Archivio mensile:luglio 2017

Occupati e Disoccupati – Giugno 2017

ISTAT

 A giugno 2017 la stima degli occupati cresce dello 0,1% rispetto a maggio (+23 mila), recuperando parzialmente il calo registrato nel mese precedente (-53 mila). Il tasso di occupazione si attesta al 57,8%, in aumento di 0,1 punti percentuali.

 La lieve crescita congiunturale dell’occupazione è interamente dovuta alla componente femminile, mentre per gli uomini si registra un modesto calo, e interessa i 15-24enni e i 35-49enni. Aumentano i dipendenti a termine, sono stabili i dipendenti a tempo indeterminato mentre diminuisce il numero degli indipendenti.

 Nel periodo aprile-giugno si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +64 mila), determinata dall’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia, in misura maggiore, a termine. L’aumento riguarda entrambe le componenti di genere e si concentra quasi esclusivamente tra gli over 50.

 Dopo l’incremento rilevato a maggio, la stima delle persone in cerca di occupazione a giugno cala del 2,0% (-57 mila), tornando su un livello prossimo a quello di aprile. La diminuzione della disoccupazione interessa uomini e donne ed è distribuita tra tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione scende all’11,1% (-0,2 punti percentuali); anche il tasso di disoccupazione giovanile torna a scendere (-1,1 punti), attestandosi al 35,4%.

 La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a giugno sale dello 0,1% (+12 mila), sintesi di un aumento tra gli uomini e un calo tra le donne. L’inattività risulta in calo tra i 15-24enni e i 35-49enni e in crescita nelle restanti classi di età. Il tasso di inattività è pari al 34,9%, invariato rispetto ad maggio.

 Nel trimestre aprile-giugno alla crescita degli occupati si accompagna un significativo calo dei disoccupati (-3,9%, -115 mila) e l’aumento degli inattivi (+0,4%, +50 mila).

 Su base annua si conferma l’aumento del numero di occupati (+0,6%, +147 mila). La crescita, è determinata principalmente dalle donne e riguarda i lavoratori dipendenti (+367 mila, di cui +265 mila a termine e +103 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-220 mila). A crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+335 mila) a fronte di un calo nelle altre classi di età (-188 mila). Nello stesso periodo diminuiscono i disoccupati (-5,6%, -169 mila) e gli inattivi (-0,6%, -80 mila).

 Al netto dell’effetto della componente demografica, su base annua cresce l’incidenza degli occupati sulla popolazione tra gli ultratrentacinquenni mentre cala tra i 15-34enni.

Per saperne di più:

http://www.istat.it/it/files/2017/07/CS_Occupati-e-disoccupati_giugno_2017.pdf?title=Occupati+e+disoccupati+%28mensili%29+-+31%2Flug%2F2017+-+Testo+integrale+e+nota+mettodologica.pdf

L’onda populista in Europa.

Il populismo è la terza forza sullo scacchiere politico europeo, dietro solamente ai partiti cristiano-conservatori e alle forze socialiste-democratiche. A dirlo è il centro studi Epicenter, che esplora l’ascesa dell’onda populista in Europa analizzando i dati elettorali dal 1980 all’estate 2017. Ungheria, Polonia e Grecia sono stati i Paesi traino per i partiti anti-sistema.  Allo stesso tempo, in 9 Paesi europei (di cui 7 Stati membri dell’Ue) i partiti “populisti-autoritari” hanno un ruolo all’interno del governo. Il numero totale di elettori europei che hanno scelto una forza anti-sistema alle ultime elezioni politiche nei diversi Paesi è pari al 21,4%: in termini assoluti, si tratta di 55,8 milioni di persone che hanno scelto questa alternativa alle ideologie tradizionali.

Il messaggio che arriva dall’indice Epicenter è chiaro: il populismo non è stato sconfitto con i recenti risultati delle elezioni in Francia e Olanda. Nonostante la vittoria dei liberali Macron a Parigi e Rutte ad Amsterdam, infatti, la quota di voto per i partiti populisti è aumentata in entrambi i Paesi: +6,4% in Francia (dal 21,7% nel 2016 al 28,1% nel 2017) e +6,8% nei Paesi Bassi (dal 10,1% al 16,9%).  Nelle elezioni italiane del 2013, oltre 11,4 milioni di elettori (33,7%) hanno scelto una forza “anti”. “Non ci sono segnali che il sostegno per questi partiti possa diminuire a breve termine”, si legge nel report, bensì “è probabile che il numero di partiti populisti al governo aumenti nel prossimo futuro, visto che Paesi come Austria e Italia andranno presto al voto“.

Il sostegno alle forze anti-sistema è aumentato costantemente dal 1980 in tutti i Paesi europei, scalando posizioni su posizioni, fino a diventare la terza forza a livello continentale, alle spalle dei conservatori-cristianodemocratici e dei socialdemocratici, superando i liberali. L’indice include tutti i Paesi europei con sistemi democratici consolidati, quindi i 28 dell’Ue, Islanda, Norvegia, Svizzera, Serbia e Montenegro. Se tra il 1980 e il 2000 in media gli elettori che hanno scelto i partiti populisti sono cresciuti solamente di un punto percentuale (passando dal 10,1% all’11,3%), risulta evidente che il successo sia esploso di recente. Basti pensare che nel 2016 e 2017 le forze anti-sistema hanno fatto registrare in media il 18,4% delle preferenze. “La crisi economica e quella dei rifugiati hanno aiutato questi movimenti”, sottolinea il rapporto. Interessante, quantomeno per la sociologia, notare come i partiti populisti hanno fatto meno presa a Malta, Montenegro, Lussemburgo e Islanda, i quattro paesi meno popolati d’Europa.

Lo studio definisce il “populismo-autoritario” come un fenomeno che “sfida il cosiddetto consenso europeo che ha dominato le politiche del Vecchio Continente sin dalla fine della Seconda guerra mondiale”. Anche se i partiti anti-sistema si differenziano molto tra loro, Epicenter ne ha tracciato alcune caratteristiche comuni che, se rintracciate in una forza politica, conducono inevitabilmente a un movimento populista.

  • Offrono un’immagine di conflitto con l’élite corrotta, nella cosiddetta lotta anti-casta.

  • Sono insofferenti verso lo Stato di diritto.

  • Promuovono sistemi di democrazia diretta.

  • Chiedono uno Stato più forte: con l’ausilio di polizia ed esercito a destra, attraverso la nazionalizzazione delle banche e delle grandi società a sinistra.

  • Sono fortementecritici verso l’Ue e la Nato, si oppongono alle politiche su immigrazione, globalizzazione e libero commercio.

Sottovalutare il populismo, dunque, è oggi un rischio per l’Europa. L’impennata del fenomeno ha portato al declino delle ideologie più centrali e mainstream: nel 1997, il 59,7% degli elettori europei aveva scelto partiti come i Conservatori e la Democrazia Cristiana (32,6%), oppure la Democrazia Sociale (27,1%). Allo stesso tempo, solo l’11,9% aveva sostenuto il liberalismo, il 7,9% il populismo autoritario, il 2,2% le idee verdi e l’1,2% l’estremismo di sinistra e destra. Due decenni più tardi, il sostegno alle ideologie conservatrici e cristiane è diminuito di 4,7 punti percentuali, scendendo al 27,9%, così come il sostegno alla socialdemocrazia, che ha perso 4,1 punti percentuali (23%), mentre il liberalismo si è mantenuto costante sul 12%. Contemporaneamente, a conoscere un progressivo successo sono state le politiche ambientaliste (+3,1%), così l’estremismo di sinistra e di destra (salito al 2,9%), oltre al populismo, che ha guadagnato terreno fino al 15,4% (un aumento del 7,5% rispetto al 1997).

Sebbene meno forti delle loro controparti di destra, i partiti populisti di sinistra hanno conosciuto un’evoluzione nel loro consenso. I voti alla cosiddetta “sinistra radicale” sono scesi notevolmente tra il 1980 e la fine degli anni 2000, passando dal 9,9% del 1981 al deludente 3,7% del 2010. Tuttavia, negli ultimi 7 anni, le forze anti-sistema di sinistra hanno ripreso forza, raggiungendo una quota media di voto del 6,3% nel 2017. In alcuni Stati membri dell’Ue, come Cipro, Italia e Spagna, si attestano rispettivamente al 25,7%, 28,2% e 21,2%. In Grecia, la sinistra radicale ha uno zoccolo duro di voto del 45,1%, in costante aumento dal 12,3% nel 1980.

Al contrario, diverso è il trend delle forze autoritarie di destra, che hanno visto un’impennata dal 1980 e oggi. L’asticella dei consensi si è infatti spostata verso l’alto, passando dal minimo storico dell’1% nel 1982 al massimo del 12,3% nel 2016. La percentuale nel 2017 si è poi assestata al 12,1%. Le vette più alte si registrano in Ungheria (65,2%), Polonia (46,4%), Svizzera (30,8%), Austria (24%) e Danimarca (21,1%).

Il lento cammino della cultura antimafia

Gianvito Rutiliano

Uno striscione celebra una piccola vittoria dell’antimafia a Bitonto: un appartamento è stato confiscato alla criminalità organizzata e affidato in gestione a un’associazione. Al posto del boss che ci abitava fino a qualche tempo fa, in quel palazzo ci saranno presto alcune persone con disabilità che potranno vivere in piena autonomia grazie al progetto di una Onlus. Un risultato dello Stato e delle associazioni come Libera che, dopo aver ripulito l’immobile vandalizzato e abbandonato a seguito dell’arresto del vecchio proprietario, ha affisso per due giorni sul balcone un telo con il suo messaggio. Forte e chiaro per tutti: «Ieri mafia, oggi Libera, domani liberi ». Eppure ad alcuni condòmini il gesto e la pubblicità non richiesta per quello striscione sul palazzo non sono piaciuti. Tanto che si sono recati direttamente in municipio per chiedere la rimozione della scritta. «Danneggia l’immagine della palazzina» è stata l’accusa di un paio di coppie di inquilini. Un segnale forse piccolo, ma evidente, di quanto girare la testa dall’altra parte in alcuni casi sia ancora il gesto meno faticoso. E di quanto sia necessario lavorare sulla cultura del cittadino.
Succede a Bitonto, a meno di 20 chilometri da Bari. Una città di oltre 55mila abitanti, famosa per gli uliveti, la produzione olearia e dotata di uno splendido centro storico. Ma che conosce bene le infiltrazioni criminali, in cui tre diversi clan si spartiscono il traffico di droga sul territorio e su cui la Direzione investigativa antimafia pone grande attenzione, nella relazione relativa al secondo semestre del 2016, «per la recrudescenza di gravi episodi commessi anche con l’uso delle armi». Qui però l’intervento dello Stato prova a farsi sentire. Sono 20 finora i beni confiscati alla mala, tra cui 15 fondi agricoli, alcuni dei quali ancora occupati abusivamente nonostante le reiterate denunce. L’associazione Libera quest’anno l’ha scelta dal 22 al 29 luglio scorso come sede di uno dei suoi campi estivi, “E!state liberi”. E tra le attività dei partecipanti c’è stata anche quella di riordinare la casa che la onlus L’anatroccolo, storica realtà cittadina di sostegno ai disabili, ha ricevuto in concessione per nove anni. Alla fine dei lavori, oltre a qualche fisiologica lamentela per l’eccessivo chiasso, è arrivata anche l’inattesa protesta di alcuni dei condòmini per quello striscione di testimonianza del grande orgoglio dei giovani attivisti.
Il gesto è stato subito condannato dal sindaco Michele Abbaticchio, impegnato in tanti progetti di educazione antimafia tanto da diventare il vicepresidente nazionale di Avviso pubblico che riunisce i Comuni in lotta contro la criminalità organizzata. Le sue parole su Facebook non risparmiano i propri concittadini: «Un danno all’immagine per un messaggio contro la mafia? — il suo commento amaro su Facebook — O il danno all’immagine vero era essere nello stesso condominio di un boss mafioso senza (magari) denunciare nulla?». Ma aprono anche una breccia sulla necessità di un costante e difficile lavoro sul territorio per non incappare in certi episodi degradanti: «C’è molto da fare perché in questo campo culturale, diciamolo pure, non abbiamo fatto abbastanza. In nessun periodo politico. Io mi vergogno per tutti, anche di me stesso».
L’opera per raggiungere un vero cambio di mentalità prosegue e passa necessariamente dalle scuole. Lo testimonia il referente pugliese di Libera, Mario Dabbicco: «Abbiamo battuto gli istituti scolastici di tutta la Puglia per far capire ai ragazzi che siamo responsabili di quello che ci succede intorno. Libera nazionale ha premiato il nostro impegno e il 20 e 21 ottobre Bari ospiterà un importante seminario sull’educazione alla legalità dedicato a 150 docenti pugliesi che poi organizzeranno dei progetti su questo tema ». Una lunga strada per creare cittadini consapevoli.

in “la Repubblica” del 31 luglio 2017

“Mappa” delle espressioni sguaiate d’odio e di violenza in Rete

Giovanni Ziccardi

Nel giugno scorso è stato reso pubblico uno studio elaborato dall’University College di Londra che traccia una “mappa” delle espressioni d’odio e di violenza in Rete. Dopo aver analizzato quasi otto milioni di post su Twitter e su bacheche assai “vivaci” (soprattutto su 4Chan, il sito inglese che dal 2003 è fucina e contenitore di messaggi molto accesi), il report ha concluso che nei forum di 4Chan, molto frequentati dai giovani e senza alcuna regola di moderazione, circa il dodici per cento dei messaggi contengono espressioni d’odio. Su Twitter, al contempo, “solo” il due per cento dei tweet ha simili contenuti. Un secondo documento dell’Osservatorio giovani dell’istituto Toniolo ha rilevato come un giovane su dieci non consideri grave l’uso di termini che offendono, aggrediscono o esprimono odio e intolleranza, e come uno su quattro pensi che questo rappresenti il modo “normale” di comunicare in Rete e che, quindi, non debba essere vietato. È come se, in estrema sintesi, per un utente su dieci l’utilizzo di espressioni odiose o violente si sia per così dire “incorporato” nella sua identità e attività online. In maniera naturale.

Queste non sono, sulla carta, percentuali altissime. Eppure è evidente come questo tipo di messaggi ( e di linguaggio) sia oggi estremamente visibile e come, nella vita online, i livelli di percezione che si avvertono siano molto più alti. Una minoranza rumorosa monopolizza e condiziona, brutalizzandolo, il tono delle conversazioni. Questo induce a una costante fuga dalla complessità che porta a liquidare in fretta argomenti articolati, approfondimenti e ragionamenti. Anche gli studiosi che ogni tanto si “affacciano” su Facebook per analizzare alcuni temi sono sepolti da messaggi che annullano ogni possibilità di discussione.

Una prima risposta, per spiegare il fenomeno, è apparentemente semplice, e un episodio può chiarire il quadro nel quale ci muoviamo. Al termine di una lezione tenuta ai ragazzi di un liceo sull’uso responsabile delle tecnologie, mi si è avvicinato uno studente e mi ha sussurrato: «Lo sa perché noi odiamo online? Lo sa perché parliamo con certi toni? Lo sa perché se ora le venisse un attacco di cuore, io non mi affannerei per soccorrerla, ma la riprenderei con il mio telefonino e metterei il video su YouTube? Perché ciò mi porterebbe consenso. Mi porterebbe visibilità. Mi porterebbe apprezzamento nella mia comunità. Mi porterebbe milioni di like e visualizzazioni al mio video, migliaia di commenti e condivisioni. Usare un certo tono e un certo linguaggio sono i miei modi per attirare attenzione nell’ambiente online dove vivo almeno sei ore al giorno. Per guadagnare dei “mi piace” e delle condivisioni. Un video dove io la salvo da un infarto, vale al massimo quattromila visualizzazioni. Un video dove lei muore in diretta, ne vale quattro milioni». La risposta del ragazzo, per quanto cruda e criticabile, è chiarissima. Dato che la tecnologia alla base delle azioni degli utenti/cittadini è democratica, aperta, neutrale e trasparente, tutti i cittadini hanno le stesse possibilità, lo stesso “volume” e visibilità nelle discussioni, la stessa identica capacità di attirare attenzione, discussioni e traffico. E allora per distinguersi si usano toni, argomenti, approcci che siano capaci di attirare attenzione usando le tre caratteristiche più evidenti che la tecnologia offre: la capacità di amplificazione del messaggio, la persistenza dello stesso e la “socializzazione” delle informazioni (come le condivisioni), che ne aumentano ancora la potenza diffusiva. I due fattori della “ velocità” e della “ sintesi” sono chiaramente, allora, quelli che sono più di ostacolo a una riflessione pacata e approfondita: l’esasperazione dei concetti e dei termini usati è, al contrario, il trucco per attirare visitatori.

A ciò si aggiunge quello che è stato definito “effetto disinibitorio”: il display, lo schermo, la Rete spingono a discutere, intervenire, polemizzare e veicolare odio anche persone che in contesti sociali “ fisici” sarebbero portate a mantenere toni più pacati o, addirittura, a non intervenire nelle

discussioni. C’è poi una facilità lessicale: le strutture delle frasi d’odio sono brevi, a volte sgrammaticate ma incisive, per stereotipi che attirano subito l’attenzione e che sono molto adatti al contesto online. “Facilmente digeribili”, insomma, mentre il ragionare e il placare gli animi richiedono discorsi articolati che poi non vengono letti, dando a chi scrive una sensazione di inutilità, di sforzo vano, per poi rinunciare.
Più in generale un certo ambiente web ha favorito complicità e contiguità: è molto difficile distinguere, in Rete, tra il linguaggio usato da un politico nei suoi tweet, il tono mantenuto nelle notizie in prima pagina dei siti web e i commenti più accesi a margine degli articoli. Oggi molto è livellato verso il basso: un linguaggio che punta a stupire, scandalizzare, attaccare, infamare e diffamare e, comunque, a suscitare emozioni. La semplificazione diventa così una forma di presunta democratizzazione dove tutti tendono a esprimersi allo stesso modo.
Il quarto Rapporto Carta di Roma ha usato, per raccontare quello che sta succedendo, una definizione molto forte: “ Su Twitter si assiste a una sguaiata deumanizzazione del linguaggio”. In questo caos, ognuno si comporta a modo suo, senza seguire principi condivisi o anche solo di buon senso. Come sempre, però, il grandissimo grado di libertà che la Rete concede non si può separare dai comportamenti delle persone. Penso che un approccio tripartito ed equilibrato, che si occupi allo stesso tempo dell’educazione al linguaggio, dell’uso corretto del diritto e dell’attivazione di algoritmi per il controllo dei contenuti, potrebbe essere molto benefico.

in “la Repubblica” del 30 luglio 2017

“Al termine del giorno”. Riflessioni sul senso della propria vita vissuta

Giovanni Santambrogio

La vita di un monaco parla attraverso i dettagli. Ogni gesto come ogni parola, mai superflui né approssimativi, risultano iscritti in un disegno dove la mano di Dio e quella dell’uomo si confondono rendendo ancora più affascinante l’avventura dell’esistenza e la sua interpretazione. Al termine del giorno di Enzo Bianchi ha la delicatezza di condurre chi legge nel “viaggio interiore”- un’esperienza che ogni uomo arriva a compiere in un momento imprevedibile della propria vita – illuminandolo passo passo. Il cammino viene scandito da meditazioni essenziali che prendono spunto da affermazioni tratte dalla Regola di San Benedetto.

Il priore e fondatore della Comunità di Bose, per cinquant’nni, la domenica sera, quando il sole era ormai tramontato, chiudeva la liturgia della compieta con una breve “ammonizione” ai fratelli e alle sorelle presenti. Di queste riflessioni, Bianchi ha fatto un’accurata selezione per contrassegnare il momento del passaggio del testimone alla guida della Comunità: dal fondatore al primo successore, Luciano Manicardi, eletto il 25 gennaio, giorno della rivelazione di Gesù Cristo il Signore a San Paolo. Data non casuale, dettaglio ricco di significato simbolico e di fede. Il libro si presenta come un piccolo memoriale, un’esplorazione dell’animo umano di fronte a Dio, una testimonianza di un’esperienza monastica che ha regalato alla chiesa un nuovo carisma.

Ascolto, obbedienza, servizio, conversione, preghiera, stabilità, umiltà, umiliazione, taciturnità, sequela sono alcune delle oltre 80 parole chiave che indirizzano le meditazioni. Si entra nell’universo del monastero, nella scelta radicale di lasciare il mondo per una chiamata misteriosa, nelle dinamiche di una comunità che lavora per la fede guidata da un priore. Le riflessioni hanno tuttavia una cifra e un respiro in grado di rivolgersi a ciascun uomo perché tutti cercano un’esistenza buona coronata dalla bellezza. Al termine del giorno diventa un esame esistenziale, un incontro con sé e una apertura a Dio che si trasforma in preghiera o, per chi è nel dubbio e nella prova, in ricerca, in domanda, in richiesta di aiuto, in consolazione. Pagine che parlano al cuore.

Enzo Bianchi, Al termine del giorno , Edizioni Qiqajon, Magnano, pagg. 292

n “Il Sole 24 Ore” del 30 luglio 2017

Sviluppo come processo di espansione delle libertà reali

Nunzio Galantino

All’etimologia della parola sviluppo concorrono diversi elementi. Intanto il lemma è composto da “s” e “viluppo” (intreccio confuso di fili), con l’avvertenza che la “s” sta per “dis” e conferisce un senso contrario alla parola cui sta unita. Nel nostro caso, sviluppo = disviluppo, indica l’azione del liberare dal “viluppo”, far qualcosa per mettere ordine in un intreccio confuso. Non è da escludere, nella ricerca dell’etimo della parola sviluppo, il riferimento al latino volvere che letteralmente significa “far girare”. Quest’ultimo riferimento testimonia del dinamismo necessario perché possa esserci “sviluppo”, perché possa venir fuori qualcosa che, per un motivo o per un altro, è “avviluppato”. Ciò vale per la realtà materiale, per la dimensione fisica e per tutto ciò che interessa la persona nella sua dimensione esistenziale. In biologia, “sviluppo” è sinonimo di crescita di un organismo; nelle scienze sociali, indica il passaggio da una condizione a un’altra: ad esempio, da una società contadina a una industriale. Sul piano esistenziale, “sviluppo” è il percorso attraverso il quale si realizzano condizioni nuove e di crescita per sé e per l’ambiente nel quale si è inseriti. Ne parlava in questi termini Nelson Mandela, aggiungendo che «l’educazione è il grande motore dello sviluppo personale. È grazie all’educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione». Una considerazione dell’ economista, premio Nobel, Amartya Sen spinge ad allargare gli orizzonti e aiuta a vedere nello sviluppo un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani, nella sfera privata come in quella sociale e politica. Da questo punto di vista, la sfida dello sviluppo sta nello sciogliere ed eliminare i vari tipi di “illibertà” e di “inequità”, come continua a chiamarle papa Francesco. Quasi a dire che dobbiamo abituarci a misurare lo sviluppo andando oltre i parametri del Pil, criterio di valutazione che mostra sempre di più i suoi limiti, soprattutto quando esclude dalla misura dello sviluppo il superamento di fame e miseria, tirannia, intolleranza e repressione, analfabetismo, mancanza di assistenza sanitaria e di tutela ambientale, libertà di espressione. Tutte condizioni che limitano nell’individuo l’opportunità e la capacità di agire secondo ragione e di costruire la vita che egli preferisce. Perché possa realizzarsi questo tipo di sviluppo c’è bisogno di «personalità creative, che pensano e giudicano indipendentemente; il progresso della società è impensabile quanto lo sviluppo della personalità individuale senza il terreno fertile della comunità» (A. Einstein).

in “Il Sole 24 Ore” del 30 luglio 2017

Tre priorità : lavoro, famiglia, migranti, unite da un unico filo comune, l’Italia

Card. Gualtiero Bassetti, intervistato da Paolo Rodari

«Non sono un politico e, del resto, la Chiesa non è certo un partito; soprattutto, mai deve “essere ossessionata dal potere”, come ha ammonito il Papa al Convegno ecclesiale di Firenze. Vivo, semmai, una tensione e un’aspirazione a discernere “i segni dei tempi” alla luce del Vangelo. Un discernimento che vedo orientato da tre concetti, che saranno la bussola del mio impegno: annuncio, unità e carità». Due mesi esatti dopo la nomina a presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti parla con Repubblica della sua missione tutta incentrata a far recuperare alla Chiesa la sua missione originaria.

In cosa consiste?

«La prima missione dei cristiani consiste nell’annuncio del Vangelo nella sua radicale e rivoluzionaria semplicità; un annuncio gioioso, come ci ricorda l’Evangelii Gaudium, attento a promuovere la persona umana nella sua interezza. Vorrei, quindi, favorire con tutte le forze una spiritualità dell’unità, attraverso una maggiore collegialità tra i vescovi, un migliore raccordo tra centro e periferia e una maturazione della responsabilità dei laici. Quanto alla cultura della carità, la vedo come l’antidoto agli egoismi sociali, ai particolarismi e agli individualismi sempre più diffusi».

Alcuni osservatori hanno letto la sua nomina come la fine del tempo della “Cei politica”. La fine del “modello Ruini” basato sui valori e l’attivismo. È così?

«Non è un problema di modelli o di attivismo, quanto di avere la piena consapevolezza del cambiamento d’epoca che ci coinvolge tutti — credenti e non credenti — e che non possiamo soltanto subire. Alcuni anni fa, invitai in diocesi Zygmunt Bauman a parlare non solo della società liquida attuale ma anche del futuro: la mia sensazione è che siamo di fronte ad una “nuova questione sociale” che investe non solo la sfera economica, ma anche quella antropologica, culturale e spirituale. Penso, per esempio, alla produzione sempre più robotizzata e quindi sempre meno bisognosa di manodopera umana, alle nuove forme di comunicazione che cambiano in profondità le relazioni interpersonali, fino alle applicazioni biomediche sul corpo umano che arrivano a potenziarlo e a trasformarlo. Bisogna “ritornare all’uomo” come dicevano filosofi personalisti come Maritain e Mounier».

Fino a prima dell’arrivo di Francesco i princìpi non negoziabili indirizzavano l’agire pubblico dei vescovi, poi non è stato più così. Certo, gli stessi vescovi e Francesco non li hanno negati, semplicemente non li hanno più messi in cima alla propria agenda. Con lei si continuerà per questa nuova strada?

«A mio avviso, è la questione della prospettiva personalista nel suo complesso che oggi va ripensata. Faccio un esempio concreto, riferendomi alla bioetica e alle migrazioni: attorno a questi due temi si sono formate delle correnti culturali diverse e persino delle opzioni politiche differenti. A me sembra, però, che sia sbagliato leggere questi temi in modo distinto e opposto: non si può, per esempio, difendere la vita nascente e poi sviluppare un sentimento xenofobico verso gli stranieri; oppure, farsi paladini dell’accoglienza dei migranti e poi promuovere l’utero in affitto. Ho la netta sensazione che ci sia un corto circuito destra/sinistra che non permette di capire che al centro di entrambi i temi — bioetica e migrazioni — rimane sempre l’uomo. Anzi, la persona umana, la cui dignità, lo voglio dire in modo molto forte, è sempre incalpestabile ed inalienabile! Bisogna difendere sempre la cultura della vita!».

Nel 2011 i laici cattolici, con la benedizione delle gerarchie, provarono a ripercorre la strada del partito unico trovandosi a Todi. La cosa fallì. Secondo lei esiste ancora questa nostalgia di una presenza unita dei cattolici in politica? Ritiene sbagliato voler essere presenza anche visibile nella società?

«Non è assolutamente sbagliato essere visibili nella società, ci mancherebbe! Penso, però, che ci siano due equivoci di fondo. Il primo riguarda la presenza dei cattolici sulla scena politica: dall’unità d’Italia ad oggi, i cattolici hanno fatto politica in modi diversi e non solo attraverso la Dc. Le forme politiche, dunque, variano a seconda dei periodi storici e non c’è solo quella del partito unico. Senza dubbio, però, oggi tra molti cattolici si percepisce un bisogno, che a volte è un’aspettativa, di una nuova rappresentanza del mondo cattolico. Questo rimane un serio argomento di riflessione per il futuro».

E il secondo equivoco?

«Riguarda la visibilità nella società: a me sembra che, nel vissuto quotidiano degli italiani, i cattolici siano estremamente presenti. La Chiesa italiana nonostante non sia più quella di un tempo è ancora una Chiesa viva e radicata sul territorio. Penso alle parrocchie, ma anche ai movimenti, agli oratori, alle scuole, agli asili, alle attività sportive, alle misericordie, alle mense dei poveri, alle Caritas e ad una miriade di altre opere sociali e religiose. Semmai tutte queste attività del mondo cattolico non sono visibili nei media, ma questo è tutto un altro problema».

Quali sono secondo lei le priorità politiche del nostro Paese?

«Vedo questo Paese alle prese con tre grandi “priorità irrinunciabili”: il lavoro, la famiglia e i migranti. Tre priorità che, però, sono unite da un unico filo comune: l’Italia. Paradossalmente, la sfida più urgente è l’Italia stessa. Bisogna avere la forza, il coraggio e le idee per rimettere a tema l’Italia tutta intera, partendo da un Sud martoriato e dimenticato. È fondamentale avere una visione del futuro di questo Paese nel nuovo contesto mondiale, altrimenti non si può far nulla per i nostri poveri, che sono la vera emergenza nazionale. Nonostante ci siano segnali di ripresa per l’economia, non posso non essere preoccupato di fronte agli 8 milioni di poveri descritti dall’Istat, la metà dei quali non ha di cosa vivere. Sono giovani, sono donne e sono coppie; sono cinquantenni che hanno perso il lavoro e che sono stati scartati dal sistema produttivo. Se vogliamo veramente aiutare la “povera gente”, come la chiamava La Pira, bisogna rimettere l’Italia al centro dei nostri pensieri: con passione, idee e solidarietà».

in “la Repubblica” del 30 luglio 2017

La vera sete di Roma e dell’Italia: la preveggenza e la responsabilità

Eraldo Affinati

La crisi idrica romana, con le fontane chiuse e i celeberrimi nasoni a secco, mi fa tornare in mente i bambini che vendevano acqua in certi recipienti di plastica dei mercati africani. Qualche anno fa a Banjul, la capitale del Gambia, le buste costavano pochi dalasi e noi, visto il caldo opprimente che faceva, ce le scolavamo come se fosse una bevanda speciale. Una volta ho seguito con gli occhi uno di questi piccoli venditori per scoprire dove andasse quando la merce si esauriva. Consegnava i soldi a una donna seduta in mezzo alla più varia mercanzia la quale, dopo averli intascati, subito provvedeva a rifornire di altri contenitori il frugoletto che immediatamente ripartiva in mezzo alla folla indaffarata. Ecco, forse dovremmo riflettere sulle lezioni come queste che il passato e il presente non smettono di impartirci talvolta in forme paradossali: proprio là dove storicamente gli esseri umani hanno imparato a sfruttare al meglio il bene primario che la pioggia, il mare, i laghi, i fiumi e i ruscelli ci hanno da sempre dispensato, cioè sulle rive del Tevere, nel punto esatto in cui vennero concepiti gli acquedotti e le terme, che nei secoli non tardarono a diffondersi in ogni parte d’Europa e dell’area mediterranea, oggi, in un mondo ipertecnologizzato che ci promette la realizzazione immediata di qualsiasi desiderio, una semplice penuria idrica estiva rischia di mandare in tilt, prima ancora che gli approvvigionamenti dell’Urbe imperitura, il nostro equilibrio emotivo. Ci siamo forse dimenticati gli avvertimenti che tutte le civiltà hanno tramandato riguardo a uno dei beni più preziosi di cui disponiamo in quantità non illimitata? Nelle zone povere del pianeta tale smemoratezza sarebbe inconcepibile. Il timore di un possibile razionamento, per ora scongiurato, con le responsabilità amministrative che come al solito vengono rimpallate da una parte all’altra delle istituzioni, sembra accendere la spia rossa di un allarme più profondo, legato alla consapevolezza di un mancato controllo nei confronti della natura, nel medesimo modo in cui avvenne nei giorni tristi del terremoto. Ancora una volta ci accorgiamo di quanto fragile possa essere il nostro sistema sociale: se basta una siccità a mandarlo in crisi significa che abbiamo sempre pensato a organizzare la vita del giorno dopo, senza curarci di quello che sarebbe potuto accadere in futuro. Lasciando agli specialisti i discorsi tecnici sugli sprechi dell’acqua e sulla sua gestione pubblica o privata, basterebbe ripetere l’antico adagio popolare, relativo alla stalla che viene chiusa quando i buoi sono già scappati. Avremmo dovuto prevedere quello che accade oggi intervenendo in tempo utile per tamponare le falle, dirigere i flussi, fare scorte adeguate, alla medesima maniera per cui le costruzioni antisismiche andavano edificate prima che la catastrofe geologica distruggesse quelle vecchie. Che i rifornimenti d’acqua non possano essere considerati scontati, ma debbano venire gestiti con lungimiranza ed avvedutezza mediante modifiche strutturali degli impianti, tutti lo sapevano e, a rigor di logica, non ci sarebbe stato bisogno di attendere una delle stagioni meno piovose degli ultimi tempi per vederlo confermato. Semmai in questo momento, quando la frittata è già fatta, dovremmo evitare di cadere in un altro rischio: quello di strumentalizzare in senso politico l’azione operativa, pensando, non tanto alla soluzione da praticare per superare l’emergenza, quanto al consenso popolare che se ne potrebbe trarre e all’immagine conseguente. Il lago di Bracciano, ad esempio, è stato più volte tirato in ballo: prima per evitare che si prosciugasse, poi negando la sua centralità rispetto ai consumi romani. Per far scoppiare la bolla d’indecisione che i cittadini della Capitale stanno vivendo adesso insieme ai tanti inquieti turisti che vorrebbero visitarla, più delle chiacchiere e delle dichiarazioni, urgono azioni concrete: le uniche di cui finora abbiamo sentito davvero la mancanza

in “Avvenire” del 30 luglio 2017

Quando integrazione è interazione

Nunzio Galantino

Mentre venivo chiamato (spesso, strattonato) a fare i conti con prese di posizione attribuitemi forzatamente sul tema della mobilità umana e con semplificazioni strumentali sul tema dello Ius culturae (espressione che preferisco largamente a quella riduttiva dello Ius soli), mi è stato concesso di immergermi in un clima e in una realtà assolutamente diversi. Sono passato da Romena: una realtà vitale e una fraternità sorte attorno a una pieve romanica del XII secolo in Casentino, fra La Verna e Camaldoli. Un luogo nato originariamente per la sosta, il conforto semplice per i pellegrini che sulla strada medioevale camminavano verso Roma. Un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua, un riparo per le notti. Un luogo dove ancora, quando arrivi, così come sei, ti viene incontro una linea di bellezza e un abbraccio che ti fa sentire a casa.

Probabilmente perché stanco del clima ostile, avvelenato e assolutamente incomprensibile del …“lavoro” di alcune frange del mondo della comunicazione, non m’è parso vero poter incontrare a Romena lealtà di sguardi, assenza di strumentalizzazioni e di frasi rancorose, gioia di condividere. Quello che davvero ti serve quando non capisci il perché di tanta cattiveria (scritta e verbale) e hai voglia solo di serenità. Senza dimenticare la fatica del vivere quotidiano. Quel vivere quotidiano che, per alcuni – peccato per loro! – se non è accompagnato da preconcetti, retroscena veri o presunti e cattiverie gratuite… non è vivere!
Sono capitato a Romena nei giorni in cui, in tanti, si incontravano per riflettere e confrontarsi sull’amore, parola consumata e lucente, la più facile e difficile del mondo. Il cuore della “buona notizia”, che domanda il dare senza misurare, senza cuore stretto, fino allo spreco. Questo è l’amore. Come quel profumo di nardo versato senza risparmio da Maria su Gesù, una carezza d’amore che è riuscita a intridere di profumo persino il legno forte della Croce.
Ho incontrato tanta gente a Romena. Tra gli altri, artisti (Simone Cristicchi, Paolo di Paolo), testimoni e amici cari, come il vescovo di Bologna Matteo Zuppi ed Ermes Ronchi. Proprio con le parole di quest’ultimo si è chiuso l’incontro: «Una scheggia di Dio, infuocata, è l’amore. Perché Dio-Amore è l’energia fondamentale del cosmo, “amor che muove il sole e l’altre stelle” (Dante). I nostri cuori sono il territorio in cui Dio mette la tenda. Il Signore si è impigliato nei nostri baci, negli abbracci degli amanti».
Sono 25 anni che da Romena passano viandanti, da quando don Luigi Verdi, Gigi per tutti, con la verità del suo sofferto cammino di prete ha potuto riaprire porte e sognare un altro sogno di Dio: un luogo dove riposare, ridare il vento alla propria vela, attraverso un’accoglienza di sé e degli altri che è cura, attenzione all’umano, all’amore per tutti (e tutti vuol dire tutti), senza condizioni e prerequisiti. Così persone luminose e ferite vi approdano, genitori che hanno perso i figli, separati, giovani inquieti o chiunque abbia voglia di fermarsi, in questo tempo superficiale e frettoloso, per guardare il nocciolo della propria vita, come dice Erri De Luca, girandoselo in bocca come un duro, vero osso di oliva. Moltissimi partecipano a corsi (in questi anni più di diecimila persone), agli incontri (due mesi fa anche Francesco Guccini) alla messa domenicale, a colloqui con don Gigi; così trovano un tempo per riascoltarsi, raccogliersi e, riprendendo a respirare, riprendere il cammino.
Amore è l’ultima delle parole che a Romena si sono attraversate in quest’anno del venticinquesimo, per ripensare le origini, per ripassare i fondamenti: abitare le parole in profondità per farne un piccolo vocabolario vero, una manciata di lemmi semplici che costituiscono le tappe della via della resurrezione, strada di risveglio dell’umano e insieme sentiero concretissimo. Quasi due chilometri attorno alla Fraternità, fra campi, bosco e i margini di un torrente che scorre a pochi passi dalla pieve. Una camminata scandita da otto soste, ognuna dedicata a parole che possono condurre a rinascere: umiltà, fiducia, libertà, leggerezza, perdono, fedeltà, tenerezza e appunto amore. Ogni sosta è resa visibile da un’icona e un libretto di pensieri e preghiere che accompagnano il cammino.

All’amore dunque ci si arriva, conclusione e inizio di ogni ripartenza.
Torno da questo convegno speciale, dicevo, che ha riunito più di cinquecento persone che si sono interrogate a fondo, volto di una chiesa ferita, ma bella e “in uscita”. Giornate ricche e plurali fatte di lodi del mattino e meditazioni di intellettuali, di laici e religiosi, di concerti all’alba e alla sera e di testimonianze d’amore: Carmelo Musumeci, ergastolano che ha compiuto uno straordinario percorso di trasformazione in carcere, con sul palco, accanto, la volontaria e amica Nadia Bizzotto e la domenicana suor Grazia, sua corrispondente di anni e anni di lettere; la famiglia Marangoni coi figli e la piccola, vivacissima Anna che ha la sindrome di Down e poi Mohammed Ba, musicista, scrittore e mediatore culturale che, nel suo colorato abito senegalese, ha raccontato in un perfetto e delicato italiano l’amore per la sua Africa ferita dicendoci poi a memoria versi e versi d’amore di Dante. L’integrazione è interazione, scambio alla pari, come ogni vero amore.
Molte cose mi vengono in mente di questo incontro a Romena. Raccolgo qua e là pensieri: «Amare significa dire: “voglio che tu non muoia”, non solo fisicamente» e che «un detto rabbinico afferma che l’amore si dice in punta di labbra, perché si può sciupare; se non lo dici bene, “l’amore brucia le labbra”». E per finire, un’epocale scoperta di questi giorni richiamata in un incontro: pare sia stata al Cern di Ginevra scoperta la particella Xi. Inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la “colla” che unisce la materia, che agisce tra le particelle più piccole della materia, dette quark. È questa “colla” che pare tenga unita la materia. Una scoperta importante. Noi però sappiamo che questa sigla asettica Xi in verità si chiama “amore”, la “colla” dell’universo che serve semplicemente a vivere.

Nunzio Galantino è segretario generale della CEI

in “Il Sole 24 Ore” del 29 luglio 2017

«No one forgets a good teacher». La scelta di una grande giornalista inglese

Roberto Carnero

Arriva dal Regno Unito una notizia singolare, che infatti anche i media italiani non hanno mancato di riportare: una delle più brillanti giornaliste inglesi, Lucy Kellaway, editorialista di punta del ‘Financial Times’, su cui scrive da trent’anni, all’età di 57 ha deciso di lasciare il giornale per andare a insegnare Scienze in un istituto superiore di un quartiere popolare di Londra. Questa scelta inattesa, del resto, sembra quasi la naturale conseguenza di un suo impegno di vecchia data a favore del miglioramento del sistema di istruzione britannico, avendo lei fondato un ente non profit, Now Teach (Ora insegna!), pensato per convincere professionisti di diversi settori a diventare insegnanti.

Stupisce, comunque, che una giornalista affermata, al culmine della carriera, decida di lasciare tutto per andare a lavorare in una scuola di periferia. Sorprende in Italia, dove francamente non conosco professionisti assunti a tempo indeterminato – giornalisti, docenti universitari, ingegneri o ricercatori in aziende private – che accetterebbero di cambiare il proprio lavoro con quello di professore di liceo. Conosco invece diversi professori di liceo che accetterebbero molto, ma molto volentieri di lasciare la scuola per andare a fare i giornalisti, i docenti universitari ecc. Ma probabilmente è così anche in Inghilterra: non a caso la vicenda di Lucy Kellaway ha fatto notizia.

La scelta di Lucy è molto bella, perché lancia un messaggio luminoso. È come se dicesse a tutti, compresi quei giovani che magari si stanno interrogando su cosa fare da grandi: ‘Ragazzi, guardate che insegnare è un lavoro stupendo. Io ora lo svolgerò perché, pur avendo la possibilità di fare altro, ho scelto di fare proprio questo’. Lucy sta affermando, con il suo esempio, che per insegnare bisogna essere bravi, preparati, qualificati (come appunto è lei), e che gli alunni meritano bravi insegnanti.

«No one forgets a good teacher»: nessuno dimentica un buon insegnante. Ricordo – era la fine degli anni Novanta e vivevo a Londra – questo slogan, voluto dal governo di Tony Blair per una campagna volta ad attrarre nella scuola nuove forze, in un momento in cui i salari bassi e la scarsa considerazione di cui godevano gli insegnanti scoraggiavano i giovani dal voler salire in cattedra. In tv e nei cinema passavano degli spot in cui una scritta con la frase citata seguiva i volti, in primo piano, di personaggi famosi – leader politici (tra cui lo stesso Blair), attori, cantanti, sportivi – ciascuno dei quali pronunciava nome e cognome, per gli spettatori del tutto sconosciuti, di un loro vecchio insegnante: come a dire, gli insegnanti non sono raggiunti dalle luci della ribalta (come lo sono, invece, i politici, le rockstar, i calciatori…), ma il loro ruolo è importantissimo, e le loro parole, i loro comportamenti, i loro esempi, incidono in profondità sulla vita dei ragazzi a cui insegnano, contribuendo a determinare il loro futuro.

Ora, sarebbe bello che anche in Italia a intraprendere la carriera di insegnante fossero le forze migliori. Ma perché ciò accada bisogna rendere questa professione qualcosa di attraente. Tempo fa abbiamo commentato positivamente, su queste colonne, il fatto che la nuova formula per il reclutamento dei docenti stabilisce che chi, dopo la laurea, supererà un concorso, inizierà da subito un tirocinio retribuito. In molti si stanno chiedendo a quanto ammonterà lo stipendio degli anni di apprendistato, che saranno 3, prima dell’assunzione a tempo indeterminato. Non ci sono ancora risposte ufficiali, ma sarebbe opportuno che la cifra fosse congrua, cioè che si trattasse di un vero stipendio. Più in generale, non ci si può mai dimenticare – e non è forse inutile ricordarlo nell’imminenza di un rinnovo contrattuale, quello del comparto scuola, atteso ormai da quasi un decennio – che il prestigio di un lavoro si misura anche, o forse soprattutto (che piaccia o no, è così), sui livelli retributivi.

È di qualche giorno fa la notizia che – in base all’ultimo rapporto dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) relativo al decennio 2005-14 – i docenti italiani sono tra i più poveri d’Europa (sinceramente già lo sospettavamo…). Nessuno, a parole, nega l’importanza del lavoro di insegnante, ma purtroppo azioni concrete, da parte della politica, per ridare centralità al ruolo dei docenti sembrano ancora mancare. Non è impresa facile, ma è certo che l’obiettivo non si può raggiungere senza adeguati investimenti. Spiegano dall’Ocse: «La retribuzione e le condizioni di lavoro sono fattori determinanti per attirare, sviluppare e trattenere persone altamente qualificate». Non si potrebbe dire meglio.

Avvenire, 27 luglio 2017