Nel 2017, 15 milioni al giorno in nuovi armamenti

di Enrico Piovesana

Conseguenza del meccanismo di incentivi pubblici strutturali alle industrie del comparto difesa è un procurement distorto da logiche industrial-commerciali che poco hanno a che vedere con le reali esigenze strategico-operative dello strumento militare. Lo Stato si pone al servizio dell’industria, prima assumendosi il rischio d’impresa tramite il finanziamento di tutta la fase di progettazione, sviluppo e realizzazione di prototipi pre-serie, poi garantendo tramite grosse commesse il finanziamento della fase di industrializzazione e produzione su vasta scala, infine agendo come procuratore di commesse estere nello spirito della legge 808/85 che poneva tra gli obiettivi “il miglioramento della bilancia commerciale”. Per la Difesa è il “sistema paese” all’opera. Per il presidente Eisenhower sarebbe stato il classico esempio di come funziona il “complesso politico-militar-industriale”.

Se la Difesa ordina alle aziende una quantità di mezzi e sistemi d’arma che risponde a necessità industriali e commerciali private, non a necessità politico- strategiche pubbliche, il risultato sono programmi di acquisizione sovradimensionati (e dai costi molto elevati) non solo rispetto alle reali necessità di difesa nazionale ma anche alle capacità economiche di gestione e manutenzione di questi mezzi. Quantità eccessive di mezzi che quindi risultano sottoutilizzati (60) se non del tutto inutilizzati (come si vedrà nel “Primo rapporto annuale sulla spesa militare italiana”) e che quindi finiscono inevitabilmente ad arrugginire nei depositi o cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Emblematico di questo spreco di risorse è il “Parco Mezzi Cingolati e Corazzati” dell’Esercito a Lenta, tra i boschi e le risaie del vercellese: qui giacciono migliaia di carri armati e blindati: non solo ferri vecchi degli anni ’70 e ’80, ma anche mezzi moderni ancora funzionanti che aspettano solo di essere rottamati e venduti a peso come ferraglia, oppure ceduti alle forze armate di Paesi stranieri a titolo gratuito o addirittura a spese della Difesa (che deve pagare i lavori di “restauro”). Il “cimitero dei carri armati” di Lenta, lungi dal costituire un monito contro l’avvio di programmi di acquisizione sovradimensionati (che in passato potevano almeno essere parzialmente giustificati dalla vecchia logica della Guerra Fredda (61)), continuerà inevitabilmente ad accogliere carri e blindati che la Difesa continua ad acquistare in grandi quantità e a prezzi elevatissimi per sostenere la produzione e l’export dell’industria militare italiana.

Questa logica la troviamo candidamente esposta, nero su bianco, nel documento (62) con cui la Difesa, lo scorso ottobre, ha chiesto e ottenuto (63) il parere positivo del Parlamento sull’acquisto (sempre a carico del MISE) dei nuovi carri armati ruotati “Centauro 2” prodotti dal consorzio Iveco-Oto Melara (Fiat-Leonardo), sottolinenando la necessità di ordinarne una quantità “estensiva” non perché servano all’Esercito Italiano, ma per promuoverne la vendita all’estero: «La produzione estensiva di sistemi per il cliente nazionale è il prerequisito di referenza indispensabile ad ogni opportunità di vendita all’estero».

Lo stesso concetto si ritrova espresso nel documento (64) della Difesa, sottoposto a parere parlamentare insieme al precedente, relativo al programma di acquisto (di nuovo a spese del MISE) dei prototipi del nuovo elicottero da attacco dell’Esercito “Mangusta 2” prodotti da Leonardo Elicotteri (ex AgustaWestland, Finmeccanica) – la cui esigenza risulta poco comprensibile considerando che i Mangusta sono stati appena aggiornati alla versione ‘Delta’ compiendo, parola della Difesa (65), “un salto generazionale” in termini di prestazioni e armamento rispetto alla versione precedente: «Lo sviluppo del nuovo velivolo collocherebbe l’industria nazionale in posizione di vantaggio sul mercato internazionale in una finestra temporale nell’ambito della quale potrebbero essere concretizzate ottime opportunità di collaborazione e/o vendita» come già avvenuto per l’elicottero Mangusta «sulla base della quale è stata sviluppata una versione per l’estero che è stata acquistata dalla Turchia (66)».

Il fenomeno del sovradimensionamento dei programmi d’acquisizione di nuovi sistemi d’arma della Difesa italiana non riguarda solo l’Esercito (che, come si vedrà nel “Primo rapporto annuale sulla spesa militare italiana”, sta portando avanti anche il costosissimo programma Forza NEC per la digitalizzazione delle forze terrestri), ma si verifica regolarmente anche anche per l’Aeronautica e la Marina.

Emblematico il caso del programma di acquisizione dei cacciabombardieri (67) americani Joint Strike Fighter F-35 prodotti da Lockheed Martin avviato nel 2009 . Il requisito iniziale di 131 aerei (al costo di 16 miliardi), successivamente ridimensionato a 90 velivoli nel 2012 (al costo di 13 miliardi), è stato ed è tutt’ora giustificato dalla necessità di rimpiazzare 253 aerei da attacco (68) tra Tornado (100), Amx (136) e Harrier (18). Nel 2009 i velivoli da attacco in servizio da rimpiazzare erano in realtà 162 (72 Tornado, 73 Amx e 17 Harrier) (69) senza contare che tra il 2004 e il 2009 l’Aeronautica aveva già ordinato (al costo di quesi 15 miliardi) 68 Eurofighter Typhoon T3/T3 “swing role” (cioè sia caccia da difesa che bombardieri da attacco (70)), considerati dagli esperti un’alternativa validissima, se non superiore (71), agli F-35 — tanto che la Germania li ha preferiti al velivolo americano scegliendo di acquistarne 110 esemplari (tra T2 e T3) e di non comprare F-35. In un rapporto riservato (72) inviato al Parlamento nel 2014 da ex alti ufficiali dell’Aeronautica ed ex dipendenti di Alenia (Finmeccanica) la flotta aerea da attacco italiana è giudicata più che sufficiente rispetto alle esigenze operative e strategiche del nostro Paese e il programma F-35 assolutamente “sproporzionato”: «L’F-35 è un progetto da superpotenza sproporzionato per le esigenze strategiche del nostro Paese. E’ significativo che né Francia né Germania partecipano al programma F-35, contrariamente al Regno Unito che però ha un bilancio della Difesa che è tre volte il nostro e inoltre ha un rapporto strategico unico con gli Stati Uniti. (…) Quel che abbiamo in termini di mezzi aerei e quello che è in via di immissione in servizio basta e avanza».

Ciononostante, e nonostante il Parlamento nel 2014 abbia votato una mozione di maggioranza (73) che impegnava formalmente il governo a “dimezzare” il budget originario del programma F-35, il requisito della Difesa non ha subito alcuna modifica, se non una dilazione delle acquisizioni, e il budget è anzi aumentato da 13 a 13,5 miliardi (74). L’Italia (come si vedrà nel “Primo rapporto annuale sulla spesa militare italiana”) ha continuato a firmare contratti d’acquisto rateali anche nel corso del 2016, versando ulteriori acconti per altri sette F-35 oltre agli otto già acquistati (al costo medio di 150 milioni l’uno). Tra i sette nuovi velivoli ordinati (due del 9° lotto, due del 10° lotto e tre dell’11° lotto) ce ne sono tre in versione STOVL (Short Take Off Vertical Landing) da imbarcare su portaerei, modello di cui la Difesa vuole acquistare trenta esemplari: quindici alla Marina per rimpiazzare gli Harrier sulla portaerei Cavour e altri quindici all’Aeronautica per creare un gruppo di volo da imbarcare sulla nuova portaerei Trieste.

Qui veniamo alla Marina, che nel 2015 è riuscita a ottenere dal Parlamento il via libera all’acquisto di una seconda portaerei e di sette fregate al costo di 5,4 miliardi (tutti a carico del MISE) spacciando la prima per un “unità anfibia multiruolo (LHD) per il concorso della Difesa ad attività di soccorso umanitario” quali “supporto alla Protezione Civile in operazioni di disaster relief o nel concorso in operazioni di evacuazione e/o assistenza umanitaria/calamità naturali e ricerca/ soccorso”, e le seconde come “pattugliatori polivalenti d’altura (PPA) per la sorveglianza marittima tridimensionale, il controllo flussi migratori, soccorsi in mare, tutela ambientale”. Dopo l’approvazione parlamentare del programma (75) ottenuta con l’abile ricorso alla retorica del “dual use” militare-civile, le reali dimensioni e i costi delle nuove unità navali si sono rivelati maggiori di quanto inizialmente comunicato al Parlamento, rivelando (come si vedrà nel “Primo rapporto annuale sulla spesa militare italiana”) la vera natura di queste navi.

Anche in questo caso, la necessità di acquistare sette nuovi “pattugliatori” (sedici in prospettiva) è stata giustificata dall’esigenza di rimpiazzare ventotto navi di cui è prevista la graduale dismissione entro il 2025. In realtà (come si vedrà nel “Primo rapporto annuale sulla spesa militare italiana”) di queste ventotto navi, sei erano state dismesse già da tempo (quattro fregate classe Lupo e due corvette classe Minerva) e altre sei di recente acquisizione (quattro pattugliatori classe Comandanti e due classe Sirio) non necessitano rimpiazzo immediato, quindi le navi da rimpiazzare risultano sedici. Un programma, di nuovo, sovradimensionato non solo rispetto ai mezzi da sostituire ma anche per le reali esigenze operative e strategiche di sicurezza nazionale. Quando queste nuove navi entreranno in servizio, la Marina italiana schiererà due portaerei e diciannove unità di primo rango (due cacciatorpediniere Orizzonte e diciassette fregate tra FREMM e PPA) superando la Marina francese (una portaerei e quindici unità di primo rango) e ponendosi al pari della potenza navale inglese.

NOTE

60 Anche l’impiego operativo all’estero risponde a logiche di marketing internazionale piuttosto che di reale necessità operativa.
61 Quando l’Italia costituiva uno strategico baluardo contro possibili invasioni terrestri sovietiche e quindi doveva dotarsi di forze corazzate sufficienti per reggere la prima ondata offensiva della temuta Armata Rossa.
62 http://milex.org/wp-content/uploads/2016/10/AG-339-CENTAURO2-.pdf
63 http://milex.org/parlamento-approva-spesa-1-miliardo-per-nuovi-carri-armati-ed-elicotteri-da-attacco/
64 http://milex.org/wp-content/uploads/2016/10/AG-340-EES.pdf
65 http://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_int_concluse/ISAF/notizie_teatro/Pagine/TestatiEli_AW129DMangusta.aspx
66 La versione turca dell’elicottero da attacco A-129 Mangusta, rinominato T129 Atak, è regolarmente impegnato in missioni di bombardamento contro i ribelli indipendentisti curdi (http://www.defensenews.com/story/defense/air-space/strike/ 2015/05/05/turkey-helicopter-kurdish-rebels-t129-tai-agustawestland/26916377/).
67 La fase di sviluppo del programma è stata avviata nel 2002 (http://leg15.camera.it/cartellecomuni/leg14/RapportoAttivitaCommissioni/commissioni/allegati/04/04_all_pajsf.pdfhttp://www.senato.it/leg/14/BGT/Schede/ProcANL/ ProcANLscheda7315.htm) ma la fase di acquisizione vera e propria ha avuto inizio nel 2009 (http://milex.org/wp-content/ uploads/2016/11/Programma-JSF.pdf e http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/ProcANL/ProcANLscheda16876.htm).
68 https://www.f35.com/assets/uploads/documents/FG16-1464_003_Italian_5-31.pdf
69 https://www.scribd.com/document/27971868/World-Air-Forces-December-2009
70 https://www.eurofighter.com/the-aircraft#weapons
71 http://www.businessinsider.com/the-f-35-will-never-beat-the-eurofighter-2013-2?IR=T 72 http://milex.org/wp-content/uploads/2016/11/Riflessioni-sul-programma-JSF-F35.pdf
73 http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_17/showXhtml.asp?highLight=0&idAtto=23597&stile=7
74 Alle pagine 155 e 156 del bilancio previsionale della Difesa 2016 (http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/ Attivit–i/Bilancio_di_previsione/Bilancio_finanziario/2016/AllegatoaldisegnodiBilancio/DLB_2016_DLB-04-AT-120- Difesa.pdf) è riportato il budget del programma (€ 12.356.418.024,23) comprensivo dei costi di acquisizione (10.379 milioni), dei costi della fase di produzione, supporto in servizio e sviluppi successivi (PSFD: 1.192 milioni), dei costi per la realizzazione dello stabilimento produttivo di Cameri (FACO: 778 milioni) e di altri costi burocratici (6,2 milioni). A queste voci vanno sommati costi della fase di sviluppo e dimostrazione del sistema (SSD: 820 milioni http://www.difesa.it/Content/ Documents/DPP/DPP_2016_2018.pdf), i costi delle attività di predisposizione in ambito nazionale (basi aeree e portaerei Cavour: 500 milioni) e quelli per la predisposizione dello stabilimento di Cameri alle future attività di manutenzione (MRO&U: 360 milioni) – queste due ultime indicate nel Dpp 2015 (http://www.difesa.it/Approfondimenti/Bilancino2010/ Documents/DPP%202015-2017.pdf). Il totale è 13 miliardi e 536,4 milioni.
75 http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/DI0200.Pdf

Riportato sul sito Milex.org del 23 novembre 2016

 

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