Archivio mensile:marzo 2017

INVALSI. Questionario valutazione delle scuole 2016-2017

Il Questionario Scuola, sviluppato dall’INVALSI a partire dall’a.s. 2004-2005 e aggiornato nelle successive sperimentazioni Valutazione e Sviluppo della Scuola (VALES) e Valutazione e Miglioramento (VM), dall’a.s. 2014-2015, con l’avvio del Sistema Nazionale di Valutazione, serve alla raccolta di dati utili alla costruzione di indicatori a supporto dei processi di autovalutazione e valutazione esterna della scuola.

I contenuti del Questionario Scuola sono stati sviluppati dall’Area 3 – Valutazione delle scuole dell’INVALSI tenendo conto sia degli esiti derivanti dalle somministrazioni precedenti dello strumento, sia dei cambiamenti normativi e organizzativi più recenti del comparto scuola.

L’implementazione online del Questionario Scuola e il funzionamento della piattaforma è a cura dell’Area 1 dell’INVALSI.

Il Questionario è rivolto a tutte le Scuole di I e di II ciclo, statali e paritarie del Paese.

Gli Istituti Comprensivi e gli Istituti di Istruzione Superiore statali compilano un unico Questionario relativo a tutti i plessi e scuole gestite.

Gli Istituti Omnicomprensivi compilano due Questionari: uno per le scuole del primo ciclo (primarie e secondarie di 1° grado) e uno per le scuole del secondo ciclo (secondarie di 2° grado).

Gli Istituti Paritari che gestiscono scuole primarie, secondarie di 1° e di 2° grado compilano un Questionario per ciascun segmento di istruzione.

I dati del Questionario devono fare riferimento alla scuola intesa come intera istituzione scolastica, sommando informazioni delle varie sedi, con esclusione delle informazioni relative ai Centri Provinciali per l’istruzione degli adulti e ai plessi ospedalieri, che per le loro specificità non sarebbero confrontabili con le altre realtà scolastiche.

Per prendere visione della struttura e delle domande del Questionario Scuola è disponibile di seguito la versione degli strumenti in formato .pdf.

Per effettuare la compilazione del Questionario Scuola è necessario:

1. accedere, con le proprie credenziali, all’Area riservata presente al link: https://invalsi-areaprove.cineca.it/index.php?form=area_riservata

2. premere sul pulsante “Questionario scuola 2017” per ottenere il link e le credenziali di accesso per il Questionario Scuola.

Il termine per la compilazione del Questionario Scuola è il 10 Aprile 2017.

CONTATTI QUESTIONARIO SCUOLA

Per qualsiasi problematica connessa al Questionario Scuola è possibile scrivere a: qscuolaSNV@invalsi.it

Per quesiti sui contenuti del Questionario Scuola è possibile fare riferimento al seguente recapito telefonico: 06 94185263.

Per aspetti tecnici relativi alla compilazione del Questionario Scuola e al funzionamento della piattaforma è possibile telefonare al numero: 06 94185380.

STRUMENTI PDF QUESTIONARIO SCUOLA

Questionari Scuola in pdf per ciclo di istruzione per le scuole statali e paritarie

MANUALE PER LA COMPILAZIONE ON-LINE

Il Manuale utilizzo strumenti on-line è a cura dell’Area 1 Prove dell’INVALSI

 

Il Vaticano critica la Casa Bianca: «Sul clima fa meglio la Cina»

Gian Guido Vecchi

Prima il Muro e i provvedimenti contro i migranti, poi il proposito di aumentare le spese per le armi nucleari, infine la «nuova rivoluzione energetica» che cancella le restrizioni di Obama sulle emissioni fossili, con tanti saluti agli accordi climatici di Parigi. «Ritorno al carbone», ha riassunto in prima pagina l’ Osservatore Romano , mentre America magazine , settimanale dei gesuiti americani, nota che Trump sta facendo «l’opposto» degli insegnamenti di Francesco. Tutto considerato, si capisce perché il cardinale Peter Turkson, il sorriso tranquillo, dica che «sì, c’è un po’ di preoccupazione, ma per fortuna negli Stati Uniti ci sono anche voci contrarie, in disaccordo esplicito: il bando contro le immigrazioni è stato bloccato da un avvocato delle Hawaii». Fino a sperare che «l’azione forte di lobby della Chiesa americana» sul Congresso e pure «i segnali diversi che arrivano dalla Cina» possano indurre il presidente Usa a «ripensare» i proclami elettorali.

Il cardinale ghanese è uno dei «ministri» del Papa, Francesco lo ha voluto alla guida del nuovo dicastero per «il servizio dello sviluppo umano integrale». Trump a fine maggio sarà in Italia per il G7 di Taormina e se alla fine dovesse incontrare il Pontefice — richieste formali di udienza non sono arrivate, in Vaticano, ma è ancora presto — non mancheranno certo gli argomenti di discussione. C’è da dire che la franchezza del cardinale ha provocato un po’ di agitazione anche nella diplomazia della Santa Sede: in genere si preferisce lasciar parlare i vescovi locali. In ogni caso, rispetto alle ultime uscite del presidente Usa, c’è poco da fare. Alla «cura del creato», Francesco ha dedicato un’enciclica, la Laudato si’ del 2015. Tra l’altro il Papa scriveva: «Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti — specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas —, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio».

L’esatto contrario, appunto. Ai vertici europei, la settimana scorsa, Francesco ha parlato della «solidarietà» come «antidoto ai moderni populismi» che «fioriscono dall’egoismo», e non pensava solo al Vecchio Continente. Del resto sono passati tre giorni dal messaggio all’Onu nel quale il Papa ha auspicato «l’eliminazione totale delle armi nucleari» come «imperativo morale e umanitario», invocando «una riflessione su un’etica della pace e della sicurezza cooperativa e multilaterale che vada al di là della paura e dell’isolazionismo che prevale oggi». E poi questi ordigni sono «inadeguati» nell’affrontare «le molteplici minacce alla sicurezza, come il terrorismo, i conflitti asimmetrici, i problemi dell’ambiente, la povertà», scriveva Francesco. Uno «spreco di risorse» che si potrebbero investire «nella pace e lo sviluppo sostenibile».

Anche qui sta «la sfida, la cosa che preoccupa», sospira il cardinale Turkson, poiché «col nuovo budget si parla di sette miliardi per modernizzare gli armamenti, e quindi si taglia l’assistenza allo sviluppo». Ma Trump «sta realizzando le promesse fatte prima delle elezioni e spero si accorga della dissonanza tra la realtà delle cose e le espressioni da campagna elettorale» considera. «Siamo pieni di speranza che le cose cambino. Diversi membri dell’episcopato Usa hanno preso posizioni diverse dal presidente e potrebbero avere qualche influsso». E poi, riguardo al clima, «ci può essere un altro fattore», la posizione di Pechino: «È interessante che mentre Trump si muove in direzione opposta, abbiamo un’altra grande potenza come la Cina che sta manifestando segni diversi, come se l’uscita dell’America creasse uno spazio che la Cina riempie». A Davos, Pechino «ha promesso 7 miliardi di dollari per controllare le temperature», conclude Turkson: «Forse può provocare il ripensamento delle posizioni di altri Paesi, come gli Stati Uniti».

in “Corriere della Sera” del 31 marzo 2017

Mario Rigoni Stern

Eraldo Affinati

Una volta andai a trovare Mario Rigoni Stern nella sua casa di Val Giardini, ad Asiago, in motocicletta, partendo da Roma insieme a mia moglie. Storie dall’Altipiano, il Meridiano della Mondadori che ebbi l’onore di curare nel 2003, era appena uscito: dovevamo festeggiare. Quando arrivammo nello spiazzo davanti all’entrata, lo vidi scendere i gradini e avvicinarsi a noi felice come un ragazzino. Dopo averci salutato, s’informò sulla moto: un’Honda Transalp 600. Mario non aveva mai preso la patente. Non gli serviva. Era un esploratore. Durante la Seconda guerra mondiale, camminando a piedi sulla neve, aveva portato in salvo gli alpini della sua compagnia. Recava quell’esperienza incisa per sempre nel cuore. Molti non ce l’avevano fatta a sopravvivere. Bisognava risarcirli. Come? Raccontando la loro storia. Era un’altra Italia, ma io credo che noi dovremmo riprenderne i fili.

Volle provare il mio casco. Lo indossò come fosse un elmetto, poi non riusciva a toglierselo. Mentre lo aiutavo a sganciarlo, sfiorai la sua barba bianca: ebbi l’impressione di sentire il rumore dei cingolati, come se tutte le guerre del ventesimo secolo tornassero a risuonare. Non più bombe, ma campane: quelle della nuova Europa che, come sapeva il vecchio sergente, ci dobbiamo ancora meritare. Dentro di me una voce fuori campo iniziò a recitare: «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato».

Era l’inizio del Sergente nella neve, il suo capolavoro, pubblicato nel 1953. Nella mia carriera di insegnante, quando voglio andare sul sicuro, presento questo libro. Gli scolari lo apprezzano sempre. Perfino quelli che non sono abituati a leggere. Sembra un semplice diario, ma è molto di più. Ci puoi trovare l’avventura umana del ragazzo che diventa adulto. La potenza fantasmagorica del paesaggio russo. La dimensione universale della ritirata che a Italo Calvino fece pensare all’Anabasi di Senofonte. La fratellanza ungarettiana che scatta nel momento cruciale. La voce unica di chi scrive. Il cosiddetto colore della visione. Sempre più raro, soprattutto oggi.

Sono tanti i libri di Mario; insieme al Sergente, un altro, pubblicato nel 1978, risplende di luce perfetta: Storia di Tönle. È la vicenda di un “viaggiatore incantato” tra l’Altipiano e la Valsugana governata da Francesco Giuseppe. Di là questo perdigiorno alla Eichendorff portava brocche e vestiti, di qua zucchero e tabacco: il tutto, se gli andava bene, per guadagnare polenta e stoccafisso. Un romanzo in terza persona, breve, conciso e diretto, incastonato fra due pagine, la prima e l’ultima, entro le quali lo scrittore racconta a un amico malato la vicenda dell’antico personaggio realmente esistito: triste cornice di un Marlow senza Tamigi. Un’opera indimenticabile, come il ciliegio cresciuto sul tetto della casa del protagonista. Lo stile è speciale: selettivo, eppure tutto cose, con una dizione araldica di grande efficacia che ben pochi si sarebbero attesi. L’autore di quel testo non poteva essere un semplice mestierante.

Nove anni dopo la scomparsa di Mario Rigoni Stern, oltre ai suoi libri, mi resta il ricordo dell’uomo quando parlava col bastone in mano, in mezzo al fogliame, all’imbocco dei sentieri del Tönle. Durante le nostre passeggiate in altura la sua energia, a ottant’anni suonati, pareva straripante. Andavo da solo sul Monte Cengio, dove aveva combattuto Carlo Emilio Gadda, nella gloria dei Granatieri di Sardegna. Tornavo e lui mi accompagnava all’Osservatorio Astronomico del Monte Echar. Visitavo il Monte Grappa, gli facevo la relazione e subito ripartivamo verso Monte Zebio, nei luoghi in cui Emilio Lussu ambientò Un anno sull’altipiano.

Stentavo a tenerlo fermo al tavolo di lavoro dove gli chiedevo i dati bibliografici relativi ai suoi scritti. Quando invece gli proponevo di fare un giro si mostrava sempre disponibile. «Così, senza programmi», diceva, «andiamo vagabondi». L’ultima sera, prima di salutarlo, anche se poi ci rivedemmo ancora in molte altre occasioni, pubbliche e private, elencai dieci elementi del suo carattere che oggi mi limito a ricopiare dal quaderno di quei giorni: il rigore etico, il pudore virile, il valore che attribuiva al silenzio, il senso della misura, la solitudine istintiva, la socievolezza acquisita, la capacità di concentrarsi senza preparazione, la generosità, la coscienza del limite, la tensione spirituale custodita in un gheriglio di noce.

Proprio su quest’ultimo punto ho trovato una risonanza negli archivi del Gabinetto Vieusseux. Nel 1983 Enzo Siciliano gli aveva chiesto un testo sulla religiosità. Mario scrisse un paio di cartelle che vennero pubblicate su Nuovi Argomenti con il titolo: Come un racconto. Una sigla folgorante del suo mondo interiore attraverso la raffigurazione di alcune scene chiave: la scomparsa della madre, a cui era molto legato; la crisi cardiaca che, quindici anni prima, aveva rischiato di togliere la vita anche a lui; gli istanti di solitudine vissuti in cima alla montagna, prima dell’alba; le incisioni degli antenati scoperte sulle pareti di roccia dell’Antico Sasso sull’Altipiano; L’adorazione dei pastori di Jacopo Bassano, il pittore preferito.

Per troppo tempo questo scrittore, sulla scia del giudizio non proprio benevolo che gli aveva riservato Elio Vittorini, il quale tuttavia ebbe il merito di farlo esordire nei Gettoni Einaudi, venne considerato un fenomeno eccentrico nella letteratura italiana del Novecento: come se fosse un alpigiano entrato senza permesso nello studiolo. Chi invece ne percepì la particolare carica lirico- epica fu Andrea Zanzotto che lo riteneva dotato di una «sapienza minorenne». A ben riflettere è questa l’essenza del sottufficiale: uomo di raccordo fra il comando e la truppa, cioè fra il pensiero e l’azione. Non basta limitarsi a dettare gli ordini, bisogna saperli eseguire. Il sergente aveva capito in Russia lo statuto della letteratura: le parole autentiche non sono libere come foglie al vento, ma vincolate. A legittimarle è l’esperienza da cui scaturiscono. Lo affermò Albert Camus nei Discorsi di Svezia sostenendo di scrivere a nome di chi non può farlo. Lo ribadì Mario Rigoni Stern quando gli chiesi cosa avrebbe detto a un adolescente che si è perso. Lui rispose d’istinto più o meno così: scopri, dentro e fuori di te, una pista in mezzo agli abeti. Evita quelle troppo battute. Ma anche i percorsi che ti allontanano dagli uomini. Solo allora ti sarai conquistato il diritto di ritornare alla baita.

in “la Repubblica” del 31 marzo 2017

Omicidio Mattei. Depistaggi e bugie su un delitto di Stato

Giuseppe Oddo

“Manomissione dell’altimetro” o “bomba a bordo”. Sono le due ipotesi formulate a caldo in una perizia dell’officina riparazioni motori dell’aeronautica di Novara condotta sui resti dei reattori dell’aereo precipitato il 27 ottobre 1962 a Bascapè, nei pressi di Milano-Linate. Tenuta nascosta per decenni e scoperta nella seconda metà degli anni Novanta da Vincenzo Calia, il sostituto procuratore di Pavia che riaprì le indagini sulla morte di Enrico Mattei, la perizia dell’aeronautica è una delle prove più lampanti dell’occultamento dei fatti e del depistaggio avvenuti intorno all’assassinio del fondatore dell’Eni. Perché di assassinio si tratta, con buona pace dei negazionisti di ieri e di oggi.

Come ha accertato la Procura di Pavia nel 2003, al termine delle indagini, il Morane Saulnier 760 precipitato a Bascapè era stato sabotato la sera precedente con una piccola carica di esplosivo, mentre era parcheggiato nell’aeroporto di Fontanarossa, a Catania.  Mattei era stato convinto a recarsi in Sicilia dove pernottò la notte tra il 26 e 27 ottobre 1962 e dove scattò la trappola della sua eliminazione. Cosa nostra, attraverso Stefano Bontate e il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, fece solo un lavoro di fiancheggiamento. Il velivolo fu manomesso da mani molto esperte. A fare da innesco fu il sistema di apertura dei carrelli, che il pilota Irnerio Bertuzzi azionò quando il piccolo jet era già allineato alla pista di Linate, pronto per l’atterraggio.

 La perizia e varie altre carte inedite sulla sciagura di Bascapè figurano ora in un saggio di Chiarelettere che Business Insider Italia ha ricevuto in anteprima e che esce oggi in libreria. Ed è un saggio che non passerà inosservato, perché uno dei due autori è Calia. Il magistrato, che oggi è procuratore aggiunto della Procura di Genova, ha scritto la prima parte del libro, che contiene il racconto dell’inchiesta e le sue convinzioni profonde. Della seconda parte, sui presunti responsabili dell’omicidio, è invece autrice la giornalista di Euronews Sabrina Pisu. Che avanza una serie di ipotesi sui presunti mandanti frutto della massa di indizi emersa dalle indagini.

Calia smonta la tesi dell’incidente – accreditata dalla commissione amministrativa di inchiesta istituita dall’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti – e dimostra come l’aereo cadde per un’”esplosione limitata non distruttiva” all’interno del velivolo, innescata dal congegno di apertura del carrello anteriore. Gli accertamenti eseguiti dall’esperto di tecnologia dei metalli Donato Firrao su piccoli frammenti dell’aereo, su oggetti personali di Mattei e su schegge estratte dai corpi riesumati, hanno evidenziato sui vari reperti la “presenza di modificazioni” riconducibili a “una sollecitazione termica e meccanica di notevole intensità ma di breve durata, caratteristica dei fenomeni esplosivi”. In pratica, la certezza di un’esplosione. L’ingegner Firrao ha anche partecipato al collegio peritale sulla sciagura di Ustica.

La carica esplosiva era stata sistemata nel cruscotto, proprio davanti al sedile del pilota Irnerio Bertuzzi, a destra del quale era seduto Mattei. Bertuzzi perse il controllo del velivolo a causa della piccola deflagrazione, che invalidò tutti i passeggeri. Viaggiava a bordo anche il giornalista statunitense di Time-Life William McHale, che stava realizzando un reportage su Mattei e che accettò all’ultimo momento l’invito del presidente dell’Eni di ritornare con lui a Milano. I corpi furono in parte spappolati dall’esplosione, e frammenti umani furono espulsi all’esterno, per la disintegrazione del tettuccio in plexigas che chiudeva la cabina di pilotaggio, e ritrovati sparsi per i campi lungo la traiettoria opposta a quella di caduta dell’aereo. Uno dei testimoni chiave, l’agricoltore Mario Ronchi, che aveva visto nel buio della sera l’aereo in fiamme girare a vuoto nel cielo e che fu il primo ad arrivare sul luogo del disastro, fu convinto a ritrattare le interviste che aveva rilasciate al Corriere della Sera e alla Rai.

 Intorno al relitto – scrive Calia sulla base delle testimonianze – c’era un brulicare di uomini delle forze dell’ordine, di personale dell’Eni e di agenti in borghese del Sifar, il servizio segreto militare dell’epoca, a capo del quale il presidente del Consiglio in carica, Amintore Fanfani, aveva nominato due settimane prima il generale Giovanni Allavena, il cui nome figurerà molti anni dopo nelle liste della loggia massonica segreta P2. Testimoni ripescati da Calia a distanza di oltre trentacinque anni hanno dichiarato che l’ordine proveniente dalle alte sfere militari e politiche era di dimostrare che l’aereo fosse venuto giù per il maltempo o per una manovra errata del pilota, anche se su Linate la visibilità era buona, quella sera scendeva solo una leggera pioggia, come dimostrano le prove raccolte dal magistrato.

 Parti dell’aereo, tra cui il carrello anteriore tranciato di netto con la gomma integra, furono ritrovati a molte centinaia di metri dal relitto, come conferma il vastissimo repertorio fotografico rinvenuto da Calia, mai consultato dalla commissione di inchiesta né dai magistrati che indagarono all’epoca. Se l’aereo si fosse fracassato nell’impatto violento con il suolo, i rottami sarebbero dovuti rimanere intorno al relitto e i corpi all’interno della cabina, mentre la macabra presenza di arti e brandelli di carne penzolanti dagli alberi e della mano di Mattei trovata tranciata provavano l’esatto contrario. Era inoltre evidente che se l’aereo fosse esploso e si fosse incendiato al momento dell’impatto sul terreno – come sosteneva la commissione di inchiesta presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi –  le foglie dei pioppi a pochi metri di distanza avrebbero dovuto presentare almeno qualche segno di bruciatura. Invece gli alberi erano integri, come ha accertato Calia. E i resti umani trattenuti dai rami, sparpagliati in un raggio molto ampio, non potevano che essere “piovuti” dall’alto: dimostrazione ulteriore che il piccolo jet fu danneggiato in volo nel momento in cui il pilota, già in fase di atterraggio, aveva azionato la leva di comando delle ruote, che fu infatti rinvenuta in posizione “carrello giù”.

Il racconto di Calia è sorprendente per la quantità di prove e di testimonianze che il magistrato riesce a recuperare a distanza di così tanti anni e nonostante tutte le reticenze, le resistenze, i silenzi che ancora oggi avvolgono la vicenda di Enrico Mattei. L’aspetto più interessante e sconcertante è l’enorme e sistematica attività di depistaggio e occultamento delle prove fatta emergere da Calia con la sua tenace azione giudiziaria frutto di centinaia di interrogatori avvenuti nel più assoluto riserbo e della consultazione di documenti che fanno luce sul delitto. Un delitto maturato nelle alte sfere dello Stato, i cui mandanti non andavano ricercati all’esterno, tra le “sette sorelle” del petrolio con cui il presidente dell’Eni era ormai in procinto di scendere a compromesso, ma all’interno: nei potentati della Dc e negli apparati dello Stato più esposti nella lotta internazionale contro il comunismo, i quali vedevano in Mattei – nella sua straordinaria capacità di manovrare il parlamento e i partiti e di condizionare la politica estera – un nemico da abbattere.

Nell’immaginario collettivo la sciagura di Bascapé era stata fissata come un incidente e tale doveva restare. E tutti coloro che si discostarono dalla narrazione ufficiale dei fatti furono in qualche modo neutralizzati. Alcuni ci rimisero la vita, forse s’erano avvicinati troppo alla verità. Altri si lasciarono comprare con consulenze, prebende, libri e articoli ricattatori pubblicati, poi ritirati o solo minacciati.

Il cadavere di Mattei lascia sul campo una scia di sangue impressionante. La più inquietante è la morte di Marino Loretti, il motorista dei due Morane Saulnier con cui viaggiava Mattei, molto amico del comandante Bertuzzi. Loretti fu accusato di aver dimenticato un cacciavite nel motore di uno dei due jet durante un’attività di manutenzione (vicenda su cui si è molto ironizzato, passata alla storia come ”attentato del cacciavite”). In realtà il cacciavite era stato lasciato apposta da qualcun altro affinché la responsabilità potesse ricadere su Loretti: il quale fu rimosso dall’incarico e trasferito in Africa. Un tecnico di grande esperienza, uomo di estrema fiducia di Bertuzzi, veniva così allontanato dai Morane Saulnier prima dell’ottobre 1962, mentre il presidente dell’Eni riceveva pesanti minacce di morte e l’efficienza e la vigilanza sui suoi aerei divenivano ancora più importanti per la sua sicurezza. Loretti finì per dimettersi dall’Eni e per andare a lavorare per una piccola compagnia aerea. Morì nel 1969 pilotando un piccolo aereo tra Ciampino e Roma Urbe. I due motori si piantarono in fase di decollo e l’aereo precipitò.

 Qui comincia un’altra storia: Calia acquisisce agli atti le carte della commissione d’inchiesta che aveva accertato come causa dell’incidente di Loretti la mancanza di carburante e scopre, attraverso documenti e testimonianze, che l’aereo aveva cherosene più che sufficiente e che i motori s’erano piantati perché qualcuno durante la notte, a Ciampino, aveva versato parecchi litri d’acqua nel serbatoio. Loretti fa in sostanza la stessa fine di Mattei. E muore pochi mesi dopo aver inviato una lettera a Italo Mattei, fratello del fondatore dell’Eni, dove scrive di essere stato allontanato in modo intenzionale dall’incarico di motorista e di poter suggerire con le informazioni di cui è in possesso una nuova pista investigativa sulla morte di Enrico Mattei.

Perché la commissione d’inchiesta tacque sull’acqua nel serbatoio dell’aereo nonostante l’esame di un campione di carburante effettuato dai laboratori dell’aeronautica militare ne avesse rilevato la presenza? Perché collaborarono alle indagini un ingegnere e un capitano dei servizi segreti? Uno dei due, Romualdo Molinari, si trovava peraltro in Sicilia nell’ottobre 1962 come pilota di un gruppo di volo del comando dell’aeronautica militare antiSom di Fontanarossa nei cui hangar era stato ricoverato, nella notte tra il 26 e il 27, l’aereo di Mattei. Tante, troppe coincidenze.

 La scia di sangue avanza con la morte di Mauro De Mauro, il cronista del quotidiano di Palermo “L’Ora”, il cui rapimento trascinerà con sé altre morti. La sera del 16 settembre 1970, De Mauro si allontana sulla sua Bmw con alcuni uomini di Cosa nostra che lo aspettavano sotto casa e sparisce nel nulla. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. Era stato incaricato dal regista Francesco Rosi di ricostruire, per la produzione del film su Mattei, gli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni, trascorsi in Sicilia. De Mauro ripercorre il tragitto di Mattei. Va a Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna e poi a Riesi, il paese del mafioso Di Cristina, di cui era stato testimone di nozze Graziano Verzotto, il segretario regionale della Dc che curava le relazioni esterne dell’Eni in Sicilia. Va a Gela. E incontra a Palermo i potenti dell’epoca, tra cui Verzotto e l’avvocato Vito Guarrasi, una delle figure più ambigue della storia siciliana e nazionale, che nel 1943 aveva partecipato alla missione italiana presso il comando alleato ad Algeri. Ad amici e parenti De Mauro confida di avere in tasca uno scoop che farà tremare l’Italia. Come scrisse Leonardo Sciascia, forse aveva detto la cosa giusta alla persona sbagliata o forse la cosa sbagliata alla persona giusta.

 Sta di fatto che le indagini della polizia, indirizzate fin dal primo momento sulla pista Mattei, furono presto abbandonate a favore di quelle dei carabinieri, i quali sostenevano che De Mauro fosse stato rapito per i suoi articoli sui traffici di stupefacenti della mafia. L’allora colonnello Carlo Aberto Dalla Chiesta, comandante della legione dei carabinieri di Palermo, ebbe uno scontro verbale con la moglie di De Mauro, che imputava invece il rapimento del marito al lavoro sulla ricostruzione degli ultimi giorni di Mattei in Sicilia che lo aveva assorbito nei mesi precedenti. Come De Mauro era scomparso nel nulla, così si dissolsero le indagini sul suo conto.

 Calia studia le carte e nel 1988 chiama a deporre tra gli altri il sostituto procuratore di Palermo Ugo Saito incaricato delle indagini. Saito dichiara che l’ordine di annacquare le ricerche era partito dal capo dei servizi segreti, Vito Miceli, durante una riunione cui aveva partecipato il vicequestore Boris Giuliano (a sua volta ucciso dalla mafia), e che l’ultimo anello della catena delittuosa su cui indagava la Procura di Palermo era Amintore Fanfani. Saito aggiunge che era in procinto di trasmettere gli atti delle indagini su De Mauro alla Procura di Pavia, chiedendo l’arresto di Fanfani per l’omicidio di Enrico Mattei. E tira in ballo anche un altro nome: “Ho anche memoria del fatto che dagli atti potevano emergere ipotesi di responsabilità a carico di alcuni personaggi di rilievo della vita italiana. Fanfani, Cefis…”. Peraltro, stando alla ricostruzione di Junia De Mauro, figlia del giornalista, sembra che anche Mauro De Mauro attribuisse a Cefis “precise responsabilità sulla morte di Mattei”.

Eugenio Cefis era stato l’ombra di Mattei all’Eni. Allievo della scuola militare di Modena e poi agente del Sim, il controspionaggio militare fascista, Cefis è in Valdossola durante la resistenza come vicecomandante della divisione Valtoce e come organizzatore delle brigate “Di Dio”. Durante la guerra partigiana conosce Mattei, che è a capo delle formazioni cattoliche, il quale dopo la liberazione lo vorrà al suo fianco all’Agip. Quando nel 1953 nasce l’Eni, Cefis diventa il numero due del gruppo. E’ l’uomo delle operazioni riservate di Mattei. La sua interfaccia in Sicilia è l’avvocato Guarrasi, il suo acerrimo nemico il senatore Verzotto. Fulvio Bellini, autore di un famoso libro su Mattei, diceva che Cefis traesse il proprio potere non sono dal fatto di tenere in pugno un certo numero di deputati e senatori, ma anche dalla capacità di gestire somme di denaro rilevanti al di fuori dei fini istituzionali dell’Eni. Aveva il culto della segretezza ed erano suoi amici alcuni esponenti di punta dei servizi, da cui riceveva informazioni di prima mano e per i quali rappresentava a sua volta un punto di riferimento, come se avesse ricevuto una qualche investitura superiore. Un appunto dei servizi ritrovato da Scalia, il cui grado di attendibilità è tutto da dimostrare, lo indica come fondatore della P2. Di certo conosceva parecchi esponenti della loggia e il maestro venerabile Licio Gelli, con il quale restò in contatto fino al momento in cui questi non fu arrestato in Svizzera.

La sua carriera sembrava dovesse cessare nel gennaio 1962, quando Cefis lasciò l’Eni per ragioni mai chiarite. Ufficialmente si dimise per motivi personali. Italo Mattei sostenne invece che il fratello lo avesse allontanato perché ne aveva scoperto i maneggi e lo considerava un doppiogiochista asservito agli americani.
La sua uscita di scena dura però appena nove mesi. Subito dopo la morte di Mattei, Fanfani lo nomina infatti capo dell’Eni, dove resterà – prima come vicepresidente esecutivo e poi come presidente – fino al momento del suo sbarco in Montedison. L’Eni aveva scalato con i soldi dello Stato la più grande impresa chimica privata, che Cefis guidò con piglio risoluto fino al 1977, finché non decise di uscire per sempre dalla scena pubblica, andando a vivere in Svizzera ma continuando a curare i propri affari di famiglia sparsi tra l’Italia e il Canada.

 

Cosa sapeva Cefis della morte di Mattei? Cosa aveva capito? Mario Reali, che è stato a lungo rappresentante dell’Eni a Mosca nel periodo sovietico e che aveva rapporti con il primo ministro Aleksej Kossighin e con altre personalità dell’Urss, sostiene che Cefis conoscesse la verità sulla morte di Mattei. Sabrina Pisu cita fra le altre cose un appunto riservato trasmesso il 9 dicembre 1970 dal questore di Milano al ministero dell’Interno e alla divisione Affari riservati, dove si afferma che la responsabilità di Cefis nella morte di Mattei fosse molto più diretta di quanto si credesse allora e che nell’Eni più d’uno ne era convinto. Calia da magistrato non si pronuncia. Per lui parla l’inchiesta, anche se conclude il libro con una citazione di “Petrolio”, il romanzo di Pier Paolo Pasolini pubblicato postumo, di cui uno dei personaggi è Carlo Troya, alias Eugenio Cefis. La citazione è emblematica: “In questo preciso momento storico Troya sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore”.

L’ombra del caso Mattei con la sua sequenza di delitti si allunga fino alla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, dove nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 lo scrittore “corsaro” è assassinato in modo efferato. E ancora una volta il nome di Cefis è accostato, in tempi non sospetti, alla morte del fondatore del gruppo del “cane a sei zampe”: non da un magistrato, ma dal più grande intellettuale di quegli anni, il quale nelle sue opere andava denunciando la natura violenta, brutale e omologante del potere.

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Nostalgia del padre perduto

Mario Colavita

L’anno 1968 decretò la fine di un’epoca e la nascita di un’altra. In questo frangente la figura del padre, che era al centro della vita familiare, comincia a perdere colpi. Tra contestazioni e rivendicazioni, alla fine degli anni 60 si impone un nuovo modo di pensare la famiglia e la società senza i padri, quella che lo studioso Ferrarotti ha definito come gli anni dell’«incubo paterno».

I giovani degli anni 70 detronizzarono il padre dicendo che tutto ciò che sapeva di paterno diventava oppressivo, fu così che si impose una radicale rivolta contro il padre fino a decretarne la morte.

Questi giovani sono vissuti e cresciuti con un profondo rancore, una sorta di battaglia interiore contro il padre. Un’intera stagione senza il padre ha portato la futura generazione a sottovalutare e a “disprezzare” tanto la figura paterna quanto tutto ciò che attorno al padre circolava.

Un’intera generazione che ha divorato il padre, annullandolo. «Chi divora i padri – ha scritto Pietro Citati – finisce per generare dei padri molto più mostruosi che pretendono obbedienza fino alla morte».

La trasformazione della società, gli stili di vita, lo stravolgimento dell’idea stessa della famiglia hanno aggravato ancora di più la figura del padre che rimane, nonostante tutto, debole e indifeso. Oggi si parla tanto dell’assenza dei padri. La loro assenza «è tanto più sentita in quanto la famiglia è divenuta nel corso dei secoli un ambiente di arricchimento affettivo e la funzione del padre è stata fortemente contrassegnata da un elevamento della sua portata affettiva» (G. Mendel).

Nostalgia del padre

Una società senza padri sarebbe disastrosa e mortale. I figli di oggi hanno bisogno del padre come ogni uomo ha bisogno di respirare, di luce, di acqua… I padri oggi si sono trasformati in papà, dimenticando di dare fondamento all’identità paterna. Emblematica è la descrizione che fa dei padri lo scrittore ceco Milan Kundera: «Gli uomini si sono papaizzati, non sono più padri, ma solamente dei papà, ossia dei padri a  cui manca l’autorità di padre».

La scrittrice laziale Elena Bono nel romanzo Una valigia di cuoio nero sottolinea la crescente sensazione della società senza padri: «[…] noi tra gli stenti e poche croste di pane, eravamo tranquilli, senza paure, sotto l’ala del Padre […]. Adesso siamo tutti disperati, inseguiti come Caino, non tanto perché abbiamo ucciso Abele, ma perché abbiamo perduto il Padre».

Nell’Odissea di Omero Telemaco è il figlio di Ulisse. Il padre è costretto ad abbandonarlo per partire per la guerra di Troia. Resterà lontano da Itaca per vent’anni. Telemaco lo attende da sempre. La sua casa è invasa dai Proci, giovani principi senza scrupolo e avidi di potere. Ulisse torna, riabbraccia il figlio Telemaco e prepara con lui la vendetta.

Il desiderio di Telemaco è il ritorno del padre, simbolo della legge e della stabilità della vita. «Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli – dice Telemaco –, per prima cosa vorrei il ritorno del padre». Il desiderio di Telemaco non è desiderio nostalgico che il padre ritorni, ma che si mostri “padre”.  Nella notte dei Proci si accende la speranza del desiderio del figlio per il padre perché possa illuminare l’oscurità della depravazione e del nulla. In Ulisse, Telemaco ri-scopre la speranza della vita e la gioia della famiglia.

San Giuseppe, il padre-custode

La festa di san Giuseppe, che abbiamo celebrato di recente, è come un affacciarsi sul balcone della speranza del ritorno del padre evaporato, rottamato, assente e sabbioso. Lui, l’umile e il semplice carpentiere di Nazareth, diventa custode e custodito, testimone della paternità più grande.

In Giuseppe di Nazareth la Chiesa non celebra un devozionismo mieloso; al contrario, Giuseppe, uomo giusto e timorato di Dio, diventa il custode dell’incarnazione, il padre terreno del figlio di Dio. L’umile padre putativo di Nazareth custodisce e preserva il mistero dell’incarnazione. Contro la legge di Mosè, per rivelazione divina, Giuseppe protegge e custodisce la fragilità e la grandezza del mistero del Dio fatto uomo nel seno della Vergine Maria. Forse, lui non sa, ma accogliendo il frutto del seno della Vergine Maria, diventa il custode dell’inizio della redenzione. San Tommaso d’Aquino commentando il passo di Matteo dirà che Giuseppe riceve la rivelazione di Dio perché è un uomo di fede.

Papa Francesco, nell’esortazione sull’amore nella famiglia dice chiaramente che il dono del figlio inizia con l’accoglienza e la custodia lungo la vita (cf. Amoris laetitia 167); da qui l’invito ai padri a non rendere orfani i loro figli con la propria assenza e debolezza educativa.

Per papa Francesco oggi i padri devono recuperare una chiara e felice identità paterna per il bene integrale della famiglia. I figli – scrive papa Francesco – «hanno bisogno di trovare un padre che li aspetta quanto ritornano dai loro fallimenti […] non è bene che i bambini rimangano senza padri e così smettano di essere bambini prima del tempo» (AL 176).

Abbiamo bisogno di riscoprire e dare valore alla figura del padre. Papa Francesco è il padre dei padri (pater patrum), ci sta insegnando ogni giorno cosa significhi essere padre. In san Giuseppe, patrono della Chiesa, ci indica la custodia come valore per la nostra vita.

Giuseppe di Nazareth diventa custode con umiltà, fedeltà e costante presenza: «Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà e, proprio per questo, è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge».

SETTIMANA-NEWS 30 marzo 2017

La “Dragon Lady” (cattolica) di Hong Kong

Gianni Valente

Carrie Lam sembra avere un aspetto dimesso e riservato. Eppure, da domenica scorsa, per i giornali anglofoni locali è proprio lei la “dragon lady” di Hong Kong, la “signora di ferro” chiamata ad amministrare l’ex Colonia britannica per conto del governo di Pechino. Certi commenti sui website cattolici la insultano come «serva dei mandarini rossi».Ma lei ha anche studiato dalle suore, va a messa la domenica, prende parte alle iniziative della Caritas. E è convinta che anche il suo nuovo incarico fa parte del disegno di Dio sulla sua vita (lo ha confidato lo scorso gennaio, quando ha formalizzato la sua candidatura per succedere all’impopolare Leung Chun-ying).

Il comitato elettorale di 1194 rappresentanti “selezionati” che sceglie il Chief Executive (governatore) di Hong Kong le ha dato 777 voti contro i 365 del suo principale sfidante, John Tsang Chun-wah.Ngor. Da primo luglio prossimo, sarà lei a guidare la regione amministrativa speciale. Verrà anche il Presidente cinese Xi Jinping, per celebrare il ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong sotto l’autorità di Pechino.

La nomina di Carrie Lam non rappresenta una sorpresa. Era lei, prima donna scelta per quell’incarico, la candidata sostenuta dalla Cina Popolare. Il comitato votante, composto dai rappresentanti del business e delle corporazioni, rimane in gran parte allineato con la leadership politica cinese. La nuova Chief Executive, in veste di prima segretaria (Chief Secretary), era già il numero 2 della precedente amministrazione. Ma la sua lunga carriera di “civil servant” nelle istituzioni pubbliche hongkongesi era iniziata già nel 1980, ancora in pieno regime coloniale britannico, quando mancavano ben 17 anni al “ritorno” di Hong Kong sotto Pechino. Durante il dominio britannico, Londra non concesse mai libere elezioni a Hong Kong.

Carrie Lam guidava la task force che nel 2014 elaborò il progetto di riforma elettorale che avrebbe dovuto dare il suffragio universale agli hongkonghesi nella scelta del Chief Executive. Il disegno venne bocciato a inizio 2015, dopo l’intervento di Pechino – volto a pre-selezionare i possibili candidati alla carica – e la successiva protesta raccontata dai media come la “rivoluzione degli ombrelli” (autunno 2014). Il 27 marzo, appena dopo l’elezione di Carrie Lam, la polizia ha disposto l’incriminazione di 9 leader di quel movimento di protesta, con l’accusa di aver turbato l’ordine pubblico.

Nella fase di decadenza economica attraversata da Hong Kong, mentre i gruppi immobiliari e finanziari continuano a fare profitti, si allargano le disuguaglianze. La nuova Chief Executive, con la benedizione di Pechino, dovrà cercare soluzioni per lo stato di incertezza e sofferenza socio- economica percepito soprattutto in ampie fasce della popolazione giovanile. E davanti a questo scenario, tra i tratti del suo profilo già messi sotto osservazione dagli analisti, figura anche la sua fede e la sua appartenenza alla Chiesa cattolica.

Carrie Lam ha compiuto i suoi studi primari e secondari presso il Saint Francis’ Canossian College, rinomata scuola femminile gestita dalle Suore canossiane, dove era quasi sempre la prima della classe. Da giovane ha partecipato a qualche manifestazione contro il governo coloniale, di quelle organizzate dai movimenti democratici, e fin da allora – lo ha confidato in diverse interviste – avvertiva come prima vocazione il social work, il lavoro su problemi ed emergenze sociali. Negli anni giovanili aveva anche preso parte alle mobilitazioni per spingere il governo di Hong Kong a prendersi cura dei boat people, condividendo la mobilitazione di tante comunità e gruppi cristiani.

Prima dell’elezione, nel programma di Lam era apparsa la proposta di istituire a Hong Kong un organismo ad hoc per coordinare le relazioni con le comunità e le istituzioni religiose. Davanti alle immediate reazioni negative espresse da realtà e autorità religiose – a cominciare da una lettera del cardinale John Tong, vescovo cattolico di Hong Kong – la proposta è stata ritirata dai manifesti di programma, per ulteriori approfondimenti. Dalla diocesi cattolica dell’ex colonia britannica hanno fatto sapere che la mossa della candidata poi risultata vincente è destinata a mantener deste le preoccupazioni sul futuro della libertà religiosa a Hong Kong. Rappresentanti della diocesi hanno rimarcato che a Hong Kong le relazioni tra le comunità di fede e le autorità civili sono armoniose e costruttive, e non c’è alcun bisogno di creare organismi ad hoc incaricati di gestire la «politica religiosa» del governo locale.

A Lam sono andati 38 dei 60 voti espressi dai rappresentanti delle organizzazioni religiose e sociali. Ma nessuno dei dieci potenziali delegati cattolici ha votato per lei. Sette di loro non hanno espresso preferenze per nessuno dei tre candidati.

La nuova Chief Executive è destinata a non piacere ad alcuni dei gruppi e degli apparati cattolici di Hong Kong più mobilitati nella critica alla politica cinese. Per tali settori, l’antagonismo nei confronti di Pechino è diventato un distintivo della propria identità comunitaria. La sua dichiarata intenzione di lavorare per la riconciliazione della popolazione di Hong Kong e a favore delle classi più colpite dalla crisi dovrà fare i conti con giochi palesemente più grandi di lei. Nondimeno, la sua designazione già contiene segnali che non vanno occultati. Come il dato implicito che per le autorità cinesi la fede cristiana non è di per sé ragione di diffidenza o di ostracismo nella selezione di funzionari politici “fidati”. E poi, la credente praticante e non “militante” Carrie Lam, che prega e va a messa, forse non risulterà gradita agli apparati, ma potrebbe essere apprezzata anche dalla «maggioranza silenziosa» dei 600mila cattolici hongkonghesi. Quelli che non scendono in piazza contro Pechino, e non le sono ostili per partito preso. Quelli (compresa la stessa Carrie Lam) che hanno ricevuto un battesimo valido – singolo, non “doppio” – proprio come il Papa, i cardinali e gli “attivisti” e i portavoce ufficiali delle sigle ecclesiali.

in “La Stampa-Vatican Insider” del 30 marzo 2017

sulla politica di Trump i cattolici Usa divisi a metà

Alessandro Santagata

Il cardinale Peter Turkson è una figura chiave ai vertici della Santa Sede. Nei primi anni Duemila, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, è stato scelto da Bergoglio per guidare il nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Pesano dunque le parole pronunciate ieri a margine di un incontro sui 50 anni dalla Populorum progressio.

A una domanda sulle posizioni del presidente americano, Turkson ha risposto che sulle politiche statunitensi in materia di migrazioni, ambiente e riarmo a Roma «c’è un po’ di preoccupazione, ma per fortuna negli Stati uniti ci sono anche voci contrarie, in disaccordo e contro».

Il cardinale ha citato come un fatto positivo il secondo stop al bando contro le immigrazioni di un giudice delle Hawaii: «È il segno che c’è una parte della società statunitense che man mano alza la voce, usando un altro linguaggio: si spera che Trump stesso cominci a ripensare alcune sue decisioni».

Ora, non è la prima volta che dalla Santa Sede arrivano segnali di questo tipo – basti pensare alle dichiarazioni di gennaio sull’immigration ban dello stesso Turkson e di monsignor Angelo Becciu della Segreteria di Stato – ma questa volta la denuncia è più dura e, soprattutto, ha un referente specifico. Il cardinale infatti ha ricordato che «diversi membri dell’episcopato americano si sono già espressi sulle posizioni del presidente e potrebbero avere un qualche influsso su di esse».

L’invito È quindi alla Conferenza episcopale statunitense e al suo presidente Daniel Di Nardo, chiamato a svolgere una funzione di lobby contro la politica Trump. Un appello che si potrebbe scontrare però con la prudenza, quando non con le resistenze, di una parte significativa dell’episcopato.

La Conferenza ha accolto con soddisfazione la decisione del presidente di tagliare i finanziamenti alle ong che praticano o informano sull’interruzione di gravidanza all’estero. Non mancano poi vescovi che in sintonia con i movimenti pro-life vedono di buon occhio le posizioni di Trump, soprattutto sulle questioni eticamente sensibili e sui diritti civili.

Una maggiore convergenza tra le due sponde della Chiesa si registra invece in materia di spese militari e sul problema ambientale, particolarmente caro a Turkson, che ha collaborato alla stesura dell’enciclica Laudato si’.

Il cardinale ha osservato che, mentre la nuova amministrazione sta smantellando il Clean Power Plan di Obama, «c’è un’altra potenza mondiale come la Cina che sta ripensando le sue posizioni, ad esempio negli sforzi per controllare le temperature, ambito nel quale ha promesso di stanziare sette milioni di dollari».

Da parte sua, l’episcopato ha emanato un comunicato con cui si oppone al provvedimento, ma come sull’immigrazione, non appare davvero intenzionato a dare battaglia.

Risulta dunque evidente che si è venuta a creare una sorta di discrasia tra il profilo della Chiesa disegnato da papa Francesco, che trova nei Movimenti popolari il suo referente politico più gradito (un rapporto non casualmente gestito in prima persona con il cardinale Turkson), e un cattolicesimo americano che è stato decisivo nell’elezione di Trump alla presidenza, che in maggioranza considera ancora come priorità la bioetica e gli interessi politici confessionali e che appare oggi attraversato da correnti diverse.

Nell’intervista al El Pais del 22 gennaio il papa ha assunto un atteggiamento di attesa, facendo un passo indietro rispetto alle stilettate della campagna elettorale e lasciando ai suoi collaboratori più stretti il compito di esprimere il pensiero della Santa Sede.

Alla luce delle tendenze attuali è possibile però che il pontefice si sentirà chiamato a esporsi in maniera più esplicita del messaggio al Super Bowl e al momento ancora non sappiamo se ci sarà l’incontro con Trump in occasione del G7 di maggio.

Se a tutto ciò si aggiunge che nell’amministrazione statunitense si potrebbero essere intensificati i contatti con il cardinale americano Raymond Burke e con l’ala più dura dell’opposizione a Francesco, ci sono tutti gli elementi per ipotizzare un clash dalla valenza politica internazionale.

in “il manifesto” del 31 marzo 2017

La Moschea di Parigi: così è l’islam in Francia

Giorgio Bernardelli

Venticinque punti sui temi più caldi relativi al rapporto tra l’islam e la Francia repubblicana. Per delineare «non un islam francese, ma l’islam nella Francia di oggi». È un’iniziativa di ampio respiro quella che la Moschea di Parigi lancia alla comunità musulmana di un Paese scosso dai recenti attentati jihadisti ma anche dall’«islamopsicosi», dilagante nella società e nella politica francese. Il testo – pubblicato integralmente dal settimanale Le Point – è firmato dal rettore della moschea Dalil Boubakeur e si propone come una risposta precisa «alla stragrande maggioranza di musulmani francesi» che domandano un testo che delinei con chiarezza «i loro diritti e doveri di fede» nel contesto della società francese.

Importante la fonte e il momento del pronunciamento: la Grande Moschea di Parigi, nel V arrondissement, è la più grande moschea di Francia (seconda per dimensioni solo a quella di Roma in Europa). Inaugurata nel 1926 «è un’istituzione creata da una legge dello Stato, ed è cosciente delle sue responsabilità in seno alla comunità musulmana francese», recita la premessa del documento, che attacca polemicamente «la tendenza a designare autorità di tutela esterne», che con «paternalismo» vorrebbero regolare l’espressione della fede religiosa musulmana nella società francese. La Moschea di Parigi si dichiara, al contrario, essa stessa preoccupata per la crescita di «un’interpretazione sbagliata dell’islam , basata su una lettura selettiva e parziale dei testi, che porta all’oscurantismo, alla pedanteria ignorante, alla misoginia, al settarismo e al rifiuto dei valori repubblicani». Anche se cita poi le inchieste sociologiche secondo cui i tre quarti dei musulmani in Francia oggi vivrebbero un islam «tranquillo, tollerante, benevolo, repubblicano e laico».

La dichiarazione vuole comunque essere un’occasione di chiarezza per tutti. «L’islam in Francia non è un nuovo islam, né un’innovazione – recita il primo punto -. L’islam in Francia è semplicemente la chiarificazione del dogma in rapporto alla realtà di oggi. L’islam in Francia è il risultato della reinterpretazione dei testi all’interno di un contesto, vale a dire il risultato dell’ijtihad». Quest’ultimo riferimento è importante, perché proprio il termine arabo inserisce la discussione sull’interpretazione in un ambito preciso del dibattito tra giuristi islamici.

L’altro riferimento dottrinale importante è alla Costituzione di Medina, un testo attribuito al profeta Muhammad stesso che disciplinava i rapporti con ebrei e cristiani in quanto popoli del Libro. Da questa fonte il documento della Moschea di Parigi parte per affermare che «ogni forma di antisemitismo è contraria all’insegnamento del Profeta» e per richiamare alla virtù della tolleranza e della benevolenza, perché solo Dio è giudice. Quanto alla guerra viene ricordato il versetto della seconda Sura del Corano sul divieto di dichiarare il jihad se non per legittima difesa contro un aggressore e l’indicazione secondo cui se l’avversario è disposto alla pace il musulmano ha il dovere di cercarla. «I criminali che si pretendono jihadisti – afferma il testo diffuso a Parigi – sono empi usurpatori del jihad e di conseguenza anche empi usurpatori dell’islam, che è una religione di pace» perché «la più nobile forma di jihad è il dominio di sé».

Al di là della presa di posizione netta sul tema della violenza religiosa, però, la dichiarazione della Moschea di Parigi è interessante soprattutto per altri aspetti legati alla vita di un musulmano in Francia. Intanto offre una serie di criteri ai fedeli: invita a diffidare dai telepredicatori, mette in guardia da «un’osservanza ottusa e ossessiva di regole senza una finalità spirituale», indica l’obbligo di rispettare l’etica della reciprocità («non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi»), spiega che di fronte alle menzogne e ai pregiudizi sull’islam la miglior risposta da parte di un musulmano è «compiere atti di beneficienza».

Sul rapporto con le istituzioni del Paese si afferma che la Francia non è un Paese islamico, ma una terra di coesistenza tra religioni e anche con i non credenti. In questo contesto i musulmani devono rispettare i valori e le leggi della Repubblica. «Per esempio – si spiega – dal momento che la blasfemia e le caricature religiose sono autorizzate dalla legge francese, è possibile dichiararsi offesi, ma non si può esigere che siano vietate o reagire con la violenza. Più in generale, i musulmani non hanno il diritto di esigere che la Francia modifichi i propri valori e le proprie leggi per convenienza rispetto alla propria fede, così come neanche i cristiani, gli ebrei, gli atei o gli agnostici hanno questo diritto».

Il testo continua poi mettendo in chiaro che anche per i musulmani in Francia «i castighi corporali e la poligamia non si giustificano più e non hanno più ragion d’essere. Allo stesso modo si impone l’uguaglianza tra uomini e donne». Quanto al corpo e al modo di vestirsi la Moschea di Parigi scrive che la tradizione musulmana parla in linea generale di «abbigliamento pudico e adatto alle circostanze», ma questo non si traduce nell’indicazione di indumenti precisi.

Interessante anche la parte dedicata al rapporto con la scienza: il testo mette in guardia da ogni oscurantismo, precisando che sul tema dell’origine del mondo non c’è nessuna incompatibilità tra la fede musulmana e teorie come l’evoluzionismo. Nel paragrafo sul Ramadan, infine, si precisa che le sue prescrizioni non cancellano il dovere elementare del rispetto dei vicini: di qui l’invito a non disturbare gli altri, soprattutto di notte.

in “La Stampa-Vatican Insider” del 30 marzo 2017

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PROCLAMATION DE L’ISLAM EN FRANCE

Préambule :

La Grande Mosquée de Paris, institution créée par une loi d’État, est consciente de ses responsabilités au sein de la communauté musulmane française, en termes de réflexion, d’interprétation et d’éclairement religieux. Elle sait qu’il est de son devoir d’accompagner les Français de confession musulmane sur leur chemin spirituel.

Elle est soucieuse de la montée en puissance, au sein de la société française et parmi tout un pan de ses élites politiques, médiatiques et intellectuelles, d’une extrême diabolisation de la minorité musulmane : l’islamophobie. Cette dernière est la conséquence de l’islamopsychose, qui est une représentation délirante, c’est-à-dire déconnectée de la réalité, de ce que sont réellement l’islam et les Français de confession musulmane.

Elle s’alarme du fait que l’islamophobie et l’islamopsychose françaises soient de nos jours assurément comparables en gravité à l’antisémitisme français de la fin du XIXe siècle.

Elle condamne la tendance actuelle à vouloir désigner des autorités de tutelle, n’étant pas de confession musulmane, aux fins d’encadrer avec paternalisme l’expression du fait religieux musulman dans la société française : ceci, au mépris de la liberté religieuse et de la séparation des églises et de l’État.

Elle s’inquiète de la montée en puissance, au sein de la communauté musulmane française, d’une interprétation erronée de l’islam, reposant sur une lecture du texte sélective, partiale, et au premier degré, qui conduit à l’obscurantisme, à la pédanterie ignorante, à la misogynie, au sectarisme, et au refus des valeurs républicaines. Elle constate toutefois que les prêcheurs de cette lecture égarée de l’islam sont marginaux en France, et que les croyants qui y adhèrent sont minoritaires.

Elle constate que selon les enquêtes sociologiques disponibles les plus récentes, approximativement les trois quarts des Français de confession musulmane vivent déjà dans un islam paisible, tolérant, bienveillant, républicain et laïc.

Elle constate que cette immense majorité des Français de confession musulmane est demandeuse d’un texte de clarification de leurs droits et devoirs dans leur foi.

Ouverte au dialogue spirituel que ce texte ne manquera pas de susciter, la Grande Mosquée de Paris exprime donc par la présente, à l’attention de la communauté musulmane française mais aussi de tous les hommes et femmes de bonne volonté en France et dans le monde, la présente Proclamation.

“la proclamation de l’islam de France de la Grande Mosquée de Paris”

Proclamation :

  1. L’islam en France n’est ni un nouvel islam, ni une innovation. L’islam en France est simplement la clarification du dogme au regard des réalités d’aujourd’hui. L’islam en France est la résultante de la réinterprétation du texte dans le contexte, c’est-à-dire l’ijtihad.

  2. Tout musulman doit prendre garde à ne pas chercher sa culture religieuse auprès de sources, de prédicateurs, de prêcheurs télévisuels, qui ne sont pas reconnus par les savants les plus respectés de la communauté. Il doit préférer directement lire les écrits de tels savants. Il doit se prémunir en la matière du péché de vanité, qui consiste à donner des leçons à autrui sur ce qu’est un bon ou un mauvais musulman quand on n’a soi-même qu’une culture religieuse péremptoire, superficielle et approximative.

  3. Tout musulman doit prendre garde à ne pas verser dans l’observation irréfléchie et obsessionnelle de règles sans finalité spirituelle. Tout musulman doit se prémunir des diversions superficielles, pour se concentrer sur le respect des principes spirituels de sa foi.

  4. Est musulman celui qui croit en l’unicité d’Allah, dieu unique et universel, et en la révélation divine faite au dernier prophète Mohammed (paix et bénédictions soient sur lui).

  5. Tout musulman a le devoir de respecter l’éthique de réciprocité : il faut en tous points traiter autrui comme l’on voudrait soi-même être traité. La tradition prophétique dit en effet : « Vous ne serez musulmans que quand vous voudrez pour les autres ce que vous voulez pour vous-mêmes. »

  6. Tout musulman a le devoir d’être miséricordieux : le saint Coran insiste sur la nécessité de savoir pardonner.

  7. Tout musulman a un devoir de solidarité : il doit pratiquer l’aumône au bénéfice des plus pauvres, à proportion de ses moyens.

  8. Tout musulman a le devoir de cultiver sa connaissance des sciences et des savoirs de tous ordres. Il s’ensuit que l’obscurantisme, le refus de la science, le refus du progrès scientifique, sont des lectures erronées de l’islam.

  9. Allah a créé l’Univers et tout ce qu’il contient. Les théories scientifiques actuelles les plus avancées laissent sans réponse la question de la cause première de la naissance de l’Univers. Il s’ensuit qu’elles sont compatibles avec l’islam.

  10. Allah a créé l’humanité. Il n’y a nulle contradiction entre la création de l’humanité selon le saint Coran, qui révèle métaphoriquement qu’Adam a été façonné à partir de la terre, et les théories scientifiques actuelles les plus avancées, selon lesquelles l’humanité a été façonnée au fil de l’évolution successive d’espèces terrestres.

  11. Allah a créé l’humanité en la voulant fraternelle. Tout musulman doit donc militer en toutes circonstances pour la paix et contre la guerre, pour la fraternité et contre le racisme, pour les paroles de concorde et contre les paroles de haine.

  12. Lorsqu’il entend quiconque asséner des mensonges et des préjugés sur ce qu’est l’islam et sur ce que sont les musulmans, la meilleure réponse d’un musulman est d’accomplir des actes de bienfaisance.

  13. Comme le rappelle la tradition prophétique, la pratique de la prière ne doit en aucune manière produire du désordre ou du trouble.

  14. La France n’est pas une terre d’islam : elle est une terre où coexistent plusieurs religions dont l’islam, ainsi que des habitants qui sont athées ou agnostiques. Dans ce contexte, tout musulman doit évidemment respecter les valeurs et les lois de laRépublique française. Par exemple, puisque le blasphème et la caricature religieuse sont autorisés par la loi française, l’on peut s’en déclarer blessé ou offensé mais il ne faut ni exiger leur interdiction ni réagir par la violence. Plus largement, bien évidemment, nul musulman n’a le droit d’exiger que la France modifie ses valeurs et ses lois pour convenir à sa propre foi, tout comme nul chrétien, nul juif, nul athée, nul agnostique, n’en a le droit.

  15. Au sens de la loi de 1905, la laïcité est un principe de neutralité de l’État, de l’administration, des services publics, et des fonctionnaires, en ce qui concerne les religions et la spiritualité. En d’autres termes, la République française ne finance aucun culte, n’accepte aucune demande formulée au nom d’un culte, ne favorise aucun culte, ne pratique pas d’ingérence dans la vie d’un culte, et se contente de donner aux communautés religieuses les mêmes droits et les mêmes devoirs qu’à toute association d’habitants du pays, qu’elle soit cultuelle ou pas. Sa définition ainsi rappelée, l’existence du fait religieux musulman dans la société française est compatible avec la laïcité.

  16. La laïcité n’est pas un principe d’intolérance envers la manifestation du fait religieux dans l’espace public. Celles et ceux qui veulent la redéfinir ainsi se fourvoient et méconnaissent gravement la loi de 1905.

  17. Concernant les versets consacrés au devoir de chasteté et de pudeur en matière vestimentaire pour les hommes et les femmes, il faut retenir le principe général d’une tenue vestimentaire pudique en toutes circonstances, et non pas les vêtements précis qui sont cités. Il s’ensuit qu’hommes et femmes de confession musulmane ont simplement le devoir de s’habiller d’une façon décente.

  18. Dans un esprit de contextualisation nécessaire aux pratiques de la foi musulmane aujourd’hui, les châtiments corporels, la polygamie, ne se justifient plus et n’ont plus lieu d’être. Dans le même esprit, l’égalité entre hommes et femmes s’impose.

  19. Dans ses relations sociales, familiales et affectives, tout musulman doit faire preuve d’une maturité épanouie et responsable.

  20. Dans sa vie quotidienne, tout musulman doit faire preuve de tempérance et chercher le juste milieu.

  21. Tout musulman consomme de la viande halal. La souffrance animale ne saurait être admise par Allah. Il est donc nécessaire de réduire au maximum la souffrance causée à l’animal.

  22. Durant le mois de Ramadan, tout musulman s’abstient de boire, de manger, d’avoir des relations sexuelles, et de fumer s’il est fumeur, depuis l’aube jusqu’au coucher du soleil, afin de commémorer la révélation coranique. En cas d’incapacité, le croyant est tenu de remplacer son jeûne par une aumône ou par le fait de jeûner un autre jour. Les personnes malades, ainsi que les femmes durant leurs menstruations et leur grossesse, sont dispensées du jeûne. La règle qui suspend le jeûne lorsque l’on est en voyage ne vaut évidemment pas pour un trajet de quelques heures en train ou en avion. En outre, le Ramadan implique que les musulmans fassent montre de respect à l’égard du voisinage : il ne faut pas importuner la population, notamment pendant la nuit.

  23. Le prophète Mohammed (paix et bénédictions soient sur lui) avait proclamé lui-même, au moyen de la Constitution de Médine, que tous ceux qui croient en l’unicité d’Allah, qu’ils soient musulmans, juifs ou autres, faisaient partie de la même communauté du Livre. Il s’ensuit que toute forme d’antisémitisme est contraire à l’enseignement du prophète Mohammed lui-même (paix et bénédictions soient sur lui). Plus largement, sur son exemple, l’islam implique les vertus de tolérance et de bienveillance, car seul Dieu est juge.

  24. Il est explicitement interdit à tout musulman de déclencher une guerre, car ce type de djihad n’est permis qu’en situation de légitime défense contre un agresseur (Coran 2, 190). En outre, si l’adversaire est disposé à faire la paix, les musulmans ont le devoir de chercher eux aussi à obtenir la paix. Il s’ensuit que les criminels qui se prétendent « djihadistes » sont des usurpateurs impies du djihad et par voie de conséquence, des usurpateurs impies de l’islam, qui est la religion de la paix.

  25. Le djihad le plus noble est l’effort de maîtrise de soi, de dépassement de soi, pour atteindre les vertus du meilleur des musulmans.

Fait à Paris, le 28 mars 2017, Le recteur de la Grande Mosquée de Paris, Docteur Dalil Boubakeur

 

L’arcivescovo di Dublino: Noi irlandesi europeisti convinti”

Diamund Martin intervistato da Salvatore Cernuzio

La Brexit? «In Irlanda siamo europeisti convinti. Speriamo di consolidare nel nuovo sistema i rapporti già esistenti con la Gran Bretagna». La situazione delle famiglie in Irlanda? «Lottiamo in una società profondamente secolarizzata, ma dove sono radicati i valori cristiani». Infine la Chiesa, verso la quale nell’isola si nutre «una profonda rabbia» a causa dei vecchi scandali di abusi – da cui «stare ancora in guardia» – o vicende come il recente ritrovamento di cadaveri di bambini vicino un istituto religioso a Tuam. Monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, ne parla con Vatican Insider a margine della conferenza di presentazione della Lettera del Papa per l’Incontro mondiale delle famiglie che si terrà nel 2018 in Irlanda.

Che impatto ha avuto la Brexit sull’isola? È notizia di oggi che centinaia di persone provenienti dalle comunità di confine tra le due Irlanda sono scese in piazza a protestare…

«Ci sono problemi particolari. Il governo inglese, nell’annuncio di Theresa May, ha detto che rispetteranno il carattere particolare dei rapporti tra l’Irlanda del nord, che è parte dell’Unione Europea, e la Repubblica d’Irlanda che è un Paese membro della UE (l’unico ad avere un confine diretto con la Gran Bretagna). L’Unione Europea ha contribuito fortemente al processo di pace in Irlanda, ha accompagnato i popoli, ha finanziato progetti e programmi di integrazione, nessuno vorrebbe indebolire questo».

C’è quindi paura da parte della popolazione per questa svolta storica?

«Paure sì, ma soprattutto speranze. Ad esempio, dal momento dell’indipendenza della Repubblica d’Irlanda c’è stato il passaggio senza il controllo del passaporto tra i due Paesi: speriamo che questo possa continuare, anche se bisognerebbe negoziarlo. L’Irlanda ha anche contatti commerciali con la Gran Bretagna e speriamo che questi possano continuare e consolidarsi nel nuovo sistema. Una cosa che molte persone non ricordano, poi, è che quando si parla di immigrati in Irlanda il gruppo più numeroso sono cittadini britannici; d’altra parte, c’è un enorme numero di irlandesi che risiede in Inghilterra e che, in alcuni casi, può anche votare alle elezioni politiche. Quindi ci sono molte cose da valutare… In Irlanda siamo europeisti convinti, vogliamo vedere fiorire questa Europa che è importante per noi, per gli Stati membri, per il mondo. Fiorire non solo in termini economici, ma di quei valori che l’Europa rappresenta come ricordato dal Papa ultimamente. Un’altra speranza è che anche con una Gran Bretagna fuori dalla UE non possa cambiare questa visione del Vecchio Continente».

Spostando lo sguardo sull’isola, qual è, invece, la situazione delle famiglie e, in particolare, delle famiglie cattoliche? Ricordiamo il referendum per le unioni gay del 2015 o il fatto che, a inizio mese, come Chiesa siete intervenuti contro proposte di modifiche della Costituzione sul diritto alla vita dei bambini non nati…

«Noi da sempre partecipiamo al dibattito pubblico sulla questione dei valori, sul loro futuro e su temi specifici come il matrimonio, l’aborto e via dicendo. In generale il numero di persone che si sposano in Chiesa sta diminuendo, o meglio, rimane ancora alto rispetto ad altri Paesi. Tuttavia anche l’Irlanda si è agganciata a quella corrente che caratterizza tutta l’Europa. C’è una mescolanza di fede e secolarizzazione: l’Irlanda è fortemente secolarizzata, ma le radici della fede cristiana sono ancora solide. Allora la sfida è cercare di raggiungere le persone che ancora condividono elementi di fede sulla visione del matrimonio e aiutarle a capire cosa offre l’adesione cristiana alla loro vita quotidiana. Purtroppo questa situazione è anche una conseguenza di una tendenza a inquadrare temi come la sessualità in categorie di peccato e a condannare le persone piuttosto che a condurle e accompagnarle verso diversi cammini. Anche quando i tentativi di unione falliscono – e capita non

solo una volta, ma anche una volta dopo l’altra – bisogna avere la pazienza di Dio. Spesso sottovalutiamo questo nelle strutture pastorali».

La Chiesa è una voce ascoltata in Irlanda? O gli scandali di abusi oppure casi come il ritrovamento dei corpi a Tuam l’ha resa meno credibile?

«Quest’ultima vicenda è stata un vero choc per tutti. In questo momento c’è molta rabbia da parte delle persone verso la Chiesa. Però bisogna vedere cosa si intende per Chiesa: se facessi un sondaggio per valutare le diverse categorie della società di cui la gente ha rispetto, il “nostro prete”, il sacerdote della mia città, del mio paesino, sarebbe tra i primi dieci posti. C’è grande fiducia nel lavoro che il prete fa – se lo fa – nella comunità. Le critiche sono verso la Chiesa come “sistema”. Anche questi sacerdoti sono arrabbiati. È colpa principalmente della cultura del clericalismo, quella che il Papa critica continuamente, che ha istituzionalizzato la Chiesa spingendola a invadere troppo spazio nella società, a cadere nelle diverse tentazioni e non lasciare la libertà del messaggio di Gesù Cristo. Ora la tendenza sta cambiando, ma il clericalismo rimane un problema».

Si può dire quindi che una visita del Papa nel 2018, in occasione del raduno mondiale delle famiglie di Dublino, sarebbe un grosso incoraggiamento…

«Non sappiamo se il Papa verrà. A me ha parlato di “un desiderio di venire” in Irlanda. Bisogna aspettare però di capire quale sarà la situazione a Roma e nel mondo, l’agenda del Pontefice è dettata da vari fattori. Io spero tanto che venga in modo da dare alle famiglie irlandesi che, come dicevo, vivono in questo contesto di mescolanza tra fede e secolarizzazione, una spinta a progredire nelle loro capacità, a vivere pienamente l’amore coniugale e verso i figli secondo le indicazioni della Amoris laetitia. Quando il Papa parla dell’amore non parla di un vago romanticismo. Per lui l’amore coniugale si vive in ogni situazione: di fragilità, di fallimento, di grande impegno. È vero che ci sono delle ideologie che contestano la famiglia, ma parlando con famiglie della mia diocesi vedo che i problemi sono ben altri. Ad esempio, la mancanza di misure sociali e politiche, le difficoltà per avere un’abitazione adeguata anche da parte di nuclei che comprendono membri handicappati. Sono questi i problemi della famiglia oggi… Spero che il raduno del 2018 possa infatti rinnovare una politica per le famiglie, che sostenga davvero le persone, a prescindere se credenti o non credenti. A maggior ragione con la presenza del Santo Padre».

Tra l’altro, si tratterebbe della prima visita di un Papa dopo lo scandalo degli abusi…

«La Chiesa in Irlanda negli ultimi anni ha fatto i conti più volte con questo dramma. Io dico sempre che il numero di abusi all’interno della Chiesa sia di gran lunga minore rispetto a quelli che si registrano nella società. Il grande scandalo, però, è il fatto che essi siano avvenuti nella casa di Cristo. Gesù ha indicato i bambini come segno del Regno di Dio e la Chiesa deve fare penitenza. Durante una eventuale visita del Papa non si potrebbe nascondere che tutto ciò, purtroppo, è accaduto; tantomeno si può dire: “È passato, non pensiamoci”. In questi anni abbiamo fatto grandi progressi nel rinnovamento e nell’applicazione delle misure per contrastare abusi e pedofilia nelle parrocchie e nelle scuole. Bisogna però stare sempre in guardia e fare in modo che non accada mai più».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 30 marzo 2017

La crisi demografica in Europa. Una minaccia per il suo futuro

Gian Carlo Blangiardo 

Si chiama “Statistiche Report”, ma sembra quasi un bollettino di guerra. Ci si riferisce all’ultimo resoconto via web con cui recentemente l’Istat, nel diffondere gli “Indicatori demografici 2016” ci ha ufficialmente informato che lo scorso anno «la popolazione italiana ha perso 86 mila residenti», che «la natalità ha stabilito un nuovo record al ribasso nella storia del Paese», che il saldo naturale (nascite meno decessi) «è negativo e rappresenta il secondo maggior calo da circa un secolo» e, infine, che «il flusso di nostri connazionali trasferitisi all’estero – in molti casi si tratta di una vera e propria “fuga” di giovani italiani – è aumentato del 12,6% rispetto all’anno precedente». Come si vede, non mancano spunti su cui sarebbe doveroso soffermarsi – come abbiamo fatto in più occasioni –, sia per capire “come mai” siamo arrivati a vivere una crisi demografica di questa portata, sia per cercare di immaginare “con quali modalità” venirne fuori il più in fretta e nel miglior modo possibile.

Limitiamoci tuttavia al tema che, tra i molti sollevati dal Rapporto, è certamente più eclatante e rappresenta il nodo centrale – la causa principe – del cambiamento demografico che stiamo vivendo: l’inarrestabile caduta della natalità, un fenomeno che in otto anni ha registrato un salto che equivale a qualcosa come 100mila nati in meno (-18% tra il 2008 e il 2016). A tale proposito l’Istat sottolinea come nel 2016 si sia ulteriormente scesi a 474mila nascite, a fronte delle 486 mila del 2015, segnando una nuova riduzione del 2,5% che conferma il “miglioramento” del record al ribasso, in un Paese dove ormai da 39 anni non si riesce a mettere al mondo un numero di nati sufficiente a garantire il semplice ricambio generazionale. E non possiamo certo consolarci per il fatto che la discesa della fecondità interessi pressoché tutte le popolazioni economicamente più sviluppate e non sia solo una prerogativa italiana. Non sorprende che anche altrove gli effetti della crisi economica, che dal 2007 ha creato incertezza e aumentato la disoccupazione (specie tra i giovani), si siano fatti sentire sui comportamenti riproduttivi.

Basti osservare come il numero medio di figli per donna negli Stati Uniti sia sceso da 2,12 nel 2007 a 1,84 nel 2015. E come in Europa, nello stesso intervallo di tempo, un’analoga riduzione – seppur di tono decisamente inferiore – abbia interessato il Regno Unito (da 1,86 a 1,80), la Svezia (da 1,88 a 1,85) e persino la Francia (da 1,96 a 1,92), ultimo baluardo nel vecchio continente – con Irlanda e Islanda – a scendere sotto la soglia dei “due figli per donna” nel corso dell’ultimo decennio. Ma è proprio alla Francia che conviene guardare per cogliere la reale dimensione di quanto sta accadendo alla natalità nel nostro Paese. I cugini d’oltralpe, 64,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2017, non sono poi così più numerosi dei 60,6 milioni di italiani che l’Istat ha conteggiato alla stessa data, eppure nel corso 2016 sono state 273 mila le nascite che hanno fatto la differenza tra i due Paesi (in Francia se ne sono avute il 58% in più). E mentre tra il 2008 e il 2016 – in costanza di crisi economica – sono nati in Italia solo 4,8 milioni di bambini, oltralpe ne sono venuti al mondo ben 7 milioni.

Come si spiega un divario così consistente? La risposta va cercata nel quadro dell’ampio e coerente pacchetto di politiche sociali e familiari – con contributi economici e benefici anche di ordine fiscale – su cui può contare la popolazione francese, diversamente da quella italiana. Misure che sembra siano valse in buona parte ad attenuare i condizionamenti negativi della crisi economica sulle scelte di fecondità, per lo meno in corrispondenza delle famiglie in cui la donna era in età “più matura”. I dati degli ultimi anni mostrano, infatti, un sostanziale tenuta – persino una lieve crescita – per la fecondità delle francesi ultratrentenni, mentre al contrario segnalano un ribasso in corrispondenza delle più giovani. Ben diversa è la realtà italiana, dove accanto al forte calo della fecondità tra le giovani donne – in parte riconducibile al crescente allungamento dei tempi di avvio della vita di coppia – si osserva altresì una significativa riduzione della propensione alla maternità in corrispondenza della fascia delle 30-39enni. Ossia di donne che spesso hanno già un primo figlio e che, senza adeguati aiuti sul piano economico e dell’organizzazione della vita familiare (lavoro, cura dei figli, casa, ecc.) tendono a procrastinare la scelta di una nuova maternità e quindi spesso a rinunciarvi definitivamente.

Di fatto, se è vero che il crescente disagio giovanile “nel segno della crisi economica” e le conseguenti decisioni che portano al rinvio della genitorialità sembrano fenomeni che travalicano i confini nazionali entro lo spazio europeo (e non solo), è pur vero che, come testimoniano le più recenti tendenze, il calo della fecondità si è diffuso anche in Paesi che hanno meno risentito (o per meno tempo) l’effetto penalizzante dei venti di crisi. L’impressione che si ha a volte, leggendo i dati demografici di questa Europa così poco vitale, è che oltre alle motivazioni legate alle condizioni di contesto entro cui maturano le scelte procreative, vi sia sullo sfondo anche un clima culturale che spinge gli abitanti della “vecchia Europa” ad affrontare tali scelte sempre più con un approccio riduttivo legato alla visione del presente; come se fossero incuranti del futuro e irrimediabilmente spersi nel costante impegno di orientarsi e scontrarsi con le mille problematiche della vita quotidiana. Alcuni rinunciano a fare altri figli perché ormai relativamente maturi e convinti che l’obiettivo primario sia quello di gestire al meglio, più che sviluppare, la propria realtà familiare, altri rinunciano (o rimandano) perché ancora giovani e talvolta privi (o privati) di speranze e stimoli per compiere scelte importanti e impegnative come è, per l’appunto, quella del vivere l’esperienza di una propria famiglia e dell’essere genitori.

Tutto questo entro il mosaico di differenti realtà nazionali che – definite da condizioni economiche, sociali, normative, ambientali, ecc. – possono aiutare le coppie nella decisione di avere un (o un altro) figlio, come nel caso francese, o viceversa possono abbandonarle a vedere tale scelta unicamente come un loro “fatto privato”, ed è quanto avviene normalmente in Italia. Salvo poi, in quest’ultimo caso, esporsi alle conseguenze dei cambiamenti – basti pensare ai temi “nostrani” delle pensioni e della sanità – che derivano dal non aver tempestivamente perseguito l’obiettivo di un adeguato ricambio generazionale. In conclusione, i dati statistici lasciano intendere come la crisi demografica che investe l’Europa non sia solo un fatto congiunturale. La velocità con cui stanno cambiando i modelli di vita e il sistema dei valori rischia infatti di consolidare e rendere strutturali quegli stessi fenomeni che pur hanno avuto origine da fattori e da eventi congiunturali. Dobbiamo convincerci che la crisi demografica che stimo vivendo è importante e pericolosa per gli equilibri delle società europee almeno quanto la crisi economica (se non di più), e come tale va attentamente seguita e adeguatamente contrastata sia con gli strumenti della politica, sia (forse ancor di più) sul piano della cultura e della difesa dei valori.

AVVENIRE venerdì 31 marzo 2017