Una democrazia muore nel buio

di Furio Colombo

Trump non può governare. La scritta che leggete qui sopra compare ogni giorno sotto il titolo del Washington Post, il grande quotidiano della capitale americana, per ricordare ai lettori (in continua crescita) che l’interruzione di rapporto fra presidenza e Paese è avvenuta e non si può riparare. La scritta è comparsa quando Trump ha dichiarato i media nemici del popolo. Quella scritta è la stessa scelta, non più di opposizione ma di resistenza, di ogni altro grande quotidiano, del New York Times, del Los Angeles Times, delle televisioni nazionali e della Cnn, ma anche di una vasta costellazione di giornali minori, cartacei e in rete. E di migliaia di radio. Non è una rivolta.

È una spaccatura. Non è misurabile, ma è vasta. E non è riparabile perché non è stata scelta o creata da coloro che si sentono e si dichiarano fuori dall’area del potere di Trump e totalmente estranei. È stata creata dal potere. È un caso nuovo nella storia contemporanea. La spaccatura è stata inferta con una serie di colpi duri e deliberatamente devastanti, dal presidente degli Stati Uniti legittimamente eletto che, una volta investito della grandissima forza e autorità della presidenza americana, l’ha usata non per governare ma per continuare, proseguire e sceneggiare la sua campagna elettorale. Si tratta del primo caso di un presidente che crede nell’aggressione degli avversari dentro il suo Paese; produce disordine con pronunciamenti incoerenti di politica interna (la cacciata di milioni di persone), di politica estera (l’improvvisa rivelazione di legami segreti con la Russia); l’insediamento nella Casa Bianca di personaggi della estrema destra (alt-right) detta “suprematista”, razzista, antisemita, fondata sul disprezzo e sullo sganciamento del potere dalla democrazia, che decide di usare il potere per dividere in modo sempre più radicale le due parti politiche di un paese che non era mai stato in guerra con se stesso, tranne che al tempo dell’abolizione della schiavitù; della presenza “in residence” del mondo oscuro delle notizie false (i “fatti alternativi” secondo la consigliera Kellyanne Conway). Trump non può governare perché, accanto a personaggi come Stephen Bannon, che crede seriamente e autorevolmente nella falsificazione dei fatti all’unico scopo di vincere, la sua Casa Bianca è frequentata (o fornita giornalmente di fatti e messaggi) da personaggi come Milo Yiannopoulos, strana e controversa celebrity dei media e della rete che è abituato a chiamare “daddy” (papà) il presidente, e ne contende l’attenzione (con notizie di eventi mai accaduti, come l’attentato in Svezia), da figure come Alex Jones, che deve la sua celebrità all’avere sostenuto (e, lui dice, dimostrato) che l’11 settembre è un complotto americano contro l’America. Jones ha un’immensa audience nella sua fabbrica di invenzioni e probabilmente c’è fondamento nella sua affermazione: “La mia audience sono i denti di Trump, sono lo strumento di guerra su cui Trump può contare”.

Trump non può governare perché il suo piano di deportazione, che è già in funzione di qua e di là dalla frontiera (negli Usa, gli immigrati hanno cominciato a vivere in clandestinità, chi arriva all’aeroporto per tornare a casa o per entrare in America viene subito arrestato e “rimpatriato”, spesso in Paesi che non conosce), è il più vasto piano di persecuzione razziale e di crudeltà collettiva dopo il nazismo. Una delle voci più autorevoli della vita pubblica americana prima di Trump, Zbigniew Brzezinski (il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter) ha detto il 21 febbraio: “Fino a questo momento Trump non è stato in grado di formulare neppure una frase significativa sul caos globale in cui stiamo vivendo e ha lasciato che le condizioni del mondo venissero interpretate dalle dichiarazioni irresponsabili, incoerenti, e ignoranti delle persone del suo team. Una terminologia semplicistica ed estremista sta diventando politica nazionale. L’esempio più drammatico sono i rapporti con il Cremlino, come ha dimostrato l’avventura e le dimissioni del generale Flynn. Noi non abbiamo votato Trump, ma adesso è il presidente, e vorremmo il suo successo. Al momento nessuno, tra noi o nel resto del mondo, vede questa possibilità”.

La frase di Brzezinski contiene i tre punti chiave del dramma americano (che si riversa sul mondo amico e legato all’America). Trump è un presidente che non può governare. Il presidente degli Stati Uniti ha un potere grandissimo. La presidenza degli Stati Uniti non conosce crisi e può essere colpita solo dall’impeachment. L’impeachment è nelle mani di deputati e senatori che non sanno ancora se potranno o vorranno tenergli testa, o limitarsi a ubbidire. Le figure strane, misteriose, deformate, grottesche, eppure potenti, del grande spettacolo miliardario di Trump continueranno perciò a esibirsi, cambiando ogni giorno in peggio l’America.

in “il Fatto Quotidiano” del 26 febbraio 2017

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