Le tende dei folli: Bobo e gli altri clochard romani

di Mimmo Calopresti

A volte mi impongo di guardarmi intorno, di fare attenzione a quella parte dell’umanità che sembra non esserci, che vive per terra, addossata ai muri, nascosta nei pertugi, nei giacigli nascosti durante il giorno e che nella notte diventano camere da letto; buste con cibo, felpe, tute, scarpe che vengono riposte in anfratti tra le mura, nei cespugli, sotto gli argini dei fiumi: armadi senza ante di una civiltà allo sbando. Corpi distrutti e disarticolati. Sono i senza tetto. A Parigi, al Louvre, c’è un dipinto di Hieronymus Bosch: la Nave dei folli. Ogni volta che incontro un altro senza tetto per strada il mio pensiero va a quel pezzo di umanità raccolto su quella tavola dipinta nel 1500. Improvvisamente mi sembra di avere ritrovato tra noi un altro di quei folli che naviga il mondo.

Bobo mette in ginocchio l’intero quartiere

Urla forte il suo nome quando qualcuno passa accanto alla sua tenda montata sotto le mura romane, sopra il Muro torto, all’altezza di via Sicilia. Urla per superare il rumore del traffico che si muove come un tappeto sonoro nella strada sottostante. Ed è così che l’ho scoperto, sentendogli urlare il suo nome.

– Bobo, sono Bobo!

Scopre un sorriso splendente e contagioso, con un buco davanti alla bocca. All’interno, una corona di denti di ferro lucido che riflette la luce in tutte le direzioni. La tenda in cui vive è bassa e ben attrezzata, con un fornellino a gas e vettovaglie a portata di mano davanti all’entrata. Bobo attira l’attenzione di tutti quelli che passano in modo da ottenere ciò che gli serve per continuare la sua vita. Quando mi chino per stringergli la mano, mi afferra con forza e quasi mi obbliga a inginocchiarmi davanti a lui. Chi sei? domando.

– Solo Dio lo sa – mi risponde.

– Sono in Italia dal ‘98, lavoravo con i cavalli –.

Ecco da dove arriva quella stretta di mano vigorosa, sorretta da braccia forti e ancora muscolose.

– Poi nel 2002 è arrivata una legge – mi dice – che mi obbligava ad avere il permesso di soggiorno per continuare a stare in Italia e ho perso il lavoro.

Il nome della legge è “Bossi-Fini”. Molti nel quartiere passano e si chinano, mentre altri s’inginocchiano davanti a quell’uomo per sapere come sta e lasciargli qualche soldo, una coperta, la bomboletta del fornellino, un po’ di verdura e frutta. La richiesta più libidinosa che fa al mattino al suo benefattore di turno è un caffè lungo, bollente con dentro della Sambuca, che appena lo assaggia lo predispone ad un sorriso luminoso. Bobo non si lamenta. Trascorre il tempo nel migliore dei modi ed è in cerca sempre di nuovi amici: è un gran bevitore, grida tutta la sua felicità quando riesce ad avere un euro in elemosina, tanto quanto gli basta per andare avanti. Lui non si preoccupa del futuro ma dell’attimo, del presente, del momento. Chiede solo di non essere dimenticato in quell’angolo di mondo, per questo cerca sempre nuovi amici, urla il suo nome. Ogni tanto, quando posso, passo davanti alla sua tenda per chiedergli come sta. E lui mi saluta sempre allo stesso modo.

– Ehi, amico, sono Bobo! – Bobo urla e sorride.

Yonel ha trovato il modo di essere utile

È da anni che sta davanti al cancello d’entrata di Colle Oppio. In mano ha la sua borsa in similpelle con dentro un libro d’ingegneria applicata e una guida di Roma in inglese, al collo un cartellino con una scritta che lo indentifica come operatore turistico. Vita dura per racimolare qualche soldo. In più

deve stare attento a non invadere territori altrui. Sono in molti nei pressi del Colosseo a darsi da fare tutti i giorni per poter sopravvivere con i soldi dei turisti: dagli accompagnatori su trabiccoli di ogni genere, ai più ricchi del momento, cioè i venditori di aste per selfie. Credo che Yonel abbia cinquant’anni e sia di origine rumene. Mi ha detto che è nato nei Carpazi e io gli credo perché i suoi tratti somatici lo avvicinano al Conte Dracula. Visto da lontano ha un aspetto principesco, il suo volto sembra pietrificato, una maschera senza tempo che lo confonde con colonne di cemento di inizio novecento su cui appoggia il proprio corpo durante la giornata fino a diventate tutt’uno con lo sfondo. Nei periodi più duri, beve per sopportare il freddo e la solitudine, allora diventa insopportabile, non si controlla, perde la sua eleganza per arrivare ai limiti del baratro. Quando, però, sembra essere risucchiato nel vortice che lo trascinerà in fondo all’inferno, con un colpo d’anca perfetto, come un ballerino di danza classica, ritrova l’equilibrio e ricomincia il suo ballo solitario, tra piroette e inchini di ringraziamenti verso il prossimo che gli elargisce cibo, vestiti e qualche conversazione senza direzione, scambi di inutili convenevoli tra vite parallele che non hanno punti d’incontro. È da anni che va così e io insieme a molti altri nel quartiere lo abbiamo adottato e lui lo sa. In questi anni tutto si ripete secondo un copione prestabilito, ma da qualche giorno è cambiato qualcosa: con una busta di plastica in mano piena di frutta mi dice che si prepara ad andare a trovare un amico in una clinica lì vicino. Ha un tumore al collo e sarà molto difficile che ne uscirà vivo. In questo momento, tutto quello che guadagna, mi dice, lo spende per comprare qualcosa per lui e per il suo amico, passa il pomeriggio nella stanza della clinica al caldo, mangiando qualcosa e bevendo un bicchiere. Mi ha chiesto se potevo portargli un cambio di intimo per l’amico costretto a stare a letto, una camicia per lui e del miele. Fatto. Bel colpo Yonel, bel colpo veramente: hai trovato un bel modo di passare il tempo. Nei tuoi occhi ho letto la felicità di sentirsi utili per qualcun’altro. In quell’ospedale probabilmente hai trovato per qualche ora al giorno un riparo, un rifugio che ti rende normale. Sei tu che dai qualcosa e sei felice di essere utile a qualcuno, sei la dimostrazione che la generosità fa bene. Speriamo bene per il tuo amico, a proposito… come si chiama?

Greg disegna Dante con i raggi del sole

Biondo magro con barba di alcuni giorni, è seduto sulla panchina del parco insieme ai suoi pezzi da esposizione. Greg disegna con il sole. “Made with the sun”, recita un cartello a conferma delle opere realizzate su cartone. Greg quando c’è il sole focalizza e raccoglie i raggi al centro di una lente che usa come matita, il cartone sottostante viene inciso dal calore che lo bruciacchia e si creano le forme che Greg sceglie per le sue opere. Un’immagine mi ha colpito su tutte: il mausoleo di Dante a Ravenna, perché Greg, polacco di Roma, è arrivato in Italia per studiare Dante, per rappresentarlo, per approcciare il lato mistico del “Sommo Poeta”. Questo è quel che dice a tutti quelli che si fermano davanti alla sua galleria. Dipinge cattedrali e versi, quando c’è il sole, altrimenti nelle giornate nuvole abbandona il suo corpo sulla sua panchina, come quello del Cristo adagiato tra le braccia di Maria ne La Pietà di Michelangelo. Quando piove scompare, finendo in un anfratto in attesa del bel tempo. E mi viene da pensare che noi tutti siamo sempre in attesa del bel tempo, proprio come Greg, come Bobo, come Yonel e come la nave dei folli di Bosch. Pronti a salpare ogni giorno nel mare della vita.

in “il Fatto Quotidiano” del 27 febbraio 2017

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