Archivio mensile:giugno 2017

SCUOLA/ Il funerale dell’autonomia prepara il ’68 dei genitori?

Gianni Zen

Questo anno scolastico ha certificato la fine di un’illusione, se si può così definirla. L’idea, cioè, che ha accompagnato la stagione riformista degli anni novanta, centrata sull’autonomia scolastica come migliore risposta, qualitativa e non meramente burocratica perché centrata sul riconoscimento delle professionalità dei presidi e dei docenti, alle nuove domande sociali di formazione. A onor del vero, quella stagione non riuscì a produrre un nuovo contratto di lavoro, oltre l’attuale finto egualitarismo, nemmeno un ridisegno degli organi collegiali, oltre il mito sessantottino dell’assemblearismo. Per cui, alla fine, tutto restò lettera morta, al di là dei diversi interventi legislativi. Tutti, in fondo, di superficie.

Ieri, come oggi, la cruna del mese di agosto è sempre stata ed è la gestione dell’organico, strutturata in modo centralistico e sull’individualismo del ruolo dei docenti, come dei presidi e del vario personale all’interno della comunità scolastica. Le graduatorie, in realtà, non sono forse una gestione matematizzata del personale che disconosce la centralità delle persone, ridotte a numeri? Ecco, la scuola non è riconosciuta e valorizzata come una comunità, di lavoro e di proposta educativo-culturale, ma solo come un organo periferico del potere gestionale centrale.

La conseguenza è che tutto è ritornato a dipendere dai funzionari ministeriali e regionali, ignari della vita reale della scuola. La scuola cioè oggi come ieri ridotta ad ufficio burocratico, quindi vincolato al rispetto (apparente) delle forme, ma indifferenti alla sostanza. Sì, qualcuno potrebbe dire che l’estensione delle prove Invalsi dovrebbe garantire il contrappeso della “cultura dei risultati”, la quale dovrebbe fare da pendant al controllo centralistico dei processi. Ma solo chi non conosce la scuola reale può vivere in questa illusione. Del resto, è noto che chi vive nell’illusione non sa di vivere in un’illusione. Come dire: la coscienza del sogno è il risveglio. Cioè, potremmo aggiungere, l’autoriforma. Cosa impossibile, com’è facile intuire. Vedendo poi che i politici, in sempiterna campagna elettorale, si guarderanno bene dal ripetere l’errore della Buona Scuola, di inimicarsi cioè un mondo che vive tra la passione di molti, ma anche tra privilegi e comportamenti contraddittori.

Il mondo sindacale sogna ancora di avere un ruolo di mediazione, ma la conseguenza è l’ulteriore distacco dal sentimento sociale. Perché, accanto alla conferma che la scuola vive grazie alla dedizione e preparazione di tanti presidi e docenti, l’egualitarismo non attira più nessuno, per cui non vediamo barricate sociali e mediatiche per consentire a presidi e docenti una retribuzione, diremmo, almeno adeguata alle responsabilità riconosciute. È finita cioè un’epoca, ma non tutti se ne sono ancora accorti. A quando, ad esempio, un’integrazione a livello europeo dei sistemi formativi, visto il destino glocale dei nostri giovani in gamba?

In questo contesto dunque ritorna il centralismo, con esasperazioni burocratiche che non hanno eguali. Perché questo centralismo? Anzitutto perché gli uffici centrali e periferici, in tal modo, giustificano la loro stessa esistenza. E poi per il solito refrain: ci sono scuole e regioni — si dice — che senza una gestione centralizzata sarebbero nel caos. Una bella scusa. Perché, se fosse vero, chi fa il proprio dovere si troverebbe penalizzato per altrui responsabilità. Non si fa mai di tutta un’erba un fascio, né in un senso, né in qualsiasi altro.

Al fondo, al di là di uffici che hanno il solo obiettivo di giustificare la loro esistenza, ciò che manca è la reciproca fiducia nel concetto di responsabilità, la quale è sempre e anzitutto personale. E responsabilità significa anche diritti e doveri, valori e rendicontazione sociale, compresi i possibili riscontri negativi, cioè le penalità.

Così si arriva al punto. Ciò che manca è un sistema ispettivo indipendente, non mera emanazione degli stessi uffici burocratici, ma organo terzo. Così, di illusione in illusione, gli anni passano. Se la scuola vive solo grazie al valore di presidi e docenti, nel frattempo sta crescendo in modo esponenziale la pressione sociale, in primis dei genitori. Con attenzioni positive, ma, a volte, con pressioni indebite. Il motivo è semplice: la qualità della formazione è e diventerà sempre più il differenziale per la mobilità sociale, ed il vero discrimine del valore dell’uguaglianza, come pari opportunità.

Quindi quella pressione dei genitori sarà, giustamente, sempre più evidente. Se gli uffici centrali e periferici conoscessero la scuola reale saprebbero ad esempio che nelle scuole, e non solo tra docenti e non docenti, vi sono discussioni sul valore e sui limiti dei propri presidi, i quali hanno la responsabilità di essere punto di riferimento e di orientamento, cioè interfaccia anche sociale. Perché non introdurre l’assegnazione triennale di un preside da parte, ad esempio, di un consiglio di istituto?

Lo stesso sui docenti, con richieste anche scritte per avere, per i propri figli, i docenti migliori, come sui migliori dsga, e sul personale di segreteria e collaboratori.

Per i presidi possiamo dire che è fallita la dirigenza unica, in particolare per buona parte delle ex maestre che si trovano a dirigere nelle scuole superiori. Mentre il compito e la finalità di un ruolo assegnato dovrebbe essere quello di mettere la persona giusta al posto giusto. Gli obiettivi assegnati ai presidi dagli Usr, quindi anche la ventilata valutazione, per come sono impostati, in realtà sono anche queste dei paraventi, delle finzioni.

Troveremo mai un movimento politico che si faccia capace di rappresentare queste nuove domande sociali, al di là del solito “dimmi quello che vuoi sentirti dire”? O dobbiamo attenderci, in forma ovviamente diversa, un nuovo ’68?

in IL SUSSIDIARIO 30 giugno 2017

 

G7 University-Education for All

«L’Università oggi più che mai deve dimostrare di aprirsi alla società che cambia, a dimostrare che la sua missione sociale è importante tanto quanto quella pedagogica e formativa». Così la ministra Valeria Fedeli ha aperto ieri il G7 Università ospitata a Udine. Qui ancora oggi saranno presenti oltre 250 persone fra rettori, professori, studenti, rappresentanti istituzionali, imprenditori e professionisti di dieci Paesi, attesi per stilare un manifesto dell’«Educazione per tutti», che dalle nazioni più sviluppate porti alla crescita della culturale globale.

Il ministro:Italia ha invertito trend, ma non basta
Fedeli ha sottolineato che «il tema fondamentale è dare un’educazione per tutti. È un nuovo e fondamentale diritto della singola persona avere un’educazione e un’istruzione da quando nasce fino alla parte finale della vita. Siamo chiamati a interrogarci su cosa possono fare i sistemi educativi per una sinergia verso uno sviluppo sostenibile, motore fondamentale per lo sviluppo sostenibile che costituisce l’Agenda 2030 dell’Onu». Per il ministro «non possiamo pensare di fermare la modernità, non serve tornare al passato, creare barriere, bloccare gli scambi, ma capire gli scambi, e se possibile anticiparli. Ognuno cerca la risposta in se stesso isolandosi, è quello che sta succedendo anche in Europa, una cosa fino a pochi anni fa impensabile. Quindi il tema centrale è la sfida educativa per nuove generazioni».
«È vero che fino a quattro anni fa sono state tagliate tutte le risorse del sistema istruzione e ricerca in Italia, invece dal 2014 si è re-iniziato necessariamente a investire», ha continuato la Fedeli riconoscendo comunque che non basta «perché restiamo con differenziali molto seri di investimento rispetto ad altri Paesi europei, ma abbiamo invertito il trend e dovremo continuare».

Oggi il manifesto
Al primo “G7 Università”, promosso dalla Conferenza dei rettori delle università italiane in occasione della presidenza italiana del G7, prendono parte i massimi dirigenti accademici del gruppo dei sette (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti), ma anche quelli di Città del Vaticano, Giordania e Spagna. Il tema dei lavori – suddivisi in quattro tavoli tematici – è «Università come motore dello sviluppo sostenibile e della cittadinanza globale». In tutto saranno rappresentate 107 tra atenei e istituti di ricerca nazionali e internazionali (81 atenei italiani, 15 esteri e 11 enti di ricerca) e 63 istituzioni pubbliche e organizzazioni private. Questa mattina è prevista la sessione plenaria dei quattro tavoli tematici, che porterà all’elaborazione finale del «Manifesto del G7 University-Education for All». Il documento indicherà le linee di impegno delle università per contribuire allo sviluppo culturale, sociale ed economico dei loro Paesi in una prospettiva di sostenibilità e di cittadinanza globale.

IL SOLE 24 ORE 30 giugno 2017

 

Iraq, i cristiani «assediati» dai serpenti

Lorenzo Cremonesi

KAREMLES (Piana di Ninive, Iraq) Un soffio ritmato, un sibilo a tratti acuto, ma poi più pesante, profondo come il battito d’ali di un grande volatile, pare persino il respiro di un bovino. L’altra notte suonava vicinissimo, amplificato dal buio sotto il cielo stellato senza luna e dal silenzio quasi perfetto nel cuore del nucleo urbano abbandonato. In un primo tempo veniva dalle macerie di una delle abitazioni più antiche del centro del villaggio, quindi da dietro il muro perimetrale della chiesetta medioevale di Santa Maria devastata dagli incendi appiccati nel 2014 dai jihadisti del Califfato, poco dopo echeggiava minaccioso tra le viuzze ingombre di calcinacci, schegge di vetro, mobili fracassati. «Zarraga, Zarraga, attenti è il loro verso prima di attaccare», sussurrano spaventati i tre fratelli della famiglia Rammu. Miron, che ha ventun anni ed è il maggiore, stringe il manico del badile pronto a colpire. Gli altri, Marsen neppure ventenne e Firas di sedici, raccolgono da terra due pietre. «Zarraga sono le vipere del deserto. Animali velenosissimi, aggressivi, dal morso mortale, attaccano veloci se si sentono in pericolo e di notte sono ancora più imprevedibili. Possono ben superare i due metri di lunghezza. L’altro giorno hanno provato a morsicare uno di noi nel cimitero, abbiamo sparso la zona di zolfo per scacciarli. Una piaga: hanno tane nelle rovine delle case, si moltiplicano tra le immondizie, nessun contadino li uccide più», dice Miron.

È difficile vedere oltre il fascio di luce della nostra torcia. Sono solo due settimane che nella regione del paesino di Karemles è tornata l’elettricità. L’unica abitazione ad essere illuminata è la loro, sul perimetro settentrionale del villaggio aperto sui vecchi campi di grano che da tre anni nessuno coltiva più. «Isis si è trasformato in serpente», scherzano i fratelli. E in qualche modo le loro battute aiutano a dissipare la tensione nel cuore della notte, qui, tra uno dei sette villaggi cristiani abbandonati della piana di Ninive.

Ma l’invasione dei serpenti dove prima stavano gli uomini ha anche il sapore antico della metafora biblica. «Delle circa 1.000 famiglie cristiane che sino al giugno 2014 vivevano a Mosul, nessuna è ancora tornata, restano per lo più acquartierate ad Erbil. A Qaraqosh erano 8 mila, ne sono rientrate meno di 100. Delle 700 di Telkief, neppure una ha voluto tornare. A Bartella hanno riaperto casa solo in 8 su 2.750. Sono i sacerdoti locali a tenere conto degli spostamenti delle loro comunità. Le cifre che forniamo sono ufficiose, ma credibili. Qui nella mia parrocchia caldea di Karemles ci sono solo i Rammu, su 830 famiglie», spiega Paolo Mekko, parroco tra i più attivi sostenitori del ritorno alla vita di Ninive.

Su di una grande mappa appesa nei saloni appena ripristinati nella canonica dalla basilica centrale di Karemles è possibile cogliere il senso della devastazione causata da Isis, oltre alle difficoltà e ai ritardi della ricostruzione. «Delle 759 abitazioni originarie, 89 restano solo macerie, 241 sono state bruciate e 429 hanno subito danni non troppo gravi. Ci stiamo concentrando a riparare subito queste ultime», dice Mekko. Ma i lavori vanno a rilento. La tubatura municipale dell’acqua rimane interrotta nel punto in cui Isis nell’agosto 2014 la fracassò nello scavare trincee presso il villaggio di Shaquli, un chilometro più a nord di Karemles, dove gli abitanti sunniti restano sfollati a Mosul, non tornano nel timore di rappresaglie da parte di cristiani e curdi. Soltanto una decina di operai è al lavoro con una ruspa nel centro di Karemles. Gli echi dei successi militari contro Isis sembrano smorzarsi tra le fate morgane di questa pianura assetata. Mosul è solo 20 chilometri più a sud. Per capire le ritrosie degli abitanti sfollati aiutano le riunioni mensili aperte alle famiglie che si tengono presso gli uffici del patriarcato caldeo, nel quartiere cristiano di Ankawa a Erbil.

«Un conto è dire al mondo che i cristiani iracheni non vogliono abbandonare la loro patria storica, un altro è però tornarci davvero con l’incubo onnipresente che Isis possa riapparire più violento di prima», protestano forte in tanti. C’è chi chiede più fondi per finanziare milizie cristiane di autodifesa e chi invece vorrebbe la presenza di contingenti di pace internazionali. A Qaraqosh sottolineano che nei villaggi sunniti, in alcuni casi distanti solo quattro o cinque chilometri da quelli cristiani, Isis non solo non ha inferto alcuna distruzione, ma anzi, ha raccolto consensi e assoldato militanti. «Sappiamo che sono stati spesso i nostri vicini musulmani a rubare nelle nostre case, a svaligiare i negozi, a impadronirsi delle nostre auto, dei nostri mezzi agricoli», dice Labib Rammu, 55 anni, padre dei tre fratelli di Karamles. «La terra è più fertile che mai dopo tre anni di riposo», osservano. Presto torneranno a produrre cipolle rosse, che una volta erano famose in tutto l’Iraq. Ma l’ottimismo si vela d’incertezza quando mostrano sul cellulare le immagini del loro trattore rubato tre anni fa da Isis, ritrovato ai primi di giugno senza ruote e batterie a Mosul e ora già riparato e attivo nel loro campo. «Distinguere tra i civili sunniti che si sono impadroniti delle nostre cose e i militanti fanatici di Isis è difficile. Talvolta gli uni sono anche gli altri, sebbene adesso cerchino di prendere le distanze», aggiunge Rammu. Alla luce accecante della mattina le strade vuote di Karemles, le abitazioni silenziose, la vista delle macerie, appaiono più desolanti che mai. «Conquisteremo Roma», si legge su un muro delle quattro chiese devastate. «Gesù non è figlio di Dio, ma suo servo», recita un’altra scritta di Isis. L’odio di religione impera. Tanto che la minaccia dei serpenti sembra adesso poca cosa rispetto ai traumi subiti dalle popolazioni più settarie e più sulla difensiva che mai.

in “Corriere della Sera” del 29 giugno 2017

Sbarchi, l’Italia alla Ue: possibile blocco ai porti

Angelo Picariello

L’emergenza migranti spinge l’Italia a una mossa forte. Di fronte ai numeri ancor più imponenti di questi giorni, il nostro Paese alza la voce e spinge l’ambasciatore italiano Maurizio Massari a un passo formale con la Commissione Europea attraverso il commissario per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. Dati eclatanti (12mila le persone sbarcate in queste 48 ore, con un aumento del 13,43% degli sbarchi nella prima metà dell’anno rispetto ai numeri già imponenti dello scorso anno), che avevano spinto il ministro dell’Interno Marco Minniti ad annullare i suo viaggio in programma negli Usa, chiedendo un urgente incontro al premier Paolo Gentiloni. Dal successivo vertice a Palazzo Chigi, di fronte al report del Viminale, scaturiva la svolta. Ritenendosi ormai insostenibile che approdino in Italia, e solo in Italia, praticamente tutte le navi impegnate nel Mediterraneo nell’opera di salvataggio. Si potrebbe anche arrivare a negare l’approdo nei porti per le navi che non battono bandiera italiana e non fanno parte di missioni europee. Una misura, che riguarderebbe solo le imbarcazioni delle associazioni non governative impegnate nell’opera di salvataggio, ha spiegato l’ambasciatore Massari al commissario Avramopoulos, evidenziando, a nome dell’Italia una situazione ormai «ai limiti della capacità di gestione».

«Un paese intero si sta mobilitando», dice il premier Paolo Gentiloni (che oggi porterà il tema a Berlino nel pre-vertice del G20 con Merkel, Macron e May) intervenendo al congresso della Cisl. L’Italia, spiega, è impegnata a «governare i flussi per contrastare i trafficanti, non per soffiare sul fuoco ma semmai per chiedere all’Europa e ad alcuni paesi europei in particolare che la smettano di girare la faccia dall’altra parte, perché questo non è più sostenibile».

L’iniziativa con la Ue è valutata e decisa come sistema Paese. Il segnale era arrivato già il giorno prima dal Canada, dove il presidente Sergio Mattarella – avvertito del passo in preparazio- ne – aveva lanciato un primo sasso nello stagno: «L’Italia è in prima linea nel Mediterraneo per salvare migliaia di vite umane nell’ambito di un fenomeno epocale. E ciò accade ai confini dell’Europa, senza ancora suscitare nel nostro continente né adeguata consapevolezza né l’emergere di sensibilità sufficientemente condivise, necessario preludio di incisive azioni comuni». Poi ieri il presidente è tornato sull’argomento. Il fenomeno migratorio «va governato assicurando contemporaneamente la sicurezza dei cittadini», ha detto incontrando il primo ministro canadese Justin Trudeau. E, commentando il dato dei 12mila cui l’Italia sta prestando soccorso in queste ore, ha aggiunto: «Se continuasse con questi numeri la situazione diventerebbe ingestibile anche per un Paese grande e aperto come il nostro». Ribadendo che «l’immigrazione è un fenomeno epocale che non si può affrontare con i muri, ma governato con serietà stroncando i trafficanti». Tutto questo, ha concluso Mattarella, «può farlo solo la Ue nel suo complesso». Ma purtroppo, ha concluso riferendosi soprattutto alle posizioni assunte da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, «alcuni membri della Ue non l’hanno capito».

in “Avvenire” del 29 giugno 2017

«Anziani al lavoro, giovani a casa». Il Papa: è il momento di cambiare

Stefania Falasca

«È una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti». Non ha mai usato mezze parole papa Francesco quando si tratta di ingiustizia sociale e di un ingiustizia sociale provocata da «un’economia di mercato che uccide». Perché si parla senza mezzi termini su questo punto, seguendo la Dottrina sociale della Chiesa. E non usa ora mezze parole anche quando si tratta delle responsabilità dei sindacati, come ha fatto ieri all’udienza in Aula Paolo VI rivolgendosi ai membri della Cisl, ai quali ha voluto ricordare che «sindacato è una bella parola che proviene dal greco ‘dike’, cioè giustizia, e ‘syn’, insieme: syn-dike,’giustizia insieme’», perché «non c’è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi». Nel suo discorso ai delegati che ieri hanno iniziato i lavori del XVIII Congresso Nazionale sul tema «Per la persona, per il lavoro», guidati dalla segretaria generale Annamaria Furlan, il Papa ha voluto così decisamente parlare chiaro: «Ma forse la nostra società non capisce il sindacato anche perché non lo vede abbastanza lottare nei luoghi dei ‘diritti del non ancora’: nelle periferie esistenziali, tra gli scartati del lavoro. Pensiamo al 40% dei giovani da 25 anni in giù, che non hanno lavoro. Qui. In Italia. E voi dovete lottare lì! Sono periferie esistenziali. Non lo vede lottare tra gli immigrati, i poveri, che sono sotto le mura della città; oppure non lo capisce semplicemente perché a volte la corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti». Francesco ha messo il dito nella piaga. E precisamente nella piaga sanguinate della disoccupazione giovanile. Perché il lavoro per i giovani «è il primo patrimonio di una società». E anche perché «quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità», afferma Francesco.
È allora «urgente» – ribadisce – un «nuovo patto sociale umano, un nuovo patto sociale per il lavoro». Un patto che «riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare». Non manca perciò anche di richiamare le ingiustizie di questa disumana economia che vede bambini costretti a lavorare e chi non trova lavoro. E punta il dito anche sulle ‘pensioni d’oro’. «Non sempre – afferma – e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione, giusta perché né troppo povera né troppo ricca: le ‘pensioni d’oro’ sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni». Ed è ingiusto anche «quando un lavoratore si ammala e viene scartato anche dal mondo del lavoro in nome dell’efficienza».
Il Papa prendendo spunto dal tema del Congresso nazionale ha ricordato che cosa è il lavoro per la persona. Un patto sociale per il lavoro sa anche rispettare la persona «che non è solo lavoro, perché non sempre lavoriamo, e non sempre dobbiamo lavorare». «L’economia – ha affermato – ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti. Il capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa». Quindi ha sottolineato le due sfide epocali che oggi il movimento sindacale deve affrontare e vincere se vuole continuare a svolgere il suo ruolo essenziale per il bene comune.
La prima è la profezia, e riguarda la natura stessa del sindacato, la sua vocazione più vera: dare voce a chi non ce l’ha, denunciare il povero ‘venduto per un paio di sandali’ smascherare i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili, difendere la causa dello straniero, degli ultimi, degli ‘scarti’.
La seconda è l’innovazione, che significa non solo proteggere i diritti di chi lavora già o è in pensione ma anche proteggere chi i diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia. Non ci può essere per il Papa «una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato buono che non rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre scartate dell’economia in pietre angolari».

in “Avvenire” del 29 giugno 2017

Libano, dove i cristiani fanno del Ramadan una festa di fratellanza

Riccardo Cristiano

Il Ramadan di questo 2017 ancora non era finito, ma non ci mancava molto. Mi ero svegliato da poco, a Beirut, quando ho ricevuto la telefonata di un mio vecchio conoscente. Mi invitava a raggiungerlo a Tripoli, nel nord del Paese, prima che il mese santo per i musulmani si concludesse. Quel pomeriggio stesso ho preso la macchina e l’ho raggiunto. Arrivare a Mina, il quartiere del porto di Tripoli, non è difficile. E individuare la stazione di benzina dove solitamente ci diamo appuntamento non poteva mettermi in difficoltà, sebbene mancassi da tempo. Quindi mi ha portato alla locanda dell’associazione Bonheur du Ciel, dove Anna, Maria e altri si preparavano a servire agli indigenti l’iftar, cioè il pasto con cui i musulmani rompono il digiuno e che loro preparano ogni giorno. “Questo vuol dire essere cristiani nel Medio Oriente”, mi ha detto un signore che aveva salutato con calore il mio amico: parole che hanno avviato una lunga conversazione, che ci ha portato in un caffè non distante. E mi sono ritrovato immerso con lui in una discussione importante sui cristiani e il loro ruolo nel Medio Oriente. “Né illusi né rassegnati, ma fedeli alla spirito della lettera a Diognèto, dove si dice che i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. L’anima si trova in ogni membro del corpo; ed anche i cristiani sono sparpagliati nelle città del mondo ”; è stata un po’ questa la sua idea-guida.

Citando sovente questo testo del II secolo dopo Cristo, spesso citato nei documenti del Concilio Vaticano II, mi ha detto che illudersi sarebbe da ingenui, ma rassegnarsi sarebbe da inconsapevoli. “Non abbiamo altra strada che perseguire la pari cittadinanza tra tutti noi, cittadini dello stesso Paese. Siamo fratelli, e l’iftar che si celebrerà tra poco lo dimostra. Qui c’è l’essenza della rivoluzione cristiana, che fa di Dio il Padre Nostro. Questa terra, il Levante, è la terra della moderazione, dell’accoglienza dell’altro, tanto tra i cristiani quanto tra i musulmani. Il Levante esiste ed è questo. Ecco perché considero quella in atto una vera guerra contro questo spirito che accomuna le genti di questa terra, da parte dei totalitaristi che per opposte ragioni vogliono dividerci. E colpiscono noi perché ci sanno il fianco tenero, debole, della società accogliente. Se noi cedessimo alla paura, sperando che qualcuno ci protegga, finiremmo con l’esserne ostaggi.”

Il discorso mi è apparso di stringente attualità e gli ho chiesto di farmi un esempio. “Il male genera male, l’estremismo genera estremismo, ma non c’è solo un estremismo che coltiva la cultura dell’odio. Ricorderà la strage di Capodanno, nella chiesa copta di Alessandria d’Egitto. I terroristi uccisero almeno venti fedeli. Il Vaticano insorse e un’erronea lettura di quanto invocò papa Benedetto XVI provocò addirittura una crisi. Ma cosa era successo? Proprio allora Al Qaida invocava la nostra eliminazione cruenta, certo non solo a parole, ma presto si cominciò a vedere che c’era anche l’intelligence di un regime con l’acqua alla gola dietro quell’attentato. Allontanare, dividere noi, quelli che preparano l’iftar a Bonehur du Ciel e chi lo consuma è da sempre l’obiettivo di tanti. Solo la cultura dell’odio o quella della paura appaiono capaci di far dimenticare all’uno quanto all’altro che siamo fratelli, destinati a vivere insieme. Costruire un circuito virtuoso sarà certamente complesso: Francesco ha ricordato che il vero nome della pace è sviluppo, e da nessuna parte questo è più vero che qui, dove accanto ad enormi risorse c’è una miseria sempre più degradante. E così restiamo da secoli ingabbiati nell’idea di “protezione”. Il Sultano, fino alle riforme, “proteggeva” a certe condizioni i “popoli del Libro”, cittadini dell’impero, ma di serie b. Non voglio farle un trattato di storia, ma oggi non è questa la protezione che uno Stato garantisce ai suoi cittadini. E di qui il passo al sistema della protezione in cambio di “fedeltà” è breve. Ma io sono fedele a Gesù, non ad altri.”

E’ stato allora che il mio interlocutore ha salutato un esule siriano, come tanti ospiti di Bonheur du Ciel. “ Ecco, lui è qui da anni, più o meno da quando rapirono i monsignori Yohanna Ibrahim e Bulos Yazigi, rispettivamente vescovo siriaco-ortodosso di Aleppo e greco-ortodosso della stessa città. Ricorderà, si trovavano assieme a bordo di un’auto proveniente dal confine turco, distante una trentina di chilometri. Erano diretti ad Aleppo, ma all’altezza di Kfar Dael, località alla periferia orientale del centro urbano, sono stati fermati da “uomini armati” che hanno intimato a loro e all’autista, un diacono, di scendere dall’auto. Tanti hanno scritto che dopo aver ucciso l’autista, gli uomini armati si sono dileguati portando con sé i due vescovi in un luogo sconosciuto. Fatallah, l’autista, era un cattolico di rito latino e ha lasciato tre figli.” A quel punto l’amico siriano ha come proseguito il suo racconto: “Jamil Diarbekirli, un familiare di Yohanna Ibrahim, ha dichiarato già nel 2013 che c’era con loro una quarta persona, legatissima al vescovo, un uomo anziano con cui sono ancora in contatto. Ed ha aggiunto che Fetallah, l’autista, è stato ucciso tre ore dopo il sequestro da altri sicari. Poi il buio… Anche padre Dall’Oglio è sparito, giusto? Ma del suo sequestro non sappiamo neanche le modalità…” Quello di sparire senza lasciare tracce, ho pensato seguendo quel filo, sembra il destino dei costruttori di ponti.

Intanto l’iftar era quasi finito e io ho preferito prendere la strada che mi riportava a Beirut. Avevo poco tempo e volevo ancora capire qualcosa del convegno cristiano-musulmano proprio sulla cittadinanza che si aprirà sabato all’università di Notre Dame. Avevo ancora negli occhi i volti di Tripoli quando ho incontrato uno dei promotori di quell’incontro. Il giorno precedente era stato da interlocutori musulmani, per invitarli. “Come è andata? Mi ha colpito che mi abbiano ricevuto chiedendomi se volessi dell’acqua, del caffè. Mi vedevano accaldato, ma sapendo che è Ramadan ho rifiutato. Inutilmente. Hanno insistito, dicendo che tra i loro obblighi c’è l’ospitalità, e che non volevano che i loro doveri religiosi mi gravassero come un’imposizione.” Quando gli ho detto che questo dettaglio colpiva anche me, visto che tornavo da un iftar preparato da cristiani, mi ha detto anche lui che questo è esattamente il senso dell’essere cristiani nel Levante.

in “La Stampa-VAtican Insider” del 29 giugno 2017

Università ad accesso programmato: online i decreti ministeriali

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, ha firmato il 28 giugno i  decreti che definiscono i contenuti e le modalità di svolgimento delle prove di ammissione ai corsi di laurea e di laurea magistrale a ciclo unico ad accesso programmato a livello nazionale per l’anno accademico 2017/2018: Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Protesi dentaria, Medicina Veterinaria, Architettura, Professioni sanitarie, Medicina in lingua inglese eScienze della Formazione Primaria. In allegato ai decreti, che sono pubblicati sul sito del Miur, anche la programmazione provvisoria dei  posti disponibili quest’anno. I candidati che intendono partecipare alle prove di accesso per Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Protesi dentaria, Medicina Veterinaria, Architettura, Professioni sanitarie, Medicina in lingua inglese potranno iscriversi alle prove dal 3 al 25 luglio esclusivamente on line sul portale www.universitaly.it. Lo comunica il Miur in una nota.

Medicina e Odontoiatria

La prova di ammissione ai corsi di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia e in Odontoiatria e Protesi dentaria è unica per entrambi i corsi ed è di contenuto identico in tutte le sedi in cui si svolge. Sono previsti, come lo scorso anno, 60 quesiti a risposta multipla: 2 di cultura generale, 20 di ragionamento logico, 18 di biologia, 12 di chimica, 8 di fisica e matematica. La prova di ammissione si svolgerà il 5 settembre prossimo e avrà inizio alle ore 11.00. Per il suo svolgimento sarà assegnato un tempo di 100 minuti. I posti disponibili sono, ad oggi, 9.100 per Medicina e Chirurgia e 908 per Odontoiatria

Medicina Veterinaria

Anche in questo caso sono previsti 60 quesiti a riposta multipla: 2 di cultura generale, 20 di ragionamento logico, 16 di biologia, 16 di chimica, 6 di fisica e matematica. La prova di ammissione è in calendario il prossimo 6 settembre, avrà inizio alle ore 11.00 e per il suo svolgimento sarà assegnato un tempo di 100 minuti. I posti ad oggi disponibili sono 655.

Architettura

La prova di ammissione consiste nella soluzione di 60 quesiti a risposta multipla: 2 di cultura generale, 20 di ragionamento logico, 16 di storia, 10 di disegno e rappresentazione, 12 di fisica e matematica. La prova di ammissione si svolgerà il 7 settembre alle ore 11.00 e per il suo svolgimento sarà assegnato un tempo di 100 minuti. I posti disponibili ad oggi sono 6.873.

Per Medicina e Odontoiatria, Veterinaria, Architettura, le graduatorie nazionali saranno pubblicate il 3 ottobre 2017.

Professioni sanitarie

La prova di ammissione è predisposta da ciascuna Università ed è identica per l’accesso a tutte le tipologie dei corsi attivati presso il medesimo ateneo. Si svolgerà il 13 settembre alle ore 11.00 con 100 minuti a disposizione per i candidati. I posti disponibili sono individuati nella tabella allegata al decreto e sono divisi per tipologia di corso.

Medicina e Chirurgia in lingua inglese

La prova di ammissione si terrà il 14 settembre, ha lo stesso contenuto per tutte le sedi di prova e prevede la soluzione di 60 quesiti a risposta multipla: 2 di cultura generale, 20 di ragionamento logico, 18 di biologia, 12 di chimica e 8 di matematica e fisica. Le iscrizioni alla prova potranno essere effettuate dal 3 luglio e fino alle ore 15.00 (GMT +1) del 25 luglio 2017 sempre sul portale www.universitaly.it. Gli Atenei italiani interessati quest’anno dalla prova sono quelli di Bari, Milano, Bologna, Pavia, Roma (La Sapienza e Tor Vergata), Napoli (Federico II e Luigi Vanvitelli), Siena e Torino. Sono 17 le sedi estere coinvolte: Arabia SauditaArgentinaBrasileCinaCiproEmirati Arabi UnitiFranciaGermaniaGran BretagnaGrecia, IsraeleIndiaPoloniaPortogalloQatar, SpagnaUSA. I posti ad oggi  disponibili sono 501. L’11 ottobre verrà pubblicata la graduatoria nazionale di merito nominativa.

Scienze della Formazione Primaria

La prova di ammissione prevede 80 quesiti a risposta multipla: 40 di competenza linguistica e ragionamento logico, 20 di cultura letteraria, storico-sociale e geografica, 20 di cultura matematico-scientifica. La prova si svolgerà il 15 settembre e avrà una durata di 150 minuti.
I posti ad oggi disponibili sono 6.399.

Date test ingresso 2017

Medicina e Chirurgia
Odontoiatria e Protesi Dentaria

5 settembre 2017

Medicina Veterinaria

6 settembre 2017

Corsi di laurea e di laurea magistrale a ciclo unico direttamente finalizzati alla formazione di Architetto

7 settembre 2017

Corsi di laurea delle Professioni sanitarie

13 settembre 2017

Medicina e Chirurgia in lingua inglese

14 settembre 2017

Scienze della Formazione Primaria

15 settembre 2017

 I decreti

D.M. n. 476 del 28.06.2017 (“Modalità e contenuti della prova di ammissione al corso di laurea magistrale a ciclo unico in medicina e chirurgia in lingua inglese a.a. 2017-2018”)

D.M. n. 475 del 28.06.2017 (“Modalità e contenuti della prova di ammissione al corso di laurea magistrale a ciclo unico in Scienze della Formazione Primaria a.a. 2017/2018”)

D.M. n. 477 del 28.06.2017 (“Modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea e di laurea magistrale a ciclo unico ad accesso programmato nazionale a.a. 2017/2018)

Per saperne di più: www.universitaly.it.

 

Non costringere i ragazzi a mendicare l’occupazione

Alessandro Rosina

C’è una sola via per inserire il Paese in un solido percorso di crescita: trasformare le nuove generazioni da principali vittime del lavoro che manca a protagoniste del lavoro che cambia.
Il lavoro che manca è ciò che del passato non c’è più, il lavoro che cambia è ciò che del futuro non c’è ancora. Quello che c’era per le generazioni precedenti e oggi sta sparendo, in termini di occupazione e welfare, impoverisce le nuove generazioni solo se nel frattempo non si creano condizioni di sviluppo economico e sociale più coerenti con nuovi tempi. Questa consapevolezza è molto forte nei giovani italiani. I dati di una recente indagine condotta dall’istituto Toniolo per Fim Cisl evidenziano una forte domanda di rappresentanza collettiva non solo per dare risposta alle difficoltà del presente, ma anche per necessità di affrontare i cambiamenti della demografia e della rivoluzione tecnologica.
Il mondo che cambia e il rinnovo generazionale devono entrare in relazione positiva per consentire al Paese di crescere migliorando, in prospettiva, le condizioni di tutti. Il messaggio di papa Francesco raccoglie questa preoccupazione quando afferma che è stolto un Paese che fa lavorare a lungo gli anziani e assegna a molti di essi pensioni d’oro, lasciando i giovani ai margini. Stolto perché si compromette la possibilità per le nuove generazioni di dar basi solide al proprio futuro familiare e previdenziale, ma si riduce anche la loro possibilità di contribuire alla produzione di ricchezza e benessere comune. Con conseguenze ancor più gravi per una società che invecchia come la nostra.
Rispetto all’allargamento della popolazione attiva l’Italia è rimasta indietro su tre fronti. Il primo è quello già accennato dei giovani. Il secondo è quello delle donne, il cui tasso di partecipazione è tra i più bassi nel mondo sviluppato. Il terzo sono i lavoratori maturi. In questo caso più che di allargamento della popolazione attiva si tratta di allungamento della vita attiva. Il tasso di occupazione degli over 55 è tuttora sotto la media europea ma è anche vero che – a differenza di quanto vale per giovani e donne – è in atto un evidente processo di convergenza, anche per la spinta un po’ brusca della legge Fornero. Collide questo con l’occupazione giovanile? Poco, in un Paese che cresce, perché in tal caso il mercato diventa una torta che si allarga assieme alle opportunità dei nuovi entranti, valorizzando inoltre il contributo a tutte le età. Il rischio di competizione al ribasso può, al contrario, diventare concreto in un Paese che fatica a crescere, investe poco su innovazione e formazione continua. Più che pensare ai giovani come soggetti mendicanti lavoro, dovremmo piuttosto pensare al lavoro come spazio da arricchire ed espandere con il contributo originale e qualificato delle nuove generazioni.

in “la Repubblica” del 29 giugno 2017

Come si salva la solidarietà

Mario Calabresi

La parola “Solidarietà” può ancora essere pronunciata e poi messa in atto o, come temeva Stefano Rodotà nel suo ultimo libro — che ci è sembrato necessario ristampare e troverete in edicola domani — è destinata ad essere proscritta e condannata?
È ancora possibile parlare di inclusione, accoglienza e integrazione senza essere tacitati e spazzati via dal disagio e dalle paure dei cittadini e da chi cavalca questi sentimenti?

Una strada esiste, ma è un passaggio stretto, necessario, anzi indispensabile per non tradire la nostra tradizione civile e insieme la nostra tenuta democratica. Questa strada ha bisogno di parole chiare e ha una scadenza assai ravvicinata: oggi.
Al vertice europeo di Berlino il premier italiano si presenta accompagnato da 22 navi che stanno per sbarcare sulle nostre coste 12.500 migranti recuperati al largo della Libia. È un punto limite, lo ha sottolineato ieri il presidente Mattarella: «Se il fenomeno dei flussi continuasse con questi numeri la situazione diventerebbe ingestibile anche per un Paese grande e aperto come il nostro ».

Il capo dello Stato ha sottolineato la necessità di trovare il modo di bilanciare i principi di accoglienza con i diritti della nostra popolazione: « il fenomeno va governato assicurando contemporaneamente la sicurezza dei cittadini » . Ma l’Italia da sola non può farlo.
E la geografia non può scaricare tutto il peso sul Paese più vicino alle coste africane. L’Europa che si mobilitò nella primavera dello scorso anno per chiudere la rotta balcanica, che portava il flusso di profughi e migranti verso la Germania e il Nord, mettendo a disposizione della Turchia tre miliardi di euro, oggi appare vaga e assente.

Il nuovo presidente francese Macron, che solo una settimana fa si dimostrava solidale con un’Italia “ lasciata troppo sola”, ieri ci ha rispedito indietro un centinaio di ragazzi che avevano osato varcare la frontiera di Ventimiglia.
Il nostro Paese, istituzioni e cittadini insieme, si è mostrato fino ad oggi paziente, preparato e dignitoso. Il nostro Paese non ha tradito le leggi del mare e le regole non scritte della salvezza e dell’accoglienza e non può e non deve cambiare rotta. Ciò che deve necessariamente e urgentemente cambiare è il contesto in cui ci muoviamo. Prima che questa diventi un’estate di emergenza, di rissa tra sindaci e prefetti, di scontro tra comuni o regioni limitrofe, di barricate di cittadini inferociti e di perdita di razionalità, l’intera Europa deve fare la sua parte. Stabilendo regole chiare valide per tutti i Paesi e investendo economicamente nell’assistenza ( a partire da un reale contributo finanziario per dare sollievo soprattutto ai comuni, su cui ricade il peso principale della gestione dei nuovi arrivati) e nel tentativo indispensabile di governo dei flussi migratori. Vanno combattute le organizzazioni di trafficanti di uomini e finanziati campi di accoglienza gestiti dall’Unhcr in Libia e nei Paesi in cui si snoda la tratta di uomini e donne, a partire da Ciad e Niger. Luoghi dove valutare chi ha il diritto d’asilo e far partire i rimpatri assistiti, prima che comincino le marce nel deserto e le traversate per mare.
Perché questa non diventi un’operazione repressiva deve nascere un piano concreto di sostegno allo sviluppo dei Paesi d’origine, che assicuri una speranza di miglioramento di vita. Ma non basta stanziare soldi, bisogna seguire passo passo le iniziative per impedire che i fondi europei ingrassino solo la corruzione di potentati e funzionari.
Solo così potremo continuare a parlare di solidarietà e di inclusione, solo mostrando ai cittadini di comprendere le loro paure potremo continuare a sostenere la necessità di integrare i bambini che nascono in Italia da genitori stranieri. Quella legge sullo ius soli in discussione in Parlamento e per la quale ci siamo mobilitati da settimane. Chi vive regolarmente nel nostro Paese e qui studia e cresce deve avere la certezza di un percorso futuro, non deve sentirsi emarginato o rifiutato, ne va dell’avvenire dell’Italia e anche della sua sicurezza.
Solidarietà e integrazione sono valori troppo preziosi e vitali per perderli o dismetterli, dobbiamo salvarli e perché ciò possa accadere è necessario alzare la voce — prerogativa che non andrebbe lasciata solo a populisti e xenofobi — e questo lo dobbiamo fare subito. Questa mattina.

in “la Repubblica” del 29 giugno 2017

“Miope far lavorare troppo gli anziani”

Andrea Tornielli

«È una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti». Papa Francesco parla rimanendo in piedi nell’aula delle udienze in Vaticano, chiede un «nuovo patto sociale» e bolla come «un’offesa grave» le «pensioni d’oro». Ad ascoltarlo ci sono i delegati del Congresso nazionale della Cisl. Ancora una volta il Pontefice entra nel vivo dei problemi del Paese, non facendo sconti nemmeno al sindacato, che – dice – talvolta finisce per assomigliare un partito politico.
È passato solo un mese dal discorso di Bergoglio a Genova di fronte a operai e imprenditori, quando aveva ricordato che chi licenzia e delocalizza per far più profitto non è un imprenditore ma uno speculatore, e definendo «incostituzionali» lo sfruttamento e il lavoro mal pagato. Ieri con la Cisl è tornato a parlare di lavoro mettendo nuovamente il dito sulla piaga. Francesco chiede che si riducano «le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare». Ricorda che nel mondo attuale «non sempre e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione giusta perché né troppo povera né troppo ricca». E critica «le pensioni d’oro» che «sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni».
Il Papa, di fronte ai sindacalisti, insiste perché persona e lavoro siano «due parole che possono e devono stare insieme». «Se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro, diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice».
La priorità più grave, il dramma dell’oggi, è quello della disoccupazione giovanile. «Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità», spiega il Pontefice. Ecco l’urgenza di un «nuovo patto sociale per il lavoro», che «riduca le ore di lavoro» delle persone più avanti con l’età, così da creare opportunità lavorative per i giovani che «hanno il diritto-dovere di lavorare».
Bergoglio sprona il sindacato a dar voce a chi non ce l’ha, a smascherare «i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili», a difendere «la causa dello straniero, degli ultimi, degli “scarti”». Ma osserva anche: nelle odierne e avanzate società capitalistiche «il sindacato rischia di smarrire questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile». L’altra sfida alla quale il Papa richiama la Cisl è a guardare verso «chi è dentro la città del lavoro», ma anche verso «chi è fuori delle mura», proteggendo «chi i diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia». Senza contare che a volte la società «ancora non capisce» il sindacato «perché a volte la corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti». Francesco ha invitato a valorizzare il lavoro delle donne: «La donna guadagna di meno, è più facilmente sfruttata… Fate qualcosa!».

in “La Stampa” del 29 giugno 2017