L’arcivescovo di Dublino: Noi irlandesi europeisti convinti”

Diamund Martin intervistato da Salvatore Cernuzio

La Brexit? «In Irlanda siamo europeisti convinti. Speriamo di consolidare nel nuovo sistema i rapporti già esistenti con la Gran Bretagna». La situazione delle famiglie in Irlanda? «Lottiamo in una società profondamente secolarizzata, ma dove sono radicati i valori cristiani». Infine la Chiesa, verso la quale nell’isola si nutre «una profonda rabbia» a causa dei vecchi scandali di abusi – da cui «stare ancora in guardia» – o vicende come il recente ritrovamento di cadaveri di bambini vicino un istituto religioso a Tuam. Monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, ne parla con Vatican Insider a margine della conferenza di presentazione della Lettera del Papa per l’Incontro mondiale delle famiglie che si terrà nel 2018 in Irlanda.

Che impatto ha avuto la Brexit sull’isola? È notizia di oggi che centinaia di persone provenienti dalle comunità di confine tra le due Irlanda sono scese in piazza a protestare…

«Ci sono problemi particolari. Il governo inglese, nell’annuncio di Theresa May, ha detto che rispetteranno il carattere particolare dei rapporti tra l’Irlanda del nord, che è parte dell’Unione Europea, e la Repubblica d’Irlanda che è un Paese membro della UE (l’unico ad avere un confine diretto con la Gran Bretagna). L’Unione Europea ha contribuito fortemente al processo di pace in Irlanda, ha accompagnato i popoli, ha finanziato progetti e programmi di integrazione, nessuno vorrebbe indebolire questo».

C’è quindi paura da parte della popolazione per questa svolta storica?

«Paure sì, ma soprattutto speranze. Ad esempio, dal momento dell’indipendenza della Repubblica d’Irlanda c’è stato il passaggio senza il controllo del passaporto tra i due Paesi: speriamo che questo possa continuare, anche se bisognerebbe negoziarlo. L’Irlanda ha anche contatti commerciali con la Gran Bretagna e speriamo che questi possano continuare e consolidarsi nel nuovo sistema. Una cosa che molte persone non ricordano, poi, è che quando si parla di immigrati in Irlanda il gruppo più numeroso sono cittadini britannici; d’altra parte, c’è un enorme numero di irlandesi che risiede in Inghilterra e che, in alcuni casi, può anche votare alle elezioni politiche. Quindi ci sono molte cose da valutare… In Irlanda siamo europeisti convinti, vogliamo vedere fiorire questa Europa che è importante per noi, per gli Stati membri, per il mondo. Fiorire non solo in termini economici, ma di quei valori che l’Europa rappresenta come ricordato dal Papa ultimamente. Un’altra speranza è che anche con una Gran Bretagna fuori dalla UE non possa cambiare questa visione del Vecchio Continente».

Spostando lo sguardo sull’isola, qual è, invece, la situazione delle famiglie e, in particolare, delle famiglie cattoliche? Ricordiamo il referendum per le unioni gay del 2015 o il fatto che, a inizio mese, come Chiesa siete intervenuti contro proposte di modifiche della Costituzione sul diritto alla vita dei bambini non nati…

«Noi da sempre partecipiamo al dibattito pubblico sulla questione dei valori, sul loro futuro e su temi specifici come il matrimonio, l’aborto e via dicendo. In generale il numero di persone che si sposano in Chiesa sta diminuendo, o meglio, rimane ancora alto rispetto ad altri Paesi. Tuttavia anche l’Irlanda si è agganciata a quella corrente che caratterizza tutta l’Europa. C’è una mescolanza di fede e secolarizzazione: l’Irlanda è fortemente secolarizzata, ma le radici della fede cristiana sono ancora solide. Allora la sfida è cercare di raggiungere le persone che ancora condividono elementi di fede sulla visione del matrimonio e aiutarle a capire cosa offre l’adesione cristiana alla loro vita quotidiana. Purtroppo questa situazione è anche una conseguenza di una tendenza a inquadrare temi come la sessualità in categorie di peccato e a condannare le persone piuttosto che a condurle e accompagnarle verso diversi cammini. Anche quando i tentativi di unione falliscono – e capita non

solo una volta, ma anche una volta dopo l’altra – bisogna avere la pazienza di Dio. Spesso sottovalutiamo questo nelle strutture pastorali».

La Chiesa è una voce ascoltata in Irlanda? O gli scandali di abusi oppure casi come il ritrovamento dei corpi a Tuam l’ha resa meno credibile?

«Quest’ultima vicenda è stata un vero choc per tutti. In questo momento c’è molta rabbia da parte delle persone verso la Chiesa. Però bisogna vedere cosa si intende per Chiesa: se facessi un sondaggio per valutare le diverse categorie della società di cui la gente ha rispetto, il “nostro prete”, il sacerdote della mia città, del mio paesino, sarebbe tra i primi dieci posti. C’è grande fiducia nel lavoro che il prete fa – se lo fa – nella comunità. Le critiche sono verso la Chiesa come “sistema”. Anche questi sacerdoti sono arrabbiati. È colpa principalmente della cultura del clericalismo, quella che il Papa critica continuamente, che ha istituzionalizzato la Chiesa spingendola a invadere troppo spazio nella società, a cadere nelle diverse tentazioni e non lasciare la libertà del messaggio di Gesù Cristo. Ora la tendenza sta cambiando, ma il clericalismo rimane un problema».

Si può dire quindi che una visita del Papa nel 2018, in occasione del raduno mondiale delle famiglie di Dublino, sarebbe un grosso incoraggiamento…

«Non sappiamo se il Papa verrà. A me ha parlato di “un desiderio di venire” in Irlanda. Bisogna aspettare però di capire quale sarà la situazione a Roma e nel mondo, l’agenda del Pontefice è dettata da vari fattori. Io spero tanto che venga in modo da dare alle famiglie irlandesi che, come dicevo, vivono in questo contesto di mescolanza tra fede e secolarizzazione, una spinta a progredire nelle loro capacità, a vivere pienamente l’amore coniugale e verso i figli secondo le indicazioni della Amoris laetitia. Quando il Papa parla dell’amore non parla di un vago romanticismo. Per lui l’amore coniugale si vive in ogni situazione: di fragilità, di fallimento, di grande impegno. È vero che ci sono delle ideologie che contestano la famiglia, ma parlando con famiglie della mia diocesi vedo che i problemi sono ben altri. Ad esempio, la mancanza di misure sociali e politiche, le difficoltà per avere un’abitazione adeguata anche da parte di nuclei che comprendono membri handicappati. Sono questi i problemi della famiglia oggi… Spero che il raduno del 2018 possa infatti rinnovare una politica per le famiglie, che sostenga davvero le persone, a prescindere se credenti o non credenti. A maggior ragione con la presenza del Santo Padre».

Tra l’altro, si tratterebbe della prima visita di un Papa dopo lo scandalo degli abusi…

«La Chiesa in Irlanda negli ultimi anni ha fatto i conti più volte con questo dramma. Io dico sempre che il numero di abusi all’interno della Chiesa sia di gran lunga minore rispetto a quelli che si registrano nella società. Il grande scandalo, però, è il fatto che essi siano avvenuti nella casa di Cristo. Gesù ha indicato i bambini come segno del Regno di Dio e la Chiesa deve fare penitenza. Durante una eventuale visita del Papa non si potrebbe nascondere che tutto ciò, purtroppo, è accaduto; tantomeno si può dire: “È passato, non pensiamoci”. In questi anni abbiamo fatto grandi progressi nel rinnovamento e nell’applicazione delle misure per contrastare abusi e pedofilia nelle parrocchie e nelle scuole. Bisogna però stare sempre in guardia e fare in modo che non accada mai più».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 30 marzo 2017

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