Archivio mensile:gennaio 2017

I mercanti di uomini: “Bande criminali e jihadisti controllano il business dei migranti”

Traffico di ostaggi e migranti, affari sporchi e crudeli che servono a finanziare lo jihadismo. E’ il business dei nuovi schiavi con al timone mercenari e sfruttatori che vendono e comprano  la vita altrui. Uomini rapiti e riscatti pagati da molti paesi a peso d’oro (specie dall’Italia), a tutto vantaggio di chi tira le fila del contrabbando umano con il sequestro di ostaggi  divenuto uno dei metodi più redditizi con cui si autofinanziano i gruppi terroristici. Nel suo ultimo libro, Mercanti di Uomini, Loretta Napoleoni , studiosa dei legami tra economia e terrorismo, ricostruisce gli scenari in cui si intrecciano interessi criminali, rapimenti e traffico di clandestini. E punta il dito contro il circolo vizioso tra “economia ufficiale” ed “economia canaglia” che, in una spirale senza fine, rischia di portare alla rovina l’Europa.

Chi controlla il contrabbando di uomini? Un business che frutta – secondo le stime dell’Europol del 2015, dai tre ai sei miliardi di dollari, la cui “merce” è un esercito di clandestini, diretto per l’80% in Europa , attraverso il nord Africa e il medio Oriente, con come crocevia privilegiato il sud della Libia.

“Nel 2003 un gruppo di ex mujahedin che si finanziava con il contrabbando di cocaina dall’Africa occidentale alle coste libiche” racconta Napoleoni “mise in piedi il primo sequestro di stranieri. Rapirono 32 europei ed ottennero un riscatto di 6 milioni di euro. Con quei soldi fondarono al Qaeda nel Maghreb Islamico. E, da allora, questo modello di finanziamento del terrorismo attraverso i riscatti è stato copiato dai vari gruppi jihadisti in tutto il mondo musulmano”. E parte delle somme incassate sono da allora reinvestite per partecipare al traffico dei migranti. A svelare il mondo complesso dei mercanti di uomini  all’autrice sono stati negoziatori, membri dei servizi segreti, ex ostaggi ed esperti dell’antiterrosimo. E, dal quadro ricomposto, emerge che sono le stesse politiche economiche occidentali ad alimentare il mercato dei riscatti e il contrabbando di clandestini. In un circolo vizioso che non permette a nessuno di sentirsi al sicuro.

Chi controlla il business dei migranti?
“Una criminalità decentralizzata composta, fuori dai confini dell’Europa, da bande criminali e da jihadisti. Esiste una cooperazione che fa sì che parte dei soldi spesi dai migranti finisca nelle tasche dei gruppi armati che controllano i territori che devono attraversare. Ad esempio, nell’estate del 2015, lo Stato islamico ha intascato intorno al mezzo milione di dollari al giorno tassando chi contrabbandava, in Turchia, i migranti e i rifugiati in transito in quel territorio. Un introito decisamente superiore al contrabbando di petrolio durante lo stesso periodo”.

In Europa la situazione è diversa. Bande locali composte da ex migranti o delinquenti, che provengono dalle stesse nazioni da cui i migranti partono, e da delinquenti locali, europei gestiscono il traffico. Si tratta di un modello nuovo, dove il crimine organizzato è stato rimpiazzato da una criminalità strettamente locale che opera solo su una fetta di territorio nazionale. I migranti attraversano le frontiere utilizzando contrabbandieri diversi in ogni tratta. E tutto questo è reso possibile dall’utilizzo della tecnologia moderna e dei social media.

Qual è il filo criminale che collega i mercanti di essere umani con i sequestri di persona?
“Nel 2003 un gruppo di ex mujahedin che si finanziava con il contrabbando di cocaina dall’Africa occidentale alle coste libiche mise in piedi il primo sequestro di stranieri. Rapirono 32 europei ed ottennero un riscatto di 6 milioni di euro. Con quei soldi fondarono al Qaeda nel Maghreb Islamico. Da allora, questo modello di finanziamento del terrorismo attraverso i riscatti è stato copiato dai vari gruppi jihadisti in tutto il mondo musulmano.
Ma il business dei riscatti dura poco perché gli stranieri disertano le zone infestate dai sequestratori. Quindi diventa necessario trovare un’altra forma di finanziamento. Così parte dei riscatti sono stati investiti per partecipare al traffico dei migranti – in effetti bisognerebbe parlare di contrabbando di migranti più che di traffico – nelle stesse zone dove si rapivano gli stranieri. Ma non per questo è stato abbandonato completamente il modello rapimento- riscatto che ora, infatti, viene applicato ai rifugiati e ai migranti. Alcuni vengono rapiti durante il viaggio e le famiglie devono pagare una somma di danaro affinché possano riprendere la strada per l’Europa”.

I soldi dei riscatti finiscono nelle mani dei terroristi; come frenare il buco nero della globalizzazione?
“Certo i riscatti vengono pagati ai gruppi armati che rapiscono gli occidentali e quindi finiscono per finanziare la loro attività terrorista. I governi non dovrebbero pagare i riscatti; invece non è così e, anche se assicurano che non pagano, tutti sanno che lo fanno. Le famiglie dovrebbero gestire i rapimenti affiancate da professionisti, questo farebbe si che l’ammontare dei riscatti possa essere ridotto considerevolmente poiché i governi sono molto più ricchi delle famiglie e impegnano grosse cifre pur di riportare a casa gli ostaggi, anche per il ritorno che ne ottengono in termini di propaganda”.

Per frenare questa situazione c’è bisogno di una politica di lungo termine, un investimento massiccio nei paesi piagati dal jihadismo e da dove i migranti partono per far sì che non abbiano più bisogno di lasciare il loro paese. Il che comporterebbe un processo di pacificazione di queste aree destabilizzate ormai da lungo tempo, dalla fine della guerra fredda. Ma, senza un accordo tra Occidente e Russia, tutto  questo rimarrà soltanto un’ipotesi. Da verificare
Loretta Napoleoni, Mercanti di uomini, Rizzoli, 360 pagine, 18,50 Euro

“Un modello di tolleranza e pace macchiato da sangue innocente”

di Karima Moual

Il centro culturale islamico della città del Quebec colpito da quello che il primo ministro canadese, Justin Trudeau, ha definito «attacco terroristico contro i musulmani», si trova in una delle vie più importanti e movimentate della città.

A Chemin Saint-Foy è facile arrivare, parcheggiare e dedicare una mezzora in preghiera. È la più frequentata tra le quindici moschee del centro urbano. Un immobile di due piani senza grandi pretese architettoniche, con solo un grande tappeto verde e un Minbar a ricordare che siamo in un luogo sacro.

La sala di preghiera per gli uomini al primo piano, gli uffici e la sala per le donne al secondo, motivo per cui, forse, sono state risparmiate dalla mattanza. «Sono quasi due anni che a Quebec City e la sua provincia non accade un crimine o una grande rapina, anche perché siamo in un posto sicuro. C’è una convivenza pacifica e consolidata. Svegliarsi con le immagini di quel che è successo, in un luogo di culto poi, è uno choc per tutti noi». A scandire queste parole è Abdelghani Dades, canadese di origine marocchina, direttore di Atlas Montreal giornale molto seguito dalla comunità araba.

«Trecentomila sono i musulmani provenienti da diversi Paesi. Sono almeno 187 le comunità straniere presenti in questa provincia – continua ancora Dades – anche se le più importanti sono certamente quelle maghrebine, come il Marocco e l’Algeria. La fede è centrale per questi cittadini – aggiunge – e la presenza di numerosi centri islamici ne è la prova, così come le varie affiliazioni che ogni centro segue nella massima libertà». C’è chi infatti segnala come il centro fosse legato al movimento di Al Adl Wal Ihsan. Insomma, marocchini, turchi, pachistani, ognuno «tira acqua al suo mulino», ma a Saint-Foy «non era difficile trovare una varietà di etnie – ricorda Mourad Sebaoui che la moschea la frequenta – Adesso però, quei due anni segnati dalla pace che regnava in questa parte del Canada sono stati macchiati dal sangue». «Diventa più difficile stare tranquilli perché – come spiega Abdou Zirat, un altro intellettuale marocchino canadese – forse abbiamo sottovalutato gli atti di vandalismo che subivano alcuni centri islamici, dalle finestre rotte, alle scritte razziste fino alla testa di maiale recapitata proprio in questa moschea qualche mese fa». Tutti segnali, forse, premonitori di un vento che ormai soffia forte contro la comunità musulmana, anche nell’accogliente Canada.
Dades, però, ci tiene a fare una precisione: «L’intolleranza e l’odio verso la comunità musulmana è presente soprattutto tra i franco-canadesi». Qualche minuto dopo arriva la conferma delle autorità canadesi, il sospettato è un franco-canadese, mentre il tweet dell’analista Rita Katz aggiunge altri particolari: ad Alex Bissonette piacevano Trump, Marine Le Pen e le forze di difesa israeliane su Facebook, improbabile il legame con la jihad. Tutto torna.

in “La Stampa” del 31 gennaio 2017

Disoccupazione stabile a dicembre, fra i giovani risale al 40,1%

ISTAT, 31 gennaio 2017

Il tasso di disoccupazione a dicembre è al 12%, stabile su novembre (dato rivisto al rialzo da 11,9% a 12%) e in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015. Lo rileva l’Istat ricordando che è il livello più alto da giugno 2015 (12,2%). I disoccupati raggiungono quota 3.103.000 con un aumento di 9.000 unità su novembre e di 144.000 unità su dicembre 2015. Ancora in calo gli inattivi tra i 15 e i 64 anni con -15.000 unità su novembre e -478.000 unità su dicembre 2015. Il tasso di inattività è stabile sui minimi storici al 34,8%.

A dicembre gli occupati sono rimasti sostanzialmente invariati su novembre (+1.000 unità) mentre sono cresciuti di 242.000 unità su dicembre 2015 (+1,1%), rileva l’Istat spiegando che gli occupati nel complesso registrati nel mese sulla base dei dati destagionalizzati erano 22.783.000. IL tasso di occupazione è al 57,3%, invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti con +52.000 unità su novembre (soprattutto a termine) mentre gli indipendenti sono diminuiti di 52.000 unità.

Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni risale invece a dicembre superando quota 40%. La quota di disoccupati sul totale degli attivi in quella fascia di età (occupati e disoccupati) a dicembre è al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente, al livello più alto da giugno 2015.

Al netto degli effetti demografici a dicembre 2016 la performance occupazionale delle persone di 15-34 anni risulta però positiva (+27 mila occupati stimati) e la variazione negativa osservata tra gli occupati (-19 mila) risulta interamente determinata dal calo della popolazione in questa classe di età, spiega l’Istat in un’analisi sulla componente demografica allegata alla nota su Occupati e disoccupati a dicembre 2016.

Anche tra i 35-49enni – evidenzia l’Istituto – il forte calo della popolazione di questa classe di età (-2,0% nell’ultimo anno) influisce in modo decisivo sul calo dell’occupazione: la variazione osservata è pari a -149 mila a fronte di una performance occupazionale al netto dell’effetto demografico, di segno contrario pari a +49 mila. Tra i 50-64enni la crescita demografica contribuisce ad accentuare l’aumento degli occupati (da +217 mila occupati stimati al netto degli effetti demografici si passa a +350 mila osservati).

Gli occupati over 50 a dicembre sfiorano quota 8 milioni (7.922) con un calo di 23.000 unità su novembre e una crescita di 410.000 unità su dicembre 2015. Secondo l’Istat esiste un effetto demografico con il passaggio in questa fascia di coloro che sono nati nel 1966 e naturalmente e un peso della riforma pensioni Fornero che blocca al lavoro più a lungo avendo aumentato i requisiti per l’uscita verso la pensione. Il tasso di occupazione in questa fascia di età a dicembre era al 58,5% con un calo di 0,2 punti su novembre e un aumento di 1,8 punti su dicembre 2015.

Poletti, +602.000 occupati da febbraio 2014 – Tra febbraio 2014 (quando entrò in carica il Governo Renzi, ndr) e dicembre 2016 l’occupazione è aumentata di 602.000 unità. Lo dice il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti commentando i dati diffusi oggi dall’Istat sull’occupazione. “Rispetto al mese precedente – afferma in una nota – l’occupazione si mantiene stabile. Su base annua, invece, si registrano consistenti variazioni. La forte diminuzione degli inattivi (478.000 in meno) vede infatti una significativa crescita degli occupati (242.000 in più) e l’aumento anche delle persone che cercano attivamente lavoro (144.000 in più). Unito agli aumenti già registrati nei periodi precedenti, l’incremento registrato anche nel 2016 porta a 602.000 il numero degli occupati in più a partire dal febbraio 2014, 440.000 dei quali sono lavoratori stabili”.

Trump licenzia responsabile Giustizia, Sally Yates

Donald Trump licenzia Sally Yates, il ministro della Giustizia reggente, che ha ordinato al Dipartimento di non difendere in tribunale il decreto sull’immigrazione del presidente. Yates ”ha tradito il Dipartimento di Giustizia rifiutando di attuare un ordine messo a punto per difendere i cittadini americani” afferma la Casa Bianca. Donald Trump nomina ministro della Giustizia reggente Dana Boente, procuratore del distretto orientale della Virginia. Sara’ in carica fino a quando Jeff Sessions, nominato da Trump ministro della Giustizia, non sara’ confermato dal Senato. Il ministro reggente ha intenzione di ordinare al Dipartimento della Giustizia ”di fare il nostro dovere giurato” e di difendere l’ordine esecutivo su immigrazione e rifugiati.

La protesta contro il bando di Donald Trump all’immigrazione dilaga nel mondo e negli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca. L’Onu accusa: è un atto illegale e meschino. Mentre un sondaggio rileva che il 51% degli americani disapprova il lavoro del neopresidente. ”Non e’ un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il tycoon, il quale ha chiamato in causa il suo predecessore: ”E’ simile a cio’ che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandi’ i visti per i rifugiati dall’Iraq per sei mesi”. Intanto Theresa May e Vladimir Putin stanno preparando i rispettivi incontri con Trump. L’Ue invece risponde: “Noi non discriminiamo”.

La Casa Bianca respinge le critiche dei diplomatici che hanno manifestato il loro dissenso contro la decisione del presidente Donald Trump sul bando agli ingressi negli Usa da sette paesi a maggioranza musulmana. “Se non aderiscono al programma possono andare”, ha detto il portavoce Sean Spicer interpellato a riguardo dai giornalisti. “Se qualcuno ha problemi con l’agenda si pone la questione se debbano rimanere in quel ruolo o meno – ha aggiunto -. Si tratta della sicurezza dell’America”.

Ha superato il milione e mezzo di firme in meno di due giorni la petizione popolare lanciata in Gran Bretagna che chiede di declassare il prossimo viaggio di Donald Trump da visita di Stato a semplice visita di un presidente straniero.

Da Stato Washington sfida legale a bando – Il procuratore generale dello Stato di Washington ha annunciato oggi l’intenzione di lanciare un’azione legale contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump circa l’ordine esecutivo che sospende l’ingresso in Usa per immigrati da da sette paesi a maggioranza musulmana. Il procuratore generale Bob Ferguson e’ il primo ad annunciare un’azione legale di questo tipo. Ferguson è tra i 16 procuratori generali che hanno sottoscritto una dichiarazione definendo il provvedimento “anti americano e illegale”.

Critica anche la Merkel: “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo – rileva – un generale sospetto contro persone di una specifica fede, in questo caso musulmana, o persone di specifica origine. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”

Intanto, in un tweet, Trump annuncia: “Ho deciso chi nominero’ alla Corte Suprema degli Stati Uniti”. E aggiunge: la nomina sara’ annunciata martedi’ alle 20 ora di Washington, le 2 del mattino di mercoledi’ in Italia.

ANSA, 31 gennaio 2017

“La grande forza della Chiesa? Le piccole chiese perseguitate”

di Domenico Agasso jr

Ribadisce che ci sono più martiri cristiani «oggi che nei primi secoli». Denuncia che questo i «media non lo dicono» perché non fa notizia. Però, afferma papa Francesco, la più grande forza della Chiesa odierna è proprio nelle vittime di persecuzioni, nelle «piccole Chiese perseguitate». Il Pontefice, nell’omelia di oggi, 30 gennaio 2017, a Casa Santa Marta, esorta a ricordare quanti soffrono il martirio e a pregare per loro.

Come riporta Radio Vaticana, il Vescovo di Roma ripete che «senza memoria non c’è speranza», riflettendo sulla Lettera agli Ebrei nella quale si esorta a richiamare alla mente la storia del popolo di Dio.

Si tratta innanzitutto di una «memoria di docilità», docilità di tante persone, a cominciare da Abramo che, obbediente, abbandona la sua terra senza sapere dove sta andando. E nella Prima Lettura odierna si legge di altre due vicende: quella delle grandi gesta del Signore, compiute da Gedeone, Barac, Sansone, Davide; commenta Francesco: «Tanta gente che ha fatto grandi gesta nella storia di Israele».

Ecco poi la «memoria dei martiri: quelli che hanno sofferto e dato la vita come Gesù», che «furono lapidati, torturati, uccisi di spada». La Chiesa è proprio «questo popolo di Dio, peccatore ma docile, che fa grandi cose e anche dà testimonianza di Gesù Cristo fino al martirio».

Evidenzia il Papa: «I martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa, sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non fa notizia, ma tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati». Rileva Papa Bergoglio: «Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo!». E tutto ciò «è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno», ma pure «la nostra umiliazione: noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo… Ma pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio!».

Il Pontefice dice di non poter dimenticare «la testimonianza di quel sacerdote e quella suora nella cattedrale di Tirana: anni e anni di carcere, lavori forzati, umiliazioni». Si tratta del neo cardinale Ernest Simoni e di suor Maira Kaleta.

A questo punto Francesco dichiara: la più grande forza della Chiesa oggi è nelle «piccole Chiese» perseguitate. E «anche noi, è vero e giusto anche, siamo soddisfatti quando vediamo un atto ecclesiale grande, che ha avuto un gran successo, i cristiani che si manifestano… E questo è bello! Questa è forza? Sì, è forza. Ma la più grande forza della Chiesa oggi è nelle piccole Chiese, piccoline, con poca gente, perseguitati, con i loro vescovi in carcere. Questa è la nostra gloria oggi, questa è la nostra gloria e la nostra forza oggi».

Poi aggiunge: «Una Chiesa senza martiri – oserei dire – è una chiesa senza Gesù». Quindi il Pontefice invita a pregare «per i nostri martiri che soffrono tanto, per quelle Chiese che non sono libere di esprimersi: loro sono la nostra speranza». Francesco segnala che nei primi secoli della Chiesa un antico scrittore diceva: «Il sangue dei cristiani, il sangue dei martiri, è seme dei cristiani». Conclude il Papa: «Loro con il loro martirio, la loro testimonianza, con la loro sofferenza, anche dando la vita, offrendo la vita, seminano cristiani per il futuro e nelle altre Chiese. Ringraziamo il Signore di essere presenti con la fortezza del Suo Spirito in questi fratelli e sorelle nostri che oggi danno testimonianza di Lui».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 30 gennaio 2017

1917. In Russia è rivoluzione

Antonio Mennini

Insieme alle due guerre mondiali e al fenomeno del totalitarismo hitleriano, la rivoluzione russa del 1917 è stata certamente uno degli elementi che maggiormente hanno contribuito a determinare il volto dell’Europa e del mondo nel XX secolo.

A un secolo dall’incendio che divampò in Russia e si propagò successivamente in molti paesi del mondo, non hanno perso attualità varie domande legate ad essa: da che cosa nacque la rivoluzione, quali ne furono le cause e perché scoppiò proprio in un Paese che fino a poco tempo prima sembrava immerso in un immobilismo atavico? Ma soprattutto, che cosa la rivoluzione russa ha ingenerato come mentalità, presente ancor oggi e non solo all’interno della Russia ma ormai anche nei nostri cromosomi? E, per venire a un problema apparentemente più specifico ma in realtà determinante, che cosa rappresentò per la Chiesa, innanzitutto all’interno del Paese ma anche nei paesi occidentali?

Su questi e molti altri problemi sollevati dalla rivoluzione russa sono state scritte migliaia di pubblicazioni, e il dibattito storiografico è ancora aperto. Evidentemente, in questa sede non si può pretendere né di fornire una panoramica degli studi esistenti né, tanto meno, di fornire delle conclusioni; mi limiterò semplicemente a offrire qualche pista di ripensamento delle motivazioni culturali e spirituali di un fenomeno a parer mio irriducibile – come sovente si fa – a cause geopolitiche ed economiche.

Febbraio

Intanto, non sarà inutile ricordare che le rivoluzioni nel 1917 furono due: la prima, a febbraio, che coincise con l’abdicazione dello zar e l’instaurarsi di un governo democratico (il governo provvisorio), suscitò gli entusiasmi del ceto medio, di giovani e intellettuali, e il consenso della maggior parte delle potenze internazionali. «Insieme agli uomini concionavano e manifestavano in piazza anche gli alberi e le stelle», così avrebbe descritto l’ebbrezza dei mesi estivi il giovane poeta Boris Pasternak.

In quel breve lasso di tempo divennero possibili cose che per decenni erano state impossibili, anche dal punto di vista della Chiesa: in giugno si svolse il sinodo della Chiesa greco-cattolica, che strutturò la vita della comunità cattolica russa creando l’esarcato ed eleggendone una guida nella persona di padre Leonid Fedorov (beatificato da Giovanni Paolo II nel 2001); in agosto si aprì il Concilio locale della Chiesa ortodossa russa, atteso e preparato da oltre un decennio, che per ampiezza dei temi trattati e maturità di coscienza potrebbe essere paragonato al Vaticano II.

Dopo secoli di acquiescenza alla monarchia, imprigionata in una gabbia dorata in cui godeva di ampi benefici ma di nessuna autonomia (all’inizio del XVIII secolo il patriarcato era stato esautorato e il governo ecclesiastico affidato a un Sinodo presieduto da un funzionario imperiale), la Chiesa ebbe finalmente la possibilità di indire un Concilio, dove la gerarchia venne affiancata da numerosi rappresentanti del basso clero, del monachesimo e da laici, e nel corso del quale si progettava di prendere in considerazione una coraggiosa, radicale riforma che investiva gli ambiti amministrativi, giuridici, liturgici, educativi e pastorali.

Ottobre

Purtroppo, già nell’ottobre 1917 la seconda rivoluzione, il colpo di stato bolscevico, pose fine alla fragile costruzione del governo provvisorio e ai sogni e alle speranze accesi nei mesi precedenti. La guerra mondiale, la guerra civile, la carestia, tutta una serie di fattori concomitanti avrebbero dato forma e consistenza a un progetto che inizialmente sembrava folle e irrealizzabile agli stessi uomini che lo calvalcarono in quei primi mesi, Lenin in testa.

Come si vede bene leggendo le fonti del tempo, pressoché nessuno – in Russia come all’estero, nella società civile come negli ambienti ecclesiastici – poteva immaginarsi che il neonato regime sovietico avrebbe avuto così lunga vita e incidenza nella storia del XX secolo, e che ciò che stava nascendo non sarebbe stato semplicemente uno dei tanti regimi tirannici, ma un fenomeno ideologico nuovo, caratterizzato dall’interiorizzazione dell’asservimento di individui e popoli: il totalitarismo.

La rivoluzione d’ottobre significò dunque lo svanire, l’infrangersi delle speranze in un rinnovamento morale, culturale, ancor prima che economico e politico della Russia? Certamente, le proporzioni del disastro causato dalla rivoluzione sono immani: i costi in termini di vite umane li conosciamo. D’altra parte, restano alcuni punti luminosi che consentirono non semplicemente una resistenza interna ma una sofferta maturazione culturale e spirituale: ad esempio, l’elezione nel novembre 1917 del Patriarca Tichon (canonizzato nel 1989 dal Patriarcato di Mosca), che rappresentò una preziosa guida la Chiesa nei primi anni delle persecuzioni; oppure, l’impetuoso incremento di associazioni, gruppi e fraternità clandestine e semiclandestine, diffusesi nel 1917-1919 soprattutto tra studenti universitari e personalità del mondo della cultura fino a poco tempo prima indifferenti alla problematica religiosa o addirittura diffidenti e ostili alla Chiesa.

Conversione della Chiesa

In quei mesi la Chiesa, che aveva giocoforza perso la propria facciata di “ideologia dei benpensanti”, ritrovò agli occhi di molti il proprio volto evangelico, e quindi tornò a esercitare un grande fascino. Sintomatico che risalga a quegli anni la conversione, e addirittura per alcuni la scelta del sacerdozio, di alcuni dei migliori pensatori del tempo, da Bulgakov a Florenskij e Berdjaev, di grandi personalità dell’arte e della cultura (Michail Bachtin, Marija Judina ecc.).

In due antologie pubblicate a ridosso di quegli anni, Pietre miliari e De profundis, gli stessi pensatori esprimono la condanna dell’ideologia rivoluzionaria ma soprattutto individuano forse per la prima volta nel cristianesimo un’alternativa reale, che può essere vissuta anche nelle condizioni di repressione che da subito si instaurano nella società. Un cristianesimo che non si propone semplicemente come spiritualità o pratica di pietà individuale, ma assurge a dignità di “umanesimo”, e nei decenni successivi animerà tanto il rinnovamento portato all’Occidente dall’emigrazione russa, quanto la rinascita religiosa che in patria si farà strada attraverso il samizdat (editoria clandestina). Quest’ultimo costituirà un vero e proprio fiume carsico che donerà nello scorcio del XX secolo vere e proprie perle letterarie ma anche straordinarie documentazioni nel quotidiano di resistenza spirituale, testimonianza di fede, difesa dei diritti umani.

Il vuoto

Una rivoluzione nata per rispondere a un vuoto ideale – inizialmente acclamata, nella sua ipostasi di febbraio, e ben presto tradita, mistificata nel rivolgimento di ottobre. Suo esito nella società sovietica sarebbe stato un nuovo e tragico vuoto, il vuoto di Dio e quindi dell’uomo. Come scrisse negli anni rivoluzionari Berdjaev, anticipando di vent’anni Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità o l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?». Ma anche una rivoluzione che contribuisce, senza certo volerlo né sospettarlo, a far riscoprire all’umanità la sua vera, ultima urgenza, quella di ritrovare il “volto umano”, e quindi a riscoprire il “volto di Dio”.

Oggi, davanti ai nuovi volti assunti dal totalitarismo e dal fondamentalismo, la lezione di chi ha saputo custodire e incrementare il desiderio di restare una persona umana può costituire una salutare lezione e una preziosa indicazione di cammino anche per noi.

L’arcivescovo Antonio Mennini è nunzio apostolico in Gran Bretagna. Dal 2002 al 2010 è stato rappresentante della Santa Sede nella Federazione Russa.

In SETTIMANA-NEWS- 30 gennaio 2017

Quell’eclissi di luna che segnò la caduta di Costantinopoli

di Silvia Ronchey

Il 24 maggio 1453, cinque notti prima che Costantinopoli fosse conquistata dai turchi – segnando secondo alcuni il primo atto di ciò che oggi, dopo la caduta dell’impero ottomano all’inizio del Novecento e dell’impero zarista, poi sovietico, alla sua fine, è impropriamente definito scontro di civiltà – vi fu un’eclissi parziale di luna. Nicolò Barbaro, medico di bordo veneziano durante l’assedio, la descrisse con accuratezza: «L’aria era senza nubi, limpida e pura come il cristallo». Ma quando la luna sorse, un’ora dopo il tramonto, anziché un cerchio completo comparve «una luna come di tre giorni», di cui era visibile non più di una falce

sottile. Per quattro ore il volto della luna rimase così finché l’ombra della terra proiettata dal sole «si ritirò a poco a poco e all’ora sesta della notte si riformò un cerchio intero». Nel frattempo, terrore e tremore invasero entrambi i campi. Era un segno funesto, ma per chi?
Da più di un millennio la luna era il simbolo di Costantinopoli. La Città era sacra ad Artemide- Ecate, l’ipòstasi greca della Dea Bianca, che recava sulla fronte la falce, residuo, secondo un’intuizione di James Frazer poi sviluppata da Robert Graves, di un’antichissima tradizione matriarcale. Secondo questa teoria, le religioni dei popoli indoeuropei avevano avuto origine dal culto comune di una divinità femminile, conosciuta sotto diversi nomi, ispirata e rappresentata dalle fasi lunari. Il mutevole volto della dea si celava dietro le diverse personificazioni femminili del mito pagano, ma anche dietro il culto cristiano, che quanto meno nell’adorazione di una coppia sacra madre-figlio rielaborava credenze e riti di un corpus religioso preesistente. Dall’eclissi della dea lunare sarebbe sorto il mondo storico, che dopo l’introduzione di nuovi dèi maschili nell’olimpo ellenico avrebbe ceduto il passo al dio onnipotente del monoteismo, che avrebbe spezzato la ciclicità della storia introducendo un’idea di elezione e linearità legata a una promessa escatologica. Ma questo processo non si era compiuto del tutto nel cristianesimo bizantino. La Madonna, raffigurata con una falce di luna sotto i calzari nella persistente iconografia attinta al dodicesimo capitolo dell’Apocalissi di Giovanni, non era che un’altra ipòstasi della divinità lunare, in particolare della sua personificazione isiaca, e come tale sarebbe stata venerata in lunghi secoli. Grande era la Diana degli efesini; ma anche dei costantinopolitani. Si dice fosse stato Costantino stesso, nel 330, dedicando la sua Polis alla Vergine Madre di Dio, ad aggiungere alla mezzaluna di Diana il simbolo mariano della stella, fondendo paganesimo e cristianesimo, come in tutti i suoi atti politici e religiosi, anche in questo atto simbolico. Per più di un millennio Costantinopoli, città lunare e femminile per eccellenza, aveva continuato ad avere nella falce di luna il suo emblema, perpetuando, nella teologia politica come nel culto religioso, il principio femminile che animava il paganesimo antico. Per più di un millennio quell’effigie era stata impressa nelle monete, aveva adornato di lunette i portoni della “Città vergine”, della «giovane sposa cui avevano aspirato molti re e sultani dell’islam » – in particolare Bajazid e Murad II– e che era «città promessa nell’hadîth di Muslim», come scrive Tursun Beg, biografo di Mehmet II, il ventenne sultano che con nevrotica sconsideratezza e fino a quella notte ben poca fortuna aveva deci- so di cingere d’assedio la Polis in cui era racchiuso l’impero bizantino e che pochi giorni dopo, per un’imprevista e irrazionale svolta della sorte, sarebbe riuscito a renderla capitale di quello ottomano, peraltro continuando a chiamarlo “impero di Rûm”, cioè impero romano.

Fortezza inespugnata, hortus conclusus dietro le altissime mura di Teodosio, nel folto dei suoi giardini, la Città era una grande fessura profonda tra il Mar Nero e l’Ak Deniz, «che può accogliere nel suo seno infiniti vascelli e contiene giardini meravigliosi e odora dei soffi profumati del nord e del nord-est». A conquistarla Mehmet era spinto da un’attrazione che era insieme politica e fisica, mistica e erotica, come per una donna desiderata in modo spasmodico dopo un estenuante corteggiamento. Per tutto l’assedio «il pâdishâh, Signore della Conquista», racconta Tursun Beg, «parlava della seduzione della novella sposa, attendeva il momento di unirsi a lei e di contemplarne da vicino le grazie». Costantinopoli era «la compagna inseparabile delle sue notti». La prosa del

cronista si contrae in versi: «Spero di espugnarti con il cannone dei miei sospiri».
Mehmet II disegnò l’eclissi sul taccuino che teneva dei giorni d’assedio e che è tuttora conservato negli archivi del Topkapi. O meglio, raffigurò una mezzaluna, ma molto diversa da quel crescente onnipresente che da secoli era diventato anche insegna di varie tribù turche, inclusa quella di almeno uno dei khanati da cui sarebbe emerso l’impero osmano, che l’aveva adottata, secondo alcuni, già dal tempo di Osman ghâzi. La quasi totalità dei popoli maomettani, d’altronde, aveva e avrebbe mutuato quel simbolo, ulteriormente trasmesso, tramite l’islam, fino all’Asia Centrale. Può sembrare strano, nell’ottica di Graves, che proprio il più gelosamente maschile dei monoteismi avesse ripreso nei suoi vessilli un simbolo femminile e pagano. Della sua ascendenza il mondo musulmano ha avuto e ha tuttora tanta consapevolezza che oggi alcuni degli stati più rigoristi rifiutano di riconoscervi l’emblema della fede islamica, considerando la mezzaluna un’antica icona pagana: non a caso né nella bandiera dell’Arabia Saudita né in quella dell’Iran compare la falce, rimasta invece incisa sul campo rosso sangue di quella ottomana.
Nel fiorire infinito di leggende sulla sua origine, una delle più diffuse è che il giovane conquistatore la creò proprio in quel limpido maggio e proprio in seguito all’eclissi. Nel disegno del taccuino il cerchio lunare è appena intaccato dal globo che lo oscura. Che Mehmet abbia visto l’eclissi fin dal principio è fuori di dubbio, così come le osservazioni continue del cielo che conduceva con i suoi astrologi, per cui un’apposita specola era stata ricavata nella sua tenda piazzata fuori dalle Mura di Terra. Ma ciò che la leggenda non dice, o non esplicita, è che, se questo è vero, Mehmet innovò radicalmente l’ancestrale significato simbolico della mezzaluna. Se è vero, come le fonti narrano, che la falce ottomana nella variante in cui la vediamo ancora oggi, con le due punte più ravvicinate di quanto non fossero nelle precedenti versioni del crescente lunare di Iside o di Artemide o anche della Madonna, nacque all’indomani della Con- quista, quello che Mehmet fece non fu semplicemente adottare nel proprio vessillo l’antico simbolo della città-sposa, ma segretamente rinnovarlo inglo- bandovi sé stesso e il suo dio: il cono d’ombra astronomico-sacrale di un carisma maschile che da questo momento in poi entra a farne parte e che nell’icona è incluso come in un abbraccio. Fu forse così, allora, che non il cristianesimo ma l’islam eclissò l’antica luna, e la religio dell’antica Madre fu oscurata dal proiettarsi dei raggi di quell’invitto astro solare che come l’avanzata turca si muoveva da oriente a occidente e in cui ogni popolo riconosceva il dio Padre. Fu forse questo, allora, anche il momento della storia in cui per la prima volta il Padre Eterno del monoteismo prese davvero a eclissare la Madre Eterna, che per più o meno segreti aspetti si era conservata nell’ibrido cristianesimo ellenico instaurato a Bisanzio da Costantino.
Qualche decina di anni fa, alla fine della Guerra Fredda, tra le gole del fiume Akhurian che congiungono l’Anatolia all’Armenia, lungo il crinale vulcanico che custodisce, pietrificata dalla lava di un’antica eruzione, la città di Ani “dalle mille e una chiesa”, si fronteggiavano due bandiere rosse. La sentinella turca e il soldato russo dagli occhi a mandorla, ai due lati dell’esiguo crepaccio che segnava il confine, erano così vicini che si poteva chiedere una sigaretta all’uno e fumarla con l’altro. Le due bandiere erano altrettanto prossime: la falce di luna e la stella, la falce operaia e il martello. I due imperi eredi di Bisanzio si fronteggiavano. Oggi, dopo la caduta del muro di Berlino, lo sciame sismico di conflitti etnici che la psiche occidentale tenta di interpretare come un “unico” scontro frontale, il movimento tellurico rovinoso che in un continuo e asimmetrico riattivarsi di antiche faglie di attrito ha cambiato la faccia del mondo, porta il sultano, ultimo califfo, e lo czar, ultimo dei cesari, a riaffrontarsi. La rivista dell’Isis si chiama oggi Roumiya, il nome che ai tempi di Bisanzio l’islam dava a Costantinopoli.

in “la Repubblica” del 31 gennaio 2017

Il Canada «liberal» finisce nel mirino La loro bandiera è l’accoglienza per tutti

di Sara Gandolfi

«Non esiste il canadese modello. Non c’è nulla di più assurdo della definizione “all Canadian”. Una società che enfatizza l’uniformità crea intolleranza e odio». Con queste parole, l’8 ottobre 1971, il premier Pierre Trudeau spiegò perché aveva deciso di trasformare un concetto fino ad allora teorico — il multiculturalismo — in «politica ufficiale» del suo governo, e di tutti quelli che seguirono. Era la prima volta che il leader di uno Stato si impegnava formalmente a proteggere e promuovere la diversità, riconoscere i diritti delle popolazioni aborigene e sostenere l’uso del bilinguismo. Non fu una scelta «morale», in realtà: il Partito liberale di Trudeau stava perdendo consensi in Québec, minacciato dal crescente sostegno al separatismo, e puntava a conquistare il voto delle comunità di «nuovi canadesi» in Ontario e British Columbia. Sta di fatto che la «diversità» è diventato un valore collettivo nel Paese delle Giubbe rosse.

Quarantacinque anni dopo, è toccato a un altro Trudeau, il figlio Justin, riportare in auge un principio che con il tempo sembrava essersi appannato. Il 27 giugno scorso, il giovane premier ha messo nero su bianco la filosofia nazionale, con una dichiarazione che sembra la continuazione di quella del padre: «Il multiculturalismo è la nostra forza, sinonimo di Canada quanto lo è la foglia di acero. Qualsiasi sia la nostra religione, il luogo in cui siamo nati, il colore della nostra pelle o la lingua che parliamo, siamo tutti cittadini uguali di questo grande Paese. Le nostre radici raggiungono ogni angolo del pianeta».

I numeri confermano. Un quinto dei canadesi è nato all’estero. Nelle principali città, da Toronto a Vancouver, quasi metà della popolazione è formata da minoranze. Eppure è difficile trovare sacche di segregazione come quelle presenti in tante periferie europee o statunitensi. La parola d’ordine è: integrazione. Ed è il più grande successo della politica di Ottawa. In un Paese in cui il ministro dell’Immigrazione, Ahmed Hussen, è di origine somala — e garantisce permessi di residenza temporanei a chi viene respinto dagli Usa di Trump — e le partite di hockey vengono trasmesse regolarmente in Punjabi oltre che in francese e in inglese, fino ad oggi nessuno si è mai sentito davvero straniero.

La politica d’inclusione di Trudeau jr ha ricevuto il plauso dell’ Economist : «Oggi, nella sua solitaria difesa dei valori liberali, il Canada sembra veramente eroico», ha scritto il settimanale. Una «fortezza di decenza, tolleranza e buon senso» che ogni anno, da un ventennio, apre le porte a 300.000 migranti, circa l’1% della popolazione (nel 2016 sono arrivati anche 46.000 profughi, in gran parte siriani) e offre ai nuovi arrivati una rete di «sponsor privati», cittadini che si prendono la responsabilità di aiutarli durante il loro primo anno nel Paese.

La distanza che separa il Canada dagli Stati Uniti (ma anche dall’Europa della Brexit e del nazionalpopulismo) non è forse mai stata così ampia. «Siamo i campioni solitari del multiculturalismo tra le democrazie occidentali», dice Stephen Marche, scrittore ed opinionista canadese. «Questa solitudine ci accompagnerà nei mesi e negli anni a venire, forse per sempre». Trudeau lo sa e ne sta facendo il perno della sua politica: «A chi sta fuggendo persecuzione, terrore e guerra… i canadesi vi daranno il benvenuto, a prescindere dalla vostra fede», ha twittato dopo l’altolà di Trump.

in “Corriere della Sera” del 31 gennaio 2017

 

Noi e l’Islam, la via possibile

di Goffredo Buccini

Una via diversa. Dove i luoghi di culto siano protetti dall’odio. Dove le porte delle frontiere si aprano davanti ai profughi ma quelle delle galere si serrino alle spalle dei jihadisti .

Dove a più regole corrisponda più dignità. È stretto il sentiero lungo il quale prova a muoversi l’Italia nel rapporto con l’Islam. Dunque va percorso a piccoli passi, con cautela. E tuttavia ogni passo delinea un modello peculiare, più che mai prezioso per la nostra convivenza in questi giorni infiammati dagli ordini esecutivi di Donald Trump e dalla strage nella moschea di Quebec City.

Domani una dozzina di organizzazioni musulmane andranno dal ministro Minniti, secondo incontro in due settimane per arrivare alla firma di un «patto nazionale» assai simile ai patti di cittadinanza già siglati a Firenze e Torino: trasparenza nelle moschee e uso dell’italiano nei sermoni, le linee guida. Non è ancora il riconoscimento della seconda religione del nostro Paese (con un milione e 600 mila fedeli) ma è un memorandum con il quale comunità e governo si impegnano a passare dal livello del mero confronto al livello politico: l’emersione delle moschee dagli scantinati e la formazione di guide religiose non improvvisate è interesse di entrambe le parti. Così in queste stesse ore tredici imam, selezionati dall’Ucoii (l’Unione delle comunità islamiche italiane) e approvati dal ministero dell’Interno, si prepareranno ad entrare nelle carceri più a rischio per sostenere la deradicalizzazione dei detenuti.

È la prima volta dai tempi di Giuliano Amato (tra il 2006 e il 2008) che il Viminale lancia un programma così vasto per ridisegnare le relazioni con l’Islam: e forse non è privo di significato che, di nuovo, l’iniziativa venga da un laico di ispirazione socialista come Marco Minniti. Il ministro appare giustamente convinto che il terrorismo si vinca «solo se c’è una grande alleanza»; dunque l’apertura alle comunità è l’altra faccia necessaria di una stretta su espulsioni e procedure che verrà illustrata organicamente tra qualche giorno. Sarebbe miope non cogliere le risposte che dalle comunità stanno venendo.

In un’intervista al Corriere , Izzedin Elzir, imam di Firenze e capo dell’Ucoii, la più forte delle organizzazioni islamiche sul nostro territorio (con 164 moschee nel suo circuito), ha ammesso che i terroristi jihadisti appartengono «all’abum di famiglia» dell’Islam (cioè sono mossi dalla fede e non dalla follia), mutuando la forte immagine con cui Rossana Rossanda delineò negli anni Settanta la storia identitaria del terrorismo rosso. La sortita di Elzir, la prima da una guida religiosa di questo livello, ha ottenuto l’appoggio di un centinaio di imam e l’attenzione del ministro. Naturalmente l’Ucoii è una realtà assai complessa (come lo è, ancora oggi, l’intera galassia islamica in Italia): accusata in passato di essere sotto l’influenza dei Fratelli musulmani e ancora segnata, appena pochi mesi fa, da esternazioni gravi come quella di un suo esponente storico, Hamza Piccardo, in favore della poligamia.

E però le parole pesano tutte, certi sentieri ne sono lastricati. Se pesano (e pesano) quelle degli xenofobi nostrani che spargono panico per qualche voto in più, non possono non pesare parole di pace e verità specie quando vengono, così nette, da soggetti cui non manchiamo giustamente di chiederle a ogni strage jihadista.

L’Italia è un unicum in Europa. Non abbiamo (ancora) banlieue ma una presenza diffusa di cittadini di fede islamica in piccoli borghi e paesini che nonostante tutto favoriscono l’integrazione (il sociologo Stefano Allievi parla, non a torto, di «Islam dialettale»). Non abbiamo seconde generazioni rancorose verso lo Stato (le avremo, se continueremo a rinviare la sacrosanta legge sulle nuove cittadinanze). In questa unicità fatta di contingenze e tradizione si colloca dunque la nostra comunità islamica.

Non è casuale che l’imam di Firenze pensi che proprio da noi possa prendere slancio un movimento verso quell’assai auspicabile riforma nella lettura del Corano che stroncherebbe infine interpretazioni radicali e antistoriche. Un passo lungo, che postula libertà e democrazia: il nostro vero tesoro, da preservare a ogni costo.

in “Corriere della Sera” del 31 gennaio 2017

Onda d’odio da fermare

di Vittorio E. Parsi

L’attentato del Quebec è la testimonianza del clima d’odio e radicalismo che sta avvelenando la nostra, unica e comune, civiltà umana. Uccidere fedeli in preghiera, a qualunque religione appartengano, chiunque abbia perpetrato un simile scempio, è un gesto particolarmente vigliacco, perché mira a uccidere, insieme alle vittime innocenti, la pietas che da sempre e ovunque circonda il momento in cui gli esseri umani cercano il contatto con Dio, comunque lo chiamino, il momento in cui cercano conforto in Colui che è forza rispetto alla propria debolezza. È un veleno sottile e poderoso quello che si insinua nei cuori di pochi, per fortuna, ma che ha effetti devastanti su tanti, su troppi: su tutti quelli che rappresentano le vittime collaterali di ogni strage. L’odio che questi attentati seminano ricorda il fallout di un’esplosione nucleare: semina morte nel tempo, con molta maggior virulenza rispetto all’istante esatto in cui si produce l’esplosione. Si parla sempre più spesso di ‘bombe sporche’ e di ordigni chimici capaci di diffondere elementi patogeni nell’aria come della prossima frontiera del terrore. E giustamente gli apparati di sicurezza lavorano alacremente per scongiurare una simile eventualità. In realtà, ogni attentato è in sé una ‘bomba sporca’, capace di produrre una scia di odio che lentamente avvelena i cuori di tutti – i ‘nostri’, i ‘loro’, se queste espressioni avessero un senso – che rilascia intolleranza, paura, angoscia, che illude di poter costruire muri dietro i quali ricercare un’effimera sicurezza che si vorrebbe assoluta. E così invece ci perdiamo, allontaniamo sempre più la speranza di una salvezza che può essere solo collettiva, come sempre più anche la sicurezza o è per tutti e di tutti o è di nessuno.

I muri sono l’equivalente contemporaneo della biblica Torre di Babele, certificano del nostro smarrimento e della nostra incapacità di comunicare gli uni agli altri di ‘con-fidare’ gli uni negli altri. E quando i muri fisici non bastano, ecco allora comparire i muri

pret-à-porter, lo stigma dell’esclusione: gli indesiderabili, gli intoccabili, quelli che non possono saltare nessun muro, perché il muro glielo abbiamo cucito addosso. Giova ripeterlo: da questo, in particolare noi europei, dovremmo guardarci con assoluta fermezza, considerando che nello scorso secolo una stella gialla addosso a qualcuno l’abbiamo cucita, con i risultati che abbiamo ricordato appena qualche giorno fa.

Le indagini ci diranno chi ha realizzato e chi ha organizzato la strage della moschea canadese. Ma se è stato un «attacco contro l’islam», come ha detto il premier Trudeau, e come sembrano indicare le prime risultanze dell’inchiesta, si tratta di un «crimine dell’odio» spinto da quella cultura dell’intolleranza che alimenta le nostre angosce ed è accresciuta dalle nostre paure e dalla nostra impotenza. In un simile scenario, niente serve più della capacità di spezzare la spirale della paura e della chiusura reciproca, ciò che ci porta anche a liquidare l’episodio come qualcosa che fanno ‘quelli’, gli ‘altri’. Oggi dobbiamo far sentire la nostra solidarietà ai musulmani, colpiti direttamente in moschea in un Paese che tutela la libertà di religione tra i primi diritti di ogni cittadino, e prestare loro la nostra consolazione. A chi ha responsabilità politiche è giusto chiedere, anche e soprattutto in questo momento, che concorra a far calare il clima di tensione e di sospetto reciproco tra le comunità, piuttosto che esasperarlo, come sta facendo qualcuno, con messaggi e provvedimenti tanto semplicistici quanto inefficaci, prima ancora che odiosi.

È la sfida più grande: non perché le misure di contrasto e prevenzione alla radicalizzazione e alla violenza siano meno importanti o urgenti; ma perché è la più difficile da vincere, perché deve essere combattuta dentro di noi, nei nostri cuori.

in “Avvenire” del 31 gennaio 2017