Archivio mensile:marzo 2017

La famiglia é il “sì” del Dio-amore. incontro mondiale delle famiglie

Lettera del papa per il IX incontro mondiale delle famiglie a Dublino dal 21 al 26 agosto 2018 sul tema: “Il Vangelo della famiglia: gioia per il mondo” 

papa Francesco

Al Venerato Fratello
Cardinale Kevin Farrell
Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

Al termine dell’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie, tenutosi a Filadelfia nel settembre 2015, annunciai che il successivo incontro con le famiglie cattoliche del mondo intero avrebbe avuto luogo a Dublino. Volendo ora iniziarne la preparazione, sono lieto di confermare che esso si svolgerà dal 21 al 26 agosto 2018, sul tema: “Il Vangelo della Famiglia: gioia per il mondo”. E riguardo a tale tematica e al suo sviluppo vorrei offrire alcune indicazioni più precise. È infatti mio desiderio che le famiglie abbiano modo di approfondire la loro riflessione e la loro condivisione sui contenuti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia.

Ci si potrebbe domandare: il Vangelo continua ad essere gioia per il mondo? E ancora: la famiglia continua ad essere buona notizia per il mondo di oggi?

Io sono certo di sì! E questo “sì” è saldamente fondato sul disegno di Dio. L’amore di Dio è il suo “sì” a tutta la creazione e al cuore di essa, che è l’uomo. È il “sì” di Dio all’unione tra l’uomo e la donna, in apertura e servizio alla vita in tutte le sue fasi; è il “sì” e l’impegno di Dio per un’umanità tanto spesso ferita, maltrattata e dominata dalla mancanza d’amore. La famiglia, pertanto, è il “sì” del Dio Amore. Solo a partire dall’amore la famiglia può manifestare, diffondere e ri-generare l’amore di Dio nel mondo. Senza l’amore non si può vivere come figli di Dio, come coniugi, genitori e fratelli.

Desidero sottolineare quanto sia importante che le famiglie si chiedano spesso se vivono a partire dall’amore, per l’amore e nell’amore. Ciò, concretamente, significa darsi, perdonarsi, non spazientirsi, anticipare l’altro, rispettarsi. Come sarebbe migliore la vita familiare se ogni giorno si vivessero le tre semplici parole “permesso”, “grazie”, “scusa”. Ogni giorno facciamo esperienza di fragilità e debolezza e per questo tutti noi, famiglie e pastori, abbiamo bisogno di una rinnovata umiltà che plasmi il desiderio di formarci, di educarci ed essere educati, di aiutare ed essere aiutati, di accompagnare, discernere e integrare tutti gli uomini di buona volontà. Sogno una Chiesa in uscita, non autoreferenziale, una Chiesa che non passi distante dalle ferite dell’uomo, una Chiesa misericordiosa che annunci il cuore della rivelazione di Dio Amore che è la Misericordia. È questa stessa misericordia che ci fa nuovi nell’amore; e sappiamo quanto le famiglie cristiane siano luoghi di misericordia e testimoni di misericordia; dopo il Giubileo straordinario lo saranno anche di più, e l’Incontro di Dublino potrà offrirne segni concreti.

Invito pertanto tutta la Chiesa a tenere presente queste indicazioni nella preparazione pastorale al prossimo Incontro Mondiale.

A Lei, caro Fratello, insieme ai suoi collaboratori, si presenta il compito di declinare in modo particolare l’insegnamento di Amoris laetitia, con cui la Chiesa desidera che le famiglie siano sempre in cammino, in quel peregrinare interiore che è manifestazione di vita autentica.

Il mio pensiero va in modo speciale all’Arcidiocesi di Dublino e a tutta la cara Nazione irlandese, per la generosa accoglienza e l’impegno che comporta ospitare un evento di tale portata. Il Signore vi ricompensi fin d’ora, concedendovi abbondanti favori celesti.

La Santa Famiglia di Nazareth guidi, accompagni e benedica il vostro servizio e tutte le famiglie impegnate nella preparazione del grande Incontro Mondiale di Dublino.

Dal Vaticano, 25 marzo 2017

 

Giovani, capire il Dio degli altri

Francesca De Benedetti

Meglio non parlarne: magari a tavola sì, magari in famiglia. Ma non alle feste, non nelle discussioni pubbliche, non fuori dalla propria cerchia. L’ultimo tabù è lei, la religione. Basti osservare cosa succede oltre oceano: ben la metà degli statunitensi non parla di questo tema in pubblico (alcuni, il 33 per cento, lo fanno raramente, ma altri, quasi due su dieci, non lo fanno proprio mai, dicono i dati del Pew Research Center). Eppure a questo silenzio quotidiano si affianca sempre più spesso il rumore degli “ismi” sui titoli dei giornali: i fondamentalismi, gli integralismi, i terrorismi a sfondo religioso.

Qualcuno ha pensato che tra il silenzio e il rumore bisognasse creare un terzo spazio, il dominio della parola. Una zona franca pensata soprattutto per i più giovani, per la “generazione con la valigia”: sì, è vero, è meno religiosa delle generazioni precedenti, ma conserva la stessa curiosità per il sacro e anzi una maggiore apertura al dialogo.

La zona franca dove cominciare a discuterne si apre a Bari dal 31 marzo al 2 aprile: la Fondazione Intercultura organizza il convegno “Il silenzio del sacro. La dimensione religiosa nei rapporti interculturali”, con Diane Moore di Harvard ospite d’onore e un parterre di accademici di tutto il mondo. Ma attenzione, precisano gli organizzatori: l’obiettivo non è avviare un dialogo interreligioso, non è far sedere allo stesso tavolo le diverse teologie, ma creare una “comunicazione trans-culturale”. A parlare non saranno religiosi, ma semmai esponenti della “cultura religiosa”, storici, sociologi, psicologi. Il dibattito non è fine a se stesso, è pensato anzi per offrire nuove prospettive interculturali ai millennials. Oggi li chiamiamo “generazione Erasmus”, ma prima che nascesse trent’anni fa il progetto europeo, già dal 1955 l’associazione Intercultura faceva da apripista con gli scambi per i ragazzi delle scuole medie e superiori. In oltre sessant’anni, tanti piccoli Ulisse si sono avventurati per conoscere l’altro e una volta tornati hanno raccontato le loro esperienze con il rito del “Narritorno”. Centinaia di storie e un filo rosso, nota il professor Alberto Fornasari dell’università di Bari, che è un formatore di Intercultura e fa parte del cda dell’associazione: «Per i più piccoli che cambiano Paese, scuola, famiglia, la dimensione culturale delle religioni entra nel vissuto quotidiano, a cominciare dalle pietanze, le feste, le usanze. Non è necessario credere, per sperimentare tutto questo; basti pensare a uno studente canadese che si trova a Taranto durante la settimana dei misteri. Finché considereremo il sacro un terreno minato, non potremo mai aprirci al dialogo né ridurre le ostilità. I ragazzi si fanno le loro idee, magari sul web, ma proprio lì può insinuarsi la trappola degli stereotipi. Quando esperiscono l’altrove, invece, imparano a adattarsi».

La generazione con la valigia – i ragazzi nati con la vocazione degli scambi a scuola, dell’Interrail, dell’Erasmus, quelli che hanno il globo a portata di tastiera è in effetti la più elastica, anche in fatto di religioni. Interessante scoprire dai numeri del Pew Research Center che esiste un vero e proprio gap generazionale – ed è profondo, supera il 25 per cento – perché i più giovani non considerano l’appartenenza religiosa dei loro coetanei come un requisito fondamentale per considerarli appartenenti alla loro stessa nazionalità. I ragazzi sono i più aperti. Non significa che siano meno attenti alla dimensione spirituale dell’esistenza, anzi. Provate a mettere in fila le generazioni: dalle più anziane alle più giovani, c’è la silent generation, poi i baby boomers, la Generazione x, infine i millennials. Guardate poi quanto considerano importante la religione: 67 per cento, 59 per cento, 53 per cento, 41 per cento.

Ma in questa lenta scivolata c’è anche la sorpresa: quando si tratta di interrogarsi sull’esistenza, i giovani si comportano esattamente come i giovani che furono. Pregano di meno, ma si fanno le stesse domande. Così dicono i numeri dello statunitense Pew, ma vale anche per l’Italia. Giuseppe Giordan, sociologo dell’università di Padova, nota che «nel nostro Paese un giovane su quattro

interpreta la spiritualità come ricerca di armonia. Una spiritualità contemporanea che lo porta a non dare nulla per scontato», dice lui che sarà relatore al convegno. E aggiunge: «Proprio per questo loro interrogarsi, i ragazzi non hanno paura del confronto con tradizioni religiose diverse da quella in cui sono nati». Un dialogo tra culture: comincia a Bari, per la generazione con la valigia e finisce lontano.

in “la Repubblica” del 30 marzo 2017

La vera libertà sessuale non passa per la pillola

Lucetta Scaraffia

Le pagine dedicate giustamente dal Corriere a un fenomeno inquietante, cioè l’aumento record delle vendite della pillola «dei cinque giorni dopo», accende una luce molto triste sulla vita delle giovani donne di oggi. E pone molte domande: siamo veramente sicuri che queste giovani che si precipitano in farmacia per avviare nel loro corpo una tempesta ormonale che eviti il concepimento — perché di questo si tratta — siano delle felici e disinvolte protagoniste della rivoluzione sessuale? Siamo sicuri che permettere loro libero accesso a questo farmaco sia stato un favore, e non una nuova occasione all’irresponsabilità maschile di affermarsi?

Il fenomeno rivela infatti la grande solitudine di queste ragazze, vittime di rapporti in cui i maschi appaiono indifferenti al destino, all’ansia e alla sofferenza delle loro partner. Il ricorso a questa pillola — che viene comunque considerata il minore dei mali, perché meglio dell’aborto — è indice di uno stato di soggezione femminile al desiderio maschile davvero indegno di un Paese dove la parità fra i generi viene di continuo invocata. Ancora una volta, vediamo che questa parità nasce da un equivoco, cioè dall’idea che la sessualità femminile, per essere libera, deve diventare come quella maschile, cioè liberarsi dal problema della maternità. E così queste ragazze, per dimostrare di essere uguali ai maschi, si lasciano coinvolgere in rapporti da cui ricevono solo solitudine e frustrazione. Dovremmo domandarci invece se quella delle ragazze non debba essere riconosciuta come una sessualità diversa, della quale anche la maternità fa parte, e non come un incidente spiacevole o una malattia da guarire. La maternità è una possibilità non così facile da liquidare razionalmente, programmandola a freddo. Sappiamo dalla psicanalisi — e lo ricorda ancora una volta il bellissimo libro L’ospite più atteso di Silvia Vegetti Finzi — che il desiderio di un figlio e di provare se si è veramente in grado di concepire, per le donne è molto difficilmente riducibile alla sola decisione razionale. E che spesso proprio ragazze che vivono rapporti occasionali in fondo frustranti, ripongono poi, in modo spesso inconsapevole, la speranza di un vero legame d’amore in un figlio. Il dolore e la solitudine di queste giovani donne deve far riflettere, perché la risposta non può essere solo quella di indurle a prendere ogni giorno la pillola anticoncezionale.

Oggi poi molte ragazze la rifiutano non tanto per non ingrassare, ma perché una nuova consapevolezza ecologica le fa rifuggire da una ingestione quotidiana di ormoni: una inchiesta di Le Monde raccontava circa un anno fa il nuovo interesse delle giovani per i metodi di regolazione delle nascite naturali, che non alterano il loro equilibrio ormonale.

Molte cose stanno cambiando: la pillola, che alle generazioni precedenti era sembrata la via per la libertà, oggi è guardata con sospetto, ma non per questo i rapporti con gli uomini sono diventati più responsabili e rispettosi del destino biologico femminile.

Alle giovani donne si chiede di essere disponibili sessualmente sempre, per essere moderne, per far parte del gruppo. Mentre per costruire rapporti di coppia sul piano della reciprocità e della comprensione altre vie potrebbero essere percorse, insieme: vie che non le portano a cercare da sole, magari di notte, una farmacia aperta.

Ma questo può accadere solo in una società in cui la maternità venga considerata un valore per tutti, non un incidente da evitare a ogni costo, e il corpo femminile riceva rispetto e attenzione in considerazione anche di questo, non solo in vista di una libertà sessuale che funziona bene solo per gli uomini.

in “Corriere della Sera” del 30 marzo 2017

La scuola riduce le disparità Ma i poveri restano indietro

Gianna Fregonara e Orsola Riva

Quanto pesa la famiglia italiana sul destino delle giovani generazioni? Tanto, troppo. In base a uno studio pubblicato ieri dall’Ocse infatti se fino al secondo anno delle superiori la scuola riesce in qualche modo a calmierare le disparità socio-economiche di partenza, poi però «perde» i ragazzi più deboli che si ritrovano adulti in una situazione peggiore dei loro coetanei degli altri Paesi. A meno che non ci pensi la famiglia a trovare percorsi alternativi per i figli.

Che cosa non funziona in un sistema scolastico che mantiene meglio di altri l’impegno preso fin dai tempi della riforma della media unica di offrire le stesse opportunità di apprendimento a ricchi e poveri, ma che, una volta esaurito l’obbligo (fissato a 16 anni), abbandona i ragazzi al loro destino? Lo spiega in parte la ministra Valeria Fedeli: «È molto importante investire anche sull’acquisizione di competenze lungo tutto l’arco della vita e aiutare le ragazze e i ragazzi, soprattutto chi è in condizione di svantaggio, ad affrontare al meglio la transizione dalla scuola agli studi successivi o nel mondo del lavoro».

In generale, in tutti i Paesi Ocse, avere almeno un genitore laureato o comunque crescere in una casa dove ci sono più di cento libri, rappresenta un vantaggio relativo notevole. Ma alcuni Paesi riescono a contenere le differenze meglio di altri, come l’Italia, che pure esce sistematicamente con le ossa rotte dai test Ocse-Pisa sulle competenze dei 15enni in lettura, matematica e scienze. Certo non raggiungiamo i livelli di equità dei campioni del welfare nordeuropei (Norvegia, Svezia, Finlandia). Ma che dire della Germania dove i giovani meno capaci e con un background svantaggiato restano indietro ma poi riescono, grazie anche al sistema di alta formazione professionale, a recuperare il gap? «Fino alle medie — dice Francesca Borgonovi che per l’Ocse ha confrontato i dati del Pisa del 2000 con quelli sulle competenze degli adulti del 2012 — per tutti c’è un’opportunità di apprendimento. Poi chi è bravo va al liceo e all’università, mentre chi non lo è rischia di uscire dal sistema o di finire in scuole con percorsi “deboli” che non fanno acquisire le giuste competenze. Spesso va a lavorare e non ha più opportunità di formazione o entra nell’esercito dei Neet: i giovani esclusi da scuola e lavoro».

E del resto ancora oggi nel nostro Paese quasi un ragazzo su sei non arriva al diploma superiore: il tasso di dispersione è pari al 15% contro il 10% richiesto dagli obiettivi dell’agenda Europa 2020. Sono soprattutto gli studenti degli istituti professionali e quelli del Sud che si parcheggiano a scuola fino a 16 anni, solo per esaurire l’«obbligo», e poi se ne vanno. Mentre i laureati restano una esigua minoranza, solo il 25% dei giovani: siamo maglia nera in Europa. Lo studio Ocse evidenzia come, in generale, i ragazzi meno fortunati si possano salvare solo se a scuola non si accontentano di galleggiare per strappare la promozione ma hanno risultati realmente eccellenti (nel novantesimo percentile del Pisa).

In questo caso riescono a cavarsela anche se non sono figli di laureati o non possono vantare una ricca biblioteca di famiglia. Ma tutti gli altri sono condannati all’esclusione o comunque alla perpetuazione dello svantaggio sociale. Lo si vede bene dal dato sui Neet, autentica emergenza italiana: il 96% di essi provengono da famiglie svantaggiate.

in “Corriere della Sera” del 30 marzo 2017

Preghiera a più voci. Non c’è silenzio nelle religioni (ma incomprensioni)

Marco Ventura

Siedono uno di fronte all’altro, le gambe incrociate sui tappeti, Ravi Shankar e George Harrison. Il Gange scorre sullo sfondo. Il filmato a colori del 1968 mostra il venticinquenne chitarrista dei Beatles a lezione dal quasi cinquantenne maestro di sitar, lo strumento a corde dell’India del Nord. La voce fuori campo di Shankar si sovrappone agli arpeggi: «questi musicisti pop desiderosi d’imparare… all’inizio ero confuso, sono così lontani dalla musica classica indiana».

Le melodie di un’India pervasa dagli dei seducevano i Beatles creatori di padre McKenzie, il prete curvo sulle parole di un sermone che nell’Inghilterra secolarizzata «nessuno udirà». C’era invece molto udire e molto ascoltare, sotto il sole di Rishikesh, tra il discepolo e il maestro di sitar; rimbalzavano note sacre tra i due, era lontano l’Occidente afflitto dal silenzio di Dio. Per gli organizzatori del Convegno di Bari sul Silenzio del sacro .

La dimensione religiosa nei rapporti interculturali, il sacro tace in una cultura che non sa comprendere la religione, che non sa parlarne; in relazioni tra persone di culture diverse disposte a silenziare il religioso, pure tanto intimo a ogni cultura, pur di evitare imbarazzi e divisioni. Questo silenzio del sacro si rivela però controproducente. Scambi interculturali monchi di religione, denunciano i responsabili dell’evento barese, non migliorano la comprensione gli uni degli altri, ma al contrario nutrono «incomprensioni reciproche, distorsioni, caricature, ostilità». Ci vuole testa, intelletto, studio. Ci vuole anche, e soprattutto, la capacità di scendere sotto la superficie.

Sta infatti nel profondo dell’esperienza il silenzio del sacro decisivo. È il silenzio di quando Dio non ti parla, o non lo senti; di quando non si vede in nulla e in nessuno l’aura della sacralità, e non si tiene niente per sacro; di una persona che non si inginocchia, non congiunge le mani, non abbassa il capo o non lo copre, non si toglie i calzari. Su questo silenzio siamo confusi, come Ravi Shankar davanti alla star di Liverpool che imbraccia il sitar. Perché c’è silenzio e silenzio. C’è il silenzio in cui Dio davvero se n’è andato. E c’è il silenzio di cui Dio si serve per toccarti. I mistici cristiani lo sanno. I poeti sufi lo sanno.

Lo sa il monaco zen che cerca il vuoto immobile. Nessuno è andato più a fondo del dubbio sull’esistenza di Dio di chi sperimenta la fede; solo nel silenzio si sente il soffio dello spirito. C’è silenzio e silenzio, dunque. Ma anche, c’è suono e suono. In molti stati indiani le comunità religiose si combattono a colpi di altoparlante. Si alzano i decibel da un tempio hindu in un’area ad alta densità di musulmani, la polizia sequestra l’impianto per prevenire disordini, il quartiere si scalda, si finisce in ospedale e dal giudice.

Anche in Florida, di recente, una scuola cristiana ha portato in tribunale il gestore di uno stadio di football che ha negato l’uso degli altoparlanti per diffondere una preghiera prima della partita. Si bisticcia sul suono di Dio per l’ambizione dell’uomo: quando si marca il territorio; quando nei villaggi degli altopiani del Vietnam convertiti al cristianesimo risuonano gli inni protestanti in chiesa, ma il gong ha smesso di suonare; quando le campane delle chiese non possono suonare in terra d’Islam e quando il governo israeliano propone una legge per far tacere i muezzin di Gerusalemme. Se c’è un silenzio davvero vuoto di Dio, c’è anche un suono in cui la voce di Dio è solo inganno: la differenza non è tra silenzio e suono, ma tra silenzio e silenzio e tra suono e suono.

Questo conta: che silenzio e suono si combinino in una ricerca autentica, di gruppi e comunità; che parlare di religione sia questione di tatto non per interesse politico o economico, ma per rispetto dell’infinitamente altro; che ai credenti si chieda conto della loro fede non perché se ne ha paura, ma perché si ha il coraggio di guardarla; che si lasci crescere il senso del sacro, che è il senso di un

valore superiore, oltre me stesso, oltre noi. Come accadde a Ravi e George, confusi e sorridenti, uniti dai loro sitar, accompagnati dalla corrente del dio Gange. Nacquero da quell’incontro le preghiere in musica di George Harrison, l’inno a Lord Krishna che ancora trasmettono le nostre radio. Quando l’esperienza del divino è sincera, si ricongiungono in armonia il suono e il silenzio del sacro.

in “Corriere della Sera” del 30 marzo 2017

Specialisti a confronto sulla natura culturale delle varie confessioni

Antonio Calitri

Nel confronto tra persone di culture diverse si tende a evitare il dialogo sulla religione per non calpestare un terreno minato. In questo modo però, si rischia di avere un confronto con l’altro soltanto parziale. Per questa ragione la Fondazione Intercultura Onlus, da domani al 2 aprile organizza a Bari il convegno «Il Silenzio del Sacro», giornate di studio e confronto tra esperti internazionali non sul dialogo tra religioni ma sulla dimensione culturale della religione che costituisce il fondamento dell’individuo.

Un’esigenza individuata dall’esperienza sul campo della Fondazione Intercultura e dell’omonima associazione che nei suoi 62 anni di vita ha permesso lo scambio internazionale di quasi 70 mila studenti. Adolescenti che decidono di passare il quarto anno delle superiori all’estero, in scuole straniere ma anche in famiglie selezionate dove vivono la vera cultura del paese ospitante. O studenti stranieri che vengono in Italia e vivono in famiglie italiane, avendo un confronto intenso e uno scambio culturale totale.

Per Roberto Ruffino, segretario generale della Fondazione Intercultura e tra i pionieri dello scambio giovanile come occasione di formazione interculturale e di educazione alla mondialità «i conflitti provocati dalla religione da un lato sono fondati sull’ignoranza. Tutti noi cristiani, musulmani, atei, ecc. spesso fondiamo le conoscenze religiose su rituali e non sull’essenza della religione. Per il cattolico le religione è andare a messa la domenica ma questo è un rituale, non la religione. Per i musulmani la religione è fare certi gesti, non mangiare certi cibi. Si tratta di una religione molto ritualizzata e lo scontro che si crea è spesso tra riti diversi, più che sull’essenza della religione».

A questo va aggiunto continua, «che in molti paesi la religione si è trasformata in un credo politico, per cui diventa scontro come associazione politica, la religione diventa il pretesto per altro. Infine, almeno nell’occidente la modernità ha relegato la religione nel privato e sembra poco politicamente corretto mettersi a parlare di queste cose. Ognuno dovrebbe praticare o non praticare la sua religione nella sfera provata, senza andare a scocciare gli altri». Da tutti questi elementi viene fuori che la religione, prosegue Ruffino, «diventa una specie di argomento tabù, compreso poco, male, spesso politicizzato». Per queste ragioni, «con questo convegno vogliamo dire che bisognerebbe parlare di queste cose come si parla di quello che ho mangiato ieri, nessuno ha timore a dire cosa ha mangiato ma ha timore a parlare di religione, anche perché gli alimenti li conosce, la religione invece la conosce molto poco e c’è sempre l’impressione di andare su un terreno minato». Un tema attualissimo, aggiunge il professor Paolo Inghilleri, ordinario di psicologia sociale dell’Università degli Studi di Milano e tra i relatori del convegno, «perché riguarda gli adolescenti in un’età in cui è importante riuscire a differenziarsi dai valori della famiglia per poi riacquistare una certa continuità. Confrontarsi con altre culture aiuta questo processo di differenziazione perché posso impadronirmi di altri mondi e nello stesso tempo scegliere di appartenere alla mia cultura. Se fino a pochi anni fa questo confronto riguardava solo quei ragazzi che potevano fare un anno di studio all’estero o viaggiare, la grande novità è che adesso a scuola posso confrontarmi con altre culture, altre religioni, altri punti di vista». In questo processo conclude Inghilleri, «la religione dal punto di vista della psicologia del profondo diventa uno degli elementi che danno il senso di esistere in una comunità, in una famiglia, in una storia. E uno dei tanti fattori che ci danno una garanzia di appartenenza anche molto profonda e in parte inconscia».

in “Corriere della Sera” del 30 marzo 2017

“Buona Scuola”: approvazione dfinitiva degli otto decreti attuativi

Come é noto gli otto decreti attuativi della legge 107/2015  (La cosiddetta “Legge Renzi” ) dovranno essere emanati entro il 17 aprile p.v., pena la loro decadenza, che qualora dovesse verificarsi sarebbe un grosso smacco politico per il Governo in carica. Questa scadenza avviene  nel periodo delle festività pasquali per cui é più che presumibile che sarà anticipata  di qualche giorno, tenuto conto anche che il Capo dello Stato dovrà preventivamente esaminarli.

Pertanto é ipotizzabile con un buon margine di sicurezza che saranno approvati dal Governo nella riunione del Consiglio dei Ministri del 7 aprile.

Nel frattempo al Miur gli esperti stanno definendo l’edizione finale alla luce delle proposte emendative delle Commissioni parlamentari di camera e Senato e del dibattito svoltosi nella società civile. Stando ai rumors dei corridoi di Viale Trastevere I decreti che presentano maggiori criticità sono quelli sulla valutazione e sulla inclusione.

In Congo, il Paese delle bambine soldato

Rapite, violentate, costrette a combattere: il terribile racconto delle ragazzine-soldato in una delle guerre più feroci al mondo. Almeno 60.000 bambini nel solo Congo (ma c’è chi dice 100.000), di cui oltre il 35 per cento bambine

Lorenzo Cremonesi

GOMA (Congo) – Fuggita di casa quattordicenne «perché non c’era nulla da mangiare e nessuna speranza per il futuro» attirata dalle milizie armate che offrono «pane e dignità» tra i loro campi di capanne nel folto della giungla. Ma poi subito violentata dai suoi comandanti, trattata da «Kubaka», schiava sessuale, per lunghi mesi, sino a che, dopo il periodo di addestramento militare, non si affranca e assume un ruolo più autonomo. Quindi, fortunosamente liberata assieme al figlio di un anno dai militari congolesi in cooperazione con il contingente Onu e inserita nei programmi di riabilitazione per le ragazze-soldato. A 18 anni appena compiuti Esperance Francine non nasconde il desiderio di tornare nella foresta con le milizie, «dove almeno posso cibarmi ogni giorno, c’è chi mi dà aiuto e trovo la solidarietà del gruppo».

Diverso è il racconto di Solange Zawadi, anche lei da poco maggiorenne, a sua volta rapita neppure quindicenne da un gruppo di banditi, violentata ripetutamente, spesso da più uomini la stessa notte, utilizzata per trasportare le merci rubate, affidata quindi al «capitano Sambambi», 45 anni, suo «padrone» con diritto di vita e di morte. Oggi lei si dice «felicissima» di essere stata liberata assieme al suo bambino di ormai tre anni nato tra i suoi persecutori.

Come del resto è del tutto particolare la vicenda di Emakilè, arrivata a Goma da meno di una settimana e ancora visibilmente traumatizzata. Tre anni fa era andata con un’amica della zona di Katala, nel nord Kivu, con l’intenzione di unirsi ai Mai Mai, i gruppi di auto-difesa dei villaggi nelle regioni della guerriglia. Le due invece cadono nelle mani delle Fdlr (le milizie di guerriglieri del Ruanda), che subito le inquadrano nei loro programmi di addestramento. «Abbiamo imparato a sparare, a smontare e pulire i fucili, a tirare le granate e compiere imboscate», ricorda. Un anno di lavoro duro, durante il quale però entrambe sono «bambole da gioco» per i soldati. Di giorno soldatesse a tutti gli effetti e di notte oggetti di piacere.

«Ci prendevano a turno. Prima i comandanti, quindi i loro sottoposti. Noi non potevamo opporci, saremmo state picchiate e poi prese con maggior durezza. Alfrede, una mia amica sedicenne, ha provato a scappare ed è stata uccisa. Uno dei momenti più rilassati era dopo la colazione della mattina. Gli uomini, oltre trecento, partivano per le razzie nei villaggi, oppure per le battaglie contro le altre milizie e noi settanta donne, in maggioranza tra i quindici e diciassette anni, ci riunivamo lungo il ruscello per preparare il pranzo collettivo», spiega. Alla fine dell’addestramento ottiene maggior rispetto. S’innamora di un soldato ruandese 22enne di nome Bosco. «Ci siamo voluti bene, stavamo sotto lo stesso tetto come marito e moglie. Ma ben sette dei suoi superiori hanno ripreso a violentarmi. Bosco ne soffriva, ma non poteva reagire. Mi sono ammalata, sono infetta, ho l’Aids. Così, è stato lui stesso a consegnarmi di nascosto dai suoi capi agli ispettori del Monusco (il contingente Onu, ndr.). Mi ha accompagnato fuori dalla foresta e mi dato il suo mitra affinché potessi dimostrare che ero combattente».
Le loro storie sono l’eco drammatico delle infinite tragedie che ammorbano l’Africa profonda. Bambini soldato, Kadogo nei dialetti locali: almeno 60.000 nel solo Congo (ma c’è chi dice 100.000), di cui oltre il 35 per cento bambine, in grande maggioranza concentrati tra i circa 400 gruppi armati delle regioni nord-orientali del Kivu, quelle affacciate ai grandi laghi, alle foreste verso il Ruwenzori, alla giungla impenetrabile resa celebre dall’epopea di Livingstone e Stanley, alle ingiustizie della colonizzazione più cinica e le sue conseguenze tutt’ora alimentate dalle violenze e la corruzione endemica dei governi locali. «Il fenomeno è destinato a peggiorare. In genere i minorenni sono ottimi soldati. Obbediscono docili, sparano, uccidono, rubano senza fare troppe domande. In Congo è normale utilizzarli nella difesa dei villaggi. Bambine e bambini, senza differenze», spiega a Goma il 42enne John Muhindokalemeko, responsabile alla sicurezza dell’Avsi (Associazione Volontari Servizi Internazionali), una delle organizzazioni non governative italiane che dai primi anni Settanta lavora anche in Africa con il contributo dei finanziamenti Unicef. Grazie a loro abbiamo potuto parlare con le ex ragazze-soldato maggiorenni. I minori li abbiamo contatti invece in modo indipendente. Il grido d’allarme lanciato da John coinvolge anche noi europei. «Tra novembre e gennaio prossimi dovrebbero tenersi le elezioni in Congo. Ma tanto lascia credere che il presidente Josef Kabila per l’ennesima volta proverà a rinviarle. Così, sono inevitabili nuovi rivolte e conflitti. Crescerà il ruolo delle milizie e ciò incrementerà il numero dei profughi. Sono ormai già decine di migliaia ogni anno, anche se nessuno li censisce, non esistono dati ufficiali a Kinshasa. E sempre di più si uniranno ai flussi di persone che dai Paesi sub-sahariani mirano alle coste della Libia verso l’Italia», aggiunge lui.

Un nuovo enigma anche per i nuovi piani italiani (ed europei) per il controllo dei migranti. Come potremo insediare i centri per selezionare le richieste di asilo nei Paesi di partenza instabili e violenti? Le generazioni di minori-soldato vanno inserite nella categoria di «migranti economici», oppure sono altro? A complicare le cose per i diretti interessati sono le ingerenze dei Paesi vicini come il Ruanda, sempre motivato a sfruttare le risorse naturali e minerarie del Congo, oltre al proliferare del fondamentalismo islamico, specie dall’Uganda. «Quando i soldati con la lunga barba nera ci hanno portato nella giungla subito siamo stati costretti a pregare per Allah in una piccola moschea fatta di tronchi e fango. Noi bambini cristiani siamo stati convertiti. Chi non pregava veniva picchiato, non poteva mangiare», testimonia a proposito David, 9 anni. Rapito con la famiglia nel 2013 dal loro villaggio nel nord del Kivu, subisce ben presto l’indottrinamento dei suoi guardiani, tutti militanti nella Adf/Nalu, nota milizia di jihadisti ugandesi. Due anni fa è stato liberato dai soldati di Kabila durante uno scontro a fuoco in cui è morto anche il padre, che nel frattempo si era islamizzato e alleato ai suoi rapitori.
David da pochi mesi ha iniziato a disegnare la sua odissea come se fosse un fumetto. Sono ritratti i serpenti che incontra nella giungla, disegna in rosso il sangue delle mani tagliate ai bambini accusati di rubare cibo dai jihadisti e persino la scena finale della morte del padre con lui accanto che gli prende l’arma (a sette anni!) e si mette a sparare a sua volta contro i soldati sino a che non è ferito ai piedi da un paio di proiettili. Disegnare per lui è come una terapia liberatoria. Apre il foglio bianco sul tavolo, prende le matite e sorride. Non così Shakira, un’undicenne musulmana ugandese trovata assieme a 54 minori (tra cui 24 bambine) abbandonati e quasi morti di fame dopo uno scontro a fuoco con le Adf/Nalu. Le sue parole sono continuamente interrotte dai singhiozzi. Sussurra e piange Shakira: ha perso mamma, papà, fratelli, non sa dove sia la sua casa, non ricorda il nome del suo villaggio ed è rimasta sola.

in Corriere della sera 29 marzo 2017

Il Papa incontra quattro imam inglesi dopo l’attentato di Londra

Salvatore Cernuzio

Il terrore non ha l’ultima parola. Davanti alla violenza estremista che ha sconvolto questa volta il cuore di Londra, Papa Francesco oppone, anzi, propone il dialogo e l’unità tra le religioni. Quindi accoglie in Vaticano quattro imam inglesi il prossimo mercoledì 5 aprile, poche settimane dopo l’attentato del 22 marzo al Westminster Bridge costato la vita a cinque persone. Un gesto altamente significativo per frenare l’ondata islamofoba che dilaga in Europa – e si rinfocola dopo ogni attacco – e per rendere fattivo l’appello lanciato a inizio anno nell’udienza al Corpo diplomatico affinché tutte le autorità religiose restino «unite nel ribadire con forza che non si può mai uccidere nel nome di Dio».

L’incontro con gli imam – che avverrà, peraltro, il giorno dopo l’udienza ai reali britannici Carlo e Camilla – sarà anche l’occasione «per ribadire che i leader religiosi vogliono e sono impegnati nel costruire rapporti», come ha sottolineato il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, che ha rivelato in anteprima la notizia all’agenzia Sir a margine del convegno sui giovani promosso dal Ccee a Barcellona.

Il porporato – che accompagnerà a Roma i quattro rappresentati islamici – ha voluto chiarire con l’agenzia dei vescovi italiani anche alcune dinamiche dell’assalto perpetrato da Khalid Masood, 52enne britannico che ha guidato un’auto verso i pedoni sul ponte e ha poi proseguito in direzione di Parliament Square, falciando quattro persone, per poi accoltellare un poliziotto armato.«È chiaro che ciò che è avvenuto non ha nulla a che vedere con i confini – ha affermato Nichols -. L’attentatore era un uomo nato in Inghilterra, cresciuto in Inghilterra. Ha trascorso, è vero, un breve periodo in Arabia ed è diventato musulmano. Ma bisogna anche dire che era un uomo con una lunga storia di violenza. È stato 5 e 6 volte in prigione, e chi lo ha conosciuto lo descrive come un uomo molto arrabbiato».

Il cardinale parla quindi di un «incidente» che va «guardato e interpretato nella sua realtà». Per il futuro, ha aggiunto, «c’è una cosa molto importante da imparare ed è quella di non permettere alle comunità di isolarsi. Penso che le persone di fede hanno molto da offrire. Il dialogo tra persone che credono in Dio, crea uno spazio comune. Ed è da questo punto di vista un dovere per i leader religiosi parlarsi, incontrarsi, esplorare insieme soluzioni comuni, affrontare la questione del credo religioso che sfocia in estremismo e violenza». Attenzione infatti, ammonisce l’arcivescovo di Westminster, «a relegare la fede in una sfera privata perché questo contribuisce ancora di più all’isolamento delle comunità e non contribuisce alla costruzione di una società inclusiva».

Concetti, questi, già espressi da Papa Francesco che non ha mancato di denunciare in diverse occasioni la scarsa integrazione degli “stranieri” in Europa come uno dei motivi della radicalizzazione. Per i migranti «la peggior forma di accoglienza è la ghettizzazione. Al contrario, è necessario integrarli», affermava il Pontefice in una intervista del maggio 2016 al quotidiano francese La Croix. Erano trascorsi appena due mesi dall’attentato alla metropolitana di Bruxelles e Bergoglio sottolineava: «A Bruxelles i terroristi erano belgi, figli di immigrati, ma cresciuti in un ghetto…. Questo mostra la necessità che l’Europa riscopra la sua capacità di integrare».

Tale lavoro deve essere favorito soprattutto dalle religioni, considerando che – come ha rimarcato il Papa nel succitato discorso ai diplomatici – «l’esperienza religiosa, anziché aprire agli altri, può talvolta essere usata a pretesto di chiusure, emarginazioni e violenze». Oppure essere usata per compiere questi «atti intollerabili» che non sono altro che il gesto più estremo «di una follia omicida che abusa del nome di Dio per disseminare morte, nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere».

«Non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità della persona umana. Utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia», affermava il Papa all’indomani della strage alla Promenade des Anglais di Nizza. Tuttavia, diceva ai familiari delle vittime incontrate in Aula Paolo VI,«la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità». Anzi ad esse «bisogna rispondere con l’amore».

Sempre nella consapevolezza che – ha sottolineato Francesco questa mattina alla delegazione di chierici iracheni, sciiti, sunniti e yazidi, ricevuti prima dell’udienza generale – «siamo fratelli e, come fratelli, tutti diversi e tutti uguali, come le dita di una mano: cinque sono le dita, tutte dita, ma tutte diverse».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 29 marzo 2017

La Ue finanzia 5mila viaggi per giovani in eTwinning

In arrivo 2,5 milioni di euro per finanziare il viaggio in Europa di 5mila giovani dai 16 anni in su, che partecipano con la propria scuola al programma Ue di gemellaggi online per l’apprendimento eTwinning. È “Move2Learn, Learn2Move” (Muoversi per imparare, imparare a muoversi’), l’ultima proposta presentata dalla Commissione Ue in sostituzione della più ambiziosa idea di regalare un biglietto interrail gratuito a tutti i giovani europei diciottenni, che era stata lanciata dal Parlamento europeo. I costi, nell’ordine di 2-3 miliardi di euro, erano però troppo alti per il budget europeo.

Iniziativa per i protagonisti di eTwinning

Bruxelles ha quindi dirottato 2,5 milioni nell’ambito del quadro Erasmus+ per proporre, in questa fase pilota, a 5mila ragazzi della scuola superiore di poter viaggiare in Europa nell’ambito dei progetti scolastici transfrontalieri Ue sviluppati sulla piattaforma online di eTwinning , gestito dal network dei ministeri dell’istruzione nazionali European Schoolnet. Obiettivo, farlo nel modo più eco-sostenibile e inclusivo possibile. Le classi che partecipano a eTwinning sono quindi invitate a indicare se desiderano essere prese in considerazione per l’assegnazione di biglietti di viaggio gratuiti come premio per i migliori progetti in ciascun paese partecipante. L’inclusione sociale sarà un criterio importante per la selezione dei progetti migliori.

Viaggi tra agosto 2017 e settembre 2018

Una volta scelti, i vincitori potranno viaggiare da agosto 2017 a dicembre 2018, in una data a loro discrezione. Gli studenti potranno viaggiare in gruppo nell’ambito di una gita scolastica o da soli, in funzione della decisione di genitori e insegnanti. Si può scegliere qualsiasi modo di trasporto, operatore e linea, tenendo conto dei criteri di sostenibilità e dei punti di partenza e di destinazione dei partecipanti.

«Vogliamo offrire ai giovani europei l’occasione di scoprire l’Europa e vogliamo incoraggiarli a viaggiare in maniera rispettosa dell’ambiente: per questo motivo si terrà conto delle emissioni di CO2» ha dichiarato la commissaria Ue ai trasporti Violeta Bulc. Alcuni operatori sostengono l’iniziativa offrendo uno sconto speciale ai partecipanti: sono Aegean Airlines, Air Dolomiti, ALSA Grupo, Azores Airlines, Brussels Airlines, Comboios de Portugal, Croatia Airlines, Deutsche Bahn, Hahn Air, Iberia Express, Interrail, Luxair, Naviera Armas, Olibus, SNCF, Transferoviar Calatori, Trenitalia, Vueling e Westbahn.

Il Sole 24 Ore 28 marzo 2017