Archivio mensile:agosto 2016

Pechino, il Papa e quei “sabotaggi” occidentali

di Gianni Valente

Quando la Cina e la Chiesa cattolica si avvicinano, non tutti la prendono bene. Per questo la lunga e sofferta storia dei rapporti tra la Cina e il Papato, già prima della Rivoluzione maoista, è costellata di false partenze e fallimenti, ma anche di sabotaggi orchestrati dall’esterno. Un fattore ricorrente nelle complesse vicende sino-vaticane, su cui ha riacceso i riflettori il cardinale Pietro Parolin, nella recente relazione magistrale da lui dedicata a Pordenone alla figura del cardinale Celso Costantini (1876-1958), apripista del dialogo vaticano con Pechino e primo Delegato apostolico in Cina dal 1922 al 1933.

In quel testo, pronunciato nella città friulana sabato scorso, l’attuale Segretario di Stato vaticano ha delineato con chiarezza i criteri pastorali e non mondani che guidano la Santa Sede nella nuova stagione di dialogo in atto con le autorità di Pechino: una “ripartenza” intrapresa guardando «al bene dei cattolici cinesi, al bene di tutto il popolo cinese e all’armonia dell’intera società, in favore della pace mondiale». A Pechino, le espressioni calibrate da Parolin hanno raccolto a stretto giro segnali di apprezzamento dalle autorità cinesi. Già ieri Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri, interpellato nell’incontro quotidiano con la stampa sulle frasi di Parolin, ha confermato l’esistenza di «canali di comunicazione molto efficaci» con i Palazzi d’Oltretevere: «Conosciamo molto bene posizioni e preoccupazioni reciproche» ha aggiunto il portavoce cinese «e per questo speriamo di poter lavorare insieme per raggiungere ulteriori progressi nelle nostre relazioni. Penso sia una cosa buona per entrambe le parti».

Ai funzionari di Pechino non sfuggirà neanche il “filo rosso” seguito da Parolin nel delineare la figura di Costantini: il racconto dei tentativi pazienti e tenaci messi in campo dallo stesso Costantini per favorire la saldatura di rapporti diretti tra Santa Sede e autorità cinesi, e dei sistematici sabotaggi – quasi sempre riusciti – perpetrati dalle potenze occidentali per impedire al Papa di trattare con Pechino senza intermediari. Una traiettoria ripercorsa dal Segretario di Stato vaticano senza sbavature polemiche o complottismi, facendo parlare i documenti d’archivio e le ricerche storiche più qualificate.

L’arco storico ripercorso da Parolin è quello dei quasi due secoli in cui la politica imperialista e colonialista delle potenze occidentali – in primis Francia e Inghilterra – ha tenuto in ostaggio tra connivenze, pressioni e ricatti anche le relazioni tra la Santa Sede e il Celeste Impero, e l’intera attività apostolica e missionaria della Chiesa in Cina. Già dal 1720 e fino al 1810 – ha ricordato a Pordenone il più stretto collaboratore di Papa Francesco – era stata concessa a un Vice-Procuratore della Congregazione de Propaganda Fide di risiedere a Pechino per trattare con la Corte Imperiale gli interessi delle missioni cattoliche. Ma poi le politiche colonialiste di Francia e Inghilterra, culminate con le Guerre dell’Oppio, avevano posto la loro irrimediabile ipoteca sull’opera apostolica in territorio cinese. Nel Suo “discorso di Pordenone”, Parolin ha definito «nefasti» i cosiddetti “Trattati ineguali”, con cui le potenze occidentali – in primis Inghilterra, Stati Uniti e Francia – avevano imposto alla Cina a colpi di cannone la loro supremazia coloniale, e che includevano anche privilegi e garanzie sempre più larghe per i missionari occidentali: «Il Trattato di Tien-Tsin, del 1858» ha ricordato Parolin «conferì alla Francia il Protettorato “generale” in Cina su tutti i cristiani, di qualsiasi confessione o nazione, fossero pure cinesi, garantendo le attività di culto ed evangelizzazione alla religione cristiana e la rivalsa economica per i danni causati da eventuali attentati». In tale scenario, nei decenni successivi, si registrano gli episodi più spudorati del boicottaggio occidentale – tutti ripercorsi da Parolin – verso i tentativi messi in atto da Cina e Santa Sede per avvicinarsi e consolidare relazioni dirette. Già nel 1881 Pechino aveva fatto conoscere in

Vaticano il desiderio d di stabilire relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Le trattative, nel 1886, erano giunte fino alla nomina di un nunzio apostolico da inviare presso il governo cinese. «Ma il rappresentante pontificio» ha riferito Parolin «non poté partire a causa dell’opposizione sorda della Francia, determinata a difendere ad oltranza il suo Protettorato contro ogni possibile ridimensionamento».

Nel suo intervento, il Segretario di Stato vaticano si è soffermato soprattutto sull’intensa fase di trattative che ebbe come protagonista Costantini, apertasi con la fine dell’Impero e con la proclamazione della Repubblica di Cina (1912). In quel frangente, mentre il popolo cinese reclamava l’abolizione dei “Trattati ineguali” e la fine del’asservimento agli occidentali, il governo repubblicano cinese fece di nuovo conoscere in Vaticano la volontà di stabilire relazioni diplomatiche con la Sede apostolica. «I negoziati» ha sottolineato Parolin «si conclusero felicemente nel 1918, ma per le solite difficoltà non ebbero alcun seguito». Allora Pio XI, nel 1922, decise di inviare proprio Costantini a rappresentarlo in Cina, come Delegato apostolico. «La sua missione – ha annotato Parolin – fu tenuta segreta fino al suo arrivo a Hong-Kong, «per non esporla al pericolo di un “naufragio”, a causa degli interessi politici delle potenze europee». Arrivato a destinazione, il delegato apostolico annotava nei suoi memoriali: «Di fronte specialmente ai Cinesi, ho creduto opportuno di non dover accreditare in alcun modo il sospetto che la religione cattolica apparisca come messa sotto tutela e, peggio ancora, come strumento politico al servizio delle nazioni europee. Volli, fin dai miei primi atti, rivendicare la mia libertà d’azione nell’ambito degli interessi religiosi, rifiutando di essere accompagnato presso le Autorità civili locali dai Rappresentanti di Nazioni estere. Avrei fatto la figura di essere in Cina in subordine a quei Rappresentanti».

Da Delegato apostolico, Costantini riuscì a far celebrare il primo Concilio nazionale cinese (Shanghai 1924) e a avviare il processo di decolonizzazione religiosa, combattendo le pervicaci rimanenze del Protettorato. Consegui buoni risultati anche nella lotta contro quello che Parolin ha definito «l’occidentalismo», che «dava una veste europea al cristianesimo in Estremo Oriente, finendo per presentarlo come una religione straniera, trattata come un “corpo estraneo”». Ma i suoi tentativi di avviare trattative per stabilire accordi diplomatici tra Cina e Santa Sede continuarono a scatenare reazioni abnormi. E anche allora, le opposizioni più feroci venivano da autorevoli esponenti clericali: «la Francia» ha raccontato Parolin a Pordenone «si oppose risolutamente, sostenuta anche da alcuni circoli missionari e persino da vescovi francesi in Cina, soprattutto quelli di Tianjin, Zhengding, Xianxian, Yuanpingfu e Pechino». In quel clima sovraeccitato, Costantini divenne addirittura bersaglio «di una raffica di attacchi volgari e inauditi, i quali lo indussero a sospendere la tessitura della trama diplomatica».
Così si persero occasioni e anni preziosi.

Una rappresentanza cinese in Vaticano si poté istituire solo nel tempo della Seconda Guerra mondiale, e solo per l’insistenza della Cina ad avere lo stesso riconoscimento che il Vaticano aveva concesso al Giappone, alleato della Germania nazista. La Delegazione apostolica di Pechino fu elevata al rango di nunziatura solo dopo la guerra, nel 1946. Nello stesso anno – ha aggiunto Parolin – Pio XII instaurò la gerarchia episcopale cinese, riconoscendone «la responsabilità e l’autonomia di governo rispetto a istituzioni occidentali». Risultati raggiunti anche grazie al lavoro paziente e tenace di Celso Costantini – divenuto Segretario della Congregazione di Propaganda Fide dal 1935 al 1953 –, che sarebbero presto stati travolti dalla Rivoluzione maoista.

Adesso, dopo decenni di tragedie e sofferenze attraversate dai cattolici cinesi, il possibile cambio di passo nelle relazioni tra la Santa Sede e la Cina comunista – ha detto Parolin a Pordenone – si trova davanti a «problemi non del tutto dissimili a quelli affrontati 70 anni fa». E nei contesti storici radicalmente mutati, la prospettiva di relazioni più strette tra la Cina Popolare e la Chiesa di Roma continua a provocare allarmi e angosce nei circoli ben attrezzati – con annessa sezione ecclesiastica

– che si ostinano a identificare la Chiesa cattolica come correlato religioso dell’Occidente a guida nord-atlantica, e a pretendere un “tutoraggio papale” etico-spirituale ai processi di globalizzazione a guida statunitense-occidentale. Si spiega anche così l’accanimento forsennato di certe campagne strumentali condotte in Occidente per attaccare e screditare le trattative in corso tra Cina Popolare e Santa Sede, accusata di perseguire per vanagloria un accordo politico con Pechino «sulla pelle dei cattolici cinesi», o di cedere agli spregiudicati burattinai cinesi solo per compiacere il proprio cieco e ingenuo “ottimismo”. Caricature grottesche, totalmente fuori misura rispetto al modus operandi della Santa Sede, avvezza a tenere conto di tutti i fattori e gli attori implicati nella grande partita cinese. Compresi gli eventuali sabotaggi pianificati in Occidente, che non sono iniziati ora, come ha raccontato a Pordenone il cardinale Parolin.

in “La Stampa-Vatican Insider” del 30 agosto 2016

Un letale silenzio

di Riccardo Redaelli

 Nei pezzi scritti senza troppa fantasia, si dice spesso «neppure più fa notizia l’ultima strage…». Per lo Yemen, Paese massacrato ai margini di un disastrato Medio Oriente, la realtà è ancora peggiore, dato che – con qualche lodevole eccezione – le stragi che avvengono sul suo territorio non hanno mai veramente colpito le opinioni pubbliche internazionali. E tantomeno hanno spinto all’azione le cancellerie. Un po’ per disattenzione: sui tavoli diplomatici vi è sempre qualche questione più urgente o più importante per la sicurezza regionale; molto per colpevole indifferenza – mescolata a più di un calcolo tattico e a qualche corposo interesse – verso quanto avviene in quel povero Paese. Dal marzo dello scorso anno, una coalizione guidata dall’Arabia Saudita bombarda parti dello Yemen per combattere i ribelli sciiiti Houthi, che Riad ritiene manovrati dall’Iran, e per ripristinare militarmente il governo del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, scacciato dalla capitale agli inizi del 2015. Quella che doveva essere una campagna lampo del nuovo re saudita Salman si è trasformata in uno smacco strategico per gli sceicchi arabi e in un incubo per la popolazione, stretta fra bombardamenti indiscriminati, scontri di milizie, attentati terroristici sempre più sanguinosi dei gruppi jihadisti – come quello di ieri che ha fatto strage di reclute nella città di Aden – e il dilagare di malnutrizione e mancanza di cure di base. Lo scandalo dei bombardamenti della coalizione antiHouthi – che colpiscono indiscriminatamente ospedali, campi profughi e quartieri civili con l’uso di armi vietate come le bombe a grappolo – non ha portato a una vittoria sul campo, ma ha contribuito a estremizzare il conflitto e ha favorito il proliferare delle forze di Aqap (al-Qaeda nella Penisola Arabica) e di gruppi terroristici che si riconoscono nel Daesh. Proprio questi ultimi hanno colpito ieri e sono responsabili di sanguinosi attentati (suicidi e no). Anche se, va detto, la variabile dell’estremismo religioso spesso è solo una maschera per conflitti clanico-tribali e per regolamenti di conti con figure del passato o del presente regime. L’ex presidente Saleh, ad esempio, non sembra scollegato dalla crescita dell’attività terroristica, nonostante sia vicino agli Houthi sciiti e in passato si sia sempre accreditato quale acerrimo avversario dei gruppi jihadisti. In Occidente, i governi sono stati molto (anzi, troppo) prudenti, dato che – avendo sconfessato i sauditi nel caso del compromesso sul nucleare iraniano e in Siria – non hanno voluto umiliarli intervenendo anche sul dossier yemenita, imponendo una sospensione o almeno una limitazione dei bombardamenti. È chiaro, tuttavia, che la politica di Riad, ossessionata dal ‘nemico Iran’ e che punta a dettare condizioni, più che a cercare accordi, non può essere la ricetta per portare a un compromesso politico in Yemen. Compromesso di cui la popolazione ha disperato bisogno. E anche la regione: fermare un conflitto tanto sanguinoso quanto inconcludente non solo aiuterebbe i civili yemeniti e eviterebbe la disgregazione di un altro Paese in un Medio Oriente già troppo sbriciolato, ma sarebbe la migliore politica per indebolire i gruppi jihadisti che si muovono oggi con impunità. Purtroppo, diversi tentativi di accordo sono finora falliti. È evidente quindi come occorra maggior impegno da parte di tutti gli attori coinvolti. E in particolare dalle Nazioni Unite. Quanto infatti stupisce maggiormente nella vicenda è la fragorosa afonia dei vertici Onu. Certo, sarebbe stato forse troppo aspettarsi che l’attuale segretario generale – giunto alla conclusione del suo mandato – mostrasse almeno in questo frangente più determinazione e coraggio. Ma il silenzio con cui si assiste ai continui massacri è davvero intollerabile. Tanto più che vi sono sul campo validissimi funzionari del Palazzo di Vetro; senza però un pieno sostegno da parte dei vertici della diplomazia internazionale ogni iniziativa di pace è condannata a scontrarsi con chi considera lo Yemen solo una casella della grande scacchiera mediorientale. E non vede un popolo sfinito, che ha già pagato un prezzo pesantissimo ai giochi di potere interni e regionali e ai cinici calcoli di venditori di armi e di strateghi senza visione e senza morale.

in “Avvenire” del 30 agosto 2016

La Bellezza, mistero del mondo

Dialogo tra Sergio Givone, filosofo e Prorettore dell’Università di Firenze, e Davide Rondoni, scrittore, editorialista del Sole24ore e Avvenire a cura di Luca Nannipieri.

Givone, perché si ha fame di bellezza?

SERGIO GIVONE – Proviamo anzitutto a chiederci: che cos’è la bellezza? Il concetto di bellezza è molto ambiguo e una riflessione attenta su di esso non può prescindere dal fatto che noi usiamo spesso questo termine nelle più disparate occasioni. Viviamo in un mondo in cui sembra che solo ciò che è bello sia degno di esistere. Valutiamo e giudichiamo in nome della bellezza, non della bellezza di cui si ha intimamente fame, non della bellezza che è mistero del mondo, ma evidentemente di un’altra bellezza, quella bellezza che è pacifica, scontata, quella bellezza che ci autorizza a dire che solo ciò che è bello è degno di essere comprato, votato, scelto, messo nelle nostre case. L’industria ha capito bene tutto questo e infatti presenta le merci in un alone di bellezza senza il quale non sono vendibili, costruisce e rende belli e accoglienti i luoghi in cui le merci sono vendute, e la pubblicità e la presentazione delle merci passano soprattutto attraverso questo sforzo di rendere bello, di salvare solo ciò che è bello. Giudichiamo un prodotto per la cucina, un uomo politico, un libro o una vetrina secondo questa bellezza che fa da velo e che alla fine diventa un’estrema mistificazione. Infatti che cosa è accaduto? E’ accaduto che valutiamo degno di essere soltanto ciò che appare sotto questa luce. La bellezza non è se non il fatto di apparire, di essere in mostra e mostrata bene. E dunque la bellezza è diventata una decorazione, una cosa sfigurata, banale, triviale.

Alla tua domanda iniziale “perché si ha fame di bellezza?”, sono tentato di rispondere con un’altra domanda che segue questo mio pensiero: cos’è successo in questa parabola che sta sotto il nome di bellezza, dagli antichi che la cercavano fino ad oggi e a noi che la consideriamo una cosa di consumo? Cos’è accaduto? Evidentemente, in questi secoli, è successo qualcosa su cui vale la pena interrogarci. Interrogandoci proveremo a rispondere che cosa sia la bellezza e che cosa significhi avere fame di bellezza.

Comincio con una citazione e con un grandissimo poeta: Rainer Maria Rilke nella prima elegia duinese definisce il bello come nient’altro che l’inizio del terribile: “Chi se io gridassi mi udirebbe mai / dalle schiere degli angeli ed anche / se uno di loro al cuore / mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte / presenza. Perché il bello è solo / l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena, / e il bello lo ammiriamo così perché incurante / disdegna di distruggerci”. A nessuno di noi verrebbe in mente questa definizione di bellezza come inizio del tremendo. Cos’è il tremendo, il terribile? Ciò che scuote nel profondo, ciò che è massimamente inquietante. Per Rilke la bellezza è ciò che ci inquieta come nessuna altra cosa, ma è solo l’inizio di questo scuotimento, di questo processo, e per poter capire quello che vuole dirci pienamente il poeta, dobbiamo leggere l’elegia per intero che sta tutta nel segno dell’Angelo dell’Annunciazione.

Esiste qualcosa di più quieto e mite, di più riconciliato con se stesso, che lo stare di una fanciulla nel raccoglimento di una preghiera confidente e fiduciosa? Forse non riusciamo ad immaginare qualcosa di più perfetto, di più chiuso nella sua compiuta serenità di una fanciulla che prega. Ma quella fanciulla riceve un annuncio che la scuote nel profondo. L’Angelo dell’Annunciazione è l’angelo della bellezza che nella bellezza scuote, che apre una lacerazione, come una vetrata che si rompe. Tutto questo accade alla Madonna, ma questo accadere viene dalla bellezza conservato. In genere lo squarcio, la lacerazione ci fa sprofondare. Invece la bellezza ci salva da tutto ciò, è uno squarcio che permette di sperimentare ciò che scuote nel profondo, ma salvandoci. Esattamente quello che accade alla Madonna. Quella fanciulla è scossa nel profondo e tuttavia la sua fiducia, il suo raccoglimento e la sua confidenza nei confronti dell’Angelo che induce in lei quello scuotimento, restano tali. Dunque, secondo Rilke, e detto in altri termini, la bellezza è evento, l’annunciazione è evento, la bellezza è epifania, manifestazione eventuale, cioè qualche cosa che accade, che nasce in quel momento lì. La verità dell’evento è tutta raccolta nell’evento stesso ed io ne faccio esperienza. Questo è il mistero: non quel mistero come noi solitamente lo pensiamo, cioè come quel velo che nasconde qualcosa che appartiene alla struttura dell’essere, e che, appunto, stante questo velo, io non posso afferrare, non posso percepire, ma una volta tolto questo velo, eccolo lì il mondo completamente dispiegato; che è come dire il mistero è tolto. No… il mistero resta, anzi è stato rafforzato, rinvigorito dall’evento stesso: il fatto che sia mistero, non si lascia sprofondare nel suo non senso. Nessuno al mistero riesce a strappare la sua “misteriosità”, il suo segreto: è come una polla d’acqua che si rigenera da se stessa e continua a zampillare.

Charles Baudelaire fu il primo intellettuale che ha avuto una consapevolezza davvero profetica, anticipatoria del mondo verso il quale stavamo andando, il mondo esemplificato a suo giudizio da Parigi, capitale del XIX secolo, città che non è più città, i cui confini non sono più le mura, in cui non è più il finito la dimensione che la definisce, ma l’infinito, città metropolitana, città a perdere, città sconfinata, dove ci si perde, dove non ci si riconosce più, ecco Baudelaire dice questo: quello che una volta era l’incontro tra gli uomini, oggi è l’urto, colpirsi gli uni e gli altri senza chiedersi scusa. Il tratto specifico è l’urtarsi. Ebbene, Charles Baudelaire, che sapeva cosa fosse la secolarizzazione, la perdita del sacro, il disincanto del mondo, scrisse questi due versi che potrebbero essere integralmente rilkiani “Da dove vieni, o Bellezza, da un cielo anteriore o dall’abisso / il tuo sguardo, infernale o divino che sia, versa / mischiandoli, beneficio e delitto….”. Anche per Baudelaire la bellezza è un mistero che schiude e richiude ai nostri occhi la sua intima verità. Appunto non importa che sia infernale o divino, ma certo importa che il suo sguardo sia smisurato.

Rondoni, la bellezza scuote nel profondo dice Givone. Ma che cosa scuote dentro? Che cosa va ad accendere?

DAVIDE RONDONI – La bellezza scuote perché mette in inquietudine la tua esperienza, la chiama a sorprendersi, a turbarsi, a prendere consapevolezza della sua misura e di ciò che rompe questa misura, di ciò che la supera e la vivifica. Di fronte alla bellezza, di fronte ad una bella donna, non provi quiete o pacificazione. Piero Bigongiari, che era un uomo che aveva un ragionamento sulle cose profonde veramente soggiogante, scrisse che l’attrice Catherine Hepburne era molto amata perché incarnava un volto del nostro intimo: l’inquietudine. Scrisse proprio così: l’inquietudine. Stava parlando di un’attrice bellissima ma ne andò a cogliere esattamente qualche cosa che ci riguardava in pieno: la bellezza di quell’attrice metteva in moto non un’esperienza di pacificazione o di seraficità, ma un campo di battaglia, un’agitazione. La sua bellezza scuoteva, inquietava. Quando incontri la bellezza, questo provi: un senso di spalancamento, come una finestra che si spalanca, una dimensione dentro che si amplifica enormemente. Noi diciamo ad una donna “sei bella da morire”. Cosa vuol dire “sei bella da morire”? Cosa c’è dentro questo modo strano di dire, che può sembrare semplice o banale? C’è appunto uno sperduto indizio, un annuncio, una traccia dello sconfinato, del “tremendo” di cui ha parlato adesso Givone. La bellezza è un qualche cosa che rompe, che eccede, è un evento che eccede la misura, che offre sproporzioni rispetto a te stesso. Semplificando molto, si può dire che l’esperienza della bellezza ti spinge a non essere tiepido nei confronti dell’esistenza. Nella Bibbia è scritto che Dio vomiterà i tiepidi. Ecco, provocando la discussione, dico che la bellezza è una di quelle cose che ci permette di non essere vomitati da Dio.

Che cosa intende quando dice che la bellezza offre sproporzioni rispetto a te stesso?

DAVIDE RONDONI – Non sono un teorico o un filosofo: i filosofi come Givone chiariscono, io come poeta sono più portato a confondere, a portare quella confusione un po’ luminosa della poesia. Per questo, ti leggo una mia poesia e poi provo a rispondere a quello che mi chiedi:

Grazie a te/essere come l’albero solitario sulla linea della collina/che aperto fa vedere come gli viene alle spalle il grido del cielo/Con te amore mio/sento finalmente il canto che mi farà morire

La bellezza genera sproporzioni perché quando la incontri, sia nel volto di una bella donna sia in un affresco di Michelangelo, si sente salire una sorta di urgenza, di domanda affinché nella tua vita qualcosa cambi, qualcosa si rompa o si ridisegni in uno spazio diverso, più ampio. Ciò che chiede, ciò che evidenzia la bellezza è una parola che i mezzi di grande comunicazione e i dibattiti e i giornali hanno quasi dimenticato eppure la vita la chiede continuamente: l’infinito, l’eterno. Diciamo così: da Omero a Dante a Piero della Francesca, la bellezza delle loro opere chiede, evidenzia l’entrata dell’eterno nella storia, nella nostra storia.

Quando ci s’incanta di fronte ad una donna e si continua a dire “Come sei bella, come sei bella”, questa ripetizione è un aumento, non è una ripetizione che sminuisce. In genere in “come sei bella, come sei bella, come sei bella” o nell’invocazione di San Bernardo alla Vergine scritta da Dante nell’ultimo canto del Paradiso “in te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna….” c’è una ripetizione che è una specie di viaggio dentro qualche cosa che riconosco e che non so, che riconosco e che mi sfugge, che mi dà misura dell’eterno, dello sconfinato.

Pensa a quanto ci piace guardare l’andirivieni delle onde sulla spiaggia, queste onde piccole, che fanno un po’ di riflesso, un po’ di luce, che si infrangono e si ripetono. Perché ci piace guardare quel fenomeno lì, pieno di movimento e di ritmo? Perché è una cosa piccolissima, però al tempo stesso è attaccata ad un fenomeno immenso come il mare. E allora ci piace che ci arrivi addosso qualche cosa che al contempo è minimo, fuggitivo, ma porta con sé l’eco e la profondità di chissà quali abissi e di chissà quale orizzonte.

E’ sempre notte, sempre giorno i cancelli del mondo, il tuo volto/si aprono, non aprono/sempre notte/sempre giorno,/la vita intera come uno che ha intravisto/e sta per ricordarsi di qualcosa cuore divorante della rosa

Questa è una mia poesia nata nel sentore di questo che ho detto, ma anche Dante compie il viaggio della Commedia affinché la nostra stessa vita, oltre alla sua, sia presa da questo movimento, affinché si possa andare a trovare qualcosa per cui tutto non sia perduto.

SERGIO GIVONE – Seguendo quanto detto adesso da Rondoni e riprendendo il filo della mia riflessione che si era fermata a Rilke e alla bellezza che scuote nel profondo come l’Angelo dell’Annunciazione nei confronti della Madonna, proviamo a fare un passo ulteriore.

Qualche anno prima di Rilke, Fëdor Dostoevskij aveva detto qualcosa di ancora più intenso, di più polemico. Aveva detto che la bellezza è il campo di battaglia nel quale Dio e Satana si giocano il cuore dell’uomo. Tutti i suoi romanzi illustrano mirabilmente questa condizione, pensiamo a “L’idiota” o “I fratelli Karamàzov”: in nome di che cosa i personaggi Ivan Karamàzov, Dmijtri, il principe Myškin, Rogozin si giocano la vita? In nome di una donna, di una donna che appare ed il mondo non è più quello che era. La bellezza dunque anche qui come epifania, come evento. Il principe Myškin apre la porta e si trova di fronte la bella Nastas’ja e le dice: “Ma voi siete quella che credevo che foste”. L’ha riconosciuta senza averla mai vista prima. Questo è il mistero della bellezza e cioè che ci rende sempre più affamati di bellezza. Noi nella bellezza e soltanto nella bellezza, perché non c’è altra esperienza di questo tipo, riconosciamo ciò che non abbiamo mai riconosciuto, ciò che non conoscevamo. La vediamo, ed è proprio lei. Non quella “lei” di cui avevo una certa idea in testa e l’ho trovata corrispondente. No, il contrario: anzi, succede spesso che quella “lei”, che è proprio lei, è diversissima da come io mi immaginavo che dovesse essere, eppure è lei. Anamnesi della parola. Viene da lontano questa idea della bellezza come riconoscimento di qualcosa che è assolutamente vero, pieno di verità, e che non conoscevo, che conosco in quel momento ed è una conoscenza più forte, più attrattiva, più appagante di qualsiasi altra conoscenza. Viene addirittura da Platone. Nel Simposio, infatti, ci dice questo: la bellezza è il mistero. Ecco perché è il mistero del mondo, il mistero per cui io riconosco ciò che non conoscevo, che non sapevo che esistesse ma, nel momento in cui lo riconosco, la conoscenza è totale, piena: tanto è vero che nessuno è pieno di sapere come l’innamorato. Tu hai un bel dire a lui… “no guarda, non c’è solo lei, ma ce ne sono altre, ma lei non ti vuole, pazienza…” prova a fare un discorso così all’innamorato. Giustamente non ti dà ascolto perché per lui lei è tutto ed è assolutamente certo di questo tutto. Questo è misterioso e non c’è niente di più misterioso. Ecco perché gli uomini sono pronti a giocarsi la vita per questo. Dostoevskij ha descritto meglio di qualsiasi altro questo fatto per cui sono pronto a giocarmi la vita per quella lì, giocarmi la vita vuol dire che Dio e Satana si disputano il cuore dell’uomo. E’ un’esperienza misteriosissima, la più inverosimile, che prima o poi capita a tutti di fare. Dio e Satana si disputano il cuore dell’uomo: i due personaggi nell’ “Idiota” che non si possono pensare se non uno lo specchio dell’altro avranno un destino opposto: il principe Myškin si salva dalla tentazione, ma perdendosi, e sprofonda in una forma di demenza da cui non vi è ritorno: si salva dall’amore e tuttavia si perde. Mentre il suo alterego Rogozin uccide Nastas’ja e finisce in galera, ma perdendosi si salva perché è lui il delinquente, l’assassino che alla fine si salva. Il principe Myškin, l’angelico Myškin, l’unico uomo buono dopo Don Chisciotte, come dirà Dostoevskij, sprofonda. Ecco un esempio di come Dio e Satana si disputano il cuore dell’uomo, e non si sa come finirà, se finirà in mano a Satana o a Dio. Il conflitto è sempre aperto. Il mistero è rimasto tale.

Rondoni, entriamo nella riflessione di Givone: lui sposta il baricentro della domanda che abbiamo fatto all’inizio “che cos’è la bellezza?” concentrando la nostra attenzione non sull’essenza della bellezza, non sulla sua natura, ma soprattutto sullo scuotimento di chi la incontra. Come dire, non esiste bellezza al di fuori e al di là dello sguardo umano in cui essa si rivela.

DAVIDE RONDONI – Infatti ancora Bigongiari diceva: “un uomo è sempre più interessante di una roccia o d’un tramonto e anche di una roccia accesa dal tramonto”. Questo significa che quando parliamo di bellezza, parliamo anzitutto di un fenomeno umano, parliamo dell’esperienza umana della bellezza: è bella una roccia, è bello un tramonto, è bella una roccia illuminata dal tramonto ma un uomo è sempre più interessante di questo. Non esiste nemmeno la possibilità di parlare della bellezza in astratto dall’esperienza dell’uomo, che è un’esperienza segnata dalla finitezza, dal limite della contraddizione. Non si fa l’esperienza della bellezza come se fosse un anticipo del paradiso, cioè non si fa mai l’esperienza della bellezza fuori dalle condizioni dell’umano. Baudelaire in una sua poesia fa un elenco dei capolavori dell’arte, dei fari della bellezza prodotta dall’uomo, e verso la fine dice questo: “Goja, incubo ricco di realtà sconosciute, / di feti messi a cuocere al centro dei sabba, / di vecchie allo specchio e di fanciulle ignude, / che per tentare i demoni aggiustano le calze; / Delacroix, lago di sangue sfiorato da angeli perversi, / adombrato da un sempre verde bosco di abeti, / ove, sotto un cielo opprimente, strambe fanfare / passano, come un sospiro soffocato di Weber. / Queste maledizioni, bestemmie, pianti, / queste enfasi, grida, lacrime, e questi Te Deum, / sono un eco ripetuto per mille labirinti, / per i cuori mortali un oppio divino.” Questa bellezza, finisce così Baudelaire, è “un grido ridato da mille sentinelle, / un ordine rilanciato da mille messaggeri: / è un faro acceso su mille cittadelle, / un richiamo di cacciatori perduto nei grandi boschi! / Perché veramente, Signore, la miglior testimonianza / che noi possiamo dare della nostra dignità / è questo ardente singhiozzo che va di era in era / e viene a morire al confine della vostra eternità!”. La bellezza come ardente singhiozzo che va a morire ai piedi dell’eterno. La bellezza di un’opera è tale perché rispetta le condizioni della vita: questa è una cosa che mi ha colpito molto. L’arte non è una specie di messaggio e massaggio consolante ma scuote perché rispetta pienamente le condizioni che la nostra vita ha. Nella tensione che anima la Pietà Rondanini di Michelangelo c’è il bello e l’incompiuto, c’è il bello e c’è il limite, c’è l’ideale e c’è l’impotenza, c’è la riuscita e c’è il fallimento, sono rispettate le condizioni della vita. La bellezza dell’arte si tocca in quei momenti in cui la nostra natura si riconosce, non nel momento in cui una parte di noi viene soddisfatta. E’ lì che si fa l’esperienza della bellezza, quando vedi qualche cosa che rispetta la tua natura, in qualche modo la dice pienamente. L’uomo è interessante, non il sasso colorato dal tramonto. E’ interessante il sasso se lo guarda un uomo.

Dunque la bellezza nasce laddove c’è chi sente il continuo avvenimento dell’esistenza. Il poeta Auden diceva una cosa che mi ha sempre molto sorpreso: nella poesia si può parlare di tutto, ed infatti nella Divina Commedia si parla di tutto, dalle feci a Dio, ma quello che la poesia fa, quello che la bellezza fa, è rendere onore a quello che c’è perché c’è. E’ anche fin troppo facile cogliere la bellezza delle cose belle e, in un’epoca tragica come la nostra, a volte può sembrare che una certa enfasi sulla bellezza avvenga per contraltare ad un sentimento grigio dell’esistenza, come dire: siccome la vita fa schifo, almeno ogni tanto vai a teatro o a vedere una mostra. No, per me la sfida sulla bellezza è un’altra, ed è al livello per cui tu rendi onore a quello che c’è perché c’è, perché c’è una bellezza della realtà, di tutta la realtà. E’ bello quello che c’è in quanto c’è. Mario Luzi lo ha scritto benissimo: la poesia tende ad affermare con la massima intensità la presenza della vita, la nostra non rassegnata casualità nel mondo.

Però, Rondoni, come si confronta con quello che diceva prima Givone e cioè che vi è una tale mistificazione della bellezza in ogni nostra attività che a tutt’oggi sembra che essa sia innocua, secondaria e non decisiva di fronte alle questioni cruciali del nostro vivere e morire?

DAVIDE RONDONI – Bernard-Henri Lévy, che è uno degli intellettuali europei più ascoltati dai nostri quotidiani, dice che l’arte non deve cercare il bello, l’arte deve testimoniare un nichilismo attivo perché il bello non ci riguarda più. Ma davvero possiamo dare credito a queste parole? Davvero possiamo pensare che l’unica posizione dominante oggi sia questa, dove niente ti è caro, a niente ti senti legato e la vita è come un panorama che guardi dalla cima di una collina, dove tutto appare uguale a tutto perché niente ti appartiene e a niente tu appartieni? A mio avviso non si conosce senza avere qualcosa di caro. Avere delle cose care fa parte di un processo corretto di conoscenza. Invece, secondo questi nichilisti, sembra che la vera conoscenza avvenga quando fai cinque passi indietro e non ti attacchi a nulla. Ora, se fai cinque passi indietro, la prospettiva ti si chiarisce, ma anche è vero che questi passi indietro devono essere passi indietro di sguardo, non di affetto, non di legami, non di cuore. Se il cuore è sempre staccato cinque passi indietro dalle cose, tu le cose non le conosci più.

Alla posizione di Bernard-Henri Lévy e di tanti altri, per i quali l’arte si deve ridurre a registrare la negatività dell’esistenza e la vita deve essere accattata come fosse alla fine una fregatura, io contrappongo sempre una frase straordinaria di Don Giussani: la vita è una penombra; siamo in una penombra. E l’arte vive di questo grigio, partecipa a questo dramma continuo che è l’esistenza, in cui non esiste ciò che è già scampato o ciò che è già perduto, ma è continuamente un dramma, continuamente, appunto, una penombra. L’arte partecipa a questa penombra, ma questa condizione sarebbe solo nebbia se non fosse attraversata, in qualche modo animata, dalla tensione all’eterno, di cui l’arte e la bellezza sono alcune delle espressioni più acute. La bellezza scuote perché non censura la nostra contraddizione, perché è il segno di un movimento che c’è nell’uomo, cioè di una penombra in cui si cerca, non di una nebbia in cui ci si ferma.

Dante parte dalla selva, cioè comincia il suo viaggio da un posto che non sa risolvere. Se non avesse incontrato e cercato Beatrice, e senza l’aiuto di Virgilio, non avrebbe risolto la selva oscura della sua vita. Ma il viaggio di Dante, la sua intima aspirazione è conoscere ciò che unisce la vita, e ciò che la unisce è questo infinito che entra in essa.

Ezra Pound ha scritto una poesia su Venezia che è una delle più forti del Novecento, Venetian Night Litany. Cantando lo splendore della città sulla laguna, Pound sente a tal punto il colpo della presenza di Venezia che si chiede: cosa abbiamo fatto, o Dio, di così grande in passato per cui oggi ci dai questa ricompensa oppure quale orrore ci aspetta in futuro così da avere oggi questa consolazione previa? La poesia inizia propria con una invocazione e una domanda: “O Dieu, purifiez nos coeurs! / Purifiez nos coeurs! // Oh sì, la mia strada hai segnato / in piacevoli luoghi / e la bellezza di questa tua Venezia / m’hai rivelata / che la sua grazia è divenuta in me / una cosa di lacrime. // O Dio, quale grande gesto di bontà / abbiamo fatto in passato, / e dimenticato, / che tu ci doni questa meraviglia, o Dio delle acque? // O Dio della notte, / quale grande dolore / viene verso di noi, / che tu ce ne compensi così / prima del tempo?”

In Pound c’è dunque tutta la dismisura della presenza di Venezia. Qualche anno dopo il poeta Vittorio Sereni riscrive quella poesia e in qualche modo la parafrasa. Ma la distanza è enorme: mentre per Pound la bellezza è un colpo che arriva, rompe le misure e genera un senso di smarrimento e di sproporzione, per Sereni la bellezza di Venezia è l’esito di una congettura e infatti parla di come congetturare la città. A Dio non viene rivolta più nessuna domanda, nessuna invocazione da parte dell’uomo, come se il suo sguardo non fosse più disposto ad incuriosirsi e commuoversi di fronte al vivente e l’unico atteggiamento accettato fosse un sorvegliatissimo, mentale, quasi aziendale disincanto. Congetturare, appunto. Come se la domanda sul destino non fosse una domanda alla nostra portata, e la vastità di un’invocazione all’altissimo, quale ha fatto Pound, fosse sostituita da una ragionevole e alla fine fredda elaborazione dei sentimenti. Ecco, il nichilismo cosiddetto attivo di Bernard-Henri Lévy e di molti altri esponenti si nutre di questo, del disvalore non delle cose ma dell’esperienza umana che le giudica.

Givone, chiarisca questa lontananza forse soltanto apparente: Rondoni dice che, dall’antichità fino ad oggi, i grandi poeti condividono alla radice la stessa adesione e fiducia nei movimenti incontrollabili della vita, il pieno ascolto del dettato del vivente. La loro voce sarà tanto più forte quanto più la loro visione e la loro apertura nei confronti dell’esperienza avrà inteso che il mondo ha un’azione dentro, un misterioso scopo, un mistero di presenza. Così dicendo, Rondoni riconosce uno stesso gesto primario, creativo in poeti vissuti in epoche diversissime e con stili lontanissimi, da Omero e Dante a Leopardi fino a Luzi, Caproni e ai maggiori contemporanei. La bellezza di Dante, la bellezza di Ungaretti, la bellezza di Eliot sono nutrite da uno stesso gesto primario alla radice: dare credito all’esperienza dell’uomo. Appartandoci dalla poesia e andando incontro alle altre arti, lei riconosce la stessa visione, lo stesso gesto primario e creativo in una Pietà di Michelangelo e in una combustione di Alberto Burri, la stessa intima tensione che anima una Madonna di Raffaello e un orinatoio di Duchamp?

SERGIO GIVONE – L’arte contemporanea, e in genere l’arte del Novecento, non parla più di bellezza, anzi sembra sdegnare l’idea stessa di bellezza. Se nella nostra società solo ciò che è bello, gradevole e ben in mostra è degno di esistere, se nella nostra società vi è un progetto volto a trasformare il mondo nel segno della bellezza e ciononostante il risultato evidente è che viviamo in un mondo bruttissimo e intollerabile, ecco che, di fronte a questo scenario, molti artisti hanno reagito facendo emergere proprio l’esatto contrario della bellezza. Anziché rendere bello, cioè mettere in atto un modello di bellezza, che è stato elaborato e applicato ovunque, dal mondo del mercato al mondo della politica, dalla pubblicità alla televisione, e così via, gli artisti introducono ciò che non è bello, ciò che non vuole essere bello, ciò che è così com’è. Introducono l’inestetico nello spazio stesso dell’arte. Alcuni artisti hanno preso delle pietre e le hanno scaricate a caso in una galleria. Che cosa significa questo se non far irrompere l’inestetico nello spazio stesso dell’arte? Che cosa significa se non mettere radicalmente in discussione l’idea stessa del predominio del bello? Duchamp ha messo in mostra uno scolabottiglie e un orinatoio. Non lo ha fatto per invitarci a contemplare la forma di quegli oggetti che fino a quel momento abbiamo soltanto usato, non lo ha fatto per far sì che li valutassimo al di fuori del loro uso, come oggetti puramente artistici, ma per una ragione ben più rivoluzionaria: mettendo uno scolabottiglie in una mostra, in un luogo d’arte, in un luogo predisposto ad accogliere il bello, Duchamp ci rende chiaro questo fatto: e cioè che nel momento in cui questo oggetto è qui, in uno spazio espositivo, lo spazio espositivo, per così dire, esplode. Noi non possiamo più concepire l’arte e il nostro rapporto con gli oggetti estetici come l’abbiamo concepito fino a quel momento lì, perché, se uno scolabottiglie può, appunto, suscitare un’emozione di tipo artistico, allora è l’arte stessa che viene radicalmente messa in questione. E con essa il nostro modo di intendere e fare esperienza della bellezza.

La bellezza, come diceva Rondoni e come già affermava Emmanuel Kant, è l’incontro con un significato, con un senso delle cose attinto nel cuore stesso delle superfici, delle forme, delle finzioni: ci tocca nel profondo perché è più vero del vero.
Mi creda: la parola “bellezza” è fonte di molti equivoci, ciononostante la bellezza continua ad esserci anche se viene negata, continua a chiamarci, ad appellarci, a provocarci, perché è con noi, ci tocca, ci risveglia, ci parla da infinite eppure urgentissime lontananze. E’ la cosa più inutile che ci sia, ma non ne possiamo fare a meno. E’ assolutamente inessenziale ma è la sola in grado di dirci chi siamo. Mi viene in mente Albrecht Dürer che ha cercato la bellezza con ardore e disperazione: diceva di non sapere cosa fosse la bellezza e diceva tutto ciò dopo averla trovata, incontrata, vista, posseduta, dopo il suo viaggio in Italia, dopo l’incontro con l’opera di Raffaello, dopo aver lasciato sul suo cammino tracce luminose di bellezza nei luoghi più impensati. Aveva attraversato le Alpi passando dalla Valsesia, ed ecco che in quell’angolo di mondo aveva fatto fiorire la grande pittura valsesiana degna dei grandi maestri toscani. Cosa fosse la bellezza, lui diceva di non saperlo e lo diceva proprio lui che aveva un bisogno di bellezza impressionante, che viveva nella bellezza. Diceva di non sapere che cosa fosse, eppure la produsse, la innescò, se ne imbevve a lungo.

Slanci e passioni così audaci come questi sono ancora nostri?

SERGIO GIVONE – Di fronte alle coscienze più lucide dei secoli passati, di fronte a coloro che hanno saputo anticipare, prevedere, profetizzare il nostro tempo e che ci parlano della bellezza in questi termini, la domanda da porsi è proprio quella che tu hai fatto: noi siamo capaci di porci a quella stessa altezza? Quelle frasi, quelle citazioni, quelle esperienze di vita di cui stiamo parlando, dicono ancora qualche cosa per noi? Abbiamo fame di bellezza, del mistero della bellezza? Appunto, domande del genere sono ancora nostre? Bernard-Henri Lévy come la stragrande maggioranza di noi dice di no, dice che il mondo oggi non ha più bisogno di bellezza. Ma di quale bellezza stiamo parlando? Se parliamo di quella bellezza che vediamo moltiplicata all’infinito nelle immagini che hanno un valore puramente mercantile ed è solo un feticcio, se la cerchiamo così, certo, oggi, l’arte non sa più cosa farsene della bellezza. Anzi, come dicevo, l’arte fa l’esatto contrario: se il mondo va verso questa bellezza profanata, questa profanazione del bello, questo involgarimento, questa moltiplicazione del bello che non è più bello ed è soltanto una cosa triviale e scontata, l’arte si ritira, nega la bellezza, la rifiuta, compie una sorta di ascesi che avviene in tanti modi.

E’ su questi modi che dobbiamo riflettere, soffermarci e capire che cosa sta accadendo: Orlan, è un’artista francese che con il bisturi si trasforma il viso e gli dà profili che in modo parodistico scimmiottano le grandi figure della bellezza: un giorno questa performer compare con la faccia della Venere del Botticelli o della Monna Lisa. Mascheroni orrendi, ma fatti di proposito? Ma che cosa sta facendo questa donna? Sta profanando la bellezza in nome di cosa? Forse in nome di ciò che non c’è più; ma se questo accade, il nome di ciò che non c’è più, il nome che è solamente evocato, il nome di quella nostalgia, che cos’è se non la bellezza stessa? Francis Bacon sfregia sulla tela la figura delle figure, quella che ci fa a immagine e somiglianza di Dio, sfregia la figura dell’uomo, e fa diventare le facce e i corpi come pezzi di macelleria: ma questo sfiguramento è puro nichilismo riconciliato con se stesso oppure vi è una profonda nostalgia nella negazione stessa della bellezza? Non è la bellezza stessa che ritorna ad inquietarci? Non è di nuovo la bellezza l’ospite inquietante? Dunque, alla domanda che avevo lasciato in sospeso, e cioè se le parole di Rilke, Baudelaire e Dostoevskij fossero ancora nostre, fossero ancora parole che ci servono per capire che cosa sta accadendo, ora tolgo il punto di domanda, tolgo le parentesi, la sospensione, e rispondo così: quelle loro parole “la bellezza non è niente di meno che l’inizio del tremendo”, “la bellezza è il campo di battaglia nel quale Dio e Satana si giocano il cuore dell’uomo”, “Da dove vieni, o Bellezza, da un cielo anteriore o dall’abisso / il tuo sguardo, infernale o divino che sia, versa / mischiandoli, beneficio e delitto….”, quelle loro parole ci servono ancora perché anche laddove la bellezza è negata, anche il movimento è un contro movimento e, principalmente lì, abbiamo a che fare con quella fame di bellezza che certo sta in una luce tutta negativa ma sempre della stessa cosa si tratta.

Dunque, queste frasi sono ancora nostre? Sì, lo sono. Non affrettiamoci infatti a concludere che nel mondo d’oggi, pieno di consumi, di brutture, di bello asservito all’utile e al consumo, la bellezza come sguardo infernale o divino, la bellezza come campo di battaglia, la bellezza come inizio dell’inquietante, che scuote nel profondo non è più una cosa che ci riguarda. Credo proprio il contrario, perché se questa fame di bellezza di cui stiamo parlando venisse meno, allora saremmo perduti.

Per concludere, Givone, accolga e al tempo stesso provi a sciogliere una perplessità sul cuore della vostra riflessione. Oscar Wilde ha scritto: “La bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana” e lei prima, concordemente con Wilde, ha detto: “E’ assolutamente inessenziale ma è la sola in grado di dirci chi siamo”. Però proviamo ad astrarci un attimo dalla riflessione, proviamo a pensare alla morte di una nostra persona carissima, all’agonia in un letto d’ospedale di un giovane, ad un bambino che nasce, ad una guerra di etnia, proviamo a pensare alla lotta di magistrati contro le ingiustizie, ad una maestra che insegna il perdono e la riconoscenza ai suoi scolari. Pensiamo a questi altri gesti del vivere degli uomini. Di fronte ad essi, davvero la bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana? Questa frase non porta sempre con sé il dubbio che sia una risposta parziale, addirittura comoda? Provi a sciogliere questi dubbi.

SERGIO GIVONE – E’ tutt’altro che facile, è una frase scomoda, difficile, che va in controtendenza, tanto che io recluterei subito Oscar Wilde insieme a Rilke, Baudelaire e Dostoevskij che hanno pensato la bellezza in chiave metafisica, che hanno tenuto saldo il legame tra bellezza e verità. Oscar Wilde dice che la bellezza è tutt’uno con l’eterno, cioè afferma il contrario di quello che diciamo tutti, ovvero che la bellezza sfiorisce, declina… chi è che oggi non crede questo come la cosa più ovvia? Oscar Wilde ci dice il contrario: la bellezza è in rapporto con l’eterno, non sfiorisce, e una volta che tu l’hai afferrata è per sempre. Nel Simposio Platone dice la stessa cosa: la bellezza, una volta che è, è per sempre. E’ come quei moti del cuore – sostiene Socrate – di cui nessuno si accorge, è come quei sentimenti puri, l’esempio di un gesto di umiltà puro, assoluto: sappiamo che nel mondo tutto è mescolato, tutto è fatto di fango e di pietre preziose, tuttavia esiste qualche cosa di assolutamente puro, un gesto di grazia, una miracolosa capacità di perdonare, e nel momento in cui questo è avvenuto, magari nessuno se n’è accorto e il mondo ha continuato la sua strada rovinosa. Ma qualcuno in quel momento ha sfiorato l’eterno, ha avuto pietà del suo simile senza condizioni, ha fatto qualche cosa – dice Socrate – che gli dei non potranno mai più fare, è avvenuto una volta sola in un attimo, ma è l’eterno. Quello che vale per il bene vale anche per il bello: posso anche non sapere che cos’è la bellezza, ma nel momento in cui l’ho afferrata, l’ho fatta mia, non c’è più nessuno che me la tolga. Certo che quel volto di lì a poco sfiorirà: ma quel volto è stata l’occasione di un’autentica epifania, cioè una rivelazione dell’eterno nella bellezza. Socrate nel Simposio, fingendo o non fingendo, non riesce a venire a capo di questa strana cosa: la bellezza è effimera, sfiorisce, dura lo spazio di un mattino, ciononostante, una volta afferrata, è per sempre. Si appella così per cercare una spiegazione alla sacerdotessa Diotima, che fu una donna sapienziale dell’Antica Grecia e che Platone inserisce nel Dialogo, e lei risponde esattamente come Oscar Wilde. Dice infatti: Eros, il sentimento che ci spinge verso la bellezza, è generazione dell’eterno nella bellezza. Questo significa che quando noi sentiamo fame di bellezza, quando Eros ci spinge verso qualche cosa che evidentemente non abbiamo, che cosa troviamo? Troviamo ciò che non tramonta, ciò che è sempre identico a sé, ciò che ci è apparso come il gesto della più spregevole delle creature e invece è un gesto di eternità.

*Il dialogo è avvenuto all’interno della prima edizione del “Festival delle Arti dell’Antica Badia” (direzione artistica Luca Nannipieri) nel giugno 2009, presso l’Abbazia di San Savino, in provincia di Pisa.

Dov’era Dio quando tutto crollava

di Luigi Sandri

Anche il credente, di ogni religione, fatica a dire parole di senso di fronte ad un evento catastrofico come il terremoto che pochi giorni fa ha colpito l’ Italia centrale. Il cristiano stesso non sa dire “perché?” rispetto al terribile accadimento – e il grido senza risposta, “Dov’era Dio?”, è stato ripetuto in questi giorni; sa, però, dov’ era, e dov’ è l’uomo e, in proposito, alcune parole dette da Gesù, pur in altro contesto, ci appaiono illuminanti. Il capitolo XXV dell’Evangelo di Matteo anticipa le domande che il Signore farà nell’ultimo giudizio. Ai giusti dirà: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, sete e mi avete dato da bere”. “Quando mai – risponderanno costoro – ti abbiamo visto affamato, assetato?”. “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me. Venite, benedetti”. Poi dirà ai malvagi: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare, sete e non mi avete dato da bere”. “Quando mai?”. “Quello che non avete fatto al più piccolo dei miei fratelli non lo avete fatto a me. Andate via, maledetti”. Di fronte ai recenti disastri, è facile immaginare a chi il Signore dirà “maledetti”, e a chi “benedetti”. Dirà “maledetti” a quanti – impresari e tecnici – avessero violato (il se, il quando e il come sarà la magistratura ad accertare) le normative anti-sisma e, “mettendo in sicurezza” ad Amatrice una scuola lesionata da un precedente terremoto, per guadagnare sul sangue della gente avessero risparmiato il necessario cemento e abbondato con la sabbia. E, invece, il Signore dirà “benedetti” a quanti – volontari, pompieri, carabinieri e uomini e donne di tutte le forze dell’ordine – si sono prodigati con generosità esemplare, e con competenza, per salvare persone sepolte dalle macerie. Non è necessario essere cristiani, o seguaci di una qualsiasi altra religione, per avere il coraggio di rischiare perfino la propria vita per salvare chi è in pericolo di perdere la sua. Del resto, i cristiani sanno che tra le domande del Signore nell’ultimo giorno, non ve ne è nemmeno una riguardante il culto (“Sei andato al tempio?”). Essi, giustamente, ritengono importante partecipare alla messa – o Santa Cena, o divina liturgia – per nutrire la loro fede, ma tale scelta dovrebbe spingerli ad aprire il cuore ai bastonati dalla vita; sarebbe, infatti, una radicale distorsione dell’Evangelo, e un sacrilegio, celebrare l’Eucaristia e poi non farsi samaritani verso persone incappate nei ladroni o straziate dalla terribilità della natura. Al di là delle comprensioni del divino, e del rapporto Dio-mondo, questioni sulle quali i/le seguaci delle varie religioni spesso si contrappongono in modo invalicabile, e al di là delle diverse visioni filosofiche proprie di persone diversamente credenti, o agnostiche, o atee, l’esperienza mostra che quando, per amore dell’uomo, ci si unisce solidali con le vittime di eventi infausti, il mondo (non solo l’Italia, perché accade ovunque) offre il meglio di sé. Dunque, possiamo ancora sperare.

in “Trentino” del 29 agosto 2016

La palestra del mistero cristiano

di Carlo Maria Martini

L’esperienza può essere anche comunicata, presentandone il risultato finale, e in quel caso, allora, potrei anche leggere il titolo di qualcuno degli opuscoli che sono stati pubblicati dal Centro Ignaziano di Spiritualità. Incomincerò a raccontare come per la prima volta mi sia trovato a impostare gli esercizi non partendo direttamente dal testo di sant’Ignazio – come ho fatto per molti anni, seguendolo in maniera rigorosa e fedele – ma piuttosto prendendo un singolo Vangelo. Da ciò cercherò di trarre qualche indicazione sul come questa esperienza, o sul perché essa si è svolta, e quindi quali possano essere i suggerimenti che se ne possono trarre.

Non potevo seguire l’itinerario materiale degli Esercizi perché avrei creato, fin dall’inizio, un senso di rigetto. D’altra parte non ho voluto neanche affrontare quella che si può chiamare una “trasposizione tematica” degli Esercizi di sant’Ignazio con temi biblici. Questo è sempre possibile farlo. È sempre possibile cioè prendere una per una le grandi meditazioni ignaziane e dare per ciascuna una serie di testi biblici con cui possono essere riformulate. Non ho voluto seguire questo metodo, perché non vi vedevo abbastanza utilizzata quella dinamica che è propria di parecchi libri della Scrittura.

Non so il perché, ma mi sono sentito portato a proporre un altro tipo di esperienza.

Siccome era ovvio che a questo gruppo avrei proposto qualcosa della Scrittura – sono le realtà che ho più facilmente in mano, e in particolare i Vangeli – mi sono deciso per una loro lettura continua. Avrei potuto seguire, per esempio, il metodo seguente: commentare un Vangelo facendone una lettura integrale e indicando via via, capitolo per capitolo, quei particolari momenti del testo che richiamano un itinerario di esercizi. Questo è anche possibile e lo si può realizzare senz’altro in determinate situazioni. Io mi sono trovato in una situazione diversa. Avevo di fronte a me un problema di crisi. Riflettendo sul significato di questa situazione, a un certo momento ho potuto vederla concretizzata in quel versetto del Vangelo di Marco, dove è detto: «A voi è stato dato il mistero del Regno di Dio, ma a quelli che sono fuori tutto è proposto in parabole» (Mc 4,11).

Esso mi è sembrato – leggendolo in quella concreta situazione – uno dei versetti chiave per intendere la dinamica del Vangelo di Marco. Esiste la condizione di chi è al di fuori – anche se crede di essere al di dentro – del mistero del Regno. E allora «tutto gli appare in parabole»; cioè tutto è colto attraverso figure, segni, riti, sacramenti, processioni, situazioni esteriori che egli riproduce nella sua vita, perché gli sono state proposte dalla tradizione, ma con un senso di estraneità, con un senso di non autenticità. Esiste al con- trario una situazione nella quale il Regno viene dato, cioè si entra a contatto diretto, autentico con il mistero del Signore. Il passaggio dall’essere al di fuori – e quindi dal guardare il Regno con quella estraneità diffidente da cui, poi, nasceva in questo gruppo una forte critica alla Chiesa istituzionale, un forte disagio verso tutto ciò che era struttura diocesana, parrocchiale ecc. – il passaggio, dico, dal di fuori al di dentro, dalla parabola alla realtà dell’incontro con il Signore: ecco una dinamica che mi veniva offerta dal Vangelo di Marco, che mi pareva corrispondere alla situazione concreta del gruppo. E allora mi sono detto: leggo e rileggo attentamente il Vangelo di Marco, cercando di vedere come in esso un uomo che si trova al di fuori – anche se è a contatto con la situazione ecclesiale, cioè ancora nel momento della prima indagine – viene portato al di dentro, cioè nell’immediata presenzialità del mistero del Signore.

Mi sono detto: una tale situazione mi sembra tipica di quella per cui il Vangelo di Marco è stato scritto. E questo ho proposto a me stesso come ipotesi di lavoro da verificare nella esposizione delle singole meditazioni: Marco come Vangelo del catecumeno. Cioè, Vangelo che prende l’uomo ai limiti, alla soglia del mistero cristiano, ancora preso da tutta la sua mondanità, ma desideroso di entrare; incapace di conoscere il significato delle parabole, cioè delle figure, delle forme esteriori religiose che gli vengono proposte, ma desideroso di fare il salto, di entrare dentro al mistero cristiano.

Ed ecco che quando uno si prospetta, in questa maniera, la lettura del Vangelo, allora ritorna molto facile il paragone con il libro degli Esercizi che sono, appunto, un itinerario che, prendendo l’esercitante da un determinato punto di partenza, attraverso una serie di tappe successive, lo conduce a un punto di arrivo che sarà sempre l’elezione o la conformità con il Cristo nella scelta fatta dello stato di vita ecc. E ciò a seconda dei modi con cui si descrive questo itinerario finale, questa conformazione con il mistero.

La lettura di Marco mi mostrava la strada da percorrere insieme con questo gruppo. Scoprire l’itinerario del catecumeno nel Vangelo di Marco, i punti di partenza, le tappe successive, il punto di arrivo, per paragonarli con la propria esperienza. Leggere, quindi, la propria esperienza e ripeterla seguendo le tappe, le piste che il Vangelo di Marco propone. Naturalmente in questa lettura dovevo tenere conto continuamente della corrispondenza tra il punto di partenza, le diverse tappe e il punto di arrivo degli Esercizi. Ed è così che, senza cercarlo astrattamente o artificialmente, mi accorgevo che nel determinare i punti di partenza, le tappe successive e il punto di arrivo, mi riportavo molto facilmente ai momenti dell’itinerario degli Esercizi.

Essi, infatti, rappresentano un fondamentale itinerario cristiano che quindi, in maniera analoga, con diversa proporziona-lità, riproduce l’insieme delle situazioni nelre, quali un uomo cerca di avvicinarsi da una condizione periferica al centro del mistero del Signore.

Ecco dunque qui tracciato il programma per un tentativo di dirigere l’esercitante a compiere il suo cammino, dandogli come manuale il manuale del catecumeno. Qual è il punto di partenza del gruppo di catecumeni a cui veniva proposto il Vangelo di Marco come itinerario battesimale? Come fare per determinare questo punto di partenza? È chiaro che non lo si trova espresso direttamente nel Vangelo, perché esso non è, appunto, un manuale astratto, ma piuttosto un vademecum che guida, che accompagna per mano; che non presenta cioè un itinerario già teoreticamente costruito secondo criteri, appunto, di tipo astratto. Allora, il primo compito era quello di leggere dentro alle pagine del Vangelo di Marco la situazione del punto di partenza dei catecumeni per il loro itinerario e confrontarla con quella del nostro gruppo.

Tra i modi possibili, ho scelto quello di cercare nel Vangelo di Marco i rimproveri di Gesù; cioè, ciò che Gesù afferma che “non bisogna essere”. Attraverso questi rimproveri, io colgo di rimbalzo quello che coloro i quali incominciano il proprio itinerario catecumenale, in realtà sono; la situazione che questa gente è invitata a lasciare. E allora, ecco che propongo una lettura di tutti i numerosi rimproveri che Gesù fa nei riguardi dell’ignoranzadei discepoli: «non comprendete», «state attenti a questo, udite», «come mai non avete ancora fede», «non avete compreso niente riguardo ai pani», «il loro cuore restava indurito, non capirono quel parlare»; tutte citazioni che prendo da Marco a partire da 4,40; 6,6; 6,52; 9,32 ecc.

In questa lettura confrontata con la situazione dell’esercitante, egli deve giungere a dire «dunque, anche io incomincio questo itinerario lasciandomi redarguire, ammonire dalla Parola di Gesù e riconoscendo che sono molto ignorante rispetto al mistero del Regno di Dio». Cioè che «questo mio atteggiamento di delusione, di disfattismo, di critica amara è probabilmente il risultato di una incomprensione del mistero del Regno. Sono anche io col cuore indurito».

Ecco, quindi il primo atteggiamento da suscitare nell’esercitante. Vi accorgerete che qui siamo nel clima della prima settimana. Se ora vogliamo specificare il significato di questo atteggiamento, leggiamo altri rimproveri fatti da Gesù nel Vangelo di Marco, per esempio, nelle controversie del cap. 2. Mc 2,25: «non avete letto quello che faceva Davide, quando si trovò nella necessità ed ebbe fame lui e i suoi compagni?» Oppure Mc 3,5: «volgendo lo sguardo con sdegno sopra di loro, rattristato per la durezza del loro cuore, Gesù disse a quell’uomo: “stendi la mano”».

Cioè dalla raccolta dei passi in cui Gesù redarguisce l’ignoranza del discepolo – e quindi fa capire all’esercitante: “se accetti la Parola di Dio incomincia questo itinerario col riconoscere di saperne ben poco e di dover incominciare ad imparare” –, si giunge a specificazioni tematiche più particolari, rimproveri concreti che Gesù fa; rimproveri concreti, quindi, fatti alla comunità di Marco, rimproveri concreti fatti al catecumeno che inizia il cammino e perciò da tradursi in rimproveri concreti fatti alla persona la quale presume di conoscere molto del mistero del Regno di Dio, ma che in realtà si trova non autentico e carente sotto molti punti di vista. Ne nasce una meditazione su quella che è la propria situazione di inautenticità rispetto al mistero del Regno di Dio; l’ignoranza della vera libertà dei figli di Dio – redarguita in Mc 2,25 –; la paura di esporsi veramente per il Regno, e quindi un senso continuo di doversi guardare, di cautelarsi, mai compromettersi veramente – Mc 3,5, poi Mc 3,21; 8,35 –, e soprattutto, andando più all’interno di sé, «il cuore malato», «la situazione del cuore dal quale può uscire qualunque miseria e qualunque degradazione»: Mc 7,21-23. Attraverso questi vari episodi proposti all’esercitante mi sembrava che fosse possibile portarlo a una riflessione del tipo di prima settimana, cioè: chi sono io, qual è la mia situazione, in che maniera io mi sento come il catecumeno che inizia il suo lavoro: confuso, bisognoso di autenticità, incapace a vivere rettamente la mia vita nella Chiesa, inesperto e goffo di fronte al mistero del Regno e quindi incapace di accoglierlo. Ecco quindi determinato in qualche modo il punto di partenza.

Ma in quel momento cosa mi è avvenuto? Mi sono accorto che gli esercitanti coglievano bene il punto di partenza e la loro situazione di inautenticità; mancavano tuttavia – mi sembrava – di quel senso della riverenza del mistero di Dio e della dedizione alla preghiera che è supposto nell’annotazione quinta e nel Principio e Fondamento. Ecco come, nel condurre l’esperienza, non solo mi paragonavo continuamente con la condizione delle persone che erano davanti, ma anche confrontavo l’esperienza di queste persone con il libro degli Esercizi. Allora mi è sembrato che, in quella situazione, dovesse intervenire a quel punto una riflessione che senza ripetere la linea del Principio e Fondamento – che già conoscevano a memoria e dal quale non avrebbero tratto molto – e senza ripetere l’esortazione a mettere in pratica l’annotazione quinta cioè “la liberalità verso il Signore e Creatore” e l’annotazione terza sulla “maggiore riverenza negli atti di volontà rispetto a quelli dell’intelletto”, presentasse loro il senso di Dio tipico di sant’Ignazio. Senza proporre queste cose in maniera tematica ci si poteva chiedere: qual era il senso della riverenza del mistero divino, quel senso iniziale del rapporto con Dio che si supponeva nel catecumeno che iniziava l’itinerario del Vangelo di Marco? Ecco una domanda successiva alla quale si può rispondere a partire dal Vangelo di Marco stesso. Vedere cioè come Marco parla di Dio al catecumeno. E da qui, ecco una serie di indicazioni.

Intanto Marco ne parla poco. Il senso di Dio è un mistero proposto non solo attraverso parole, ma anche attraverso il silenzio, attraverso la riverenza, l’adorazione. Quando ne parla, ne parla con alcune indicazioni che ci fanno percepire da una parte il Dio creatole l’essere dal quale dipendiamo completamente, dall’altra la sua presenza tra noi: “viene il Regno di Dio”; e in terzo luogo il suo mistero inafferrabile. Quel Dio che dopo esserci venuto incontro, al momento buono sembra abbandonarci. Dalla semplice rassegna dei passi di Marco in cui si parla di Dio – sono una quindicina – si possono trarre gli elementi fondamentali da cogliere, per aiutare gli esercitanti a mettersi di fronte a questo mistero con riverenza e con attesa. Siamo di fronte a quel Dio il quale non solo ci possiede, ma ci può sorprendere. Ci si può quindi esercitare nella preghiera per raggiungere quella condizione che si chiede al catecumeno per iniziare questo cammino.

E in questo momento, può iniziare l’itinerario positivo. Qual è, ancora una volta, il riferimento di partenza? È quello che viene descritto, mi sembra, soprattutto nei capp. 1 e 2 attraverso la “chiamata dei discepoli”, “le prime guarigioni”, “i primi miracoli di Gesù”. Attraverso la lettura di questi passi, la Chiesa primitiva faceva prendere coscienza al catecumeno che c’è una chiamata di Gesù per lui, che si attua concretamente in un rapporto diretto con il Signore il quale lo chiama a una conversione. Si esplicita dunque maggiormente il primo passo che l’esercitante deve compiere. Qui, se è necessario – e mi pareva necessario in quella situazione – sulla base del Vangelo di Marco stesso può essere interessante analizzare quali sono gli aspetti di questa conversione.

Prima di tutto una conversione morale, cioè un cambiamento di atteggiamento etico. Così abbiamo in Mc 7,21-22 la conversione morale; in Mc 7,23 la conversione del cuore dal di dentro capace quindi di cambiare l’uomo in quella che è la radice delle sue azioni; in Mc 1,15 la conversione che non si attua attraverso lo sforzo proprio, ma abbandonandosi all’azione di Dio in Gesù: “Credete al Vangelo!”; e quindi, avendo accettato di abbandonarsi all’azione di Dio, accogliere, almeno in maniera indistinta e generica, la sequela di colui che può compiere grandi opere di potenza.

in “Avvenire” del 28 agosto 2016

Portare il peso delle cose

di Nunzio Galantino

Il termine “responsabilità” ha una storia relativamente breve, tant’è che nel latino classico non si trova il suo corrispondente astratto (responsabilitas), presente invece nel Codex iuris canonici. Lo strato di senso originario del termine “responsabilità” si trova nel latino respònsus, participio passato del verbo respòndere (nella sua forma intensiva, responsare): rispondere con grande impegno, rispondere più volte, rispondere seriamente, dar conto consapevolmente a qualcuno o a se stessi delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Un ulteriore arricchimento di significato viene al termine “responsabilità” e al verbo respondere dalla parentela col greco: «concludere un patto e prendersi reciprocamente a garanti». Non so precisamente da dove l’abbia ricavato, ma un mio vecchio professore di Teologia morale collegava “responsabilità” a due parole latine (res – pondus), finendo per attribuire al termine ”responsabilità” il significato del «saper portare/sopportare il peso delle cose». Grande spazio trova il tema della responsabilità nella tradizione ebraica, che riconosce una stretta relazione tra ascolto ( Shema’) e responsabilità. Lo Shema’ è inizio e proclamazione della fede nell’unico Dio, ma è anche garanzia di libertà e inizio della responsabilità. Alla fede nell’unico Dio è, infatti, strettamente legato l’impegno di spendere tutto se stesso e tutti i propri beni nella stessa direzione in cui Dio ha impegnato ed impegna se stesso, chiedendo così all’uomo di imitare, secondo l’espressione rabbinica, gli attributi di Dio: «Come Egli è benigno sii anche tu benigno, come Egli è misericordioso sii anche tu misericordioso, come Egli è giusto sii anche tu giusto». Con questo non si vuole e non si può circoscrivere l’ esercizio della responsabilità all’orizzonte religioso. Lo Shema’, origine della responsabilità, è anche ascolto attento della coscienza e risposta a tutto ciò che incrocio – persone e/o eventi – nella mia storia. Questo è possibile solo a chi vive nella costante consapevolezza che ciascuno è artefice della propria vita e che «arrendersi e prendersela con Dio, con la vita o con gli altri non richiede alcuno sforzo. Rimettersi in piedi assumendosi la responsabilità della propria vita e della propria felicità spesso ne richiede di grossi; ma questa è la differenza fra vivere e sopravvivere» (C. Rainville, Nati per essere felici, non per soffrire). Questo che fa della responsabilità un atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. Atto d’amore che Dacia Maraini (Corsera del 19/08/2016, 25) non vede se, a proposito della guerra in Siria e della foto del piccolo Omran, scrive: «Vedo negli occhi del piccolo Omran scampato alle bombe la stessa muta domanda: perché? Domanda a cui nessuno sa dare una risposta sensata […]. Ma un adulto responsabile, no. E la parola responsabilità sembra oggi la più grande assente in queste imprese di guerra e di massacro».

in “Il Sole 24 Ore” del 28 agosto 2016

La città della vera pace

di Bruno Forte

Scrivo queste righe da Gerusalemme, pellegrino con un gruppo proveniente dalla diocesi a me affidata. La Città Santa è la stessa che ho visitato numerosissime volte.
Eppure, è sempre unica l’impressione che suscitano le case e gli edifici tutti rivestiti di pietra, il cielo purissimo, questa luce dorata che avvolge ogni cosa. È costante la percezione di un luogo unico al mondo, perché in nessun altro dolore e amore, sofferenza e attesa, si mescolano come qui, nella città dei patriarchi e dei profeti, la città del Calvario e dell’Anàstasis, della croce e della resurrezione, l’“ombelico del mondo”. Lo afferma il detto rabbinico: «Quando Dio creò il mondo, di dieci misure di bellezza, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo. Di dieci misure di sapienza, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo. Di dieci misure di dolore, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo». Lo evocano i versi di Paul Celan, il poeta ebreo autore tra l’altro di una raccolta intitolata «Ciclo di Gerusalemme»: «Sii come Tu sei, sempre / Alzati, Gerusalemme, ora / sollevati / anche chi ruppe il vincolo verso di te, / ora sarà / illuminato / bocconi di fango ho ingoiato, nella torre, / linguaggio, buio-lesèna / sorgi / illumina». La luce e il buio coabitano nella Città Santa, come il fango e lo splendore che sorge a rischiarare ogni cosa, e il loro incontro è sempre attuale. Lo conferma un narratore-poeta, Erri De Luca, in questo singolare «Omaggio a Gerusalemme»: «C’è una città del mondo in cui prima di uscire di casa fai

testamento, / perché le fermate degli autobus, specialmente quelle affollate, sono bersagli per automobili lanciate addosso apposta. / C’è una città del mondo in cui quando sali su un autobus o entri in un bar, puoi esplodere accanto a un passeggero imbottito di morte. / C’è una città del mondo in cui i coltelli in mano a ragazzi di quartieri di periferia servono a pugnalare cittadini a caso. / Questa è la città dichiarata ombelico del mondo. / Questa città a forma di vulcano, sputa sangue, collera, paura. / Le sue pietre sono bianche, le sue vie rischiose, la mano armata attacca il suo cielo».
Incrocio di destini, crocevia di lingue, di fedi e di culture, Gerusalemme è nonostante tutto la “città della pace”, dove il conflitto è sempre presente e non di meno il desiderio e la ricerca della pace non mancano mai, in quanto chiunque può riconoscervi il laboratorio universale dell’umanità nuova, dove tutti siamo nati e dove tutti rinasceremo nella valle di Giòsafat: «Si dirà di Sion: L’uno e l’altro in essa sono nati e lui, l’Altissimo, la mantiene salda. Il Signore registrerà nel libro dei popoli: Là costui è nato. E danzando canteranno: Sono in te tutte le mie sorgenti» (Salmo 87, 5-7). Perciò la città futura non potrà brillare d’altra luce che di quella di Gerusalemme: «E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Apocalisse, 21,1-2). Questa futura città della pace non sarà frutto delle nostre mani: verrà dall’alto, dono da invocare e a cui aprirsi. «L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio» (v. 10).
Perciò da Gerusalemme si leva ogni giorno al cielo la preghiera per la pace, appello al cuore divino, ma anche alla coscienza di tutti, nessuno escluso. Quale via indicare per rispondere a quest’appello? Frédéric Manns, biblista di fama mondiale, che vive e insegna a Gerusalemme da quasi quarant’anni, afferma: «La riconciliazione sarà possibile solo se ognuno perdonerà le offese ricevute e abbandonerà la pretesa di essere l’unico che ami Gerusalemme. Questo è il prezzo da pagare per la pace. Non si tratta di elaborare nuove ideologie, ma di accogliere Dio che bussa alla porta. Il Dio dell’Alleanza ha sempre chiesto a Israele di rispettare lo straniero che vive nel suo seno. Fin quando non ci sarà pace nelle religioni non ci sarà pace a Gerusalemme».
Tre condizioni risultano da questo programma: l’umiltà di non voler essere soli a costruire la pace, di aver anzi bisogno assoluto dell’altro, fosse pure avversario o nemico; il perdono da chiedere e

offrire da parte di tutti, nessuno escluso, perché tutti siamo colpevoli del conflitto, dovunque esso regni, e tutti responsabili verso la pace, dovunque si voglia tesserne il patto; il ruolo delle religioni, che lungi dall’essere strumento alienante o fonte di scontro, come troppo spesso sono diventate nell’uso dei potenti di turno, devono essere fonte ispiratrice della pace che l’unico Dio, Signore del cielo e della terra, vuole per tutti i suoi figli. Il dialogo portato avanti con umiltà e disponibilità a chiedere e offrire riconciliazione, la preghiera all’Eterno, Re della pace, e il quotidiano impegno a tessere dovunque legami di accoglienza, di rispetto e di fraternità e a vivere il servizio al bene comune, più grande e necessario di ogni interesse egoistico, sono i passi da compiere ogni giorno per essere costruttori di pace. Salutando Gerusalemme dal monte del pianto, il monte dell’addio da cui per l’ultima volta coloro che partono vedono le forme incantate della Città santa, è questo l’impegno che i pellegrini portano a casa e nel cuore.

Perché non immaginare allora un universale pellegrinaggio dei popoli, che porti al monte di Sion l’umanità intera e la impegni in quel lembo sacro di terra, segnato dalla spianata del Tempio, dal Calvario e dalle Moschee, a divenire nel quotidiano di ciascuno operatrice di pace? È il sogno dei cantori e dei profeti in quelle composizioni appassionate di fede e di poesia che descrivono il pellegrinaggio di tutti popoli, nessuno escluso, alle sorgenti poste dall’Eterno in Sion. È il solo cammino che potrà dare al mondo un nuovo futuro, l’avvenire della pace promessa e desiderata nella giustizia e nella verità, di cui tutti abbiamo immenso bisogno.

in “Il Sole 24 Ore” del 28 agosto 2016

L’uomo davanti alla rabbia della natura

di Enzo Bianchi

Davanti alla tragicità di eventi come questo terremoto dovremmo vigilare affinché l’angoscia del restare «senza parole» non sia anestetizzata dal ripetere parole senza senso.
Sentire che ai sopravvissuti Dio avrebbe fatto la grazia di non essere travolti dal terremoto, fa intendere che Dio l’avrebbe al contempo rifiutata a chi invece è morto. Chi si è salvato potrebbe allora gridare al miracolo, ma quanti sono rimasti schiacciati dalle macerie, a cominciare da tanti bambini, avrebbero conosciuto solo il volto di un Dio irato.

Non è questa la fede cristiana, così come non lo è l’affibbiare implicitamente al Dio di Gesù Cristo il nome di «destino»: retaggio di una mentalità «pagana» che secoli di cristianesimo non hanno mai superato definitivamente. La nostra vita è stata affidata alle nostre mani, mani fragili, mani capaci anche di commettere il male, mani più sovente responsabili di omissioni nei confronti del bene. La tradizione ebraica – che per secoli ha dovuto tragicamente confrontarsi con l’abisso del male, sovente compiuto dagli esseri umani, pur creati a immagine e somiglianza di Dio – ha elaborato la nozione dello tzim-tzum, del «ritrarsi» di Dio di fronte alla creazione per fare spazio a questa realtà autonoma. Secondo i rabbini, Dio nella sua onnipotenza è riuscito a creare una montagna che neppure lui è in grado di scalare: questa montagna che ormai si erge di fronte a Dio è l’essere umano nella sua libertà, ma è anche la creazione nella sua autonomia. Dio non ha abbandonato la creazione, non si è isolato impassibile altrove, ma per garantire all’essere umano pienezza di libertà e per non esercitare alcun tipo di costrizione, non si nasconde cinicamente dietro forze caotiche e cieche, come un regista che mette in scena la storia a suo piacimento.

Allora, di fronte a una tragedia naturale come quella del terremoto, i cristiani, in nome della loro sequela di un Signore crocifisso che ha preso su di sé la violenza e il dolore, fino alla morte ignominiosa patita da innocente, devono impegnarsi nell’acquisire e nel condividere una sapienza necessaria all’intera umanità. Essi sanno che l’essere umano possiede la tecnica – di per sé «neutra» – e la capacità di orientarla e anche pervertirla con la sua volontà egoistica, con l’accaparramento dei beni della terra, eludendo l’esigenza di una distribuzione universale delle risorse del pianeta. Così come, credenti e non credenti, sappiamo tutti che la natura possiede sì forze intrinseche che sfuggono al controllo umano, ma sappiamo anche che prevenzione, salvaguardia del territorio, atteggiamento di rispetto del creato e di ricerca di armonia con esso possono contenerne la forza bruta che si scatena.

Ora sta a tutti, in una solidarietà umana che varca ogni confine di religione e fede, impegnarsi in modo serio e perseverante nell’aiuto alle popolazioni colpite: non basta l’emotività passeggera, non basta la commozione di un momento, tanto più intensa quanto più da vicino la tragedia ci riguarda: occorre un impegno serio e continuo, non solo per ricostruire, ma per farlo in modo previdente e lungimirante, perché ai nostri giorni le cause di una tragedia «naturale» e soprattutto le sue dimensioni, non sono mai interamente ineluttabili, ma sono determinate anche da comportamenti e scelte politiche ed economiche, dalle priorità assegnate ai diversi campi di ricerca e di investimento, dal modo di sfruttare la terra e le sue risorse.
Anche da questa consapevolezza dipenderà la capacità dei cristiani di trovare il modo di agire per il bene comune e le parole per narrare, anche di fronte all’atrocità di tante morti assurde, la propria fede in un Dio di amore.

in “La Stampa” del 28 agosto 2016

Vaticano e Pechino più vicini

di Carlo Marroni

Forti segnali di avvicinamento tra Santa Sede e Cina arrivano in queste ore. È il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, a segnare un evidente passo avanti nel dialogo diplomatico: «Molte sono le speranze e le attese per nuovi sviluppi e una nuova stagione nei rapporti tra la Sede Apostolica e la Cina, a beneficio non solo dei cattolici nella terra di Confucio, ma dell’intero Paese, che vanta una delle più grandi civiltà del pianeta». Il “primo ministro” di Papa Francesco, capo della diplomazia pontificia e abile tessitore di rapporti con Pechino da quasi tre lustri, parla a Pordenone, e rievoca la figura del cardinale Costantini, che fu il primo delegato papale in Cina, quasi un secolo fa. «Oserei dire che tutto ciò sarà a beneficio anche di una ordinata, pacifica e fruttuosa convivenza dei popoli e delle Nazioni in un mondo, come il nostro, lacerato da tante tensioni e da tanti conflitti».

Il messaggio è chiaro: un’intesa è mirata al «bene dei cinesi» e non quindi funzionale a presunti obiettivi geopolitici vaticani, in perfetta sintonia con la pastorale del Papa nelle relazioni tra i popoli. «Il mio auspicio è che questo cammino che si è incominciato possa andare avanti e concludersi con un accordo a beneficio della chiesa in Cina e di tutto il popolo cinese», dice il porporato, «la cosa più importante è che si sta facendo strada, si sono ripresi i contatti e si sta camminando, credo con buona volontà da entrambe le parti, per poter arrivare veramente a un accordo che sia soddisfacente per tutti». Un lungo intervento, in cui Parolin traccia anche le chiavi del successo delle relazioni tra i due Paesi tra le due guerre mondiali (sono interrotte dal 1951), primo tra tutti «la inculturazione cristiana contro l’occidentalismo, che dava una veste europea al cristianesimo in Estremo Oriente finendo per presentarlo come una religione straniera, trattata come un corpo estraneo». Parole che rimandano allo spirito di Matteo Ricci, il gesuita la cui figura è molto amata anche in Cina. «Le auspicate nuove e buone relazioni con la Cina – comprese le relazioni diplomatiche, se così Dio vorrà! – non sono fine a sé stesse o desiderio di raggiungere chissà quali successi “mondani”, ma sono pensate e perseguite, non senza timore e tremore perché qui si tratta della Chiesa, che è cosa di Dio, solo in quanto “funzionali” – ripeto – al bene dei cattolici cinesi, al bene di tutto il popolo cinese e all’armonia dell’intera società, in favore della pace mondiale». Naturalmente c’è il tema delle persecuzioni subite in Cina da preti e dai vescovi: Papa Francesco, ha sottolineato Parolin, «come già i suoi predecessori conosce bene il bagaglio di sofferenze, di incomprensioni, spesso di silenzioso martirio che la comunità cattolica in Cina porta sulle proprie spalle: è il peso della storia!». Un discorso ricco di storia e di esperienze: ricorda come la Francia agli inizi del ‘900 si oppose a un accordo, timorosa di perdere il suo primato di “rappresentanza” cattolica: ebbene – dice – la Chiesa allora respinse l’idea di un “protettorato” occidentale nei rapporti con Pechino, e – si legge tra le righe – il principio oggi è ancora più valido. In effetti contro l’ipotesi di un accordo si registrano forti prese di posizione specie da parte di ambienti conservatori americani. «Va realisticamente accettato che i problemi da risolvere tra la Santa Sede e la Cina non mancano e possono generare, spesso per la loro complessità, posizioni e orientamenti diversi». E ha concluso parlando della «massima considerazione, enorme impegno e sconfinato amore per il popolo cinese» da parte dei vescovi di Roma. L’intervento di Parolin è l’ultimo di una serie di forti segnali verso la Cina iniziato due anni fa dal papa al ritorno dal viaggio in Corea – quando fu autorizzato al volo papale di sorvolare il territorio cinese – e proseguito con messaggi e parole di speranza per visitare il Paese, e poi culminati con l’intervista del Papa a Asia Times, in febbraio, («Non abbiate paura della Cina»). Solo tre giorni fa Parolin aveva anticipato questi temi in un’intervista ad Avvenire, ricordando che Francesco vuole scrivere una pagina nuova. E aziona la sua diplomazia in chiave di «esercizio di giustizia e misericordia» ha detto poi all’anteprima della rassegna della Libreria Editrice Vaticana.

in “Il sole 24 Ore” del 28 agosto 2016

La terra trema, come noi

di Sarantis Thanopulos

Contrariamente a ciò che sembra evidente e logico, non abbiamo paura degli eventi naturali catastrofici in sé, ma dell’impotenza psichica che essi possono indurre.

Ci spaventa la dissoluzione del senso della nostra esistenza, lo sprofondamento in uno stato di insensatezza in cui siamo totalmente incapaci di legare psichicamente, dando loro organizzazione e significato, le percezioni e le sollecitazioni che vengono dal nostro interno e dall’ambiente esterno. La paura della morte è in realtà paura di perdere il nostro stato di esseri significanti e significativi, cadere nello zero assoluto della significazione.

Il terrore che un evento naturale può provocare, diventa meraviglia se possiamo osservarlo in condizioni di sicurezza. Il senso di onnipotenza psichica (reattivo all’impotenza) può portare a sfidare la morte. La stessa cosa accade quando alla propria morte si riesce a dare un significato (tema molto presente nel sacrificio per una causa).

Questi tre elementi (inclusa una sopravvalutazione della distanza di sicurezza) sono presenti nella morte di Plinio il vecchio mentre osservava la distruzione di Pompei durante la più famosa delle eruzioni di Vesuvio.

Tra gli eventi naturali il terremoto, per l’istantaneità del suo incombere e l’impossibilità di affrontarlo, è forse il più terrificante. Esperirlo sfocia in due reazioni opposte, seppur obbedienti allo stesso imperativo. La necessità di ritorno a uno stato di coesione, stabilità psichica. La reazione di panico si scatena per motivi psichici individuali, che impediscono una risposta adeguata al problema, o per l’impossibilità di una via d’uscita reale.

Nella sua incongruenza ha, nondimeno, una funzione di stabilizzazione psichica reale: compatta l’apparato psichico su una posizione di fuga, che, pur improbabile e disastrosa, restituisce, temporaneamente, un senso al proprio esistere. In condizioni più favorevoli, la psiche si compatta su una posizione «operativa»: entrando in uno stato di relativa anestesia emotiva, privilegia l’agire secondo informazioni e schemi acquisiti in precedenza, alla ricerca di una via di salvezza affidabile.

Questo agire, in qualche modo automatico, corrisponde a un funzionamento psichico che segue un modello di «risparmio»: ogni elemento inessenziale dell’attività di rappresentazione ideativa e affettiva di sé e del mondo è messo ai margini. La complessità della significazione dell’esperienza è temporaneamente sospesa per preservarla per il futuro.

Chi ha esperito per la prima volta un terremoto, uscendone vivo, sa che la reazione immediata non è una paura viva del pericolo, ma uno sgomento vicino all’aporia, un’incertezza tra la realtà di ciò che accade e il sogno. La paura viene con le esperienze di scosse successive, quando l’apparato psichico ha registrato e significato l’evento.

La prima reazione emotiva che emerge dallo sgomento è il dispiacere di non vedere più le persone care e di non essere più visti da loro. Alla sua radice (nel fondamento di tutte le nostre fragilità e sicurezze), questo sentimento di perdita ha il suo riferimento nella madre, nel rapporto primario con lei.

L’identificazione della madre con la terra e il tema dell’insolubile legame con loro, sono universali. Gli antichi greci interpretavano i sogni erotici di incesto con la madre nel senso di due possibilità opposte: conquista di suolo (radicamento solido di un proprio spazio nella vita) o presagio di morte.

Si potrebbe portare la loro intuizione nella sua più coerente conclusione: è l’elaborazione della perdita, della morte (l’acquisizione costruttiva del fatto che nulla si preserva identico per sempre) che consente di preservare il senso della tradizione (le radici dell’albero in cui si è seduti) e fondare il senso di discontinuità dell’esistenza nel senso della sua permanenza, continuità.

Il terremoto ci mostra come il terreno in cui poggia il nostro senso dell’esistenza può tremare per motivi estranei alla nostra volontà. È una metafora potente della nostra precarietà, caducità che può essere risolta nel senso della rassegnazione/consolazione o nel senso del lutto: un vivere in presenza della morte, che non è prepararsi ad essa («vivere per la morte»), ma convertirla in esperienza di perdita trasformativa.

Perdiamo gli altri come siamo perduti da loro, essi vivono in noi, come noi viviamo in loro. Coloro che ci precedono e coloro che ci succedono.

Il significato della nostra vita è esteso al di là dei nostri confini e del nostro tempo. Oltrepassa per ognuno la propria morte, vive nelle relazioni umane, dove il particolare incontra l’universale ed espande l’esperienza del singolo essere umano nell’eternità.

Possiamo affrontare la tragedia del terremoto con belle parole di consolazione (apri-strada inconsapevole allo sciacallaggio e alla speculazione) o usare la necessità di ricostruire come elaborazione del lutto, l’unica vera forza trasformativa. Far diventare la potenza puramente distruttiva un’occasione ricostruttiva, innovativa per noi.

in “il manifesto” del 28 agosto 2016