La Milano dei bambini poveri. Francesco nella città nascosta

di Alberto Mattioli

Sono davvero «Le due città» di Dickens. C’è la Milano elegante e scintillante che ieri ha celebrato la chiusura della Settimana della moda, anzi la Fashion Week. E c’è la Milano dove 13 mila bambini soffrono la fame nei quartieri dove non si parla l’inglese e magari nemmeno sempre l’italiano, come sempre ieri ha detto il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, alla presentazione della visita di Papa Francesco, il 25 marzo.

Le due città vivono su rette parallele, quindi non si incontrano mai. La lieta novella è che per i bambini che non mangiano abbastanza arrivano 25 milioni di euro in tre anni: 12 li ha già stanziati, appunto, la Fondazione Cariplo, tre Intesa Sanpaolo, quattro la Fondazione Vismara. Il sapore sgradevole della notizia che a Milano ci siano dei minori che hanno fame, peraltro non nuova, però resta.
Non è un caso che Francesco inizi la sua visita dalle Case Bianche, un complesso di edilizia popolare degli Anni Settanta alla periferia est. Non è nemmeno uno dei più scassati della città, ma colpì molto l’arcivescovo Angelo Scola, che ne ha parlato più volte. Zona abbastanza degradata dove però si reagisce: la parrocchia è attivissima e dentro il complesso ci sono un Centro Caritas e perfino una piccola comunità di suore. I volontari sono la salvezza degli anziani bloccati al nono piano dagli ascensori fuori servizio. Dal quadrilatero della moda o dalla movida dei Navigli la distanza, e non quella geografica, è siderale.
Insomma, i poveri ci sono anche nella Milano in forma di questi anni. Dalla Caritas Ambrosiana, che fa girare a pieno regime un macchina dell’assistenza di 1.500 operatori e 7 mila volontari, dicono che quella di 13 mila bambini affamati è una stima approssimativa ma plausibile. «Dietro il bisogno alimentare c’è un problema di reddito»: tradotto, affitti e bollette vanno comunque pagati quindi, non potendo risparmiare su altro, si risparmia sul cibo. Nelle parrocchie della diocesi, che è enorme e ben più estesa di Milano, ci sono 320 Centri di ascolto cui si rivolgono circa 60 mila persone. Forse non per tutte, ma di certo per molte, il «pacco alimentare» è un aiuto prezioso.
Il guaio è che queste persone in bilico sulla soglia della povertà, gli «equilibristi», come li chiama l’annuale rapporto della Caritas, sono in aumento. Dal 2008, anno ufficiale di inizio della Grande crisi dalla quale, secondo i politici, stiamo perennemente «uscendo», gli italiani che si rivolgono ai Centri sono aumentati del 47,6%, con una crescita annua media del 5,7. Fra gli assistiti, gli italiani sono una minoranza, il 37%, ma nello stesso periodo il loro numero è cresciuto del 21,6%.

Concreta anche in questo, per aiutare minori e non, Milano moltiplica le iniziative. La Caritas recupera le eccedenze alimentari, insomma il cibo inutilizzato che altrimenti finirebbe nella spazzatura. La filiera fu attivata in occasione di Expo, per alimentare il Refettorio ambrosiano dello starchef Massimo Bottura. Expo è finita, ma anche adesso un furgone passa a ritirare l’invenduto dei supermercati e lo rimette in circolo. Una cooperativa trasforma frutta e verdura in conserve e minestroni, che durano di più. E negli Empori della solidarietà, sempre targati Caritas, si fa la spesa «pagando» con i punti di una tessera distribuita dai Centri di ascolto.

Nel 2015, il Banco Alimentare della Lombardia ha donato 34 milioni di pasti agli indigenti della regione che sono circa 670 mila. I bambini che non mangiano abbastanza sono figli di madri single, di disoccupati, di coppie giovani con un lavoro precario. Sempre ieri, la Fondazione Progetto Arca ha annunciato un «Progetto bellezza» di «social design» per l’edificio di via Mambretti a Quarto Oggiaro, un’ex scuola che accoglie 320 persone tra senza dimora, migranti e richiedenti asilo. Milano, insomma, si dà da fare. Ma di Milano, appunto, ce ne sono due.

in “La Stampa” del 28 febbraio 2017

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