Archivio mensile:novembre 2016

Layard: «L’economia della felicità? Non pensare solo a se stessi»

Silvia Guzzetti

Lord Richard Layard, l’inventore dell’economia della felicità, non ha dubbi. «Per essere contenti di vivere – dice – occorre la consapevolezza che siamo parti di qualcosa di più grande, così che evitiamo di preoccuparci troppo di noi stessi». Figlio di psicologi famosi, seguaci di Carl Jung, istruito a Eton e Cambridge, l’economista ha inventato, per il governo britannico, il programma Improving access to psychological therapies, una rete di counselling che ha portato alla salute mentale 250.000 persone nel Regno Unito. Cura anche il World Happiness Report, il rapporto sulla felicità nel mondo, usato da governi e istituzioni internazionali, che ci dice quanto sono contenti di vivere gli abitanti di 156 Paesi e Action for happiness, movimento con 70.000 membri impegnati a diffondere la gioia nelle persone che incontrano. «Non sono religioso – racconta mentre sgranocchia un panino durante il nostro pranzo al Centre for Economic Performance della London School of Economics che ha fondato e dirige – anche se ritengo la meditazione indispensabile per la salute mentale.

È importante fermarsi e guardare per apprezzare quello che ci circonda. Entro spesso nella chiesa di sant’Anselmo e santa Cecilia, qui vicino, e mi piace quella nuova porta che hanno aperto per il Giubileo della misericordia. Ricordo la fede di mia mamma, cattolica, che andò in pellegrinaggio a Roma negli anni cinquanta e trovo questo Papa assolutamente straordinario per la sua semplicità, la sua attenzione ai poveri e il suo interesse per i sentimenti e le opinioni dei laici». Secondo l’inventore dell’economia della felicità, «nelle politiche mondiali si parla molto più spesso, oggi, rispetto al passato, di benessere e salute mentale anche se non sempre alle parole corrispondono le azioni.

Le parole, però, sono necessarie, come primo passo. Oggi l’Organizzazione per la Cooperazione economica e lo Sviluppo promuove un indicatore della felicità e il Rapporto sulla felicità mondiale ci dà cifre su ogni Paese. Anche le Nazioni Unito hanno indetto una giornata della felicità a marzo. Purtroppo troppo poco denaro pubblico viene speso per promuovere l’agenda della felicità e la crisi finanziaria che stiamo attraversando non aiuta i governi a investire di più». Secondo il professore emerito Layard «tutti gli studi accademici concordano sul fatto che sono i rapporti la chiave di una vita soddisfacente e dovremmo investire di più in servizi di counselling che aiutino le persone a sviluppare la capacità di formare famiglie stabili e armoniche».

Secondo l’economista «questa crisi economica verrà superata e, in una situazione di crescita consolidata, le politiche pubbliche dei prossimi quindici anni daranno più spazio a servizi di counselling che promuovano l’agenda del benessere». Studiando le elezioni europee a partire dagli anni Settanta, attraverso i dati forniti dall’Eurobarometro, il gruppo di ricerca guidato dal professor Layard ha scoperto che «il fattore più importante nel determinare se un governo verrà rieletto è quanto soddisfatti della loro vita sono gli elettori e questo elemento conta più del livello di disoccupazione, di inflazione e di crescita economica e anche di tutti e tre questi elementi messi insieme».

L’economista della felicità non ha dubbi su quale aspetto della vita pubblica vorrebbe vedere migliorare. «Servizi di counselling per gli adulti ma anche per i bambini – spiega –. È importante che le scuole promuovano il benessere dei loro alunni. In questo momento il mio gruppo di ricerca sta conducendo un esperimento in ventisei istituti di Londra dove abbiamo inserito, nel curriculum, un’ora alla settimana di ‘healthy minds’ ovvero ‘menti sane’. Ragazzi tra gli undici e i quattordici anni imparano a conoscere le loro emozioni e a gestirle e scoprono l’importanza di prendersi cura degli altri e di mantenersi attivi fisicamente, come anche il valore di essere sé stessi resistendo alla pressione alla quale vengono sottoposti dai social media perché diventino persone diverse da quello che sono».

in Avvenire, martedì 29 novembre 2016

Dopo la Maturità.Dai Lincei 14 video per la scelta università

Per aiutare i giovani nella scelta universitaria l’Accademia dei Lincei mette a disposizione degli studenti che hanno superato gli esami di maturità una serie di video nei quali letterati, scienziati, filosofi, umanisti, tecnologi, illustrano le molteplici opportunità formative delle università e le possibilità professionali offerte da ciascuna disciplina.

Sul sito http://www.raiscuola.rai.it/categorie/orientarsi-con-laccademia-dei-lincei/412/1/default.aspx sono raggiungibili quattordici registrazioni video fatte dagli Accademici dei Lincei che descrivono: la biologia, la storia dell’arte, la fisica e la chimica, l’ingegneria, la storia e la filosofia, l’economia, l’archeologia, la geologia, l’astrofisica, la matematica, le scienze giuridiche, la medicina, le materie umanistiche, le lettere.

Ogni puntata è strutturata in tre parti: la prima descrive la materia, la seconda il suo spazio nella realtà di oggi, la terza le diverse figure professionali ad essa afferenti e il diverso approccio formativo e professionale che con quella materia si può avere.

Le registrazioni, realizzate da Rai Educational, fanno parte dei programmi per la scuola realizzati dall’Accademia dei Lincei, in collaborazione con il Miur, che riguardano sia l’orientamento degli studenti sia la formazione dei docenti, attraverso il progetto “I Lincei per una nuova didattica nella scuola, una rete nazionale”, che è operativo in tutte le principali città italiane.

 

Servizio civile. A un anno di distanza un giovane su due è occupato

Indagine ISFOL-INAPP 2016

 Dopo un anno dalla fine del servizio civile un giovane su due è occupato. Nello specifico, il 39,3% lavora e il 12,9% studia e lavora. Un altro 15,2% studia esclusivamente. Tra i giovani occupati il 61% ha un lavoro continuativo, con contratto. Il 10% di chi ha un lavoro lo ha ottenuto proprio grazie al servizio civile. Il 77% utilizza nel proprio lavoro le competenze apprese nel servizio civile. E’ quanto emerge dall’indagine ISFOL-INAPP “Il Servizio Civile Nazionale tra cittadinanza attiva e occupabilità”, presentata oggi dal Sottosegretario al Ministero del lavoro e delle politiche sociali Luigi Bobba e dal Direttore generale di ISFOL-INAPP Paola Nicastro. L’indagine utilizza come popolazione di riferimento i giovani volontari del bando 2013 (campione di 1.511 giovani su un totale di 13.375), che hanno svolto il servizio civile nel 2014- 15 e che sono stati intervistati a un anno di distanza. Si tratta nel 67% dei casi di donne. Il 29,1% risiede al Nord, il 21,7% al Centro, il 29,6% nel Sud e il 19,6% nelle Isole. Relativamente ai titoli di studio, il 47% è laureato, il 49% diplomato, il 4% si ferma alla licenzia media. Il 95% di chi ha fatto il servizio civile ritiene di aver accresciuto le proprie competenze, il 97% rifarebbe la scelta compiuta e il 69% considera il servizio civile importante per la vita professionale.

Per saperne di più: http://www.isfol.it/primo-piano/servizio-civile-un-anno-dopo

Nucleare, l’Onu riprova a svuotare gli arsenali

Lucia Capuzzi 

Nonostante 38 defezioni, la risoluzione dell’Assemblea generale approvata prevede la convocazione nel 2017 di una Conferenza per creare uno strumento giuridicamente vincolante

«Donald Trump non può avere i codici nucleari». Uno scrosciare di applausi accolse queste parole di Barack Obama. Quando il presidente le pronunciò, il 21 ottobre durante un comizio a Miami, la campagna elettorale volgeva al termine. E tutti – esperti e comunità internazionale – scommettevano senza indugi sulla candidata democratica Hillary Clinton. Sei giorni dopo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione L.41, con l’ok di 123 Paesi e il «no» dell’Italia oltre che delle potenze nucleari. Il provvedimento, già tentato in passato, è stato interpretato da parte della società civile, pur con le dovute cautele, come un balzo in avanti verso il disarmo atomico. Il testo prevede la convocazione, nel 2017, di una Conferenza per creare uno strumento giuridicamente vincolante che metta bando gli arsenali nucleari. Da quel voto al Palazzo di Vetro è trascorso esattamente un mese. Il panorama mondiale, però, è imprevedibilmente mutato. L’8 novembre, i cittadini Usa hanno ribaltato i prognostici. Il prossimo 20 gennaio, dunque, Obama dovrà consegnare i suddetti codici a Trump.

Ansioso di ripristinare la “grandeur” statunitense, il magnate propone una politica, al contempo, isolazionista e muscolare. Se da un lato, il nuovo inqui- lino della Casa Bianca ventila il disimpegno dal Medio Oriente e un’alleanza con la Russia per risolvere il conflitto siriano, dall’altro è insofferente nei confronti della politica “morbida” del predecessore con le potenze asiatiche e, soprattutto, con l’Iran. La scelta di Mike Pompeo come direttore della Cia, tra i più strenui critici dell’accordo con Teheran sul dossier nucleare, è eloquente. In questo scenario cangiante, costellato di incognite e tensioni, si svolgerà la conferenza Onu per l’adozione di un trattato che ponga fuori legge gli arsenali nucleari. Se, fin dall’inizio, le chance di raggiungere tale obiettivo parevano risicate, ora le possibilità si restringono ulteriormente.

A rendere fragile la risoluzione – e dunque lo stesso summit – il significativo numero di defezioni: 38. Non è, però, solo una questione di numeri. All’appello mancano le tessere principali del puzzle. Degli otto membri del “club nucleare’ – cioè degli Stati dotati di questi armamenti – solo uno si è espresso a favore: la Corea del Nord (che ufficilmente dichiara già di possederne, anche se gli esperti dubitano). E, data la continua retorica bellicista del regime, non è facile credere alle sue buone intenzioni. India e Pakistan, anche loro come Pyongyang colossi atomici non aderenti al Trattato di non proliferazione nucleare ( Tnp) del 1968, si sono astenuti. I cinque “vecchi”dell’atomica – che avevano già la bomba al momento del Tnp e, sottoscrivendo il patto, si sono impegnati a non produrne altre – hanno accolto con scetticismo la proposta dell’Assemblea. Usa, Russia, Francia e Gran Bretagna hanno fatto fronte comune per il «no».

Unica eccezione la Cina, che si è astenuta. L’Europa, ancora una volta, ha agito in ordine sparso. Venti Paesi – tra cui l’Italia – hanno seguito la scia di Londra e Parigi, benché un documento del Parlamento di Strasburgo avesse esortato i propri membri a pronunciarsi per il «sì». A New York, dunque – evidenziano vari studi dell’Archivio Disarmo italiano – si è riproposta la spaccatura emersa prima nelle tre Conferenze dell’iniziativa umanitaria – Oslo 2013, Nayarit 2014, Vienna 2015 – e, poi, in quella di revisione quinquennale del Tnp, dell’aprile-maggio 2015. Non a caso quest’ultima si è conclusa senza l’adozione di un testo condiviso. La contrapposizione nasce dalla volontà di un gruppo di Stati – in primis Messico, Austria e Norvegia – di imprimere un’accelerazione al disarmo nucleare. Puntando sull’adozione di misure vincolanti per la proibizione e l’eliminazione di tali armamenti.

Ad essere penalizzata, dunque, non sarebbe più solo la proliferazione bensì il possesso. Un “salto” che mette in crisi la strategia della «deterrenza » vigente fin dai tempi della Guerra fredda. L’Alleanza Atlantica ne ha fatto uno dei suoi pilastri. Tanto che, in Europa, cinque Paesi Nato non nucleari ospitano testate Usa B-61 per un totale di duecento unità. Si tratta di Belgio, Germania, Paesi Bassi, Turchia e, non ultima, l’Italia, nei siti di Ghedi Torre e Aviano. Anzi, propri qui e nella turca di Incirlik è concentrata la maggior parte delle bombe. Il diniego del governo di Roma, però – sostengono fonti vicine al dossier –, non è motivato solo da una fedeltà atlantica. L’Italia, in effetti, s’è molto spesa in sede internazionale per la messa al bando dei test atomici e del materiale fissile, nonché per una maggior trasparenza nella verifica degli arsenali.

La diffidenza – affermano ancora le stesse fonti – sarebbe dovuta all’approccio rigido proposto nella risoluzione Onu: Roma persegue il disarmo attraverso un processo progressivo. In effetti – mette in luce anche uno studio di Adriano Iaria per Archivio Disarmo –, senza il sostegno delle potenze nucleari, qualunque testo approvi la Conferenza Onu rischia di restare sulla carta. Non di meno, il documento – conclude Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio – potrebbe avere una preziosa funzione di stimolo politico per mettere davvero fine all’incubo atomico.

in AVVENIRE  27 novembre 2016

Una comunità scientifica che si ponga come difensore della natura

papa Francesco

Illustri Signore e Signori,

vi incontro con piacere, in occasione della vostra sessione plenaria, e ringrazio il Presidente, Professor Werner Arber, per le sue cortesi parole. Vi ringrazio per il contributo che offrite, e che col passare del tempo rivela sempre meglio il suo valore sia per il progresso della scienza, sia per la causa della cooperazione tra gli esseri umani e, in particolare, per la cura del pianeta in cui Dio ci ha posto a vivere.

Mai come nella nostra epoca è apparsa evidente la missione della scienza al servizio di un nuovo equilibrio ecologico globale. E al tempo stesso si sta manifestando una rinnovata alleanza tra la comunità scientifica e la comunità cristiana, che vedono convergere i loro diversi approcci alla realtà verso questa finalità condivisa di proteggere la casa comune, minacciata dal collasso ecologico e dal conseguente aumento della povertà e dell’esclusione sociale. Mi rallegro del fatto che voi sentiate profondamente la solidarietà che vi lega all’umanità di oggi e di domani nel segno di tale sollecitudine per la madre terra. Un impegno tanto più degno di stima in quanto è pienamente orientato alla promozione dello sviluppo umano integrale, della pace, della giustizia, della dignità e della libertà dell’essere umano. Prova ne sono, oltre alle opere compiute nel passato, i molteplici temi che vi proponete di affrontare in questa sessione plenaria, che vanno dalle grandi novità della cosmologia, alle fonti di energia rinnovabili, alla sicurezza alimentare, fino ad un appassionante seminario sul potere e i limiti dell’intelligenza artificiale.

Nell’Enciclica Laudato si’ ho affermato che «siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza» (n. 53). Nella modernità, siamo cresciuti pensando di essere i proprietari e i padroni della natura, autorizzati a saccheggiarla senza alcuna considerazione delle sue potenzialità segrete e leggi evolutive, come se si trattasse di un materiale inerte a nostra disposizione, producendo tra l’altro una gravissima perdita di biodiversità. In realtà, non siamo i custodi di un museo e dei suoi capolavori che dobbiamo spolverare ogni mattina, ma i collaboratori della conservazione e dello sviluppo dell’essere e della biodiversità del pianeta, e della vita umana in esso presente. La conversione ecologica capace di sorreggere lo sviluppo sostenibile comprende in maniera inseparabile sia l’assunzione piena della nostra responsabilità umana nei confronti del creato e delle sue risorse, sia la ricerca della giustizia sociale e il superamento di un sistema iniquo che produce miseria, disuguaglianza ed esclusione.

In breve, direi che spetta anzitutto agli scienziati, che operano liberi da interessi politici, economici o ideologici, costruire un modello culturale per affrontare la crisi dei cambiamenti climatici e delle sue conseguenze sociali, affinché le enormi potenzialità produttive non siano riservate solo a pochi. Allo stesso modo in cui la comunità scientifica, attraverso un dialogo interdisciplinare al suo interno, ha saputo studiare e dimostrare la crisi del nostro pianeta, così oggi è chiamata a costituire una leadership che indichi soluzioni in generale e in particolare sui temi che vengono affrontati nella vostra plenaria: l’acqua, le energie rinnovabili e la sicurezza alimentare. Si rende indispensabile creare con la vostra collaborazione un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico producano danni irreversibili non solo all’ambiente, ma anche alla convivenza, alla democrazia, alla giustizia e alla libertà.

In questo quadro generale, degna di nota è la debole reazione della politica internazionale – anche se vi sono lodevoli eccezioni – riguardo alla concreta volontà di ricercare il bene comune e i beni universali, e la facilità con cui vengono disattesi i fondati consigli della scienza sulla situazione del pianeta. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza che cercano anzitutto il profitto è dimostrata dalla “distrazione” o dal ritardo nell’applicazione degli accordi mondiali sull’ambiente, nonché dalle continue guerre di predominio mascherate da nobili rivendicazioni, che causano danni sempre più gravi all’ambiente e alla ricchezza morale e culturale dei popoli.

Ma malgrado tutto questo non perdiamo la speranza, e cerchiamo di approfittare del tempo che il Signore ci dà. Ci sono anche tanti segni incoraggianti di un’umanità che vuole reagire, scegliere il bene comune, rigenerarsi con responsabilità e solidarietà. Insieme ai valori morali, il progetto dello sviluppo sostenibile e integrale è in grado di dare a tutti gli scienziati, in particolare a quelli credenti, un forte slancio di ricerca.

Vi auguro buon lavoro. Invoco sulle attività dell’Accademia, su ciascuno di voi e sulle vostre famiglie l’abbondanza delle benedizioni celesti. E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.

(Ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle scienze, Roma 28 novembre 2016)

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Distinguished Ladies and Gentlemen,

I am pleased to welcome you on the occasion of your plenary session and I thank the President, Professor Werner Arber, for his kind words. I wish to thank you for the contribution you are making which, with the passing of time, increasingly reveals its usefulness for scientific progress, for the cause of cooperation between human persons and especially for the care of the planet on which God has allowed us to live.

Never before has there been such a clear need for science to be at the service of a new global ecological equilibrium. At the same time we are seeing a renewed partnership between the scientific and Christian communities, who are witnessing the convergence of their distinct approaches to reality in the shared goal of protecting our common home, threatened as it is by ecological collapse and consequent increase of poverty and social exclusion. I am pleased that you perceive so deeply the solidarity which joins you to the humanity of both today and tomorrow, in a sign of great care for mother earth. Your commitment is all the more admirable in its orientation towards the full promotion of integral human development, peace, justice, dignity and human freedom. Proof of this, in addition to the accomplishments of the past, is evident in the many topics you seek to examine in this plenary session; these range from great discoveries in cosmology, to sources of renewable energy, to food security, and even a passionate seminar on power and the limits of artificial intelligence.

In the Encyclical Laudato Si’ I stated that “we are called to be instruments of God our Father, so that our planet might be what he desired when he created it and correspond with his plan for peace, beauty and fullness” (53). In our modern world, we have grown up thinking ourselves owners and masters of nature, authorized to plunder it without any consideration of its hidden potential and laws of development, as if subjecting inanimate matter to our whims, with the consequence of grave loss to biodiversity, among other ills. We are not custodians of a museum or of its major artefacts to be dusted each day, but rather co-operators in protecting and developing the life and biodiversity of the planet and of human life present there. An ecological conversion capable of supporting and promoting sustainable development includes, by its very nature, both the full assuming of our human responsibilities regarding creation and its resources, as well as the search for social justice and the overcoming of an immoral system that produces misery, inequality and exclusion.

Very briefly, I would say that it falls to scientists, who work free of political, economic or ideological interests, to develop a cultural model which can face the crisis of climatic change and its social consequences, so that the vast potential of productivity will not be reserved only for the few. Just as the scientific community, through interdisciplinary dialogue, has been able to research and demonstrate our planet’s crisis, so too today that same community is called to offer a leadership that provides general and specific solutions for issues which your plenary meeting will confront: water, renewable forms of energy and food security. It has now become essential to create, with your cooperation, a normative system that includes inviolable limits and ensures the protection of ecosystems, before the new forms of power deriving from the techno-economic model causes irreversible harm not only to the environment, but also to our societies, to democracy, to justice and freedom.

Within this general picture, it is worth noting that international politics has reacted weakly – albeit with some praiseworthy exceptions – regarding the concrete will to seek the common good and universal goods, and the ease with which well-founded scientific opinion about the state of our planet is disregarded. The submission of politics to a technology and an economy which seek profit above all else, is shown by the “distraction” or delay in implementing global agreements on the environment, and the continued wars of domination camouflaged by righteous claims, that inflict ever greater harm on the environment and the moral and cultural richness of peoples.

Despite this, we do not lose hope and we endeavour to make use of the time the Lord grants us. There are also many encouraging signs of a humanity that wants to respond, to choose the common good, and regenerate itself with responsibility and solidarity. Combined with moral values, the plan for sustainable and integral development is well positioned to offer all scientists, in particular those who profess belief, a powerful impetus for research.

I extend my best wishes for your work and I invoke upon the activities of the Academy, upon each of you and your families, abundant divine blessings. I ask you please to not forget to pray for me. Thank you.

(To partecipants in the plenary session of the Pontifical Academy of Sciences, 28 November 2016) 

L’Italia esporta laureati e importa analfabeti?

IDOS

Il 29 novembre 2016 è stato organizzato a Bruxelles, con il sostegno del Parlamento Europeo, un convegno sul volume che l’Istituto di studi politici “S. Pio V” e il Centro studi e ricerche Idos hanno di recente (giugno 2016) pubblicato su Le migrazioni qualificate. Ricerche, statistiche, prospettive. La partecipazione è aperta agli operatori ed esperti della comunità italiana in Belgio, che si uniranno a un gruppo di studio di una trentina di persone in provenienza da tutte le parti d’Italia.

Le migrazioni qualificate: il quadro d’insieme del caso italiano

Si stima che oltre 400.000 laureati italiani siano emigrati all’estero. Invece, sono circa 500.000 i laureati stranieri in Italia e la loro incidenza è pari al 7% sul totale degli oltre 6,5 milioni di laureati residenti in Italia, un valore inferiore rispetto a quello riscontrabile in Francia (10%), in Germania (11%) e nel Regno Unito (17%).

Dall’Italia sta emigrando un numero crescente di laureati e diplomati, mentre è ridotto il numero degli italiani che rimpatriano con questo livello di istruzione. Negli altri paesi europei è più elevato sia il movimento complessivo di laureati e anche il flusso in entrata, cosicché il loro bilancio è positivo. Dal punto di vista quantitativo il bilancio è positivo anche per l’Italia, ma solo se si tiene conto degli stranieri immigrati nel paese, mentre sotto l’aspetto qualitativo sono diversi i fattori negativi.

  1. È scarsa, rispetto ai livelli riscontrabili negli altri paesi dell’Unione Europea, la consistenza dei residenti che in Italia hanno conseguito la laurea, nonostante la titolarità della laurea agevoli notevolmente la collocabilità sul mercato occupazionale.

  2. Nei confronti dei laureati (sia italiani che stranieri) il sistema italiano ha una ridotta capacità di offrire posti di lavoro adeguati e genera il fenomeno dei lavoratori sovraistruiti rispetto alle mansioni assegnate: si trova in tale situazione circa il 20% tra gli occupati italiani e ben il 40% di quelli immigrati.

  3. Non mancano gli inconvenienti di natura organizzativa, specialmente per le fasce più alte dei lavoratori qualificati, come risulta da questa testimonianza: «Se sapesse che cosa significa tentare una carriera scientifica in Italia, nessuna persona sana di mente accetterebbe l’impegno» (dichiarazione della planetologia Amara Graspe, pubblicata sulla rivista La Scienza, luglio 2006).

  4. La maggiore attrattiva dei paesi esteri è dovuta alle migliori opportunità di farsi riconoscere il merito da parte delle strutture pubbliche e delle aziende, di ottenere posti e retribuzioni più soddisfacenti, operare in un contesto organizzativo più efficace e innovativo. L’Italia, pur non sfigurando per numero delle loro pubblicazioni scientifiche, non riesce a gratificare i suoi ricercatori (per cui una buona parte tende ad andare all’estero) né ad attrarre quelli stranieri. Sono in molti a recarsi all’estero anche tra medici, infermieri, avvocati, architetti e ingegneri, una categoria questa particolarmente apprezzata (non a caso i Politecnici di Torino e Milano figurano, per prestigio, tra i primi 50 atenei del mondo).

Il volume dell’Istituto “S. Pio V” e del Centro Studi Idos analizza i vari aspetti del brain drain e brain waste, facendo riferimento a tutte le ricerche condotte e mettendo a disposizione i dati aggiornati.

Dove sono e dove vanno i laureati?

I laureati in partenza dall’Italia vanno a intaccare la disponibilità di personale altamente qualificato già di per sé limitata. Nel 2015 si è stimato che siano emigrati 27.000 diplomati e 24.000 laureati, rispettivamente il 35% e il 30% dei 102.259 connazionali che si sono cancellati dai registri anagrafici dei propri comuni per trasferirsi all’estero. I laureati italiani in partenza erano, mediamente, solo 3.300 in ciascuno degli anni a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo. Va anche tenuto conto che, in generale, essi partono per non ritornare più se non in un ridotto numero di casi, come attestato da numerose indagini, e che è aumentata la tendenza dei giovani a emigrare (6 su 10).

La presenza di laureati stranieri, che nel Centro-Nord ha svolto un ruolo di riequilibrio tra partenze e ingressi, è invece carente nel Meridione. Al Censimento del 2011 solo l’Abruzzo e il Molise non si collocavano al di sotto dell’incidenza media nazionale tra i residenti italiani dei laureati (11,2%), mentre tutte le regioni meridionali erano al di sotto dell’incidenza media dei laureati (10,7%) tra i residenti stranieri. Dai dati Istat risulta che la situazione non è migliorata negli anni successivi. Infatti, nel 2014 è risultato che nessuna regione meridionale supera le incidenze medie nazionali sia per i laureati (11,8% tra i residenti italiani e 9,1% tra quelli stranieri) che per i diplomati (32,1% tra gli italiani e 35,1% tra gli stranieri), con le uniche eccezioni delle regioni Abruzzo e Basilicata, e solo relativamente ai livelli di istruzione degli italiani.

Il Meridione ha una quota di appena il 10,2% di tutti i laureati stranieri residenti in Italia e ciò influisce negativamente sul saldo del movimento di laureati per e dall’estero (il bilancio è, per giunta, aggravato dall’esodo verso il Nord Italia). La quota di laureati stranieri residenti nel Meridione è inferiore a quella di tre regioni prese singolarmente: Emilia-Romagna (12,2%), Lazio (16,1%) e Lombardia (23,2%). Anche nelle altre regioni del Centro e nel Nord Italia l’afflusso di laureati stranieri ha svolto una funzione di riequilibrio dell’esodo degli italiani.

Il mercato occupazionale italiano ha trovato nei lavoratori immigrati un giovamento finanziario oltre che un supporto al mercato occupazionale. Nel 2015 gli occupati stranieri sono risultati 2.365.000 e i disoccupati 465.000. Di essi, attenendosi alla Ricerca continua dell’Istat sulle forze di lavoro, 1.410.000 hanno frequentato solo la scuola d’obbligo (i costi formativi per il bilancio pubblico sarebbero stati, secondo il Rapporto Ocse, di 90.000 dollari a persona, per un totale di 126 miliardi e 90 milioni di dollari), 1.191.000 i diplomati (con costo, sempre secondo il Rapporto Ocse, di 134.000 dollari per persona, per un totale di 154 miliardi e 830 milioni di dollari) e 303.000 i laureati (con il costo di 178.000 dollari per persona per una laurea triennale, per un totale di 53 miliardi e 934 milioni di dollari). Complessivamente, le spese pubbliche per i tre livelli di studio sarebbero state pari a 336 miliardi di dollari (e poco di meno calcolate in euro) se fossero state sostenute in Italia. Bisogna aggiungere 183 miliardi di euro corrispondenti alle spese a carico delle famiglie per crescere i propri figli fino ai 18 anni (con un costo medio, secondo stime elaborate nell’ambito delle associazioni di consumatori, di 61.000 euro per persona). Pertanto, il costo formativo della forza lavoro formatasi all’estero e poi inseritasi nel mercato italiano supera i 500 miliardi di euro, costituisce un notevole beneficio per l’Italia e compensa i costi sostenuti dall’Italia per i suoi cittadini trasferitisi all’estero (nel 2015, 51.000 con la licenza media, 27.000 diplomati e 24.000 laureati nel 2015 per un costo formativo totale di circa 19 miliardi di euro calcolati secondo i parametri contenuti nei rapporti dell’Ocse in precedenza esposti (il costo aumenta se riferito anche agli anni precedenti).

I dati macroeconomici

I dati macroeconomici mostrano che l’Italia è in ritardo rispetto agli altri paesi UE per quanto riguarda i livelli di formazione e di sviluppo:

  • Incidenza dei laureati nella fascia 30-34 anni: 23,9% tra i residenti in Italia contro il 38,0% nella media UE (ben 14 punti percentuali in meno);

  • investimenti in istruzione: 4,1% del PIL contro il 4,9% (tra l’altro, solo il 25% dei manager è laureato contro il 54% nell’UE);

  • investimenti in ricerca e sviluppo: 1,3% del Pil italiano contro il 2,2% nella media UE. I ricercatori in Italia sono 2 volte di meno rispetto alla Francia e al Regno Unito, 3 volte di meno rispetto alla Germania, 9 volte di meno rispetto al Giappone, 13 volte di meno rispetto agli Stati Uniti. Eppure questo è l’ambito dal quale gli italiani emigrano maggiormente (circa un quinto del totale si trova all’estero);

  • lavoratori impiegati nell’ambito della ricerca e dello sviluppo: 4 ogni 1.000 abitanti (circa 250mila), per cui nello Spazio Economico Europeo l’Italia è solo al sesto posto, dopo la Germania, la Francia e il Regno Unito e anche dopo la Svizzera e l’Olanda.

In prospettiva desta preoccupazione sia il fatto che l’Italia sia attardata rispetto ai valori medi europei negli ambiti della formazione e dello sviluppo, sia che, al suo interno, le regioni del Meridione si collochino al di sotto dei valori medi nazionali per quanto riguarda gli indicatori positivi (quali l’occupazione in alta qualifica, l’occupazione in “High Technology” e l’investimento in ricerca e sviluppo), mentre, al contrario, nelle regioni meridionali i valori sono più alti relativamente agli indicatori negativi (quali la marginalità occupazionale, l’insuccesso formativo e la spendibilità lavorativa).

Riflessione conclusiva

Istituto di studi politici “S. Pio V”

Istituto di studi politici “S. Pio V”

Nel panorama europeo l’Italia non si distingue per il numero dei laureati che espatriano (proporzionalmente più elevato in diversi Stati membri) ma piuttosto per la sua scarsa capacità di attrarre personale qualificato dall’estero. Alla perdita rappresentata dai costi sostenuti per la formazione degli emigrati si aggiunge quella per il mancato introito derivante dall’utilizzo dei brevetti depositati all’estero (3,9 miliardi per il periodo 1990-2010 secondo uno studio di “Scienza in rete” per 456 brevetti di ricercatori italiani recatisi all’estero).

Secondo la ricerca dell’Istituto “S. Pio V” e di Idos in Italia occorre insistere maggiormente sui livelli della formazione e dell’occupazione. Le migrazioni qualificate vanno considerate positivamente, a condizione: 1) che la decisione di andare all’estero sia frutto di una libera scelta e non di una costrizione di fatto e 2) che le uscite vengano compensate dalle entrate e in quest’ottica va rivalutata la funzione degli immigrati (per il 50,1% con’istruzione superiore contro il 48,0% degli italiani).

In Settimana News, 28 novembre 2016

La generazione Erasmus compie trent’anni

Federico Taddia

Quattro milioni di studenti che hanno fatto le valigie per andare a studiare qualche mese all’estero: è la «Generazione Erasmus», una generazione lunga 30 anni. Da quando, nel 1987, i primi 3.244 universitari, tra i quali 220 italiani, varcarono i confini per vivere una parentesi del proprio periodo formativo in un ateneo straniero. E’ il lato bello dell’Europa: è questo il biglietto da visita del progetto ispirato dalla professoressa romana Sofia Corradi che ha rivoluzionato la mobilità studentesca. E che ora si appresta a festeggiare il trentesimo anniversario amplificando l’innata vocazione all’integrazione e alla contaminazione, in risposta ai muri, ai desideri di frontiere e ai venti di isolamento e divisione.

Ripartire

«L’Erasmus è un brand che funziona, che tutti conoscono e che ha saputo mostrare e rendere visibile il proprio valore. Ora è il momento di passare alla fase successiva: consegnare il frutto di questa esperienza nelle mani dei decisori politici». Ripartire dagli Erasmus: è l’idea di Flaminio Galli, direttore di Erasmus+Indire, l’Agenzia nazionale che gestisce i quasi 100 milioni di budget assegnati all’Italia per finanziare attività di scambio e cooperazione. Con numeri decisamente significativi: 30.875 gli studenti partiti nell’anno in corso, con Spagna, Germania, Francia e Portogallo tra le mete preferite e 20.942 studenti ospitati, di cui 1.986 provenienti da paesi extraeuropei, in particolare Russia, Albania, Serbia, Giorgia e Israele.

Il tipico Erasmus italiano ha in media 23 anni, 6 su 10 è femmina e torna dopo 6 mesi. «Questi giovani studiano, vivono, osservano, si mettono in gioco, usufruiscono di servizi e hanno possibilità di sperimentare pratiche innovative di convivenza sociale: acquisiscono competenze e abitudini che vanno messe in circolo, vanno rielaborate, possono diventare le basi su cui costruire strategie e pianificazioni illuminate – aggiunge Galli -. C’è chi si è fidanzato, chi si è sposato, chi ha trovato un lavoro, chi una promessa di un’occupazione e chi ancora ha disegnato o rivoluzionato il proprio progetto di vita. Sono centinaia di migliaia di teste che possono davvero cambiare questa Europa: studenti, uomini e professionisti con gli strumenti per contribuire al bene collettivo».  Rendere condivisa un’esperienza individuale: con questo spirito quindi ci si avvicina agli Stati Generali della Generazione Erasmus, un evento promosso a Roma da INDIRE, Miur e Presidenza del Consiglio a inizio 2017, per realizzare un manifesto da offrire alla classe politica.  «L’Erasmus va ben oltre il valore simbolico e alla mera integrazione studentesca: crea reti professionali, genera incontri in grado di produrre innovazione e creatività, stimola l’attitudine alla ricerca di finanziamenti e all’accesso ai fondi europei. Ci sono associazioni, come “GarageErasmus” che lavorano proprio per alimentare queste connessioni, unendo tra loro gli ex Erasmus con la finalità di non disperdere questo patrimonio».

Nuovi progetti

E alle porte dei suoi trent’ anni l’Erasmus Plus guarda avanti, con finanziamenti destinati ai tirocini in aziende europee, alla mobilità degli insegnanti, a portali online per il gemellaggio tra scuole e a partnership con nazioni come Iran, Iraq e Yemen. «L’ultimo messaggio è per i genitori – conclude Galli -. La socializzazione contemporanea è molto più fluida, i giovani sono abituati a viaggiare, a spostarsi, a muoversi. E l’apprendimento passa anche da questo. Io ho due figli, prima o poi partiranno: ho capito che bisogna essere spettatori attivi, con un atteggiamento di apertura e di libertà controllata. E con sincera fiducia. Verso le istituzioni e verso la vita».

in La Stampa 28 novembre 2016

 

Fidel, Raúl, castrismo e destino d’un popolo. Il rivoluzionario e la sua ombra

di Giorgio Ferrari

L’ombra di Fidel Castro, forse la più longeva controversa e acclamata personalità politica del Novecento assieme a Winston Churchill, ci impedisce – e nel momento del rammarico e del cordoglio, del dolore umano e politico e per taluni del giubilo ciò è più che comprensibile – di separarne con chiarezza il destino terreno dal futuro di Cuba. Quella Cuba che cinquantasette anni prima aveva contribuito in prima persona a forgiare: troppo conosciuta, indagata, vivisezionata è la sua figura, troppo famigerate le sue imprese, le sue esternazioni, le sue capriole ideologiche, troppo perfino quell’oblio che l’inverno degli ultimi anni di vita gli aveva assegnato, relegandolo – quasi una sorta di immateriale simulacro – al ruolo di anziano padre nobile più che in quello di Líder Máximo.

Per dieci anni, dal momento in cui aveva passato il bastone del comando al fratello Raúl, il vecchio jefe ha assistito silenzioso e pieno di dubbi al tramonto, al lento sfibrarsi, allo snaturarsi di quell’orgogliosa diversità che solo il laboratorio cubano sembrava in grado di far germinare, tanto da accreditarsi per decenni come fascinoso modello internazionale di una via caraibica al comunismo, non allineata ma rivoluzionaria, critica sia dell’imperialismo yanqui sia infine di quello sovietico, una terza via comunque comunista che era riuscita a sedurre intellettuali e politici di tutto il mondo.

Purtroppo il pedaggio che i cubani hanno dovuto pagare per quel sogno si è intinto nell’acre sapore della povertà endemica in un’isola assediata per cinque decenni dall’embargo americano, dalla quale si tentava tragicamente di fuggire e dove assieme all’eccellenza del sistema sanitario e dell’istruzione obbligatoria (mai eguagliate in nessuna delle contrade latinoamericane) permaneva ferreo il controllo poliziesco di cui ogni regime non democratico – e quello cubano è ancora un regime non democratico – non può fare a meno. Non sapremo mai esattamente quanti sono stati i dissidenti imprigionati e morti nelle carceri di Fidel Castro, quanti i cristiani intimiditi ed emarginati, quanti gli omosessuali lasciati languire in cella, quanti gli artisti, i poeti, gli scrittori costretti all’autocritica, all’abiura, alla delazione.

Per questo, quando i fiammeggianti stendardi delle celebrazioni e del cordoglio cesseranno di sventolare, la vera domanda che ci dovrà porre è una sola: che ne sarà di Cuba? Quesito al momento irrisolvibile, perché contiene quell’ostacolo grande come un macigno di nome Raúl Modesto Castro Ruz. Chi sperava che il fratello oggi ottantacinquenne di Fidel divenisse protagonista del deshielo, è andato incontro a una serie di delusioni: sotto il pugno di ferro di Raúl (da sempre considerato non senza ragione più intransigente e giacobino del fratello) la giovane nomenklatura che si immaginava potesse prendere le redini del Paese è stata impietosamente esautorata, i possibili delfini soffocati nella culla, le liberalizzazioni economiche promesse non sono andate molto al di là della concessione di un permesso di affittare camere o di cucinare pollo con il riso per i turisti (attività da sempre fiorente nonostante il divieto formale del governo). Talvolta la rigidità di Raúl ha fatto sembrare Fidel un campione di moderazione. Perfino il dialogo avviato con il ‘nemico americano’ non è opera sua: sono occorsi tre viaggi papali (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) e la persistente e silenziosa mediazione vaticana perché Washington e L’Avana si avvicinassero dopo mezzo secolo di reciproca sordità. Appartato ma sentenzioso e vigile, Fidel rimaneva nell’ombra a consigliare, suggerire e difendere caparbiamente la sua rivoluzione. Fino all’ultimo, come si è visto. E anche qui sta la sua corrusca grandezza.

Ma non facciamoci illusioni. La transizione sarà ancora molto lunga e tormentata. Il castrismo non è affatto estinto, i vecchi vizi di un potere decrepito ma feroce quanto quello che il suo amico Gabriel Garcia Márquez immaginò nel maestoso affresco dell’Autunno del patriarcaresistono come una tigna inestirpabile. Solo quando anche Raúl si congederà davvero dalla vita politica cominceremo a capire quale sentiero prenderà Cuba e cosa sarà del suo popolo pieno di dignità e di orgoglio, che – tutti dovrebbero riconoscerlo – nell’ultimo mezzo secolo avrebbe meritato qualcosa di più.

AVVENIRE 27 novembre 2016

Fidel Castro e il ‘900 muoiono insieme

Il secolo delle guerre ideologiche è finito proprio nell’isola comunista, dove Fidel ha avuto l’ambizione di difendere e profilare la sua rivoluzione come l’ultimo esperimento socialista. E con l’ossessione di farla sopravvivere intatta

di Ezio Mauro

Incredibilmente, nell’aprile dell’anno in cui tutto stava crollando e ogni cosa diventava possibile – il 1989 – Fidel si alzò davanti al mondo per proporre il modello cubano come l’unica esperienza ortodossa del socialismo di fine secolo. I deputati, i capi del partito, il popolo cubano lo avevano visto celebrare gli onori massimi a Mikhail Gorbaciov, portato in trionfo sulla “ciajka” presidenziale nei 25 chilometri dall’aeroporto all’Avana, con Castro in piedi accanto a lui che gli alzava il braccio in segno di vittoria, procedendo in mezzo a un milione di cittadini plaudenti. Ma quando il segretario del Pcus, con la disperazione istintiva di chi avverte i morsi della fine, invitò Cuba a riformare il suo comunismo per poterlo salvare (come avrebbe fatto poco dopo a Berlino davanti ai gerarchi impassibili della Ddr) Fidel si alzò in piedi e consumò il suo personale strappo dall’eresia morente gorbacioviana. “L’Urss non può decidere da sola, l’unico suo privilegio è essere grande. E Cuba non ha mai avuto uno Stalin, dunque non ha bisogno di avere oggi una perestrojka”. Gorbaciov si guardò intorno smarrito, poi controllò l’orologio misurando il fallimento del suo tentativo di inserire L’Avana nel processo di distensione mondiale tra Est e Ovest e si trovò improvvisamente solo e straniero nell’isola del socialismo uguale a se stesso.

Così il comunismo tropicale, difeso e sostenuto per decenni dal Cremlino, si ribellava al suo protettore, rifiutando di cambiare. Fidel si presentava al mondo come l’Ortodosso, trent’anni dopo il “discorso delle colombe” con cui entrò trionfalmente nella capitale con la rivoluzione, mentre due colombe si posavano sulle spalline della sua divisa verde, in segno di benedizione di Nostra Signora della Mercede. L’ultima perfidia fu un fuorionda serale sulla tv cubana, coperto dalla voce monotona dello speaker, con Gorbaciov che in un angolo dell’Assemblea Nacional tirava fuori un pettine dalla tasca interna della giacca e si pettinava prima di entrare in scena, in un gesto post-imperiale e privato che rompeva da solo tutta l’iconografia monumentale dei Segretari Generali comunisti, vissuta sempre in pubblico.

La Cuba castrista doveva tutto all’Urss, seguita e omaggiata dal Comandante nelle sue visite ad limina a Mosca, fino allo scarto finale. Per Fidel era inconcepibile che uno Stato socialista, capace di sconfiggere il fascismo e soprattutto di uguagliare in peso e influenza la superpotenza capitalistica degli Usa avesse accettato di distruggersi. Perché questa è stata la sua diagnosi davanti al tentativo riformista gorbacioviano: invece di correggersi mantenendo la sua natura, l’Unione Sovietica ha commesso il grande errore storico di imboccare la strada di una riforma di sistema, nella convinzione di poter costruire il socialismo – o mantenerlo – attraverso “metodi capitalistici”, come li disprezzava Castro.
Ma regolati i conti con la deriva sovietica, costretto a rimodulare pesantemente l’economia dell’isola senza gli aiuti “fraterni” di Mosca, Fidel ha avuto l’ambizione di difendere e profilare la sua rivoluzione come l’ultimo esperimento socialista del secolo, con l’ossessione di farla fuoriuscire intatta. L’epopea, d’altra parte, non era mai stata mutuata da Mosca insieme con i finanziamenti, ma era ostinatamente indigena e autonoma. Il ricordo nostalgico e ripetuto dei “Tre Comandanti”, Raul, Camilo Cienfuegos e soprattutto il “Che”, l’eroe che fino agli ultimi anni secondo il racconto del líder maximo lo andava a visitare di notte, in sogno, e continuavano a discutere come avevano sempre fatto, quando avevano la mitraglia in mano. Il dissenso liquidato con l’etichetta dei “traditori”. La convinzione negli anni più difficili di poter vivere “del capitale umano”. La venerazione per José Martí ricordando il suo ammonimento: “Essere colti è l’unico modo di essere liberi”. Lo scambio epico di dialogo con Cienfuegos, inciso in plaza de la Revolucion: “Voy bien, Camilo”? “Vas bien, Fidel”.

La “prima generazione” della rivoluzione, tenuta insieme con il pugno di ferro del dittatore, si va esaurendo, ma ormai altre tre sono nate e cresciute nell’isola sotto il segno di Fidel. La quarta, l’ultima, è la più aperta al contagio. Ha visto salire al potere Raúl, appena quattro anni più giovane del fratello, in una deriva dinastica dove il carisma appassisce e cresce il bisogno di auto-tutela di una nomenklatura spaventata. Ha visto soprattutto Fidel passare dalla tuta mimetica con gli scarponi alla tuta sportiva rossa, bianca e blu con il marchio dell’Adidas, soprattutto l’ha visto smagrito e divorato dalla malattia, nei discorsi radiofonici sempre più rari.

Il regime si trova oggi davanti alla sua massima torsione, perché finisce il legame mitologico e storico con le sue origini, l’eroica fonte di legittimazione, la personificazione populista nel leader che finiva sulle copertine di Time, nelle televisioni di tutto il mondo mentre stringeva la mano di Allende, Mandela, Juan Carlos, Garcia Marquez, Saramago, Agnelli, Arafat, Tito, Indira Gandhi, Giovanni Paolo II attraversando con loro la storia da protagonista. “Dobbiamo dimostrare di essere in grado di sopravvivere”, è il comandamento degli ultimi anni di Fidel a Raúl, nella convinzione che sia più facile teorizzare come si costruisce il socialismo che capire come conservarlo e preservarlo in futuro.

Il Comandante in jefe ha regolato la successione in vita, tentativo onnipotente di garantire il futuro alla sua costruzione politica. Ma il castrismo senza Fidel è fragile e il sentimento di fine d’epoca dominava Cuba già a marzo, quando Barack Obama è sbarcato nell’isola come ambasciatore di un mondo nuovo, ottantotto anni dopo la visita dell’ultimo presidente americano, Calvin Coolidge. Il vuoto lasciato da Fidel riempiva già allora la scena, rimpicciolita dai timori di Raúl che non poteva fare a meno di normalizzare i rapporti con gli Usa per dare ossigeno all’economia cubana, ma cercava di cancellare ogni valenza storica ad una visita che simbolicamente segnava un passaggio d’epoca. Così non è andato ad accogliere l’ospite all’aeroporto ma ha mandato il suo ministro degli Esteri, non ha voluto nessun corteo d’onore, ha lasciato il presidente americano da solo nella passeggiata nella Città Vecchia, nella cattedrale, nell’incontro con il vescovo, poi con i “cuentapropistas”, quell’embrione di società civile e di economia gestita in proprio che si sta affacciando nelle maglie strette del regime.

I cubani osservavano la scena nelle vecchie televisioni dai colori incerti, appese sui trespoli coi fili volanti nei bar del centro senza niente da servire ai clienti. Al mattino, 68 “damas de blanco” si erano radunate nella chiesa della Quinta Avenida, la strada delle ambasciate, per chiedere davanti alle telecamere di tutto il mondo a Santa Rita, (“abogada de lo imposible”) di far scarcerare mariti, figli, padri dissidenti politici e prigionieri nelle carceri cubane: ma soprattutto di aiutarli a conquistare il vero traguardo, “una Cuba senza Castro”, finalmente con la libertà politica, di parola, d’impresa. Spente le telecamere, la polizia nel pomeriggio era passata nelle case delle “damas”, per arrestarle in gruppo. Come un apriscatole della storia, la visita di Obama in poche ore aveva certificato l’esistenza del dissenso, la conferma della repressione poliziesca e la speranza di un cambiamento di regime.

Oggi si guarda la vecchia “ceiba”, l’albero sacro dell’Isola, che proprio sulla Plaza de Armas è morto rinsecchito accanto al Templete. Il regime lo ha sostituito in fretta, di notte, ma la gente ricorda la vecchia superstizione caraibica secondo cui sotto l'”arbol del misterio” si svolgeva il rito sacro del passaggio di potere tra un Capo e un altro, perché sotto la ceiba “si muovono e parlano gli dei”. Il dio del comunismo, intanto, contempla da oggi il tabernacolo vuoto del castrismo. Riuscirà a sopravvivere, fuoriuscendo da se stesso nell’ultima metamorfosi che Fidel aveva sempre esorcizzato? Più probabile che il sistema crolli per estenuazione, senza più l’anima fondatrice del vecchio dittatore. Che muore – singolare destino – insieme con il Novecento che era durato fin qui con le sue guerre ideologiche, ed è venuto a finire proprio nell’isola comunista, in questo tramonto tropicale dell’autunno 2016: altro che secolo breve.

in La Repubblica 27 novembre 2016

Competenze digitali: ecco cosa chiedono le aziende

Il mondo dell’Ict e dei servizi digitali è uno dei più frizzanti dal punto di vista occupazionale: secondo i dati Excelsior (Unioncamere in collaborazione col Ministero del Lavoro) è quest’anno protagonista delle assunzioni, con una propensione ad assumere superiore alla media (+34%) per le imprese che realizzano innovazioni. Le stime del Cedefop (Agenzia di ricerca sull’istruzione e la formazione tecnica e professionale nell’Unione Europea) prevedono per l’Italia, tra 2015 e 2025, la creazione di nuove opportunità occupazionali (dipendenti e autonomi) per oltre 2 milioni di profili tecnici intermedi, tra cui la quota più significativa nel campo dell’ingegneria.

Ancora Unioncamere stima che tra i profili più richiesti dalle aziende spiccano al primo posto gli analisti e progettisti di software: per il 2016 sono state previste ben 9320 assunzioni di tali profili, quasi il doppio rispetto a 4 anni fa. Secondo l’Osservatorio InfoJobs sul mercato del lavoro anche nel primo semestre 2016 le “professioni digitali” hanno continuato a guidare l’economia nazionale. Il settore dell’ICT si è confermato tra i settori lavorativi più richiesti con il 17,8% degli annunci sulla piattaforma, pari al +10,7% sul 2015.

Insomma, i numeri lasciano pensare che il digitale – in tutte le sue sfumature – sia un ambiente fertile per chi si deve formare e lanciare sul mercato del lavoro. Patrizia Manganaro, responsabile delle risorse umane della società di consulenza everis Italia, specializzata proprio in questi temi e con un passato in Ibm, spiega come avviene l’approccio al mondo digitale da parte delle aziende. A partire da un assunto: “Da tempo non si discute più se digitalizzare conviene o ha senso, si discute piuttosto di come farlo. Tutte le aziende, in ogni comparto, nessuno escluso, stanno avviando importanti iniziative di trasformazione digitale. Ed il segreto per avere successo è poter disporre di persone e di team capaci di comprendere ed utilizzare al meglio la tecnologia che è un treno che non si ferma”.

Un contesto che genera una vera e propria “gara alla ricerca dei migliori talenti” con i relativi “grandi spazi di carriera per chi sa avere mente aperta e vedere le cose in prospettiva”. Se le aziende si affidano sempre più a team di consulenza esterna, “il settore pubblico procede in modo un po’ disomogeneo. Alcune strutture sono più veloci di altre ma nessuna regge il passo del settore privato che evolve a velocità accelerata a causa della competizione. Esistono però anche nel pubblica alcune eccellenze. La trasformazione di Poste ne è un esempio”, dice Manganaro.

In un mondo dominato dagli inglesismi, i giovani si sentono spesso ripetere che è necessario coltivare “digital” e “soft skill”. Chiediamo all’esperta cosa signicfica: “Per digital skill si intende, in modo ampio, tutto quanto ha a che fare e che muove il business digitale. Non si tratta solo di saper programmare, ma di riuscire ad immaginare quali nuovi mercati si possono aprire con la tecnologia e quali esigenze si possono soddisfare grazie al digitale”. Tradotto in profili interessanti per le aziende, significa che “c’è bisogno di varie professionalità: ovviamente i tecnici, ma anche umanisti (per esempio per la creazione di algoritmi di analisi semantica e di intelligenza artificiale), economisti (per l’analisi e l’innovazione applicata ai modelli di business) persino storici e giornalisti”. A queste competenze si aggiungono le “soft skills, che riguardano il carattere. La capacità di lavorare con altri”. Che nel mondo dell’innovazione contano un po’ di più: “Qui lavorare in team è fondamentale perché la complessità è elevatissima e le idee nuove non si trasformano mai in realtà se sono figlie di una sola persona. Chi vuole lavorare nel digitale (tecnico o meno) deve essere curioso ed umile ma anche ottimista e positivo. Saper gestire vittorie e sconfitte è un’altra caratteristica importante. Non si innova senza sbagliare e aver avuto una buona idea non è che il primo passo, per cui è importante non farsi ubriacare dai primi successi”.

Pensando ai ragazzi che devono decidere della loro formazione, chiediamo quale siano i cv scolastici che attirano maggior interesse presso l’azienda: “Ingegneria ovviamente, ma anche economia, statistica, comunicazione, e molte altre anche se magari in misura minore. Conta sempre, però, la consapevolezza delle proprie capacità dei propri limiti e del fatto che il digitale è una realtà in continua evoluzione. Valutiamo molto anche la personalità delle persone. Le soft skills, appunto. E gli interessi personali. Construire la propria carriera assecondando le proprie inclinazini è garanzia di successo per la persona e per l’ambito nel quale lavora”.

Molte volte, però, ai ragazzi di talento si offre la possibilità di iniziare a lavorare a condizioni a dir poco precarie. Spesso gratis, quando si è imbarcati dalle società come stagisti. Quale crede sia una proposta economica che anche un candidato a corto di epserienza dovrebbe rifiutare? “Difficile dirlo in termini

generali. Nel nostro settore non credo sia giusto offrire meno di 800 euro al mese. Meglio dire che è necessrio dire di ‘no’ sempre a ciò che si teme essere poco interessante. Al di là della retribuzione. Consapevoli, ovviamente, delle proprie capacità”.

La Repubblica 28 novembre 2016