Un sistema di illegalità diffusa

di Vladimiro Zagrebelsky

È malato un Paese che dopo l’ennesimo, prevedibile terremoto, con centinaia di morti e tante distruzioni, deve destinare le pagine dei suoi giornali per metà alle storie dei morti e dei sopravvissuti e agli annunci della ricostruzione, che questa volta sì, si farà sul serio. E l’altra metà delle pagine alle indagini di una procura della Repubblica, alla loro ampiezza e alla diffusione di illeciti e reati, che quasi sembrano costituire la normalità. Ancora una volta il ricorso alle consulenze esterne è il sospetto strumento di favoritismi, ruberie, finanziamento degli sponsor politici.

Questa volta oltre all’abuso di fondi pubblici emerge il disprezzo per norme antisismiche destinate a salvare vite umane e lo scandalo diventa più grave. Ma la regolarità con cui si nominano consulenti esterni alla amministrazione pubblica può significare che al suo interno non vi sono professionalità adeguate, il che sarebbe gravissimo e chiamerebbe in causa la catena gerarchica fino ai governi che hanno tollerato tale degrado. Oppure che – quando non sia necessaria una specifica eccezionale specializzazione – il consulente nominato è un amico, amico di chi può. In entrambi i casi si mette in discussione la struttura essenziale della amministrazione pubblica e dello Stato.

Stupisce la mancanza di reazioni dall’interno della pubblica amministrazione, così avvilita.
Con o senza consulenze esterne e connivenze interne, c’è chi ruba il denaro pubblico e c’è chi chiude gli occhi, non controlla che i lavori finanziati dallo Stato siano portati a compimento e regolarmente (severamente) collaudati. Si dirà ancora una volta che è colpa dei burocrati, ma in queste vicende hanno poteri e responsabilità sia i ministeri, sia sindaci e giunte comunali e regionali: organi eletti da quegli stessi cittadini che non vengono protetti e sono invece messi in pericolo. Le indagini accerteranno se e dove vi siano responsabilità, ma ci vorrà molto tempo, perché essendo indagini giudiziarie esse tendono a produrre prove utilizzabili davanti al giudice nel processo. E le regole del processo sono rigorose. I processi accerteranno o escluderanno responsabilità individuali. Ma ora lo scenario che si apre descrive – ancora una volta – un sistema. Un sistema in cui a tutti i livelli amministrativi, compresi quelli elettivi e i partiti che li esprimono, l’illegalità – questa volta sulla pelle delle persone – diviene strutturale.
L’intervento della magistratura, ovviamente doveroso, rischia allora di suscitare malintesi, infondate speranze e illusioni. Come dimostrano le ancor recenti polemiche contro i giudici di Perugia accusati con ben orchestrata campagna di sostituirsi ai tecnici (sismologi) e agli amministratori, alle speranze e alle illusioni si accompagneranno critiche e accuse. E si parlerà di supplenza della magistratura, irrispettosa della discrezionalità degli amministratori. Ma ora è il caso di avvertire che il problema che emerge – anche questa volta – può forse essere represso a posteriori attraverso i processi, ma che non c’è salvezza per il Paese, fino a quando una rivolta morale non restauri o instauri in Italia senso civico, correttezza e un poco almeno di «virtù repubblicana».
Ho parlato di speranze illusorie riguardo all’opera della magistratura penale, per la sua naturale finalizzazione ad altro, che non è la soluzione di una deviazione così diffusa e grave. Se un tocco di sarcasmo è consentito, si può notare che i regimi corrotti di solito hanno una magistratura asservita: della corruzione si può bisbigliare, ma senza prove. L’Italia corrotta è incoerente, poiché mantiene una magistratura indipendente. E allora la corruzione viene fatta emergere ed è sotto gli occhi di tutti. Ma inutilmente, poiché l’ipocrisia protegge la corruzione.

in “La Stampa” del 31 agosto 2016

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