Archivio mensile:aprile 2017

La vitalità permanente delle associazioni ecclesiali

Bruno Forte

Erano in molte migliaia ad ascoltarmi lo scorso 24 aprile in un’immensa sala della Fiera di Rimini: persone di ogni età e provenienza geografica e sociale nel variegato panorama della nostra Italia.

La Convocazione Nazionale nell’anno quarantesimo dell’inizio del Rinnovamento nello Spirito Santo in Italia era chiamata a riflettere sul cammino fatto in questi quattro decenni ed era stato chiesto a me, teologo e pastore esterno a quell’esperienza e tuttavia attento ad essa con rispetto e amicizia, a riflettere sulle tappe vissute e le linee di impegno maturate. Partendo dai “padri fondatori”, figure significative di Padri gesuiti docenti alla Gregoriana di Roma e religiosi e laici di diverse provenienze ecclesiali, ho provato a ripercorrere la storia di questa diffusa esperienza spirituale, evidenziandone il passaggio dall’implicito all’esplicito, da corrente di grazia a movimento ecclesiale, dalla preghiera alla missione, dal “cenacolo” al mondo, da ciò che i carismatici amano chiamare il “roveto ardente” dell’incontro col Signore alla “colonna di fuoco” del cammino comune, simboleggiato in quello d’Israele nel deserto quando fuggì dalla schiavitù di Egitto per andare verso la terra della promessa di Dio. Mi colpiva, mentre parlavo, l’attenzione profonda di quelle migliaia e migliaia di persone, il loro evidente desiderio di lasciarsi guidare nella lettura di fede del cammino fatto, desiderio particolarmente vivo nei tanti giovani presenti, curiosi e appassionati nel voler meglio conoscere una storia di cui si sentono figli e che non hanno vissuta se non nella memoria dei loro predecessori. Mi nascevano spontanei nella mente e nel cuore collegamenti con esperienze di altre aggregazioni ecclesiali, cui pure sono stato invitato a parlare in varie occasioni negli anni, e si precisava la domanda, cui vorrei tentare una risposta nelle righe che seguono: quali motivazioni spingono tanti uomini e donne, giovani e adulti, intere famiglie e anziani, ad affrontare sacrifici e impegni spesso esigenti, pur di far parte di un’associazione o un movimento unito nel nome di Cristo nella comunione della Chiesa? Come mai, nella pur diffusa crisi dell’associazionismo, specialmente giovanile, le aggregazioni ecclesiali non solo tengono ancora, ma non accennano a sciogliersi, mantenendo anzi alta la loro attrattiva, pur nelle profonde modifiche di stili e di linguaggi che i cambiamenti socio-culturali del Paese e della Chiesa vanno chiedendo? Le risposte a queste domande sono chiare per il credente, che riconosce in tutto questo la forza permanente del fascino che la fede nel Dio vivente esercita sui cuori, tale da spingere le solitudini individuali ad incontrarsi nella comune esperienza dell’amore donato dall’alto, significato e partecipato dalla mediazione della Chiesa. Vorrei, però, riflettere anche su altre ragioni del fenomeno, che mi sembra abbiano una valenza e un significato rilevante per tutti. Ne indico tre: il diffuso bisogno di spiritualità; l’esigenza di aggregarsi e quella di vivere impegni comuni al servizio degli altri.

In primo luogo, l’attrattiva che l’associazionismo religioso continua ad esercitare su tante menti e tanti cuori mi sembra il segnale chiaro di un diffuso bisogno di spiritualità: nell’era del dominio della tecnica e del primato del “business” e della produzione, l’esigenza di conoscere una sorgente di luce e di pace fatta d’amore gratuito e liberante è particolarmente acuta. Programmare il mondo, viverlo come una grande macchina da far ben funzionare e puntare tutto sul profitto e l’interesse economico-politico, non basta a soddisfare la sete di senso che tutti ci portiamo dentro. La frase di Agostino resta attuale in maniera impressionante anche oggi: «Ci hai fatto per Te ed è inquieto il nostro cuore finché non riposi in Te» (Confessioni I, 1, 1). Non sarà il possesso o il potere o il piacere egostico a rendere felice l’uomo, ma l’aver trovato un senso degno alla vita e il vivere in maniera fedele a quest’orizzonte di significato e di bellezza. Ciò che i gruppi ecclesiali offrono a chi vi aderisce è anzitutto un’esperienza di fede, e dunque l’incontro possibile e sempre rinnovato col Dio vivente, quale Gesù Cristo ha rivelato al mondo, rendendo partecipi della vita divina coloro che in umiltà e fiducia accolgono il Suo dono d’amore. Senza questa motivazione decisiva non si potrebbe dar ragione in alcun modo della vitalità permanente dell’associazionismo religioso nella

città secolare, che tendeva a spegnere o emarginare i segni del sacro e le occasioni di farne esperienza. In secondo luogo, aggregarsi in nome di una motivazione gratificante, qual è quella dell’incontro col Signore, aiuta ad uscire dalla propria solitudine e a comunicare in profondità e verità con altri: se è vero, come mi sembra innegabile, che le nostre convivenze sociali, soprattutto nei grandi agglomerati urbani, sono spesso nient’altro che “folle di solitudini”, si capisce come un gruppo che accolga e offra ragioni di vita e di speranza alla luce della fede possa essere una risorsa di rigenerazione e di costante sostegno. L’uso semplice e spontaneo del “tu” e del nome personale nelle relazioni sono in questi gruppi un segno chiaro dei legami che in essi si creano: fermo restando il rischio sempre presente di fraintendimenti e di incomprensioni, il potenziale positivo offerto da queste esperienze aggregative è di gran lunga superiore ai loro possibili limiti. In un mondo di rapporti spesso solo formali e di tante relazioni forti in crisi (da quelle matrimoniali a quelle intergenerazionali), incontrare gruppi dalle relazioni calde e accoglienti nella libertà della fede appare a molti come l’occasione di raggiungere una vera oasi nel deserto diffuso.

Infine, ciò che queste forme di aggregazione offrono ai tanti che vi aderiscono è una possibilità di impegno per gli altri, che dà sapore ai giorni e riscalda il cuore. Poter fare del bene a qualcuno, semplicemente poter voler bene ad altri con gratuità, assumendo impegni personali e collettivi di servizio caritativo, sono altrettante forme di realizzazione di sé, capaci di dare sapore e bellezza alla fatica dei giorni: l’appartenenza al gruppo, il comune servizio di evangelizzazione e di carità, la possibilità di aprirsi ad altri e di ascoltare le storie altrui di gioie e di dolori, rende la vita più significativa e ricca e motiva ogni nuovo giorno come tempo possibile di amore e di grazia. Ignorare questo plusvalore della gratuità nei rapporti umani è stata la malattia mortale di tutte le aggregazioni ideologiche dell’epoca moderna: ed è proprio dalla lezione della crisi delle ideologie che è possibile imparare ad apprezzare il valore di piccoli gesti o di semplici parole che esprimano ascolto, condivisione, accoglienza e partecipazione. Tutto questo è offerto nelle esperienze di associazionismo ecclesiale diffuse sul territorio del nostro Paese e nel tessuto vivo della nostra società civile: proprio perciò esse costituiscono un aiuto e un beneficio per tutti, e vanno guardate con simpatia e rispetto da tutti, specialmente ora che l’ombra dei trascorsi collateralismi politici è diffusamente passata e il pluralismo delle opzioni storiche si coniuga nei gruppi ecclesiali all’unità della fede e all’adesione fiduciosa al magistero evangelico di Papa Francesco e della maggioranza dei membri della Chiesa con lui.

in “Il Sole 24 Ore” del 30 aprile 2017

Se la strada per la pace s’inizia assieme davanti ai morti

Agnese Moro

Sentir parlare di pace il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al Tayyib, e papa Francesco è una bella cosa. Ma di certo non consolatoria. Pensate a questa frase del Papa: «E per contrastare veramente la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza, occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente crescita del bene». Frase che – con realismo – segnala tempi lunghi per ottenere risultati significativi e duraturi.

Per fortuna le anticipazioni non mancano, con il loro bagaglio di rottura di schemi prefissati, di cristallizzazioni di ruoli e di inimicizie che si vorrebbero eterne. Tra le anticipazioni ne segnalo una che ci arriva da Israele dove, da stasera a domani sera, si celebra il Memorial Day a ricordo dei soldati israeliani morti in guerra o in altri conflitti. Alle cerimonie ufficiali si affianca, e in qualche misura fa da contrappunto, l’iniziativa che per il 12° anno organizza il «Combatants for Peace Movement» http://cfpeace.org in collaborazione con il «Parents Circle Families Forum» http://www.theparentscircle.com/ : l’ «Israeli-Palestinian Memorial Day Ceremony». La finalità delle due organizzazioni è quella di creare un dialogo e una collaborazione tra persone che sono state nemiche; i combattenti delle due parti, nel primo caso, le famiglie a cui un componente è stato ucciso da qualcuno dell’altra parte, nel secondo. Israeliani e Palestinesi direttamente colpiti che rifiutano il destino di essere nemici per sempre. La cerimonia infatti ricorderà i caduti di entrambe le parti. Inizierà alle 21, ora di Tel Aviv, da noi le 20, e potrà essere seguita in Livestream http://Buildhopewith.us/ con sottotitoli in arabo e in inglese. Il numero dei partecipanti è andato aumentando nel tempo; lo scorso anno sono stati presenti in 2.500. Gli organizzatori: «In questo giorno particolarmente difficile invitiamo le persone di entrambe le parti a conoscere il dolore e le aspirazioni di coloro che vivono dall’altro lato della barricata e a sforzarci tutti per prevenire una prossima guerra».
Che cosa sarebbe successo da noi se una simile iniziativa fosse stata organizzata (o proposta), poniamo per il 25 aprile? Accogliere tutti i morti, riconoscere dignità alle memorie di ognuno, non nascondersi le verità complesse della storia è certo faticoso. Ma vivo.

in “La Stampa” del 30 aprile 2017

L’universo interiore di Shahbaz Bhatti

Pietro Parolin

S’intitola “Shahbaz. La voce della giustizia” il libro scritto dal fratello Paul (San Paolo, pagine 168, euro 14,00), che fornisce un inedito ritratto del ministro delle Minoranze del Pakistan ucciso il 2 marzo 2011. Il volume è arricchito da una prefazione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che riportiamo, e da un’introduzione della giornalista Monica Maggioni. La presidente della Rai rimarca che il racconto di Paul Bhatti «non è un libro. È un percorso […]. È nei campi assolati di Khushpur che si costruisce il senso di questa storia epica. Nella dinamica tra un fratello grande chiamato a proteggere e guidare, e un fratello piccolo, Shahbaz, che ha un dono, uno sguardo, una diversità, alla quale nessuno è immune. Un carisma “dono di Dio”». Da «questo villaggio povero e agricolo del Pakistan, a maggioranza cristiana, creato da un missionario nel 1901», Shahbaz approda al difficile incarico politico e, infine, «al suo destino immenso e tragico» che affronta «con serenità e determinazione […]. Il cammino – prosegue Maggioni – si snoda nel racconto di Paul scandito dai brani del testamento spirituale del fratello Shahbaz, presenza forte, guida, punto di riferimento costante che diventa il racconto di una vita straordinaria».

Ci sono persone che sono disposte a morire per l’ideale in cui credono. Tra queste c’è Shahbaz Bhatti, ministro federale delle Minoranze del Pakistan, ucciso il 2 marzo 2011 a Islamabad da uomini armati. L’ideale di Shahbaz Bhatti non era però una semplice idea, non un mero valore, seppure nobile ed elevato. Era ciò che i cristiani hanno di più caro, ovvero Cristo stesso. «Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire», scriveva nel suo testamento spirituale. Di Shahbaz conoscevamo alcuni dettagli della vita pubblica, ma non sapevamo del suo universo interiore. Con questa pubblicazione, suo fratello Paul ce lo rende familiare, descrivendolo nella sua intimità, nella sua esistenza quotidiana, mostrandone i progressi umani e spirituali. Pagine scritte con le lacrime agli occhi e con un velo di amarezza, mitigate però dalla certezza che la fede di Shahbaz non è venuta mai meno. Perfino nei momenti più bui, quando le minacce e l’odio cercavano di porre fine alla sua missione di cristiano e di politico. Un politico nel vero senso del termine, che aveva scelto il Vangelo come stile di vita e ad esso improntava il suo operare. Nel suo testamento, in parte consegnatoci in questa biografia, ha lasciato frasi indimenticabili, che esprimono la profondità della sua intima relazione con Cristo. Fin dall’infanzia Shahbaz, secondo il racconto di Paul, ha cercato ciò che unisce e non ciò che divide. Ha sempre avuto a cuore la sorte dei più poveri, dei più deboli, degli ultimi. Tra questi, un posto particolare lo riservava alla minoranza cristiana del Pakistan. Nell’adempiere la sua missione, è stato un promotore sincero del dialogo interreligioso, dell’ecumenismo e della pace tra i popoli, mostrando che solo il confronto aperto può educare le nuove generazioni all’ascolto, alla tolleranza e alla pacifica convivenza. Una certezza che trova conferma nelle parole del testamento di Shahbaz, che risuonano come un programma di vita: «Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune”». Servire Cristo in semplicità e umiltà, mettendosi in discussione, senza tirarsi indietro di fronte alle potenze del mondo, consapevole che niente e nessuno avrebbe potuto strapparlo dalla mano del suo Signore. È con questa fede granitica che Shahbaz ha saputo far fronte alla violenza e all’odio. La lettura di questo volume, che vuole essere anzitutto un contributo alla ricerca della pace e della giustizia, non mancherà di arricchire il lettore.

Tramite queste pagine, Shahbaz Bhatti ci aiuta a non dimenticare i cristiani del Pakistan e le loro difficoltà, e continua il suo impegno per la convivenza civile e la mutua comprensione tra le religioni nella sua Patria, che ha sempre amato e servito.

in “Avvenire” del 30 aprile 2017

«L’unico estremismo ammesso è la carità»

papa Francesco

 «L’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Qualsiasi altro non viene da Dio e non piace a Lui». Il Papa lo dice nell’unico abbraccio di folla – circa 25 mila persone – del suo viaggio in Egitto, incontrando la comunità copto-cattolica con una messa celebrata nell’Air Defense Stadium. La struttura, nota anche come «Stadio 30 giugno», fa parte del Villaggio dello Sport dell’Aeronautica militare, costruito dal ministero della Difesa per onorare le prodezze della difesa aerea nella «guerra d’attrito» combattuta con Israele e conclusa nel 1970. Le misure di sicurezza erano altissime e prevedevano anche il divieto di vetture in zona. Francesco ha pronunciato parole forti contro l’ipocrisia: «Per Dio è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!», ha esclamato. «Non serve riempire i luoghi di culto se i nostri cuori sono svuotati del timore di Dio e della sua presenza, non serve pregare se la nostra preghiera rivolta a Dio non si trasforma in amore rivolto al fratello, non serve tanta religiosità se non è animata da tanta fede e da tanta carità; non serve curare l’apparenza perché Dio guarda l’anima e il cuore e detesta l’ipocrisia».

in “La Stampa” del 30 aprile 2017

L’appello del Pontefice alla messa nello stadio.

Il tempo dei giusti

Paolo Branca

«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio», questa espressione del profeta Isaia non ricorda solo la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù patita sotto i Faraoni, ma anche, e specialmente per noi cristiani, l’ospitalità offerta dalla valle del Nilo a Gesù e alla Sacra Famiglia in fuga dalla violenza di Erode. Innumerevoli sono i luoghi mariani legati al soggiorno egiziano del Salvatore, della madre e di Giuseppe, frequentati ogni anno anche da musulmani che nel Corano trovano soltanto un nome femminile, Maryam, ripetuto più volte e legato alla Vergine madre del Messia. Sulle orme di san Francesco, che visitò l’Egitto in piena epoca di Crociate ma con spirito del tutto differente, il primo Papa che ha voluto assumerne il nome si fa suo emulo e seguace, per testimoniare la radicalità del messaggio evangelico, in piena epoca di preteso ‘scontro di civiltà’ o di rivendicata ‘guerra di religione’, come più di qualcuno si ostina a dire. In realtà, nessuna esperienza autenticamente religiosa può trasmettere altro che il verbo della misericordia e della sapienza, che supera e scioglie i nodi delle contraddizioni della natura umana. Inevitabilmente fallibili e incoerenti, possiamo e dobbiamo trovare in qualsiasi ‘altro’ un simile di cui abbiamo bisogno. «Non è bene che l’uomo sia solo – dice la Genesi –. Voglio dargli un aiuto che gli sia simile». Persino la differenza di genere, come ogni altra, è definita dalla Bibbia come necessaria e feconda, per quanto problematica possa diventare a causa del peccato, quale in effetti fu anche fra Adamo ed Eva e i fratelli Caino e Abele. Non si tratta banalmente di ‘buonismo’, come una vulgata di bassa lega vorrebbe farci intendere. Dovremmo sapere per diretta e dolorosa esperienza che neppure coi più intimi la comunicazione è agevole. Se lo neghiamo è pura ipocrisia, oltretutto ignara di secoli di storia vissuta e patita anche fra figli della medesima confessione. In Medio Oriente sopravvivono comunità cristiane che, se non fosse stato per la conquista araba, sarebbero probabilmente state assorbite da Bisanzio o da Roma. Uno dei tanti paradossi che dovremmo tenere presenti in un’epoca di così rapidi e sconvolgenti mutazioni. È certo importante usare anche prudenza e discernimento, ma mai a costo della generosa e universale apertura all’umano che ogni ‘profezia’ ha in sé, se pretende di esser almeno credibile.

Alla verità e al meglio di se stessi papa Francesco non si stanca di richiamare ciascuno, quasi fosse la coscienza critica che ormai latita un po’ ovunque. Unico fra i personaggi di statura mondiale, duole dirlo, ha l’audacia di mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità, non tanto e non solo verso gli ‘altri’, ma nei confronti della loro funzione e del loro compito. Sbaglieremmo se lo considerassimo l’avvocato delle minoranze cristiane oggettivamente discriminate in terre a maggioranza islamica. Dove le maggioranze non vivono decentemente non c’è alcuna speranza per chi è diverso anche solo etnicamente o linguisticamente, basti pensare a curdi e berberi, per non parlare di musulmani ‘eterodossi’ come sciiti e simili.

La «verità che vi farà liberi» può anche non essere gradevole, soprattutto in periodi di crisi economica e di disorientamento, ma forse è proprio questa la provvidenzialità dei momenti oscuri: è inevitabile ridursi all’essenziale e cercare i veri alleati. Non potranno che essere i ‘giusti’ di ogni nazione, disposti a rinunciare a ingannevoli e fragili privilegi, per mettersi al servizio di tutti con intransigenza non fondamentalista, ma esigente e fiduciosa. Chi scrive è appena stato in Marocco con numerosi musulmani di seconda generazione, nati o cresciuti qui, che si sentono più italiani che arabi, pur mantenendo solidi legami linguistici e valoriali col Paese d’origine dei loro genitori. In loro si può scorgere un tratto dell’Italia meno omogenea di quella in cui molti di noi sono nati e cresciuti, ma non per questo necessariamente peggiore. E anche in loro c’è già il mondo degli uomini e delle donne verso il quale il nostro Papa e ogni altro leader religioso amante della verità e della pace ci incamminano.

in “Avvenire” del 29 aprile 2017

L’uomo, cuore di ogni sviluppo vero

papa Francesco

(…). Sono lieto di trovarmi in Egitto, terra di antichissima e nobile civiltà, le cui vestigia possiamo ammirare ancora oggi e che, nella loro maestosità, sembrano voler sfidare i secoli. Questa terra rappresenta molto per la storia dell’umanità e per la Tradizione della Chiesa, non solo per il suo prestigioso passato storico – dei faraoni, copto e musulmano –, ma anche perché tanti Patriarchi vissero in Egitto o lo attraversarono. Infatti, esso è menzionato un gran numero di volte nelle Sacre Scritture. In questa terra Dio si è fatto sentire, «ha rivelato il suo nome a Mosè» e sul monte Sinai ha affidato al suo popolo e all’umanità i Comandamenti divini. Sul suolo egiziano trovò rifugio e ospitalità la Santa Famiglia: Gesù, Maria e Giuseppe.

L’ospitalità data con generosità più di duemila anni fa, rimane nella memoria collettiva dell’umanità ed è fonte di abbondanti benedizioni che ancora si estendono. L’Egitto, quindi, è una terra che, in un certo senso, sentiamo tutti come nostra! E come dite voi: “Misr um al dugna / L’Egitto è la madre dell’universo”. Anche oggi vi trovano accoglienza milioni di rifugiati provenienti da diversi Paesi, tra cui Sudan, Eritrea, Siria e Iraq, rifugiati che con lodevole impegno si cerca di integrare nella società egiziana.

L’Egitto, a motivo della sua storia e della sua particolare posizione geografica, occupa un ruolo insostituibile nel Medio Oriente e nel contesto dei Paesi che cercano soluzioni a problemi acuti e complessi i quali necessitano di essere affrontati ora, per evitare una deriva di violenza ancora più grave. Mi riferisco a quella violenza cieca e disumana causata da diversi fattori: dal desiderio ottuso di potere, dal commercio di armi, dai gravi problemi sociali e dall’estremismo religioso che utilizza il Santo Nome di Dio per compiere inauditi massacri e ingiustizie.

Questo destino e questo compito dell’Egitto costituiscono anche il motivo che ha portato il popolo a sollecitare un Egitto dove non manchino a nessuno il pane, la libertà e la giustizia sociale. Certamente questo obiettivo diventerà una realtà se tutti insieme avranno la volontà di trasformare le parole in azioni, le valide aspirazioni in impegno, le leggi scritte in leggi applicate, valorizzando la genialità innata di questo popolo.

L’Egitto, quindi, ha un compito singolare: rafforzare e consolidare anche la pace regionale, pur essendo, sul proprio suolo, ferito da violenze cieche. Tali violenze fanno soffrire ingiustamente tante famiglie – alcune delle quali sono qui presenti – che piangono i loro figli e figlie.

Il mio pensiero va in particolare a tutte le persone che, negli ultimi anni, hanno dato la vita per salvaguardare la loro Patria: i giovani, i membri delle forze armate e della polizia, i cittadini copti e tutti gli ignoti caduti a causa di diverse azioni terroristiche. Penso anche alle uccisioni e alle minacce che hanno determinato un esodo di cristiani dal Sinai settentrionale. Esprimo riconoscenza alle Autorità civili e religiose e a quanti hanno dato accoglienza e assistenza a queste persone tanto provate. Penso altresì a coloro che sono stati colpiti negli attentati alle chiese Copte, sia nel dicembre scorso sia più recentemente a Tanta e ad Alessandria. Ai loro familiari e a tutto l’Egitto vanno il mio più sentito cordoglio e la mia preghiera al Signore affinché dia pronta guarigione ai feriti.

Signor Presidente, illustri Signori e Signore,

non posso non incoraggiare l’audacia degli sforzi per la realizzazione di numerosi progetti nazionali, come anche le tante iniziative che sono state prese in favore della pace nel Paese e al di fuori di esso, in ordine all’auspicato sviluppo, nella prosperità e nella pace, che il popolo desidera e merita.

Lo sviluppo, la prosperità e la pace sono beni irrinunciabili che meritano ogni sacrificio. Sono anche obiettivi che richiedono lavoro serio, impegno convinto, metodologia adeguata e, soprattutto, rispetto incondizionato dei diritti inalienabili dell’uomo, quali l’uguaglianza tra tutti i cittadini, la libertà religiosa e di espressione, senza distinzione alcuna. Obiettivi che esigono una speciale attenzione al ruolo della donna, dei giovani, dei più poveri e dei malati. In realtà, lo sviluppo vero si misura dalla sollecitudine che si dedica all’uomo – cuore di ogni sviluppo –, alla sua educazione, alla sua salute e alla sua dignità; infatti la grandezza di qualsiasi nazione si rivela nella cura che essa dedica realmente ai più deboli della società: le donne, i bambini, gli anziani, i malati, i disabili, le minoranze, affinché nessuna persona e nessun gruppo sociale rimangano esclusi o lasciati ai margini.

Di fronte a uno scenario mondiale delicato e complesso, che fa pensare a quella che ho chiamato una “guerra mondiale a pezzi”, occorre affermare che non si può costruire la civiltà senza ripudiare ogni ideologia del male, della violenza e ogni interpretazione estremista che pretende di annullare l’altro e di annientare le diversità manipolando e oltraggiando il Sacro Nome di Dio. Lei, Signor Presidente, ne ha parlato più volte e in varie circostanze con chiarezza, che merita ascolto e apprezzamento.

Abbiamo tutti il dovere di insegnare alle nuove generazioni che Dio, il Creatore del cielo e della terra, non ha bisogno di essere protetto dagli uomini, anzi è Lui che protegge gli uomini; Egli non vuole mai la morte dei suoi figli ma la loro vita e la loro felicità; Egli non può né chiedere né giustificare la violenza, anzi la detesta e la rigetta. Il vero Dio chiama all’amore incondizionato, al perdono gratuito, alla misericordia, al rispetto assoluto di ogni vita, alla fraternità tra i suoi figli, credenti e non credenti.

Abbiamo il dovere di affermare insieme che la storia non perdona quanti proclamano la giustizia e praticano l’ingiustizia; non perdona quanti parlano dell’eguaglianza e scartano i diversi. Abbiamo il dovere di smascherare i venditori di illusioni circa l’aldilà, che predicano l’odio per rubare ai semplici la loro vita presente e il loro diritto di vivere con dignità, trasformandoli in legna da ardere e privandoli della capacità di scegliere con libertà e di credere con responsabilità. Signor Presidente, Lei, alcuni minuti fa, mi ha detto che Dio è il Dio della libertà, e questo è vero. Abbiamo il dovere di smontare le idee omicide e le ideologie estremiste, affermando l’incompatibilità tra la vera fede e la violenza, tra Dio e gli atti di morte.

La storia invece onora i costruttori di pace, che, con coraggio e senza violenza, lottano per un mondo migliore: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9).

L’Egitto, che al tempo di Giuseppe salvò gli altri popoli dalla carestia (cfr Gen 41,57), è quindi chiamato anche oggi a salvare questa cara regione dalla carestia dell’amore e della fraternità; è chiamato a condannare e a sconfiggere ogni violenza e ogni terrorismo; è chiamato a donare il grano della pace a tutti i cuori affamati di convivenza pacifica, di lavoro dignitoso, di educazione umana. L’Egitto, che nello stesso tempo costruisce la pace e combatte il terrorismo, è chiamato a dare prova che “AL DIN LILLAH WA AL WATÀN LILGIAMIA’ / La fede è per Dio, la Patria è per tutti”, come recita il motto della Rivoluzione del 23 luglio 1952, dimostrando che si può credere e vivere in armonia con gli altri, condividendo con loro i valori umani fondamentali e rispettando la libertà e la fede di tutti. Il peculiare ruolo dell’Egitto è necessario per poter affermare che questa regione, culla delle tre grandi religioni, può, anzi deve risvegliarsi dalla lunga notte di tribolazione per tornare a irradiare i supremi valori della giustizia e della fraternità, che sono il fondamento solido e la via obbligatoria per la pace. Dalle nazioni grandi non si può attendere poco!

Quest’anno si celebrerà il 70° anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica Araba dell’Egitto, uno dei primi Paesi Arabi a stabilire tali rapporti diplomatici. Essi sono sempre stati caratterizzati dall’amicizia, dalla stima e dalla collaborazione reciproca. Auspico che questa mia visita possa consolidarli e rafforzarli.

La pace è dono di Dio ma è anche lavoro dell’uomo. È un bene da costruire e da proteggere, nel rispetto del principio che afferma la forza della legge e non la legge della forza. Pace per questo amato Paese! Pace per tutta questa regione, in particolare per Palestina e Israele, per la Siria, per la Libia, per lo Yemen, per l’Iraq, per il Sud Sudan; pace a tutti gli uomini di buona volontà!

Signor Presidente, Signore e Signori,

desidero rivolgere un affettuoso saluto e un paterno abbraccio a tutti i cittadini egiziani, che sono simbolicamente presenti qui, in questa aula. Saluto altresì i figli e i fratelli cristiani che vivono in questo Paese: i copti ortodossi, i greco-bizantini, gli armeno-ortodossi, i protestanti e i cattolici. San Marco, l’evangelizzatore di questa terra, vi protegga e ci aiuti a costruire e a raggiungere l’unità, tanto desiderata dal Nostro Signore (cfr Gv 17,20-23). La vostra presenza in questa Patria non è né nuova né casuale, ma storica e inseparabile dalla storia dell’Egitto. Siete parte integrante di questo Paese e avete sviluppato nel corso dei secoli una sorta di rapporto unico, una particolare simbiosi, che può essere presa come esempio da altre Nazioni. Voi avete dimostrato e dimostrate che si può vivere insieme, nel rispetto reciproco e nel confronto leale, trovando nella differenza una fonte di ricchezza e mai un motivo di scontro.

Grazie per la calorosa accoglienza. Chiedo a Dio Onnipotente e Unico di colmare tutti i cittadini egiziani con le Sue Benedizioni divine. Egli conceda all’Egitto pace e prosperità, progresso e giustizia e benedica tutti i suoi figli!

“Benedetto sia l’Egitto mio popolo”, dice il Signore nel Libro di Isaia (19,25).

Shukran wa tahìah misr!

(Discorso alle Autorità, Hotel Al Masah, Il Cairo, Venerdì, 28 aprile 2017)

Il bene comune come antidoto alla corruzione

Nunzio Galantino, Segretario generale della Cei

Può capitare nel breve volgere del tempo – e a me è capitato – di vivere esperienze apparentemente distanti tra loro che, poi, si rivelano abbastanza riconducibili l’una all’altra. Mi è stato regalato, da uno degli autori, il libro La corruzione spuzza. Ero solo ai primi capitoli quando mi è giunto un invito da due cari amici, il Prefetto di Reggio Calabria ed il Vescovo di Locri, per partecipare all’inaugurazione di un campo di calcio, e a un seminario sul tema “In campo per il futuro”. A proiettare l’evento in un orizzonte tutt’altro che ordinario hanno contribuito tanti ingredienti: il luogo, San Luca, una piccola cittadina calabrese salita spesso, al di là dei tantissimi aspetti positivi, agli onori (si fa per dire) delle cronache per fatti di malavita organizzata; lo Stato, attraverso presenze istituzionali e fortemente rappresentative: governo centrale, magistratura, forze dell’ordine e amministratori della cosa pubblica; la Chiesa, che con tanta fatica e con altrettanta generosità accompagna la crescita di una cultura alternativa a quella della violenza diffusa; la Scuola, con tutte le persone che la fanno vivere. Ma, a San Luca, ho incontrato soprattutto tante persone comuni, tanti giovani e tanti bambini. In tutti ho colto l’attesa che il seme gettato in quella terra, accanto ai tanti già seminati, venisse accompagnato nella crescita. Ma ho avuto anche la sensazione che, se questo non dovesse avvenire, quel campo di calcio, sul quale si sono affrontati in una generosa partita le rappresentanze dei Magistrati e la Nazionale cantanti, potrebbe finire per essere un’ulteriore “incompiuta”. A decretarne infatti la dannosa inutilità può contribuire una parola, ma soprattutto la realtà che essa evoca: la corruzione. Mentre ascoltavo gli intervenuti al seminario, non riuscivo a togliermi dalla testa un paio di frasi di Oscar Wilde che, proprio pensando alla corruzione che è capace simbolicamente, e non solo, di far seccare subito l’erba verde del campo di calcio di San Luca, scriveva: «Ogni uomo ha un prezzo. Tutti ne hanno oggigiorno. Il guaio è che la maggior parte delle persone è terribilmente cara». Espressione enigmatica perché, mentre sottolinea il valore della persona, di ogni persona, dall’altra, non manca di ricordarci l’insaziabile ingordigia di alcuni per i quali non c’è limite alla prevaricazione e all’arroganza e le cui tasche sembra non si riempiano mai. Per questo, lo stesso Wilde ha voluto ricordarci che «un vestito ben fatto non ha tasche». Tornando al libro che mi è stato regalato, il titolo richiama una citazione di papa Francesco pronunciata a Scampia (Napoli). Più volte Francesco ha toccato questo tema, ricordando che «il peccato si perdona, la corruzione no», e che chi ha dentro la corruzione e vive di corruzione è indegno di essere uomo e cristiano. Come le affermazioni del Papa, il libro di Cantone e Caringella non può essere ridotto subito e solo a una invettiva contro la politica. Sarebbe anche questo un modo per svuotarne dall’interno il messaggio. Si tratta invece di un libro che, proprio perché documentato, è attraversato da grande realismo e apre prospettive di impegno consapevole per tutti. Dalle sue pagine emerge un invito a prendere le distanze da scelte e comportamenti che rendono complici e quindi protagonisti della corruzione. È quello che avviene quando si sottovalutano gli effetti della corruzione o se ne circoscrivono le modalità. Non è sempre vero che la corruzione è lo scambio della mazzetta. A volte non c’è nemmeno lo scambio di denaro. E questo, per certi versi, è più pericoloso perché non provoca nemmeno aperta indignazione; o, quando c’è, rischia di scadere subito in rassegnata indifferenza.

Al seminario di San Luca ho portato anche il mio contributo, invitando a integrare e accompagnare l’azione di repressione della corruzione con un impegno fortemente culturale; ricordando l’altissimo tasso di pericolosità che accompagna la corruzione dell’intelligenza, della volontà e del cuore. Questa abita luoghi e si serve di persone insospettabili. Corrompe l’intelligenza chi fa cattiva o tendenziosa informazione; chi cerca di indottrinare piuttosto che fornire strumenti critici per stare in maniera consapevole nell’areopago contemporaneo. Corrompe la volontà chi cerca di convincere che si possono raggiungere obiettivi alti e significativi senza investire energie, tempo e relazioni belle; chi cerca di dare “per favore” ciò che spetta “per diritto”; chi cerca di convincere che non ci sono doveri oltre ai diritti. Corrompe il cuore chi non aiuta a distinguere tra amore vero e possesso rozzo dell’altro o dell’altra, arrivando addirittura a pronunziare vere e proprie bestemmie, come: «Ho ucciso per amore!». Corrompe intelligenza, volontà e cuore chi vuole convincere che il web sia una piazza virtuale nella quale non valgono le regole della verità e del rispetto. Insieme, queste vere e proprie opere di corruzione avvelenano e distruggono l’idea che valga la pena di spendersi per il bene comune, anzi spingono a dubitare che ci sia un bene comune da promuovere e tutelare. E che questo sarà davvero “comune” solo quando avremo occhi sufficientemente aperti per riuscire a vedere le necessità di tutti, soprattutto dei più deboli e bisognosi, e mani disposte a sporcarsi.

in “Il Sole 24 Ore” del 29 aprile 2017

Al fianco dei cristiani d’Oriente

Enzo Bianchi

«Attendiamo il giorno benedetto in cui potremo insieme spezzare il pane sul sacro altare». A questo desiderio ardente espresso da papa Tawadros hanno fatto eco le parole di papa Francesco: «Non possiamo più pensare di andare avanti ciascuno per la sua strada, perché tradiremmo la volontà di Dio… Unico è il nostro martirologio! Le vostre sofferenze sono anche le nostre e preparano un avvenire di comunione piena tra noi e di pace per tutti». Animati da questo spirito i successori di san Pietro e di san Marco hanno voluto firmare il comune impegno «a non ripetere il sacramento del battesimo, praticato nelle nostre chiese, a favore della persona che intende unirsi all’altra Chiesa» prima di recarsi a pregare insieme nella chiesa di San Pietro attigua al patriarcato copto, una chiesa che reca ancora i segni del sangue versato il Natale scorso da tanti fedeli. Lì si sono uniti a loro il patriarca di Costantinopoli Bartholomeos, quello greco-ortodosso di Alessandria, Teodoros II, l’intero corpo episcopale copto-ortodosso e i vescovi delle altre confessioni cristiane presenti in Egitto, in un momento assolutamente inedito e memorabile del lungo cammino ecumenico.

Sì, l’enorme portata interreligiosa del viaggio di papa Francesco al Cairo non deve oscurarne i risvolti ecumenici, di comunione tra confessioni cristiane divise da secoli. Questa visita è giunta in risposta all’invito dell’imam Al-Tayyb a partecipare alla conferenza sulla pace tenuta nella massima università sunnita di Al-Azhar ed è stata segnata dall’intensità del dialogo con la massima autorità dell’islam sunnita: un forte segno di incoraggiamento a proseguire sul cammino comune del rifiuto di ogni violenza e dell’abuso del riferimento religioso per giustificare l’ingiustificabile. Già le scorse settimane Al-Azhar aveva ospitato una conferenza internazionale sul concetto di «cittadinanza» che accomuna tutti gli uomini e le donne che vivono in una nazione indipendentemente dalla loro fede, ma ieri papa Francesco e l’imam hanno voluto sancire pubblicamente, agli occhi del mondo intero, la loro convergenza nel messaggio di misericordia, amore, giustizia e pace che proviene dalle rispettive fedi. Il comune richiamo all’importanza dell’educazione dei giovani, dell’attenzione ai più poveri, dell’accoglienza di quanti rischiano di essere scartati dalla società, la comune condanna di quanti fomentano e armano l’odio hanno mostrato l’universalità dei valori che plasmano l’essere umano e la convivenza civile: un appello quanto mai necessario e urgente non solo per il martoriato Medioriente e per i Paesi del Mediterraneo, ma anche per l’Europa e il mondo intero.
Ma la coraggiosa accettazione da parte di papa Francesco dell’invito a questo seminario sulla pace si è trasformata in un’opportunità unica anche per il dialogo ecumenico. Infatti, non solo il patriarca ecumenico Bartholomeos ha accettato a sua volta di partecipare, facendosi latore di un forte messaggio di pace, come aveva fatto il giorno precedente il pastore luterano Olaf Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico della chiese, ma papa Francesco ha voluto abbracciare «l’amato fratello Tawadros», capo della chiesa copto-ortodossa, e trasformare questa fratellanza nella fede cristiana in un ulteriore segno della comune testimonianza resa a Cristo. Sì, ieri in Egitto i cristiani si sono mostrati capaci di parlare a più voci ma con un cuore e un’anima sola, hanno fatto delle dolorosi divisioni storiche un richiamo pressante a riprendere e continuare il «cammino insieme», come i discepoli di Emmaus all’indomani della risurrezione di Gesù.
Se è vero che più delle parole contano i gesti e ancor più il cuore delle persone, la giornata di ieri rimarrà una pietra miliare sul cammino dell’unità dei cristiani: insieme i discepoli di Gesù di Nazareth sapranno essere testimoni e interlocutori credibili nel dialogo con i credenti dell’islam e nel lavoro quotidiano per la pace e la giustizia nel mondo, affinché gli uomini e le donne del nostro tempo possano nutrire quella speranza della vita più forte della morte cui tutti aneliamo.

in “La Stampa” del 29 aprile 2017

L’abbraccio del Papa con l’Imam:“Condannare l’odio”

Andrea Tornielli

È calata la sera e si è alzato il vento quando Francesco si ferma silenziosamente a pregare nell’atrio della chiesa di San Pietro «Al Boutrossiyya», dove nel dicembre 2016 un attentatore suicida si fece esplodere provocando la morte di 29 fedeli. Si abbassa per poggiare una rosa bianca sotto la lapide che ne ricorda i volti e i nomi.

È il momento più intimo e commovente della prima giornata del viaggio egiziano di Bergoglio. Un giorno segnato dagli incontri con il gran imam di Al Azhar, Ahmed Al Tayyeb, e il presidente Abdel Fattah Al Sisi. Un giorno dedicato al tentativo di togliere qualsiasi giustificazione religiosa all’odio e al terrorismo jihadista che abusa del nome di Dio massacrando innocenti. Ma è solo dopo l’imbrunire, nell’abbraccio con i cristiani copti e il loro Papa Tawadros II, che la memoria dei martiri diventa preghiera e segno di vicinanza a una comunità molto provata che ha pagato l’ultimo altissimo tributo di sangue meno di tre settimane fa, la Domenica delle Palme.

Venerdì è giorno festivo qui al Cairo, e il traffico caotico di una città che conta 10 milioni di abitanti più altri 15 nell’area metropolitana è bloccato sulle strade percorse dal Papa, con un imponente dispiegamento di forze. I luoghi dei due primi incontri, quello con Al Tayyeb e quello con le autorità politiche non sono stati resi pubblici prima degli eventi. Francesco usa un’utilitaria non blindata, ma la sua giornata nella capitale egiziana è blindatissima e senza bagni di folla. Dopo la visita di cortesia nel palazzo presidenziale di Heliopolis, il Papa arriva al Conference Centre di Al Azhar, una struttura esterna al complesso della grande università sunnita. Accogliendolo, dopo averlo abbracciato, Al Tayyeb chiede un minuto di silenzio per «le vittime del terrorismo di tutte le nazionalità», quindi afferma che «l’islam non è una religione del terrorismo» come non lo sono il cristianesimo e l’ebraismo per aver compiuto le crociate o «l’occupazione dei territori palestinesi». Quando prende la parola, Francesco – che inizia il suo discorso salutando in arabo – vola più alto e allo stesso tempo cerca di andare più in profondità. «Insieme affermiamo l’incompatibilità tra fede e violenza, tra credere e odiare. Come leader religiosi siamo chiamati a condannare i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione». Il Papa, più volte interrotto dagli applausi dei leader religiosi presenti in sala, spiega che «l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro». Per contrastare «veramente la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza, occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente crescita del bene». Ma Bergoglio invita anche a «rimuovere le situazioni di povertà e sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono», bloccando anche «i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza». Una violenza che «è la negazione di ogni autentica religiosità», in quanto «solo la pace è santa».

Dopo essere uscito dal retro del Conference Centre, Francesco si reca in uno dei grandi saloni dell’hotel Al-Màsah, complesso alberghiero gestito direttamente dal ministero della Difesa che sorge su un’area di 75mila metri quadri e contiene al suo interno anche un simulatore di volo e una moschea. Al presidente Al Sisi e ai rappresentanti della politica e della società civile il Papa ricorda che «l’Egitto è chiamato a condannare e a sconfiggere ogni violenza e ogni terrorismo». È l’occasione per affermare che «non si può costruire la civiltà senza ripudiare ogni ideologia del male e ogni interpretazione estremista che pretende di annullare l’altro e di annientare le diversità manipolando e oltraggiando il sacro nome di Dio. Lei, signor Presidente, ne ha parlato più volte e in varie circostanze con chiarezza». Una sottolineatura non casuale, che riconosce ad Al Sisi il tentativo di prosciugare il brodo di coltura del jihadismo.

Nulla è stato comunicato su quanto il Papa e il presidente si sono detti a quattr’occhi, né se si è parlato di Giulio Regeni o comunque di diritti umani. «È stato un colloquio privato», sottolinea il portavoce Greg Burke. Ma i media egiziani riferiscono che entrambi i temi sono stati affrontati. Qualcosa di più si potrà sapere oggi, nell’incontro con i giornalisti durante il volo di ritorno.

La prima giornata della visita si conclude nell’area del vecchio Cairo cristiano, dove sorgono la cattedrale di San Marco e il patriarcato. Tawadros II dà il benvenuto al Papa «nella nostra amata terra di Egitto che ogni giorno paga un tributo di sangue per la pace». Gli mette al collo una croce copta istoriata. Bergoglio ricorda commosso che «il sangue innocente dei martiri ci unisce». E infine i due leader firmano una dichiarazione congiunta nella quale si impegnano «sinceramente di non ripetere il battesimo» per qualsiasi persona che passa da una Chiesa all’altra.

in “La Stampa” del 29 aprile 2017

Messaggio ad Al-Sisi: “La Storia punisce chi pratica ingiustizie”

Pierfrancesco Curzi

“No a populismi demagogici, a flussi incontrollati di denaro, estremismi e no alla produzione di armi”.

Nel suo discorso davanti all’establishment egiziano, in primis l’imam Cheikh Ahmed Mohamed el- Tayyib, riunito nel centro conferenze dell’università al-Azhar, Papa Francesco tocca i nervi scoperti dell’attuale situazione mondiale senza fare riferimenti diretti. Bergoglio sfiora solo l’argomento del terrorismo jihadista di ispirazione sunnita, ma dichiara proprio dinanzi al presidente Al-Sisi: “Abbiamo il dovere di affermare insieme che la Storia non perdona quanti proclamano la giustizia e praticano l’ingiustizia; non perdona quanti parlano dell’eguaglianza e scartano i diversi”. Dal canto suo l’imam, nel suo breve intervento, poco prima, aveva affermato: “L’Islam non è la religione del terrorismo”. Per certi versi, i due discorsi sono apparsi quasi in fotocopia. Non è mancato un breve riferimento alla questione dei diritti umani, argomento molto sensibile in Egitto: “La violenza è la negazione d’ogni autenticità religiosa solo la pace è santa. Volgendo lo sguardo al monte Sinai, vorrei riferirmi ai comandamenti, tra loro uno in particolare, non uccidere”.

Il calendario, fitto di appuntamenti per la prima mezza giornata, ha condensato la conferenza sulla pace in meno di un’ora. Al centro al-Azhar i preparativi sono iniziati molto presto. Il percorso dall’aeroporto a Heliopolis blindato dalla polizia e dalle forze speciali. In attesa del Pontefice, il complesso è stato bonificato per l’ultima volta e protetto da decine di agenti. La zona davanti all’edificio liberata, le strade pulite e le aiuole curate, attorno la solita e trascurata Il Cairo. Consapevoli delle restrizioni, gli abitanti della megalopoli egiziana hanno preso le contromisure nella giornata di festa, tenendosi alla larga dalla zona orientale del Cairo.

All’aeroporto, Papa Bergoglio era atteso dal primo ministro egiziano, Sharif Ismail. Venti minuti più tardi il convoglio al seguito del Pontefice è arrivato nel palazzo presidenziale el-Etihadia, nel quartiere di Heliopolis, dieci chilometri dall’aeroporto. La stretta di mano col presidente Abd el- Fattah Al-Sisi, subito dopo essere sceso dalla Fiat Tipo, ha sancito l’incontro tra due uomini al centro, per motivi diversi, della scena internazionale. Ascoltando le note degli inni nazionali suonati dalla banda, Francesco è subito apparso stanco, i sorrisi tirati.

Chiusi nella sala ricevimenti del palazzo presidenziale, lo stesso dove Bergoglio ha rifiutato di alloggiare, preferendo l’ambasciata vaticana a Zamalek, i due capi di Stato hanno potuto affrontare gli argomenti in scaletta lontani da orecchie indiscrete. Magari parlando anche del caso di Giulio Regeni – però non citato nel discorso ufficiale – delle indagini incrociate Egitto-Italia. Prima della sua partenza, Papa Francesco aveva ricevuto una richiesta dai genitori del ricercatore trovato morto al Cairo il 3 febbraio 2016: intercedere col presidente Al-Sisi per arrivare ad una rapida soluzione dell’inchiesta. Di sicuro il presidente non avrà informato l’illustre ospite sulla legge, ratificata proprio giovedì sera, che gli consentirà di nominare i più alti rappresentanti del sistema giudiziario, restringendo l’indipendenza dei magistrati. Piaccia o no, Papa Francesco ha inserito in agenda il viaggio in Egitto, il suo 18° a livello internazionale, per lanciare un segnale a tutto l’Islam.

La percentuale dei cristiani in Egitto si aggira attorno al 10%, i cattolici sono appena 272 mila, le parrocchie appena 15 e 484 i sacerdoti. Le violenze, l’odio serpeggiante e gli attacchi terroristici ai danni della comunità copta, tuttavia – tre attentati in quattro mesi ad altrettante chiese per un bilancio di quasi 80 morti – hanno convinto il Vaticano che la misura era colma. L’intento è ravvivare il dialogo interreligioso e dare un senso al motto della missione: Il Papa della pace nell’Egitto della pace. Ma l’Egitto è un Paese dove la pace è solo in superficie, dove l’inflazione, superiore al 30%, sta strangolando vasti strati della popolazione.

Una volta lasciato il complesso di al-Azhar, Bergoglio ha raggiunto la cattedrale di San Marco e l’attigua chiesa dei santi Pietro e Paolo, colpita dall’Isis l’11 dicembre scorso. Qui c’è stato l’incontro con Papa Tawadros II, Teodoro, leader della chiesa copta ortodossa, lui stesso scampato all’attentato del 9 aprile scorso ad Alessandria d’Egitto. In serata, dopo la cena col presidente Al- Sisi, Francesco ha incontrato i vescovi ortodossi. Oggi, in mattinata, la messa e il bagno di folla nello stadio dell’Aeronautica, all’estrema periferia orientale del Cairo. Dopo il pranzo coi vescovi egiziani e un incontro di preghiera col clero locale, verso le 17 Papa Bergoglio ripartirà alla volta di Ciampino.

in “il Fatto Quotidiano” del 29 aprile 2017