritainiana è essenzialmente anti-individualista (contro i tré riformatori) per un verso e anti-monista (contro l’idealismo e il positivismo) per l’altro.

La seconda fase vede Maritain impegnato contro gli imperialismi culturali antichi e moderni e contro i totalitarismi ideologici di destra e di sinistra ; è così che Maritain si fa assertore di una epistemologia e di una metafisica esistenziali, caratterizzate dal pluralismo noetico e realistico in alternativa all’ontologismo classico e allo scientismo moderno, non meno che all’idealismo e al positivismo, e si fa anche assertore di un personalismo in termini di difesa della dimensione individuale in alternativa al collettivismo, e della dimensione comunitaria in alternativa all’individualismo. Al liberalismo e al socialismo, che approdano, nei loro esiti estremi, al totalitarismo nazista e a quello sovietico, Maritain oppone il personalismo caratterizzato in senso pluralistico e solidaristico. Sono emblematiche di queste vedute opere come “I gradi del sapere” e “Umanesimo integrale”, che, dal punto di vista della filosofia dell’essere e del sapere per un verso e della filosofia della cultura e della politica per l’altro, sono alternative al neopositivismo, all’esistenzialismo, al marxismo.

Quello di Maritain è un umanesimo che s’ispira al Vangelo; ma tale richiamo ha carattere non specificamente confessionale ma etico, non propriamente religioso ma valoriale, mettendo in luce ciò che nella sua radice è motivato cristianamente ma nella sua espressione è aperto universalmente. Da “Lettera sull’indipendenza” del 1935 a “La persona e il bene comune” del 1947, il personalismo maritainiano viene presentato come una terza via; in realtà è una vera e propria via alternativa, che non ha nulla di mediano. Infatti, per quanto conservi il richiamo a certi valori liberali e socialisti (che poi, secondo Maritain, sono valori cristiani secolarizzati), va oltre l’individualismo borghese e il collettivismo marxista, e rifiuta con decisione il loro esito immanentistico e le varie forme di totalitarismo ideologico in cui sboccano, così come il realismo maritainiano dal punto di vista metafisico e noetico si caratterizza per un organico pluralismo , in base al quale si rispettano le articolazioni della realtà e i gradi del sapere, superando gli imperialismi di tipo ontologico e quelli di tipo empiriologico.

Nella terza fase, il filosofo nella società (come suona il titolo di un’opera del 1960) si trova impegnato a far valere le ragioni della filosofia dell’essere e della persona in un contesto storico profondamente mutato, per cui deve misurarsi con nuove sfide culturali, sociali, religiose ed educative. Sotto questo profilo opere come i due discorsi sulla pace, “L’uomo e lo stato“, “Il contadino della Garonna” e “Per una filosofia dell’educazione” offrono interessanti indicazioni in direzione di una rinnovata ispirazione personalista capace di far fronte al nichilismo veritativo, al machiavellismo politico, al secolarismo antireligioso e al totalitarismo tecnocratico. In particolare, “L’uomo e lo stato” condivide con le opere precedenti l’ispirazione personalista (evidente fin dal titolo con la priorità data all’uomo, di cui l’opera rivendica il primato quale persona rispetto allo Stato quale strumento), ma diversamente da opere precedenti insiste su un concetto più laico di democrazia come razionalizzazione etica della vita sociale : il suo fondamento è la persona (da qui il richiamo ai diritti, come espressione della sua dignità); il suo metodo è il pluralismo di tipo collaborativo e non disgregante, e il suo fine è la pace non come assenza di conflitti ma come capacita di risolverli in modo non violento anche attraverso organismi internazionali.

La nuova sfida è, dunque, quella della società complessa, caratterizzata dalla tentazione del relativismo. Da qui l’attenzione riservata al problema del rapporto tra verità e libertà e al significato della tolleranza . Questa non va intesa come sopportazione (che nasconde l’integralismo) nè come indifferenza (che approda allo scetticismo), ma come dialogo che si realizza nell’amicizia, cioè nel confronto e nella collaborazione. Dunque nelle tré fasi dell’itinerario maritainiano troviamo prima un’impostazione prevalentemente anti-individualistica, poi anti-ideologica e infine anti-relativistica: di volta in volta si è configurato un bivio, di cui una delle due possibilità è quella umanistica in opposizione rispettivamente all’individualismo, all’ideologismo e al nichilismo. Tré espressioni, queste, che a ben vedere hanno qualcosa in comune: l’incapacità di tenere insieme elementi che, invece, sono coessenziali: la verità e la libertà , senza le quali l’idea stessa di persona è compromessa.

Da parte di Maritain c’è dunque il rifiuto dell’enfatizzazione dell’individuo (come nei tré riformatori), dello Stato (come nei totalitarismi) e , della massa (come nella società dei consumi): la persona è più che l’individuo egocentrico, è più che lo Stato totalitario, è più che la società massificata. La persona è soggetto, che ” ha fame e sete dell’essere ” ed è impegnato nella ” conquista della libertà “. Da quanto detto, dovrebbe risultare che Maritain dagli anni Venti agli anni Trenta agli anni Sessanta è stato impegnato in un’inedita riproposta del tomismo, finalizzata a rendere possibile una conciliazione di pre-modemo e moderno (in quello che l’uno e l’altro hanno di positivo) per una concreta difesa della persona umana nei diversi campi del conoscere, dell’agire e del fare. Esaminiamo dunque più da vicino questi diversi settori – epistemologico, politico, pedagogico ed estetico – in cui Maritain ha dato il suo contributo di impegno speculativo e pratico.

I temi principali

In Maritain l’idea di epistemologia si configura come teoria del sapere, in quanto secondo lui il sapere non è solo quello sapienziale (del pensiero classico) nè solo quello scientifico (del pensiero moderno), ma è sia sapienziale che scientifico, e pertanto una teoria del sapere deve occuparsi dell’uno e dell’altro. Le scienze si distinguono in scienze empiriche e scienze formali . Le scienze empiriche (che Maritain chiama “empiriologiche”) si distinguono in “scienze empiriometriche” (matematizzate) e “empirioschematiche” (non matematizzate): le prime si subordinano in senso forte alla matematica, cioè non si costituiscono senza di essa, invece le seconde si subordinano in senso debole alla filosofia, cioè si costituiscono senza di essa, seppure ad essa si colleghino per essere complete. Mentre le scienze sperimentali si collocano al primo grado di astrazione, le scienze matematiche si collocano al secondo grado.

Mentre quelle sono induttive, queste sono deduttive. Ma, pur nella differenza, le une e le altre si configurano come sapere di tipo scientifico. Invece, hanno una caratterizzazione ontologica la filosofia della natura , che si colloca al primo grado di astrazione, e la metafìsica, che si colloca al terzo grado di astrazione formale. Bisogna peraltro ricordare che ” tutti e tré i gradi della visualizzazione astrattiva sono, a diverso modo, impegnati con l’essere (non solo la conoscenza metafìsica) “. Per Maritain si tratta insomma di tenere ferma la verità di Aristotele (il sapere ontologico della natura) e la verità di Galilei e di Kant (il sapere empiriologico della natura); il problema contemporaneo è quello di sviluppare la filosofia della natura tenendo conto dei progressi della scienza della natura. Lo sviluppo della filosofia della natura è positivo in relazione non solo alle scienze, ma anche alla metafìsica.

Con l’ ontologia entriamo nel dominio della sapienza, che è filosofica, ma non solo filosofica; oltre alla metafisica, che ” è una sapienza della ragione ” ed ” è naturale per sua essenza “, è bene riconoscere il sapere teologico, che si distingue in teologia dogmatica, che ” è una sapienza di fede e di ragione, una sapienza di fede che usa la ragione “, e teologia mistica, che ” è una sapienza di amore e di unione “. Dunque, al culmine dei gradi del sapere si trova la mistica, la cui specificità è innegabile, ma è altrettanto innegabile che pure si tratta di un sapere, da tenere distinto e unito agli altri gradi del sapere.

Bisogna subito rilevare che il problema politico è stato tra i problemi privilegiati da Maritain, anzi, si può senz’altro affermare che ad esso l’autore ha dedicato il maggior numero di opere. La cosa non deve stupire, perché, in una qualche maniera, nella politica trova il banco di prova la filosofìa maritainiana, che mostra come le impostazioni di carattere ontologico ed epistemologico, lungi dall’essere astratte questioni, costituiscano invece il fondamento dell’agire e del fare: la morale e la politica per un verso, la pedagogia e l’estetica per l’altro risultano i terreni privilegiati per tradurre i princìpi metafìsici nella concretezza dell’essere persona. Detto questo, bisogna aggiungere che, tra i tanti problemi politici affrontati da Maritain, quello principale è il problema della rifondazione della democrazia , un problema che si colloca nell’orizzonte del significato che deve essere attribuito alla politica. Due le concezioni che si scontrano al riguardo: quella tecnica o antiumanistica e quella etica o umanistica: l’opzione maritainiana è stata sempre per quest’ultima, chiarita compiutamente lungo un itinerario che si può suddividere in tré fasi.

Nel decennio che va da “Antimoderno” (1922) a “Strutture politiche e libertà” (1933) si ha un periodo di preparazione, in cui prevale un atteggiamento di critica della democrazia, così come si era andata configurando: non si tratta di un Maritain antidemocratico, bensì di un Maritain critico delle contraddizioni che rinviene in certa democrazia reale. Proprio dalla denuncia delle fragilità della democrazia si fa strada in Maritain l’esigenza di operare una sua rifondazione: dunque, prima ancora che in presenza dei totalitarismi ideologici, è in presenza della pseudo-democrazia (fattore favorente di questi stessi totalitarismi) che Maritain avvia la sua riflessione di filosofo della politica. Una riflessione che viene sviluppata nel decennio che va dal 1933 al 1943: in questo periodo – che comprende opere come “Umanesimo integrale” e “Cristianesimo e democrazia” – Maritain è impegnato nella lotta ai totalitarismi ideologici (frutto del machiavellismo) e nella legittimazione della democrazia in termini religiosi, evidenziando il nesso tra democrazia e cristianesimo sul piano valoriale.

Contemporaneamente, non manca di denunciare ancora una volta i pericoli di una pseudo-democrazia che prepara il totalitarismo tecnologico. Le varie forme di totalitarismo nascono da una politica che, in modi diversi, non riesce ad essere autenticamente democratica. Il problema allora – e siamo al periodo che va dal 1943 al 1969 cioè da “L’educazione al bivio” alla seconda edizione di “Per una filosofia dell’educazione”- é quello di evidenziare la connotazione umanistica della politica, il che significa per un verso denunciare la tentazione della tecnocrazia e per altro richiamare ancora una volta alla dimensione etica della democrazia. Nella rifondazione che della democrazia Maritain opera in termini etico-religiosi, prima, ed etico-laici, poi, rimane costante l’individuazione dei caratteri distintivi della democrazia, mentre variano le motivazioni legate prima all’idea di “nuova cristianità” (“Umanesimo integrale“) e poi all’idea di società pluralistica (“L’uomo e lo stato“).

Ma al di là di queste diverse ispirazioni, è costante l’indicazione di una democrazia come politica personatistica, pluralistica, comunitaria e antiperfettistica, cioè fondata: sul primato della persona come valore in sé; sul rispetto del pluralismo come valorizzazione delle diversità individuali istituzionali, culturali ecc, sul raggiungimento del bene comune, che non è la somma dei beni individuali o della maggioranza, ma è il bene della società in quanto composta di persone; sulla consapevolezza che nulla di mondano può essere assolutizzato, per cui riconoscere l’assoluto come trascendente può immunizzare dalla tentazione del perfettismo politico. Per tutti questi caratteri, la democrazia configura la politica come razionalizzazione etica, e non come mera razionalizzazione tecnica.

La pedagogia
 
Anche se la produzione pedagogica di Maritain non è quantitativamente rilevante (al problema dell’educazione ha, infatti, dedicato uno solo dei sessanta volumi che compongono la sua opera omnia ), è da dire che rilevante è l’importanza di “L’educazione al bivio” ( primo nucleo di “Per una filosofia dell’educazione”) sia in sé, come si può vedere esaminando le diverse edizioni dell’opera; sia in collegamento ai capolavori di filosofia politica come “Umanesimo integrale” (per realizzare un umanesimo integrale ci vuole un’educazione integrale) e “L’uomo e lo stato” (per attuare la democrazia ci vuole anche l’insegnamento del valore della democrazia); sia nel contesto dell’itinerario speculativo maritainiano, di cui condivide la duplice connotazione di continuità e differenziazione (per cui l’educazione è sempre un processo di umanizzazione da realizzare in modo aderente alle divise situazioni culturali e storiche); sia, infine, nell’ambito del dibattito pedagogico novecentesco, con particolare riguardo al rapporto tra pedagogia e filosofia e tra pedagogia e politica.

Maritain, senza misconoscere il contributo delle scienze dell’educazione e delle tecnologie nell’insegnamento, richiama con decisione la connotazione filosofica della pedagogia, e insieme il suo stretto nesso con la politica, nel senso che c’è tra educazione e democrazia un circolo virtuoso, per cui una implica l’altra vicendevolmente essendo entrambe finalizzate a rendere possibile all’uomo la conquista della libertà. E’ bene insistere sul nesso educazione-democrazia, rilevando che i tré momenti corrispondenti alle tre edizioni dell’opera pedagogica di Maritain (nel 1943 esce “L’educazione al bivio“, che costituirà la prima parte di “Per una filosofia dell’educazione”, pubblicata nel 1959 e poi ripubblicata, con modifiche, nel 1969), rappresentano altrettanti momento di quella rifondazione della democrazia a cui Maritain era tanto legato.

Negli anni ’40, la democrazia viene vista come l’alternativa politica al totalitarismo ideologico, cioè al nazifascismo, alla cui cultura della morte viene contrapposta la cultura della vita così come al primato dello stato e della razza viene contro il primato della persona e dei valori: su tutto ciò deve insistere l’educazione. Negli anni Cinquanta l’ accento viene posto sul pluralismo (peraltro già richiamato precedentemente) come condizione per valorizzare concretamente la persona e permettere il perseguimento del bene comune, e ancora una volta l’educazione si fa carico di tali istanze. Infine, negli anni Sessanta il valore della democrazia viene affermato in contrapposizione al nuovo totalitarismo, quello tecnologico, che tende per un verso all’individualismo e per altro verso alla massificazione.

Le ragioni della democrazia contro lo statalismo, il prassismo e la tecnocrazia sono le ragioni stesse dell’educazione, che può aiutare a tenere vive le motivazioni etiche, ossia umanistiche, della democrazia, richiamando la necessità che la politica sia incentrata sulla persona umana e finalizzata al bene comune nel rispetto del pluralismo. Ad una tale impostazione, l’educazione deve aspirare secondo la sua specificità, per cui muove dall’antropologia e, attraverso la metodologia, mira alla teleologia. Questo, tradotto maritainianamente, significa muovere dall’educando concepito come persona in crescita (ma persona a pieno titolo), di cui l’educazione costituisce il ” risveglio umano “; significa, poi, puntare alla sua formazione integrale e armonica, che superi cioè le unilateralità e le scissioni, che Maritain denuncia nei cosiddetti sette errori dell’educazione contemporanea, per cui l’educazione si trova al bivio, nel senso che è chiamata a scegliere tra un’impostazione umanistica e posizioni pseudo-umanistiche o addirittura anti-umanistiche; significa, infine, adottare una metodologia nè permissiva nè autoritaria ma all’insegna della libertà come conquista che trova nell’educazione liberale (umanistica) per tutti la condizione per evitare il vuoto metafìsico ed etico, nemico dell’educazione non meno che della democrazia.

Nei quarant’anni lungo i quali ha sviluppato la sua concezione estetica , Maritain ha dedicato all’argomento molteplici scritti: quello estetico è, infatti, uno dei problemi su cui il filosofo si è più arrovellato, e anche in questo caso il suo itinerario mostra una sostanziale continuità e, insieme, una non minore esigenza di specificazione. Così, costante è l’esigenza – espressa fin dalla prima opera, “Arte e scolastica” – di evitare l’intellettualismo e l’irrazionalismo estetici: l’arte si distingue per un duplice carattere: è intellettuale (è virtù dell’intelletto pratico) e autonoma (nel suo dominio è sovrana). Detto questo, bisogna aggiungere che l’arte trova nella poesia la sua espressione più elevata, e che la caratteristica peculiare della poesia è l’intuizione (o emozione) creatrice, che nasce da quel preconscio spirituale che è stato trascurato dalla psicoanalisi, la quale ha insistito solo sull’inconscio materiale.

In tal modo, sulla concezione tomistica dell’arte come recta ratio factibilium s’innesta una moderna concezione (espressa in opere come “Frontiere della poesia” e “L’intuizione creatrice nell’arte e nella poesia”) della poesia come creatività, che ” nasce nell’anima alle misteriose fonti dell’essere “, per cui la poesia risponde all’esigenza di creare e manifestare in bellezza. Si può dunque affermare che per Maritain la poesia è per un verso naturalmente collegata all’arte, e per altro verso essa trascende l’arte: sia perché la poesia è attuazione della libera creatività dello spirito (nell’arte invece l’attività creativa non è libera, ma finalizzata alla produzione e fruizione dell’opera), sia perché la poesia è conoscenza, cioè a modo suo comunione spirituale con l’essere (mentre l’arte appartiene alla sfera operativa).

Con la conseguenza che la poesia si estende oltre il piano dell’arte, nel senso che una speciale espressione poetica può rientrare in qualsiasi attività, quando l’animo dell’uomo abbia però raggiunto certe grandezze; in tal caso, però, la poesia è come imprigionata; pertanto si può affermare che la poesia trascende l’arte, e questa tuttavia rimane il suo vero dominio. Chiarito il rapporto dell’arte con la conoscenza, è opportuno fare ora riferimento a quella che Maritain chiama “La responsabilità dell’artista” e che dà il titolo alla sua ultima opera di estetica, dove Maritain rivendica l’ autonomia dell’arte e della morale (in quanto la prima riguarda l’opera e la seconda l’uomo), ma insieme ne evidenzia il collegamento, giacché l’uomo appartiene all’una e all’altra come produttore intellettuale e agente morale. Ancora una volta si tratta di distinguere per unire, cosa diversa dal separare o dall’identificare.

Sulla base della sua impostazione, Maritain rifiuta la concezione anarchica (secondo cui ” non ha importanza ciò che si scrive “) e quella totalitaria (secondo cui ” ciò che si scrive deve essere controllato dallo stato “), così come rifiuta l’estetismo (secondo cui l’arte è per l’arte) e il populismo (secondo cui l’arte è per il popolo). Anche il rapporto dell’artista con la società va visto all’insegna ” di un vero senso del bene comune e del rispetto dell’intelligenza e della coscienza, che il bene comune richiede come base “. In questa prospettiva si deve collocare la libertà dell’arte, che pertanto non ha carattere assoluto, in quanto la società umana legittimamente può voler proteggersi da certe conseguenze prodotte da opere artistiche: in tal caso, però, ” è compito della comunità sociale più che dello stato ” e occorre far leva sull’opera educativa, sull’ ethos nazionale, sull’esercizio di vantazione, sull’autoregolamentazione responsabile, sulla libera discussione e sulla critica. Si devono soprattutto richiamare la prima e l’ultima di queste funzioni: quella dell’educazione, che “fornisce alla mente i poteri vitali di resistenza, criticità e discriminazione “, e quella della critica, che ha ” un compito di purificazione e illuminazione incessante, prima riguardo all’attività creativa stessa dell’artista, in secondo luogo riguardo alla consapevolezza comune delle persone “.

 

Le grandi abbazie: Culle di arte, musica, cultura, scienza

Elio Guerriero

All’origine dei tanti monumenti dello spirito che rendono unico e inimitabile il panorama dell’Italia e dell’Europa vi sono spesso i santi. La ragione di questa fecondità nel bello è semplice: alla ricerca di Dio i santi trovano l’origine e la fonte della bellezza. La forma di vita proposta da san Benedetto è una scuola del servizio divino. Si apprende a servire Dio vivendo alla sua presenza. Di qui la cura con la quale viene celebrata la liturgia seguendo il modello degli angeli che vivono alla presenza di Dio e cantano le sue lodi. La preghiera del coro, dunque, è una imitazione della liturgia celeste. Per questo non bisogna anteporvi nulla. Si deve anzi studiare e approfondire la Parola, trascrivere i testi in codici preziosi, adeguare la mente e il cuore alla parola della Scrittura.

Un grande Papa, Gregorio Magno, fu un ammiratore fervente di san Benedetto. Ne scrisse la vita e trasformò la propria casa di Roma in un monastero. Presto, tuttavia, dovette assumere incarichi sempre più rilevanti al servizio della Chiesa finché venne eletto Papa nel 590. Neppure da Pontefice, tuttavia, Gregorio abbandonò il suo ideale di vita al cui centro vi era l’azione, la contemplazione e la predicazione. Il modello di questo atteggiamento era, per Gregorio, Cristo stesso, che da Dio si fece uomo, e come uomo-Dio evangelizzò il mondo. Il Papa divenne dunque un grande predicatore e dove non poté arrivare di persona inviò dei monaci con il compito di diffondere l’annuncio del Vangelo. Lasciava così al Medioevo, che secondo alcuni studiosi con lui ebbe inizio, un modello di vita armonica. A poco a poco le abbazie, le case dei monaci, si diffondono per l’Europa, diventano luoghi di preghiera e di studio, centri di umanità resi accoglienti per chi vi abita ma anche per il visitatore che viene alla ricerca di Dio e di autentica umanità. In questo modo i monasteri divennero un potente fattore di cultura e civiltà. A Gregorio, secondo la tradizione, si deve anche lo sviluppo del canto che da lui prende il nome di gregoriano. Si tratta di un canto che riprendeva precedenti stilemi e li adattava alla vita liturgica della Chiesa. Come nel campo delle arti figurative, dunque, il cristianesimo non creava ex novo, ma si serviva dei modelli esistenti che poi sviluppava e abbelliva. Più di mille anni dopo la morte di san Gregorio Magno la rivoluzione francese introdusse una cesura radicale in questa visione del mondo. Volendo combattere la decadenza della vita cristiana e del monachesimo, tentò di sopprimere con la violenza l’antico modello di vita proposto da san Benedetto. Vennero distrutte abbazie e priorati, furono perseguitati coloro che ancora intendevano vivere secondo la regola del padre dei monaci. Nel 1791 anche l’antica abbazia di Solesmes, nella regione francese della Loira, chiuse i battenti, e così sembrava finita la storia del monachesimo in Occidente.

Dopo qualche decennio, tuttavia, un sacerdote di nome Prosper Guéranger col consenso del vescovo di Le Mans, acquistò il vecchio priorato di Solesmes e vi si trasferì con tre compagni. Ripristinando il monachesimo e rinnovando lo spirito della liturgia, don Guéranger mirava a rinnovare la vita della Chiesa in Francia e in Europa. Con questo intento egli si recò a Roma, dove emise i voti monastici presso l’abbazia di San Paolo fuori le Mura e dove il Papa lo incoraggiò a proseguire nell’opera iniziata. Un merito particolare dell’abate Guéranger è la riforma del canto gregoriano. Rinunciando ai virtuosismi, che finivano per mettere in ombra il contenuto delle antiche preghiere, padre Guéranger e i suoi monaci cercarono di recuperare l’antico modo di pregare i Salmi favorendo l’articolazione sillabica e il ritmo delle parole di modo da restituire il primato al senso della preghiera. Dalla Francia il rinnovamento liturgico si trasmise poi alla Germania e al resto d’Europa. Morto nel 1875, nel 2005 l’ abate Guéranger è stato proclamato servo di Dio.

Una voce originale all’interno del movimento di riforma monastica è quella dell’abate di origine irlandese dom Columba Marmion. Nato nel 1858 a Dublino, Joseph Marmion fin da bambino scelse la vocazione sacerdotale compiendo gli studi prima nella natìa Irlanda poi presso il collegio di Propaganda Fide a Roma. Ordinato sacerdote in Italia, sulla via del ritorno in patria visitò un amico sacerdote che era diventato monaco presso l’abbazia di Maredsous, da poco fondata, in Belgio. Pochi anni dopo, a sua volta colpito dal fascino dei monasteri, anche Marmion entrava come novizio nell’abbazia belga. Dopo lunga e seria preparazione emetteva i voti monastici nel 1891, quando poteva finalmente dedicarsi a una intensa attività. Aiutava il maestro dei novizi, dava lezioni nel Collegio annesso all’abbazia. Soprattutto, chiamato a predicare nelle parrocchie, si rivelò un oratore di successo. Dopo alcuni anni venne inviato con alcuni confratelli a fondare un nuovo monastero a Lovanio, sede di una prestigiosa università cattolica in Belgio. In breve divenne un punto di riferimento per la nuova abbazia e per alcune facoltà e centri di studio dell’università. Si dedicò poi a una fitta predicazione di ritiri, in Belgio e in Gran Bretagna, e nello stesso tempo a un gran numero di direzioni spirituali. Il celebre cardinale Mercier lo scelse come suo confessore e padre spirituale. L’originalità del pensiero di Marmion deriva dalla convinzione della centralità di Cristo nella vita cristiana. Conformandosi a Lui mediante i sacramenti si restaura nell’uomo l’immagine divina. I suoi libri, Cristo ideale del monaco e Cristo vita dell’anima, non solo ebbero grande successo editoriale ma proposero a molti cristiani un ideale di vita. Morto nel 1923, don Columba Marmion venne proclamato beato nel 2000 da san Giovanni Paolo II. Disse in quell’occasione il Papa: «Per tutta una generazione di cattolici, ma più particolarmente di sacerdoti, religiosi e religiose, dom Columba Marmion è stato un maestro di vita spirituale. Riportando i cattolici alle fonti bibliche (soprattutto a san Paolo) e liturgiche della loro fede, li ha resi coscienti realmente della loro vita di figli di Dio, animati dallo Spirito Santo».

In Italia il movimento liturgico-monastico ebbe un esponente di rilievo nella figura del cardinale Ildefonso Schuster. Alfredo – questo il suo nome di battesimo – nacque a Roma nel 1880. Entrato giovanissimo nell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura, assimilò lo spirito monastico sotto la guida del beato Placido Riccardi. Eletto abate di San Paolo in età relativamente giovanile, pubblicò un importante commento alla Regola di san Benedetto incentrato sul primato della ricerca di Dio nella vita monastica. Uomo di fiducia del papa Pio XI, svolse delicati incarichi come visitatore apostolico sia negli ambienti monastici che nella diocesi di Milano. Nel 1929, infine, Pio XI lo nominò arcivescovo di Milano. Nei lunghi anni del fascismo e della guerra Schuster rappresentò il modello del vescovo fedele al Papa e particolarmente vicino al suo clero. Al termine del secondo conflitto mondiale impegnò la sua diocesi in una estesa opera umanitaria e assistenziale. Estenuato dall’instancabile attività, si spense nel 1954 nel Seminario di Venegono da lui fatto costruire come un’abbazia in cima al colle, una cittadella di preghiera e di studio. Disse san Giovanni Paolo II proclamandolo beato: «Il cardinale Schuster offrì al clero milanese un luminoso esempio di come possano essere armonizzate la contemplazione e l’azione pastorale». Nell’ ultimo saluto ai suoi seminaristi il cardinale Schuster ricordava che la ricerca di Dio non allontana dagli uomini e dalle loro attese. Al contrario, rende il mondo più umano, più trasparente verso Dio che lo ha creato come un giardino di grande bellezza. Anche nel terzo millennio la ricerca di Dio può rendere il mondo più bello e armonico, più fraterno nella condivisione delle risorse e delle aspirazioni.

in Avvenire 31 agosto 2017

 

 

Nord Corea. Il Giappone minacciato corre al riarmo: spenderà 40 miliardi

Stefano Vecchia

Sfruttando il momento di paura collettiva dopo l’ultimo lancio di Pyongyang, il governo Abe ha chiesto un aumento record per le spese della Difesa, incrementandole del 2,5%. Minacce ancora a Tokyo.

L’ultima provocazione di Kim Jong-un, lunedì, con il lancio dalla Nord Corea di un missile che ha sorvolato il Giappone dopo aver percorso oltre 2.500 chilometri, ha “urtato” il Giappone come mai prima. Non solo il razzo lanciato all’alba ha sorvolato la grande isola settentrionale di Hokkaido, evidenziando la capacità di lancio e controllo dei nordcoreani, ma – secondo quanto ha fatto sapere l’intelligence di Seul – ha avuto come oggetto un missile balistico con la possibilità di trasportare una testata nucleare, riaprendo il peggiore incubo per il Paese che – unico nella storia – ha subito la devastazione dell’atomica il 6 e 9 agosto 1945. Quello che il primo ministro Shinzo Abe, a capo di un governo conservatore, è «un nuovo livello di minaccia» rischia di accelerare la corsa al riarmo dell’arcipelago e il collasso del pacifismo già insidiato proprio da Abe che cavalca un nazionalismo crescente. Ne sono il riflesso mosse dettate per Tokyo dalla “necessità” di contrastare non solo l’immediato e imprevedibile rivale nordcoreano, ma anche dalla crescente pressione cinese che, con diverse intensità, riguarda buona parte dell’Asia meridionale e orientale. Per questo, il governo giapponese assedia la Costituzione nel tentativo di arrivare a modificarne entro il 2020 l’articolo 9 che indica al Paese la sola via della pace e del disarmo.

Le batterie anti-missile

Nel frattempo, però, Abe ha fatto passare leggi che aprono all’invio all’estero di militari giapponesi e promuovono il rafforzamento e l’ampliamento dei sistemi difensivi. Da tempo, batterie antimissile evolute Patriot sono installate attorno alla capitale e altri grandi centri, oltre che a difesa di possibili obiettivi strategici. I giapponesi sono già in grado da ora, e sempre più lo saranno nei prossimi anni, di contrastare attacchi missilistici e aerei contando sulla rete di rilevazione puntamento e attacco del sistema Aegis che triangola incrociatori lanciamissili, aerei radar e postazioni terrestri. Tocca però alle Forze di Autodifesa garantire dalle minacce esterne diretto contro il territorio metropolitano.

La tecnologia e l’organizzazione sono il punto di forza di una istituzione che per diversi osservatori è allo stato attuale seconda in Asia quanto a efficacia in caso di conflitto sul suolo nazionale. I suoi 300mila effettivi e un bilancio di 41 miliardi di dollari, carri armati, elicotteri d’attacco, caccia, droni garantiscono un deterrente di tutto rispetto e l’arcipelago affida il controllo dei suoi mari a una flotta di prim’ordine che include guardacoste, incrociatori, fregate, sottomarini e porta-elicotteri. Tuttavia, i vincoli costituzionali impediscono di acquisire bombardieri, portaerei e missili intercontinentali, oltre che a una qualunque tecnologia nucleare bellica. Tornando alla minaccia più concreta, per gli analisti, le forze di autodifesa non sarebbero in grado, allo stato attuale di una iniziativa militare diretta contro il territorio nordcoreano e la proposta avanzata da una apposita commissione lo scorso marzo di preparare un contrattacco coordinato in caso di aggressione resta al momento disattesa. Ben chiara è invece la coscienza che ogni iniziativa di espansione delle capacità militari giapponesi, anche difensive, sarà vista da Pyongyang (e Pechino) come una provocazione, avvicinando potenzialmente il tempo di un confronto aperto. Lasciando, alla fine, la responsabilità prima di una risposta all’oggi più tiepido alleato statunitense.

Ancora minacce a Tokyo

Ma se il regime comunista continua a lanciare proclami e minacciare, Tokyo non sta con le mani in mano. Un nuovo minaccioso avvertimento della Corea del Nord è stato diretto al Giappone che andrà incontro alla propria “auto-distruzione” per l’alleanza militare con gli Stati Uniti. “Prendendo l’aumento della tensione nella penisola coreana come una “buona opportunità” per realizzare la revisione della Costituzione e
l’ambizione di emergere come gigante militare, il Giappone è ora venuto allo scoperto con le maniche arrotolate a sostegno delle mosse di guerra anti-Corea del Nord del suo padrone, mentre schiamazza di
una “minaccia dal Nord”, scrive in un editoriale l’agenzia di stampa ufficiale nord-coreana, Korean Central news Agency. L’alleanza tra Giappone e Stati Uniti, spiega la Kcna, rappresenta una “seria minaccia” alla penisola coreana. Tokyo, per l’agenzia di Pyongyang, sta cercando di realizzare il suo “obiettivo strategico con l’aiuto degli Stati Uniti”, ma è “inconsapevole” di stare “accelerando l’auto-distruzione”.

Come previsto da giorni, poi, il governo di Tokyo ha sfruttato subito il sentimento popolare e questa mattina ha rotto gli indugi. Il ministro della Difesa giapponese, Itsunori Onodera, ha richiesto un bilancio record per l’anno fiscale 2018-2109, con l’obiettivo di rafforzare le proprie risorse per fare fronte alla minaccia missilistica nordcoreana. La somma richiesta è di 5.255 miliardi di yen (circa 40 miliardi di euro), un aumento del 2.5% rispetto all’anno precedente e – qualora il bilancio venisse approvato – il sesto anno consecutivo di rialzi.

in L’Avvenire, Bangkok giovedì 31 agosto 2017

 

Povertà globale e nuovi diritti

Carlo Triarico

Intere regioni del mondo denunciano un sistema che preda le risorse, incrementa la povertà e genera migrazioni di massa e nuovi conflitti, mentre le leadership internazionali storiche sono entrate in una fase di declino. Quanto suggerirebbe di classificare come illusorie le scorciatoie autoritarie e non risolutive le soluzioni locali. Eppure gli stati nazionali e le federazioni di stati si occupano sempre più di stipulare trattati bilaterali per garantirsi condizioni ad hoc nello scambio delle merci. Si tratta di provvedimenti speciali, che hanno effetti normativi e agiscono in aggiunta o in deroga ad altre fonti del diritto nazionale e internazionale. Anche per questo innescano controversie e l’opposizione di importanti espressioni della società.

Il Ceta, trattato bilaterale in costruzione tra Unione europea e Canada, per esempio, è avversato in Italia da organizzazioni come Coldiretti, Cigl, Legambiente, Slow Food, Green Peace, Acli Terra. Trattati di questo tipo hanno lo scopo dichiarato di abbattere le barriere doganali e favorire il libero scambio delle merci. Chi però volesse valutare questo fenomeno sulla scorta della classica polarità protezionismo vs liberismo, non coglierebbe la novità del tema. Gli accordi non intervengono per creare generalizzate buone condizioni per lo scambio delle merci, ma sono stipulati per assicurare condizioni privilegiate tra alcuni stati e per alcune merci. I paesi più forti tendono così a creare tra loro aree di scambio esclusive, pilotando i mercati. A questo scopo escludono dalle pari condizioni di concorrenza, o sottomettono lungo le catene del valore, le produzioni più deboli sul mercato e i paesi produttori più poveri.

Ovviamente non favoriscono la circolazione degli esseri umani. Un mondo che volesse abolire la miseria, o affrontare le crisi globali, dovrebbe operare diversamente, nella fiducia che la solidarietà, le pari condizioni e il riconoscimento a tutti del giusto valore del prodotto permettono di concorrere al bene comune. L’Italia, per esempio, ha concordato nel Ceta la tutela di 41 suoi prodotti alimentari tipici su 288, solo i più forti nel mercato canadese. Restano escluse dai benefici le tante produzioni tipiche ancora in via di sviluppo. Non a caso delle 41 prescelte, solo cinque sono quelle meridionali. Un simile accordo può dunque vantare di tutelare oltre il 90 per cento del mercato dei prodotti tipici così com’è, ma dentro una fredda statistica ferma la crescita futura della maggioranza oggi più debole a svilupparsi. Scelte simili sono destinate ovunque ad allargare artificialmente il divario tra poche produzioni di successo e le tante a cui il libero scambio viene precluso.

È di tutta evidenza che trattati come il Ttip tra Usa e Ue, il Trd tra Cina e paesi del centro est europeo, il Ceta tra Ue e Canada portino vantaggi ai paesi contraenti. Diversi commentatori ne hanno compilato, in doviziosi articoli di stampa, un lungo elenco, che tuttavia non basta a chiudere il dibattito. Non almeno prima di comprendere e valutare dove si distribuiscano questi vantaggi, chi ne resterà escluso e i processi e interessi che hanno guidato la selezione. È una questione dirimente fra il diritto e la legittima domanda popolare, che impone trasparenza su questo dato. Assicurarla porterebbe nella direzione di una società aperta e di un’economia partecipativa e solidale.

I trattati bilaterali di libero scambio in discussione tra Europa, Stati Uniti, Canada, Cina mettono in evidenza un vuoto di diritto davanti a cambiamenti epocali e la mancanza di una governance globale. Mancano istituzioni per la definizione dei trattati. Le trattative si svolgono oltre le sedi istituzionali, vi concorrono sconosciuti lobbisti e sono secretate. Su di esse non c’è diritto alla conoscenza. La questione è ancora più importante quando le più delicate barriere che abbattono non sono doganali, ma di principi: diritti dei lavoratori, sicurezza alimentare, salute, ambiente. I trattati prevedono che il diritto di reciprocità per il libero ingresso di alcune merci sia obbligato anche se queste sono prodotte in violazione dei principi di produzione del paese importatore. Il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, ha denunciato che gli alimenti canadesi, che entrerebbero in Europa grazie al Ceta, potrebbero non avere gli stessi requisiti di salubrità obbligatori per i produttori europei, poiché il Canada ammette un uso di sostanze vietato nei paesi Ue. Ma c’è anche una questione più sottile e invasiva. C’è la possibilità che la violazione di alcuni principi, pur lasciando inalterata la consistenza materiale delle merci, contamini queste su di un piano etico, attraverso i processi ingiusti che intervengono durante la loro produzione. Avviene con i paesi più civili: il Canada non ha ratificato le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro in materia di età minima e sicurezza dei lavoratori ed è sotto accusa, anche da parte della Chiesa canadese, per i gravi crimini contro l’uomo e l’ambiente delle sue aziende minerarie che operano in America latina.

Se si considerano le merci come entità meramente materiali, il rifiuto della loro importazione potrebbe apparire un immotivato impedimento alla libera circolazione. Occorre però porsi nuove domande. Una merce è solo la sua estensione materiale? Una comunità ha diritto a rifiutarla sulla base della sua consistenza spirituale, per esempio quando sia stata prodotta in un paese dove non fossero rispettati i lavoratori, la salute, l’ambiente? È giusto riconoscere e rispettare quella decisione? Per queste domande i trattati bilaterali hanno già una risposta ed è negativa. Ove esistesse un provvedimento locale di “protezionismo dei diritti”, prevedono tribunali arbitrali (investment court system) davanti ai quali le ditte produttrici possono portare gli stati e ottenere il risarcimento per i mancati introiti conseguenti all’adozione di provvedimenti di esclusione dal mercato. Ciò anche se le merci violino principi etici o siano giudicate non commerciabili per i parametri di qualità interni a un paese. I risarcimenti sarebbero tali da sconsigliare le comunità dal rivendicare i propri principi.

La crisi degli strumenti giuridici, cui oggi si sopperisce con accordi e tribunali speciali in un disperato “si salvi chi può”, potrebbe essere invece l’occasione per concepire un quadro generale di nuovi istituti democratici e di diritto, regolativi dei nuovi fenomeni di un mondo globalizzato. Questo va fatto prima che nuovi sistemi egemonici di governance globale sostituiscano i vecchi, come prefigura il trattato cinese Bri, caratterizzato dall’istituzione di un’area di scambio protetta sinocentrica a guida paternalistica. Occorre invece valorizzare la timida comparsa dei nuovi esempi di istituti giuridici egualitari. Tra questi il tribunale penale internazionale, ente che nasce dalla constatazione che oggi le diverse culture giuridiche e gli stati nazionali normano i reati fino al furto di una mela, ma non presidiano l’eccidio di un popolo, la predazione delle risorse, la persecuzione delle opposizioni, i colpi di stato. Si avverte inoltre il bisogno di istituire e salvaguardare nuovi diritti umani fondamentali, quali il diritto al cibo e il diritto alla conoscenza sui processi decisionali pubblici. Occorre sostenere le organizzazioni sorte per affermare questo importante lavoro d’avanguardia.

Questi due diritti, a spartire il pane quotidiano e il pane della conoscenza, sono oggi di massima attualità e i cardini interpretativi da cui leggere le controversie e le opposizioni sui trattati internazionali di libero scambio commerciale. Tali opposizioni non possono perciò essere derubricate a molestie conservatrici ed è interesse anche economico fare luce su chi e cosa interviene nelle trattative e nelle scelte e mettere in salvo chi rimarrebbe danneggiato dagli accordi, o sarebbe escluso dalla distribuzione delle merci. I popoli liberi, in uno stato di diritto, hanno sempre ridotto la miseria interna e le forme più odiose di povertà. È un processo che può essere applicato globalmente. Ciò diventa prioritario se si tratta di cibo.

Occorre riflettere sulle libertà quando dei provvedimenti generino un conflitto tra diritti commerciali e diritti umani e civili. I latini avevano posto una differenza tra lex e jus, subordinando la prima al secondo. Una legge, un provvedimento, un accordo, potrebbero essere in conflitto con principi superiori di diritto e perciò indegni di essere osservati. Davanti a ciò lo scorso secolo ha conquistato il diritto alla disobbedienza civile della nonviolenza, una forma superiore di lotta pubblica attraverso il dialogo, cui richiamare sé stessi e gli altri ovunque. Si chiama Satyagraha, letteralmente la forza della verità, e la sua applicazione in questo frangente porterebbe a comprendere che le barriere doganali da abbattere prioritariamente sono oggi quelle dell’ingiustizia.

in Osservatore Romano 30 agosto 2017

Non è nella scienza che si può trovare il senso del mondo e dell’esistenza.

Giorgio Israel

“Vediam bene che “la Scienza per la Scienza” è formula vuota di contenuto sociale. E d’altra parte che il sapere può porgere alla volontà soltanto i mezzi dell’operare non i fini; che è assurdo cercare nella Scienza le norme della vita. Ma riteniamo che la volontà scientifica, all’infuori dello scopo utilitario, ponga essa stessa una norma significativa, quando riconosce, ed afferma il vero come indipendente dal timore o dal desiderio e promuove così lo sviluppo pieno della persona umana, la coscienza, oltreché la potenza, di un volere capace di riguardare al di là dei fini transitorii del presente, verso un più alto progresso futuro”.

Così scriveva nel 1906 il matematico italiano Federigo Enriques nel suo più celebre libro, I problemi della scienza, declinando nel suo linguaggio di scienziato temi proposti in alcuni discorsi da Benedetto XVI e che hanno suscitato tante pretestuose polemiche. Dire che “è assurdo cercare nella Scienza le norme della vita” è solo un modo più forte di dire che “la scienza non è in grado di elaborare principi etici”. Non è nella scienza che possiamo trovare il senso del mondo e dell’esistenza. Ma c’è un punto in cui la scienza tocca la sfera normativa, ed è quando, ponendosi “all’infuori dello scopo utilitario”, si dà come obbiettivo primario la conquista della verità, e in tal modo promuove lo sviluppo della coscienza e un progresso che trascende i “fini transitorii del presente”. È una dichiarazione forte contro il relativismo. Non contro l’inevitabile provvisorietà delle acquisizioni nel processo della conoscenza, che non possono ovviamente mai attingere una verità definitiva; bensì il relativismo assoluto che predica radicalmente l’inesistenza della verità – e quindi anche di un termine verso cui la scienza si proponga di tendere – e la perfetta equivalenza di tutti gli asserti, nella loro assenza di senso e nella loro totale caducità.

Certo, le cose sono cambiate da quando la scienza come attività conoscitiva ha progressivamente perduto il suo primato nei confronti degli scopi utilitari, quando le sue “applicazioni” hanno iniziato a rendersi quasi autonome, e la tecnologia – la tecnica moderna che si basa sulla scienza e ne condivide il metodo – ha lasciato il posto a quell’ibrido detto “tecnoscienza”, in cui la conoscenza è talora persino di ostacolo allo sviluppo delle attività pratiche e delle realizzazioni industriali. Da quando si è profilato questo stato di cose sono iniziate le riflessioni e le polemiche sul difficile rapporto tra conoscenza e potenza pratica, sui rischi dell’asservimento della ricerca speculativa ai “fini transitorii del presente”.

È ben noto il travaglio del mondo scientifico attorno al problema del rapporto con la sfera militare, che non riguardava soltanto la dimensione etica – il dibattito sulla bomba atomica – ma anche le implicazioni dell’uso militare della scienza sulle decisioni politiche e sulla vita democratica di un paese. Del resto, l’osservazione più distratta mostra come gran parte degli oggetti tecnologici che ci circondano siano derivati della tecnoscienza militare. D’altra parte, la straordinaria quantità di beni di cui sono invase le nostre società è frutto di uno sviluppo incredibilmente veloce della produzione industriale di cui la scienza e la tecnologia sono il fattore fondamentale.

Un simile sviluppo porta con sé ricchezza e l’inevitabile tentazione del guadagno e dell’interesse materiale. È ridicolo che si sia polemizzato contro il richiamo del Papa interpretandolo come un’offesa ai ricercatori universitari che guadagnano poco. Non di questo ovviamente si tratta. Sono tante le voci nel mondo scientifico (e non) che si sono levate per denunziare gli enormi interessi che gravitano attorno all’ingegneria genetica e al traffico dei brevetti: si tratta di somme vertiginose che hanno fatto della biologia la nuova big science al posto della fisica e che possono corrompere la “volontà scientifica” che pone al di sopra di tutto il fine della conoscenza disinteressata e accantonare la questione del valore morale della scelta dei fini verso cui indirizzare la ricerca. È di pochi mesi fa un’aspra polemica scoppiata negli ambienti scientifici statunitensi a proposito di venti anni di sperperi (al ritmo di cinquecento milioni di dollari annui) nella ricerca di un vaccino contro l’Aids priva di seri fondamenti teorici. Vanno ricordate le polemiche – sempre sviluppatesi in ambito scientifico – circa gli autentici moventi delle ricerche sugli ogm (organismi geneticamente modificati), che costituirebbero, secondo alcuni, un enorme affare economico che non porta vantaggi alle popolazioni affamate del Terzo mondo.

Si potrebbe continuare con gli esempi. Si tratta di questioni note e di cui è lecito dibattere senza preconcetti, partendo dall’assunto che il problema esiste e che il rischio di una corruzione del carattere disinteressatamente speculativo della ricerca è concreto. Pare tuttavia che sia lecito parlarne soltanto da parte di chi ha una militanza scientifica ateistica e antireligiosa. Se invece un religioso si limita a sottolineare il rischio di un prevalere degli interessi materiali su quelli della conoscenza disinteressata si tratta di un nemico della scienza.

Siamo così di fronte alla più evidente conferma che è in atto da parte di taluni uno sforzo accanito per erigere un muro tra scienza e religione, nell’intento di negare a quest’ultima qualsiasi funzione nelle scelte umane e sociali. Alla scienza soltanto viene riservato il diritto di giudicare e giudicarsi e di dettare norme peraltro di carattere assolutamente relativo. Rileggendo il brano di Enriques con cui abbiamo iniziato questo articolo è facile misurare quanto questa scienza si sia allontanata da se stessa.

Alle elementari e alle medie tutti promossi per legge

Salvo Intravaia

Bocciature “abolite” per decreto alle elementari e medie, nuovi esami e test Invalsi rivoluzionati in terza media. L’anno scolastico ormai alle porte si apre con una serie di novità introdotte dalla Buona scuola che riguardano i bambini della primaria e i ragazzini della scuola media. Per la scuola superiore occorrerà attendere ancora 12 mesi prima di vedere gli effetti della legge 107.

Il governo Renzi e il suo successore Gentiloni, che ha approvato le deleghe della riforma Renzi/Giannini, hanno dichiarato guerra alle bocciature: l’Italia è una delle nazioni europee con la dispersione scolastica più alta. Alle elementari si potrà bocciare solo in caso di abbandono dell’anno scolastico o per le troppe assenze. Una situazione che riguarda una fascia marginale di alunni: tre su mille in prima elementare e uno su mille nelle altre quattro classi della primaria. In pratica, non si potrà bocciare per il profitto.

“Le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”, recita il decreto legislativo 62 dello scorso mese di aprile. Nei casi di promozione “agevolata”, le scuole dovranno attivare “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento”.

La bocciatura sarà possibile sono se tutti gli insegnanti del consiglio di classe saranno d’accordo: “Solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione”, spiega la norma. Basterà un solo parere contrario per fare scattare la promozione ope legis. Novità anche per le prove Invasi. Oltre ai consueti test di Italiano e Matematica, in seconda e quinta, in quest’ultima classe i bambini verranno sottoposti a una ulteriore prova di Inglese.

Anche alla scuola media la promozione diventerà la regola generale: “Le alunne e gli alunni della scuola secondaria di primo grado sono ammessi alla classe successiva e all’esame conclusivo del primo ciclo”, prevede il decreto legislativo sulla Valutazione. Tranne i casi di gravi infrazioni disciplinari e nei casi di “parziale o mancata acquisizione dei livelli di apprendimento in una o più discipline”. Situazioni in cui “il consiglio di classe può deliberare” la bocciatura ma con adeguata motivazione. Anche in questo caso potrà scattare la promozione in presenza di insufficienze in una o più discipline, a patto che le scuole avviino percorsi di supporto per colmare le lacune.

Le prove Invalsi, che da qualche anno si svolgono solo in terza media, non saranno più in concomitanza con gli esami conclusivi e non incideranno più sul voto finale. Si svolgeranno entro il mese di aprile, saranno effettuate al computer – computer-based – e contempleranno anche una prova di Inglese.

Così come avverrà alla scuola elementare, tutta la fase di spoglio delle schede e di caricamento al computer degli esiti degli Invalsi sarà a carico degli insegnanti, come “attività ordinaria d’istituto”. E la partecipazione alle stesse costituirà requisito di ammissione agli esami. Dopo anni di polemiche e dibattiti, l’esame di licenza media verrà semplificato: solo tre prove scritte – Italiano, Matematica e Lingue straniere – e un colloquio. Per gli indirizzi musicali, durante lo stesso colloquio, è prevista una prova pratica relativa allo strumento studiato. Alla media, più che le risultanze degli esami, la Buona scuola premierà la carriera scolastica. Il voto finale sarà espresso in decimi – con eventuale lode – e scaturirà dalla media tra il voto di ammissione e la media dei voti delle prove d’esame. E a presiedere gli esami sarà lo stesso dirigente scolastico dell’istituto in cui si svolgo gli esami. Niente più presidente esterno.

in La Repubblica 30 agosto 2017

 

Una legge di sostegno al reddito dei poveri. Finalmente

Linda Laura Sabbadini

L’Italia ha finalmente e per la prima volta una misura di sostegno al reddito dei poveri. Dopo la sperimentazione del Sostegno per l’Inclusione Attiva (Sia), la nuova misura andrà in atto dall’1 gennaio 2018. Due miliardi circa di stanziamento per una platea stimata dal governo di 660 mila famiglie, 1 milione 800 mila persone. Ne avevamo bisogno perché la povertà assoluta nel nostro Paese è raddoppiata durante la crisi e poi non è più diminuita. E’ triplicata tra i minori e i giovani. E’ elevata tra gli operai. Ha colpito nuovi soggetti, meno le vecchie forme di povertà che riguardavano in primis gli anziani. E’ un passo in avanti importante ma dobbiamo tener conto di alcuni aspetti. E’ bene che la misura sia vista come un primo passo di una strategia più ampia di lotta contro la povertà assoluta e le disuguaglianze. Questa misura si rivolge ai poveri assoluti, ma dato lo stanziamento previsto raggiungerà solo una parte di essi. Per renderla veramente universalistica il primo obiettivo è trovare nuove risorse per gli anni successivi per allargare il numero di cittadini presi in carico tra i poveri assoluti. A ciò va aggiunto che il nostro Paese soffre un problema più ampio di disuguaglianze che non possiamo e non dobbiamo ignorare. Un problema che non riguarda solo chi non ha le risorse necessarie per portare avanti una vita dignitosa o chi è in condizioni di povertà estrema e che deve avere giustamente la priorità negli interventi. Le disuguaglianze nel nostro Paese sono elevate, sono cresciute e hanno colpito anche settori del ceto medio che si sono impoveriti pur non essendo diventati poveri assoluti. Pur facendo sacrifici e rinunce non vedono prospettive come in passato, soprattutto per i propri figli. Erano abituati che i figli avrebbero migliorato la loro situazione rispetto ai genitori. E’ importante che questa misura venga inserita in una strategia più ampia di lotta al complesso delle disuguaglianze e non solo contro la povertà assoluta. Ma passiamo alla sua attuazione. La misura è difficile da implementare di per sé. Non si tratta solamente di dare un assegno, ma di prendere in carico le persone avviando un processo per l’uscita dalla povertà, che deve essere formativo, culturale, relazionale, lavorativo, ad ampio spettro, e a cui gli operatori non sono necessariamente pronti. Bisogna selezionare le persone povere e poi saperle accompagnare nel percorso di uscita dalla povertà. Un processo che necessita di una grande condivisione tra ministero, enti locali, Alleanza della povertà e terzo settore, e di una grande mobilitazione generale per individuare i percorsi adeguati, gli enti locali da soli non possono farcela. Un processo che impone di assumere un’ottica di innovazione permanente e di scambio delle esperienze di presa in carico. Conviene con questo approccio anche Francesco Marsico, vice direttore di Caritas Italiana. «La cosa bella è che abbiamo finalmente la legge dello Stato. Quest’anno con l’attuazione del Sostegno per l’Inclusione Attiva abbiamo riscaldato i muscoli, una sorta di pre-allenamento. E ora siamo pronti. Si apre un processo che bisogna saper governare. Ci aspettiamo che sia condiviso e che si inserisca in una politica più generale per la riduzione di tutte le disuguaglianze». Una bella sfida che possiamo vincere tutti insieme e che la politica dovrebbe accogliere.

in “La Stampa” del 30 agosto 2017

Il razzismo dimentica i nemici che ha in casa

Dacia Maraini

Assieme all’antieuropeismo stanno montando il razzismo, il suprematismo bianco, il nazionalismo arrabbiato, l’odio contro lo straniero, il rifiuto del diverso. Ma dove comincia la diversità e chi la stabilisce? I figli prediletti di un Dio crudele vogliono che tutto il mondo si adegui alle loro regole selettive, stabilendo un modello antropologico unico a cui riferirsi. I nazisti lo avevano sancito per legge: il portatore di purezza era il bianco ariano conquistatore di terre e di popoli, il solo degno di governare il mondo. Tutti gli altri erano inferiori e quindi meritevoli di esclusione, persecuzione, spoliazione, fino alla vera e propria eliminazione fisica. E fra questi non c’erano solo gli ebrei, i piu pericolosi perché bianchi anche essi e capaci di pensieri sofisticati e combattivi, ma c’erano gli zingari, che non riconoscevano la supremazia ariana; c’erano gli omosessuali , «malati e pervertiti» che minacciavano la purezza della razza; c’erano i comunisti, rischiosissimi per le loro idee egualitarie. Il diverso porta sempre in corpo il male, ovvero una minaccia fisica nei riguardi di una società data come sana e coesa. Eppure basta mettere il naso nella storia per capire che i concetti di diversità e di male cambiano in continuazione secondo gli interessi e le paure. Laura Boldrini, la appassionata e coraggiosa presidente della Camera che in questi giorni è venuta a parlare dell’Europa fra i monti abruzzesi, ha ricordato il martirio della deputata inglese Jo Cox uccisa da un suprematista che, mentre la prendeva a coltellate, gridava: «Britain first!». L’odio contro chi difendeva i diversi e l’Europa unita, ha armato la mano di un fanatico.

Una volta da noi il diverso era il meridionale considerato inferiore perché piccolo di statura, prigioniero di dialetti incomprensibili, contadino e ignorante; inferiore era la donna perché dotata di una sessualità incontrollabile e responsabile della cacciata dal paradiso; pericoloso e da uccidere il brigante, che come asseriva Lombroso aveva orecchie più piccole, labbra sporgenti e fronte corta come le scimmie. Oggi, in tempi di immigrazione, il diverso è lo straniero, chi scappa dalla fame o dalla guerra per approdare, a rischio della vita, in lidi piu sicuri. Nella immaginazione dei razzisti è portatore di disordine e di violenza, dimenticando che teniamo in casa nemici ben più radicati e temibili che taglieggiano i cittadini, uccidono a sangue freddo, tengono a freno, con i loro abusi, lo sviluppo del Paese: mafia, ‘ndrangheta e camorra. Quale il pericolo maggiore?

in “Corriere della Sera” del 29 agosto 2017

Lavoro: imprese a caccia di 117.560 ‘tecnici

Confartigianato, 29 agosto 2017

La rivoluzione digitale e gli incentivi di Industria 4.0 contribuiscono a muovere il mercato del lavoro. Secondo una rilevazione di Confartigianato tra luglio e settembre le imprese prevedono 117.560 assunzioni di personale con titoli di studio legati all’innovazione tecnologica.

In particolare, gli imprenditori sono a caccia di 32.570 diplomati in meccanica, meccatronica ed energia e di 13.350 diplomati in elettronica ed elettrotecnica. Alta anche la domanda, pari a 34.940 assunzioni previste, per la qualifica o il diploma professionale a 4 anni in meccanica, cui si somma la richiesta di 9.840 ingegneri elettronici e 8.550 ingegneri industriali.

Ma le imprese devono fare i conti con la difficoltà a trovare la manodopera necessaria.

Confartigianato fa rilevare che tra le professioni più richieste e con maggiore difficoltà di reperimento vi sono gli addetti all’installazione di macchine utensili (introvabili per il 64% delle assunzioni previste) e gli addetti alla gestione di macchinari a controllo numerico (manca all’appello il 58% del personale necessario alle imprese). Problemi anche a reperire 14.990 operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche (pari al 43% del totale di questa qualifica richiesta dalle imprese) e 14.430 tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (39%).

Una strada per colmare il gap tra le imprese che non trovano manodopera e i giovani in cerca di lavoro arriva dal contratto di apprendistato che – sottolinea Confartigianato – tra maggio 2016 e maggio 2017 ha visto una crescita del 27,2%, pari a 258.631 apprendisti assunti. In pratica, grazie all’apprendistato, in un anno sono entrati nel mondo del lavoro 1.026 giovani al giorno.

Un record che si deve soprattutto alle micro e piccole imprese dove le assunzioni con questo contratto arrivano all’11,5%, una quota doppia rispetto al 5,5% delle medie-grandi imprese.

E sono sempre le piccole imprese ad aver fatto registrare al I trimestre 2017 un incremento di 157.160 posti di lavoro, pari al 77,3% dei nuovi occupati nel totale delle imprese.

“La realtà  – sottolinea il Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti – ci dice che bisogna ripartire dall’apprendistato per offrire risposte efficaci alle imprese e per preparare i giovani ad entrare in un mercato del lavoro che richiede competenze tecniche evolute imposte dalla rivoluzione digitale. Gli interventi del Governo per l’occupazione giovanile devono quindi rilanciare questa ‘palestra’ in cui i giovani studiano e lavorano. A cominciare dal rifinanziamento dello sgravio contributivo totale nei primi tre anni di contratto per le assunzioni di apprendisti in aziende fino a 9 dipendenti”.