Archivio mensile:febbraio 2017

Pirandello e la religione

di Gianfranco Ravasi

Centocinquant’anni fa, il 28 giugno 1867, Luigi Pirandello nasceva nella contrada Caos alla periferia di quella città che allora era denominata Girgenti, dall’arabo Gergent, fortezza musulmana dell’826, dal 1928 divenuta l’attuale Agrigento. Altri potranno illustrare la straordinaria qualità letteraria di questa figura capitale della cultura italiana, Nobel nel 1934, morto a Roma nel 1936, la cui memoria è continuata anche attraverso il figlio Fausto, noto pittore morto nel 1975. Tutti hanno attinto alla sua vasta produzione teatrale e ai suoi romanzi: io stesso conservo intatto il ricordo di mia madre che leggeva a me ragazzino alcune delle sue Novelle per un anno, rimaste per sempre impresse nel mio immaginario (dall’ironica Giara all’amara Eresia catara). Ho scelto, dunque, di intervenire in questo anniversario per evocare solo allusivamente un aspetto meno perlustrato, quello del rapporto dello scrittore siciliano con la religione.
Ovviamente non intendo affrontare l’attenzione da lui riservata alla morale e all’interiorità umana, perché sono temi che intridono molte sue pagine. Basti pensare all’approccio con la morte del Fu Mattia Pascal: «Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte. Il criterio direttivo delle nostre azioni, il filo per uscir da questo labirinto, il lume insomma deve venirci di là, dalla morte». Nel Piacere dell’onestà Pirandello propone un principio etico indiscutibile: «È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini si deve essere sempre». E nella Nuova Colonia dichiarava: «Stringi le mani per prendere, prendi poco, sempre; se le apri per dare e accogli tutti in te, prendi tutto, e la vita di tutti diventa la tua». E qui forse risuonava l’eco della voce di Cristo sul «perdere per trovare» e sulla «gioia maggiore nel dare che nel ricevere».
Tuttavia è ben più conclamato il divario dello scrittore dalla fede cristiana, pur con la tensione adolescenziale «tra il sogno di vestir la tonaca e la bramosia d’infilarsi i calzoni», come scriveva Federico V. Nardelli nella sua biografia autorizzata L’uomo segreto. Vita e croci di Luigi Pirandello, pubblicata da Mondadori nel 1932, quindi vivente il personaggio. Ben presto, però, pur con qualche parentela sacerdotale materna, a prevalere fu lo spirito “laico” del padre garibaldino. Stando sempre al suo biografo Nardelli, la svolta avvenne per un episodio di generosità del piccolo Luigi, frustrato però dal prete della chiesa di S. Pietro, un evento tutto sommato marginale che è riflesso nel racconto La Madonnina delle citate Novelle per un anno. Forse più forte in lui era lo sdegno per l’ipocrisia, come dirà ironicamente il Paolino de L’uomo, la bestia e la virtù: «Civile, esser civile, vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele».
Nardelli, in realtà, elenca altri contatti di Pirandello col cattolicesimo, a partire dal suo matrimonio in chiesa con Maria Antonietta Portulano, per giungere fino a papa Benedetto XV che rispose di suo pugno a una supplica dello scrittore perché intercedesse per suo figlio prigioniero e malato in un campo di concentramento in Boemia durante la prima guerra mondiale. I sacerdoti, comunque, occhieggiano a più riprese nelle sue pagine, anche perché – come affermava ne I vecchi e i giovani – Girgenti era «la città dei preti e delle campane a morto». A questo proposito è particolarmente significativa l’indagine condotta proprio da un prete, che diverrà poi cardinale e arcivescovo di Milano, Giovanni Colombo, in un saggio del 1943 intitolato esplicitamente Sacerdoti e sacerdozio in Pirandello, un testo che è stato recentemente riedito nella raccolta dei suoi scritti Figure letterarie e peripezie della grazia (Jaca Book 2016, pagg. 145-177), da noi già segnalata nel nostro supplemento.
Emerge, così, sia pure a livello secondario e non di rado come macchietta, una trentina di ecclesiastici che l’allora don Colombo, docente di letteratura, abbozza in una galleria di ritratti (pensiamo, ad esempio, a don Cosmo Lauretano e a monsignor Montoro de I vecchi e i giovani). Come dicevamo, spesso Pirandello imbraccia la frusta dello sdegno contro l’ipocrisia, un vizio capitale ai suoi occhi, pessimista com’era nei confronti della natura umana, come affermava nel Piacere dell’onestà: «Non siamo soli! – Siamo noi e la bestia. La bestia che ci porta. – Lei ha un bel bastonarla: non si riduce mai a ragione. Vada a persuader l’asino a non andar rasente ai precipizi: si piglia nerbate, cinghiate, strattoni; ma va lì, perché non ne può far a meno». A questo si aggiungeva la sua allergia per il dogmatismo, come si leggeva nel poema teatrale La favola del figlio cambiato, messo in musica da Malipiero: «Niente è vero e vero può essere tutto. / Basta crederlo in un momento, e poi non più, e poi di nuovo, e poi per sempre, o per sempre mai più. / La verità la sa Dio solo. / Quella degli uomini è a patto che tale la credano, quale la sentono. / Oggi così, domani altrimenti».

Certo, qui c’è la menzione di Dio dovuta anche alla base del poema, un mito popolare siciliano. Ma il pensiero “religioso” di Pirandello brilla nel dramma che è forse l’espressione del suo anti-credo, Lazzaro, scandito dall’imperativo «Tu devi credere, non sapere», che riconduce la fede all’irrazionale (non per nulla il sottotitolo è Mito in tre atti), sia pure con un fremito finale nei confronti di Cristo. La trama vede un ex-seminarista, Lucio, divenuto panteista, che ha dal padre Diego una conferma dell’inesistenza di un oltre la morte. Infatti, costui, che è un focoso credente, è vittima di un incidente e muore clinicamente per alcune ore, ma viene riportato in vita da un’iniezione di adrenalina scoprendo così che non c’era nulla oltre la frontiera ultima e che Dio stesso non si presentava per giudicare. Per questo, egli abbandona la fede, perde ogni remora morale e uccide l’amante di sua moglie.
Il figlio Lucio, invece, sconvolto da questa devastazione familiare e dalle sofferenze della sorellina paralitica, decide di riprendere la talare ed è a questo punto che, davanti a un sacerdote, pronuncia una sorprendente professione di fede nei confronti di Gesù, colui che guarisce, perdona e ama: «Ora intendo veramente la parola di Cristo: Carità! Perché gli uomini non possono star tutti e sempre in piedi, Dio stesso vuole in terra la sua Casa, che promette la vera vita di là; la sua Santa Casa, dove gli stanchi, i miseri e i deboli si possono inginocchiare, e tutti i dolori e tutte le superbie inginocchiare! Ecco… ora mi sento degno di nuovo di indossare l’abito per il divino sacrificio di Cristo e per la fede degli altri!».
In una carta, trovata subito dopo la sua morte avvenuta il 10 dicembre 1936, Pirandello esprimeva questa estrema volontà contro ogni “maschera” e formalismo rituale e civile: «Morto, non mi si vesta. Mi si avvolga nudo in un lenzuolo. E niente fiori sul letto, e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere, e basta», nel desiderio che «niente, neppure la cenere, avanzasse di me». Eppure a Pietro Mignosi nel 1935 – quindi alle soglie della morte – aveva confessato di considerarsi «uno strumento puro nelle mani di Qualcuno sopra di me e di tutti». E in quello stesso anno a don Giuseppe De Luca, grande intellettuale e sacerdote, sorprendentemente confidava di avere «una fede in Dio, non so se vera per Lei, prete, ma fermissima, alla quale ho dovuto ubbidire e offrire dolorose rinunzie».

in “Il Sole 24 Ore” del 26 febbraio 2017

Rinuncia. Per sconfiggere l’«ego»

di Nunzio Galantino

«Il segreto della vita felice sta nella rinuncia. Rinuncia è vita. Cedimento significa morte» (M.Gandhi). Dal latino renuntiare (composto di re e nuntiare: «annunciare») la rinuncia è l’atto di non rivendicare il possesso di un oggetto o un’azione che si avrebbe il diritto di avere o di compiere. Insomma, la rinuncia è l’atto di non esercitare un potere. Tale mancata rivendicazione, secondo Gandhi, è il segreto della felicità. Il prefisso latino re indica il ripetersi di un’azione nello stesso senso o in senso contrario. Talvolta il prefisso (re) non ha valore di ripetizione ma ha, si dice, una funzione derivativa, che cambia cioè il significato del termine. “Rinuncia” quindi, oltre a essere, l’atto di non rivendicare può anche avere il significato negativo di “sacrificio” imposto dalle circostanze, dalla necessità, dalla povertà. In questo caso, la rinuncia è sinonimo di privazione, non certo di felicità. Va ricordato comunque che nel contesto religioso, nel mondo degli antichi miti e nelle stesse filosofie orientali, con le dovute differenze, la rinuncia al possesso non è vista come perdita, ma come segno di sconfitta dell’ego e quindi come via per la purificazione.
La storia, la letteratura, la filosofia e le religioni sono colme di esempi di rinunce, di sacrifici, di gesti eroici contro l’apparente supremazia e potere, contro l’orgoglio e la sopraffazione a favore di un ritorno all’essenziale. Agamennone, Sansone, Abramo, Francesco d’Assisi sono solo alcuni esempi di storie di rinunce, a volte anche solo virtuali, in cambio – spesso – della “sola” promessa di un bene maggiore. Forse è questo il contesto nel quale va letto quanto amava dire J. W. Goethe: «Tutto il nostro trucco sta in questo, che per esistere rinunciamo alla nostra esistenza».
Nella società contemporanea la rinuncia è associata semplicemente alla perdita. E la rinuncia, intesa come perdita, è priva di valore. Modelli culturali, economici e sociali ci “impongono” di non rinunciare mai a qualcosa che desideriamo veramente. Ci inducono persino a non desiderare, ma ad ottenere “subito” tutto, a soddisfare anche le aspirazioni più insignificanti. È difficile aspettare … figuriamoci rinunciare! Ed è proibito rimpiangere. «Ciò ci rende privi di compassione verso le rinunce copiose e persistenti degli altri. Tuttavia non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera» (Papa Francesco).

in “Il Sole 24 Ore” del 26 febbraio 2017

Scommettere sulla pace

di Carla Bagnoli

Nella Carta delle Nazioni Unite la pace universale, stabile e duratura è un fine supremo. C’è chi sostiene che siamo in un’era relativamente pacifica, rispetto al passato remoto dell’umanità. Considerando, però, che nel 2014 la spesa militare mondiale è stata di 1,776 miliardi di dollari, secondo il rapporto annuale del Stockholm International Peace Research Institute, c’è ragione per un certo pessimismo. Lo stesso rapporto stima che ci sono state più guerre nel 2014 che in qualsiasi altro anno successivo al 2000. Il Global Terrorism Index riporta 32.685 esseri umani assassinati in azioni terroristiche per il 2014 e secondo un comunicato dell’UNICEF di quello stesso anno, sono stati vittime di violenza politica 15 milioni di bambini. È un primato di brutalità che il presente detiene.

Quale futuro stiamo consegnando alle nuove generazioni? Questa domanda fa da pernio alla riflessione di Giuliano Pontara sui temi più difficili e minacciosi dell’età globale. Pontara è professore emerito dell’Università di Stoccolma, dove ha insegnato filosofia pratica per oltre trent’anni, occupandosi principalmente della giustificazione morale e razionale dell’agire politico, in particolare del consequenzialismo e dell’utilitarismo. È uno dei massimi studiosi della non- violenza a livello internazionale.

Al rigore del filosofo analitico Pontara accompagna l’impegno civico e la passione dell’attivista, mai disgiunta da una visione concreta, ben aderente alla realtà dei fatti. Pontara è stato uno dei fondatori della Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace, con sede a Rovereto, che ha diretto dal 1993 al 2004. È membro del Tribunale permanente dei popoli fondato da Lelio Basso e, in questa capacità, è stato membro della giuria nelle sessioni del Tribunale sulla violazione dei diritti in Tibet (Strasburgo 1992), sul diritto di asilo in Europa (Berlino 1994), e sui crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

In questi giorni pullulano in tutta Italia occasioni preziose di discussione intorno a Quale pace?, il libro in cui Pontara, con la consueta lucidità e chiarezza, affronta i temi complessi del conflitto e della pace, in relazione all’approfondirsi delle ineguaglianze economiche e ai grandi flussi migratori. Chi ha avuto la fortuna e il privilegio di ascoltare Pontara riconoscerà nel libro il tono fermo e aperto che il filosofo sa mantenere anche nella discussione più accesa. Si può ben attribuire a Pontara un’etica della responsabilità che pone al centro la questione delle generazioni future. È soprattutto verso chi non c’è ancora che siamo responsabili, poiché le azioni di oggi saranno i fatti di domani. Il vantaggio temporale che abbiamo sugli esseri che non esistono ancora è anche un onere che ci dobbiamo assumere. Sta a noi preoccuparci di quello che sarà e consegnare un mondo di pace.

La prima domanda da porsi è proprio di quale pace merita discutere, poiché c’è pace e pace. In un senso ampio, la pace è l’assenza di conflitto armato. In un senso più stretto, invece, la pace non è solo l’assenza di violenza diretta, ma richiede anche l’assenza della violenza strutturale che emerge in certe realtà istituzionali, a proposito della distribuzione del potere, e l’assenza della violenza culturale che ne fornisce la base di giustificazione. Ci sono infatti modi cruenti di fare cultura e modi cruenti di operare scelte economiche le cui conseguenze sono paragonabili al conflitto armato, in quanto altrettanto letali. Certo, queste definizioni di pace e di violenza sono discutibili e celano disaccordi importanti. Pontara utilizza il concetto tradizionale di pace, ma il suo approccio consente di articolare questi disaccordi in modo più organico e sistematico rispetto alle questioni economiche aperte dalla globalizzazione e dalle ineguaglianze. La guerra è condizionata da interessi che compromettono l’equità nella distribuzione delle ricchezze e comporta violazioni ingiuste dei diritti umani. La ricerca della pace è perciò intrecciata ai valori dell’eguaglianza e della giustizia.

Eppure, anche chi condivide questi valori si trova a sostenere che la guerra è talvolta giustificata, quando risponde ad un attacco, oppure quando interviene per proteggere contro la violazione

sistematica dei diritti umani. La dottrina dei diritti umani è controversa e, anzi, ci sono molte dottrine dei diritti umani e molte posizioni differenti sulle implicazioni del loro riconoscimento. Pontara non entra nella questione della giustificazione filosofica, ma in fondo si trova d’accordo con Jeremy Bentham, che l’idea di diritti umani inviolabili è una «assurdità sui trampoli».

Il punto centrale per Pontara, proprio come per Bentham, è che ritenere che vi siano vincoli assoluti all’azione impedisce di prestare attenzione alle conseguenze. Ma essere responsabili significa prima di tutto stare attenti alle conseguenze delle proprie azioni. Dal punto di vista delle conseguenze, l’intervento armato non è mai giustificabile, nemmeno a scopo umanitario.

Quando si parla di conseguenze, l’argomentazione diventa complessa, poiché richiede un vasto dominio di conoscenze empiriche. Ma anche riconoscendo questa complessità e la limitatezza delle nostre conoscenze, è certo che la guerra provoca conseguenze peggiori di ciò che intende rimediare. «Vista la natura delle armi di distruzione di massa che sono disponibili, si può star certi che si tratterà di una guerra cruenta. Si può anche star certi che la guerra comporterà la violazione su vasta scala dei diritti di esseri innocenti, presenti e futuri. Incerti sono, invece, i risultati. Non sappiamo se la guerra risolverà il confitto che è chiamata a decidere. Ciò che, però, sappiamo è che la guerra rafforza il sistema militare industriale e comporta una militarizzazione della società che mina il carattere democratico delle istituzioni civili e innesca processi di deumanizzazione, di brutalizzazione e di frammentazione delle responsabilità. Questi processi di approfondiscono e tendono a perpetuare lo stato di guerra. Rispondendo con la guerra c’è, dunque, il rischio che questa spirale di violenza sia inarrestabile».
Per questo, è molto più ragionevole intraprendere le vie della pace, rafforzando quelle risorse costruttive di cui ci ha provvisto l’evoluzione, per gestire l’aggressività. Pontara argomenta che le situazioni sociali ed istituzionali in cui ci si trova contano di più dei tratti caratteriali. Bisogna scommettere sulle capacità di costruire la pace, prestando attenzione alle questioni di giustizia ed equità.
Questa scommessa è individuale, ma può essere gestita solo a livello globale. Per questo, Pontara ritiene che un governo globale, democratico, federale sia necessario perché il sistema degli stati nazionali, ciascuno impegnato a massimizzare i propri interessi e condizionato da questa logica, fallisce in modo sistematico nell’affrontare i problemi della globalizzazione. «Solo un governo federale globale può gestire in modo costruttivo i conflitti internazionali e affrontare in modo equo problemi come lo sfruttamento delle risorse naturali e la redistribuzione delle ricchezze».
È questo l’unico cedimento non-consequenzialista di Pontara, concordare con Kant che, anche se non sappiamo se la pace universale sia possibile, bisogna fare come se lo fosse ed impegnaci adesso perché il futuro sia possibile. I pessimisti avranno la responsabilità di aver posto fine alla storia.

Giuliano Pontara, Quale pace , Mimesis, Sesto San Giovanni-Milano, pagg. 158, € 16 Carla Bagnoli

in “Il Sole 24 Ore” del 26 febbraio 2017

Il Papa ai parroci: “Siate vicini ai giovani che convivono”

di Domenico Agasso jr

Chi sceglie la convivenza al posto del matrimonio deve essere accolto e ascoltato. Soprattutto se si tratta di giovani. Nei loro confronti la Chiesa deve avere l’atteggiamento di chi comprende. È l’esortazione di papa Francesco, lanciata incontrando i parroci che hanno preso parte al corso organizzato in questi giorni sul nuovo processo matrimoniale, promosso dal Tribunale della Rota romana.

Innanzitutto il Pontefice ricorda che «quanto è stato discusso e proposto nel Sinodo dei Vescovi sul tema “Matrimonio e famiglia”, è stato recepito e integrato in modo organico nell’esortazione apostolica “Amoris laetitia” e tradotto in opportune norme giuridiche contenute in due specifici provvedimenti: il Motu proprio “Mitis Iudex” e il Motu proprio “Misericors Iesus”. È una cosa buona che voi parroci, attraverso queste iniziative di studio, possiate approfondire tale materia, perché siete soprattutto voi ad applicarla concretamente nel quotidiano contatto con le famiglie».

Sottolinea infatti Francesco: «Nella maggior parte dei casi voi siete i primi interlocutori dei giovani che desiderano formare una nuova famiglia e sposarsi nel Sacramento del matrimonio. E ancora a voi si rivolgono per lo più quei coniugi che, a causa di seri problemi nella loro relazione, si trovano in crisi, hanno bisogno di ravvivare la fede e riscoprire la grazia del sacramento; e in certi casi chiedono indicazioni per iniziare un processo di nullità». Dunque nessuno «meglio di voi conosce ed è a contatto con la realtà del tessuto sociale nel territorio, sperimentandone la complessità variegata: unioni celebrate in Cristo, unioni di fatto, unioni civili, unioni fallite, famiglie e giovani felici e infelici».

Prima di tutto, è l’appello papale, «sia vostra premura testimoniare la grazia del Sacramento del matrimonio e il bene primordiale della famiglia, cellula vitale della Chiesa e della società, mediante la proclamazione che il matrimonio tra un uomo e una donna è segno dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa». Questa «testimonianza la realizzate concretamente quando preparate i fidanzati al matrimonio, rendendoli consapevoli del significato profondo del passo che stanno per compiere, e quando accompagnate con sollecitudine le giovani coppie, aiutandole a vivere nelle luci e nelle ombre, nei momenti di gioia e in quelli di fatica, la forza divina e la bellezza del loro matrimonio».

Il Papa però si domanda «quanti di questi giovani che vengono ai corsi prematrimoniali capiscano cosa significa “matrimonio”, il segno dell’unione di Cristo e della Chiesa. “Sì, sì” – dicono di sì, ma capiscono questo? Hanno fede in questo? Sono convinto che ci voglia un vero catecumenato per il Sacramento del matrimonio, e non fare la preparazione con due o tre riunioni e poi andare avanti». Poi il Vescovo di Roma aggiunge: «Non mancate di ricordare sempre agli sposi cristiani che nel Sacramento del matrimonio Dio, per così dire, si rispecchia in essi, imprimendo la sua immagine e il carattere incancellabile del suo amore». Il matrimonio, infatti, «è icona di Dio, creata per noi da Lui, che è comunione perfetta delle tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’amore di Dio Uno e Trino e l’amore tra Cristo e la Chiesa sua sposa siano il centro della catechesi e della evangelizzazione matrimoniale: attraverso incontri personali o comunitari, programmati o spontanei, non stancatevi di mostrare a tutti, specialmente agli sposi, questo “mistero grande”».

Ma mentre «offrite questa testimonianza, sia vostra cura anche sostenere quanti si sono resi conto del fatto che la loro unione non è un vero matrimonio sacramentale e vogliono uscire da questa situazione. In questa delicata e necessaria opera fate in modo che i vostri fedeli vi riconoscano non tanto come esperti di atti burocratici o di norme giuridiche, ma come fratelli che si pongono in un atteggiamento di ascolto e di comprensione».

Il Pontefice chiede ai sacerdoti: «Fatevi prossimi, con lo stile proprio del Vangelo, nell’incontro e

nell’accoglienza di quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi. Essi – evidenzia Papa Bergoglio – sul piano spirituale e morale, sono tra i poveri e i piccoli, verso i quali la Chiesa, sulle orme del suo Maestro e Signore, vuole essere madre che non abbandona ma che si avvicina e si prende cura. Anche queste persone sono amate dal cuore di Cristo. Abbiate verso di loro uno sguardo di tenerezza e di compassione».

Perché questa «cura degli ultimi, proprio perché emana dal Vangelo, è parte essenziale della vostra opera di promozione e difesa del Sacramento del matrimonio».

Francesco mette in evidenza che, «parlando recentemente alla Rota Romana ho raccomandato di attuare un vero catecumenato dei futuri nubendi, che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni immediatamente successivi»; così, «a voi parroci, indispensabili collaboratori dei Vescovi, è principalmente affidato tale catecumenato. Vi incoraggio ad attuarlo nonostante le difficoltà che potrete incontrare. E credo che la difficoltà più grande sia pensare o vivere il matrimonio come un fatto sociale – “noi dobbiamo fare questo fatto sociale” – e non come un vero sacramento, che richiede una preparazione lunga, lunga».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 25 febbraio 2017

Francesco: la società è giusta solo se riconosce i diritti dei più deboli

«Soltanto se vengono riconosciuti i diritti dei più deboli, una società può dire di essere fondata sul diritto e sulla giustizia». Lo sottolinea papa Francesco, ricevendo in udienza la Comunità di Capodarco di don Vinicio Albanesi che da cinquant’anni si occupa delle situazioni di estremo disagio sociale. Avverte il Papa: «Una società che desse spazio solo alle persone pienamente funzionali, del tutto autonome e indipendenti non sarebbe una società degna dell’uomo. La discriminazione in base all’efficienza non è meno deplorevole di quella compiuta in base alla razza o al censo o alla religione». Ricorda il Papa che «la qualità della vita all’interno di una società si misura, in buona parte, dalla capacità di includere coloro che sono più deboli e bisognosi, nel rispetto effettivo della loro dignità di uomini e di donne. E la maturità si raggiunge quando tale inclusione non è percepita come qualcosa di straordinario, ma di normale. Anche la persona con disabilità e fragilità fisiche, psichiche o morali, deve poter partecipare alla vita della società ed essere aiutata ad attuare le sue potenzialità nella varie dimensioni».

«Di fronte ai problemi economici e alle conseguenze negative della globalizzazione – evidenzia Bergoglio – la vostra comunità cerca di aiutare quanti si trovano nella prova a non sentirsi esclusi o emarginati, ma, al contrario, a camminare in prima linea, portando la testimonianza dell’esperienza personale. Si tratta di promuovere la dignità e il rispetto di ogni individuo, facendo sentire agli “sconfitti della vita” la tenerezza di Dio, Padre amorevole di ogni sua creatura».

Il Pontefice ricorda il lavoro svolto dalla Comunità di Capodarco: «Accogliendo tutti questi “piccoli” segnati da impedimenti mentali o fisici, o da ferite dell’anima, voi riconoscete in essi dei testimoni particolari della tenerezza di Dio, dai quali abbiamo molto da imparare e che hanno un posto privilegiato anche nella Chiesa. Di fatto, la loro partecipazione alla comunità ecclesiale apre la via a rapporti semplici e fraterni, e la loro preghiera filiale e spontanea ci invita tutti a rivolgerci al nostro Padre celeste».

Un attestato di simpatia al Papa per le accuse di attentato alla dottrina è venuto nel saluto a Bergoglio di don Vinicio Albanesi: «Non si curi – ha suggerito don Albanesi – di quanti vanno cincischiando sui “dubia” (i dubbi sulla Amoris laetitia formulati da alcuni cardinali, ndr) perché sono un po’ farisei e nemmeno scribi perché non capiscono la misericordia con cui lei suggerisce le cose».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 25 febbraio 2017

Sacro e bellezza. Il tradimento contemporaneo

di Enzo Bianchi

Giovani studiosi e professionisti attivi negli ambiti dell’architettura, delle discipline artistiche, delle scienze religiose e umane interessati ad approfondire il rapporto tra architettura, liturgia e società. Sono questi i partecipanti al seminario che si è aperto venerdì (24 febbraio 2017) e si conclude oggi al Monastero di Bose (Biella) in vista del prossimo convegno liturgico internazionale in programma dal 1° al 3 giugno 2017. L’edizione di quest’anno, la quindicesima, sarà dedicata al pensare i luoghi di vita dell’esperienza ecclesiale con una forte sensibilità al contesto sociale e fisico. Un tema, quello tra architettura e recupero del senso autentico della liturgia, al centro anche del nuovo libro di Enzo Bianchi e Goffredo Boselli Il vangelo celebrato, appena uscito per le edizioni San Paolo (pagine 286, euro 17,50).

Costatiamo come oggi, in ogni ambito, vi è una sempre più grande attenzione alla qualità dell’abitare i luoghi e gli spazi di vita personale e sociale, nel tenace sforzo di contrastare il diffondersi di quelli che già nel 1992 Marc Augé, nella sua riflessione sull’antropologia del quotidiano, ha definito “non-luoghi”. I “non-luoghi” sono quegli spazi dell’anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui simili ma soli. Il “non-luogo” è il contrario di una dimora, di un’abitazione: è l’esatto opposto del locus nel senso proprio del termine. Per questo, i “non-luoghi” rappresentano l’impossibilità di ogni relazione, di ogni incontro vero perché il non-luogo è il non- abitabile. Frequentando Marc Augé mi sono domandato se anche un certa modalità contemporanea di concepire e progettare le chiese non corra a volte il drammatico rischio di creare anch’essi dei “non-luoghi”. Se lo spazio liturgico viene percepito, vissuto e abitato come un “non-luogo”, non solo diviene spazio di non incontro tra gli uomini, ma anche spazio di non incontro tra uomo e Dio. Nulla, dunque, ci impedisce di pensare che quella diffusa domanda alla quale dal 2003 cerchiamo di dare risposta attraverso i Convegni internazionali di liturgia di Bose, esprima in fondo il bisogno oggi più che mai impellente di formazione e di approfondimento, affinché le nostre chiese siano degli autentici luoghi della fede, evitando così il tragico pericolo di trasformarsi in veri e propri “non-luoghi” della fede. Una chiesa è spazio per la celebrazione della fede quando è veicolo e strumento di conoscenza e di comunione tra l’uomo e Dio, e degli uomini tra loro. Solo così “avviene” la vera bellezza cui deve tendere lo spazio liturgico; non solo quella bellezza, come dice Dionigi l’Areopagita, “che crea ogni comunione” ma, anche all’inverso, quella bellezza che la comunione, la koinonía con Dio e con i fratelli può creare.

Sì, ogni volta che ci si accinge come liturgisti, architetti e artisti a creare architettura e arte per la liturgia, dobbiamo essere abitati dalla consapevolezza che oggi più che mai, lo spazio liturgico è chiamato ad assolvere il compito di far passare l’uomo dal “non-luogo” al luogo santo, dal luogo di non relazione al luogo di comunione. Allora le nostre chiese saranno spazi di ristoro, autentici “santuari” di bellezza e armonia, comunicate attraverso quel silenzioso linguaggio della luce, degli spazi, delle linee e delle forme architettoniche che sono, come scrive Gregorio di Nissa, «l’arte muta che sa parlare». Considerato l’interesse sempre dimostrato da numerosi giovani studiosi e professionisti, il Comitato scientifico dei Convegni liturgici internazionali di Bose propone una nuova formula di preparazione e di riflessione, rivolta a laureandi, dottorandi, giovani ricercatori e professionisti con meno di trentacinque anni. Il seminario che si chiude oggi a Bose ha l’obiettivo di rendere ancora più concreto il dialogo interdisciplinare di tutte le competenze che possono migliorare il dialogo tra liturgia, architettura e arte, favorendo lo scambio diretto di esperienze, progetti in corso, realizzazioni, secondo i temi della XV edizione del Convegno di Bose che si terrà dal 1° al 3 giugno prossimo: Abitare, Celebrare, Trasformare: processi partecipativi tra liturgia e architettura.

Il seminario ha inoltre l’obiettivo di consolidare una rete di relazioni scientifiche e interpersonali a livello nazionale e internazionale, presupposto di nuove collaborazioni, iniziative e progetti su scala europea. Sono state superate le quaranta candidature, tra le quali sono stati scelti i venti partecipanti da parte della commissione formata dai rappresentanti del comitato scientifico e dai tutores del laboratorio. I candidati hanno sottoposto alla commissione i progetti o le ricerche che stanno affrontando legati ai temi del convegno.

Ai venti selezionati è stata richiesta una ulteriore presentazione scritta del loro progetto che è stata messa a disposizione degli altri partecipanti su una piattaforma digitale condivisa, in modo che potessero già conoscere i punti di partenza dei colleghi che sederanno al loro fianco durante i giorni del laboratorio. I giovani sono stati invitati in questa fase preparatoria a cercare attinenze, divergenze, parallelismi tra la loro ricerca e quelle dei colleghi. La finalità è quella di identificare dei nodi critici nel dialogo tra liturgia, comunità di fede e la progettazione di uno spazio per la liturgia. Ancora una volta si sconfessa il luogo comune che i giovani non sarebbero interessati ai simboli e alle forme maggiori con il quale il cristianesimo, oggi come ieri, si esprime come lo sono il rito, l’arte e l’architettura. Il contributo che giovani ricercatori danno al rapporto tra liturgia, architettura e arte attesta che i simboli maggiori della fede cristiana restano luoghi di ricerca spirituale.

in “Avvenire” del 26 febbraio 2017

Senza Dio e senza Chiesa

Armando Matteo

A dirci che le relazioni tra i giovani e l’universo della Chiesa cattolica le cose non procedano proprio tanto bene, non servono più neppure le indagini sociologiche. Si tratta di un dato di fatto ormai sotto gli occhi di tutti: c’è un pezzo di Chiesa che manca. Manca la domenica, manca negli itinerari post-cresima, manca nei seminari, nei noviziati, nei luoghi del discernimento pastorale; manca quasi ovunque si abbia a che fare con l’annuncio, la celebrazione e la pratica della fede nel Vangelo. Ed è proprio questa Chiesa che ci manca che sarà al centro delle attenzioni della prossima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata appunto al tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Da qualche settimana è stato pubblicato il documento preparatorio a tale evento, il quale proprio sulla questione prima citata del sempre più difficile rapporto dei giovani con la fede e con la Chiesa, non ha peli sulla lingua ed esprime chiara la sua: «… l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa…».

I giovani stanno imparando a vivere senza Dio e senza Chiesa. Di questo si deve prendere atto con molta pazienza ma anche senza risentimento e senza scoramento. La Chiesa in uscita, a cui papa Francesco continuamente ci rinvia, deve trovare proprio qui uno dei suoi principali e fondamentali motivi di lavoro.

Le nude e crude parole del documento preparatorio suggeriscono ora un’attenta riflessione, in una triplice direzione: per prima cosa, provare a verificare la loro pertinenza nel contesto italiano, a partire dalle tantissime indagini sinora svolte al riguardo dell’esperienza religiosa delle nuove generazioni; in un secondo momento, provare a “dare ragione” del mutamento principale di questi giovani rispetto alla fede che va appunto nella linea di una sempre più crescente disaffezione; infine, iniziare a delineare i tratti di una Chiesa che sappia sul serio uscire dai propri schemi tradizionali, ormai non più all’altezza dell’attuale situazione, e che riesca a primerear – a iniziare qualcosa di nuovo – nel delicato e prezioso terreno di impegno pastorale rivolto al mondo giovanile.

Prima generazione incredula?

Le indagini sul rapporto tra giovani italiani e fede cristiana sono davvero tante e così conosciute tra gli operatori pastorali che non è necessario neppure enumerarle. Vale la pena, al contrario, fare lo sforzo di fissarne gli elementi più decisivi, le risultanze più nette.

1) La prima risultanza più chiara è il cosiddetto “salto generazionale”: il fatto cioè che coloro che sono nati dopo il 1981 rappresentano la fascia di popolazione più “lontana” dall’universo ecclesiale: c’è chi parla di popolazione “più estranea” all’universo cristiano, chi giunge a definirla semplicemente come “generazione post-cristiana”, sino a chi si interroga se non sia proprio una generazione senza Dio. Il dato riguarda la questione dell’autodichiarazione di cattolicità, di professione del credere, di assiduità alla preghiera personale e soprattutto alla frequenza ai riti religiosi. La cosa che colpisce in uno sguardo diacronico alle indagini è proprio lo stacco che cresce negli ultimi anni in modo progressivo, quasi geometrico più che matematico, tra la generazione dei Millennials e quelle precedenti.

2) Il secondo elemento è che nelle nuove generazioni non c’è più una sostanziale differenza di genere in merito alla realtà religiosa; anzi i mutamenti più evidenti sono esattamente sulla linea femminile. Per dirla con una battuta, il fatto è che piccole atee crescono! Questo è un grande inedito per il nostro cattolicesimo. Non c’è solo, dunque, un effetto del ciclo di vita, ma la manifestazione di un cambiamento più profondo in queste nuove generazioni.

3) Provando ad andare più in profondità, troviamo che nei nostri ragazzi e nei nostri giovani la religione rimane quasi sempre e quasi solo come una sorta di “rumore di fondo”, pur avendo per lunghi anni frequentato la parrocchia, gli oratori, le associazioni, i movimenti e l’insegnamento di religione a scuola. Insomma dopo 1.000 minuti di prediche, 5.000 minuti di catechismo e 500 ore di religione a scuola, nella maggior parte di loro la religione non incide quasi per nulla sul processo di creazione della propria identità adulta.

 4) In molti resta una sete di spiritualità, ma molto spesso ha un carattere anarchico e molto centrato su di sé; va nella direzione di una sorta di benessere e sostegno psicologico che non in quella dell’apertura all’alterità. In ogni caso, tale ricerca di spiritualità resta, nella stragrande maggioranza dei casi, più un desiderio che non un impegno effettivo e concreto.

5) Emerge con particolare forza la centralità della testimonianza e dell’interesse religioso da parte degli adulti significativi e da parte dei pari, nel caso di gruppi giovanili religiosi, lì dove si può registrare l’interiorizzazione di un’identità religiosa integrata. Si tratta di una percentuale che si assesta intorno al 10% della popolazione giovanile.

6) Molti giovani sostengono che oggi sia diventato più difficile credere che nel passato e che pertanto le molteplici opzioni al riguardo – dalla non credenza all’impegno convinto e assiduo nella vita della Chiesa – abbiano ciascuna una propria validità.

7) Ovviamente sono confermate alcune cose ampiamente conosciute:

  • un deciso analfabetismo biblico;

  • una forma di semicredenza verso molti contenuti del dogma cristiano e anche verso la stessa persona di Gesù;

  • la fatica di riconoscere un valore specifico al testo del Vangelo rispetto ad altri testi del passato;

  • l’allergia verso una morale che si basi esclusivamente sul precetto e sull’interdizione;

  • lo scandalo verso forme di ricchezza e di potere che ostentano o che ricercano alcuni rappresentanti della Chiesa;

  • un giudizio negativo sulla Chiesa in generale, dal quale sono risparmiati solo papa Francesco e alcuni operatori pastorali, sebbene quasi mai, tra i giovani intervistati, si abbia uno specifico ricordo negativo delle esperienze religiose della fanciullezza e dell’adolescenza, nei termini di una religiosità repressiva, punitiva o colpevolizzante.

8) I ragazzi, infine, sottolineano che la novità di cui sono portatori in termini di aumento della disaffezione alla religione ha radici lontane: sicuramente nei genitori ma – non è da escludere – anche negli stessi nonni. Per usare un termine diventato di moda, dicono di essere non “la prima“, bensì “la seconda” quando addirittura non “la terza generazione incredula”.

Una lunga crisi di fede

I dati sopra riportati confermano che siamo sostanzialmente di fronte a una radicalizzazione delle difficoltà del rapporto tra la religione cattolica e il mondo giovanile. Confermano appunto che cresce, anche in Italia, quell’ateismo giovanile di cui parla il documento preparatorio al prossimo Sinodo: l’ateismo di chi impara a vivere senza Dio e senza la Chiesa; ma restituiscono pure la percezione che i giovani non stanno fermi: si muovono, cercano qualcosa, hanno domande. Sono in ricerca di senso.

A mio avviso, questa situazione di oggettiva crisi di fede del e nel mondo giovanile non è da addebitare alla generazione dei Millennials, ma alla generazione degli adulti che li hanno generati. Siamo al termine di una lunga crisi di fede. Si tratta in verità di riconoscere che i dinamismi fondamentali della cinghia di trasmissione della fede, tra le generazioni, si sono inceppati. Ed è questa una verità che la comunità dei credenti fa fatica a cogliere, a causa dell’eccessiva enfasi data all’organizzazione parrocchiale dei percorsi di iniziazione cristiana che, alla fine, hanno messo in secondo piano la verità (e la sua concreta attualizzazione e il suo costante monitoraggio) dell’essenziale contributo dei genitori all’opera della trasmissione della fede.

Si impone pertanto una più ampia riflessione sull’effettiva consistenza dell’esperienza religiosa della generazione dei Baby boomers, genitori appunto dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. La scarsa testimonianza che sono stati capaci di offrire ai loro figli, in merito alla qualità veramente umanizzante della fede cristiana, ci invita a cogliere, dietro un’appartenenza ecclesiale mai negata e anzi pure sostenuta e supportata, un profondo cambiamento del loro sentimento di vita, che ha di fatto marginalizzato nella loro stessa esistenza il riferimento al parola del Vangelo.

Non è, infatti, questa la generazione che ha inventato e che continua abbondantemente a coltivare il mito della giovinezza, del rinnovamento continuo, del cambiamento, dell’efficienza a tutti i costi, della grande salute, della prestanza sessuale ad ogni stadio della vita, del godimento, della libertà come disponibilità ad una continua rinegoziazione di ogni scelta esistenziale? Non è questa la generazione che, grazie al dono di un allungamento senza pari nella storia dell’umanità della propria speranza di vita, ha efficacemente esorcizzato e censurato dal discorso domestico e pubblico ogni riferimento alla durezza della vita, impastata di mancanza, di limiti, di malattia, di fragilità e infine di morte? E non sono proprio questi ultimi quegli snodi vitali, su cui si costruisce il possibile incontro tra le generazioni e la trasmissione di un sapere dell’umano, toccato e fecondato dalla parola del Vangelo?

Ci sembra di poter dunque dire che gli adulti di riferimento dei Millennials hanno certamente chiesto per loro i sacramenti della fede, ma senza alcuna fede nei sacramenti, li hanno portato in chiesa, ma non hanno loro portato la Chiesa, hanno insistito che essi dicessero le preghiere e leggessero il Vangelo, ma non hanno mai pregato insieme e letto insieme il Vangelo, hanno pure favorito l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e private, ma hanno alla fine ridotto la religione ad una questione della scuola, oltre che della parrocchia. È mancata una testimonianza sul vivo di cosa significa “essere adulto che crede” ed è proprio questa mancanza che rende ragione del fatto per il quale i giovani del nostro tempo stiano imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa, stiano cioè sempre di più faticando a comprendere come e dove collocare l’esperienza della fede nel loro sempre più imminente ingresso nell’età adulta. Del resto, se non in questa risposta, in che cosa altro consisterebbe la testimonianza di fede degli adulti nei confronti delle nuove generazioni?

I compiti per l’azione pastorale

Andando incontro al prossimo Sinodo, la domanda vera, per gli operatori pastorali, è dunque la seguente: come aiutare i ragazzi ad incontrare il Dio e la Chiesa di Gesù, senza poter fare più troppo affidamento alle dinamiche familiari e a quelle della socialità diffusa?

Enuncio alcuni principi generali:

1) Partire dalla verità che oggi credere non è più facile per nessuno.
2) Spendere più energie per convertire gli adulti al loro compito educativo.
3) La priorità dell’iniziazione alla preghiera.
4) La Bibbia prima e dentro il catechismo.
5) Uscire dagli schemi troppo schematici dell’iniziazione cristiana.
6) Unire sacramenti e carità.
7) Creare una comunità di festa.
8) Scommettere sulla creatività digitale delle nuove generazioni.
9) Immaginare molto concretamente cosa significhi “essere adulto credente oggi in Italia”.

Se la metà è chiara, il cammino si aprirà da solo.

SETTIMANA-NEWS 23 febbraio 2017

Un nuovo sguardo sui giovani

di Nunzio Galantino

Si è educatori «generativi» se si accoglie la domanda di senso dei ragazzi.

C’è sempre qualcosa da fare di meno imbarazzante per le nostre coscienze. C’è sempre qualche notizia meno esigente da comunicare per i nostri media, sempre più abituati ad attivarsi a comando, semmai invitandoci a occupare le curve riservate agli ultras di quello stadio virtuale che è diventato il mondo della comunicazione. Anche questa volta il grido di una mamma che ha perso un figlio, si è spento inesorabilmente presto nelle cronache dei giornali e della tv. Mi riferisco al grido di dolore della mamma di Giò, il sedicenne di Lavagna, morto suicida. Eppure, partecipando a un affollato incontro di educatori, a Bologna, ho incontrato gente che non vuole assuefarsi. Nella certezza che è ancora possibile accompagnare le nuove generazioni nei loro processi di crescita e che non è giusto lasciare che le mamme e i papà dei tanti Giò restino soli con la percezione (talvolta la certezza) di aver fallito nella loro vita; e nella certezza che accettare oggi il compito educativo significa incontrare una fragilità che appare sempre più pervasiva, dilagante e angosciosa. Non serve essere pessimisti e pensare l’educazione solo in termini drammatici; ma non si può nemmeno essere ingenui e chiudere gli occhi sulle fatiche di crescere oggi. Trasformare la fragilità dei giovani in “luogo” per relazioni vere e per proposte realistiche e sensate è forse la sfida più grande che abbiamo dinanzi a noi. Quante volte mi è capitato di sentire (anche quando ero parroco) le lamentele di chi avrebbe voluto incontrare solo ragazzi e giovani già formati, pienamente inseriti in una vita di fede. La più classica delle espressioni è quella di chi mi diceva: «Non sanno fare nemmeno il segno della croce».
Si sa: gli animali accudiscono i propri cuccioli, gli umani li educano. A trasformare un gesto di accudimento in una pratica educativa è il decidere di farlo ponendo gesti continui di “cura” che fanno vivere in maniera piena e consapevole. Chi educa i propri figli, lo fa (di solito) … facendo altro: mentre si gioca, si fanno i compiti, si sta a tavola, si fa una passeggiata insieme. I genitori non dicono mai «vieni, che adesso ti educo»; ma lo fanno mentre vivono insieme ai figli la quotidianità perché loro compito è “educare a vivere” (V. Andreoli) . Ma, “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, come recita un proverbio africano ricordandoci che educare è una pratica complessa e che, proprio per questo, porta frutti solo in presenza di alleanze feconde.
Questi pensieri mi sono nati dalla riflessione sulla cronaca di cui tutti siamo partecipi e dal confronto franco con i partecipanti al Convegno organizzato dalla Pastorale giovanile della Chiesa italiana. Con don Michele e don Gero ho incontrato oltre settecento persone impegnate ogni giorno a formare adolescenti e giovani nelle parrocchie e negli oratori italiani. Contesti ecclesiali, certo! Ma contesti che spesso svolgono un vero e proprio servizio pubblico. Chi non si accorge, soprattutto in estate, delle centinaia di migliaia di bambini e ragazzi, seguiti da giovani educatori che li accompagnano in attività di gioco e di formazione? Sempre e prevalentemente attorno alle parrocchie, tra le tante altre, si svolge l’attività del Centro Sportivo Italiano: un milione di tesserati (lo sono stato anch’io fino al 1968!) che fanno dello sport un valore per la crescita umana e della società. Un patrimonio che ancora oggi porta tantissime persone a individuare i bisogni sociali e a incontrarli anzitutto laddove non ci sono risposte. Stando accanto alle famiglie, allacciando alleanze con le istituzioni e con le scuole, esse provano ancora a tessere pazientemente la rete delle collaborazioni perché tutti insieme si possa vivere in un contesto che non dimentica di investire in educazione. Un investimento che non produce reddito, ma può offrire respiro e futuro a una società che fatica a trovarne.
A Bologna ho trovato raccolte ed espresse tante domande sul “perché” educare e “come si fa” a educare. Domande lecite alle quali non penso si possa rispondere tornando a riscrivere un “vademecum” del buon educatore. Alcuni atteggiamenti mi sembra però possano essere cercati e praticati insieme, partendo da un nuovo “sguardo sui giovani”. Troppi adulti sono ancora prigionieri

dei propri pregiudizi. Sia chiaro, non sto invitando a una benevolenza a buon mercato. Sto piuttosto invocando “cura e attesa”, come recita lo slogan del Convegno. Concretamente si tratta di provare a cambiare lo sguardo e a sospendere il giudizio e ogni forma di generalizzazione. Non si può avere la pretesa di conoscere i ragazzi a prescindere. Chi li avvicina chiamandoli per nome, scopre quanto ognuno di essi sia davvero unico e irripetibile. Che ricchezza! Altro che inquadrare i giovani attraverso uno specchietto retrovisore, applicando a loro le categorie che andavano bene per noi adulti!

Solo uno sguardo nuovo sui giovani permette di “costruire esperienze di senso”. La mia frequentazione di giovani mi dice che, quando coinvolti, i giovani non mancano di sorprendere. Ingaggiati in processi di trasformazione reali, si rimane stupiti dal pragmatismo e dalla consapevolezza che anima la loro partecipazione. È difficile – è vero – che riescano a riconoscere il carattere della definitività all’immediato, ma sanno appassionarsi anche a imprese temporanee che, se intelligenti, riescono a trasmettere il senso profondo delle cose. Ma questo richiede che si costruiscano contesti di senso, fuori dai banali criteri della fiction e del talent. Ciò rende l’educatore realmente “generativo”, allontanando la convinzione dell’educazione come meccanismo di trasmissione di valori o modelli di condotta. Si è generativi solo se si è disposti ad accogliere la richiesta di senso che anima tanti giovani desiderosi di costruirsi come protagonisti di storie significative, che li aiuta a vedere “oltre” la precarietà, a rielaborare le esperienze e a coglierne con spirito critico limiti e possibilità.
Per questo c’è bisogno di adulti disposti a non presentarsi come degli eterni adolescenti, imprigionati dal mito di una giovinezza che passa per tutti. Se è vero che i giovani cercano contesti reali dove crescere fra pari (chi non ricorda con una certa nostalgia il valore del gruppo degli amici nell’età della giovinezza?), dall’altro gli adulti devono accettare di essere l’elemento “dispari” fra questi pari.

Nunzio Galantino è segretario generale Cei

in “Il Sole 24 Ore” del 25 febbraio 2017

Un ragazzo muore nel vuoto

di Sarantis Thanopulos

Un ragazzo si è gettato nel vuoto a Lavagna durante una perquisizione dei finanzieri nella sua casa. La perquisizione era stata ideata dalla madre, nella speranza di indurlo a desistere dall’uso di hashish.
A distanza di due settimane, sedimentate le emozioni del momento, si può provare a contrastare il fatalismo che come un avvoltoio si è già impadronito della preda.

L’adolescenza è di per sé vulnerabile. Il più delle volte il suicidio arriva inaspettato, per la combinazione di una fragilità psichica (permanente o temporanea) e di un evento pressante. Può agire come detonatore una forte delusione che aggrava una pregressa ferita narcisistica, rendendola incontenibile.

Spesso sono presenti un conflitto complicato con i genitori e una forte aggressività nei loro confronti che si introverte catastroficamente. La rabbia trova uno sbocco autolesionista nell’intenzione ambivalente di assolverli e di punirli al tempo stesso. Più in profondità cova la convinzione di poter esistere per gli altri solo per assenza, attraverso il senso di mancanza e di dolore prodotto in loro.

A Lavagna, l’incontro mortale tra la fragilità e l’evento pressante non è stato casuale. Che la perquisizione potesse provocare un suicidio non si poteva immaginarlo. Che si trattasse di un’azione molto rischiosa, un’infrazione autoritaria dello spazio dell’adolescenza dalle conseguenze imprevedibili, genitori e finanzieri avrebbero potuto comprenderlo, se il loro assetto mentale fosse stato sgombro da pregiudizi. Sennonché essi, pur agendo intenzionalmente, essendo capaci di volere, non erano in grado di intendere perché guidati da una cattiva fede collettiva.

L’assenza di colpevoli rende evidente il vuoto di responsabilità che una colpa conclamata tende a camuffare. Questo vuoto ci riguarda. Viviamo nella cattiva fede di maggioranze silenziose la cui principale funzione è quella di assicurarci una buona fede, come singoli individui, per tutte le cose irragionevoli che compiamo quando agiamo secondo emozioni e pensieri di massa.

L’uso di droghe leggere non è di per sé propedeutico all’uso di droghe pesanti. Gli adolescenti le usano spinti da motivi contraddittori. Combattono i vissuti depressivi del loro percorso di transizione che si acuiscono con le sue complicazioni. Affermano una loro cultura di complicità conviviale che trasgredisce la morale degli adulti. Realizzano un rito di iniziazione fondato sull’evasione dall’azione repressiva delle regole, che affida a un futuro utopico la speranza di una rifondazione costruttiva. Usano le sostanze come genitori “tascabili”, strumenti di auto- contenimento con cui sostituiscono le figure di accudimento della loro infanzia. Si difendono con l’attivazione di una dimensione autoerotica dall’angoscia correlata alla loro definizione sessuale.

Gli adolescenti hanno bisogno della mediazione del conflitto con i genitori per affrontare le loro paure e contraddizioni e inserirsi nella vita sociale. Far invadere l’area della loro esperienza da forze esterne alle sue ragioni, supposte al di sopra delle parti, significa spersonalizzare e rendere ingestibili i loro vissuti. Nel misurare la loro incoerenza sperimentale con l’auspicata coerenza degli adulti non possono trovarsi all’interno di un campo relazionale molto ampio, che diluisce troppo la loro percezione del mondo. La cultura, accolta passivamente da tutti, di un interventismo sociale che invade le relazioni familiari, sconfinante ben oltre le reali necessità di un “pronto soccorso” e sorretto da un esercito di figure improvvisate, deresponsabilizza i genitori e lascia gli adolescenti in balia degli aventi.

in “il manifesto” del 25 febbraio 2017

“La conoscenza vera dell’Islam è l’antidoto al radicalismo”

intervista a Ahmad Mohammed El Tayyeb, a cura di Karima Moual

Al piano di sotto, nella Mashyakha del Azhar, il cuore dell’Università sunnita del Cairo, c’è molto fermento. Gli uomini del Grande Imam, lo sheikh Ahmad Mohammed El Tayyeb, massima autorità religiosa del mondo sunnita, salgono e scendono le scale con documenti e messaggi da riferire. C’è in visita anche una delegazione della Chiesa di Roma, che proprio il 22 febbraio ha avviato insieme agli Ulema il «Dialogo tra l’università di Al Azhar e il Vaticano». Scambio, divulgazione del messaggio pacifico dell’Islam, dialogo, riforma e rinnovamento, sono le parole chiave da queste parti, dove la minaccia del radicalismo jihadista è sempre alle porte.

Sheikh El Tayyeb, a giudicare dal calendario della università islamica del Cairo, dove Islam e Cristianesimo sono al centro di molti eventi, si può parlare di una visione comune tra lei e papa Francesco?

«Il dialogo fra i giovani musulmani e cristiani che Al Azhar ha promosso ci rende soddisfatti per la possibilità di discutere con loro su questioni fondamentali come la pace universale e la convivenza pacifica fra Occidente e Oriente. Ho totale fiducia nel fatto che i giovani riusciranno a liberarsi dal peso del nostro comune passato, che ha impedito alle generazioni precedenti di promuovere una cultura della pace e della convivenza, e ho invitato loro a essere messaggeri di pace, di misericordia e di collaborazione fra le nazioni, attivi nel combattere il radicalismo e l’odio. Nutriamo una fiducia smisurata in questo dialogo».

In questi mesi gli ulema musulmani ci stanno riservando davvero delle sorprese: è stata rivista la fatwa sull’apostasia, e lei ha dichiarato che ai cristiani non si può più applicare l’istituto della dhimma, perché essa appartiene a un contesto storico del passato. I cristiani diventano dunque cittadini a pieno titolo nel mondo islamico?

«Sì, innanzitutto bisogna ricordare che l’Islam respinge qualunque forma di discriminazione o segregazione. Al Azhar, con il concetto di “cittadinanza” al posto di quello “delle minoranze”, non fa che resuscitare una vecchia pratica che il profeta stesso aveva adottato nella prima società islamica a Medina. Per fortuna la storia ha preservato quel documento straordinario, una sorta di costituzione unica e mai verificata prima nella storia, in cui si gettavano le basi di una vera convivenza fra etnie e religioni diverse in un contesto di rispetto reciproco e di eguaglianza. Con lo sviluppo della storia politica, la componente religiosa è diventata fondamentale nel definire i diritti e i doveri dei non musulmani nei confronti dello Stato; questo ha portato alla nascita della “dhimma”, che tuttavia riconosceva ai non musulmani ampi spazi, sia in termini di protezione che di libertà di culto. Oggi questo vecchio concetto non ha più nessun motivo di esistere perché non è più l’appartenenza religiosa a definire i diritti e doveri di ciascuno, ma è “la cittadinanza”».

Oggi le femministe islamiche che vogliono la riforma sull’eredità potrebbero dire che anche qui ci troviamo in un diverso contesto storico, visto che ci sono donne capo famiglia, che lavorano, pagano le tasse e dividono lo stesso peso economico di un uomo…

«Molte pratiche e discriminazioni che colpiscono le donne non hanno origine religiose, ma sono frutto di fattori sociali e di tradizioni che purtroppo l’Islam non ha potuto debellare. L’Islam in verità ha liberato la donna già 14 secoli fa concedendole dei diritti e delle libertà, come il diritto allo studio, al lavoro o all’indipendenza materiale, diritti che in Occidente sono stati concessi solo nel XIX secolo. I precetti dell’Islam sono di due categorie: una stabile e permanente, che non subisce l’influenza del tempo o dello spazio né è soggetta a cambiamenti – riguarda soprattutto le liturgie -, l’altra è mutevole, e cambia con il passare del tempo, e l’ijtihad (sforzo, ndr) è lo strumento che permette di adeguarla, a partire da basi giuridiche e teologiche previste dall’Islam stesso. Al Azhar è impegnata in maniera seria e globale nell’adeguare l’Islam allo sviluppo dell’umanità attraverso delle interpretazioni e delle Fatwa che prendono in considerazione questi cambiamenti».

Le parole riforma e rinnovamento sono i motori della vostra strategia, eppure la questione delle donne rimane ancora aperta. Qualcosa cambierà su questo fronte?

«Non penso che la questione della donna nell’Islam sia un fatto problematico. Nell’Islam la donna è a tutti gli effetti un partner dell’uomo. La poligamia ad esempio non è un’istituzione libera, ma deve essere subordinata alla giustizia, non deve recare danni alla prima moglie, anche da un punto di vista finanziario. Per quel che riguarda la questione dell’eredità, lo squilibrio nelle divisioni tra uomini e donne riguarda solo ed esclusivamente i fratelli e le sorelle, e non è da estendere a tutti i casi in cui una donna e un uomo si devono spartire un’eredità: ci sono casi in cui maschi e femmine prendono parti uguali, altri in cui la parte della donna è superiore a quella dell’uomo e altri casi ancora in cui è solo la donna ad ereditare. Quando il fratello eredita il doppio della sorella, è perché l’Islam intende così valorizzare e aiutare di più la donna, incaricando il padre, il fratello, il marito o il figlio del suo mantenimento. Sarebbe un’ingiustizia equiparare le parti di chi ha l’obbligo di mantenere con chi ha il diritto di essere mantenuto».

Lei descrive la società dell’epoca del profeta Maometto come una società di pace e convivenza da cui prendere ispirazione anche oggi. Eppure il mondo islamico è interessato da guerre fratricide, tanto che in molti parlano di fitna, lo scontro tra sciiti e sunniti. È così?

«Lungo la sua storia, la umma islamica non ha mai conosciuto un conflitto violento a causa di differenze religiose o di pensiero. Non c’è mai stata una guerra fra sunniti e sciiti, ciò dimostra che le cause vere di queste guerre che alcuni Paesi musulmani stanno vivendo, sono da ricondurre a conflitti politici costruiti a tavolino da forze esterne. L’abbiamo dichiarato con forza innumerevoli volte: Daesh e tutti questi movimenti radicali non esprimono assolutamente né l’essenza né la verità dell’Islam. Affrontiamo la questione seriamente: ciò che Daesh fa in Siria o in Iraq o gli attacchi terroristici che perpetua nel mondo sono fondamentalmente frutto di interessi e di agende esterne, che sfruttano le differenze religiose per spaccare i paesi musulmani. Purtroppo alcuni paesi della Regione hanno una volontà egemonica e soffiano sul fuoco delle differenze».

La minaccia del radicalismo jihadista ha fatto emergere anche l’Islam europeo. Come contrastare fondamentalismo e islamofobia?

«Crediamo che solo attraverso la conoscenza vera dell’Islam e dei suoi valori si possa combattere il fondamentalismo in Europa. Al Azhar può giocare un ruolo importante nella formazione degli imam in Europa, per fare in modo che ulema ben formati veicolino un messaggio di pace e fratellanza. In questo le rappresentanze diplomatiche dei Paesi musulmani devono impegnarsi seriamente attraverso convegni e incontri che avvicinino i cittadini europei all’essenza vera dell’Islam».

in “La Stampa” del 25 febbraio 2017