Archivio mensile:dicembre 2016

Il tempo che ci attende richiede iniziative piene di audacia e di speranza

Papa Francesco

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

Risuonano con forza queste parole di san Paolo. In modo breve e conciso ci introducono nel progetto che Dio ha per noi: che viviamo come figli. Tutta la storia della salvezza trova eco qui: colui che non era soggetto alla legge decise, per amore, di perdere ogni tipo di privilegio (privus legis) ed entrare attraverso il luogo meno atteso per liberare noi che, sì, eravamo sotto la legge. E la novità è che decise di farlo nella piccolezza e nella fragilità di un neonato; decise di avvicinarsi personalmente e nella sua carne abbracciare la nostra carne, nella sua debolezza abbracciare la nostra debolezza, nella sua piccolezza coprire la nostra. In Cristo Dio non si è mascherato da uomo, si è fatto uomo e ha condiviso in tutto la nostra condizione. Lungi dall’essere chiuso in uno stato di idea o di essenza astratta, ha voluto essere vicino a tutti quelli che si sentono perduti, mortificati, feriti, scoraggiati, sconsolati e intimiditi. Vicino a tutti quelli che nella loro carne portano il peso della lontananza e della solitudine, affinché il peccato, la vergogna, le ferite, lo sconforto, l’esclusione non abbiano l’ultima parola nella vita dei suoi figli.

Il presepe ci invita a fare nostra questa logica divina. Una logica non centrata sul privilegio, sulle concessioni, sui favoritismi; si tratta della logica dell’incontro, della vicinanza e della prossimità. Il presepe ci invita ad abbandonare la logica delle eccezioni per gli uni ed esclusioni per gli altri. Dio viene Egli stesso a rompere la catena del privilegio che genera sempre esclusione, per inaugurare la carezza della compassione che genera inclusione, che fa splendere in ogni persona la dignità per la quale è stata creata. Un bambino in fasce ci mostra la potenza di Dio che interpella come dono, come offerta, come fermento e opportunità per creare una cultura dell’incontro.

Non possiamo permetterci di essere ingenui. Sappiamo che da varie parti siamo tentati di vivere in questa logica del privilegio che ci separa-separando, che ci esclude-escludendo, che ci rinchiude-rinchiudendo i sogni e la vita di tanti nostri fratelli.

Oggi, davanti al bambino Gesù, vogliamo ammettere di avere bisogno che il Signore ci illumini, perché non sono poche le volte in cui sembriamo miopi o rimaniamo prigionieri di un atteggiamento marcatamente integrazionista di chi vuole per forza far entrare gli altri nei propri schemi. Abbiamo bisogno di questa luce, che ci faccia imparare dai nostri stessi errori e tentativi al fine di migliorarci e superarci; di questa luce che nasce dall’umile e coraggiosa consapevolezza di chi trova la forza, ogni volta, di rialzarsi e ricominciare.

Mentre un altro anno volge al termine, sostiamo davanti al presepe, per ringraziare di tutti i segni della generosità divina nella nostra vita e nella nostra storia, che si è manifestata in mille modi nella testimonianza di tanti volti che anonimamente hanno saputo rischiare. Ringraziamento che non vuole essere nostalgia sterile o vano ricordo del passato idealizzato e disincarnato, bensì memoria viva che aiuti a suscitare la creatività personale e comunitaria perché sappiamo che Dio è con noi. Dio è con noi.

Sostiamo davanti al presepe per contemplare come Dio si è fatto presente durante tutto questo anno e così ricordarci che ogni tempo, ogni momento è portatore di grazia e di benedizione. Il presepe ci sfida a non dare nulla e nessuno per perduto. Guardare il presepe significa trovare la forza di prendere il nostro posto nella storia senza lamentarci e amareggiarci, senza chiuderci o evadere, senza cercare scorciatoie che ci privilegino. Guardare il presepe implica sapere che il tempo che ci attende richiede iniziative piene di audacia e di speranza, come pure di rinunciare a vani protagonismi o a lotte interminabili per apparire.

Guardare il presepe è scoprire come Dio si coinvolge coinvolgendoci, rendendoci parte della sua opera, invitandoci ad accogliere con coraggio e decisione il futuro che ci sta davanti.

E guardando il presepe incontriamo i volti di Giuseppe e di Maria. Volti giovani carichi di speranze e di aspirazioni, carichi di domande. Volti giovani che guardano avanti con il compito non facile di aiutare il Dio-Bambino a crescere. Non si può parlare di futuro senza contemplare questi volti giovani e assumere la responsabilità che abbiamo verso i nostri giovani; più che responsabilità, la parola giusta è debito, sì, il debito che abbiamo con loro. Parlare di un anno che finisce è sentirci invitati a pensare a come ci stiamo interessando al posto che i giovani hanno nella nostra società.

Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna, ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani. Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società. Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro, ma li discriminiamo e li “condanniamo” a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse.

Siamo invitati a non essere come il locandiere di Betlemme che davanti alla giovane coppia diceva: qui non c’è posto. Non c’era posto per la vita, non c’era posto per il futuro. Ci è chiesto di prendere ciascuno il proprio impegno, per poco che possa sembrare, di aiutare i nostri giovani a ritrovare, qui nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire. Non priviamoci della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani (cfr Gl 3,1). Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale (cfr Discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016).

Guardare il presepe ci sfida ad aiutare i nostri giovani perché non si lascino disilludere davanti alle nostre immaturità, e stimolarli affinché siano capaci di sognare e di lottare per i loro sogni. Capaci di crescere e diventare padri e madri del nostro popolo.

Davanti all’anno che finisce, come ci fa bene contemplare il Dio-Bambino! E’ un invito a tornare alle fonti e alle radici della nostra fede. In Gesù la fede si fa speranza, diventa fermento e benedizione: «Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 3).

Basilica Vaticana Sabato, 31 dicembre 2016

Un’informazione attenta al vero senso delle cose

Nunzio Galantino

Non penso sia corretto nascondersi il disagio che a diversi livelli e per diversi motivi sta caratterizzando questo tornante di vita e di storia del nostro Paese, sia dal punto di vista economico sia da quello socio-politico. Non gioverebbe a nessuno. Né penso abbia senso esercitarsi nell’arte dello “scaricabarile”, sport molto praticato, con tanti partecipanti e con risultati di notevole rilievo a tutti i livelli anche in questi giorni. Con corollario di medaglie che alcuni “eroi” appuntano da sé sul proprio petto, accompagnando semmai questa patetica cerimonia con linguaggio da osteria. Il pericolo di rassegnarsi a tutto questo e la tentazione di sottrarsi alle proprie responsabilità – ahimè – esiste.

Ma c’è anche tutto un mondo disposto a innescare e sostenere processi di segno opposto. Ne ho fatto esperienza nei giorni scorsi partecipando a due incontri, con protagonisti diversi, ma aventi un denominatore comune: la comunicazione. Canale straordinario di informazione e di formazione ma che, usato male, diventa strumento di corruzione delle intelligenze e dei costumi. Nel primo dei due incontri ho incrociato giornalisti impegnati con grande passione ed altrettanta professionalità “sul territorio”, al servizio dei Settimanali diocesani: una realtà che da decenni presidia le periferie e da voce a pezzi di vita ordinariamente ignorati dalla grande comunicazione, a meno che non si prestino a considerazioni pruriginose. Nel secondo incontro ho potuto dialogare con circa mille giovani, accompagnati in un percorso di formazione dall’«Osservatorio Permanente Giovani – Editori».

Prima di me questi ragazzi si erano confrontati con grandi giornalisti o con personalità della vita civile su temi di forte impatto sociale; mentre a me è toccato, assieme al direttore Napoletano, soffermarmi con loro sul tema: “La società giusta inizia subito: la povertà educativa e le seconde generazioni”. Il dialogo con i giornalisti dei settimanali diocesani, riuniti da 50 anni in Federazione (Fisc), mi ha permesso di sottolineare l’importanza di una comunicazione che, attenta al territorio, lo serva nella verità, con intelligenza e lungimiranza. È ancora troppa, a mio parere, la fatica che tanti professionisti fanno a lasciarsi interrogare seriamente dal “contesto” vero nel quale operano. Il “contesto” può essere visto e vissuto come humus fecondo nel quale metterci del proprio perché continui a produrre frutti saporosi; oppure può essere visto e vissuto come un limite dal quale fuggire e del quale liberarsi. Quest’ultimo è l’atteggiamento tipico di chi ha i suoi schemi – probabilmente le sue comodità e i suoi tornaconti – dai quali si sente rassicurato e che non ha nessuna voglia di abbandonare.

È chiaro che chi accetta di “abitare” lealmente il “contesto” e di mettersi in gioco farà una comunicazione diversa da quella di chi si sente al sicuro con e dentro i suoi schemi. È grande la fatica che oggi fanno i lettori più avveduti per sottrarsi all’abbraccio mortale rappresentato da letture preconcette e faziose della realtà da parte di alcuni – troppi – operatori della informazione. Non potrebbe essere anche questa una delle cause di disaffezione dei lettori? Sia chiaro: succede anche nell’ambito che frequento di più, l’ambito della Chiesa; quanta fatica a capire e accettare il “contesto” nel quale oggi sono chiamati a operare. Quanta fatica ad accettare che, dopo la straordinaria e feconda stagione guidata da Giovanni Paolo II e quella – certamente positiva e, per certi versi, provvidenzialmente sorprendente di Benedetto XVI – il buon Dio abbia messo sulla strada della sua Chiesa e del mondo papa Francesco. Il risultato della pervicace distanza dal “contesto” e dalla vita reale, si esprime in articoli e servizi che trasudano atteggiamenti di rancoroso risentimento. Per cui: quanti guardiani abusivi della “vera dottrina” stanno in giro oggi, anche in pagina! Quante guide non richieste offrono con un bel pò di arroganza i loro servigi. Fino a meritare quanto ha detto solo qualche giorno fa papa Francesco in un’intervista al settimanale cattolico belga “Tertio”: «I media devono essere molto limpidi, molto trasparenti, e non cadere, senza offesa, nella malattia della coprofilia, che è voler sempre comunicare lo scandalo».

Come si vede, papa Francesco non usa eufemismi per denunciare quella che a suo avviso è la patologia peggiore dell’informazione mediatica. Tante volte Francesco ha avuto modo di pronunziare parole di grande stima e di apprezzamento per l’intero sistema dell’informazione «in se stesso positivo»; senza per questo ignorare l’esistenza di un’informazione nella quale la verità è spesso sostituita con l’opinione. Con quanta facilità – anzi, con quanta superficialità – oggi tanti si ergono a commentatori di quanto accade, attribuendosi competenze quanto meno discutibili, quando non semplicemente proporzionate alla propria presunzione! In un paradosso solo apparente, ai giorni nostri convivono una frammentazione mediatica sempre più complessa e una emergente domanda di senso, unita alla volontà di difendersi dal subdolo e interessato mondo della “postverità”. L’ho toccato con mano dialogando con i giovani incontrati a La Spezia. Con loro è stato importante richiamare la necessità di una responsabilità che contribuisca a ridurre il peso negativo di una informazione asservita, a vantaggio di una comunicazione che interpelli e si lasci interpellare non solo dal “possibile”, ma anche dal “faticosamente possibile” e – perché no? – dall’inedito e dall’impossibile. Una comunicazione che, così, finisce per diventare cura quotidiana del “senso” delle cose, delle parole e delle persone.

Il Sole 24 Ore, dicembre 2016

Migranti abbandonati lungo i confini della rotta balcanica

di Flore Murard-Yovanovitch

Deportati, costretti a camminare di notte in pieno inverno attraverso il confine o respinti e abbandonati nelle foreste dei Balcani. Nella lunga lista degli abusi compiuti dalle polizie di frontiere di Ungheria, Croazia e Bulgaria contro i migranti, si aggiunge ora questa nuova pratica, la deportazione illegale di uomini, donne e bambini dopo la chiusura, avvenuta a marzo scorso, della rotta balcanica percorsa nel 2015 da centinaia di migliaia di disperati ansiosi di entrare in Europa.

L’ultimo caso, almeno di quelli conosciuti, si è avuto il 17 dicembre in Serbia, vittima una famiglia curdo-siriana composta da 7 membri tra cui un bimbo di due anni, una ragazza e due donne. La famiglia era stata registrata dalle autorità serbe a Belgrado che le avevano assegnato un posto nel campo di Bosiljgrad, nel centro-sud del paese. Partiti da Belgrado nella mattina, vengono intercettati verso le tre del pomeriggio da una delle pattuglie miste composte da poliziotti e militari, le cosiddette joint forces, e fatti scendere dal pullman sul quale stavano viaggiando. Gli agenti hanno stracciato i loro documenti e dopo averli obbligati a salire su un furgone li hanno abbandonati ai confine tra Serbia e Bulgaria dove di notte la temperatura scende fino a 11 gradi sotto lo zero.

Persi nella foresta in mezzo alla neve alta un metro, terrorizzati, i sette profughi riescono a raggiungere con il cellulare un’attivista di Info-Park, un’associazione che offre supporto legale a Belgrado, e comunicarle via WhatsApp le coordinate Gps. L’attivista dà l’allarme mettendo in moto i soccorsi, ma intanto le due donne perdono conoscenza e il bambino ha un inizio di congelamento. Quando finalmente i soccorsi riescono a raggiungere la famiglia di migranti è ormai giorno e le due donne sono in ipotermia.
Il ministero della Difesa serbo ha escluso un coinvolgimento dell’esercito, ma quanto accaduto è un caso limite di come vengono trattati i migranti. Il Belgrade centre for human rights (Bchr) si è fatto garante per la famiglia curdo-siriana che potrebbe essere la punta dell’iceberg. Da mesi attivisti e ong denunciano la prassi delle deportazioni illegali dalla Serbia verso la Bulgaria o la Macedonia, ma nel caso della famiglia siriana ci sono – forse per la prima volta – tutte le prove delle violenze subite (la registrazione della famiglia da parte delle autorità, il campo che le era stato assegnato, la localizzazione Gps, le testimonianze dei due autisti del pullman e dell’ambulanza).

«Quella famiglia ha subito una deportazione illegale, e se nessuno avesse reagito in fretta sarebbero morti di ipotermia nel giro di qualche ora», denuncia Miodrag di Info-Park. «Non sappiamo se tra le colline e i boschi confinanti con la Bulgaria sono scomparsi dei migranti». A novembre scorso un ragazzo afghano di 18 anni è stato ritrovato assiderato in territorio bulgaro, non si sa se morto in seguito a una deportazione o nel tentativo, fallito, di passare il confine. E sarà difficile individuare le responsabilità di quella morte.

Negli ultimi mesi si sarebbero verificate centinaia di deportazioni illegali di migranti e persino di richiedenti asilo secondo quanto denunciato da attivisti e ong locali. A Nis il 5 novembre un gruppo di 41 richiedenti asilo, incluse famiglie con bambini, munite di documenti per accedere al campo profughi di Tutin, e provenienti da paesi a rischio, sono stati espulsi in Macedonia nonostante l’assenza di accordi di riammissione con Skopje. L’Unhcr ha richiesto chiarimenti al ministero dell’Interno serbo. Sempre a novembre 5 pullman sono partiti dal campo di Subotica, a Nord, non distante dalla frontiera con l’Ungheria, carichi di rifugiati, soprattutto afghani, ma solo tre sono arrivati nel campo di Precevo (sulla frontiera macedone). Dei due mezzi mancanti, secondo quanto testimoniato dai profughi intervistati da Info-Parkl, uno avrebbe lasciato i migranti presso la frontiera con la Macedonia, mentre altri sono stati portati fino a quella con la Bulgaria. Azioni che farebbero pensare a respingimenti. Stessa sorte avrebbero subito anche 150 afghani a ottobre da Shid, città serba al confine con la Croazia, e altri 109 da Precevo, un campo-chiuso che sembra

essere il punto di partenza di tutte le deportazioni verso la Macedonia (ogni settimana, macchine a van di polizia carichi porterebbero persone fino al confine). Tornati a Belgrado «tutti i migranti intervistati raccontano la stessa storia: svegliati di notte, caricati in un van della polizia e abbandonati nelle foreste lungo il confine macedone o bulgaro», racconta Miodrag.

La Serbia è l’ultima frontiera prima dell’Ue e finora si era è mostrata molto accogliente nei confronti dei migranti. L’improvviso cambio di atteggiamento la allinea al comportamento dei suoi vicini, da sempre aggressivi verso i rifugiati, che erigono barriere e effettuano pestaggi e respingimenti. L’Unhcr ha più volte denunciato quanto avviene lungo l’ex rotta balcanica, segnalando «un netto incremento delle deportazioni illegali di migranti che cercano di raggiungere l’Europa: circa 1.000 persone dal Medioriente, Asia e Africa espulse solo a novembre, più dei mesi precedenti», dichiara la portavoce dell’Unhcr in Serbia, Mirjana Milenkovska.

I corpi intanto raccontano le violenze subite. Ferite, piedi e gambe rotte, morsi di cani. Un archivio dolente. La clinica mobile che Medici senza frontiere ha allestito nel parco di Belgrado, punto di ritrovo di quanti non riescono ad attraversare le frontiere croata, ungherese, bulgara e macedone, sempre a novembre ha registrato ben casi di 56 traumi. Di questi, denuncia l’organizzazione, «50 sono stati commessi dalle autorità dei paesi confinanti».

in “il manifesto” del 29 dicembre 2016

Il trend della popolazione e della famiglia in Italia, 2016

ISTAT, Istituto nazionale di statistica

Popolazione totale anagrafica. Al 31 dicembre 2015 la popolazione residente in Italia è pari a 60.665.551 unità (29.456.321 maschi e 31.209.230 femmine), oltre 130 mila unità in meno rispetto all’inizio dell’anno.
A livello territoriale, il calo si presenta piuttosto omogeneo e, seppure in maniera molto lieve, il Sud e le Isole sono la ripartizione con il maggiore decremento annuo (-0,3 per cento). Come l’anno precedente, il maggior numero di residenti, il 26,6 per cento del totale, si trova al Nord-ovest (16.110.977 unità).

Popolazione straniera anagrafica. Al 1° gennaio 2016 la popolazione straniera residente è pari a 5.026.153 unità, l’8,3 per cento del totale dei residenti, con un incremento, rispetto all’anno precedente, dello 0,2 per cento (11.716 unità), di molto inferiore rispetto all’1,8 per cento registrato nel 2015.

Il Nord-ovest è ancora la ripartizione col maggior numero di residenti stranieri (34,1 per cento sul totale dei residenti stranieri) e, complessivamente, al Nord risiede il 58,6 per cento del totale degli stranieri.
 Se si fa riferimento al totale dei residenti, la situazione è pressoché invariata rispetto al 2015: al Nord circa 11 individui su 100 sono cittadini stranieri, quasi il triplo rispetto al Mezzogiorno, dove la proporzione scende a meno di 4 stranieri ogni 100 individui. Anche la distribuzione in base all’area di provenienza ricalca quella dell’anno precedente: la maggior parte dei cittadini stranieri residenti in Italia è dell’Ue (30, 2 per cento della popolazione straniera residente), seguono i cittadini provenienti dall’Europa centro-orientale (21,8 per cento) e dall’Africa settentrionale (13,3 per cento).

Nel Nord-est la maggior parte dei cittadini stranieri (il 29,4 per cento) proviene dai paesi dell’Europa centro-orientale extra-Ue e solo il 26,4 per cento dall’Ue.

Nel 2015 la differenza fra le nascite e le morti si conferma negativa, prosegue così la decrescita in corso da quasi un decennio (da -95.768 nel 2014 a -161.791 nel 2015). Le iscrizioni anagrafiche, d’altro canto, riescono solo in minima parte a contenere il declino della popolazione dal momento che il saldo con le cancellazioni è positivo ma di lieve entità (+31.730). Il saldo con l’estero è positivo e pari a 133.123 unità, ma si conferma in diminuzione rispetto all’anno precedente.
 A livello territoriale la situazione rimane invariata: il Centro è sempre la ripartizione con il più alto saldo con l’estero e il Nord-ovest è ancora quella in cui è minore la componente naturale del bilancio.

Natalità e fecondità. Nel corso del 2015 prosegue anche il calo delle nascite: i nati vivi, che nel 2014 erano 502.596, nel 2015 passano a 485.780 e il quoziente di natalità, uniforme sul territorio, scende a 8,0 nati per mille abitanti da 8,3 per mille dell’anno precedente.

Anche la fecondità per età mantiene l’andamento degli anni precedenti: l’andamento delle curve di fecondità mostra ancora come il calo delle nascite continui ad essere affiancato alla posticipazione dell’evento nascita, che avviene in età sempre più avanzata.

Il tasso di fecondità totale (Tft), indicatore sintetico della fecondità, nel 2014 scende ancora, rispetto all’anno precedente, e passa da 1,39 a 1,37 gli in media per donna.
Il fenomeno, sul territorio, ricalca la situazione degli anni precedenti: Nord-ovest e Nord-est, con un Tft pari a 1,43, sono le ripartizioni con la fecondità più alta e si contrappongono al Sud che, con un valore pari a 1,29, è il fanalino di coda.

Se si analizzano i dati per cittadinanza, si può notare come sia la fecondità delle donne straniere a influenzare principalmente il dato nazionale; per le donne italiane, l’indicatore è infatti rimasto costante negli ultimi tre anni e sempre piuttosto omogeneo sul territorio (1,29); è invece la fecondità delle donne straniere a subire un continuo calo (da 2,10 a 1,97) e a presentarsi disomogeneo: nel Nord, ogni donna straniera fa in me- dia circa 2,10 gli, contro 1,70 del Centro.

A livello internazionale, l’Italia, con la Slovacchia, si trova al sesto posto per fecondità più bassa nell’Ue 28. Gli estremi della classifica rimangono invariati: il Portogallo, con 1,23 gli in media per donna, è il paese con la fecondità più bassa, mentre la Francia, con 2,01 gli in media per donna, è il paese più proli co.

Mortalità e sopravvivenza. Nel 2015 il numero dei decessi cresce rispetto all’anno precedente e raggiunge le 647.571 unità (49.207 in più rispetto all’anno precedente). Il quoziente di mortalità, a sua volta, passa dal 9,8 al 10,7 per mille; è più alto nelle regioni del Centro-Nord (circa 11,0 per mille) e più basso in quelle del Mezzogiorno (circa 10,1 per mille).

La speranza di vita alla nascita (vita media), dopo anni di crescita costante, nel 2015 subisce una battuta d’arresto, passando da 80,3 anni a 80,1 anni per i maschi e da 85,0 a 84,7 per le femmine. 
A livello territoriale il Nord-est, anche nel 2015, è la ripartizione con la speranza di vita più elevata (80,7 anni per i maschi e 85,3 anni per le femmine), mentre il Mezzogiorno è caratterizzato da una vita media più bassa (79,4 e 83,9 anni rispettivamente per maschi e femmine). Analizzando il contesto internazionale, nel 2014, all’interno dell’Unione europea, per i maschi solo Spagna, Svezia e Cipro hanno una situazione migliore di quella italiana (80,4 anni), mentre per le femmine le condizioni più favorevoli si trovano in Spagna (86,2), in Francia (86,0) e in Lussemburgo (85,2); l’Italia, dunque, rimane uno dei paesi più longevi.

Mobilità. Le iscrizioni anagrafiche, nel 2015, sono 1.666.913, mentre le cancellazioni sono pari a 1.635.183; il saldo dato dalla differenza tra iscrizioni e cancellazioni anagrafiche è dunque positivo (31.730), ma molto inferiore rispetto a quello dell’anno precedente (108.712).

Nel 2014 le migrazioni interne per trasferimento di residenza sono pari a 1.313.176 unità, con un tasso di migratorietà del 21,6 per mille. I trasferimenti intraripartizionali, quelli cioè all’interno della stessa ripartizione, sono pari a 1.061.078 (quasi l’81 per cento del totale dei trasferimenti), mentre quelli interripartizionali, ovverosia da una ripartizione all’altra, ammontano a 252.098 (circa il 19 per cento del totale dei trasferimenti). Anche a livello territoriale, quelli intraregionali sono i trasferimenti più numerosi, anche se con entità differenti: nel Nord sono circa l’85 per cento, mentre nel Mezzogiorno, da sempre caratterizzato da una forte emigrazione, superano di poco il 72 per cento. Nel 2015, le iscrizioni dall’estero per trasferimento di residenza sono state 280.078, quasi 2.500 in più rispetto all’anno precedente; i cancellati per l’estero, invece, sono stati 146.955, 10.627 in più rispetto al 2014.

Il Nord è la ripartizione con il maggior numero d’iscrizioni (quasi il 50 per cento sul totale delle iscrizioni). Scendendo ad un dettaglio regionale, emerge che circa uno straniero su cinque sceglie di iscriversi in Lombardia. Il Lazio, con il 12,7 per cento, è la seconda regione nella classifica delle iscrizioni dall’estero.

Il Nord e, nello specifico, la Lombardia hanno il primato anche in fatto di cancellazioni per l’estero (rispettivamente 55,0 e 20,4 per cento); il Veneto, a cui spetta il 10,3 per cento del totale delle cancellazioni, è la seconda regione per cancellazioni.

Flussi di stranieri

Per quanto riguarda la componente non comunitaria che fa ingresso nel Paese, nel 2015 le richieste di permesso di soggiorno sono quasi 240 mila (oltre 9 mila in meno rispetto alle quasi 250 mila del 2014). Il 58,3 per cento delle richieste (pari a 139.237) riguardano i maschi, mentre le 99.699 richieste delle femmine sono pari al 41,7 per cento del totale.

Nel 2015 è l’Africa Occidentale il paese da cui proviene il maggior numero di richieste di soggiorno (52.032 pari al 21,8 per cento), seguita dall’Asia Meridionale (19,6 per cento) e dall’Europa (19,2 per cento). 
Le richieste provenienti da cittadini non comunitari con meno di trenta anni sono il 68,5 per cento, mentre quelle fatte per ricongiungimento familiare sono il 44,8 per cento.

I cittadini non comunitari regolarmente presenti in Italia al 1° gennaio 2016 sono 3.931.133. Di questi, il 51,3 per cento sono maschi e il 59,5 per cento sono soggiornanti di lungo periodo.

Nel corso degli anni il continuo aumento della sopravvivenza nelle età più avanzate e il costante calo della fecondità hanno reso l’Italia uno dei paesi più vecchi al mondo. La situazione è rappresentata graficamente dalla piramide delle età, caratterizzata da una base, corrispondente alle classi di età più giovani, particolarmente contratta e una cima, che rappresenta le età più anziane, più larga della base.

La piramide rende anche evidente il vantaggio di cui godono le donne in termini di sopravvivenza, con i contingenti di popolazione femminile alle età avanzate più consistenti rispetto a quelli dei coetanei maschi.

Nuzialità e instabilità coniugale. L’indice di vecchiaia, dato dal rapporto tra la popolazione di 65 anni e oltre e quella con meno di 15 anni, è l’indicatore che meglio sintetizza il grado di invecchiamento della popolazione; al 1° gennaio 2016 è pari al 161,4 per cento, ancora in crescita rispetto all’anno precedente (157,7 per cento).

Il Nord-ovest, con il 173,2 per cento, è la ripartizione più anziana, contro il Sud che, con 140,4 anziani ogni cento giovani, è la ripartizione dove il rapporto fra vecchi e giovani è più favorevole. A livello regionale la situazione rimane inalterata rispetto agli anni precedenti: agli estremi ci sono sempre Liguria (246,5 per cento) e Campania (117,3).

A livello internazionale la situazione ricalca quella dell’anno precedente: al 31 dicembre 2014 la Germania si conferma il paese con il più alto indice di vecchiaia (159,9), subito seguita dall’Italia (157,7), mentre l’Irlanda continua ad essere il paese col minor numero di anziani per 100 giovani (58,6).

Se consideriamo l’età media, al 1° gennaio 2016, in Italia questa è pari a 44,7 anni; la popolazione straniera residente, invece, presenta una struttura per età molto più giovane, con un’età media pari a 33,6 anni. Quasi la metà dei cittadini stranieri ha un’età compresa tra i 18 ed i 39 anni (41,9 per cento), oltre uno su cinque è minorenne (21,2 per cento) e la proporzione di anziani è molto contenuta (3,3 per cento).

Nel 2014 l’andamento dei matrimoni, in linea con la decrescita già riscontrata lo scorso anno, continua la fase di diminuzione: si passa dai 194.057 matrimoni del 2013 ai 189.765 del 2014 (quasi 4.300 eventi in meno); il quoziente di nuzialità passa dal 3,2 al 3,1 per mille. Il Sud è la ripartizione dove ci si sposa di più (3,8 per mille).

Il rito che gli sposi scelgono principalmente per la celebrazione del loro matrimonio è sempre, seppure in costante calo, quello religioso, che, nel 2014, ha caratterizzato il 56,9 per cento dei matrimoni. La distribuzione territoriale però è molto diversa: al Nord e al Centro il rito civile è scelto nella maggior parte dei casi (54,9 per cento nel Nord-ovest, 56,0 nel Nord-est e 51,1 nel Centro); nel Sud, invece, solo un matrimonio su quattro (25,0 per cento) viene celebrato con rito civile e quasi uno su tre (31,9 per cento) nelle Isole.

A livello internazionale l’Italia risulta sempre essere uno dei paesi con la nuzialità più bassa, infatti solo Lussemburgo e Portogallo con 3,0 per mille hanno un quoziente di nuzialità inferiore a quello italiano. 
Le separazioni legali passano da 88.886 del 2013 a 89.303 del 2014; le separazioni con- sensuali, come negli anni precedenti, sono in netta prevalenza rispetto a quelle giudiziali e rappresentano l’84,2 per cento del totale. I divorzi subiscono una lieve flessione passando da 52.943 a 52.355.

Prosegue il processo di semplificazione delle strutture familiari che ha interessato l’Italia negli ultimi decenni, confermato dalla crescita del numero di famiglie e dalla progressiva riduzione della loro dimensione.

Famiglie

In vent’anni il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1994-1995) a 2,4 (media 2014-2015). Sono aumentate le famiglie unipersonali: dal 21,1 per cento al 31,1 per cento; al contrario, le famiglie numerose – ovvero quelle con cinque o più componenti – hanno registrato un costante calo (dall’8,4 al 5,4 per cento). Quasi una famiglia su tre è dunque composta da una sola persona. Ciò è conseguenza di profonde trasformazioni demografiche e sociali che hanno investito il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione, innanzitutto, ma anche l’aumento delle separazioni e dei divorzi, così come l’arrivo di cittadini stranieri che, almeno inizialmente, vivono da soli. Finanche il Sud, la ripartizione geografica con il più alto numero di componenti per famiglia, evidenzia una costante riduzione della dimensione familiare: da un numero medio di componenti pari a 3,1 (media 1994-1995) a un numero medio pari a 2,6 (media 2014-2015).

Dal confronto territoriale sulla dimensione delle famiglie per numero di componenti – in base agli ultimi dati disponibili (media 2014-2015) – emerge che la ripartizione geografica con la quota più elevata di famiglie unipersonali è il Centro (34,2 per cento); il Sud, invece, registra la percentuale più bassa (27,7 per cento). All’opposto, per le famiglie con cinque o più componenti, è il Sud a mostrare la quota più alta (7,7 per cento), mentre è il Nord-ovest a evidenziare quella più bassa (4,0 per cento).

Le famiglie possono essere distinte in famiglie senza nucleo, ovvero quelle i cui componenti non formano alcuna relazione di coppia o di tipo genitorglio, famiglie con un solo nucleo, i cui componenti formano una relazione di coppia o di tipo genitore- glio, e famiglie con due o più nuclei. Le famiglie senza nucleo, per la quasi totalità costituite da una sola persona, rappresentano un terzo del totale delle famiglie e sono più diffuse nel Centro-Nord. La maggioranza delle famiglie è formata da un solo nucleo (65,5 per cento). Più in dettaglio, le coppie con gli si attestano al 35,3 per cento del totale delle famiglie; il valore massimo si osserva al Sud (41,0 per cento), il minimo al Centro (31,8 per cento). Seguono le coppie senza gli (il 20,5 per cento delle famiglie), maggiormente diffuse nel Nord, ma meno presenti nel Mezzogiorno, e le famiglie di genitori soli – prevalentemente di madri sole – (9,7 per cento). Per quanto concerne le famiglie composte da due o più nuclei, queste rappresentano una percentuale piuttosto esigua (1,3 per cento).

La composizione delle famiglie può anche essere analizzata attraverso la posizione che gli individui occupano al loro interno, ovvero attraverso il ruolo in famiglia dei singoli componenti. Il 33,6 per cento della popolazione vive in famiglia come genitore: il 29,5 per cento in coppia e il 4,1 per cento come genitore solo. I figli sono il 30,1 per cento: il 24,4 per cento vive con entrambi i genitori e il 5,7 per cento con un solo genitore. Vive in coppia senza figli il 17,6 per cento della popolazione, mentre il 13,0 per cento vive in famiglie unipersonali. In ne, la quota restante della popolazione si divide tra coloro che vivono in famiglie con due o più nuclei (2,9 per cento), in altre famiglie senza nucleo (1,8 per cento), come membri isolati all’interno di un nucleo (1,0 per cento). Partendo dal ruolo che gli individui rivestono all’interno della famiglia nelle diverse fasce di età, è possibile distinguere le fasi del ciclo di vita individuale e familiare. Fino ai 17 anni, quasi tutti i ragazzi vivono in famiglia come gli: l’83,9 per cento con entrambi i genitori e l’11,8 per cento con un unico genitore. Tra i 18 e i 34 anni, invece, diminuisce sensibilmente la quota dei gli che vivono in famiglia (61,2 per cento delle perso- ne); poco meno di un terzo delle persone di questa fascia di età ha infatti già lasciato la famiglia di origine per costituire una propria famiglia (25,2 per cento) o per dare luogo a una famiglia unipersonale (7,3 per cento). Le età centrali sono caratterizzate principalmente dal ruolo di genitore: quasi due terzi delle persone tra i 35 e i 54 anni sperimentano tale ruolo; si osserva, tuttavia, una quota considerevole di individui che vivono da soli o in coppia senza gli (22,8 per cento). Nella classe di età successiva – dai 55 ai 64 anni – diminuisce la percentuale di genitori in coppia (44,2 per cento delle persone) e aumenta quella di chi vive in coppia senza gli (27,9 per cento), anche perché i gli cominciano a lasciare la famiglia di origine. Tale quota continua a crescere oltre i 64 anni (44,0 per cento delle persone); cresce tuttavia anche la quota di individui che vivono come persone sole (28,7 per cento), mentre si riduce considerevolmente la quota di genitori in coppia (13,7 per cento).

ISTAT, Annuario statistico italiano | 2016

 

Digital generation. Fenomenologia dei comportamenti virtuali

Vittorino Andreoli


Se è vero che il computer e Internet sono ormai elementi dell’esistenza di ciascuno di noi indipendentemente dall’età, non c’ è dubbio che gli adolescenti di oggi ne siano i più coinvolti, poiché sono nati quando il mondo digitale si era ormai imposto. E vi è indubbiamente una differenza tra chi ha vissuto parte della propria vita in epoca predigitale e vi si è poi avvicinato con «timore e tremore», rispetto a chi li ha trovati nella propria culla, addirittura in una sala parto puntualmente ritmata da un computer. Se è vero che per impartire una buona educazione occorre conoscere i bisogni degli educandi, allora si impone una meditazione o un approfondimento su che cosa veramente sia un adolescente digitale. E che sia urgente farlo lo si coglie anche da una scuola, che non solo è poco attrezzata digitalmente, ma impone di lasciare fuori dalle aule ogni «oggetto» digitale.

Durante le prove d’esame, ad esempio, gli insegnanti devono indossare l’abito del poliziotto o del detective, impegnati a scoprire qualche piccolo «criminale» intento ad usare questi strumenti proibiti, e per questo meritevole dell’ anathema sit. Appare evidente in maniera precisa che la scuola non digitale è impegnata ad educare una generazione digitale. Vorrei entrare su questo tema proprio rimanendo fedele alla disciplina a cui mi dedico da sempre, cioè la scienza del comportamento umano, in particolare nel periodo della crescita. Il tema della relazione ha insegnato che per capire un allievo occorre conoscere le modalità con cui esperimenta il mondo in cui si trova. Per dirla con i fenomenologi, non è tanto importante l’ essere, ma l’ esserci, il Dasein di Husserl che si può declinare come essere-nel-mondo- qui e ora. Noi oggi semplicemente dobbiamo aggiungere l’essere-nel-mondo digitale-qui e ora. E la relazione adolescente-mondo digitale è del tutto speciale ed è in grado di indurre comportamenti collegati appunto alla digitalizzazione.

La caratteristica principale del digital world è di essere un mondo analogico, a differenza del mondo razionale che è causale e progressivo. Il mondo analogico è quello dello «yes or not», non lascia spazio al dubbio, che è invece la forza stessa del procedere scientifico e che immette la dimensione del tempo che passa, poiché la ricerca è progressione, dunque proiezione nel futuro. Tutto nel mondo analogico è invece al presente: una cosa è oppure non è, si mostra nel modo A oppure in quello B. Non serve quel particolare procedere della mente che, partendo da un dato dell’ esperienza, attraverso processi induttivi o deduttivi, per associazioni o distinzione, porta al concetto, alla cavallinità di Platone per intenderci: su quel procedere con cui si apre la civiltà in cui noi stessi siamo. Tutto è riportato ad un atto operativo, legato si potrebbe dire al gesto del cliccare, del premere quel bottone che apre la pagina della risposta richiesta. E la dà in modo assoluto anche se, paradossalmente, è un assoluto del momento, dell’ atto operativo.

Noi vogliamo, dopo questo accenno, entrare dentro la generazione digitale per indicare gli elementi più importanti che il mondo digitale ha indotto e che rappresentano le novità di quei giovani a cui dobbiamo insegnare a vivere: questo è in sintesi lo scopo primario dell’ educare. Il primo elemento è dato dall’ attenzione. L’ attenzione nella nuova generazione di adolescenti è molto selettiva e risponde con alta precisione ai sensi della vista e dell’ udito. La generazioni dei padri e delle madri era invece prevalentemente tattile e dolorifica. Il dolore è stato sentenziato dalle pillole analgesiche, soprattutto dal loro uso che si attiva non solo nel dolore sperimentato, ma anche in quello temuto o immaginato. Il tatto, se si esclude quello dei polpastrelli degli indici che cliccano, si è fortemente impoverito. La vista è il senso dominante, ma non perché si rivolge al mondo del concreto: quello che un tempo si chiamava reale, ma al mondo del video che è il luogo in cui si rappresenta e si consuma la vita digitale. Per questo anche il termine «esperimento scientifico» ha acquisito significati completamente diversi da un tempo.

Durante gli anni in cui ho lavorato nei laboratori dediti allo studio del cervello, le mie mani erano continuamente in azione tra pipette, provette, contenitori di sostanze chimiche.Visitando i nuovissimi laboratori di neurochimica oggi, incontro i miei colleghi davanti sempre a un computer. Si può dire sperimentino con la vista, non pesando sostanze o controllando reazioni. In seconda posizione si pone l’udito che è ormai continuamente stimolato in modo particolare dalla musica, ma anche dalle parole e dai rumori. Tant’è che si può dichiarare morto il silenzio in questa generazione. Viene in mente Condillac quando sosteneva con la sua teoria del «sensismo» che la mente è costruita a partire dai sensi e aveva immaginato la famosa statua che comincia a toccare, ad avvertire gli odori, a formare dei pensieri attraverso l’ elaborazione dei sensi. Semplicemente per dire come modificando l’ uso dei sensi si può cambiare la formazione delle idee e il procedere della mente.

Il secondo elemento che caratterizza la digital generation si lega alla memoria. Presenta infatti una rivoluzione che arriva fino alla scomparsa di alcune capacità mnemoniche che non vengono più stimolate. Viene impoverita la memoria verbale, quella numerica, quella del racconto sequenziale, la memoria del tatto, mentre sono maggiormente attivate le memorie visive e quelle dei suoni. Senza memoria dei numeri, senza quella verbale (che significa anche memoria semantica) entrambe delegate alla memoria digitale, diventa impossibile formulare un pensiero articolato o comprendere un problema matematico proprio perché lo stesso uso della parola viene perduto, ridotto a suono, mancando del contesto e quindi anche del significato (etimologico o corrente) che possiede e che deve essere di dominio comune per poter comunicare. Se i due termini della comunicazione mancano delle motivazioni a «legarsi» non vi è relazione e non vi è un uso condiviso delle parole. Non a caso la generazione digitale sembra aver rinunciato alla relazione interpersonale a vantaggio di quella digitale che è visiva e auditiva. Ne deriva che, progressivamente, la lettura della Storia o di un romanzo non solo è rifiutata, ma più semplicemente non è comprensibile perché manca l’attenzione richiesta: impoverito il significato delle parole e si è persa la capacità di costruzioni del periodare. Un segno molto espressivo è dato dalla morte dei «che», quelle riprese in un periodo che hanno la funzione di riassumere ciò che si è detto e di aggiungere e sviluppare una seconda parte. La morte del «che» relativo.

Tutto questo non è richiesto per la memoria delle immagini, che ha anche una zona di elaborazione cerebrale diversa dalle sedi della memoria delle parole e dei numeri. Un’attività mentale per immagini risulta più immediata, senza mediazioni simboliche. E’ oggi ampiamente riconosciuta la capacità che alcune aree cerebrali hanno di modificarsi sulla base della esperienza e quindi degli stili esistenziali. Nelle zone cosiddette sensoriali del cervello si trova la rappresentazione dell’uomo che è stato dagli anatomici definito homunculus. Ha la zona orale molto vasta, quella uditiva molto meno rappresentata: basti pensare che per la nostra specie l’ udito è andato verso una regressione, indicata anche dal fatto che i nostri padiglioni auricolari sono «paralizzati» rispetto ai nostri cugini scimpanzé che invece li muovono attivamente, direzionandoli.

Così lo spettro di percezione non giunge né a frequenze molto basse, né molto alte, come in altre specie animali, e di conseguenza molti suoni sono per l’ uomo «muti». Sia pure sulla base di questi pochissimi riferimenti, è possibile dire che anche il cervello della digital generation sta significativamente modificandosi. Le aree dell’homunculus relative al tatto e all’ udito sono diverse da quelle delle generazioni precedenti. Il tatto si ridurrà con l’eccezione della rappresentazione dei polpastrelli degli indici, così avverrà per la zona orale. Ed è già accaduto per quella della sensibilità al dolore. Per l’ udito si noterà un progressivo incremento che riporterà a schemi della storia antropologica passata.

Il terzo elemento riguarda il modo di pensare che, come abbiamo indicato, è influenzato anche dagli stili sensoriali. Sarà un pensiero sempre meno razionale e sempre meno scandito seguendo la consecutio temporum. Un pensiero fatto di affermazioni, apodittico. E queste sono le caratteristiche del cosiddetto pensiero magico, che è tutto fondato sul credere e sullo sperimentare. Il credere è anche il fondamento delle religioni che, almeno in certe loro espressioni, non hanno tenuto conto della razionalità, come è avvenuto in San Tommaso, bensì del credo quia absurdum di Tertulliano. Della dialettica non rimarrà nemmeno l’ombra, del cartesiano «dubito» ergo sum sopravviverà solo una incomprensibile espressione: non ci sarà più niente da dimostrare e soprattutto nulla che sia oltre l’ individuo, poiché esperienza e credo appartengono alla dimensione dell’ ego. Negli sms, che rappresentano ormai la lingua della digital generation, già tutto questo è incluso, dalla concretezza del messaggio, la stringatezza, i neologismi e la scrittura plastica in cui le vocali e le consonanti si uniscono a segni grafici propri del disegno. Assenza dei «che», semplici affermazioni analogiche del tipo «yes or not». Gli sms, poi, richiedono una risposta in tempo reale, qui e ora. Rimandano, ma temo nel dirlo di compiere una profanazione, al linguaggio poetico. Il mondo digitale che corrisponde, almeno in parte, a quello virtuale, dunque al mondo che non c’è rispetto a quello dei fisici e della «materia» che occupa spazio (tridimensionale), che oppone resistenza al tatto, e che è «fuori di me».

Il mondo vissuto dalla digital generation, dunque, non c’è mentre l’ altro è dimenticato, morto. E anche questa non è una battuta col gusto del catastrofismo, ma lo si vede ormai quotidianamente di fronte a adolescenti che vivono esclusivamente di video e di digitalizzazione. Quando se ne staccano e «lo spengono», toccano l’ altro mondo ma sono presi da angoscia, da stato confusionale: una sindrome che passa quando riaccendono il mondo della virtualità e vi ritornano dentro. Lo si vede chiaramente anche quando qualche adolescente si comporta nelle piazze ripetendo esattamente ciò che ha vissuto nel mondo digitale. E se si è dedicato ad un video-gioco divertendosi a eliminare sagome umane, nella piazza vedrà gli uomini di carne come quelle sagome e può continuare a giocare, eliminandole. Il mondo virtuale ha una fondamentale caratteristica che lo rende attraente: se qualcosa non piace, si clicca e lo si fa sparire. Se in una delle classi scolastiche non piacesse, ad esempio, il professore di latino, non lo si può eliminare cliccando, a meno di non usare lo stesso indice della mano atteggiandolo ad un movimento che, anche se di poco, è diverso e serve a sparare. E non lascia quell’insegnante a continuare faticosamente il compito di educare, d’ insegnare a vivere e potrà apparire una battuta di pessimo gusto, ma anche per questo bisogna continuare ad essere vivi.

in Corriere della Sera

Trapianti, Italia ai primi posti in Europa per donazioni

Nicla Panciera

 La buona notizia è che nel nostro paese aumentano i trapianti e le donazioni, anche da donatore vivente. Sono i dati di proiezione di ottobre 2016 del Centro Nazionale Trapianti che confermano l’Italia ai primi posti in Europa. I trapianti eseguiti sono stati 3.268 (erano 3.002 del 2015) e 1260 i donatori (1.165 del 2015). Dal 2002 sono stati 35mila i trapiantati e oggi la popolazione vivente dei trapiantati in Italia è di 35-40mila: un risultato ottenuto grazie alla capacità dei professionisti, all’efficienza della rete e al senso di responsabilità dei cittadini. Perché senza organo non c’è trapianto.

Il modello operativo sul quale si basano gli interventi  

La riorganizzazione messa in atto dal Centro Nazionale Trapianti e la nascita, nel novembre del 2013, del Centro Nazionale Trapianti Operativo (CNTO) ha permesso di ottenere grandi risultati in termini di offerta di organi e di interventi, grazie ad un’azione efficiente e coordinata. Un modello operativo studiato anche all’estero. «Siamo attivi ormai in tempo reale, lungo l’arco delle 24 ore, e riceviamo dalle Regioni le segnalazioni di tutti i donatori d’organo, esaminandone idoneità e rischio di trasmissione di malattie» ha spiegato il dottor Nanni Costa, direttore generale del CNT.

Dalla segnalazione di tutti i potenziali donatori (2400 all’anno, quindi in media 6 telefonate al giorno al Centro Operativo), all’assegnazione dell’organo fino al prelievo (1700 all’anno) e al trapianto, tutto viene coordinato in tempo reale e il Centro Operativo monitora anche i trasporti di organi, equipe e pazienti e valuta l’idoneità di tutti i donatori problematici per condizioni per rischio infettivo, per rischio di neoplasia o per problemi di carattere medico legale utilizzando esperti della rete in h24 (second opinion nazionali).

In aumento le donazioni da vivente  

Oltre ai trapianti da donatore deceduto, a cuore non battente o in morte cerebrale, esistono quelli da vivente, che sono ormai una tradizione in Europa mentre da noi i numeri sono ancora bassi. Per questo il centro Nazionale Trapianti ha dedicato ai trapianti da vivente particolare attenzione, portando il numero complessivo di donazioni a 1489 nel 2015, in aumento rispetto agli anni precedenti (20,4% rispetto al 2014). In particolare quelle di rene (da vivente) hanno raggiunto un vero e proprio record, superando per la prima volta la soglia dei 300 prelievi (+56,8% rispetto al 2012). A sfatare il mito della pericolosità di queste donazioni da vivente ci pensano i dati sulla salute del donatore, sottoposto a controlli continui. A breve verranno, inoltre, resi noti i dati relativi alle due catene di trapianti incrociati di rene messe in atto da donazione da vivente samaritana.

Quando si ricorre al trapianto 

«Perché cura una malattia terminale dell’organo non altrimenti curabile» spiega il dottor Andrea De Gasperi, direttore della struttura complessa di Anestesia e rianimazione 2 del Niguarda e Direttore del Dipartimento Niguarda Transplant Center, secondo il quale però sbaglierebbe chi pensa che un trapianto è come la sostituzione di una batteria, perché è un intervento che coinvolge l’organo nuovo e l’intero organismo ricevente. Gli altri standard di qualità e sicurezza nel nostro paese rendono possibile restituire la vita a un numero sempre maggiore di persone. «Operiamo con organi non giovani, i donatori over 70 sono il 30% e le donazioni per traumi sono la minoranza, quindi gli organi possono essere malati e verranno curati dopo il trapianto» spiega Giuseppe Piccolo, Coordinatore Regionale Trapianti della Lombardia che denuncia come nonostante questi avanzamenti ancora non tutte le strutture ospedaliere attivino la macchina trapiantologica. «Quella della donazione deve diventare una faccenda dell’intero ospedale – spiega – un’attività sanitaria di cui sono responsabili le direzioni degli ospedali».

La vita dopo il trapianto 

Se in alcuni casi è davvero un intervento salvavita, come è per il cuore o il fegato in caso di epatite fulminante, il trapianto determina anche una migliore sopravvivenza dei pazienti. La sopravvivenza a un anno dal trapianto è dell’86% nel caso del fegato e del 97,2% nel caso di rene. «Nel caso del rene, poi, il trapianto permette una sopravvivenza di molto maggiore rispetto a quella attesa per i pazienti in dialisi: il rischio di decesso per un paziente dopo trapianto è del 70% inferiore rispetto a quello di un coetaneo in dialisi» spiega il dottor De Gasperi. I fegati richiesti sono 1500 e la mortalità in lista è del 6%. Il trapianto di fegato è un intervento impegnativo, il paziente epatopatico è complesso e il suo organismo mediamente più compromesso. Per questo, la vita dopo il trapianto è mediamente meno facile di quella degli altri trapiantati, come dimostrano anche i dati sul reinserimento sociale e la ripresa delle attività lavorative.

I risultati qualitativi dei trapianti pubblicati regolarmente dal Ministero

A livello internazionale, l’Italia è tra i pochi paesi a garantire la massima trasparenza pubblicando sul sito del Ministero i risultati qualitativi dei trapianti. «Le diversità nei tassi di sopravvivenza organo/paziente a un anno dal trapianto di uno stesso organo registrati tra aree del nostro paese dipendono dalla tipologia di paziente» spiega De Gasperi. Trapiantare individui giovani con una lunga sopravvivenza davanti, prima che la situazione peggiori, oppure soggetti più compromessi in condizioni urgenti sono comunque delle decisioni che vanno prese.

Il valore del trapianto: conviene anche dal punto di vista economico  

Se il vantaggio clinico del trapianto è fuori discussione, lo stesso dicasi per valutazioni di tipo economico. A misurarne la convenienza rispetto al non trapianto con ragionevole precisione è stato uno studio condotto dal Censis e dalla SIN Società di Nefrologia con il CNT: a fronte di 95mila euro (il costo di un trapiantato per 3 anni), lo studio stima in 123mila euro l’anno il costo medio di un dializzato per lo stesso periodo. Il trapianto conviene anche alle casse del sistema sanitario e per questo i pazienti dializzati andrebbero inseriti nelle liste d’attesa.

I donatori sono quasi due milioni  

Per quanto il registro delle opposizioni in Italia sia più snello che nel resto d’Europa e siano invece in crescita le dichiarazioni di «non opposizione», giunte già ad 1 milione e 800 mila, è necessario agire in modo coordinato a livello nazionale per ridurre ulteriormente questa resistenza, spesso dovuta a mancanza di informazioni. «Ridurre del 10% significherebbe avere 70-80 donatori in più, quindi circa 200 trapianti in più all’anno» spiega il dottor Nanni Costa. «Che ciò sia possibile lo dimostra l’esperienza dell’Emilia Romagna, dove le opposizioni sono diminuite in un anno del 25%». La campagna «Diamo il meglio di noi» è al lavoro esattamente con questo obiettivo.

Come diventare donatore  

Ecco come dichiarare la propria «non opposizione» al prelievo e donazione di organi e tessuti dopo la morte:

1. dichiarando la propria «non opposizione» in fase di richiesta o rinnovo della carta d’identità

2. registrando la propria volontà in un apposito modulo presso la propria Asl o il medico di famiglia

3. compilando il «Tesserino Blu» del Ministero della Salute

4. scrivendo la propria volontà su un foglio di carta da conservare tra i documenti personali con nome, cognome, data di nascita, dichiarazione di volontà (positiva o negativa), data e firma

5. compilando l’atto olografo dell’Associazione Italiana Donatori di Organi (AIDO)

6. compilando la DonorCard, distribuita dalle associazioni.

Se un cittadino non esprime la propria volontà in vita, spetta ai familiari prendere la decisione. I vari moduli sono scaricabili dal sito ufficiale del CNT .

in La Stampa 31 dicembre 2016

Scenari della post-modernità

Franco Garelli

Viviamo in un mondo sempre più globale ed interconnesso, lo sappiamo dalla centralità dell’economia e della finanza sulle nostre vite; viviamo in una società sempre più multiculturale, multietnica, multi religiosa, e questa è esperienza comune; viviamo in una società, e questo forse è meno evidente, in cui si pone sempre più in modo drammatico il problema della regolazione sociale: infatti nella società pluralistica e globale, in cui convivono molte culture, tradizioni diverse, molte subculture, molti riferimenti culturali, è difficile trovare un comune denominatore. È il governo, è la pedagogia del buon governo, della buona politica che crea identificazione e noi non stiamo bene in salute da questo punto di vista. nonostante tutto non ci spacchiamo, perché? Perché c’è un’identificazione a livello locale, a livello dei comuni, dove tutto sommato facciamo esperienza di rapporti di significatività, di buone relazioni, di buona identificazione: siamo in una società globale ma troviamo le identificazioni locali. In questo contesto il vero problema è quello della regolazione sociale; quali sono i punti cardini della convivenza civile? Perché sono in auge tutti i problemi della bioetica, dell’ingegneria genetica, dell’inizio e fine della vita? Perché le diverse visioni della realtà, a fronte di grandi innovazioni tecnologiche in campo biomedico portano questi problemi all’attenzione pubblica, allora quali sono i confini dei diritti collettivi e individuali? Ha senso l’eutanasia, ha senso l’accanimento terapeutico e fino a che punto? Queste sono le grandi questioni che oggi lacerano la coscienza e la modernità e sono ovviamente molto importanti.

Osserviamo ancora un fenomeno: la religione oggi può attenuarsi a livello individuale presso una quota rilevante di individui, quindi una quota rilevante di persone non presta più attenzione alla dimensione religiosa, ma la religione acquista per contro una posizione ancora più grande che nel passato nella sfera pubblica. E lo vediamo, è sotto agli occhi di tutti. Pensiamo non solo alla religione cattolica, non solo in Italia, pensiamo all’Islam, pensiamo al buddismo, al confucianesimo, ecco, la modernità avanzata ci riserva molte sorprese. Ma cosa ci dice questo fenomeno?

La prospettiva è quella di vedere come questi grandi scenari si riflettono nella vita e nel pensiero delle persone. Ho preferito guardare dal basso la post-modernità, a livello di coscienza, di stile di vita, di comportamento quotidiano; in questo quadro, io credo che per comprendere la novità dobbiamo uscire da una certa logica, da certi presupposti che sono le analisi negative, dobbiamo riuscire ad emanciparci da alcuni stereotipi che rischiamo di portarci dietro da tempo e che ci impediscono di vedere il nuovo che avanza.

Ora è chiaro che il nuovo che avanza non è tutto positivo, ma l’importante è cogliere la diversità rispetto al passato, non leggere l’oggi alla luce delle categorie che noi possiamo aver maturato nel nostro processo di socializzazione intensivo. La chiave è non applicare, ad esempio, alle generazioni emergenti i criteri di valore di bene e di male che hanno caratterizzato la nostra giovinezza, e non perché non abbiamo palato critico, ma perché rinunciamo ad esercitare il diritto e il dovere alla criticità: altrimenti non riusciremmo a capire la porzione di significato che è presente in molte dinamiche contemporanee. Quindi, l’invito è a non leggere il presente con le categorie del passato e in particolare non abusare del concetto di disagio che a questo punto abbraccia l’intera società: noi viviamo in Italia sotto una cappa, sotto a un’ immagine negativa che abbiamo dell’Italia, dei giovani, della situazione occupazionale. Chiaramente ci sono tutta una serie di ragioni, però rischiamo di creare delle condizioni per cui c’è una profezia che si auto adempie, una caduta di tensione perché non si può, e con particolare riferimento ai giovani, parlare sempre di disagio, altrimenti alla fine noi contribuiamo in maniera forte a disagiare la condizione giovanile, creiamo un alibi.

L’appiattirci sugli stereotipi è alla base della fuga all’estero di molti giovani, è il disagio che abbiamo tutti noi ma a cui in qualche modo contribuiamo. È vero che in Italia una quota di persone vive un disagio acuto e allora il termine è plausibile se applicato ad esse, ma la grande maggioranza della gente, anche dei giovani, non vive il disagio acuto, ha piuttosto delle difficoltà, ma ha anche le risorse per uscirne. Ma se non riconosciamo questo aspetto abbiamo una cronicizzazione dei limiti; quindi è necessario ampliare i quadri di riferimento o uscire da quadri di riferimento troppo negativi.

Vorrei fare due flash, uno sulla religiosità e un altro sulla cultura dei giovani da cui fare emergere questi scenari della post modernità. Inizio da questo ultimo. Noi sappiamo che la famiglia è l’istituzione più rivalutata, nonostante tutto, e nonostante ci siano delle forme molto diverse di famiglia, come sappiamo. Quindi vuol dire che la famiglia è rivalutata anche dai quei soggetti, quei giovani che non hanno intenzione di crearne una. Questo è un fatto interessante, è l’ambivalenza tipica della modernità. La famiglia più rivalutata è quella di origine, quella in cui si è nati, quella formata dal nucleo originario di madre, padre, fratelli. Perché vivere in una società molto differenziata e varia, piena di opportunità e di esperienze, ma anche di tensioni e conflitti, non impedisce alle persone di creare un senso di identificazione forte con la loro famiglia di origine; perché quanto più si è esposti alla varietà delle esperienze, quanto più si è sollecitati da stimoli ed esperienze, tanto più si avverte il bisogno di ricomporre la propria esperienza di vita in un ambiente affettivamente caldo. C’è proprio un contrasto. Questo vale per la famiglia ma vale anche per le associazioni: molti gruppi, molte esperienze sono rivalutate perché permettono di ricomporre i cocci della propria vita. Sono ambienti affettivamente caldi, io le chiamo riduzioni intenzionali della complessità. Ci sono tante riduzioni tra i giovani che tra gli adulti. Se io guardo alla famiglia, è vero che ci sono fenomeni di famiglie spezzate, ricostituite, monoparentali e purtroppo attraversano anche il mondo cattolico, dobbiamo essere realisti in questo, detto questo non è che uno perda la speranza o non si impegni per affermare la famiglia in senso pieno, ma dobbiamo anche fare i conti con la complessità che riguarda anche i nostri ambienti, le nostre famiglie, i nostri figli. Però se io guardo nell’insieme la situazione della famiglia in Italia questa non è così in difficoltà o in crisi come viene descritta. Infatti i rapporti rimangono positivi tra genitori e figli, perché oggi molti genitori trattano i figli in modo ragionevole, li spingono a cercare una loro realizzazione, investono sulle loro capacità, con i limiti del tempo, concedono ampi spazi di libertà; e per contro i figli rivalutano la famiglia di origine perché sono consapevoli che non è l’unico ambiente in cui essi vivono e perché i genitori sono tolleranti e comprensivi. Però, voi capite, qui c’è già un primo scenario della modernità: la rivalutazione della famiglia d’origine è dovuta più a motivi affettivi che proge ttuali; genitori e figli possono avere differenti valori, stili di vita e visioni della realtà molto diversi ma, rispetto agli anni della contestazione, sono accomunati dal volersi bene, dalla rassicurazione e dal rispetto reciproco, dall’esigenza di un nido caldo in cui rifugiarsi nei momenti di incertezza. Ma resta da chiedersi se questa famiglia rappacificata sia l’ambiente migliore per la crescita e per lo sviluppo dei figli. Ci sono è vero rapporti di ragionevolezza, ma il problema è capire se questa ragionevolezza si traduce in uno scambio, in un confronto e in una crescita collettiva di entrambe le componenti o se sia solo un accostamento. È possibile pensare che si possa diventare adulti senza maturare, come accadeva nei tempi più recenti, una presa di distanza più o meno conflittuale del modello dei genitori? …

Molti giovani coltivano l’idea di formarsi una propria famiglia ufficiale, di vivere una vita di coppia e di famiglia dentro il matrimonio, ma molti altri si orientano per un rapporto di coppia al di fuori del vincolo matrimoniale, si attribuisce dunque meno rilevanza al valore sociale e pubblico del rapporto di coppia. L’importanza del vivere insieme, della vita di coppia, del rapporto tra partner che deve essere improntato su criteri affettivi non è messo in discussione, ma la cultura dell’assenso individuale, del contratto diretto, dei patti ristretti, della verifica personale sembra prendere il sopravvento sul fatto di dover rendere conto agli altri delle proprie scelte e dei propri orientamenti. Ecco, un altro scenario della modernità a livello di coscienza: anche nelle vicende personali e nelle scelte di coppia emerge il debole clima di identificazione pubblica che sta caratterizzando le nostre società.

Un altro passaggio: parlare di famiglia e di coppia implica anche capire come stia cambiando l’idea di fedeltà, ecco la modernità dal basso. Non è che i giovani di oggi siano insensibili al richiamo di essere fedeli al partner con cui hanno deciso di fare un certo cammino di vita; essi sono liberi di scegliere se vincolarsi o no ed è proprio grazie a questa libertà che tendono a rivalutare l’idea di fedeltà qualora decidano di intraprendere un cammino di coppia. Oggi sono liberi, ma se decidono di fare coppia allora tendono ad essere fedeli, ma comunque cambia l’idea di fedeltà rispetto al passato. Non è la stessa idea, perché nel passato prevaleva l’idea della fedeltà alla persona, cioè il vincolo d’amore era orientato al “per sempre”, al mantenimento nel tempo del progetto di vita condiviso dalla coppia. Oggi tende invece ad affermarsi una concezione della fedeltà più legata alla storia che i due vivono, alla relazione in atto più che alla persona, cioè più attenta alla significatività del rapporto, e al fatto di mantenere nel tempo un progetto iniziale, quindi il valore si sta spostando dalla persona alla relazione, mentre le prospettive di realizzazione non abbracciano più archi temporali lunghi o definitivi.

Tuttavia è strano come nelle aspettative di molti giovani ci sia la scelta di una persona speciale: tutti scelgono persone speciali. C’è una domanda di distinzione, di eccellenza nel privato, perché oggi avendo di fronte tante opportunità, la scelta si esplica solo se la relazione è particolarmente eccezionale. Ma mentre prevale questa idea di scelta della persona speciale, parallelamente sembra difficile ipotecare il futuro, pensando che ciò che è significativo oggi può non esserlo domani, che le condizioni di vita sono così complesse che appare arduo impegnarsi in progetti o scelte totalizzanti. Cioè ci si impegna a tenere stretto l’oggi, dar validità al presente, senza per questo pensare che il futuro sia già determinato. Un altro tratto emergente e che riflette la modernità è la grande rilevanza assunta dai sentimenti, criteri guida non solo nella sfera privata, nel campo dell’affettività e della sessualità, ma anche nell’orientamento nella realtà e nelle scelte dell’esistenza. Qui l’idea del sentimento richiama ciò che si sente, si percepisce, le emozioni che nascono da un’esperienza, lo stato d’animo. E’ ricorrente l’ ammissione che i sentimenti siano una verifica del valore di un momento di vita, di un’esperienza, di un rapporto di coppia, cioè vuol dire che l’individuo ha in sé, nel proprio stato d’animo, nelle emozioni che prova, una conferma empirica della significatività dell’esperienza in cui è coinvolto. Oggi è forte l’accento su questi aspetti, per cui molti non sanno, non sono in grado di rendere ragione magari delle proprie scelte, ma sanno che sono scelte giuste, giuste per loro. Che i sentimenti dominino la sfera privata è un fatto scontato, meno scontato che essi svolgano una funzione dominante nel processo di orientamento delle giovani generazioni, orientamento globale. Cioè pare sufficiente darsi al proprio sentire per operare delle scelte di fondo, per maturare delle conferme o delle dis-conferme di sé, per rinsaldare i rapporti interpersonali o ipotizzare una rottura, per abbracciare una causa o abbandonare un impegno. Ad esempio oggi i giovani (ma non solo loro) fanno ampio ricorso ai sentimenti per descrivere i fondamenti o la condizione di un rapporto di coppia. La rilevanza di un rapporto di coppia dove emerge, ad esempio? Dal feeling che si stabilisce tra i partner, dal provare le stesse emozioni, dalla consonanza degli stati d’animo, dalla fusione, dal condividere sensazioni sempre uniche e speciali. Per contro, nei sensi di vuoto, di routine e di insoddisfazione che si colloca la criticità di un rapporto, quindi i sentimenti hanno un ruolo importate anche nella costruzione di un’identità di coppia.

Non si tratta solo di un modo gergale di esprimersi perché di fatto sembra scarso il richiamo a comuni interessi, a valutazioni affini della realtà, a progetti condivisi, alla costruzione di un comune sistema di significato. L’affinità emotiva sembra avere il sopravvento rispetto ad altri tipi di convergenze e, tra l‘altro, il primato dei sentimenti sui progetti, potrebbe rappresentare una valida spiegazione del fiato corto che caratterizza molti rapporti di coppia giovanili. Con soggetti che dopo un periodo più o meno lungo di convivenza avvertono che il rapporto si sta esaurendo senza comprenderne troppo le ragioni.

Ecco saremmo di fronte ad una generazione post-ideologica che mette di più l’accento sui sentimenti.

Altro punto. E’ evidente che siamo di fronte a delle istanze per certe aspetti singolari, non senza significato, diverse e quindi è necessario comprenderle anche in rapporto al contesto. Comprendere quindi non significa che non dobbiamo valutare, che dobbiamo ridurre la nostra capacità di giudizio; ma è importante capire il perché sapendo che questa è una generazione molto riflessiva, più riflessiva di quanto si pensi e comunque riflessiva in modo diverso. Come il Papa ci sta insegnando, dobbiamo far leva sugli aspetti positivi delle post-modernità che ci sono certamente, anche sottolineando quelli problematici. Ma in certi casi gli aspetti problematici scivolano sullo sfondo se ci sono degli appigli interessanti: nel caso della centralità dei sentimenti, riconoscere i sentimenti è un aspetto importante ma occorre collocarlo dentro un disegno più ampio.

Se vedete il modo in cui il Papa si sta presentando, sta agendo osserverete che: non parla più di relativismo, di secolarizzazione, di opposizione tra la fede e la modernità, non parla più di questi “ismi”, perché è fortemente convinto che la fede abbia molto da dire anche nella modernità avanzata e nello stesso tempo anche chi vive in subbuglio ha molto da dire alla fede.

Vorrei ancora presentarvi questo aspetto: il cambiamento che c’è stato da una società in cui era virtualmente impossibile non credere in Dio a una società in cui la fede, persino per i credenti più incrollabili è una possibilità tra le tante; da una società in cui era virtualmente impossibile non credere in Dio, cioè chi non credeva era eretico (perché c’era l’esclusività della fede, non solo per i cattolici ma anche per i protestanti, i musulmani), dalla concezione della fede esclusiva, da un contesto in cui c’erano gli steccati (perché lo steccato era parte integrante di una concezione centrata su un’idea esclusiva di verità), ad una società in cui la fede è una chance, una possibilità tra le altre. Questa affermazione è tipica della modernità e non è necessariamente negativa per le sorti della fede. Oggi il discorso sulla fede è comunque un discorso plausibile nell’ambito culturale, oggi molto più che in passato molti non credenti si interrogano sul fatto che lì ci sono i credenti e che ci sono delle risorse che essi avvertono di non avere e viceversa; c’è molta più attenzione reciproca e credo che ciascuno di voi lo può dire. Allora il discorso di Dio oggi è da riprendere da zero, perché le chiavi semplici di una volta non funzionano più, opporre in modo binario ateismo e fede non permette più di entrare nell’intelligenza dei fenomeni spirituali. In questo campo, come in altri, non si hanno solo blocchi, ma flussi, le dinamiche si individualizzano, vuol dire che ci può essere un flusso verso l’incredulità, ma ci può essere un flusso verso la ricerca di fede.

Una delle questioni più interessanti che emerge dalla mia indagine “Religione all’italiana” è proprio questo: noi pensiamo che la gente sia statica, ma non è così, in campo religioso molta gente non vive come un freezer, c’è un dinamismo, più della metà degli italiani attesta il fatto che nella sua vita ci sono stati molti rivolgimenti in termini di fede. Come sociologo non ritengo questo un fatto negativo perché vuol dire che la fede segue o accompagna le vicende della vita, non è statica, data una volta per tutte. Anche se ci sono stati degli allontanamenti dalla fede in qualche caso decisivi, essa comunque che fa parte del cuore, della vita, del vissuto, non è un’etichetta che mi prendo una volta per tutte e mi accompagna in modo un po’ inconsapevole per il resto dei miei giorni. C’è una frase bellissima di un sociologo americano che dice che la modernità è l’uscita dal mondo del destino per entrare nel mondo delle scelte. Questo in tutti i campi anche nel campo religioso.

Nella mia indagine “Religione all’italiana” emerge questo scenario della post modernità dove è vero che la gente pratica di meno, è selettiva, ma ad esempio il 68% dichiara che la Chiesa fa bene a tenere i propri principi alti senza lasciarsi influenzare dalle opinioni prevalenti, cioè c’è bisogno di riferimento e poi ognuno se la vede; è la religione all’italiana, caratterizzata in larga parte (l’80%) da persone che continuano a riconoscersi nel cattolicesimo. Certo gli attivi e i più convinti, i virtuosi rappresentano un quinto della popolazione e sono quelli che vediamo tutte le domeniche a messa, (20%) ma del resto un’idea alta, costringente, della religione, come quella cristiana, non può essere accettata con piena convinzione dalla grande maggioranza della gente. Non possiamo stravolgere anche ciò che è venuto ai tempi di Gesù, c’è sempre una quota più ristretta che ha più capacità, in rapporto ai talenti che ha avuto e in rapporto alle responsabilità che ha avuto, di un maggiore approfondimento e c’è una quota che vive la religione come seconda mano della trascendenza, perché c’è un senso di appartenenza, perché ci sono dei servizi, perché si sta bene, perché si è sempre fatto così. Comunque in Italia anche se c’è questa selettività non c’è una propensione negativa nei confronti della religione. Molti oggi si ritengono cristiani dal punto di vista etnico culturale perché le identità religiose altrui, per esempio i musulmani, sollecitano le proprie, e questo vale anche per i giovani. Da questa indagine emerge chiaro. Certo i giovani non hanno più i modi di socializzazione religiosa del passato, ma perché è cambiato il quadro. Però sono attenti là dove ci sono delle proposte significative, avrei moltissimi esempi da fare ma non posso e termino dicendo che la modernità è una chance, una risorsa, ha certamente certi vincoli però può essere una risorsa perché la gente è molto più aperta, ha molte meno certezze, è alla ricerca di risposte,ed è attenta in qualche modo ad ancorarsi a chi le sa presentare ma anche soprattutto testimoniare.

Tempo scaduto. L’Italia e la svolta anti-povertà

Massimo Calvi

Lavoro, Sud e giovani: sono le tre “parole chiave” scelte ieri dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in occasione della conferenza stampa di fine anno quali priorità per caratterizzare l’operato del suo governo. Un esecutivo che avrà necessariamente vita breve, anche nell’ipotesi estrema che resista fino alla scadenza naturale della legislatura, nel primissimo scorcio del 2018, ma che ha il diritto e il dovere di operare senza curarsi di questo limite.

A essere onesti però il lavoro, il Sud e i giovani, più che priorità sarebbero tre drammatiche emergenze del nostro Paese, e non certo da ieri, dunque è abbastanza naturale che un governo nato nella prospettiva della continuità con il precedente si faccia carico delle sfide più alte in un orizzonte di lungo periodo.

Guardare a questioni che sarebbe già impegnativo risolvere avendo a disposizione cinque anni di tempo non deve però far distogliere lo sguardo da ciò che è veramente urgente ed è già a portata di mano considerato che il Parlamento vi ha lavorato per mesi. Un esempio su tutti: il Reddito di inclusione e il Piano nazionale contro la povertà. Lo ricordiamo perché proprio ieri l’Alleanza contro la povertà, soggetto che raggruppa una quarantina di organizzazioni tra associazioni, sindacati e realtà del Terzo settore, ha lanciato un forte appello affinché non siano proprio i bisognosi a pagare il prezzo dell’instabilità politica. La scadenza non è casuale: tra poche ore l’Italia sarà l’unico Paese in Europa a non avere uno strumento per aiutare le persone in povertà assoluta, visto che dal primo gennaio anche la Grecia risolverà il suo “deficit” introducendo un sostegno pubblico a favore di chi vive in condizioni di miseria.

Nell’ultimo anno il Parlamento italiano si è mosso nella giusta direzione e ha compiuto passi avanti significativi per colmare questo vuoto avviando e quasi completando il percorso per la legge delega che deve portare al Reddito di inclusione e preparando il terreno per un Piano nazionale contro la povertà. Il Rei è un assegno mensile necessario a compensare la differenza tra il reddito che si percepisce e la soglia di povertà, unito a una serie di servizi sociali, sanitari o educativi e a strumenti vincolanti per essere attivi nel mercato del lavoro. A questo punto – e l’avevamo segnalato a crisi appena aperta, il 7 dicembre scorso, con Francesco Riccardi su questa stessa prima pagina – il timore è che quanto fatto finora si perda nella ridefinizione delle priorità e nella ricerca di nuovi assetti, sprecando il lavoro già fatto e le risorse stanziate.

Si tratta di un rischio che può essere fatto rientrare con poco, anche perché la “continuità” promessa da Gentiloni si è già manifestata in più occasioni, compresa la conferma dei 41 sottosegretari avvenuta ieri. È bene crederci, alla luce di quanto di buono c’era nella pur discutibile manovra del governo Renzi – dai bonus per la natalità agli interventi sulle scuole, dalle misure per il diritto allo studio alla cultura – e che va confermato, così come deve essere per altre riforme di carattere sociale – da quella del Terzo settore al Servizio civile. Ed è giusto sperarci anche in termini di risorse, nei giorni in cui alle banche si affidano quegli aiuti che ai poveri è così difficile concedere.

È il tema della povertà che più di tutti va iscritto in testa all’elenco delle urgenze. I poveri assoluti dal 2007 a oggi sono passati da 1,8 milioni a 4,6 milioni, mentre i cittadini a rischio povertà sono 17 milioni, quasi il 30% della popolazione. A farne le spese sono in particolare i giovani, i genitori con figli minori, chi vive al Sud. In sostanza chi sta dietro le “parole chiave” pronunciate dal premier – “lavoro, Sud e giovani” – cioè le persone che danno un volto e un significato alle belle parole della politica. C’è un ceto medio, soprattutto le famiglie con figli, che in questi anni di crisi ha sofferto ed è sprofondato avvicinandosi pericolosamente alla soglia della povertà, ed è giusto – come è stato ricordato – che abbia risposte. Ma c’è un livello ancora inferiore, l’area della miseria, dove è necessario predisporre al più presto quella rete di sicurezza che in Europa, da Capodanno, mancherà solo in Italia.

AVVENIRE 30 dicembre 2016

Fragili, cioè uomini

Sabina Fadel

In un’epoca in cui tutti siamo chiamati a essere «infrangibili», cioè prestanti, imbattibili, dobbiamo reimparare a essere fragili. Lo spiega Alessandro D’Avenia, nella sua ultima fatica letteraria

«Mi sembra che stiamo dimenticando l’arte di essere felici, e che quando lo siamo, per paura che lo stato di grazia sia un’illusione, lo condanniamo a esaurirsi, come un giardiniere che non si fida del seme di rosa a causa della sua piccolezza e fragilità, e per questo decide di non curarlo». Sono parole di Alessandro D’Avenia, il quale, pensando alla felicità, ha creduto bene di scrivere un libro su Giacomo Leopardi, il poeta pessimista per antonomasia, colui che nei lunghi anni di «studio matto e disperatissimo» della sua giovinezza, pareva aver smarrito ogni gioia di vivere. Qualcosa non torna. E allora abbiamo chiesto all’autore stesso il motivo di questa scelta, in apparenza così azzardata.

Perché, parlando di felicità, ha scelto di scrivere un libro su Leopardi?

Perché ha saputo abbracciare il lato notturno dell’esistenza, senza smettere di cercare la luce, anche quando si trattava di un barlume tenue. E noi, oggi più che mai, abbiamo bisogno di sapere se nel quotidiano, con le sue ombre, è possibile rinnovare questa fonte di luce. In tutti i notturni leopardiani c’è sempre una luce potente a rischiarare le tenebre. Perché Leopardi voleva scrivere un’opera che non fece in tempo a realizzare: Lettera ad un giovane del XX secolo. Aveva intuito in anticipo che cosa avremmo perso e di che cosa avremmo avuto bisogno. Unire verità e bellezza preserva dal suicidio, è un nutrimento per la vita interiore di ogni tempo. E oggi che la vita interiore delle persone è frantumata dal disincanto e dagli oggetti, un uomo capace di farti vedere il notturno della vita trovandoci, però, sempre dentro una luce è ciò di cui abbiamo bisogno più che mai. La fragilità di Leopardi non fu ricerca di commiserazione, ma trampolino di lancio verso la vita. Imparò ad abitare la malinconia della condizione umana con la sua debolezza e la trasformò in canto. In un’epoca in cui tutto si basa sull’essere infrangibili (parola che è l’opposto di fragile), cioè bellissimi, prestanti, veloci, imbattibili, pieni di like, dobbiamo riappropriarci della possibilità di essere fragili, cioè uomini.

Un libro su Leopardi che piace ai giovani. Com’è possibile?

Il problema non è dei ragazzi, che stanno andando a prendersi ciò di cui hanno più bisogno: dare un senso alla vita che vivono, se proprio non vogliono precipitare nel nonsenso o nel qualunquismo. Inoltre Leopardi è un poeta che dice la verità proprio a questi ragazzi, ma lo fa condividendo le loro ansie, domande, paure. Con lui i ragazzi si sentono subito a casa, forse anche per quel corpo inadeguato che molti di loro sbeffeggiano, ma in fondo in fondo temono di avere… Leopardi in una sua lettera scriveva: «Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né d’altre cose simili. Ma ho bisogno d’amore».

Ha detto che questo libro è un mistero. Ma anche che non è un mistero. Perché?

Mistero perché non mi aspettavo questa reazione e così tanti lettori, ma non lo è perché so che quando lotti sulla pagina per cercare le parole perfette, allora la bellezza può anche «accadere». Come l’amore.

Ancora. Lo ha definito un atto di ribellezza più che di ribellione. Vale a dire?
I poeti sono anche profeti, percepiscono in anticipo ciò che il proprio tempo perderà. Leopardi si era reso conto che avremmo perso ardore per la vita, presi dal facile ottimismo della nuova religione del progresso illimitato. Ma sapeva bene che l’unico progresso è interiore. Alla liquidità del mondo di oggi si risponde con la profondità della propria identità. Solo chi ha un’anima antisismica può resistere ai terremoti contemporanei, perché solo quando l’anima è pronta, allora sono pronte anche le cose e non viceversa. Leopardi ci ricorda come far fiorire ciò che c’è di umano nell’uomo, senza facili scorciatoie, ma abbracciando la vita con le sue contraddizioni, senza per questo smettere di creare qualcosa di bello. È ciò che chiedono soprattutto le nuove generazioni. E questo libro è una chiamata alle armi, una ribellione a colpi di bellezza, quella bellezza che ci risveglia e che ci chiede a che punto siamo con i doni della vita. Voglio arrivare sui titoli di coda della mia esistenza potendo dire: nulla è andato sprecato.

Ha debuttato il 15 novembre, al Carcano di Milano, con uno spettacolo teatrale che prende spunto dal libro. Di che cosa si tratta?

Il teatro è parola in azione. Per questo ho deciso di portare gratuitamente in giro per l’Italia la bellissima storia di Leopardi e delle età della vita, che Leopardi seppe definire meglio di chiunque altro perché fu costretto a viverle più in fretta, più in profondità. Ogni tappa è un’arte da imparare: adolescenza o arte di sperare; maturità o arte di morire; riparazione o arte di essere fragili; morire o arte di rinascere. Tutto questo attraverso una Narr-Azione. Non si tratta di un monologo teatrale, di una parte recitata, ma di una parola che di volta in volta si nutre dei luoghi e degli incontri con le persone, diventando un racconto sempre nuovo, quante sono le serate.
Il teatro diventa una notte di stelle, magari quella di san Lorenzo, quella in cui ci permettiamo il lusso di essere all’altezza dei nostri desideri e li leghiamo al movimento degli astri, come fece Leopardi dall’inizio della sua vita. Minuto dopo minuto, il pubblico è inserito in un vero e proprio esercizio di meraviglia, quello di chi scopre la poesia incastrata nella vita quotidiana, il sublime nell’ordinario, e risponde all’appello della bellezza cercando di replicarla. Solo la bellezza provoca quei rapimenti che costrinsero Leopardi a diventare poeta. A 21 anni aveva già scritto l’Infinito. E noi? Noi con le nostre fragilità, debolezze, fallimenti, non sembriamo titolati a far nulla di buono? Non è vero. Leopardi diventò il più grande poeta moderno proprio perché seppe trasformare la sua fragilità in canto, attraversandone le stagioni dell’incanto e del disincanto. Avrebbe avuto tutti gli alibi possibili, ma non si scusò mai di non essere all’altezza, perché decise di «fare qualcosa di bello al mondo, conosciuto che sia o no da altrui» come dice nello Zibaldone. Con la regia di Gabriele Vacis e le scenofonie di Gabriele Tarasco, io provo a trasformare un teatro in una classe senza muri, a cielo aperto, perché chiunque partecipi, a qualsiasi età, accompagnato da parola, musica, immagini e lettura dei capolavori leopardiani, possa sperimentare che la notte dei desideri è ogni notte e che la letteratura salva la vita, solo quando siamo disposti ad ascoltarla davvero. In un’epoca in cui sembra che siano titolati a vivere solo i perfetti, questo messaggio è importante.

Altre date in programma?

Il racconto è stato a Milano, Palermo, Torino. Nel 2017 proseguirà in molte altre città tra cui Genova, Bologna, Bari, Napoli, Roma, Verona…

Il Messaggero di Sant’Antonio, 30 dicembre 2016

I tempi della politica malata e lontana dai cittadini

di Ezio Mauro

Ipnotizzati dall’intruso, non vediamo più il male che lo ha generato. L’intruso è il populismo, cioè il soggetto politico che più di ogni altro segna l’epoca che stiamo vivendo, ormai terzo incomodo fisso della tradizionale partita tra destra e sinistra. Il male è sotto gli occhi di tutti, ma fatichiamo a dargli un nome, perché sta divorando le categorie tradizionali della politica con la crisi della rappresentanza, la fine del lavoro come strumento di inclusione, di libertà materiale e di cittadinanza, la rottura del patto di società che teneva insieme i forti e i deboli, consapevoli di far parte di una comunità di destino che chiamavamo società .

Diamo un nome alla cosa. Quando l’individuo non si sente rappresentato e non sa che farsene dei suoi diritti di cittadino perché non si traducono più in realtà, siamo davanti ad una vera e propria crisi della democrazia. Questa è la grande novità con cui si chiude l’anno e si apre un’incognita. Il paesaggio democratico classico in cui siamo cresciuti e dentro il quale abbiamo immaginato il futuro dei nostri figli sta andando in pezzi.

Dopo aver combattuto per un secolo intero la battaglia europea contro i due totalitarismi, la democrazia che ha vinto si ferisce da sola, perdendo forza e autorità. Non produce risultati rilevanti per le condizioni materiali delle persone, non governa le crisi dell’immigrazione, del terrorismo islamista, della finanza, tutte fuori controllo e refrattarie ad ogni sovranità, non esercita più quell’egemonia culturale che si era conquistata dopo la caduta del Muro, a cavallo del secolo, riducendosi quasi ad una qualsiasi credenza in un mondo che non crede più in nulla.

In poche parole scopriamo che la democrazia non basta a se stessa. Dovevamo saperlo, perché non è un’ideologia fissa e immobile, definita una volta per sempre, ma un insieme di valori, principi, istituti, procedure, diritti e doveri che nascono, vivono e prosperano per la volontà di uomini e donne e per le condizioni della realtà. Dunque quell’insieme di regole che ci siamo creati per garantire la combinazione della nostra libertà con le libertà altrui e far prosperare l’insieme, può anche deperire come sta accadendo: generando un sentimento di spaesamento repubblicano, di solitudine del cittadino.

Fino a porci la domanda più radicale e più scomoda: e se la democrazia che abbiamo creduto universale fosse soltanto una creatura del Novecento? Se fosse incapace di entrare nel nuovo secolo, e soprattutto di governare le sue contraddizioni, prima fra tutte la metamorfosi della politica, clamorosamente in atto?

La più grande trasformazione della politica è la sua divaricazione dalla vita delle persone. La democrazia del lavoro, così com’è nata in Europa, teneva insieme capitalismo, welfare e rappresentanza politica, dando un senso alla costruzione sociale che ne derivava. La catena che legava lavoro, impresa, tassazione, sanità, pensioni dava una proiezione concreta alla politica o almeno all’amministrazione, rendendola visibile, materiale, riscontrabile: e dunque motivava il cittadino a intervenire con il voto, correggendo, confermando, cambiando.

Oggi tutto ciò che incide sull’esistenza concreta degli individui pare sfuggire alla stessa dimensione della politica, ai suoi strumenti, alle sue promesse che rischiano di sembrare chiacchiere. Le tre crisi di cui abbiamo parlato hanno tutte un’evidenza globale, un profilo sovranazionale, un’insidia mondiale: ma generano qui e ora, sul territorio indifeso, impotenza e frustrazione nel cittadino che si sente esposto perché non protetto.

Non aveva delegato allo Stato il monopolio della forza in cambio di una garanzia di sicurezza? Dov’è finita la forza della democrazia, dov’è lo Stato, mentre le nuove insicurezze galoppano, soprattutto nei ceti più deboli?

Infine le disuguaglianze, che la democrazia ha sempre scusato dentro un progetto di crescita complessiva, ma oggi stanno diventando esclusioni, qualcosa che la democrazia non può permettersi, perché siamo oltre il “forgotten man” cui si è rivolto Trump: siamo al cittadino perduto.

Senza più scettro, la politica si è spogliata anche della sua maestà, rinunciando ai paramenti sacri con cui si era resa riconoscibile per più di un secolo, coniugando i valori con la tradizione, la storia con gli interessi legittimi. Intendo dire che la pretesa di superare la destra e la sinistra fingendo che siano uguali, per puntare all’indistinto democratico ha condotto i partiti in un imbuto culturale che li sta stritolando. Una terra di nessuno dove la performance diventa la misura della leadership, l’improvvisazione prende il posto della cultura, il gesto politico sostituisce ogni progetto, e si consuma mentre si compie, lasciando solo cenere. Il risultato è un deserto culturale, dove di fronte all’impatto devastante delle tre crisi e alla fatica della democrazia manca la capacità nella destra di governo e soprattutto nella sinistra di elaborare un pensiero alternativo alla cultura dominante, con il riformismo (ultima speranza politica della sinistra dopo la sconfitta del comunismo) che si è ridotto a pura tecnica di gestione, agitando il cambiamento per il cambiamento, proprio per mancanza di una vera ambizione culturale, senza il coraggio di immaginare e impersonare un’alternativa. Con il risultato che l’alternativa sembra possibile solo fuori dal sistema. Si capisce che di fronte a questo male della democrazia prosperino gli imprenditori del peggio, coloro che non pensano ai rimedi ma all’unzione, perché non si propongono come medici ma come becchini, dopo essersi nutriti della crisi che li ha generati. L’ultimo paradosso della democrazia è questa capacità di produrre col suo malessere – e garantire – le forze antisistema, nate tutte dentro il processo democratico, per una debolezza culturale e istituzionale della politica tradizionale, come i fiori del male.

Gli untori della crisi rischiano di ereditarne gli avanzi, incapaci di convertire la rabbia sociale che eccitano e raccolgono in un progetto culturale nuovo, appagandosi soltanto di dare forma pubblica agli istinti e ai risentimenti: come se fosse possibile fare politica soltanto contro, senza mai qualcosa in cui credere. Sono gli istinti che uniscono Trump, Le Pen, Orban, Salvini e infine Grillo, il quale nel miserabile calcolo del tornaconto anti- immigrati svela la vera natura del suo movimento, col corpo mimetizzato a sinistra ma con l’anima naturalmente a destra. La conseguenza più rilevante non è nemmeno la partita contingente per il governo. Ma è il rischio che la buona vecchia cultura liberale – e tanto più quella liberal-democratica – stiano entrando in minoranza nel mondo occidentale. Il pensiero liberale ha influenzato le culture di governo della destra moderata e della sinistra riformista, le istituzioni e le costituzioni nate nel dopoguerra. Si capisce che il populismo, alla ricerca mitologica di un anno-zero, voglia cancellarlo. La sua scommessa è la politica senza cultura: non l’abbiamo ancora provata, si chiama tabula rasa.

in La Repubblica 31 dicembre 2016