Archivio mensile:ottobre 2016

Il popolo senza età del Paese vuoto

di Ilvo Diamanti

È il tempo della demografia. Argomento importante e discusso almeno quanto la democrazia. È sufficiente, a questo proposito, osservare le manifestazioni e gli avvenimenti che hanno mobilitato il Paese, in questa fase. In nome della famiglia e delle unioni civili. Delle adozioni e della maternità surrogata. Questioni di grande rilievo etico e politico. Ma, indubbiamente, anche “demografico”.

Come, a maggior ragione, le migrazioni che, da mesi, proseguono, dall’Africa e dal Medio Oriente. E premono alle nostre frontiere. È il tempo della demografia. Un tempo inquieto, pervaso di paure e tensioni. E grandi discussioni. In ambito politico, mediatico. E sociale. Perché la demografia è importante quanto la democrazia. I due piani: si incrociano e si condizionano reciprocamente. Basti pensare a come democrazie considerate all’avanguardia dei diritti reagiscano alle sfide demografiche. Ai movimenti migratori che “risalgono” da Sud verso il Nord. La Svezia: ha deciso di espellere 80mila immigrati. Di rimpatriarli, con voli speciali. Mentre la Finlandia intende seguirne l’esempio. Promette di rimandarne a casa almeno 20mila. In Danimarca, invece, il governo liberale, con il sostegno dell’opposizione socialdemocratica, ha deciso effettuare prelievi forzosi sui beni personali dei richiedenti asilo, per sostenere le spese di accoglienza. In Italia non sono state ancora prese decisioni di questo genere. Ma le tensioni e le discussioni politiche sono accese. Da anni. D’altronde, Lampedusa è stata, fino a poco tempo fa, la prima “porta verso l’Europa” dell’immigrazione in fuga dalla Libia. Prima che i flussi si spostassero verso la Grecia e la Turchia. Spinti dai conflitti con l’Is nell’area fra Siria e Iraq. Ma la “questione migratoria” ha continuato a essere agitata dagli “imprenditori della paura”. Che alimentano la minaccia dell’invasione. Gli stranieri alle porte, che minacciano il nostro benessere. Il nostro futuro. Un argomento inquietante – e dunque attraente – in questi tempi inquieti.

Noi, d’altronde, siamo un Paese in “transizione”, sotto il profilo democratico (anche se la transizione, suggerisce Stefano Ceccanti, in un saggio in uscita per Giappichelli, sarebbe “quasi finita”). Ma in via di “estinzione” sotto il profilo demografico (come suggerisce il dossier del Foglio di lunedì scorso). I dati, al proposito, sono noti da tempo. Ma, di recente, appaiono perfino drammatizzati. Per la prima volta, dopo il biennio 1917-18, cioè dall’epoca della Grande Guerra, la popolazione residente in Italia, nel 2015, è diminuita. Di circa 150 mila unità, segnala il demografo Gian Carlo Blangiardo (sul portale neodemos.info). Perché sono aumentati i decessi, mentre le nascite hanno continuato a calare. E il contributo demografico degli immigrati si è molto ridimensionato, rispetto ad alcuni anni prima. La paura dell’invasione, dunque, contrasta con la realtà dei fatti. Ma anche con la posizione (e la percezione) dell’Italia, presso gli stranieri. Il nostro Paese, infatti, agli immigrati che arrivano appare prevalentemente un “luogo di passaggio”. Una stazione provvisoria. Verso altre destinazioni, più ambite. D’altronde, i flussi migratori sono strettamente legati agli indici di crescita economica e dell’occupazione. Ma anche all’estensione del welfare. Condizioni favorevoli all’accoglienza, che, tuttavia, si stanno deteriorando ovunque, in Europa. E da noi in modo particolare.

La nostra “demografia”, dunque, soffre. Come la nostra economia e la nostra occupazione, che difficilmente avrebbero potuto svilupparsi, negli ultimi vent’anni, senza il “soccorso” degli immigrati. Noi, tuttavia, non ce ne accorgiamo. E soffriamo l’arrivo degli “altri”. Il nostro declino demografico riflette, inoltre, l’invecchiamento. La popolazione anziana (da convenzione: oltre 65 anni), in Italia, costituisce, infatti, il 21,4% della popolazione. Il dato più alto in Europa, dove la media è del 18,5%. Accanto a noi, solo la Germania. Per avere un’idea della crescita, si pensi che, nel 1983, la quota di popolazione anziana, da noi, era intorno al 13%. Sul piano globale, l’Italia è già oggi il terzo paese per livello di invecchiamento, anche perché appena il 14% dei residenti è al di sotto dei 15 anni. D’altronde, noi invecchiamo in misura maggiore che altrove non solo per la caduta dei tassi di natalità e per l’aumento della mortalità, ma perché l’emigrazione colpisce anche noi. Sono partiti dall’Italia quasi 95mila italiani nel 2013 (secondo il Rapporto della Fondazione Migrantes), poco meno di 80mila nell’anno precedente. Molti più degli stranieri arrivati in questi anni. Si tratta, soprattutto, di giovani (fra 18 e 34 anni). In possesso di titolo di studio elevato. I nostri giovani, i nostri figli. Soprattutto se dispongono di un grado di istruzione elevato. E ambiscono a occupazioni adeguate. Se ne vanno. Praticamente tutti. Perché l’Italia non riesce a trattenerli. A offrire loro opportunità qualificanti. Così invecchiamo sempre di più. E ci sentiamo sempre più soli. Anche se ci illudiamo di restare giovani sempre più a lungo. Per sempre giovani. Basti pensare che (secondo un sondaggio dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos-Oss. Pavia e Fondazione Unipolis, di prossima pubblicazione) il 19% degli italiani pensa che la giovinezza possa durare anche oltre i 60 anni. Il 45% che finisca tra 50 e 60 anni.

Io, che, a 63 anni compiuti, mi considero (almeno) anziano, senza rimpianti e, anzi, con una certa soddisfazione, per aver conquistato il “privilegio” di una maturità avanzata, mi devo rassegnare. Alla condanna di non invecchiare. O meglio (peggio…), di non diventare adulto. Una minaccia che, come hanno rammentato di recente Ezio Mauro (su Repubblica) e Gustavo Zagrebelsky (in un saggio pubblicato da Einaudi), incombe su di noi. In particolare, sugli italiani. Abitanti di un Paese che non c’è. In un tempo che non c’è. Per questo dovremmo fare appello alla demografia. Leggerne le indicazioni e gli ammonimenti. Ma per non estinguerci, per non finire ai margini, dovremmo davvero chiudere le frontiere. Verso Nord. Per impedire agli immigrati – come ai nostri giovani – di andarsene altrove. E di lasciarci “a casa nostra”. Sempre più vecchi. Sempre più soli. Sempre più incazzati. Con gli altri. Ma, in realtà: con noi stessi.

La Repubblica  2016

Il viaggio di Francesco e la cultura dell’incontro

di Enzo Bianchi

Cinque secoli sono passati da quel giorno in cui un monaco agostiniano affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg il suo “manifesto” che chiedeva una riforma della vita e della dottrina allora dominante nella chiesa cattolica. Iniziava in quel giorno una “protesta” che aveva come fine il ritorno al vangelo: Martin Lutero — un uomo “morsicato” da Dio e assetato di una salvezza misericordiosa — scoperto che l’amore di Dio non deve mai essere meritato, diventò la voce possente, tesa a ridare il primato alla Scrittura, alla grazia-amore gratuito di Dio e a Cristo, Signore della sua chiesa.

Il bisogno di una riforma della vita della chiesa romana era da decenni avvertito con dolore e manifestato anche da alti rappresentanti della curia romana — quali i cardinali Chieregati, Pole e Contarini — oltre che da molti umanisti come Erasmo e altri testimoni presenti nelle diverse aree europee, tuttavia avevano sempre prevalso una sordità e una mancanza di volontà nel mutare atteggiamenti e costumi, soprattutto nella vita dei prelati e del clero.

E così, a poco a poco, accadde l’irreparabile: lo scisma della cristianità occidentale tra cattolici e protestanti, il dramma più lacerante nella storia della cristianità occidentale perché ben presto la chiesa cattolica si vide privata di molte membra nel Nord Europa. Lutero non prevedeva né voleva quella frattura, ma la sordità di Roma e soprattutto gli interessi della politica dei regnanti portarono in modo accelerato all’elaborazione di due vie cristiane diverse, non nella confessione battesimale trinitaria di Cristo Signore, ma nella forma della chiesa.

Sono passati cinque secoli e non possiamo tacere la tragedia, fatta non solo di scomuniche reciproche, ma anche di guerre, di roghi e di torture che manifestarono come quelle chiese, pur di difendere la propria verità, facessero ricorso a mezzi in contraddizione radicale con quel vangelo che ciascuna di esse professava di voler difendere e conservare puro. Cinque secoli di cammino percorso gli uni senza gli altri, con sviluppi teologici e anche violenze concrete gli uni contro gli altri, con concorrenza missionaria e permanente ostilità, sicché il cristianesimo in Occidente appare da allora irrimediabilmente lacerato.
Solo all’inizio del secolo scorso, a motivo degli ostacoli incontrati nella missione delle chiese nei Paesi coloniali, dovuti alla divisione, si è cominciato a percepirne lo scandalo. Da allora si è intrapreso un lungo cammino, accelerato per i cattolici dal concilio Vaticano II. E oggi, a che punto siamo nei rapporti tra i cattolici e i “protestanti”, cioè i cristiani nati dalla riforma e distinti in chiese e comunità ecclesiali? Va riconosciuto che papa Francesco, proprio nei confronti dei protestanti, ha segnato un atteggiamento nuovo anche rispetto alle proprie posizioni del passato, un atteggiamento peraltro non condiviso da una parte dei cattolici stessi. Non a caso la sua partecipazione alla “commemorazione” della riforma ha posto e pone dei problemi. Se infatti la celebrazione era prevista da anni nel mondo protestante ed è stata preparata anche da un documento redatto da una commissione teologica bilaterale cattolico-luterana che invita a passare “Dal conflitto alla comunione”, ci si è tuttavia interrogati fino allo scorso anno sulla possibilità e l’opportunità che anche la chiesa cattolica partecipasse a tale evento. È infatti pensiero consolidato nel mondo cattolico che i protestanti hanno abbandonato la chiesa cattolica per altre vie e che, di conseguenza, non hanno conservato la tradizione della chiesa universale. Si può festeggiare insieme un evento che è stato inimicizia tra fratelli, rottura, divisione, contraddizione alla volontà dell’unico Signore? Ma papa Francesco, con la sua capacità di porre gesti profetici, ha manifestato la volontà di prendere parte oggi alla memoria celebrata a Lund in Svezia dove cinquant’anni fa iniziarono i dialoghi di riconciliazione tra chiesa luterana e chiesa cattolica. Alla sua audacia ha risposto l’altrettanto sofferta e coraggiosa decisione della Federazione luterana mondiale di accogliere l’inattesa richiesta e invitare formalmente il papa. E così l’apparentemente impossibile, con papa Francesco è diventato possibile: cattolici e protestanti possono stare insieme davanti al Signore, confessare la fede nella sua qualità di Risorto vivente e salvatore del mondo, ringraziarlo perché ha dato oggi ai suoi discepoli di comprendere insieme che il vangelo ha il primato nella vita di ogni cristiano e che la chiesa abbisogna sempre di essere riformata per essere il corpo di Cristo nella storia.

Le divisioni per ora permangono e paiono lontane dalla ricomposizione, anche perché nel frattempo cattolici e protestanti hanno elaborato aspettative e forme diverse dell’unità ricercata. Se molti protestanti pensano alla comunione tra le chiese come diversità che si accettano reciprocamente, la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa conservano dell’unità il concetto tradizionale: unità non solo nel battesimo, ma anche nella fede e nella celebrazione eucaristica, unità sinfonica plurale sì, ma compaginata dai vescovi successori degli apostoli e presieduta nella carità dal vescovo di Roma, successore di Pietro.

Oggi siamo tutti convinti che l’elemento decisivo resta il battesimo, la vita di fede conforme al vangelo: e questo lo possiamo affermare insieme. Le diffidenze reciproche ancora esistono e sono sovente alimentate ed espresse soprattutto dove e quando si accende un conflitto di etiche. Per molti aspetti, infatti, il fossato tra cattolici e protestanti si è fatto più profondo in questi anni, proprio sui temi della morale sessuale. Ma nell’approfondimento della fede ci sono stati passi significativi di profonda convergenza su alcune verità, come la giustificazione attraverso la fede, cioè il riconoscimento che Dio rende giusto il peccatore gratuitamente, per l’abbondanza del suo amore che non va mai meritato. Questo, unitamente alla forza dirompente dell’“ecumenismo del sangue”, cioè la testimonianza offerta dai martiri di ogni chiesa, ha reso possibile ciò che fino a pochi decenni fa pareva utopia: il volto di Dio testimoniato insieme dai cristiani risplende di luce evangelica, meno deformato dalle antiche rivalità tra confessioni contrapposte.

In ogni caso papa Francesco pratica testardamente la cultura dell’incontro, del dialogo, della vicinanza concreta all’altro e li rinnova ogni giorno in questo mondo sempre più segnato da scontri, distanze, innalzamenti di muri, esclusione del diverso.

Priore della Comunità monastica di Bose

in “la Repubblica” del 31 ottobre 2016

Buoni segnali dall’islam

di Ernesto Galli Della Loggia

Nel mondo arabo-islamico sembrano delinearsi mutamenti importanti in tema di tolleranza religiosa, come quelli citati sulla prima pagina dell’«Osservatore Romano» da Zouhir Louassini, giornalista marocchino residente in Italia.

Proprio quelli che, come chi scrive, in questi ultimi anni non ha mai fatto mancare un giudizio critico, talvolta anche aspramente critico, verso aspetti centrali delle società islamiche, a cominciare da quegli aspetti che sono espressione in un modo o nell’altro del retroterra religioso di tali società, proprio questi ha il dovere più di altri di informare su fatti significativi di segno opposto che pure accadono. Come quelli, per l’appunto, che ha riferito sulla prima pagina dell’«Osservatore Romano» di sabato Zouhir Louassini, un valente giornalista marocchino residente da tempo in Italia. Eccoli riassunti in pochissime righe.

Primo: lo sceicco al Tayyb, sceicco della famosa università cairota al-Azhar, intervistato alla tv da un giornalista dichiara, parlando in arabo, che il Cristianesimo «è una religione di amore e di pace che (…) invita addirittura ad amare i propri nemici». Ancora: è capitato di recente che i social media del mondo arabo siano stati invasi da un video visto da moltissimi spettatori, che mostra il battesimo di un convertito di origine siriano; ne è seguita una marea di commenti: molti anche assai aspri, ma non pochi che invece hanno sostenuto la libertà di scelta individuale pure in una materia a cui l’Islam è notoriamente quanto mai sensibile. E infine, il 24 ottobre, un seguitissimo giornale on line marocchino ha aperto un dibattito sul fenomeno della conversione di molti marocchini al Cristianesimo; anche qui sono seguite polemiche feroci ma pure molti interventi a favore della libertà religiosa. Come si vede, nel mondo arabo-islamico mutamenti importanti sembrano delinearsi (per il momento non si può dire niente di più, ma già non è poco).

Louassini termina il suo articolo sull’«Osservatore» chiedendosi: «Perché tutto questo dibattito aspro ma aperto non interessa ai media occidentali?». Ecco una risposta: come si vede a questo giornale interessa.

in “Corriere della Sera” del 31 ottobre 2016

Tre storie e una domanda

di Zouhir Louassin

Tre storie recenti tratte dai media in lingua araba. Con una domanda che non ha bisogno di commenti.
La prima storia è un’intervista trasmessa dalla tv satellitare egiziana il 7 ottobre scorso. Un giornalista chiede ad Ahmad Muhammad al-Tayyib, lo sceicco della famosa università islamica al-zhar, cosa pensa del cristianesimo.

La risposta di al-Tayyib — ovviamente in lingua araba e quindi destinata a una platea vastissima e in stragrande maggioranza di fede islamica — è stata questa: «Il cristianesimo è una religione di amore e di pace. È una religione che aiuta a diffondere la pace. Invita ad dirittura ad amare i propri nemici».

La seconda storia è quella di Wallat Mustafa, il primo rifugiato siriano convertitosi al cristianesimo. La vicenda rimbalza su internet. I social media mostrano il video del suo battesimo, un documento che fa furore tra i musulmani. Questi reagiscono con i commenti più diversi: molti lo criticano, altri lo insultano, ma moltissimi insistono sulla sua libertà di scelta. Qualcuno si chiede addirittura se la conversione non sia colpa dell’islam fanatico che si è impossessato di questa grande religione, spingendo molti musulmani a rinnegarla.

La terza storia viene dal Marocco. Il giornale online Hespress — più di un milione di visite al giorno — ha avviato il 24 ottobre un dibattito sul fenomeno della conversione di molti marocchini al cristianesimo. Dopo una campagna intitolata «Marocchino e cristiano», diffusa su Facebook e YouTube, alcuni attivisti e difensori della libertà di religione sono riusciti ad accendere l’attenzione dell’opinione pubblica su questo nuovo tema. Si ragiona insomma sul diritto di convertirsi ad altre religioni.
Certo, non si tratta di un dialogo socratico: i toni non sono sempre calmi e distesi. Tuttavia emerge, chiara, la volontà di dialogare, sia nei testi giornalistici sia tra i lettori che li commentano. È un dibattito promettente ancora ai suoi primi passi. Se è vero che «ogni albero si riconosce dal suo frutto», allora bisogna aspettare per giudicare. Le tre storie si possono trovare in rete cercando masihhiyya (“cristianesimo”) con un motore di ricerca. E ora la domanda: perché questo dibattito aspro ma aperto non interessa i media occidentali?

in “L’Osservatore Romano” del 31 ottobre 2016

Francesco, Lutero e il valore condiviso della riforma

di Eugenio Scalfari

Il 31 ottobre del 1517 Martin Lutero affisse sulla porta della cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi che inaugurarono ufficialmente la religione luterana, ma già l’anno prima il contenuto di quelle tesi era stato elaborato e reso pubblico nelle riunioni dei monaci agostiniani dei quali Lutero era stato nominato vicario generale.
Si dà il caso che in quella stessa data si compie domani mezzo millennio. Il nostro papa Francesco non poteva esimersi dal partecipare a questa ricorrenza che sarà celebrata a Lund in Svezia dai luterani guidati dal rappresentante mondiale di quella religione. La messa sarà naturalmente celebrata da loro. Papa Francesco vi parteciperà pregando e poi terrà un discorso sulla Riforma.

Ho avuto l’onore di ricevere tre giorni fa una telefonata da Lui che desiderava — così mi ha detto — parlare con me di quella Riforma che ebbe un’enorme importanza per tutta la Chiesa e mise in moto allora il luteranesimo ma, in seguito, l’intera galassia protestante che conta ormai nella sua interezza 800 milioni di fedeli. I luterani veri e propri sono una minoranza, 80 milioni in tutto, cioè un decimo del protestantesimo. I cattolici sono un miliardo e trecento milioni.
Se si aggiungono gli ortodossi, gli anglicani, i valdesi, i copti, si superano i 2 miliardi di anime fedeli. Papa Francesco sa che ho studiato abbastanza a fondo la vita di Lutero e la sua Riforma e mi sono chiesto quale sia il rapporto di Francesco con le altre Chiese cristiane al di là dei riti e delle credenze.
Francesco — è bene ricordarlo — crede nell’unicità di Dio. Questo significa che tutte le religioni, a cominciare da quelle monoteistiche ma anche le altre, credono in quel Dio al quale arrivano ciascuna attraverso le sue Scritture, la sua teologia, la sua dottrina e i suoi canoni. Tutte quindi dovrebbero affratellarsi e questo è il risultato che Francesco persegue pur essendo ben consapevole che ci vorranno molti e molti anni per ottenerlo.
Ma per quanto concerne le altre Chiese cristiane l’obiettivo non è soltanto l’affratelamento ma addirittura l’unificazione. Non sembri un’incongruenza se dico che l’unificazione delle Chiese cristiane è ancora più difficile dell’affratellamento con le altre religioni. La ragione di questa difficoltà è comprensibile: la loro unificazione mette in gioco anche le strutture liturgiche e canoniche e deve riguardare anche origini scissionistiche di cui quella luterana fu cronologicamente la prima. Forse la seconda se si considerano i catari il cui movimento religioso avvenne nel XIV secolo e provocò addirittura una Crociata contro di loro ed il loro annientamento anche fisico da parte di truppe mobilitate dai Signori della Provenza. I soli religiosamente e fisicamente risparmiati furono i seguaci di Pietro Valdo. La Chiesa valdese è ancora presente in poche comunità in Piemonte ed anche a Roma, ma conserva un’autorevolezza amorevole. Papa Francesco ne incontrò l’anno scorso i dirigenti a Torino e chiese addirittura il perdono a nome della cattolicità per quella deplorevole Crociata che bagnò di sangue esseri umani, anch’essi avviati sulla strada del male per difendere la propria vita.
Per concludere la prima parte di queste riflessioni aggiungo che Lutero toccò il culmine della sua vita di riformatore negli anni che vanno dal 1510, quando cominciò a condannare la simonia della Chiesa di Roma con la vendita delle cosiddette indulgenze e fu scomunicato dal papa mediceo Leone X, fino alle tesi di Wittenberg del 1517 e fino al 1520. Ma poi il suo pensiero cambiò e altrettanto i suoi atti. Volle essere il sovrano assoluto della sua Chiesa, diventò conservatore, prepotente, si sposò, si mischiò con la politica e alla fine decise che i luterani dovevano far guerra non soltanto ai cattolici ma a tutte le Chiese protestanti, da quella di Calvino e agli Ugonotti francesi. Decise infine che i luterani dovevano essere soltanto l’unica religione della Germania.
Papa Francesco infatti celebrerà a Lund soltanto il Lutero riformatore. La sua vita successiva non lo riguarda. Non so se lo dirà esplicitamente a Lund. A me l’ha detto e ritengo opportuno riferirlo.
Ma il tema sul quale mi ha più a lungo intrattenuto riguarda la Riforma della Chiesa. Della sua Chiesa: la Misericordia e quindi i poveri, la loro accoglienza se sono immigrati, quale che sia la loro religione o nessuna. È probabile che su questo tema Francesco parli anche a Lund e il giorno successivo a Malmö, dove incontrerà i cattolici di quella regione con l’occasione delle ricorrenze dei Santi e dei morti nel calendario ecclesiastico.
La Misericordia, alla quale è intitolato il Giubileo da Lui indetto e tuttora in corso fino alla fine di quest’anno, non è la stessa cosa del perdono. È un dono spirituale che il Signore fa a tutti noi per il solo fatto d’averci creato e che noi a nostra volta dobbiamo fare a tutti nei modi e nei bisogni che dimostrano e che ciascuno di noi deve fare al prossimo. Questa è la tesi di papa Francesco. Si dirà — ed è vero — che questa è anche la tesi della Chiesa, in teoria. Ma nella pratica sono molti i vescovi che la applicano in modo restrittivo. L’esempio più lampante riguarda le comunità e le famiglie. Molti vescovi e molti sacerdoti lesinano o addirittura negano il loro dono di misericordia a chi non è in linea con i canoni ecclesiastici.
Francesco non la pensa così e su questo adotta il punto centrale della Riforma luterana quando supera l’intermediazione dei sacerdoti tra i fedeli e Dio. Il rapporto è diretto: ogni singolo che cerca Dio può naturalmente valersi dell’incoraggiamento e perfino dell’intermediazione dei sacerdoti, ma può anche cercare e trovare quel rapporto con Dio direttamente: si tratta di una necessità che la sua anima sente ed è l’anima che cerca, trova e ne è illuminata.
Ricordate l’Innominato del Manzoni quando, dopo essere stato per molti anni il signore del male sente improvvisamente dentro di sé un immenso dolore e il bisogno d’esser misericordioso con le sue vittime e chiede di incontrarsi col cardinale Borromeo che lo esorta e gli spiega come dentro di lui è nata la misericordia e il desiderio di avere un rapporto con Dio. Questo ci dice con grande efficacia il Manzoni su come nasce nell’anima la misericordia e quale sia la funzione del clero.
Questa in realtà è la profonda ragione che ha spinto Francesco ad esser presente a Lund nel giorno di ricorrenza dei 500 anni della Riforma luterana. La Chiesa ha sempre accettato anzi incoraggiato il rapporto diretto delle anime con Dio ma al tempo stesso ha ribadito che quel rapporto diretto si compie attraverso il clero che amministra i sacramenti. Di fatto avviene così ed è sempre avvenuto ma in un tempo assai remoto erano i fedeli stessi ad amministrare i sacramenti e l’eucarestia in particolare, l’unico sacramento che Gesù creò, secondo tutti i Vangeli, durante l’ultima Cena trasformando il pane ed il vino nel suo corpo e nel suo sangue.
I cristiani dei primi secoli così facevano ed è questa — a guardar bene — l’intima essenza di quanto pensa l’attuale Pontefice non nella forma ma certamente nella sua sostanza.
La Misericordia di Francesco è la rivoluzione che sta compiendo e che non è affatto facile. Implica perfino aspetti evidenti di politica religiosa, quando vede in prospettiva una società spiritualmente globale, integrata dalle culture, dalla fratellanza e amicizia fraterna degli spiriti. Così si spiega anche il nome del Santo di Assisi che si affratellava con tutto ciò che vive, dal lupo al fiore, dai fratelli in Cristo fino ai musulmani. E perfino (è vero Francesco?) con sorella morte. Così abbiamo pensato e in parte abbiamo detto insieme, affratellando due persone di diverso sentire e di diverso modo di vivere. Tutti sono fratelli perché diversi ed è questa la bellezza della vita.

La Repubblica 30 ottobre 2016

L’Europa, i decimali e i valori perduti della convivenza

Marco Cianca

C’è qualcosa di marcio, in Europa. Sì, vale la pena di parafrasare Shakespeare perché i toni sono ormai da tragedia. Gli gnomi di Bruxelles contestano il bilancio dell’Italia, pochi decimali di deficit bastano per essere messi all’indice. Obnubilati dai conti, gli inquisitori del rigore hanno del tutto perso di vista l’essenza della vita umana. Il debito pubblico è diventato il peccato originale, le ragioni dello stare assieme, i fondamenti del contratto sociale, non contano nulla. E così nel giorno dell’ultimatum al nostro governo con la richiesta di chiarimenti sulla manovra economica, a Gorino, in provincia di Ferrara, i locali pescatori di vongole e le loro famiglie hanno impedito a dodici giovani nere e ai loro bambini di essere accolti nell’ostello del Paese.

Una grigliata ha festeggiato la triste vittoria. Immagine barbarica, l’odore della carne portato dal vento a suggellare la forza della tribù. Chissà se qualche refolo è giunto alle narici dei custodi della purezza dell’euro. Hanno cominciato con il mettere in ginocchio la Grecia, culla della civiltà. E ora si limitano ad aggrottare le ciglia di fronte all’ondata di immigrati che sta invadendo l’Italia.

Gli abitanti di Gorino giurano di non essere razzisti. E hanno ragione, le ragazze sono state respinte non per il colore della pelle ma perché, quando si ha poco, prevale la paura di perdere quel poco. L’Europa ci ha lasciati soli, e in questa drammatica solitudine stiamo dando il peggio di noi stessi. Il buonismo, il politicamente corretto, l’ostentata cultura dell’accoglienza, hanno impedito di vedere la cancrena che si sta propagando nel tessuto sociale. In tutti i paesi dove sono stati mandati i migranti con un atto d’imperio senza il reale coinvolgimento della popolazione, il disagio è dilagato. Essere umani parcheggiati per un tempo infinito, che ciondolano nelle strade, magari dando fastidio alle ragazze o compiendo piccoli reati. E poi mendicanti di ogni foggia, lavavetri insistenti, rovistatori di cassonetti, passeggeri insolenti e non paganti dei mezzi pubblici. L’eccesso di tolleranza crea l’intolleranza. E un grido di rabbia e d’impotenza si leva da Lampedusa a Ventimiglia, nelle periferie degradate, nei quartieri dormitori, persino in zone centrali delle città, come Colle Oppio a Roma. «Hanno più diritti di noi», urlano gli abitanti. Convinti che alloggi e sussidi spettino più agli immigrati che agli italiani indigenti.

Poi c’è la criminalità organizzata, quella che trasforma le nigeriane in prostitute e i senegalesi in schiavi per raccogliere i pomodori. Le inchieste giornalistiche sui centri di accoglienza fanno accapponare la pelle. Scene dall’inferno, con sempre qualcuno che si arricchisce alle spalle degli immigrati. Criminali gli scafisti, criminali gli sfruttatori. Due categorie spesso in combutta tra di loro.

Il compito di affrontare tutto questo è immane. Di certo serve più rigore, bisogna fare in modo che le regole valgano per tutti senza dare l’impressione d’incomprensibili tolleranze. Vengono in Italia, rispettino le leggi dell’Italia.Già questo sarebbe un segnale importante. Ma soprattutto servono soldi. Servono nuove strutture, serve una capillare campagna di cultura dell’accoglienza, serve il controllo del territorio, serve una gestione ferrea dei flussi, serve che questa diventi la vera emergenza nazionale. E qui rientra in gioco l’indifferenza dell’Europa. Una civica ignavia che fornisce linfa a chi alza muri e spiazza chi costruisce ponti. Si parla sempre d’altro, di moneta e di commerci. Gunther Mai, università di Erfurt, ricorda che nel gennaio del 1933, mentre Hitler preparava la presa del potere, «il governo del Reich era impegnato a discutere di pomodori, formaggi e cavoli» (La repubblica di Weimar, il Mulino).

Certo, il problema non è solo europeo. Donald Trump ha fatto del contrasto all’immigrazione, messicani e mussulmani in testa, uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Il seme dell’odio è gettato e qua e là germoglia pericolosamente. Povera gente contro i dannati della terra. Un’umanità dolente che danza sull’orlo dell’abisso. Con l’incubo del terrorismo e della guerra.

Dovrebbe essere il vecchio continente a dare l’esempio e tenere alta la fiaccola della convivenza. Ma così non è. L’uscita della Grane Bretagna non basta come campanello d’allarme. I grandi partiti d’ispirazione cattolica e quelli socialdemocratici vivacchiano, incapaci di elaborare una forte e credibileweltanschauung. E la demagogia populista e xenofoba prospera. Le classi dirigenti, le elite, i benestanti, i garantiti sono sordi e ciechi. Chiusi nelle loro fortezze proibite. Don Julián Carrón, il successore di Luigi Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, in suo libro, evidenzia l’importanza di aprirsi all’altro. La bellezza disarmata, la chiama. Ma al momento trionfa la bruttezza armata.

Corriere della sera 28 ottobre 2016

Se il confronto diventa un lusso

di Nunzio Galantino

La velocità con la quale alcuni eventi irrompono nel panorama della comunicazione lascia poco spazio e scampoli di tempo alla riflessione e a risposte pensate. Basta fermarsi agli ultimi giorni. Il confronto, o meglio lo scontro Italia-Ue su questioni di bilanci.
Lo smantellamento della “Giungla” di Calais, la ricollocazione dei profughi (alcuni continuano a chiamarli tutti e solo «clandestini»), la lenta e inesorabile agonia di Aleppo, la battaglia che si sta combattendo intorno a Mosul accompagnata dal destino atroce toccato a tanti bambini, uomini e donne desiderosi solo di poter vivere una vita normale; una battaglia che si sta consumando per strade e in villaggi che conosco perché attraversati da me in uno dei viaggi in Iraq.

Assieme alla violenza con la quale si è rifatto vivo il terremoto nel Centro Italia, questi sono solo gli eventi più vistosi di fronte ai quali siamo costretti, sempre più frequentemente e nella migliore delle ipotesi, a “reagire” più che a “interagire”. Gli stessi spazi per elaborare riflessioni e risposte pensate e responsabili – quando ci sono – non sembrano spazi affollati da gente desiderosa di “pensare prima di parlare”. Sta diventando un lusso fermarsi a incontrare, ascoltare, conoscere ed elaborare letture più o meno condivise ma sempre e comunque frutto di confronto. Mi mette tanta tristezza tutto questo. Soprattutto quando sono costretto a prendere atto che lo stesso atteggiamento vale – accompagnato da una discreta dose di inutile aggressività – anche per argomenti “interni” a gruppi di ispirazione religiosa. I social poi fanno il resto, contribuendo a moltiplicare l’effetto contagio senza che a nessuno dei partecipanti venga voglia di verificare se la catena di reazioni innescata abbia un fondamento reale o sia partita soltanto dalla voglia di qualcuno che si autopromuove “esegeta” di parole mai dette e di atteggiamenti mai espressi; della serie: «Vi spiego io…» oppure: «Traduco io…»!

Per fortuna però c’è ancora chi crede alla possibilità di aprire spazi abilitati alla riflessione e al confronto nonostante un clima culturale che fa fatica ad affrancarsi dalla dittatura più o meno esplicita del pensiero unico. A una di queste iniziative ho partecipato qualche giorno fa condividendo l’obiettivo di verificare la possibilità di avanzare proposte credibili e fondate, capaci di ridarci il gusto dell’azione e delle scelte concrete a partire dalla riflessione. Si è parlato di “Umanesimo cristiano” ai Martedì della Gregoriana: un’iniziativa promossa dal Centro fede e cultura “Alberto Hurtado” della Pontificia Università Gregoriana, a Roma. Mi ha colpito soprattutto il desiderio di recuperare le motivazioni per un impegno che diventa urgente in un mondo, il nostro, affascinato da… l’indifferenza! Ho detto e ho sentito confermare che oggi è possibile vivere e proporre un nuovo umanesimo solo partendo dall’ascolto del vissuto, riconoscendo la bellezza dell’umano “in atto”, pur senza ignorarne i limiti; privilegiando un umanesimo incarnato, capace di riconoscere i bisogni anche meno manifesti e di immaginare azioni di risposta adeguate, non ossessionate dall’efficienza, ma capaci, se necessario, di eccedere persino la domanda; serbando gelosamente un umanesimo di interiorità e di trascendenza, innervato anche da esperienze d’incontro orante, di preghiera personale e comunitaria, di “affaccio” rispettoso sull’alterità di Dio e dell’altro uomo.

È ovvio, si è detto: si tratta di sfide tutt’altro che irrisorie e di operazioni nient’affatto scontate nell’attuale clima culturale, più propenso a livellare le differenze che ad armonizzarle, a globalizzare (nel senso deteriore del termine) piuttosto che a comporre. Ciò accade spesso in sordina: la logica del confronto, tanto rivendicata negli slogan della politica e dei talk-show, si riduce spesso a un semplice rimescolamento delle prospettive, a un appiattimento di voci e differenze da cui è possibile desumere soltanto due cose: l’autoreferenzialità del singolo, sempre più solo e abbandonato a sé, e la frammentazione del vissuto, mancante di mappe e princìpi guida. Cosa di più chiaro per descrivere alcuni aspetti della temperie culturale nella quale stiamo vivendo di un passaggio presente nella traccia che ha preparato il Convegno ecclesiale di Firenze del Novembre scorso? «In questa fase di grandi cambiamenti culturali assistiamo […] non semplicemente al confrontarsi, e a volte al confondersi, di molte prospettive sull’umano, bensì anche al frantumarsi o allo smarrirsi dello sguardo. Il crollo di ideologie totalizzanti lascia il posto a nuove visioni e all’affermarsi di nuovi saperi che pretendono di descrivere e spiegare i comportamenti umani tramite automatismi o processi calcolabili. Nel modo di vivere, prima ancora che sul piano teorico, si diffonde la convinzione che non si possa neppure dire cosa significhi essere uomo e donna. Tutto sembra liquefarsi in un “brodo” di equivalenze. Nessun criterio condiviso, per orientare le scelte pubbliche e private, sembra resistere e tutto si riduce all’arbitrio e alle contingenze. Esistono solo situazioni, bisogni ed esperienze nelle quali siamo implicati: schegge di tempo e di vita, spezzoni di relazioni da gestire e da tenere insieme unicamente con la volontà o con la capacità organizzativa del singolo, finché ce la fa».

In questo contesto si aprono straordinarie possibilità per una risposta coraggiosa, alternativa, di segno diverso e quasi eversivo, come quella raccolta, e per giunta programmaticamente, dal cristianesimo nei secoli e al netto di inutili crociate. Proprio laddove la contemporaneità sembra sfuggire a un impegno di sintesi, la fede cristiana invita a gettarsi nella mischia, spendendosi per una globalità non livellante, superando barriere e cercando di incontrare quelle “periferie” dell’umano che proprio una certa modernità ha messo al bando, investendo tempo e risorse non alla cieca, ma con il preciso intento di ricomporre in armonia, senza schiacciarle, tutte le differenze. Ecco dunque dischiuso lo spazio di lavoro per chi non vuole annegare nell’indifferenza e nell’appiattimento culturale. Bisognerà cominciare mostrando tutti i limiti di un certo modello umanistico “vitruviano” per contrapporvi la sfigurata bellezza dell’uomo della Sindone. Il modello “vitruviano”, nella celebre riproduzione di Leonardo, raffigura l’uomo bene figuratus, la cui armonia di proporzioni è infallibilmente inscritta nelle figure più perfette della geometria. Nell’uomo della Sindone, invece, non vi è alcuna vera arte, ma solo la possibilità di raccontare una testimonianza. Vi è un corpo di un uomo che non è tra la vita e la morte, ma tra la morte e la vita. Non vi è una ricerca tra proporzioni geometriche, né vi è lo sviluppo di un canone che manifesti un punto di partenza per ogni artista proteso a comprendere il rapporto tra l’uomo e il mondo. L’uomo della Sindone non ha forme perfette, eppure riflette la pienezza dell’amore.

in “Il Sole 24 Ore” del 29 ottobre 2016

Cinquanta giovani in Vaticano per progettare lo sviluppo sostenibile

di Giorgio Bernardelli

Malav viene dell’India ed è un giovane designer che spende il suo talento per progettare soluzioni che rendano più accessibile la sanità alle comunità più povere. Gabriela, messicana di ventiquattro anni, fa parte dell’associazione Ingegneri senza frontiere; al suo attivo ha già un sistema che ha permesso l’accesso all’acqua potabile a 400 persone in un’area rurale prima sprovvista. Mariyeh a Teheran sta frequentando un master in biomateriali; ma nello stesso tempo si pone la questione di come risolvere la piaga del lavoro minorile. Joanna, polacca, si occupa invece dello sviluppo di sistemi leggeri di energie rinnovabili, per migliorare la qualità della vita nelle comunità più svantaggiate; ora, per esempio, sta lavorando al progetto «energia per l’istruzione» in Tajikistan.

Sono solo alcuni dei profili dei cinquanta giovani leader provenienti da trenta Paesi di tutti e cinque i continenti che da stasera e fino a lunedì alla Casina Pio IV, la sede della Pontificia Accademia delle Scienze, prendono parte al Vatican Youth Symposium, un incontro tra giovani makers con a tema la questione dello sviluppo sostenibile. Motore dell’iniziativa – insieme all’organismo vaticano – sono le Nazioni Unite, attraverso il Sustainable Development Solutions Network, un dipartimento voluto nel 2012 dal segretario generale Ban Ki-moon per promuovere il coinvolgimento della scienza e della tecnologia nel raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, i traguardi che l’Onu si è data per affrontare entro il 2030 grandi sfide globali come la lotta alla fame, il miglioramento delle condizioni sanitarie, la lotta alla povertà, la salvaguardia dell’ambiente… Dall’anno scorso questo dipartimento ha aperto anche una sezione giovani, a partire dall’intuizione che la creatività di chi oggi ha meno di trent’anni sia una risorsa essenziale per promuovere lo sviluppo. E in questi mesi ha raccolto idee provenienti da ragazzi e ragazze di ogni parte del mondo, attivi su discipline anche tra loro molto diverse. Ora alcuni degli autori di queste proposte o micro- realizzazioni già in atto sono stati invitati all’incontro che – ispirandosi espressamente alla prospettiva tracciata dall’enciclica Laudato Sì – si tiene proprio in Vaticano.

Non si tratta di un convegno ma di un vero e proprio laboratorio: la sessione introduttiva – con i discorsi tra gli altri di monsignor Marcelo Sanchéz Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, e dell’economista Jeffrey Sachs, direttore del Sustainable Development Solutions Network – occupa appena un’ora dell’agenda dei lavori. Il resto del tempo è riservato ai giovani: ciascuno avrà sette minuti di tempo per presentare la sua idea. E poi – divisi per gruppi – lavoreranno insieme per capire come la creatività dell’uno può offrire spunti interessanti per migliorare anche il progetto dell’altro.

«Le soluzioni per l’attuazione dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile sono tra loro molto differenti – spiega Siamak San Loni, coordinatore dell’iniziativa per conto delle Nazioni Unite -. Comportano azioni politiche, tecnologia, ricerche, campagne; e coprono una gamma di temi che comprendono la pace, la giustizia, la tratta di esseri umani, il cambiamento climatico, la tutela della biodiversità, l’accesso all’acqua e ai sistemi fognari, la povertà, le disuguaglianze…». La discussione avrà anche una ricaduta immediata in un grande forum politico internazionale: «Al termine dei lavori – continua Loni – una giuria che comprende monsignor Sanchéz Sorondo ed altri esperti di sviluppo sostenibile come Anthony Annett e Virgilio Viana, selezionerà le due soluzioni migliori. Queste idee verranno poi presentate a metà novembre alla COP 22, la conferenza mondiale in programma a Marrakesh che dovrà dare continuità all’impegno per la riduzione delle emissioni dei gas nell’atmosfera, sottoscritto l’anno scorso a Parigi».

Particolare interessante: tra i cinquanta giovani che partecipano al Vatican Youth Symposium il 53 per cento sono donne e quasi due terzi (il 63 per cento) vengono dai Paesi del cosiddetto Global South. Tra i 17 Obiettivi fissati dall’Onu quello sul quale concentrano maggiormente la loro

attenzione è l’ottavo, che chiede di «incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti». Proprio nel segno di quel legame inscindibile tra giustizia, sviluppo e salvaguardia del creato che papa Francesco ha posto al centro dell’enciclica «Laudato Sì».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 29 ottobre 2016

Incontro imprevisto lieto e liberante tra due estranei

di Domenico Mogavero

Il racconto evangelico di questa domenica (Lc 19,1-10) ci porta a Gerico, teatro di eventi biblici di rilievo sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il personaggio che si incontra ha un nome, Zaccheo; una qualifica, pubblicano; un ruolo sociale, capo della categoria; un censo, ricco. Tutte queste connotazioni ne facevano una persona assai malvista, anzi disprezzata e odiata perché esoso servo dell’invasore romano.

Pur potendo essere considerato uomo forte, potente e molto in vista, era tuttavia piccolo di statura; elemento questo che lo ridimensionava almeno sotto il profilo fisico, esponendolo con ogni probabilità ai lazzi di quanti dovevano sottostare ai suoi dettami impositivi in ambito tributario. Anch’egli, in ogni caso, è coinvolto nel fatto del giorno e cioè il passaggio di Gesù nella sua città. La voglia di conoscere il profeta è grande, ma trova nella sua altezza una barriera quasi invincibile. Era ovvio che la folla non gli dava spazio, lasciandogli un posto di prima fila, peraltro, saldamente occupato da chi se l’era accaparrato per tempo. Così, aguzzato l’ingegno, Zaccheo trova come rifarsi, precedendo il corteo e arrampicandosi su un albero di sicomoro, ritenendo di farsi beffe di tutti. Aveva calcolato tutto, ma non che Gesù coltivasse un desiderio analogo, cioè di conoscerlo.

Il pubblicano peccatore è attratto dal Messia Salvatore curiosamente e in modo bizzarro e questi è quasi calamitato da quello.
L’incontro imprevisto di Gerico è molto simile a quello presso il pozzo di Sicar con la donna di Samaria; due eventi che intrecciano i progetti di due creature diverse, intercettate dall’uomo-Dio, cercatore di potenziali amici di Dio, portatori di desideri inespressi di liberazione e di salvezza. La speranza di vedere senza essere visto viene delusa quando Gesù scova il minuscolo Zaccheo tra il fogliame del sicomoro e lo snida dalla sua tranquilla postazione per invitarsi in casa di lui con fare sbrigativo che non lasciava spazio a possibili obiezioni: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (19,5).

La perentorietà dell’ordine spiazza il pubblicano che scende in fretta, per nulla intimorito o mortificato, ma al contrario “pieno di gioia”(19,6). Questo il primo quadro di un trittico, vivace e carico di emozioni.
Come sempre, l ’attenzione a questo punto si sposta su un protagonista immancabile, la folla che assiste e interagisce con aperto dissenso. Non è ammissibile che Gesù vada in casa di un pubblicano, peccatore notorio; dettaglio che non sarebbe dovuto sfuggirgli. Lo stato d’animo della folla è descritto efficacemente (“tutti mormoravano”, 19,7) con un verbo che, in questo come in altri casi, esprime contrarietà mista a malanimo astioso.

Come a dire: anzitutto, non doveva recarsi da un peccatore; e poi cosa spera di ottenere da un uomo di quella fatta? L’interrogativo rimane aperto e sospeso, ma solo per poco, tra l’apparente indifferenza dei due attori principali.
Il terzo quadro introduce nella casa del capo dei pubblicani. Il racconto, saltando il contenuto scontato dei convenevoli di rito, punta subito all’epilogo, ancora una volta con una cura puntigliosa di alcuni dettagli, senza indulgere al pettegolezzo. Zaccheo si rivolge a Gesù stando in piedi. Il particolare della postura non è trascurabile.

Lo stare in piedi è atteggiamento che nella liturgia simbolicamente indica la risurrezione. Zaccheo, perciò, incontrando il Signore si è alzato, liberandosi con verità, giustizia e generosità da quanto possedeva: metà ai poveri; restituzione quadruplicata a coloro che aveva defraudato. Il Maestro approva e ratifica l’itinerario di conversione, ribadendo che egli era “venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (19,10). La misericordia e il perdono sono proposti come stile dei credenti per cambiare le relazioni e rinnovare una realtà sempre più avvitata nella mormorazione e nell’intolleranza.

in “il fatto Quotidiano” del 30 ottobre 2016

Il Vangelo? Per gli italiani è un illustre sconosciuto

di Giacomo Gambassi

Definiamolo pure un «tesoro nascosto nel campo » che però, a differenza di quanto spiega la parabola raccontata da Cristo, gli italiani non hanno trovato. Il Vangelo è un illustre “sconosciuto” nella Penisola. Quasi due terzi delle famiglie ammette di possederne una copia in casa. La metà lo considera fondamentale per il nostro patrimonio culturale. Un terzo se ne dice toccato nell’animo. Ma quando si prova a entrare fra le pieghe delle pagine “sacre”, l’approssimazione e la confusione regnano sovrane. Il 46% non sa quanti siano i Vangeli canonici. Figurarsi se si è chiamati a elencare i nomi di tutti e quattro gli evangelisti: al massimo si ricordano Matteo e Luca. Non solo. Oltre il 70% confessa candidamente di non leggere mai o quasi mai i primi libri del Nuovo Testamento. E, al momento di citare una frase tratta dal Vangelo, appena il 20,9% ne riferisce una. Eppure qualche icona “evangelica” resta nella memoria collettiva: oltre alla Crocifissione, ecco l’Ultima Cena o la Natività.

A fotografare la beata ignoranza sul fattore «V» – che sta appunto per Vangelo – è il Censis con l’indagine “Il Vangelo e gli italiani” presentata ieri. Il Centro di ricerca presieduto da Giuseppe De Rita parla di «devota incompetenza» ed evidenzia come chi abita nel Belpaese abbia «solo spigolature e reminiscenze catechistiche» sulla vita di Cristo. Di fatto i quattro libri su Gesù – che il 69,1% ha fra le mura domestiche – sono una sorta di soprammobile da tenere nel salotto, ma non da aprire. «Probabilmente – nota il Censis – non esiste un altro volume altrettanto diffuso nella Penisola. Ma sembra di poter dire che si tratti di pubblicazioni regalate in occasioni speciali come la Prima Comunione e conservate come un ricordo o come segno di affezione generica». Lo conferma anche il particolare che il Vangelo “da comò” è diffuso soprattutto fra i più giovani (18-24 anni). Libri che comunque sono «poco frequentati », osservano i ricercatori: solo 11% li legge spesso, mentre il 37,2% li sfoglia a volte. Sono in prevalenza donne di 50 anni che risiedono al Nord e per lo più casalinghe.

Il Vangelo non fa più parte del bagaglio culturale dell’italiano medio, rivela l’istituto. Appena il 20% ripete a memoria un passo. Vale anche per chi va frequentemente a Messa: soltanto un terzo è in grado di farlo. Il versetto più evocato è “Beati i poveri in spirito” ( Matteo 5,3), seguito dal comandamento dell’amore “Amerai il prossimo tuo come te stesso” ( Marco 12,31), dalla frase del Signore “Lasciate che i bambini vengano a me” ( Matteo 19,14), dal monito di fronte a coloro che volevano lapidare l’adultera “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” ( Giovanni 8,7) e dalla metafora “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei cieli” ( Matteo 19,24).

Almeno non si cade in un tranello teso dal Censis: il 78% afferma giustamente che l’Ave Maria (che pure fa in parte riferimento alle parole dell’angelo nell’Annunciazione) non è presente nelle Scritture. Però, se si deve indicare il numero dei Vangeli, tutto ciò diventa un rebus: il 38% dichiara di non saperlo e l’8% tira a indovinare. Più che Parola, il Vangelo evoca immagini: il 35% ricorda quanto accadde nel Cenacolo e il 20% il presepe. Forse un lascito dell’immenso patrimonio di arte sacra che costella il Paese, sottolinea il Censis.

E dire che il 62% degli italiani ritiene che i valori del Vangelo valgano per tutti, anche per i non credenti. E un limitato 20% ha un atteggiamento freddo o di indifferenza verso la Scrittura. Certo, quando si fa riferimento alle radici dell’Europa, il Vangelo viene al secondo posto (32%), mentre la prima posizione è occupata dalla cultura romana valutata come il caposaldo dell’Occidente dal 36% degli intervistati. Anche i giovani lo ribadiscono. Tuttavia sono proprio i ragazzi ad avere una «maggiore confidenza» con i quattro libri dedicati a Cristo: il 50% di chi ne ha una copia svela di leggerli, anche se non spesso, contro il 43% dei 30-50enni. Luci e ombre del rapporto con un testo che colpisce per le sue massime, a cui si riconosce una dimensione universale, da rispettare come “emblema” ma che alla fine sembra essere ridotto a qualcosa da spolverare nelle librerie o poco più.

in “Avvenire” del 29 ottobre 2016