Archivio mensile:settembre 2016

La passione di lavorare per i giovani e con i giovani

Sergio Mattarella

(…) L’educazione è un fattore centrale e decisivo nello sviluppo di un Paese, è la radice del futuro nazionale ed è inevitabile e, insieme, opportuno che la scuola sia al centro di un dibattito vivace e intenso. E’ giusto, anzi è doveroso, denunciare carenze, limiti, problemi, che riguardano così da vicino la condizione e il futuro dei nostri ragazzi. E’ necessario sollecitare attenzione, rivendicare diritti, chiedere sicurezza e speranza.

Dobbiamo auspicare, naturalmente, che l’analisi realistica e, se occorre, persino cruda delle difficoltà che incontra il sistema scolastico non si trasformi né in rassegnazione né in pregiudiziale pessimismo.

È una buona notizia che ieri, a inizio anno scolastico, siano stati assegnati alle scuole i fondi per il loro funzionamento e che il loro ammontare sia complessivamente raddoppiato.

Come ogni altro settore chiave di una nazione, la scuola ha bisogno di leggi, di riforme e di risorse, di amministrazione attenta ed efficiente, occorre che ogni sforzo messo in campo venga sorretto e accompagnato dai comportamenti concretamente messi in atto da tutti i suoi protagonisti. Tenendo conto che, specialmente nel mondo della scuola, sono decisivi l’impegno e la dedizione delle persone la qualità dei rapporti umani che si instaurano. Credo, dunque, sia giusto chiedere – anche se so che è superfluo – a ogni componente del sistema scolastico di compiere il proprio dovere sino in fondo.

I docenti a mantenere entusiasmo e il senso della loro alta missione, come stanno facendo in questi giorni, contribuendo a garantire l’avvio dell’anno scolastico. Il loro compito comporta molti sacrifici con un trat-tamento talvolta inadeguato ma è affascinante e di straordinaria importanza: non vi è scuola, di oggi o del futuro, che possa fare a meno della libertà e dell’apporto originale degli insegnanti.

Al personale non docente va chiesto di sentirsi parte essenziale di un progetto educativo ambizioso e fondamentale per la vita della società, pur nelle condizioni talvolta difficili per i limiti delle dotazioni organiche.

So che talvolta, per chi opera nella scuola, in presenza di difficoltà particolari, lavorare con coscienza e impegno rappresenta quasi un atto di eroismo quotidiano. Le istituzioni devono esser loro sempre più vicine.

A voi studenti vorrei dire: la scuola di oggi disegna, costruisce il vostro domani. Non soltanto sul terreno delle conoscenze e delle competenze, fondamentali per trovare lavoro, ma anche su quello della crescita personale, civile e democratica. Mettete a frutto questa occasione, usate al meglio il tempo che vi si offre. Siate attivi, partecipativi, propositivi. Se qualcosa non funziona, cercate di colmare le carenze con il vostro entusiasmo e la vostra iniziativa: questo vi conferirà maggior titolo per indicare le carenze e chiedere gli interventi necessari.

I genitori, che sono parte integrante, a pieno titolo, del sistema educativo, non possono né delegare totalmente alla scuola l’educazione dei propri figli, rinunciando a un proprio e specifico dovere e neppure considerare la scuola, i presidi, i docenti come un mondo quasi in contrapposizione o addirittura ostile al proprio figlio. L’eccessivo rigore non fa bene alla crescita dei ragazzi, ma il permissivismo indifferente, che giustifica ogni comportamento, produce frutti negativi. E’ necessaria molta collaborazione tra genitori e docenti.

Nei mesi scorsi ho avuto la possibilità di visitare un campo profughi ai confini dell’Etiopia e sono rimasto molto colpito, tra i tanti aspetti, da una circostanza. Le centinaia di bambini e di ragazzi, vittime di guerre o di persecuzioni, spesso privati in modo violento dei loro genitori, non chiedevano soldi o cibo, ma piuttosto penne, quaderni, libri, strumenti didattici. Nel loro atteggiamento si poteva leggere la consapevolezza che da quel drammatico stato di miseria e di emarginazione si può uscire soltanto grazie all’apprendimento, all’istruzione, alla scuola. E’ una lezione che vale per ogni tempo e per ogni latitudine. Per quanto ci riguarda dobbiamo costantemente tendere al meglio senza accontentarci di quel che abbiamo. La scuola italiana ha alcune carenze e problemi da superare.

Tra questi quello della sicurezza e della adeguata qualità degli edifici e delle aule. E’ certamente apprezzabile la decisione del governo di stanziare ulteriori e importanti cifre per la messa a norma degli edifici scolastici. L’auspicio condiviso è che il piano proceda con la massima celerità e la massima efficacia possibile.

Vi è un abbandono scolastico in diminuzione, ma sempre oltre la media europea. Vi sono differenze di qualità dell’insegnamento superiore tra zone diverse del Paese. Suonano come un campanello d’allarme le recenti cifre sul crescente abbandono universitario, che fa sì che il nostro numero dei laureati resti al di sotto di quello degli altri Paesi dell’Unione Europea.

Sembra quasi, alle volte, che l’università non si collochi più come il naturale proseguimento dell’esperienza delle scuole superiori: e che sia divenuto difficile il raccordo tra gli strumenti appresi a scuola e l’insegnamento universitario. Credo che sia giusto sollecitare, da una par-te e dall’altra, una maggiore e più diretta collaborazione, facendosi carico, insieme, di questo problema.

Va tenuto presente il confronto con i sistemi degli altri Paesi europei e del passaggio, non sempre agevole, tra il mondo della formazione e quello del lavoro. L’alternanza scuola-lavoro è un’innovazione che può aiutare i giovani a entrare più consapevolmente nel mercato del lavoro scoprendo sul campo le proprie attitudini. Si tratta di un’innovazione che ci avvicina all’Europa. I dati ci dicono che in Italia soltanto il 4% dei giovani tra i 15 e i 29 anni ha fatto un’esperienza di alternanza tra studio e lavoro. Negli altri grandi Paesi dell’Unione si supera il 20%.

Occorrerà valutare con occhio serenamente attento l’efficacia di questa sperimentazione appena avviata e che ci auguriamo tutti che porti i frutti sperati, con una effettiva attuazione. Anche le formule migliori, per aver successo, hanno bisogno di una concreta attuazione adeguata.

Il recentissimo rapporto dell’Ocse sulla scuola ha messo in evidenza che un’istruzione di elevata qualità ha bisogno di consistenti sostegni finanziari. La scuola italiana deve mantenere la sua fondamentale funzione di garantire a tutti pari condizioni di partenza. Non devono essere il benessere familiare o l’elevato grado di istruzione dei genitori i fattori più importanti per assicurare ai giovani conoscenza e cultura.

Il nostro sistema scolastico resta comunque, grazie particolarmente all’impegno e alla dedizione dei suoi docenti, un organismo solido, che svolge un’azione lodevole, spesso davvero efficace, di educazione e di istruzione. Affrontando, al contempo, problemi impegnativi quali quelli dell’integrazione di ragazzi stranieri e della specifica attenzione ai portatori di disabilità.

Alle forze politiche che quotidianamente si fronteggiano, in Parlamento o nella società, sulle tante e delicate questioni per la vita del nostro Paese, vorrei chiedere non certo di rinunciare alle proprie idee, né ai propri punti di vista sulla scuola, ma di impegnare positivamente l’attenzione più alta ai suoi problemi e alla sua specificità. Non avremo forte crescita dell’occupazione senza un sistema formativo sempre più efficiente. Non avremo una società migliore senza una scuola che migliori costantemente.

Gli anni della scuola si intrecciano inevitabilmente con le problematiche specifiche dei ragazzi. Non posso, in questa sede, parlarne diffusamente. Vorrei però porre l’accento su un fenomeno inquietante: il bullismo, in generale e nella sua versione più moderna e micidiale, quella del cyber-bullismo. E’ un problema sociale e culturale di vaste proporzioni, la cui risoluzione non può essere posta esclusivamente sulle spalle della scuola, anche se la scuola è, talvolta, luogo privilegiato di questi veri e propri atteggiamenti di prepotenza e di violenza, psicologica e fisica.

Per combattere alla radice questo odioso fenomeno di accanimento contro chi non si omologa, o semplicemente viene visto e perseguitato come debole o come “diverso”, è necessario un grande patto tra scuola, famiglia, forze dell’ordine, magistratura, mondo dei media e dello spettacolo. Un’azione congiunta, capace non soltanto di reprimere ma, soprat-tutto, di prevenire, con una vera e propria campagna educativa che arrivi al cuore e alla mente dei giovani. Va aggiunto che sui ragazzi influiscono anche, in grande misura, gli esempi degli adulti. Un linguaggio offensivo e violento degli adulti in televisione o sui social media e in qualunque altra sede, si traduce subito, nell’universo adolescenziale, in una spinta emulativa, in un sostanziale via libera.

La lotta contro il bullismo diventa davvero efficace quando i testimonial di essa siete voi stessi, cari ragazzi. Essere prepotenti con i più deboli non è sintomo di forza, ma di viltà. E’ segno di incapacità di misurarsi con chi è forte. Confidare nell’essere più numerosi per accanirsi contro uno solo è segno di estrema debolezza. E’ sintomo, in realtà, di paura. Non fatevi trascinare, ma resistete e reagite all’arroganza. I bulli sono una piccola minoranza. Sono ragazzi infelici e pieni di problemi. Fate valere con loro la vostra forza tranquilla: quella della solidarietà e dell’amicizia. Vincerete voi questa sfida.

Vi è un altro fronte che si presenta alla scuola. Il web, la rete, i social sono un grande spazio di libertà e di comunicazione per i giovani, una grande opportunità. La scuola dovrà essere, sempre di più, capace di dialogare, di entrare nei nuovi spazi e usare i nuovi linguaggi. Se si crea una frattura, diventa più difficile comunicare valori e aiutare i giovani ad essere più liberi, e meno dipendenti, nell’uso dei nuovi strumenti. Non possiamo lasciarli soli nell’ingresso in quel mondo, farli catturare dall’iperconnessione e dalla massificazione che questa, alle volte, potrebbe produrre. La scuola deve saper portare la propria etica civile nella realtà della comunicazione immediata e globale, quella nella quale vivono i suoi studenti. Portare cultura e valori nel web e nei social: questo è un orizzonte a cui la scuola deve saper guardare.

Auguro a tutti coloro che fanno parte del sistema scolastico di vivere questo anno con intensità, passione e soddisfazione. L’intensità di chi si sente parte di una vera comunità educante, con ruoli distinti ma con una comune responsabilità. La passione di lavorare con i giovani e per i giovani, offrendo loro il percorso per la realizzazione culturale, professionale e umana. La soddisfazione di chi sa di compiere il proprio dovere quotidiano, in una funzione delicata e decisiva.

Buon anno scolastico, bentornati a scuola!

(Inaugurazione dell’anno scolastico 2016-2017, Sondrio 30-09-2016)

 

Lettere dall’inferno di Aleppo «Intorno a noi solo morti e macerie»

di Umberto De Giovannangeli

Kahled ha seppellito le sue bambine asfissiate dal gas cloro sprigionato da un barile-bomba, uno dei tanti sganciati dall’aviazione di Assad. Kahled non ha più lacrime da versare, e il suo grido disperato lo affida ad una lettera. «Giornalisti, vi prego, scrivetelo: qui si contano i morti a decine, ogni giorno. Si scava con le mani nude tra le macerie per estrarre i corpi dei nostri cari. Qui si muore ogni giorno ma Aleppo non muore, Aleppo è aggrappata alla vita». Lettere dall’inferno. Lettere e testimonianze da Aleppo Est, dove oltre 275mila persone sono da mesi sotto assedio, bersagliate ogni giorno da raid aerei e dai cecchini. Lettere come quella di Ahmed, 32 anni, che ha visto morire sotto i bombardamenti la moglie Fatma e i suoi tre figli, il più piccolo dei quali aveva due anni. «La situazione è catastrofica. Distruzione e morte, sono ovunque intorno a noi», racconta Mohamed, 51 anni, che insegnava in una scuola elementare: «Ora – dice – della scuola non è rimasto più nulla. È stata rasa al suolo da un raid aereo. E così tanti altri edifici. Scuole, ospedali, mercati, qui tutto è un bersaglio da distruggere. Sembra essere al Giorno del giudizio». Grazie all’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus) e a volontari che ancora operano ad Aleppo, queste testimonianze possono uscire da una città sotto assedio, martirizzata. «Stiamo cercando di aiutare i feriti, coloro che sono sopravvissuti – racconta Mohamed – ma la situazione è catastrofica. Sembra che ai russi e al regime di Assad sia stato dato il via libera per la macellazione di tutti noi. Come se far morire di fame la gente qui non sia stato sufficiente. Ora è in atto un omicidio di massa». Gli ospedali sono al collasso e i medici sono impotenti di fronte al numero crescente di feriti e mutilati. «Qui non ci sono postazioni di Daesh –dice Hamira, 23 anni, infermiera – questo è un quartiere residenziale, ma Assad ci considera tutti terroristi, compresi i nostri bambini, perché siamo suoi oppositori. In tre giorni ci sono state più di 400 offensive aeree. Moriremo tutti». Jafar Kahil, direttore dell’ente per la Medicina legale ad Aleppo, ha affidato a un video virale il suo appello denuncia: «Vi dico che gli ospedali non sono più in grado di accogliere nemmeno un caso a causa dell’altissimo numero di feriti e mutilati. Gli aerei russi e siriani non si fermano nemmeno un attimo; contro di noi vengono usate bombe a grappolo, al fosforo, barili e missili a lunga gettata. Nemmeno la Protezione Civile è più in grado di intervenire. Ci sono decine di incendi che scoppiano a seguito dei bombardamenti al fosforo. Nessuno può spegnerli. Si contano numerose vittime e centinaia di feriti. Rivolgiamo un appello a tutti: salvate Aleppo, Aleppo sta esalando i suoi ultimi respiri. Perché questo silenzio? Aleppo sta morendo e non c’è più tempo, nessuno dica che non sapeva». Racconta padre Ibrahim Alsabbagh, francescano, responsabile della Comunità cristianolatina di Aleppo: «Viviamo come imprigionati. Non c’è tregua, non c’è pace: c’è soltanto il terrore. La gente rimane nelle case, anche se non è al sicuro. La città è bloccata, non c’è più lavoro. Abbiamo avuto tanti collassi di origine nervosa, abbiamo avuto tanti casi con problemi psicologici derivati dalla paura. I bambini e le mamme piangono. Un missile ha abbattuto un ospedale pediatrico e per donne partorienti e all’istante sono morti 17 bambini, di cui il più grande aveva un anno, senza contare poi le donne e gli uomini. Regna il terrore. Non sappiamo il perché di questo terrore, di quello che ci sta succedendo. Come se non bastasse, Aleppo è senz’acqua, senza elettricità, senza lavoro e nella povertà. Dopo tutto quello che è successo in cinque anni di guerra, adesso si è aggiunto l’inferno». Ed ancora: «Permane il problema immenso dell’acqua potabile, ma anche la necessità di trovare dell’acqua per la sola igiene personale. È impressionante vedere gente aggirarsi cercando dell’acqua sotto la “pioggia” dei missili. Le persone sono talmente disperate da sfidare i missili, pur di attingere acqua dai rubinetti installati lungo le strade nei pressi di pozzi». Rula, un’insegnante madre di due bambini, ha detto che gli effetti dell’assedio si ripercuotono soprattutto nella salute mentale degli alunni della sua scuola: «I bambini sono psicologicamente abbattuti e stanchi. Quando facciamo alcune attività come cantare con loro, non reagiscono affatto, non ridono come farebbero normalmente. Disegnano immagini di bambini massacrati durante la guerra, o carri armati, o l’assedio e la mancanza di cibo». L’insegnante ha aggiunto: «La maggior parte dei bambini sono affetti da malnutrizione e hanno difficoltà a digerire il cibo. Hanno infezioni al sistema digestivo e malattie come la meningite. Oggi –continua Rula – non abbiamo bisogno di compassione, abbiamo bisogno di aiuto », ha concluso il suo accorato appello. Hatem Abu Yazan, direttore generale dell’ospedale pediatrico di Al Shaa’ar nella parte orientale della città, qualche giorno fa era in servizio nella sezione neonatale dell’ospedale al primo piano, quando ha sentito il rumore di un attacco aereo. Indossava lo stetoscopio, che aveva attutito il rumore, ma a un certo punto ha visto che porta e finestre erano esplose. Così, insieme a un infermiere e un altro medico, ha preso i 9 neonati dalle incubatrici portandoli nel seminterrato, dove sapeva che sarebbero stati più al sicuro. «Abbiamo aspettato per 10 minuti la fine dell’attacco e poi siamo corsi indietro per portare le incubatrici giù, e proteggerle in caso di un altro attacco », racconta. Questa è Aleppo. C’è chi la descrive come la “nuova Sarajevo”. È molto di più. E molto peggio. E a gettare in faccia questa realtà ad una comunità internazionale silente e complice è una reporter di guerra, Clarissa Ward che così si è rivolta in un’audizione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: «Sono stata una corrispondente di guerra per 10 anni. Sono stata in Iraq, in Afghanistan, a Gaza. In qualsiasi terribile conflitto voi possiate ricordare. Non ho mai visto qualcosa come quello che sta accadendo ad Aleppo. In Aleppo non ci sono vincitori. […] La parola per descrivere tutto questo è “apocalittico”e ricordo quel senso di estenuazione, l’essere esausti per essere costretti a restare pietrificati dalla paura tutto il tempo».

in “l’Unità” del 30 gennaio 2016

Schweitzer, san Francesco luterano

di Paolo Ricca

«Rispetto per la vita» è il cuore del pensiero e della vita di Albert Schweitzer, nato in Alsazia nel 1875, morto a 90 anni nel 1965, premio Nobel per la pace nel 1954. Pur avendo davanti a sé una brillante carriera universitaria (era un teologo di rango), vi rinunciò e nel 1913 parti per l’Africa equatoriale (di allora! Molto diversa da quella di oggi! È passato più di un secolo) e fondò un ospedale a Lambaréné, dove trascorse tutta la vita curando gli africani. Perciò fu chiamato «medico della giungla». In realtà fu e potrebbe ancora essere «medico della coscienza europea», per guarirla da una sua antica, oscura e temibile malattia mortale: la malattia del colonialismo, della violenza e della guerra, a cominciare dalla guerra agli animali, e insegnarle appunto il «rispetto per la vita» degli altri.

Era figlio di un pastore protestante (luterano), fu egli stesso pastore luterano e, pur diventando medico ed esercitando questa professione per tutta la vita, restò sempre pastore e predicatore evangelico. Ma che cosa c’è dietro questo suo programma del «rispetto per la vita»? Diciamo anzitutto che questa espressione traduce solo in parte l’espressione tedesca che ne è alla base: Ehrfurcht vor dem Leben , letteralmente: «timore sacro (o reverenziale) davanti alla vita», che è qualcosa di diverso e di più del semplice «rispetto» (che comunque è già molto). L’idea è che davanti alla vita ti devi fermare, non la puoi violare, non le puoi mettere le mani addosso, non puoi disporne a tuo piacimento, non ti appartiene, è qualcosa di infinitamente più grande di te, un mistero che ti trascende, di cui ignori il significato e il valore.

Da dove nasce il «rispetto per la vita»? Nasce da una doppia radice, una cristiana, l’altra indiana. Quella cristiana ha a che fare con Gesù e la sua attesa del Regno di Dio vicino (così lo chiama) che egli pensava sarebbe giunto ancora nella sua generazione. Il Regno non è venuto e in questo Gesù si è sbagliato, ma l’etica del Regno che egli ha messo in moto ed ha lui per primo messo in pratica è, secondo Schweitzer, valida in ogni tempo e per tutte le generazioni, più che mai per la nostra. Questa etica è scritta nel Sermone sulla Montagna dell’evangelista Matteo, nei capitoli da 5 a 7. Essa comporta la scelta nonviolenta e addirittura l’amore per i nemici. Su questa matrice cristiana s’innesta quella indiana, che Schweitzer scoprì studiando da vicino i grandi pensatori dell’India.

Fu però in Africa che l’idea gli venne, quasi come una folgorazione, durante un viaggio sul fiume, com’egli stesso raccontò in seguito più volte.

Quali sono i contenuti essenziali del «rispetto per la vita», nel quale si fondono l’etica e la religione, e che nasce dalla consapevolezza elementare che ciascuno di noi è innanzitutto «vita che vuole vivere, in mezzo ad altre vite che anch’esse vogliono vivere»? I contenuti sono questi.

1) La vita è sacra. Dono supremo (noi la possiamo trasmettere, non la possiamo creare; siamo creature, non creatori), ma anche estremamente vulnerabile, che è affidato alle nostre mani. Somma responsabilità che deve suscitare in noi un «timore sacro (o reverenziale)» davanti allo straordinario e inviolabile fenomeno della vita.

2) Ogni vita è sacra. «L’uomo è morale — dice Schweitzer — soltanto quando considera sacra la vita in sé, quella delle piante e degli animali, tanto quanto quella degli esseri umani, e si sforza di soccorrere ogni vita che si trovi in difficoltà, nella misura del possibile». Schweitzer si pone in tutto e per tutto nella linea di Francesco d’Assisi, che egli molto ammirava.

3) «Rispetto per la vita» non è un atteggiamento contemplativo, ma una forza interiore che motiva l’agire etico e mobilita la volontà a porsi al servizio della vita degli altri. «Come l’elica vorticosa spinge la nave attraverso le acque, così il rispetto per la vita spinge l’uomo ad agire».

4) Il «rispetto per la vita» non solo responsabilizza l’uomo in vista dell’azione, ma lo pone in un rapporto spirituale con il mondo. «Solo un’etica dai vasti orizzonti che ci imponga di rivolgere la nostra attenzione operosa a tutti gli esseri viventi ci pone davvero in un rapporto interiore con l’universo e con la volontà che in esso si manifesta». La natura non conosce il rispetto per la vita: la legge, in natura, è: mors tua vita mea . Solo l’uomo eticamente motivato è capace di praticare il rispetto per la vita, in modo che la legge diventi: vita tua vita mea .

5) Il rispetto per la vita è l’unico atteggiamento che corrisponde pienamente all’essere dell’uomo e alla sua vocazione nel creato. Vivendo l’etica del rispetto per la vita l’uomo realizza la sua umanità, raggiunge veramente la sua statura di uomo, si umanizza compiutamente. Non umanizza dunque solo la natura, ma umanizza in primo luogo se stesso.

Tutto questo — Schweitzer lo dice e ripete innumerevoli volte nei suoi interventi — vale anche e particolarmente per la vita degli animali, i più vicini a noi tra tutti gli esseri viventi, dei quali, come voleva Francesco d’Assisi, dobbiamo diventare fratelli, e non essere padroni.

in “Corriere della Sera” del 30 settembre 2016

Sul Medio Oriente il mondo non si volti dall’altra parte

papa Francesco

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per la vostra partecipazione a questo incontro di riflessione e di condivisione sull’opera della Chiesa nel contesto della crisi siriana e irachena. Saluto voi tutti, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici. In particolare, desidero salutare il signor Staffan de Mistura, inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la Siria, che ringrazio per la sua presenza. A monsignor Dal Toso e al Pontificio Consiglio Cor Unum esprimo il mio grato apprezzamento per il sostegno attento ed efficace a quanto la Chiesa va compiendo per cercare di lenire le sofferenze di milioni di vittime di questi conflitti. In tal senso vorrei sottolineare l’importanza di una rinnovata collaborazione a tutti i livelli tra i diversi soggetti che operano in questo settore.

A un anno di distanza dal nostro ultimo incontro, dobbiamo constatare con grande tristezza che, nonostante i molti sforzi prodigati in vari ambiti, la logica delle armi e della sopraffazione, gli interessi oscuri e la violenza continuano a devastare questi Paesi e che, fino ad ora, non si è saputo porre fine alle estenuanti sofferenze e alle continue violazioni dei diritti umani. Le conseguenze drammatiche della crisi sono ormai visibili ben oltre i confini della regione. Ne è espressione il grave fenomeno migratorio.

La violenza genera violenza e abbiamo l’impressione di trovarci avvolti in una spirale di prepotenza e di inerzia da cui non sembra esserci scampo.

Questo male che attanaglia coscienza e volontà ci deve interrogare. Perché l’uomo, anche al prezzo di danni incalcolabili alle persone, al patrimonio e all’ambiente, continua a perseguire le prevaricazioni, le vendette, le violenze? Pensiamo al recente attacco contro un convoglio umanitario dell’Onu È l’esperienza di quel mysterium iniquitatis, di quel male che è presente nell’uomo e nella storia e ha bisogno di essere redento. Distruggere per distruggere. Perciò, in questo Anno nel quale più intensamente fissiamo lo sguardo su Cristo, Misericordia incarnata che ha vinto il peccato e la morte, mi tornano alla mente queste parole di San Giovanni Paolo II: «Il limite imposto al male, di cui l’uomo è artefice e vittima, è in definitiva la Divina misericordia» ( Memoria e identità, p. 70). È l’unico limite. Sì, la risposta al dramma del male si trova nel mistero di Cristo. Guardando ai tantissimi volti sofferenti, in Siria, in Iraq e nei Paesi vicini e lontani dove milioni di profughi sono costretti a cercare rifugio e protezione, la Chiesa scorge il volto del suo Signore durante la Passione.

Il lavoro di quanti, come voi che rappresentate tanti operatori sul campo, sono impegnati ad aiutare queste persone e a salvaguardarne la dignità è certamente un riflesso della misericordia di Dio e, in quanto tale, un segno che il male ha un limite e che non ha l’ultima parola. È un segno di grande speranza, per il quale voglio ringraziare, insieme con voi, tante persone anonime – ma non per Dio! – le quali, specialmente in questo anno giubilare, pregano e intercedono in silenzio per le vittime dei conflitti, soprattutto per i bambini e i più deboli, e così sostengono anche il vostro lavoro. Ad Aleppo, i bambini devono bere l’acqua inquinata!

Al di là dei necessari aiuti umanitari, ciò che oggi i nostri fratelli e sorelle della Siria e dell’Iraq desiderano più di tutto è la pace. Non mi stanco perciò di chiedere alla comunità internazionale maggiori e rinnovati sforzi per giungere alla pace in tutto il Medio Oriente e di chiedere di non guardare dall’altra parte.

Porre fine al conflitto è anche nelle mani dell’uomo: ognuno di noi può e deve farsi costruttore di pace, perché ogni situazione di violenza e ingiustizia è una ferita al corpo dell’intera famiglia umana. La mia richiesta si fa preghiera quotidiana a Dio di ispirare le menti e i cuori di quanti hanno responsabilità politiche, affinché sappiano rinunciare agli interessi parziali per raggiungere il

bene più grande: la pace.

Questo incontro mi dà, in tale prospettiva, l’opportunità di ringraziare e di incoraggiare le istanze internazionali, in particolare le Nazioni Unite, per il lavoro di sostegno e di mediazione presso i diversi governi, affinché si concordi la fine del conflitto e si ponga finalmente al primo posto il bene delle popolazioni inermi. È una strada che dobbiamo percorrere insieme con pazienza e perseveranza, ma anche con urgenza, e la Chiesa non mancherà di continuare a dare il suo contributo.

Infine il mio pensiero va alle comunità cristiane del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze della violenza e guardano con timore al futuro. In mezzo a tanta oscurità, queste Chiese tengono alta la lampada della fede, della speranza e della carità. Aiutando con coraggio e senza discriminazioni quanti soffrono e lavorano per la pace e la coesistenza, i cristiani mediorientali sono oggi segno concreto della misericordia di Dio. Ad essi va l’ammirazione, la riconoscenza e il sostegno della Chiesa universale.

Affido queste comunità e quanti operano al servizio delle vittime di questa crisi all’intercessione di Santa Teresa di Calcutta, modello di carità e di misericordia. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E grazie, molte grazie per quello che voi fate. Molte grazie!

in “Avvenire” del 30 settembre 2016

Il vecchio Tolstoj e la notte oscura

di Lev Tolstoj

Le inquietudini religiose del grande scrittore in una “confessione” inedita dove riflette sulla ricerca della felicità come amore per il prossimo alla luce del Vangelo

Non potrei più rinviare e temporeggiare. Inutile esitare e riflettere più a lungo su ciò che ho da dire. La vita non aspetta. La mia esistenza è già sul declino e a ogni istante può spegnersi. Se posso ancora rendere qualche servizio agli uomini, se posso farmi perdonare i miei peccati, la mia vita oziosa e sensuale, è soltanto insegnando agli uomini, miei fratelli, ciò che mi è stato dato di comprendere più chiaramente di loro; ciò che da molti anni mi tormenta il cuore.

Tutti gli uomini sanno, come me, che la nostra vita non è quella che dovrebbe essere, e che reciprocamente ci rendiamo infelici. Sappiamo che per essere felici e per rendere felici gli altri bisogna amare il prossimo come noi stessi e, se ci è impossibile fargli ciò che vorremmo ci fosse fatto, almeno non gli facciamo ciò che non vogliamo sia fatto a noi. È quel che insegnano le religioni di tutti i popoli e la ragione e la coscienza di ognuno di noi comandano.

La morte dell’involucro corporeo che ogni momento ci minaccia, ci richiama al carattere effimero di tutti i nostri atti; così l’unica cosa che possiamo fare e che può procurarci la felicità e la serenità, è obbedire ogni momento a ciò che la nostra coscienza ci comanda, se non crediamo alla rivelazione; a obbedire all’insegnamento di Cristo, se ci crediamo. In altri termini, se non possiamo fare al prossimo ciò che vogliamo sia fatto a noi, almeno non gli facciamo ciò che non desideriamo per noi. Sebbene tutti conosciamo da molto tempo questa verità, invece d’attuarla gli uomini uccidono, rubano, violentano. Così, invece di vivere nella gioia, nella tranquillità e nell’amore, essi soffrono, penano e non provano che odio o paura gli uni per gli altri. Dappertutto, su tutta la terra, gli uomini cercano di dissimularsi la loro vita insensata, di dimenticarsi, di soffocare la loro sofferenza, senza potervi riuscire. Così, il numero di coloro che smarriscono la ragione e si suicidano aumentano di anno in anno, poiché è al disopra delle loro forze sopportare una vita contraria alla natura umana.

Ma, si dirà, forse è necessario che la vita sia tale; necessaria l’esistenza degli imprenditori, dei re, dei governi, dei parlamenti che comandano milioni di soldati provvisti di fucili e di cannoni, pronti a ogni istante a gettarsi gli uni su gli altri; necessarie le fabbriche e le officine che producono oggetti inutili e nocivi, dove milioni di uomini, di donne e di fanciulli sono trasformati in macchine, faticando 10, 12 e 15 ore al giorno; necessari il crescente spopolamento dei villaggi e l’affollamento progressivo della città coi loro cabaret, i loro asili notturni, i loro rifugi per l’infanzia e i loro ospedali; necessaria la carcerazione di centinaia di migliaia di uomini.

Forse è necessario che i matrimoni diminuiscano sempre più, che la prostituzione e gli aborti aumentino ogni giorno e che gli uomini si abbandonino sempre più allo stravizio. Forse è necessario che la dottrina di Cristo, che insegna la concordia, il perdono delle offese, l’amore del prossimo, del nemico, sia inculcata agli uomini da preti di sètte innumerevoli in continua lotta fra loro, e ciò sotto forma di favole stupide e immorali sulla creazione del mondo e dell’uomo, sul suo castigo e la sua redenzione da parte di Cristo, e su questo o quel rito; questo o quel sacramento. Forse, tale stato di cose è naturale all’uomo, come è proprio delle formiche e delle api vivere nei loro formicai e nei loro alveari in lotte continue e senz’altro ideale.

Forse è la legge degli uomini, mentre il richiamo della ragione e della coscienza a un’altra vita amorosa e lieta non è che un sogno, e non si saprebbe immaginare una vita diversa da quella di oggi. È infatti così che parlano certuni. Ma il cuore umano non vuole crederci. Esso si è sempre rivoltato contro la vita di menzogna e ha sempre invitato gli uomini a lasciarsi guidare dalla ragione e dalla coscienza; ai giorni nostri, fa più che mai urgente questo appello.

Non esistevamo per secoli, per millenni, per un’eternità; poi, eccoci sulla terra, viventi, pensanti, amanti, in godimento della vita. Ora, possiamo vivere fino a settant’anni – se pur arriviamo a quest’età, giacché possiamo anche non vivere che qualche giorno, qualche ora – nel cruccio e nell’odio o nella gioia e nell’amore; possiamo vivere con la coscienza di far male, oppure di compiere, anche imperfettamente, ciò che possiamo credere il nostro dovere. «Ravvedetevi, ravvedetevi, ravvedetevi!… » gridava agli uomini Giovanni Battista.

«Ravvedetevi…», diceva Cristo. «Ravvedetevi», diceva la voce di Dio come la voce della coscienza e della ragione. Anzitutto, fermiamoci ognuno in mezzo alle nostre occupazioni, ai nostri piaceri, e domandiamoci: “Facciamo noi quel che dobbiamo, o invece spendiamo inutilmente la nostra vita, questa vita che ci è dato passare fra due eternità di nulla?”. So molto bene che, sotto la spinta degli uomini, come un cavallo che fa girare una ruota, ci è impossibile fermarci per riflettere un istante.

Gli uni ci dicono: «Non tante riflessioni, ma azioni». Altri affermano: «Non bisogna pensare a sé, ai propri desideri, quando l’opera al cui servizio ci troviamo è quella della nostra famiglia, del-l’arte, della scienza, del commercio, della società; tutto per l’interesse generale ». Altri assicurano: «Tutto è stato da tempo pensato e provato, nessuno ha trovato di meglio; viviamo la nostra vita, ecco tutto». Altri, infine, pretendono: «Riflettere o non riflettere è tutt’uno; si vive, poi si muore; il meglio è dunque vivere per il proprio piacere. Quando si vuol riflettere, ci si avvede che la vita è peggiore della morte e si attenta ai propri giorni. Dunque basta col riflettere: viviamo come possiamo». Non ascoltate queste voci; a tutte le loro ragioni, rispondete semplicemente: «Dietro di me vedo l’eternità durante la quale non esistevo; davanti a me sento la stessa notte infinita dove la morte può ogni momento inghiottirmi. Attualmente io vivo e posso – io so che posso – chiudendo volontariamente gli occhi, cadere in un’esistenza piena di miserie; ma so che aprendoli per guardare intorno a me, posso scegliere; l’esistenza migliore e la più felice. Così, checché dicano le voci, quali che siano le seduzioni che mi attirano, per quanto io sia preso dall’opera che ho incominciata, e trascinato dalla vita che mi circonda, mi fermo, esamino, rifletto». Ecco ciò che tenevo a ricordare ai miei simili, prima di tornare nell’infinito.

( Traduzione di Adriano Vettori)

in “Avvenire” del 29 settembre 2016

“Migranti tagliati fuori dal mondo del lavoro”

di Nadia Ferrigo

Per il nostro Paese che invecchia troppo in fretta i migranti sono un’opportunità da cogliere al volo. Questa la conclusione del rapporto curato dalla fondazione tedesca Bertelsmann, «From refugees to workers», che analizza le politiche di integrazione per richiedenti asilo e rifugiati in Austria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Gran Bretagna. Per arrivare a un’integrazione sociale ed economica di successo, c’è un passaggio tanto obbligato quanto difficile da ottenere: il lavoro.

Rispetto agli altri Stati presi in esame, Italia e Grecia hanno una difficoltà in più: gran parte delle risorse sono concentrate sulla «prima assistenza». Vale a dire, l’emergenza degli sbarchi. In Italia nel 2013 le richieste di asilo sono state 26.620 su un totale di 43.040 arrivi, nel 2014 64.886 su un totale di 170.100. Meno della metà di chi arriva sceglie di restare.

«I livelli di assistenza sono tre: prima accoglienza, i sistemi Sprar e Cara e poi l’ultima fase, dopo il riconoscimento del diritto della protezione umanitaria – spiega Alessandra Venturini, professoressa di Economia politica all’Università di Torino e vice-presidente del Migration Policy Center di Firenze -. In altri paesi, come la Germania, la maggior parte delle risorse è dedicata lavoro e integrazione».

Tra i punti di forza del sistema italiano, c’è il successo della rete di accoglienza diffusa Sprar – circa il 64% degli ospiti hanno un lavoro, contro il 50% dei Cara, i centri di accoglienza per richiedenti asilo -, e la possibilità, almeno sulla carta, di avere un impiego sei mesi dopo aver ottenuto la protezione internazionale. Grecia e Svezia sono i paesi più liberali, mentre in Regno Unito e in Francia le attese sono rispettivamente di un anno e di nove mesi.

«L’Italia per esempio ha percorsi di riconoscimento professionale più rapidi che altrove – continua Venturini -. Un corso da saldatore può durare 300 ore, in Germania invece passano tre anni. Il problema è che la domanda è poca». Il tasso di disoccupazione italiano è del 12%, quello tedesco del 4%. La disoccupazione, nel nostro Paese è un problema strutturale, come il lavoro informale. Il nostro «salvagente» sono proprio i lavori precari o cosiddetti in nero. Che però non favoriscono l’inclusione degli stranieri, anzi.

«Per sfruttare al meglio le risorse è necessario cambiare le dinamiche con cui i migranti si spostano – conclude Venturini -. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati lo scorso anno ha concluso un programma di resettlement, cioè di nuovo insediamento, per 100 mila persone. Davvero troppo poco».

in “La Stampa” del 29 settembre 2016

“Meglio morire che vivere così? No, meglio pregare forte!”

di Domenico Agasso jr

Quando il buio dell’anima, ossia la tristezza che «schiaccia» e soffoca, la «desolazione spirituale», colpisce – e prima o poi colpisce tutti – le vie per affrontarlo e superarlo sono la preghiera e il silenzio. Lo dice papa Francesco nella Messa di questa mattina, martedì 27 settembre 2016, a Casa Santa Marta, durante la quale sottolinea: al dubbio che sorge nei momenti di dolore, «meglio la morte che una vita così», si deve reagire affidandosi a Dio.

Radio Vaticana riporta l’omelia del Pontefice, incentrata sulla figura di Giobbe, che «era nei guai: aveva perso tutto». Nella Prima Lettura si legge infatti che è privato di ogni suo bene, perfino dei suoi figli, e perciò si sente ormai perso. Ma non compie un’azione che potrebbe essere istintiva: maledire il Signore. Quella di Giobbe è una grande «desolazione spirituale», che prima o poi prende tutti. Lui si sfoga davanti a Dio, come un «figlio davanti al padre». Proprio come il profeta Geremia, e anche lui non bestemmia.

«La desolazione spirituale – rileva il Papa – è una cosa che accade a tutti noi: può essere più forte, più debole… Ma, quello stato dell’anima oscuro, senza speranza, diffidente, senza voglia di vivere, senza vedere la fine del tunnel, con tante agitazioni nel cuore e anche nelle idee… La desolazione spirituale ci fa sentire come se noi avessimo l’anima schiacciata: non riesce, non riesce, e anche non vuol vivere: “Meglio è la morte!”». Questo è «lo sfogo di Giobbe. Meglio morire che vivere così». Invece bisogna «capire quando il nostro spirito è in questo stato di tristezza allargata, che quasi non c’è respiro: a tutti noi capita, questo. Forte o non forte… A tutti noi». La prima azione da compiere è «capire cosa succede nel nostro cuore».

Questa è «la domanda che noi possiamo farci: “Cosa si deve fare quando noi viviamo questi momenti oscuri, per una tragedia familiare, una malattia, qualche cosa che mi porta giù”».
C’è chi pensa di «prendere una pastiglia per dormire» e fuggire così «dai fatti» drammatici, oppure «prendere due, tre, quattro bicchierini», cercare di «affogare» nell’«alcol» le tristezze. Ma tutto ciò, in realtà, «non aiuta», avverte Francesco.
La Liturgia odierna mostra «come fare con questa desolazione spirituale, quando siamo tiepidi, giù, senza speranza». La strada è indicata dal Salmo 87: «Giunga fino a Te la mia preghiera, Signore». La reazione efficace è dunque pregare, pregare forte, esclama Papa Bergoglio: gridare giorno e notte affinché Dio ascolti.
Si tratta di «una preghiera di bussare alla porta, ma con forza! “Signore, io sono sazio di sventure. La mia vita è sull’orlo degli Inferi. Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, sono come un uomo ormai senza forze”. Quante volte noi ci sentiamo così – osserva – senza forze… E questa è la preghiera». È lo stesso Dio che «ci insegna come pregare in questi brutti momenti. “Signore, mi hai gettato nella fossa più profonda. Pesa su di me il Tuo furore. Giunga fino a Te la mia preghiera”. Questa è la preghiera: così dobbiamo pregare nei momenti più brutti, più oscuri, più di desolazione, più schiacciati, che ci schiacciano, proprio». E «questo è pregare con autenticità. E anche sfogarsi come si è sfogato Giobbe con i figli. Come un figlio».
Nel Libro di Giobbe si legge anche del silenzio degli amici. Davanti a una persona che soffre, spiega il Vescovo di Roma, «le parole possono fare male»: ciò che conta e serve è stare vicino, far sentire la vicinanza, «ma non fare discorsi» inutili.
Quando una persona soffre, «quando una persona è nella desolazione spirituale si deve parlare il meno possibile – ribadisce – e si deve aiutare con il silenzio, la vicinanza, le carezze la sua preghiera davanti al Padre».
Dunque «preghiamo il Signore – conclude Francesco – perché ci dia queste tre grazie: la grazia di riconoscere la desolazione spirituale, la grazia di pregare quando noi saremo stati sottomessi a questo stato di desolazione spirituale, e anche la grazia di sapere accompagnare le persone che soffrono momenti brutti di tristezza e di desolazione spirituale».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 27 settembre 2016

Valutazione dirigenti scolastici. Linee guida

Sono disponibili da oggi sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca le Linee Guida per la valutazione dei dirigenti scolastici. Il documento rende operativa la direttiva firmata nei mesi scorsi dal Ministro Stefania Giannini.

“Si tratta di un processo atteso da 15 anni che ha lo scopo di investire sul miglioramento della professionalità dei nostri dirigenti, figure chiave dell’autonomia scolastica – sottolinea il Ministro -. Il sistema di valutazione a cui abbiamo lavorato è un sistema leggero, che si basa sui documenti e gli strumenti di pianificazione e programmazione che le scuole già utilizzano. Nessun appesantimento burocratico. Si parte dall’autovalutazione dei dirigenti che saranno poi accompagnati nel miglioramento del loro lavoro. La valutazione che parte oggi è un processo di supporto a tutto il sistema scolastico”.

Il documento
Le Linee guida individuano la tempistica del processo, i documenti e le procedure che saranno utilizzati per valutare i dirigenti, le dimensioni professionali che avranno un peso nel giudizio formulato dai Direttori degli Uffici Scolastici Regionali attraverso la valutazione elaborata dai Nuclei preposti.

Prima scadenza, gli obiettivi da assegnare ai presidi: già in questi giorni i Direttori degli USR li stanno definendo ed assegnando ai dirigenti scolastici. Gli obiettivi da raggiungere, coerenti con il Rapporto di autovalutazione e il Piano di miglioramento e formativo delle scuole, saranno validi per tre anni. Entro dicembre saranno formulati i Piani regionali per la valutazione. Mentre fra gennaio e maggio i dirigenti scolastici saranno coinvolti in un processo di autovalutazione attraverso una piattaforma on line simile a quella utilizzata per la produzione del Rapporto di autovalutazione da parte delle scuole.

Cosa faranno i dirigenti? Scatteranno la fotografia del loro operato. Dovranno evidenziare, fra l’altro, le modalità organizzative messe in atto nella loro scuola, le modalità di gestione del personale, le azioni messe in campo per promuovere la partecipazione della comunità scolastica e il rapporto con le realtà del territorio e come hanno promosso il raggiungimento degli obiettivi che hanno ricevuto.

Entro agosto 2017 ci sarà una valutazione di prima istanza da parte del Nucleo regionale con possibili visite nelle scuole. Successivamente arriverà la valutazione finale da parte del Direttore dell’USR. La restituzione dei riscontri della valutazione da parte del Direttore avverrà entro dicembre 2017.

L’azione del Dirigente sarà valutata su tre diverse dimensioni professionali:

  • Direzione unitaria, promozione della partecipazione, competenze gestionali e organizzative finalizzate al raggiungimento dei risultati (a quest’area viene attribuito un peso pari al 60% nel risultato finale);

  • Valorizzazione delle risorse professionali, dell’impegno e dei meriti professionali (avrà un peso del 30%);

  • Apprezzamento dell’operato all’interno della comunità professionale e sociale (avrà un peso del 10%).

La valutazione avrà cadenza annuale e inciderà sulla retribuzione di risultato dei dirigenti scolastici. Quattro i livelli di raggiungimento degli obiettivi previsti: “pieno raggiungimento”, “avanzato raggiungimento”, “buon raggiungimento”, “mancato raggiungimento”.

Scarica le Linee Guida: http://www.istruzione.it/allegati/2016/linee-guida.pdf

Il pianeta connesso e le minacce alla privacy

di Antonello Soro

… Lo scenario che si dispiega davanti a noi non è più soltanto quello dello spazio globale dell’informazione. È l’Internet di tutte le cose, con le sue molteplici applicazioni dalla domotica alle tecnologie indossabili sino alle città intelligenti, che attribuisce anche agli oggetti di uso comune un’identità “digitale” e li connette tra di loro. È lo sviluppo esponenziale dei big data, alimentato dall’uso intensivo di tecniche di calcolo e algoritmi predittivi sempre più precisi ed applicati a volumi crescenti di dati. È, in una parola, il pianeta connesso, nel quale si realizza compiutamente la continuità tra spazio fisico e spazio digitale, la nuova dimensione immateriale della nostra esistenza.

Gli orizzonti che si aprono sono vastissimi e, per molti aspetti, ancora non del tutto noti e prevedibili. L’unica certezza è la nuova e smisurata disponibilità di informazioni che potranno essere raccolte e scambiate ininterrottamente, spesso senza alcun intervento attivo o consapevole delle persone. Il salto che ci attende non è solo quantitativo – per volume e varietà dei dati generati e sfruttati – ma qualitativo, dal momento che le nostre scelte saranno sempre più condizionate da apparecchiature intelligenti che assumeranno in modo automatico decisioni per conto nostro.

Rispetto all’attuale monitoraggio dei comportamenti degli utenti in Rete (analisi della navigazione, del contenuto delle email o dei social network) sarà possibile, in un futuro davvero prossimo, attingere direttamente ed in tempo reale anche a dati dinamici ed emotivi trasmessi dal nostro corpo, ben oltre la già sperimentata sentiment analysis. Penso alle potenzialità delle tecnologie indossabili, dagli orologi intelligenti ai sensori a realtà aumentata. La creazione di una rete di processi, dati e oggetti rischia di realizzare una totale riduzione dell’uomo a cosa: l’individuo considerato alla stregua di un semplice supporto connesso al mondo di Internet.

Il corpo come un oggetto da profilare in modo sempre più sofisticato per condizionare consumi, stili di vita, scelte individuali; e da sorvegliare per conoscere e conservare ogni aspetto anche quello più banale della quotidianità, realizzando un controllo sociale particolarmente invasivo che si estende, di fatto, alle nostre abitazioni, alla nostra fisicità. Siamo noi stessi i primi ad innescare il processo, il più delle volte inconsapevoli delle conseguenze legate alla scia di informazioni personali che ogni attività o operazione compiuta lascia dietro di noi. Forse dovremmo imparare a non affidarci con eccessiva superficialità alle lusinghe della tecnologia, abbagliati dai servizi e dalle opportunità che ci vengono offerte. Sono convinto che di fronte alla complessità della società digitale, dobbiamo esorcizzare la tentazione neoluddista di un’opposizione ideologica nei confronti delle innovazioni e sfuggire da ogni inutile tecnofobia.

E tuttavia le innovazioni, che sono indispensabili per semplificare la vita e migliorare l’ambiente che ci circonda, devono essere governate per impedire che le esigenze del mercato e le logiche del profitto ci sottraggano i nostri spazi di intimità e di libertà e per evitare che i dati accumulati siano usati “contro di noi”. In questi anni, abbiamo indirizzato la nostra attenzione ai c.d. “Over the Top”, le multinazionali del web, monopolisti di un’economia digitale sempre più distante dai consueti canoni della competizione e della regolazione dei mercati, intermediari sempre più esclusivi tra produttori e consumatori, protagonisti influenti delle relazioni internazionali. E nonostante l’evidente disparità di potere i Garanti europei, grazie anche alle recenti sentenze della Corte di Giustizia, hanno avviato un confronto che, ancora lontano dall’essere concluso, ha registrato la disponibilità dei giganti della Rete a misurarsi sul terreno di una protezione dei dati più rispettosa e attenta. Mi riferisco ai vari rapporti sulla trasparenza pubblicati dopo lo scandalo Datagate, alla volontà di adeguarsi alla sentenza della Corte sul diritto a non apparire tra i risultati del motore di ricerca e, particolarmente rilevante per l’Autorità italiana, al riconoscimento del contenuto prescrittivo del nostro provvedimento in materia di privacy policy.

Probabilmente, anche al di là delle nostre ragioni, pesa la consapevolezza che il reiterarsi di comportamenti “scorretti”, se non addirittura illeciti, rischia in primo luogo di compromettere seriamente la fiducia degli utenti e, di conseguenza, di riflettersi negativamente sui loro interessi economici. Ma ora ci attende una nuova stagione e la sfida appare, se possibile, ancora più complessa. E la difficoltà accresce il nostro convincimento che la protezione dei dati rappresenti la chiave attraverso la quale è possibile ricercare il più alto punto di equilibrio tra uomo e tecnica.

Nella società digitale, noi siamo i nostri dati: da questa semplice considerazione bisogna partire per ricercare nuove e più efficaci forme di tutela delle nostre libertà. Seguire il percorso dei dati – presupposto indispensabile per assicurarne una effettiva protezione – diventa tuttavia sempre più complesso in realtà dove prevale l’asimmetria informativa e dove si assottiglia, fino a scomparire del tutto, la possibilità di mantenere il controllo sul flusso di informazioni che ci riguardano. L’interazione automatica tra gli oggetti permette una continua raccolta e condivisione di informazioni, senza alcuna consapevolezza delle persone cui le stesse appartengono.

Del resto la catena dei soggetti che interagisce per implementare, distribuire e gestire le diverse innovazioni si moltiplica e si frammenta ininterrottamente: spesso gli sviluppatori che immettono nel mercato le infinite applicazioni – che quotidianamente scarichiamo sui nostri dispositivi – possono essere anche singoli individui e non coincidere con coloro che le distribuiscono né con chi archivia o detiene effettivamente i dati (di norma conservati in sistemi cloud ). Ma se da un lato la tecnologia offre nuove ed illimitate potenzialità di sviluppo, una raccolta massificata di dati ne aumenta in modo esponenziale la vulnerabilità con ripercussioni sempre più rilevanti per le nostre stesse vite.

I rischi non riguardano soltanto la sicurezza dei dispositivi, ma anche quella di tutti i collegamenti di comunicazione e delle infrastrutture. Il bersaglio degli hacker sarà sempre più frequentemente questa rete di oggetti connessi, nell’ambito della quale i dispositivi mobili (come smartphone e tablet) saranno i vettori di accesso. Penso all’accresciuta possibilità di creare blocchi sui sistemi informatici ai quali è legata la nostra vita quotidiana, dai pagamenti ai trasporti alla salute, proprio per effetto del moltiplicarsi di tali porte di ingresso e del loro continuo interagire.

La partita del cybercrime si giocherà essenzialmente su questo piano e per tale ragione il tema della sicurezza – intesa appunto come protezione dei dati – dovrebbe essere posto al centro non soltanto di un dibattito come quello di oggi, ma della stessa politica generale del Paese. Le garanzie per rispondere a questa nuova sfida della modernità richiedono l’adozione di modelli tecnologici ritenuti sicuri. L’ambizione delle Autorità di protezione dati è quella di ricercare un nuovo equilibrio tra fattibilità tecnica ed accettabilità giuridica; di incorporare la tutela dei diritti nelle tecnologie e di responsabilizzare i titolari spingendoli verso l’adozione di nuovi modelli organizzativi di gestione e di controllo dei dati.

I concetti di privacy by design, privacy by default, valutazione dei rischi, data breach sono la condizione affinché anche lo sviluppo dell’Internet delle cose sia attento ai dati, rispettoso delle persone e, soprattutto, sostenibile. L’obiettivo è quello di arrivare ad un modello di sicurezza e di protezione dei dati perfettamente integrato in ogni dispositivo fin dalla progettazione e non aggiunto a posteriori, in quanto una volta esplosa la domanda dei consumatori sarà difficile ricondurre tutto entro un contesto di reale salvaguardia per i diritti individuali.

La protezione dei dati può rappresentare l’antidoto contro ogni possibile abuso, una risposta all’avanzare della società sorvegliata, il presupposto essenziale per garantire anche la sicurezza dei sistemi. Le perplessità maggiori che si registrano da parte dei settori industriali partono dalla valutazione che, in materia di Internet o Things (IoT), considerato un mercato ancora immaturo, eventuali interventi, anche normativi rischiano di alzare barriere agli investimenti e di ostacolare l’innovazione ma, soprattutto, di essere inadeguati rispetto alla velocità dei cambiamenti.

Gli stessi settori si oppongono a soluzioni rigide astrattamente valide per ogni possibile scenario, ritenendo preferibili scelte flessibili ed approcci multidisciplinari. Sarebbe allora utile un confronto costruttivo con tutti gli interlocutori interessati per individuare e promuovere soluzioni capaci di garantire una effettiva selettività della raccolta e, soprattutto, di verificare che il rispetto di specifiche misure di sicurezza sia bilanciato con l’efficienza dei diversi dispositivi ossia che non ne comprometta le funzionalità. Mi riferisco, in particolare, al ruolo che possono avere le tecniche di anonimizzazione, la raccolta e l’utilizzo di dati aggregati piuttosto che grezzi, l’adozione di tecniche sicure di trasmissione tra i diversi dispositivi o piattaforme, la possibilità di impostare ragionevoli tempi di conservazione ovvero prevedere sistemi automatici di cancellazione, la necessità di definire in modo chiaro tutti i soggetti che interagiscono nei diversi processi nonché i “luoghi” in cui i dati sono conservati.

E ancora, nella consapevolezza della dimensione globale dei fenomeni, occorre valutare se le soluzioni individuate, come ad esempio le certificazioni europee o internazionali, rappresentino un effettivo vantaggio competitivo per le aziende che le rispetteranno. I Garanti europei in questo percorso potrebbero diventare, per gli operatori, interlocutori di riferimento: per assicurare che lo sviluppo della società digitale sia a vantaggio degli utenti e rispettosa dei loro diritti e per tentare di definire, anche con un approccio multidisciplinare, regole e principi condivisi. Si tratta di stabilire un terreno comune di confronto, consapevoli che lo sviluppo del mercato digitale coinvolge anche altri rilevanti aspetti a partire dalla necessità di garantire una libera concorrenza e che sono urgenti interventi sugli attuali livelli di concentrazione dei mercati.

In questo senso si muove la Risoluzione del Parlamento Europeo del dicembre 2014, che chiede misure capaci di separare l’attività dei motori di ricerca dagli altri servizi offerti dai giganti della Rete. Dobbiamo lavorare affinché la protezione dei dati assuma nel senso comune lo stesso ruolo di primo piano che le è stato già ampiamente riconosciuto in ambito giuridico.

 

Tre genitori per un figlio, scienza senza limiti

Francesco Ognibene

Papà, mamma e donatrice di Dna “sano”. L’esperimento inglese per concepire figli privi del difetto genetico della madre era noto, ma ora la rivista «New Scientist» annuncia che in Messico – Paese privo di una regolamentazione della materia – ènato il primo bambino concepito grazie alla tecnica della sostituzione dei mitocondri malati nell’ovocita della madre con materiale genetico di una donna sana.

Il bambino si chiama Abrahim Hassan, è figlio di una coppia giordana nella quale la donna è portatrice della sindrome di Leigh, e ha cinque mesi. A concepirlo è stata l’équipe di John Zhang, che opera a New York. Di sindrome di Leigh, malattia neurologica rara, erano morti due figli della coppia.
La tecnica del triplice Dna non ha riscontri su esseri umani, e dunque nessuno scienziato può dire se il difetto genetico è scomparso oppure tornerà a manifestarsi, nella sua forma conosciuta o attraverso altre anomalie, come già accadde nei primi test falliti negli anni Novanta.
L’annuncio dei test di laboratorio inglesi, autorizzati dall’Hfea – l’ente pubblico che vigila sulla fecondazione assistita e la ricerca sugli embrioni, di fatto accogliendo qualunque richiesta di manipolazione –, mesi fa aveva suscitato aspettative che si ritrovano ora nei primi echi globali alla notizia che giunge dal Messico. Un clima di ottimismo che fa perno sulle comprensibili speranze di chi convive con una malattia genetica dalla quale vorrebbe liberati i propri figli ma che omette qualunque doverosa e prudente considerazione sugli effetti a lungo termine di questo test.

Una parte della scienza mostra infatti di non sapersi fermare di fronte allamanomissione della vita umana e di non considerare quel principio di precauzione che invece viene considerato insuperabile in molti altri ambiti. Non si può escludere infatti che il bambino col Dna “multiplo” possa essere portatore di varianti o difetti genetici oggi ignoti che si manifesteranno più avanti e che verranno trasmessi alla sua progenie, in combinazioni imprevedibili e fuori controllo.

Il solo modo per verificare se questo timore è infondato è mettere al mondo bambini “manipolati”, una pratica che eticamente si giudica da sé. Il “figlio di tre genitori” rilancia quindi, e in modo lancinante. la questione del limite che la ricerca deve sapersi dare quando giunge sulla soglia della vita umana.
Rispettarne l’integrità, agire per curarla senza intervenire nella sua stessa natura, dovrebbe essere un dovere indiscutibile della ricerca scientifica e della medicina, che invece sembrano anteporre la fattibilità tecnica a qualunque altro criterio di giudizio, nel nome della liberazione da malattie inguaribili. Pensare la vita umana come materia biologica a disposizione, al pari di qualunque altra forma vivente, è a ben vedere il frutto della lunga sequenza di strappi e fughe in avanti di cui siamo stati negli ultimi anni preoccupati testimoni.

in Avvenire 27 settembre 2016