Archivio mensile:febbraio 2017

Un anno di corridoi umanitari. L’integrazione protegge più dei muri

di Andrea Riccardi

Khaled non ha paura del mare perché è arrivato con l’aereo e non con il barcone. Sorride come tanti bambini della sua età, gioca, va a scuola, ormai fa la vita di tutti i suoi coetanei. Basterebbe la sua fotografia per trasmettere il valore dei corridoi umanitari.

Ma per capire tutti i riflessi positivi di questo progetto, che è nato per accogliere e inserire nella nostra società chi fugge da guerre e persecuzioni, occorre raccontare di più. Perché dimostra quanto faccia bene all’Europa l’integrazione e quanto facciano male invece i muri, sia quelli europei che quelli di Oltreoceano. Da una parte c’è il futuro, dall’altra solo un passato pieno di paure. Meglio scegliere il primo. Lo dimostra la storia di un anno.

Sì, perché oggi, a Fiumicino, si festeggia il primo compleanno dei corridoi umanitari accogliendo l’arrivo di un nuovo gruppo che fa salire a quasi 700 il numero dei profughi siriani giunti dal Libano, dove altrimenti sarebbero rimasti, per chissà quanto tempo ancora, nell’amaro limbo dei campi o in altri alloggi di fortuna.

Sono invece qui fra noi, i primi arrivati ormai capaci di farsi capire in italiano, alcuni già in grado di inserirsi nel mondo del lavoro avendo ottenuto lo status di rifugiato, i figli frequentano le nostre scuole e, complessivamente, la loro presenza in Italia ha prodotto più vantaggi che difficoltà.

In un anno abbiamo capito tante cose. Prima di tutto che è possibile offrire un’alternativa ai viaggi della morte nel Mediterraneo sottraendo i profughi ai trafficanti di uomini. In secondo luogo che l’Europa non è condannata ad affrontare il fenomeno immigrazione sotto l’ombrello della paura e della demagogia, ma che è possibile gestirlo coniugando sicurezza e integrazione.

Il progetto promosso dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alle Chiese protestanti italiane garantisce infatti controlli nel Paese di partenza e in quello di arrivo, un’accoglienza diffusa (finora in 17 Regioni e 68 Comuni italiani) e un inserimento nella società che viene studiato e programmato tenendo presente sia le esigenze delle persone ospitate, sia quelle delle realtà locali. Il tutto senza far spendere un euro allo Stato, che pure è partner dell’operazione consentendo il rilascio dei visti umanitari per entrare e, in un secondo momento, il riconoscimento dell’asilo politico.

Certo, si potrebbe dire che 700 è una piccola cifra, che anche quando si arriverà ai 1000 previsti dal progetto e si aggiungeranno gli altri 500 dei corridoi umanitari dall’Etiopia – che vedono anche la partecipazione della Chiesa italiana – si sarà ancora lontani dai grandi numeri degli arrivi in Europa. Ma qualcuno doveva pur cominciare.

E, soprattutto, doveva fare uscire il dibattito sull’immigrazione da una strumentalizzazione politica che non giova senz’altro alla difesa dal terrorismo e, al contrario, rischia di invelenire i già complicati rapporti con l’Islam.

In altre parole, un modello che funziona e che è replicabile: presto verrà realizzato con le stesse modalità in Francia e anche altri Paesi sono vivamente interessati. Un messaggio importante per l’Europa che quest’anno rischia di trascinare tutto il dibattito sull’immigrazione nel gran calderone delle molteplici campagne elettorali in programma, ma anche per gli Usa di Donald Trump che farebbero bene a riflettere sugli strumenti migliori da adottare per proteggersi: intelligence a parte, dal terrore non ci si difende con la paura, espressa in modo fortemente simbolico dai muri, ma con progetti che favoriscono sicurezza e integrazione.

in “l’Huffington Post” del 27 febbraio 2017

La Milano dei bambini poveri. Francesco nella città nascosta

di Alberto Mattioli

Sono davvero «Le due città» di Dickens. C’è la Milano elegante e scintillante che ieri ha celebrato la chiusura della Settimana della moda, anzi la Fashion Week. E c’è la Milano dove 13 mila bambini soffrono la fame nei quartieri dove non si parla l’inglese e magari nemmeno sempre l’italiano, come sempre ieri ha detto il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, alla presentazione della visita di Papa Francesco, il 25 marzo.

Le due città vivono su rette parallele, quindi non si incontrano mai. La lieta novella è che per i bambini che non mangiano abbastanza arrivano 25 milioni di euro in tre anni: 12 li ha già stanziati, appunto, la Fondazione Cariplo, tre Intesa Sanpaolo, quattro la Fondazione Vismara. Il sapore sgradevole della notizia che a Milano ci siano dei minori che hanno fame, peraltro non nuova, però resta.
Non è un caso che Francesco inizi la sua visita dalle Case Bianche, un complesso di edilizia popolare degli Anni Settanta alla periferia est. Non è nemmeno uno dei più scassati della città, ma colpì molto l’arcivescovo Angelo Scola, che ne ha parlato più volte. Zona abbastanza degradata dove però si reagisce: la parrocchia è attivissima e dentro il complesso ci sono un Centro Caritas e perfino una piccola comunità di suore. I volontari sono la salvezza degli anziani bloccati al nono piano dagli ascensori fuori servizio. Dal quadrilatero della moda o dalla movida dei Navigli la distanza, e non quella geografica, è siderale.
Insomma, i poveri ci sono anche nella Milano in forma di questi anni. Dalla Caritas Ambrosiana, che fa girare a pieno regime un macchina dell’assistenza di 1.500 operatori e 7 mila volontari, dicono che quella di 13 mila bambini affamati è una stima approssimativa ma plausibile. «Dietro il bisogno alimentare c’è un problema di reddito»: tradotto, affitti e bollette vanno comunque pagati quindi, non potendo risparmiare su altro, si risparmia sul cibo. Nelle parrocchie della diocesi, che è enorme e ben più estesa di Milano, ci sono 320 Centri di ascolto cui si rivolgono circa 60 mila persone. Forse non per tutte, ma di certo per molte, il «pacco alimentare» è un aiuto prezioso.
Il guaio è che queste persone in bilico sulla soglia della povertà, gli «equilibristi», come li chiama l’annuale rapporto della Caritas, sono in aumento. Dal 2008, anno ufficiale di inizio della Grande crisi dalla quale, secondo i politici, stiamo perennemente «uscendo», gli italiani che si rivolgono ai Centri sono aumentati del 47,6%, con una crescita annua media del 5,7. Fra gli assistiti, gli italiani sono una minoranza, il 37%, ma nello stesso periodo il loro numero è cresciuto del 21,6%.

Concreta anche in questo, per aiutare minori e non, Milano moltiplica le iniziative. La Caritas recupera le eccedenze alimentari, insomma il cibo inutilizzato che altrimenti finirebbe nella spazzatura. La filiera fu attivata in occasione di Expo, per alimentare il Refettorio ambrosiano dello starchef Massimo Bottura. Expo è finita, ma anche adesso un furgone passa a ritirare l’invenduto dei supermercati e lo rimette in circolo. Una cooperativa trasforma frutta e verdura in conserve e minestroni, che durano di più. E negli Empori della solidarietà, sempre targati Caritas, si fa la spesa «pagando» con i punti di una tessera distribuita dai Centri di ascolto.

Nel 2015, il Banco Alimentare della Lombardia ha donato 34 milioni di pasti agli indigenti della regione che sono circa 670 mila. I bambini che non mangiano abbastanza sono figli di madri single, di disoccupati, di coppie giovani con un lavoro precario. Sempre ieri, la Fondazione Progetto Arca ha annunciato un «Progetto bellezza» di «social design» per l’edificio di via Mambretti a Quarto Oggiaro, un’ex scuola che accoglie 320 persone tra senza dimora, migranti e richiedenti asilo. Milano, insomma, si dà da fare. Ma di Milano, appunto, ce ne sono due.

in “La Stampa” del 28 febbraio 2017

Maura. Un’americana sulla strada del martire vescovo Romero

di Riccardo Michelucci

Sorella Clarke venne assassinata in Salvador insieme ad altre tre missionarie nove mesi dopo il vescovo. Negli Usa un libro-inchiesta sulla sua vita

Un episodio, finora rimasto ignoto, è in grado di descrivere tutto il coraggio e la statura religiosa, morale e politica di suor Maura Clarke. Accadde in Nicaragua, alla fine degli anni Settanta, quando questa piccola donna con gli occhiali afferrò per un braccio un alto ufficiale della Guardia Nazionale. «Perché avete arrestato queste persone? – gli chiese – Stanno solo protestando per la mancanza di acqua potabile, è un loro diritto». Il soldato, vedendo che ad affrontarlo era una religiosa straniera, rispose con tono sprezzante. «Sorella, se ne torni al suo convento». Allora sister Maura perse la pazienza e iniziò a gridare, indicando la strada polverosa e piena di bisognosi: «questo è il mio convento! Questo è il mio convento!».

Qualche anno dopo, la sua storia avrebbe conosciuto un tragico epilogo in un altro dei disastrati Paesi dell’America Centrale, il Salvador. Il 2 dicembre 1980, pochi mesi dopo il brutale assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero, vennero ritrovati in una fossa i cadaveri di Maura Clarke e altre due religiose (Dorothy Kasel e Ita Ford), oltre a quello di una missionaria laica, Jean Donovan. Le quattro donne erano state torturate, violentate e barbaramente uccise dagli squadroni della morte del regime.

Il colpo di stato militare dell’anno prima aveva rotto definitivamente gli argini della legalità nel piccolo, poverissimo Paese centroamericano reduce da una lunga stagione di guerre civili e uccisioni indiscriminate. Il potere nelle mani delle forze armate e l’uso generalizzato della tortura e dell’assassinio contro gli oppositori, veri o presunti, avevano gettato il Salvador in un abisso di orrori senza fine. Gli omicidi, le stragi e le brutalità erano all’ordine del giorno: solo nel 1980 furono ammazzati circa ottomila uomini, donne e bambini, ma l’assassinio delle quattro donne statunitensi segnò un punto di non ritorno destinato a passare alla storia. Prima di essere chiamata in Salvador proprio da monsignor Romero, suor Maura Clarke aveva trascorso vent’anni di servizio in Nicaragua, diventando una delle missionarie più amate e rispettate di tutta l’America Latina. Eppure nessuno finora aveva mai scritto una biografia organica capace di renderle pienamente giustizia indagando a fondo sulla sua figura. Dopo tanto tempo la lacuna è stata colmata dalla giornalista investigava statunitense Eileen Markey, il cui libro A radical faith: the assassination of Sister Maura, non è un’inchiesta sull’omicidio come il titolo potrebbe erroneamente far credere, ma un affascinante ritratto della sua vita, della vocazione e delle scelte radicali che l’avrebbero condotta verso quella tragica fine. Nata nel 1931 nel distretto newyorchese di Queens da una famiglia di origini irlandesi, Maura Clarke imparò fin da bambina ad ascoltare la voce degli oppressi grazie ai racconti del padre, impegnato in gioventù nella lotta per la libertà dell’Irlanda. Giovanissima, entrò a far parte delle suore domenicane di Maryknoll e ricevette il suo primo incarico in Nicaragua. Per oltre vent’anni sarebbe rimasta a stretto contatto con la povertà dilagante della piccola cittadina di Siuna, a centinaia di chilometri dalla capitale Managua, lavorando a fianco delle popolazioni più derelitte e degli operai sfruttati delle miniere d’oro. Immedesimarsi nelle lotte per l’emancipazione dei poveri e nella condanna delle ingiustizie secondo lo spirito del Concilio Vaticano II e le teorie elaborate alla Conferenza episcopale di Medellìn del 1968 fu per lei una scelta naturale, che solcò tutto il suo percorso spirituale e umano.

Ma il libro della Markey, basato su un’approfondita ricerca d’archivio, su decine di interviste a familiari, collaboratori e compagne di congregazione di suor Maura, nonché sullo studio delle sue lettere private, mette anche in evidenza il suo atteggiamento fortemente critico nei confronti della politica estera statunitense e delle complicità indotte dalla Guerra fredda. La lunga esperienza in

Nicaragua le aveva consentito di vedere come gli Stati Uniti stessero sostenendo le dittature militari e i regimi repressivi dell’America Latina.

Suora Maura era arrivata in Salvador nell’agosto del 1980, cinque mesi dopo il martirio di Oscar Romero, nel momento in cui la persecuzione contro i religiosi aveva raggiunto ormai livelli parossistici. Si unì agli altri missionari a Chalatenango, nel nordovest del Paese, e con loro si impegnò ad aiutare i rifugiati che scappavano dalle zone di conflitto, a curare i feriti, a offrire rifugio ai sopravvissuti, a trasportare cibo e medicinali. E non mancò di denunciare senza alcun timore le atrocità, i massacri e le sparizioni taciute da una stampa che era sottoposta a una censura strettissima.

In un passaggio cruciale, il libro racconta che pochi giorni prima dell’assassinio, il ministro della Difesa salvadoregno José Guillermo Garcìa riunì la giunta militare puntando il dito proprio contro quei religiosi impegnati a Chalatenango. Li aveva definiti «nemici del regime», affermando che stavano collaborando con la resistenza armata. Furono le sue parole a renderli bersagli sempre più legittimi e a dare il via libera ai loro carnefici. Negli anni successivi, le inchieste avrebbero accertato che gli uomini del commando che assassinarono lei e le altre tre donne erano stati addestrati nella famigerata School of the Americas (SoA), la scuola di combattimento in Georgia, negli Usa, che insegnava tecniche di repressione e spionaggio militare. Suor Maura aveva ricevuto numerose minacce, ma non si era fatta scoraggiare, né aveva mai pensato di lasciare il Salvador per mettersi al sicuro. La notte in cui fu aggredita e uccisa dalle forze di sicurezza stava tornando da una preghiera centrata sull’immagine evangelica del buon pastore che non abbandona il suo gregge. Mai, neanche di fronte alla morte.

in “Avvenire” del 28 febbraio 2017

Unicef, il Mediterraneo una rotta infernale per i minori

Col rapporto “Un viaggio mortale per i bambini”, pubblicato oggi, l’Unicef lancia un’allerta per sensibilizzare sulla situazione dei minori non accompagnati che dall’Africa arrivano in Europa lungo la rotta del Mediterraneo centrale: abusati, vittime di violenze di ogni genere, sono la categoria più a rischio. Per questo la coordinatrice speciale per la crisi dei migranti e profughi in Europa Afshan Khan, che a Bruxelles ha incontrato un gruppo ristretto di giornalisti, chiede “misure stringenti per proteggere i bambini migranti e un sistema di passaggi sicuri”. In particolare l’Unicef mette in guardia sulle condizioni nei centri di detenzione in Libia, 34 in tutto quelli identificati, 24 gestiti dal governo e 10 dalle milizie.

L’organizzazione spiega di avere accesso a meno della metà dei centri che dipendono dal Dipartimento di governo per la lotta alla Migrazione illegale: in questi luoghi dove la violenza è all’ordine del giorno, mancano cibo, abiti, coperte, ed i migranti, compresi i minori sono trattenuti a gruppi di 20 in celle di due metri quadri. Ben peggiore è invece la situazione nei campi gestiti dalle milizie, a questi Unicef non ha accesso ma sulla base di relazioni di altre agenzie o missioni dell’Onu vengono definiti “buchi infernali”, spesso luoghi di lavoro forzato, dove la tortura è una pratica comune. Nella relazione si ricorda che dei 181.436 migranti e profughi arrivati in Italia nel 2016, 28.223, ovvero il 16% circa, sono minori, e 9 su 10 di questi sono arrivati sulle coste italiane non accompagnati. Inoltre, dei 4.579 migranti che nel 2016 si stima siano morti durante la traversata del Mediterraneo, si ritiene che 700 fossero minori. E dei 256mila migranti individuati dall’Unhcr in Libia a settembre 2016 (ma le stime dell’Oim moltiplicano il numero sia tre volte tanto) 28.031 sono donne (11%) e 23.102 (9%) minori, un terzo di questi si ritiene non siano accompagnati.

Per  leggere il rapporto:

http://www.unicef.it/Allegati/Un_viaggio_fatale_per_i_bambini.pdf

Eutanasia. Il fisiatra: accanto a Fabo per 2 anni. «Poi ha smesso di lottare»

Lucia Bellaspiga

Parla lo specialista (Angelo Mainini) che ha seguito il dj: all’inizio aveva voglia di farcela, non siamo riusciti a fermarlo

«Sono stati fino all’ultimo i grandi amici di Fabiano Antoniani, che anche loro chiamano Fabo. Dal novembre del 2015, quando è tornato a casa dall’ospedale dopo l’incidente, sono stati con lui ogni giorno dandogli cura, sollievo ed ascolto: «Eravamo a casa sua cinque giorni a settimana, c’erano il fisioterapista, l’infermiere, un ausiliario, all’inizio anche la logopedista e una psicologa, di cui, però, poi ha deciso di fare a meno. Ho scritto io il suo piano di riabilitazione e lui collaborava con molta volontà, aveva una gran voglia di farcela. Poi è successo qualcosa».

Angelo Mainini, medico fisiatra, è il direttore sanitario della ‘Maddalena Grassi’, fondazione laica di diritto privato, specializzata nell’assistenza domiciliare ai disabili gravi e attrezzata per i casi più complessi. «In venti anni di attività abbiamo accompagnato la vita e la morte di centinaia di persone come Fabo o in condizioni analoghe – spiega lo specialista – e attualmente seguiamo anche un centinaio di bambini». Tra questi – scopriamo – anche Matteo Nassigh, il ragazzo ormai 19enne che non parla ed è completamente immobilizzato, ma che dalle nostre pagine domenica aveva lanciato un ultimo appello proprio a Fabo: «Non andare a morire, noi due possiamo migliorare il mondo». «L’ultima volta che siamo andati da lui è stato venerdì, il giorno prima della sua partenza per la Svizzera. C’era anche il cappellano, don Vincent, chiamato da Fabo, non so che cosa si siano detti… Non giudico quanto è successo poi, questi sono temi di assoluta delicatezza e talmente legati alla situazione di ogni singolo individuo che è impossibile dettare regole generali, ma certamente questo epilogo è una sconfitta per tutti: la scienza medica fa progressi impensabili per migliorare e allungare la vita, ma nessuno è stato in grado di dare a Fabo la motivazione sufficiente a continuare ad amare la sua». Perché è questa la profonda questione: «In decenni a contatto diretto con pazienti come Fabo – continua Mainini – vediamo che il problema è avere o non avere qualcosa per cui valga la pena vivere. Penso a tante persone come lui, anche più sofferenti, che a un certo punto trovano la spinta per voler proseguire sulla strada della vita, e in questo non ci sono regole o automatismi, sarebbe troppo facile: non dipende dalla gravità della malattia, non è nemmeno una questione di fede, il contesto familiare incide (se si sentono amati o non amati), ma poi ogni storia è a sé. Ecco perché fare una legge su situazioni così mutevoli significherebbe voler dare confini netti e cose che non possono averli».

E chi, come i radicali, si appropriano mediaticamente di queste storie umane «per farne cassa di risonanza ideologica», vanno a innestarsi in «equilibri che noi sappiamo essere delicatissimi. Ci vuole un solo istante per passare dalla speranza alla disperazione, dalla voglia di vivere a quella di morire». È quello che è successo a Fabo. I primi mesi accettava di buon grado il piano riabilitativo ideato su misura per lui da Mainini, perché ancora sperava. A dargli la forza era il suo carattere, quella energia vitale che prima del- l’incidente, avvenuto nel 2014, lo aveva fatto vivere a mille. «Credeva nella possibilità di migliorare, si era affidato anche a terapie sperimentali. Poi ha capito che, almeno ad oggi, la medicina non era in grado di ridargli le sue funzioni. Caduta la speranza, non ha trovato qualcosa per cui valesse la pena vivere anche così». Non è una colpa, semmai è una sfortuna. Perché nessuno sa dire come avrebbe reagito al posto suo, e nemmeno dove trovare le parole per restituire la speranza a chi, dalle piste di discoteche chiassose e affollate, passa al buio di una vita cieca e immobile. «Per questo guai a chi giudica – prosegue il fisiatra di Fabo –. Ma anche a chi strumentalizza le situazioni di questi pazienti. Le ideologie campano sulla falsa concezione che esistano il bianco o il nero, invece la realtà è complessa.

In vent’anni di lavoro sui disabili gravissimi abbiamo visto di tutto. Abbiamo una paziente che si definisce atea, da anni attaccata a un ventilatore, ma sostiene che la sua vita è piena. Abbiamo poi molti malati di Sla, e solo due ci hanno chiesto di non essere tracheotomizzati, com’è già loro diritto senza bisogno di leggi nuove, quindi li seguiamo con cure palliative per morire naturalmente, senza alcuna eutanasia ma anche senza soffrire: è la volontà di una persona lucida che dice ‘questa cura straordinaria non la voglio’. Lo prevede la Costituzione e anche il catechismo. Un caso come quello di Fabo, tra centinaia di disabili, non ci è mai capitato prima: la stragrande maggioranza chiede di ricevere tutte le cure possibili per una vita pienamente degna, e purtroppo non le hanno. Questo è il grande diritto inascoltato, vivere, ma non viene difeso con la forza con cui si reclama un diritto di morire». Persino la Lombardia, che è un’isola felice, copre buona parte dei costi altissimi di assistenza ai disabili gravi, ma ad esempio basta che il paziente in stato vegetativo abbia un lieve miglioramento perché il carico venga spostato sulle famiglie. «Perché coloro che si battono per la morte di pochi non si battono al fianco di queste povere madri, che noi vediamo letteralmente svenarsi per i figli? Sono una folla bisognosa e abbandonata». La storia di Fabo non è finita qui. Chi voleva usarla per fini ideologici da qui comincia. «Mi autodenuncerò appena rientro in Italia», annuncia dalla Svizzera il radicale Marco Cappato.

Fabo si è suicidato in Svizzera come già altri italiani, Cappato gli ha dato un passaggio in macchina, ma tenta la carta del coinvolgimento e del martirio, «rischia 12 anni di carcere», ripetono per inerzia i tigì. Ciò che vede Mainini tra i suoi pazienti di Sla e di altre patologie degenerative è che «all’inizio molti pensano di voler morire, ma con il tempo il giudizio nel 99% dei casi muta, strada facendo cambiano le priorità e, con il giusto accompagnamento, riescono ad apprezzare ciò che quella loro nuova vita può offrire. Se attorno hanno persone che amano e scadenze attese con gioia, come la nascita di un nipotino o la laurea di un figlio, anche solo riuscire a fare quel sorriso o muovere la testa li appaga pienamente». Ora che Fabo non c’è più, il pensiero del medico va alla disperazione di sua madre, «al dolore immane con cui all’inizio ha fatto ciò che poteva per fermare la decisione del figlio», ma poi non ha potuto che assecondarlo e aiutarlo. «Penso a cosa sarà subito dopo», diceva al medico piangendo. E oggi che quel dopo è arrivato «spero solo che abbia vicino persone capaci di consolare il suo cuore».

AVVENIRE martedì 28 febbraio 2017

Suicidio assistito, propaganda, civiltà. Fabo, il rispetto dovuto

Giuseppe Savagnone 

Quando è in gioco il mistero della morte di un uomo, il primo atto di rispetto sarebbe quello di tacere

Quando è in gioco il mistero della morte di un uomo, il primo atto di rispetto sarebbe quello di tacere. Così, davanti a quella di Fabiano Antoniani, (in arte Dj Fabo), il giovane uomo di 39 anni rimasto cieco e tetraplegico a seguito di un grave incidente stradale avvenuto nel 2014, il più serio commento sarebbe il silenzio. Ma, nel circuito mediatico-politico, in cui tutte le forme di pudore sono sistematicamente travolte dalla logica dello spettacolo, anche questa dolorosa fine è diventata, prima ancora di verificarsi, una notizia, un evento pubblicizzato a gran voce su tutti i mezzi di comunicazione e strumentalizzato ideologicamente per sostenere una tesi precostituita, la legittimità del suicidio assistito e, in ultima istanza (perché è a questo che esplicitamente si tende), dell’eutanasia. E forse già questo clamore, a prescindere dalla validità o meno della tesi in questione, potrebbe indurre a diffidare del concetto di “dignità della vita e della morte” a cui i sostenitori dell’eutanasia si rifanno anche in questa occasione.Per quanto ci riguarda, noi qui non abbiamo nulla da dire sulla tragica scelta di questa persona.

La visione cristiana a cui cerchiamo di ispirarci ci ha insegnato che non abbiamo alcun diritto di giudicare, noi, un essere umano, anche quando i suoi comportamenti non corrispondono alla nostra idea di bene e di male. Vogliamo invece fare qualche considerazione sui toni indignati che traboccano dai titoli e dalle argomentazioni di diversi giornali. In essi si insiste con incredula costernazione, sul fatto che il nostro Paese è rimasto l’unico, del “civile Occidente”, a giudicare illecita l’interruzione artificiale della vita di una persona, probabilmente – si dice – per il persistere di una tradizione di matrice cattolica. Ancora una volta, prescindiamo dal valore intrinseco della rivendicazione, per limitarci a constatare la debolezza di questo motivo di scandalo. È vero. L’Italia forse è l’unica democrazia matura a non ammettere alcuna forma di eutanasia. Ma è rimasto anche l’unica a non alzare muri per bloccare l’ingresso dei migranti e a continuare a spendere soldi per cercare di salvare vite umane dalla morte per annegamento.

Sono davvero sicuri quegli opinionisti e quei politici che l’essere rimasti gli unici a fare queste scelte (entrambe volte all’estrema difesa della vita) sia una prova di inciviltà?Anche il fatto che Dj Fabo abbia dovuto andare in Svizzera per attuare il suo progetto di suicidio assistito – su certi quotidiani sembrerebbe questo il fatto più grave – non prova assolutamente nulla, come non lo prova per il ricorso all’utero in affitto e per tante altre “libertà” che chi va all’estero si può permettere e, grazie a Dio e alle leggi della Repubblica (per quanto si cerchi di forzarle o di aggirarle), in Italia no…Per legittimare e trasformare in teorema quello che ai nostri occhi è innanzi tutto il dramma dell’uomo Fabo si citano, a sproposito, i casi di Welby e di Eluana Englaro. A sproposito, perché nel caso Welby, se non ci fosse stata la confusione dovuta alla strumentalizzazione ideologica (che lo presentava all’opinione pubblica come un tipico esempio di eutanasia), si sarebbe potuto valutare il peso nel suo caso di quell’accanimento terapeutico che anche la morale cattolica condanna e, di conseguenza, il diritto etico della persona di rinunziare all’uso di mezzi eccezionali e senza speranza di guarigione.

Nella vicenda Englaro, invece, non ci fu alcuna decisione della povera donna sulla sua morte, ma – ancora una volta – una montatura mediatica che, enfatizzando una frase detta molti anni prima e tralasciando molti altri aspetti della sua vita (come i fatti raccolti nella contro-inchiesta giornalistica di “Avvenire” dimostrarono), decretò non il distacco di una spina ma il rifiuto dell’alimentazione e dell’idratazione a un organismo che era perfettamente in grado di vivere senza particolari cure. Esempio del tutto inappropriato, perciò, di libertà di decidere di sé e della propria vita.

Si può e si deve discutere di Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), che molti chiamano “testamento biologico”… In un Paese democratico le decisioni nascono da un leale confronto delle opinioni. Qui ce ne sono, dall’una e dall’altra parte, che meritano di essere prese in considerazione. Ma quelle che abbiamo appena esaminato non rientrano in questa categoria. Sono solo chiasso, volto a frastornare e suggestionare l’uomo della strada, che ha l’impressione di trovarsi di fronte a una violenza inaudita, quando invece si tratta di una questione oggettivamente problematica, da affrontare senza preventive demonizzazioni di chi non la pensa come noi e avendo ben chiaro che è la vita il valore da affermare e da difendere e non la morte. Uno stile che costituirebbe una buona pratica di rispetto, ormai divenuta rara, verso i vivi, oltre che verso i morti.

AVVENIRE martedì 28 febbraio 2017

Il fascino neopagano degli autoritari

René Buchholz

Politica per una società infantile

Nel 1955 Adorno scriveva che «da più di trent’anni si profila, tra le masse dei paesi ad alta industrializzazione, la tendenza a perseguire non tanto interessi razionali, quanto piuttosto il mantenimento dei propri interessi – in primo luogo, la conservazione della propria vita; consegnandosi così a una politica della catastrofe». Questa constatazione, come mostra non solo la vittoria elettorale di Donald Trump, rimane purtroppo del tutto attuale. Non avremmo dovuto imparare dalla storia del XX secolo, così ridondante di catastrofi? Ma la storia è una cattiva insegnante. La sua didattica del bastone, come sempre, non facilita processi di apprendimento.

Certo, finora nelle città europee non marciano in massa camice nere o marroni, che già nella loro abito impersonano la militarizzazione di tutta la società. Non si usa più affrettarsi a passo di marcia verso la catastrofe. Oggi, i profeti della falsità (L. Löwenthal) si presentano sulla scena in abiti borghesi, avanzando con i loro discorsi la pretesa di escludere interi gruppi della popolazione e di limitare gli standard del vissuto democratico. Con un gesto impavido di rottura dei tabù si rappresentano posizioni che prima avrebbero significato la fine, al meno momentanea, di una carriera politica.

«Populismo», termine inadeguato

Il nuovo autoritarismo si presenta come il portavoce dei «cittadini preoccupati»; e si deve credere ai suoi rappresentanti quando affermano che essi metteranno in pratica i loro programmi politici se solo ne avranno la possibilità – come in Ungheria o Polonia. Le ricette economico-politiche oscillano tra modelli neo-classici e ordinariamente liberali, arricchiti con qualche tocco retorico di stato sociale. Retorica che mostra quanto siano contraddittori in sé stessi i movimenti che oggi vengono contrassegnati come populisti.

Se l’Allianz für Deutschland, da un lato, vuole mantenere il salario minimo e, dall’altro, liberare il mercato del lavoro da un’inutile burocrazia (come afferma nel suo programma di base), si può dubitare che ciò sia adatto ad aiutare coloro che sono condannati al precariato e quel ceto medio sempre più insicuro di cui si dice di voler essere gli avvocati di parte.

Usare il termine “populista” per questo conglomerato di risentimento, nazionalismo, etnocentrismo e contraddittoria politica economica vuol dire più mascherare le cose che aiutare a comprenderle. Dovremmo piuttosto parlare apertamente del pericolo di una nuova forma di fascismo. Nella misura in cui i partiti (da quelli conservativo-liberali fino ai socialdemocratici), e i governi eletti, si sono sempre più adoperati all’applicazione di concezioni neoliberali, che vengono presentati come «privi di alternative» ai propri elettori ed elettrici, tanto meno vi è davvero uno spazio di scelta elettorale.

L’esperienza di essere niente più che oggetti di misure politiche ed economiche, che sono difficilmente accordabili con i propri interessi, provoca sia ostilità e risentimento sia una pressione a conformarsi alle pretese e ai parametri di quelle misure, sulle quali non si è mai davvero votato. La propaganda autoritaria impedisce che le popolazioni europee possano giungere all’idea di farsi carico delle questioni che le riguardano in prima persona.

Il contrario di un atteggiamento maturo

La conquista di Bruxelles da parte dei democratici e una Costituzione per l’Unione Europea, che sia quantomeno all’altezza di quelli standard democratici e sociali esistenti in molti stati nazionali, sarebbe un primo passo per continuare a dare futuro alle svolte rivoluzionarie del 1789 e del 1989. Con liberté non s’intendeva allora la libertà dei fondi di investimento; e con égalité non certo la nullificazione degli individui di fronte agli imperativi, assunti in maniera acritica, di un mercato completamente deregolato.

Un’Unione Europea che finisce più col favorire che con l’impedire un’ulteriore divisione dell’Europa; la cui ascesi programmatica (che si muove in senso opposto all’ideologia neoliberale) si accompagna a una sorta di furore regolativo, e che ha completamente perso il contatto con la gente europea, non sarà rimpianta pressoché da nessuno. Purtroppo essa era e rimane sempre il prodotto di élite economiche e politiche. Di questo profittano i programmi dei “populisti” che hanno dichiarato guerra all’Unione Europea.

Il “populismo” o «il popolo come oppio per il popolo», nella formulazione di Adorno, è proprio il mezzo per impedire sia un’ulteriore democratizzazione sia quella coesione in estremo ritardo dell’Europa stessa, senza la quale anche l’unione monetaria è destinata a fallire. Si tratta del contrario di un atteggiamento maturo: politica del tutto conseguente a una società infantile, che a partire già dalla metà degli anni Novanta è stata favorita dai partiti tradizionali, per timore di perdere la loro possibilità di essere, rendendo presentabile in società un «estremismo del centro».

Agitatori populisti consegnano alle masse gruppi di esseri umani come oggetto del proprio rancore accollandosi quelle conseguenze che ci sono note dalla recente storia tedesca. L’antisemitismo, come mostra il destino di Jean-Marie Le Pen, per quanto possibile viene ancora tenuto chiuso dentro la bottiglia da parte delle destre dell’Europa occidentale. Ma l’affermazione di una «informazione menzognera», guidata da forze «esterne», evoca noti stereotipi a cui Fides, Jobbik e il PiS ricorrono spesso. Ribaltare su altri le proprie mortificazioni, con interessi semplici e composti, è qualcosa che dà soddisfazione al narcisismo collettivo ammorbato del nostro tempo.

Movimenti che non cambiano nulla

Le spiegazioni che vengono offerte, da Trump a Le Pen, passando per Petry, Kaczynsky e Orban, sono a servizio degli stati emotivi e servono a divergere lo sguardo dall’analisi delle cause. Già nel 1949 Leo Löwenthal e Norbert Guterman scrivevano che «l’agitatore non fa nulla per ricondurre l’insoddisfazione sociale fino a cause che siano chiaramente identificabili e definibili. Di fatto l’idea di una causa obiettiva scivola completamente in secondo piano. Quello che rimane è, da un lato, un malessere soggettivo e, dall’altro, il nemico personale che ne sarebbe responsabile». Un’agitazione aggressiva caratterizza sempre più il tono del dibattito nelle lettere al direttore, sui social-media, durante le dimostrazioni e le manifestazioni pubbliche.

La predisposizione per il “populismo” non è un contrassegno specifico di strati sociali a basso livello culturale, ma la si può ritrovare anche tra studenti universitari e membri della cosiddetta élite. Gli agitatori gettano benzina sul fuoco sia dal lato di coloro che risultano essere i perdenti davanti alle logiche dell’economia neoliberale, sia su quello di coloro che temono di perdere privilegi e la possibilità della propria scalata sociale. «Dove la borghesia è giunta al potere – si legge nel Manifesto comunista – ha distrutto tutti i rapporti idillici, feudali e patriarcali». Ma la libertà che essa rende così possibile trova il suo limite nel mercato selvaggio: qui è tendenzialmente superfluo chiunque non sia disponibile ad adattarsi al suo impero.

Il populismo non cambia nulla rispetto a questa situazione, semplicemente maschera le cause dietro il mantello di un’identità nazionale ed etnica. Quello che sa fare, però, è di trasmettere un certo calore in reti sintetiche nel mezzo della freddura sistemica attuale. Vengono offerte separazione e identificazione al tempo stesso: accanto al nemico (Bruxelles, i media in mano a poteri forti, i latino-americani, gli intellettuali della costa Ovest, i profughi) vi è però anche una misura con la quale ci si può identificare: il popolo, la nazione, o anche – in Europa – «l’Occidente cristiano».

Forme di neopaganesimo

In questo non si fa alcuna attenzione alla precisione storica. Si tralascia di dire, infatti, che l’Occidente non è mai stato completamente omogeneo e che le regioni Sud-orientali facevano parte di ambiti culturali islamici. Si tratta, piuttosto, di parole di battaglia a servizio dell’esclusione e della separazione. Il cristianesimo è un’importazione orientale; introdotto da gente che oggi non avrebbe la benché minima possibilità di mettere piede nella fortezza europea. «In questa fede superstiziosa del luogo», come Levinas chiamava questa ideologia degli autoctoni, si annuncia un neo-paganesimo che, prima o poi, potrà fare a meno della sua maschera cristiana.

«Il radicamento nel panorama – scrive Levinas –, il legame col luogo, senza il quale l’universo sarebbe privo di senso e potrebbe a malapena esistere, proprio questo è la divisione in nativo ed estraneo». Qualcosa che nella storia della civiltà ha portato quasi nulla di buono. Pensato come surrogato di una società in cui tutti gli uomini possono vivere liberi e senza preoccupazioni, diventa qualcosa di completamente maligno.

Il cristianesimo ha una qualche corresponsabilità in tutto ciò, nella misura in cui anche esso, come Levinas sospettava, si è assimilato troppo rapidamente a questo «culto del locale, dell’abituale»? Le divinità pagane non furono negate, quanto piuttosto integrate nell’universale orbis christianus. Forse l’Occidente cristiano è in verità malamente cristianizzato, e proprio per questo predisposto per la propaganda neopagana. Se così fosse, allora vi sarebbe anche da parte cristiana qualcosa elaborare e ritoccare, per percepire correttamente il pericolo crescente del populismo di destra fin dentro le proprie fila e trovare una via per opporvisi.

in SETTIMANA-News 18 dicembre 2016/ 

Il dialogo della vita fra cristiani e musulmani

intervista a Thomas Michel, a cura di Elena Dini

Intervista con il Padre gesuita Thomas Michel, esperto in Islam e nelle relazioni islamo-cristiane. Dal 1981 al 1994, Padre Michel ha lavorato al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso a Roma. È stato anche il segretario del Segretariato dei gesuiti per il Dialogo Interreligioso a Roma e il segretario ecumenico della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia (1994-2008). Ha insegnato in molte università in giro per il mondo e attualmente si trova a Roma presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica.

L’Islam è una religione mondiale che sembra essere un monolite per chi non la conosce. Potrebbe aiutarci ad avere un’idea della diversità all’interno delle comunità musulmane del mondo?

«Con più di un miliardo di fedeli, il mondo islamico è variegato come lo è quello cristiano. Ci sono differenze culturali fra una cultura e l’altra, differenze teologiche e diversità di approcci e reazioni rispetto alla vita moderna. Per iniziare con le differenze culturali, molti ignorano che la maggioranza dei musulmani non vive in Medio Oriente bensì in Asia. Le quattro nazioni con il più alto numero di musulmani sono l’Indonesia, l’India, il Pakistan e il Bangladesh mentre i musulmani di lingua araba formano circa il 20% del totale. Uno degli errori che alcuni fanno è di identificare l’Islam con ciò che accade nel mondo arabo mentre si tratta solo di una delle molte manifestazioni dell’Islam.

Esiste anche una varietà teologica – che possiamo chiamare anche storica – e questa è la differenza fra sunniti e sciiti. Essa non risale ad una questione teologica bensì storica: Muhammad aveva nominato un successore o no? La maggioranza dei musulmani – circa il 90% – disse che non lo aveva fatto e che aveva lasciato la scelta della leadership alla comunità mentre una minoranza – circa il 10 % – disse che aveva nominato come successore suo genero Ali. A partire da questo disaccordo storico, si sono sviluppate separatamente due forme di Islam al punto che oggi si notano varie divergenze fra i musulmani sunniti e sciiti. Ciò può portare al conflitto, particolarmente quando uno dei due gruppi ha più potere economico o politico rispetto all’altro. Lo vediamo accadere in paesi come l’Iraq e il Bahrein. Ma dobbiamo prendere in considerazione i diversi contesti. Se guardiamo ai musulmani negli Stati Uniti o in Svezia, non riscontriamo conflitti fra sunniti e sciiti: frequentano la stessa moschea e pregano insieme perché il contesto non solleva questioni conflittuali.

Il terzo tipo di diversità riguarda il modo in cui le persone rispondono alla modernità. Alcuni la vedono in ottica di liberazione, è qualcosa che desiderano e la considerano buona per i musulmani. Altri non hanno problemi con gli sviluppi tecnologici ma trovano che ci sia un aspetto culturale problematico della modernità di cui sono sospettosi. Altri ancora vedono la modernità come una piaga che viene dai paesi occidentali per allontanare le persone da Dio.

Quindi, quando parliamo di musulmani, parliamo davvero di un’ampia varietà di persone e approcci alla religione e alla vita moderna».

Il dialogo della vita fra musulmani e cristiani in Terra Santa deve essere vissuto ogni giorno. Quale crede che siano gli aspetti fondamentali che favoriscono l’incontro fra queste comunità?

«Nel pensiero della Chiesa c’è stato uno sviluppo importante quando abbiamo cominciato a parlare di dialogo. Paolo VI in Ecclesiam Suam riprese l’idea che era già stata sviluppata da Martin Buber ed altri che una persona cresce in rapporto al suo parlare con l’altro e viceversa. Tuttavia, per molti cristiani nel mondo, e forse fra loro anche i cristiani in Israele e Palestina, l’idea del dialogo suonava elitaria e solo per le persone molto istruite e per i leader religiosi. La loro esperienza dei musulmani era quella del vicino della porta accanto e non potevano riunirsi e discutere di temi come la Trinità con loro anche per paura di fare errori. La Chiesa ha risposto loro dicendo che non era questo che dovevano fare ma che ognuno era invitato al dialogo della vita all’interno del quale si è chiamati a vivere la propria fede cristiana profondamente e interamente come si può, nella piena accettazione dei musulmani con cui si vive.

Il dialogo della vita avviene nel prendersi cura degli anziani della comunità, nel far crescere bambini timorati di Dio, nel vedere chi sono gli emarginati, i poveri e i bisognosi ed aprire loro i cuori e le istituzioni. Così facendo è come se i cristiani lanciassero una sorta di “sfida” ai musulmani e si lasciassero al tempo stesso sfidare dalle buone azioni degli altri: ecco che cos’è il dialogo della vita. Prima viene il dialogo delle semplici comunità e, una volta instaurato, tutti gli altri livelli di dialogo trovano il loro posto.

I cristiani in posti come la Palestina e la Siria lo hanno vissuto per secoli: condividono cultura e lingua, cantano le stesse canzoni, raccontano le stesse barzellette e guardano gli stessi film. E il dialogo della vita si compie quando condividono anche il meglio della loro fede.

Per concludere, dobbiamo impegnarci nel dialogo della vita, nel concetto di vivere insieme e di pace, tanto quanto altri sono impegnati nel dividere le persone e distruggerlo».

Quest’anno ad Assisi il Santo Padre ha celebrato il 30° anniversario dell’incontro interreligioso per la giornata di preghiera per la pace. Come può la preghiera avvicinarci gli uni agli altri?

«Preghiamo quando siamo coscienti di essere alla presenza di Dio. Possiamo avere idee diverse riguardo a chi è Dio ma credo che possiamo pregare come Abramo e Melchisedek hanno fatto. È nella preghiera che ci rendiamo conto delle qualità di Dio e, quando acquisiamo questa consapevolezza insieme a qualcun altro, diventa più difficile essere sospettosi o arrabbiarsi con l’altro».

Può condividere con noi un’esperienza di dialogo che l’ha particolarmente toccata?

«Nel 1988 insegnavo teologia cattolica a Konya, in Turchia. Vivevo in un appartamento nella parte antica della città ma era completamente vuoto. L’ho detto alle persone all’università e qualcuno mi ha detto che conosceva una persona che forse aveva un letto in più da darmi. Andai a trovare questa persona che non avevo mai incontrato prima: gli dissi chi ero e che mi era stato detto che forse poteva prestarmi un letto. Immediatamente prese il letto e lo portò al mio appartamento. La gente per strada mi vide e mi chiese chi ero. Dissi loro che ero un professore e che avrei insegnato teologia all’università. Pensavano che fossi musulmano ma dissi loro che ero un prete cristiano. Mi chiesero se avessi bisogno di qualcosa per l’appartamento e risposi loro che una sedia sarebbe stata utile. Nel tempo che impiegai per andare a prendere il materasso e tornare, sembrò che tutta la gente per le strade fosse venuta a conoscenza della mia situazione ed ognuno mi offriva qualcosa. Per i tre giorni seguenti, la gente del quartiere continuò a venire portando mobili e oggetti vari: bicchieri, piatti, un tavolo, sedie, tappeti…

Quando tornai a casa dopo il primo giorno di insegnamento, c’era un uomo seduto fuori dal mio appartamento ad aspettarmi. Mi disse che sua moglie era venuta durante la giornata ma la porta era chiusa a chiave e non era potuta entrare. Mi spiegò che non c’era bisogno di chiudere a chiave la porta. Ho pensato che così facendo avessi offeso il vicinato dicendo alla gente che non mi fidavo di loro e così non ho mai più chiuso a chiave la porta.

Così, un giorno tornando a casa, trovavo sul tavolo un piatto coperto con delle pietanze cucinate. Mangiavo e, un paio di giorni dopo, il piatto spariva dal mio appartamento. Qualche giorno dopo, compariva altro cibo. Un altro giorno tornavo a casa per trovare che i miei vestiti erano stati lavati e stirati. Andammo avanti così per circa sei mesi e non vidi mai chi faceva tutto questo perché i vicini sapevano quando insegnavo all’università e venivano quando sapevano che non ero in casa.

Alla fine del semestre, giunto il momento di partire, dissi a un uomo del quartiere che avevo un’ultima richiesta: alcune donne del quartiere erano state davvero buone nei miei confronti e volevo incontrarle una volta sola per ringraziarle. L’uomo mi rispose che non dovevo incontrarle e ringraziarle: non lo avevano fatto per me ma per Dio e Dio che vede ciò che loro hanno fatto nel segreto, le ricompenserà. Questo è il dialogo della vita».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 23 febbraio 2017

Le tende dei folli: Bobo e gli altri clochard romani

di Mimmo Calopresti

A volte mi impongo di guardarmi intorno, di fare attenzione a quella parte dell’umanità che sembra non esserci, che vive per terra, addossata ai muri, nascosta nei pertugi, nei giacigli nascosti durante il giorno e che nella notte diventano camere da letto; buste con cibo, felpe, tute, scarpe che vengono riposte in anfratti tra le mura, nei cespugli, sotto gli argini dei fiumi: armadi senza ante di una civiltà allo sbando. Corpi distrutti e disarticolati. Sono i senza tetto. A Parigi, al Louvre, c’è un dipinto di Hieronymus Bosch: la Nave dei folli. Ogni volta che incontro un altro senza tetto per strada il mio pensiero va a quel pezzo di umanità raccolto su quella tavola dipinta nel 1500. Improvvisamente mi sembra di avere ritrovato tra noi un altro di quei folli che naviga il mondo.

Bobo mette in ginocchio l’intero quartiere

Urla forte il suo nome quando qualcuno passa accanto alla sua tenda montata sotto le mura romane, sopra il Muro torto, all’altezza di via Sicilia. Urla per superare il rumore del traffico che si muove come un tappeto sonoro nella strada sottostante. Ed è così che l’ho scoperto, sentendogli urlare il suo nome.

– Bobo, sono Bobo!

Scopre un sorriso splendente e contagioso, con un buco davanti alla bocca. All’interno, una corona di denti di ferro lucido che riflette la luce in tutte le direzioni. La tenda in cui vive è bassa e ben attrezzata, con un fornellino a gas e vettovaglie a portata di mano davanti all’entrata. Bobo attira l’attenzione di tutti quelli che passano in modo da ottenere ciò che gli serve per continuare la sua vita. Quando mi chino per stringergli la mano, mi afferra con forza e quasi mi obbliga a inginocchiarmi davanti a lui. Chi sei? domando.

– Solo Dio lo sa – mi risponde.

– Sono in Italia dal ‘98, lavoravo con i cavalli –.

Ecco da dove arriva quella stretta di mano vigorosa, sorretta da braccia forti e ancora muscolose.

– Poi nel 2002 è arrivata una legge – mi dice – che mi obbligava ad avere il permesso di soggiorno per continuare a stare in Italia e ho perso il lavoro.

Il nome della legge è “Bossi-Fini”. Molti nel quartiere passano e si chinano, mentre altri s’inginocchiano davanti a quell’uomo per sapere come sta e lasciargli qualche soldo, una coperta, la bomboletta del fornellino, un po’ di verdura e frutta. La richiesta più libidinosa che fa al mattino al suo benefattore di turno è un caffè lungo, bollente con dentro della Sambuca, che appena lo assaggia lo predispone ad un sorriso luminoso. Bobo non si lamenta. Trascorre il tempo nel migliore dei modi ed è in cerca sempre di nuovi amici: è un gran bevitore, grida tutta la sua felicità quando riesce ad avere un euro in elemosina, tanto quanto gli basta per andare avanti. Lui non si preoccupa del futuro ma dell’attimo, del presente, del momento. Chiede solo di non essere dimenticato in quell’angolo di mondo, per questo cerca sempre nuovi amici, urla il suo nome. Ogni tanto, quando posso, passo davanti alla sua tenda per chiedergli come sta. E lui mi saluta sempre allo stesso modo.

– Ehi, amico, sono Bobo! – Bobo urla e sorride.

Yonel ha trovato il modo di essere utile

È da anni che sta davanti al cancello d’entrata di Colle Oppio. In mano ha la sua borsa in similpelle con dentro un libro d’ingegneria applicata e una guida di Roma in inglese, al collo un cartellino con una scritta che lo indentifica come operatore turistico. Vita dura per racimolare qualche soldo. In più

deve stare attento a non invadere territori altrui. Sono in molti nei pressi del Colosseo a darsi da fare tutti i giorni per poter sopravvivere con i soldi dei turisti: dagli accompagnatori su trabiccoli di ogni genere, ai più ricchi del momento, cioè i venditori di aste per selfie. Credo che Yonel abbia cinquant’anni e sia di origine rumene. Mi ha detto che è nato nei Carpazi e io gli credo perché i suoi tratti somatici lo avvicinano al Conte Dracula. Visto da lontano ha un aspetto principesco, il suo volto sembra pietrificato, una maschera senza tempo che lo confonde con colonne di cemento di inizio novecento su cui appoggia il proprio corpo durante la giornata fino a diventate tutt’uno con lo sfondo. Nei periodi più duri, beve per sopportare il freddo e la solitudine, allora diventa insopportabile, non si controlla, perde la sua eleganza per arrivare ai limiti del baratro. Quando, però, sembra essere risucchiato nel vortice che lo trascinerà in fondo all’inferno, con un colpo d’anca perfetto, come un ballerino di danza classica, ritrova l’equilibrio e ricomincia il suo ballo solitario, tra piroette e inchini di ringraziamenti verso il prossimo che gli elargisce cibo, vestiti e qualche conversazione senza direzione, scambi di inutili convenevoli tra vite parallele che non hanno punti d’incontro. È da anni che va così e io insieme a molti altri nel quartiere lo abbiamo adottato e lui lo sa. In questi anni tutto si ripete secondo un copione prestabilito, ma da qualche giorno è cambiato qualcosa: con una busta di plastica in mano piena di frutta mi dice che si prepara ad andare a trovare un amico in una clinica lì vicino. Ha un tumore al collo e sarà molto difficile che ne uscirà vivo. In questo momento, tutto quello che guadagna, mi dice, lo spende per comprare qualcosa per lui e per il suo amico, passa il pomeriggio nella stanza della clinica al caldo, mangiando qualcosa e bevendo un bicchiere. Mi ha chiesto se potevo portargli un cambio di intimo per l’amico costretto a stare a letto, una camicia per lui e del miele. Fatto. Bel colpo Yonel, bel colpo veramente: hai trovato un bel modo di passare il tempo. Nei tuoi occhi ho letto la felicità di sentirsi utili per qualcun’altro. In quell’ospedale probabilmente hai trovato per qualche ora al giorno un riparo, un rifugio che ti rende normale. Sei tu che dai qualcosa e sei felice di essere utile a qualcuno, sei la dimostrazione che la generosità fa bene. Speriamo bene per il tuo amico, a proposito… come si chiama?

Greg disegna Dante con i raggi del sole

Biondo magro con barba di alcuni giorni, è seduto sulla panchina del parco insieme ai suoi pezzi da esposizione. Greg disegna con il sole. “Made with the sun”, recita un cartello a conferma delle opere realizzate su cartone. Greg quando c’è il sole focalizza e raccoglie i raggi al centro di una lente che usa come matita, il cartone sottostante viene inciso dal calore che lo bruciacchia e si creano le forme che Greg sceglie per le sue opere. Un’immagine mi ha colpito su tutte: il mausoleo di Dante a Ravenna, perché Greg, polacco di Roma, è arrivato in Italia per studiare Dante, per rappresentarlo, per approcciare il lato mistico del “Sommo Poeta”. Questo è quel che dice a tutti quelli che si fermano davanti alla sua galleria. Dipinge cattedrali e versi, quando c’è il sole, altrimenti nelle giornate nuvole abbandona il suo corpo sulla sua panchina, come quello del Cristo adagiato tra le braccia di Maria ne La Pietà di Michelangelo. Quando piove scompare, finendo in un anfratto in attesa del bel tempo. E mi viene da pensare che noi tutti siamo sempre in attesa del bel tempo, proprio come Greg, come Bobo, come Yonel e come la nave dei folli di Bosch. Pronti a salpare ogni giorno nel mare della vita.

in “il Fatto Quotidiano” del 27 febbraio 2017

Una democrazia muore nel buio

di Furio Colombo

Trump non può governare. La scritta che leggete qui sopra compare ogni giorno sotto il titolo del Washington Post, il grande quotidiano della capitale americana, per ricordare ai lettori (in continua crescita) che l’interruzione di rapporto fra presidenza e Paese è avvenuta e non si può riparare. La scritta è comparsa quando Trump ha dichiarato i media nemici del popolo. Quella scritta è la stessa scelta, non più di opposizione ma di resistenza, di ogni altro grande quotidiano, del New York Times, del Los Angeles Times, delle televisioni nazionali e della Cnn, ma anche di una vasta costellazione di giornali minori, cartacei e in rete. E di migliaia di radio. Non è una rivolta.

È una spaccatura. Non è misurabile, ma è vasta. E non è riparabile perché non è stata scelta o creata da coloro che si sentono e si dichiarano fuori dall’area del potere di Trump e totalmente estranei. È stata creata dal potere. È un caso nuovo nella storia contemporanea. La spaccatura è stata inferta con una serie di colpi duri e deliberatamente devastanti, dal presidente degli Stati Uniti legittimamente eletto che, una volta investito della grandissima forza e autorità della presidenza americana, l’ha usata non per governare ma per continuare, proseguire e sceneggiare la sua campagna elettorale. Si tratta del primo caso di un presidente che crede nell’aggressione degli avversari dentro il suo Paese; produce disordine con pronunciamenti incoerenti di politica interna (la cacciata di milioni di persone), di politica estera (l’improvvisa rivelazione di legami segreti con la Russia); l’insediamento nella Casa Bianca di personaggi della estrema destra (alt-right) detta “suprematista”, razzista, antisemita, fondata sul disprezzo e sullo sganciamento del potere dalla democrazia, che decide di usare il potere per dividere in modo sempre più radicale le due parti politiche di un paese che non era mai stato in guerra con se stesso, tranne che al tempo dell’abolizione della schiavitù; della presenza “in residence” del mondo oscuro delle notizie false (i “fatti alternativi” secondo la consigliera Kellyanne Conway). Trump non può governare perché, accanto a personaggi come Stephen Bannon, che crede seriamente e autorevolmente nella falsificazione dei fatti all’unico scopo di vincere, la sua Casa Bianca è frequentata (o fornita giornalmente di fatti e messaggi) da personaggi come Milo Yiannopoulos, strana e controversa celebrity dei media e della rete che è abituato a chiamare “daddy” (papà) il presidente, e ne contende l’attenzione (con notizie di eventi mai accaduti, come l’attentato in Svezia), da figure come Alex Jones, che deve la sua celebrità all’avere sostenuto (e, lui dice, dimostrato) che l’11 settembre è un complotto americano contro l’America. Jones ha un’immensa audience nella sua fabbrica di invenzioni e probabilmente c’è fondamento nella sua affermazione: “La mia audience sono i denti di Trump, sono lo strumento di guerra su cui Trump può contare”.

Trump non può governare perché il suo piano di deportazione, che è già in funzione di qua e di là dalla frontiera (negli Usa, gli immigrati hanno cominciato a vivere in clandestinità, chi arriva all’aeroporto per tornare a casa o per entrare in America viene subito arrestato e “rimpatriato”, spesso in Paesi che non conosce), è il più vasto piano di persecuzione razziale e di crudeltà collettiva dopo il nazismo. Una delle voci più autorevoli della vita pubblica americana prima di Trump, Zbigniew Brzezinski (il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter) ha detto il 21 febbraio: “Fino a questo momento Trump non è stato in grado di formulare neppure una frase significativa sul caos globale in cui stiamo vivendo e ha lasciato che le condizioni del mondo venissero interpretate dalle dichiarazioni irresponsabili, incoerenti, e ignoranti delle persone del suo team. Una terminologia semplicistica ed estremista sta diventando politica nazionale. L’esempio più drammatico sono i rapporti con il Cremlino, come ha dimostrato l’avventura e le dimissioni del generale Flynn. Noi non abbiamo votato Trump, ma adesso è il presidente, e vorremmo il suo successo. Al momento nessuno, tra noi o nel resto del mondo, vede questa possibilità”.

La frase di Brzezinski contiene i tre punti chiave del dramma americano (che si riversa sul mondo amico e legato all’America). Trump è un presidente che non può governare. Il presidente degli Stati Uniti ha un potere grandissimo. La presidenza degli Stati Uniti non conosce crisi e può essere colpita solo dall’impeachment. L’impeachment è nelle mani di deputati e senatori che non sanno ancora se potranno o vorranno tenergli testa, o limitarsi a ubbidire. Le figure strane, misteriose, deformate, grottesche, eppure potenti, del grande spettacolo miliardario di Trump continueranno perciò a esibirsi, cambiando ogni giorno in peggio l’America.

in “il Fatto Quotidiano” del 26 febbraio 2017