Il Vaticano critica la Casa Bianca: «Sul clima fa meglio la Cina»

Gian Guido Vecchi

Prima il Muro e i provvedimenti contro i migranti, poi il proposito di aumentare le spese per le armi nucleari, infine la «nuova rivoluzione energetica» che cancella le restrizioni di Obama sulle emissioni fossili, con tanti saluti agli accordi climatici di Parigi. «Ritorno al carbone», ha riassunto in prima pagina l’ Osservatore Romano , mentre America magazine , settimanale dei gesuiti americani, nota che Trump sta facendo «l’opposto» degli insegnamenti di Francesco. Tutto considerato, si capisce perché il cardinale Peter Turkson, il sorriso tranquillo, dica che «sì, c’è un po’ di preoccupazione, ma per fortuna negli Stati Uniti ci sono anche voci contrarie, in disaccordo esplicito: il bando contro le immigrazioni è stato bloccato da un avvocato delle Hawaii». Fino a sperare che «l’azione forte di lobby della Chiesa americana» sul Congresso e pure «i segnali diversi che arrivano dalla Cina» possano indurre il presidente Usa a «ripensare» i proclami elettorali.

Il cardinale ghanese è uno dei «ministri» del Papa, Francesco lo ha voluto alla guida del nuovo dicastero per «il servizio dello sviluppo umano integrale». Trump a fine maggio sarà in Italia per il G7 di Taormina e se alla fine dovesse incontrare il Pontefice — richieste formali di udienza non sono arrivate, in Vaticano, ma è ancora presto — non mancheranno certo gli argomenti di discussione. C’è da dire che la franchezza del cardinale ha provocato un po’ di agitazione anche nella diplomazia della Santa Sede: in genere si preferisce lasciar parlare i vescovi locali. In ogni caso, rispetto alle ultime uscite del presidente Usa, c’è poco da fare. Alla «cura del creato», Francesco ha dedicato un’enciclica, la Laudato si’ del 2015. Tra l’altro il Papa scriveva: «Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti — specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas —, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio».

L’esatto contrario, appunto. Ai vertici europei, la settimana scorsa, Francesco ha parlato della «solidarietà» come «antidoto ai moderni populismi» che «fioriscono dall’egoismo», e non pensava solo al Vecchio Continente. Del resto sono passati tre giorni dal messaggio all’Onu nel quale il Papa ha auspicato «l’eliminazione totale delle armi nucleari» come «imperativo morale e umanitario», invocando «una riflessione su un’etica della pace e della sicurezza cooperativa e multilaterale che vada al di là della paura e dell’isolazionismo che prevale oggi». E poi questi ordigni sono «inadeguati» nell’affrontare «le molteplici minacce alla sicurezza, come il terrorismo, i conflitti asimmetrici, i problemi dell’ambiente, la povertà», scriveva Francesco. Uno «spreco di risorse» che si potrebbero investire «nella pace e lo sviluppo sostenibile».

Anche qui sta «la sfida, la cosa che preoccupa», sospira il cardinale Turkson, poiché «col nuovo budget si parla di sette miliardi per modernizzare gli armamenti, e quindi si taglia l’assistenza allo sviluppo». Ma Trump «sta realizzando le promesse fatte prima delle elezioni e spero si accorga della dissonanza tra la realtà delle cose e le espressioni da campagna elettorale» considera. «Siamo pieni di speranza che le cose cambino. Diversi membri dell’episcopato Usa hanno preso posizioni diverse dal presidente e potrebbero avere qualche influsso». E poi, riguardo al clima, «ci può essere un altro fattore», la posizione di Pechino: «È interessante che mentre Trump si muove in direzione opposta, abbiamo un’altra grande potenza come la Cina che sta manifestando segni diversi, come se l’uscita dell’America creasse uno spazio che la Cina riempie». A Davos, Pechino «ha promesso 7 miliardi di dollari per controllare le temperature», conclude Turkson: «Forse può provocare il ripensamento delle posizioni di altri Paesi, come gli Stati Uniti».

in “Corriere della Sera” del 31 marzo 2017

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