Archivio mensile:agosto 2016

La concezione scientifica, filosofica e cristiana dell’uomo

di Jacques Maritain

Scienza, filosofia e religione hanno una propria comprensione dell’uomo: tutti questi livelli di conoscenza sono necessari per dare ragione della fenomenologia e dell’ontologia dell’essere umano. Tuttavia, in un progetto educativo, una concezione che restasse confinata sul piano puramente scientifico e non accedesse a quello filosofico-religioso non darebbe ragione della dignità e dell’unità del soggetto.

Il concetto scientifico e il concetto filosofico-religioso dell’uomo

Vorrei osservare a questo punto che, in definitiva, soltanto due classi o categorie di concetti intorno all’uomo possono considerasi «oneste» o «leali»: il concetto puramente scientifico dell’uomo e quello filosofico-religioso.

Secondo il suo genuino tipo metodologico, l’idea scientifica dell’uomo, come ogni idea elaborata dalla scienza strettamente sperimentale, si libera per quanto è possibile da ogni contenuto ontologico, in modo da diventare completamente verificabile nell’esperienza sensibile. Su questo punto i più recenti teorici della scienza, i neo-positivisti della scuola di Vienna, hanno perfettamente ragione. L’idea puramente scientifica dell’uomo tende soltanto ad unire insieme i dati misurabili e osservabili presi come tali, ed è decisa dall’inizio a non considerare cose come l’essere o l’essenza, a non rispondere a domande quali: «C’è un’anima o non c’è? Esiste lo spirito o c’è soltanto la materia? Dobbiamo credere alla libertà o al determinismo? Alla finalità o al caso? Ai valori o ai semplici fatti?» perché simili questioni sono fuori dal dominio della scienza. Il concetto puramente scientifico dell’uomo è e deve essere un concetto espresso in termini di fenomeno, senza riferimento alla realtà ultima.

Il concetto filosofico-religioso dell’uomo, al contrario, è un concetto ontologico. Esso non è interamente verificabile nell’esperienza dei sensi, benché possegga criteri e prove che gli sono propri; e verte sui caratteri essenziali ed intrinseci (sebbene non visibili, né tangibili) e sulla densità intelligibile di quell’essere che chiamiamo «uomo».

Ora è ovvio che l’idea puramente scientifica dell’uomo può procurarci delle informazioni inestimabili e sempre nuove intorno ai metodi e agli strumenti della educazione, ma da sé non può fornire né i primi fondamenti né le direzioni primordiali dell’educazione, perché questa ha bisogno di conoscere innanzi tutto che cosa è l’uomo, quale è la natura dell’uomo, quale scala di valori essa implica essenzialmente; l’idea puramente scientifica dell’uomo, poiché ignora «l’essere come tale», non può conoscere tali cose, ma soltanto ciò che dell’essere umano emerge nel dominio dell’osservazione sensibile e della misura. I giovani Tom, Dick o Harry, che sono i soggetti dell’educazione, non sono soltanto un insieme di fenomeni fisici, biologici e psicologici, la cui conoscenza è del resto richiesta e assolutamente necessaria; essi sono figli dell’uomo e questo nome «uomo» indica, per il senso comune dei genitori, degli educatori e della società, lo stesso mistero ontologico che designa nella conoscenza razionale dei filosofi e dei teologi.

Bisogna notare che se noi tentassimo di fondare l’educazione e di condurre a termine la sua opera sulla sola base del concetto scientifico dell’uomo, noi non potremmo che svisare e falsare questo concetto stesso: perché saremmo costretti, di fatto, a porre il problema della natura e del destino dell’uomo e dovremmo sollecitare, per una risposta, la sola idea a nostra disposizione, quella scientifica. Allora noi tenteremmo, contrariamente alla struttura tipica di questo concetto, di trarre da esso una specie di metafisica. Il risultato, dal punto di vista logico, sarebbe una metafisica bastarda travestita da scienza e priva di ogni luce veramente filosofica; dal punto di vista pratico, un rifiuto o una concezione sbagliata proprio di quelle realtà e di quei valori senza i quali l’educazione perde ogni senso umano e diventa allevamento di un animale per l’utilità dello Stato.

Così resta il fatto che il concetto completo e integrale dell’uomo che è pre-richiesto all’educazione può essere soltanto un concetto filosofico e religioso dell’uomo. Dico filosofico perché questo concetto riguarda la natura o l’essenza dell’uomo; e dico religioso a causa dello stato esistenziale della natura umana in rapporto a Dio e a causa dei doni speciali, delle prove e della vocazione che questo stato comporta.

Il concetto cristiano dell’uomo

Il concetto filosofico e religioso dell’uomo può assumere molte forme. Quando affermo che l’educazione dell’uomo, se si vuole solidamente e pienamente fondata, deve essere basata sul concetto cristiano di uomo, è perché penso che questo è il vero concetto dell’uomo, e non già perché vedo che la nostra civiltà e di fatto permeata di questa idea. Eppure, nonostante tutto, è certo che di fatto l’uomo della nostra civiltà èl’uomo cristiano più o meno laicizzato. Di conseguenza noi possiamo proporre questa idea come base comune e supporre ch’essa sia capace di avere il consenso della coscienza comune dei nostri paesi di civiltà occidentale, eccetto gli spiriti che aderiscono a ideologie addirittura opposte – come i metafisici materialisti, i positivisti, gli scettici (non parlo qui delle ideologie fasciste o razziste che non appartengono affatto al mondo civile).

Ora un tal genere di consenso comune è tutto ciò che possiamo aspettarci per una dottrina, qualunque essa sia, di filosofia morale, dato che nessuna può di fatto pretendere di ottenere il consenso completo e universale di tutti gli spiriti – e questo non a causa di qualche debolezza inerente alle prove oggettive della ragione, ma a causa della debolezza inerente allo spirito umano.

Esiste del resto, a dire il vero, tra le diverse grandi dottrine metafisiche, se riconoscono la dignità dello spirito, e tra le diverse forme di credenze cristiane e anche di credenze religiose in genere, se riconoscono il destino divino dell’uomo, una comunità di analogia, per quel che riguarda gli atteggiamenti pratici e il campo dell’azione, che rende possibile una autentica cooperazione umana. In una civiltà giudaico-greco-cristiana come la nostra, questa comunità di analogia, che va dalle più ortodosse forme di pensiero religioso, alle forme di pensiero semplicemente umaniste, rende possibile, ad una filosofia cristiana dell’educazione – se è ben fondata e razionalmente sviluppata – di assumere la funzione di ispiratrice del concerto, persino riguardo a coloro che non condividono il credo dei suoi seguaci. Si può notare, di passaggio, che il termine concerto che io ho or ora usato sembra piuttosto eufemistico applicato alle nostre «filosofie moderne dell’educazione» le cui voci discordi sono state così magistralmente studiate nel volume del Brubacher [cfr. John S. Brubacher,Modern Philosophies of Education , New York – London, 1939].

In risposta alla nostra domanda: «Che cosa è l’uomo»? noi possiamo quindi dare l’idea greca, ebraica e cristiana dell’uomo: l’uomo è un animale dotato di ragione la cui suprema dignità consiste nell’intelletto; è un individuo libero in personale rapporto con Dio, la cui suprema «giustizia» o rettitudine è di obbedire volontariamente alla legge di Dio; è una creatura peccatrice e ferita chiamata alla vita divina e alla libertà della grazia, e la cui perfezione suprema consiste nell’amore.

La persona umana

Dal punto di vista esclusivamente filosofico, il principale concetto sul quale dobbiamo insistere qui è quello della persona umana. L’uomo è una persona che si possiede per mezzo della intelligenza e della volontà. Egli non esiste soltanto come un essere fisico: c’è in lui un’esistenza più nobile e più ricca: la sovraesistenza spirituale propria della conoscenza e dell’amore. Egli è così, in un certo senso, un tutto, e non soltanto una parte; è un universo a se stesso, un microcosmo, in cui il grande universo intero può essere racchiuso mediante la conoscenza. E mediante l’amore egli può donarsi liberamente ad esseri che sono per lui come degli altri se stesso. Di questa specie di relazioni non esiste alcun equivalente nel mondo fisico.

Se ricerchiamo la radice prima di tutto ciò, siamo condotti a riconoscere la piena realtà filosofica di questo concetto dell’anima, tanto ricco di connotazioni, che un Aristotele descriveva come il primo principio della vita di ogni organismo e vedeva dotata nell’uomo di un intelletto sopra-materiale, e che il cristianesimo ha rivelata come il tempio di Dio e come fatta per la vita eterna. Nella carne e nelle ossa dell’uomo esiste un’anima che è spirito e vale più di tutto l’universo fisico intero. Per quanto possa dipendere dai più lievi accidenti della materia, la persona umana esiste in virtù dell’esistenza della sua anima, che domina il tempo e la morte. È lo spirito che è la radice della personalità.

La nozione di personalità implica così quella di totalità e indipendenza. Dire che un uomo è una persona significa dire che nella profondità del suo essere egli è piuttosto un tutto che una parte, e più indipendente che servo. È questo mistero della nostra natura che il pensiero religioso esprime quando dice che la persona umana è fatta ad immagine di Dio. Una persona possiede una dignità assoluta perché è in diretto rapporto col regno dell’essere, della verità della bontà, della bellezza, con Dio; e solo mediante ciò essa può arrivare alla sua completa perfezione. La sua patria spirituale e l’intero ordine dei valori assoluti; i quali, riflettendo in qualche modo l’assoluto divino che trascende il mondo, hanno in sé la capacità di attrarre verso di esso.

(in L’educazione al bivio )

 

La crisi della cultura

di Jean Danielou

 

Un tradimento della cultura per mano dei suoi protagonisti principali, gli intellettuali: da qui nasce la riflessione che Jean Daniélou affronta in questo libro del 1972. L’autore pone interrogativi seri ed ancora attuali sul ruolo degli intellettuali nella società contemporanea e nella ricerca del vero, esponendoli insieme a quelli che individua come “pericoli” in cui la cultura può incorrere. In particolare, nel brano che vi proponiamo, Daniélou affronta il “pericolo dello scientismo”, che può generare una dissociazione tra il campo delle realtà obiettive, nel quale la scienza regna incontrastata, e il campo delle aspirazioni soggettive, proprio della filosofia. Se l’entusiasmo causato dai risultati scientifici e dai metodi positivi tende a incrementare il desiderio di applicare questi metodi a tutti i campi, allora filosofia, letteratura e storia tenderanno a diventare sociologia, psicologia o filologia. Nell’ultimo paragrafo, intitolato “pigrizia dell’intelligenza”, Daniélou riflette sul rigore del metodo applicato alle diverse discipline in rapporto alla conoscenza che da questo si può generare, ponendo quindi l’attenzione alla domanda su Dio. Sarebbe infatti problematico l’utilizzo dei metodi positivi per rispondere a domande che scientifiche non sono, individuando proprio nel rifiuto della metafisica, una “certa pigrizia dell’intelligenza”.

Il pericolo dello scientismo 

Gli elementi positivi della cultura d’oggi si trovano nel campo della scienza. Le discipline scientifiche implicano una formazione mentale che, se considerata nella sua totalità, porta a una conoscenza profonda del reale. Gli uomini di scienza hanno il senso dell’obiettività. La scienza non è un campo nel quale si possa dire o fare qualunque cosa: vi è sempre un oggetto che ha la sua resistenza. Con questa non voglio dire che l’oggetto non opponga resistenza anche nel campo letterario: io credo infatti che una seria vocazione letteraria sia altrettanto rigorosa della scienza: in effetti, è orientata a esprimere certe forme del reale; ma in questo ordine il reale si difende con minor vigore, perché è meno fisico, apparentemente più plastico, più suscettibile di essere manipolato.

È significativo che oggi siano proprio alcuni spiriti scientifici a ritrovare, tramite e non nonostante la scienza, la strada che porta alla metafisica, cioè a qualcosa che supera la scienza. E dicendo questo so di essere in contrasto con un certo numero di miei confratelli i quali ritengono ribelli alla metafisica gli spiriti scientifici. A mio avviso, uno spirito scientifico, se assolutamente onesto, arriverà a riconoscere che la sua scienza lo porta a supporre un aldilà di questa scienza. La scienza manifesta con evidenza che il reale è intelligibile, cioè che la realtà che essa studia obbedisce a leggi che sono intelligenti. Sartre basa il suo ateismo sull’affermazione che «il mondo è assurdo». E ha ragione: se il mondo è assurdo, Dio non esiste. Ma tutta la dimostrazione poggia sul primo enunciato. Ebbene, nessun matematico, nessun fisico dirà mai che il mondo è assurdo. E allora bisogna rovesciare la formula di Sartre e dire: se il mondo non è assurdo, Dio esiste.

Il progresso scientifico quindi non si oppone affatto alla cultura filosofica. Ciò avverrebbe unicamente se gli scienziati pretendessero di spiegare tutto, pretesa che hanno soltanto scienziati di nessuna autorità. Oggi, al contrario, la scienza tocca i suoi limiti assoluti e li tocca al livello della spiegazione: essa raggiunge le leggi, non le cause; tocca i suoi limiti anche al livello della responsabilità: quale senso dare al progresso tecnologico (energia atomica, chimica, biologica ecc.)? Li tocca anche al livello della felicità: i giovani si ribellano alla tecnocrazia. Ma le domande che gli scienziati si pongono rimangono di solito senza  risposta a causa della mancanza di rigore dei filosofi, dei moralisti o dei mistici.

La scienza infatti obbliga i filosofi a meglio distinguere quanto costituisce il nocciolo delle loro affermazioni da quanto dipende dal fatto che il pensiero si è espresso in forme di cultura ormai desuete. La scienza con la sua critica implacabile li obbliga a giustificare in maniera valida le loro affermazioni. In un primo momento la scienza sembra distruggere la metafisica, ma in un secondo momento appare come fonte di purificazione e, quindi, di consolidamento. Esempi di questa sua azione si possono trovare in tutti i campi: la fisica ha liberato il pensiero da rappresentazioni cosmologiche che ne erano soltanto un mezzo di espressione; la psicanalisi obbliga a distinguere tra stato di colpevolezza morbosa e autentica coscienza morale.

Per gli scienziati il vero problema è riconoscere che la metafisica è una fonte di certezza altrettanto legittima quanto la scienza, mentre per i filosofi il problema è dare a questa certezza un fondamento che sia valido per gli scienziati. Il grande pericolo attuale è quello di una dissociazione tra il campo delle realtà obiettive, nel quale la scienza regnasse incontrastata, e il campo delle aspirazioni soggettive che sarebbe di competenza della filosofia. Questa dissociazione è un errore, perché le stesse realtà sono di competenza della scienza e della filosofia anche se a livelli diversi.

Crisi della cultura

Lo sviluppo della scienza pone però un certo numero di problemi. Anzitutto un’opposizione tra natura e cultura, che è legata ai progressi prodigiosi della scienza dei nostri tempi. La scienza ha sì un aspetto teorico, ma in campo scientifico la teoria finisce sempre nella pratica: il sapere diventa potere, e oggi l’uomo per la prima volta  prende coscienza dell’estensione di questo potere: esso tocca il mondo della materia inanimata (e l’avventura planetaria ne è l’espressione), tocca la società e la possibilità di costruirla razionalmente; tocca il campo della psicologia, con lo sforzo di manipolare l’uomo.

Si capisce come tutto ciò crei l’impressione che l’uomo abbia possibilità illimitate e allora viene da domandarsi se quello che si chiamava natura non fosse soltanto, come diceva Pascal, consuetudine. L’uomo moderno si rende conto che non esistono fatalità cosmiche e fatalità storiche; la parola «natura » spesso esprimeva soltanto l’impotenza dell’uomo, mentre oggi l’uomo può agire sul cosmo, sulla vita, sulla società e vincerne le resistenze. Si trattava di situazioni di fatto indebitamente trasformate in situazioni di diritto. Oggi il mezzo artificiale, la tecnica e la cultura permettono all’uomo di non subire più coercizioni e di plasmarsi secondo la propria volontà.

Vediamo quanto di valido comporta questo atteggiamento mentale. Non vi è dubbio che un concetto sbagliato di natura è spesso servito soltanto a mascherare la pigrizia e la paura di scoprire il nuovo. Già nei tempi antichi si era criticato la civiltà in quanto corruttrice della natura: l’uomo ha agito contro la natura quando ha frugato le viscere della terra per strapparne l’oro e i diamanti che Dio intenzionalmente vi aveva nascosti, o quando ha tentato di volare nonostante fosse creato per camminare sulla terra. E certo altresì che l’ineguale distribuzione delle ricchezze, la subordinazione degli schiavi, la condizione inferiore della donna talvolta sono state considerate espressione della legge naturale. Tutto questo deve renderci prudenti.

È dunque perfettamente legittimo che l’uomo, facendo l’inventario delle ricchezze dell’universo fisico e umano, acquisti su di esso un potere. Ma questa potere è illimitato? La cultura sostituisce a poco a poco la natura? La libertà dell’uomo dispone di una sovranità totale? Oggi ci troviamo in presenza di uno strano capovolgimento di situazione: la pretesa dei metodi scientifici – di quelli cioè che individuando le leggi dei fenomeni possono agire su di essi ­ porta a una temibile crisi della cultura. I metodi scientifici, infatti, pretendendo di ridurre la realtà a quanto essi possono conoscere, finiscono per svuotarla  del suo contenuto: la realtà infatti viene a collocarsi su un piano in cui vi sono soltanto strutture e non vi è un contenuto. Si arriva così a contestare la realtà obiettiva dell’universo, perchè la scienza non la coglie nella sua realtà ontologica, e si finirà con il contestare la realtà dell’uomo, ridotto in ultima analisi a un aggregato di parole.

La crisi attuale della cultura consiste essenzialmente nel fatto che gli spiriti, affascinati dagli spettacolosi successi ottenuti dai metodi positivi nelle scienze fisiche e naturali, cercano di applicare questi metodi a tutti i campi. Filosofia, letteratura e storia tendono così a diventare sociologia, psicologia o filologia. Ma se già sul piano del mondo fisico la realtà che soggiace alle leggi sfugge tanto alla nostra presa, in maggior misura ciò avviene quando si tratta dell’uomo, del suo mistero personale, della sua interiorità inaccessibile, della sua dignità eminente.

Del resto, i vicoli ciechi in cui attualmente si dibatte la tecnica mettono in rilievo questa crisi. L’uomo, acquistata la padronanza sulle leggi dell’universo e della vita, si interroga su quello che deve fare: mentre prima doveva subire un certo numero di coercizioni, oggi deve forse cercare una so­ luzione unicamente dalla sua decisione? Ma questa decisione in base a che cosa deve prenderla? Siamo forse attualmente in balia di tutti gli arbitri? La cosa più chiara è che oggi rischiamo di ricadere sotto il peso di nuove fatalità. Infatti, se l’uomo non sarà capace di controllare la tecnica, prodotto del suo genio, essa potrà renderlo altrettanto schiavo di quanto in passato lo rendeva la natura. Qui si ripropone il problema di una realtà obiettiva che continua a imporsi all’uomo. La realtà è quella che noi chiamiamo natura. Non è qualcosa che ci è semplicemente dato, è un programma da realizzare. Ed è qui che la cultura acquista il suo significato.

Come si legge nella costituzione conciliare Gaudium et spes, «ogni qual volta si tratta dell’uomo, natura e cultura sono collegate quanto più strettamente è possibile».

Se indaghiamo più a fondo nel tentativo, da parte dell’uomo, di sottovalutare o negare la natura, ci accorgiamo che spesso è dovuto al fatto chela natura obbliga l’uomo a riconoscere un dato che gli si impone e del quale non può disporre. Questo dato è l’intelligibilità di un mondo razionale del quale deve riconoscere il valore. È evidente che questa intelligibilità non può essere che manifestazione di un’intelligenza, così come è evidente che riconoscere l’esistenza di una natura delle cose è riconoscere la trascendenza che le dà fondamento; ed è pure evidente che conformarsi alla natura è, in conclusione, come avevano intuito i vecchi stoici, conformarsi al disegno di Dio. Ecco perchè la volontà di autosufficienza a ciò ripugna.

Qualcosa di irriducibile

D’altra parte il problema e sapere se l’approccio scientifico sia sufficiente a spiegare l’integralità del reale e se la realtà sia suscettibile di essere raggiunta nella sua totalità dalle tecniche e dai metodi della scienza. La questione si pone anzitutto al livello della conoscenza della persona umana. Nei suoi confronti la scienza si trova nell’impossibilità di arrivare a una riduzione totale: le scienze umane ci consentono di girare attorno a quello che è una persona, di determinarne i condizionamenti fisiologici (ed è quanto fanno la medicina e la fisiologia), i condizionamenti sociali, i condizionamenti psicologici (gli elementi che fanno il nostro psichismo, la psicanalisi) ecc. Ma, fatto tutto ciò, ci si trova in presenza di quello che il filosofo Jankélévitch chiama il «non so che», il «quasi nulla». Vi è qualcosa che resiste e questo qualcosa è quello che noi chiamiamo libertà. Ci riesce impossibile dare di una persona umana una spiegazione analoga a quella che si può dare di un fatto scientifico, che possa cioè ricondursi alla determinazione di tutte le sue coordinate. Rimane qualcosa di irriducibile ed è precisamente  quello che l’esistenzialismo ha sottolineato  con il suo rifiuto di una concezione rigorosamente determinista della società e della vita umana.

Questo ci pone un problema fondamentale: la trascendenza della persona e della libertà umana nei confronti di tutti i condizionamenti. Ciò naturalmente non significa che i condizionamenti non vi siano: tutti siamo condizionati da elementi molteplici, ma il problema che si pone a ciascuno di noi è rappresentato dalla distanza che vi è tra noi, condizionati, e quanto ci condiziona. Questa distanza è la libertà. In altri termini, considerata la nostra essenza, noi non possiamo fare qualsiasi cosa, ma ciò nonostante possiamo orientare i nostri condizionamenti in un senso o nell’altro.

A livello delle persone umane siamo quindi in presenza di qualcosa che non si può ridurre alla semplice analisi scientifica. Soltanto le persone hanno un segreto, un’interiorità. Quello invece che caratterizza le realtà della natura è il fatto che in esse vi è unicamente ciò che è esteriorizzato: in una rosa non vi sono che il suo profumo, le sue spine e il suo colore; in questi tre elementi è espressa la rosa in maniera totale. La persona umana invece non è totalmente espressa in quello che è accessibile a un’analisi scientifica; resta il segreto dell’interiorità, l’intimità dell’essere personale, e questo segreto è del tutto inaccessibile a qualsiasi analisi puramente scientifica. Quando si psicanalizza una persona, si analizzano i suoi condizionamenti, ma con ciò sullo psicanalizzato non si è detta l’ultima parola. Ed è appunto questo il grande pericolo dei metodi scientifici maldestramente applicati, per esempio, ai problemi di educazione o ai problemi di orientamento professionale: si corre il rischio di sbagliare proprio perché si tiene conto soltanto di quello che è empiricamente constatabile con i metodi scientifici.

Se in ogni persona vi è un’interiorità, il problema è come raggiungerla. È possibile conoscere l’altro? Vi è comunicazione fra gli esseri umani? Questo è un problema vitale che tocca addirittura l’esistenza. L’«altro» non può essere trattato come un semplice oggetto; dal punto di vista dell’azione non si ha il diritto di fare di una persona un mezzo: ogni persona umana si presenta come un fine. Non si ha il diritto di subordinare una persona umana né a un progresso scientifico né a una realizzazione sociale. Questa dignità della trascendenza umana nei confronti del mondo della natura è qualcosa che oggi tutti riconoscono, quale che sia il sistema metafisico che ognuno segue.

Se perciò non possiamo impossessarci della persona dell’altro, farne un oggetto, come potremo avervi  accesso? È evidente che, se la persona dell’altro ci sfugge totalmente, noi potremo avervi accesso soltanto nella misura in cui essa stessa verrà verso di noi. E con questo ci troviamo di fronte a uno dei problemi fondamentali del pensiero moderno, che la psicanalisi e l’ermeneutica hanno in parte rimesso in valore: il problema della parola. Noi possiamo conoscere l’altro soltanto nella misura in cui egli ci manifesta quello che e, parla di se, ci svela il suo segreto. E su questo possiamo contare soltanto nella misura in cui l’altro si darà volontariamente a noi. Il problema della parola è quindi stranamente legato al problema dell’amore, al problema della comunicazione tra le persone.

Questo pone un altro problema, quello della parola vera. Esistono ancora parole vere? Viviamo in un mondo in cui tutti i dadi sono truccati: siamo definitivamente nel mondo della menzogna e dell’impossibilità di comunicare? Questo è il dramma umano dell’uomo d’oggi. Oggi viviamo nell’universo della diffidenza, in un mondo nel quale abbiamo subito tanti inganni che non crediamo più nella parola vera, e un simile mondo è spaventoso. Per l’uomo moderno è messa in questione la possibilità stessa di avere fiducia: si può ancora avere fiducia? In chi si può avere fiducia? È possibile avere fiducia nella parola? La parola, nella misura in cui l’uomo vi si impegna,  cioè la testimonianza, e una strada fondamentale di accesso alla realtà. Un mondo in cui non vi siano che «falsi testimoni» è un mondo in cui è impossibile vivere umanamente; un mondo in cui si presume che tutti mentano non offre più alcuna possibilita di vita umana.

Pigrizia dell’intelligenza

In sostanza, che cos’è uno spirito scientifico nel senso integrale della parola? È uno spirito che a ogni oggetto applica il metodo adatto a quell’oggetto. Ma l’errore fondamentale di un certo positivismo moderno è quello di voler applicare il metodo della geometria, per dirla con Pascal, alle cose dell’uomo e alle cose di Dio. È evidente che la geometria porterà sempre e soltanto alla geometria.  Finché si analizzano soltanto strutture non si incontrerà mai una libertà. Cinquant’anni fa Le Dantec diceva: «Crederò nell’anima il giorno in cui l’avrò trovata sotto il mio bisturi». Ma è evidente che con i metodi della dissezione non si incontrerà mai una  persona umana.

Scientificamente è errore radicale pretendere che un metodo, sia esso di dissezione fisiologica, di analisi ermeneutica o psicanalitica, possa farci incontrare una libertà e una persona umana, e chiunque lo affermi non è scientificamente serio. Ma questo non significa che la persona o la libertà non siano accessibili a una conoscenza obiettiva; significa invece che la conoscenza obiettiva non si riduce, come pensa Monad, alla conoscenza che è data dalle scienze positive. Vi è lo «spirito di finezza» per le cose dell’anima e vi è lo «spirito di profezia» per le cose della storia, cioè per il segreto ultimo del destino umano collettivo…

Fin qui abbiamo trattato la questione sul piano della persona umana e su quello della comunione fra le persone; però la si può trattare anche su un terzo piano. Ovviamente non ha senso negare l’esistenza di Dio perché non ci si è mai imbattuti in lui nel corso di analisi ermeneutiche o fisiche ecc., poiché, se Dio esiste, certamente non è un oggetto della natura. È assurdo pensare che Dio possa essere un oggetto del quale ci si può impadronire con gli stessi metodi che si usano per analizzare i corpi, se questi metodi non sono sufficienti neppure a farci raggiungere la persona degli altri.

Dio è essenzialmente una soggettività trascendente, non suscettibile cioè di essere afferrato come un oggetto. Se Dio è Dio, cioè una personalità sovrana, può essere conosciuto soltanto nella misura in cui egli si manifesta. D’altra parte, le stesse persone umane non sono conosciute che nella misura in cui esse stesse si manifestano. E questa squalifica chiunque metta in questione Dio in nome della scienza, perché Dio si situa soltanto sul piano di quanto è inaccessibile ai metodi della scienza. Vi è sì un problema di Dio, ma deve essere impostato a un altro livello. In un certo positivismo di bassa lega, che praticamente ignora le realtà essenziali delle relazioni interumane e delle relazioni con Dio, vi è qualcosa di superficiale, nel senso che non scende a considerare le profondità.

Nel rifiuto assoluto della metafisica, nel rifiuto cioè di porre i problemi fondamentali, vi è una certa pigrizia dell’intelligenza. Noi riconosciamo la grandezza della scienza quando essa rimane nel suo ordine, ma la pretesa totalitaria di una scienza, che affermasse di dire l’ultima parola su tutto, ci appare come una minaccia terribile alla cultura contemporanea. Alle fine del  IX secolo, di fronte a uno scientismo in pieno sviluppo, contro le pretese della scienza e della tecnica di spiegare tutto si sono levate le voci dei grandi maestri della rivolta dell’uomo: c’è stata la rivolta di Dostoevskij, che parlava del muro dell’impossibile che la scienza vorrebbe opporre alla libertà creativa e inventiva di Dio; c’è  stata  la rivolta di  Kierkegaard, che ha protestato contra la prigione in cui il razionalismo costringeva l’uomo e che nella disperazione ha visto l’avvio alla scoperta del reale al di là di ogni  scienza; c’è stato Leon Bloy, c’è stato Peguy, e ci sono stati tutti coloro che si sono opposti alla presunzione di uno scientismo nel quale avvertivano il pericolo di un decadimento dell’umanità, e hanno sostenuto che vi sono altre vie di accesso al reale, vie assolutamente valide e che, anzi, raggiungono mete inaccessibili alla scienza. Ebbene, sono passati cinquant’anni e ci troviamo alle prese con lo stesso problema.

da “La cultura tradita dagli intellettuali” (1972), Lindau, Torino 2012, pp. 21-31

 

Senza passione non si insegna

di Alessandro Rosina 

 

Quand’è che una scuola è davvero buona? Quando ospita gli alunni in edifici non fatiscenti, se possibile anche accoglienti. Quando offre di strutture avanzate di apprendimento, se possibile anche digitali. Quando consente di trasmettere ai giovani non solo conoscenze ma anche competenze, se possibile non solo utili per il lavoro ma anche per la vita. Tutto questo è importante, perché è esattamente quello che i ragazzi chiedono e spesso non trovano nel loro percorso di istruzione. Non se ne accorgono subito ma un po’ dopo, quando affrontano il mondo del lavoro e le grandi scelte della vita. E’ in quel momento che quello che manca nel loro bagaglio formativo e culturale si fa sentire e penalizza il loro successo sociale e professionale. Non è un caso se l’Italia è uno dei paesi con incidenza più elevata di Neet in Europa, ovvero di giovani che dopo esser usciti dai portoni della scuola si perdono nel tortuoso e neboloso percorso che porta ai cancelli del mercato del lavoro. Quello che chiedono, documentato dai dati dell’indagine Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo, sono competenze avanzate ma anche competenze sociali. Considerano la scuola importante non solo e non tanto per ottenere un lavoro ma per trovare il proprio posto nel mondo.

La condizione di molti giovani è quella di disorientamento di fronte ad una realtà sempre più complessa e in continuo mutamento. Per non trovarsi ai margini di tali cambiamenti, per non trovarsi schiacciati in difesa dai rischi, ma cogliere le nuove opportunità, hanno bisogno di strumenti utili a capire come il mondo cambia e come agire con successo in esso. Hanno bisogno di riempire di senso e di valore le proprie scelte, per non cadere nella condizione di “insignificanza” che rende tutto buio, sia la realtà circostante sia il futuro che li aspetta. Riesce maggiormente a inserirsi in un percorso virtuoso di riconoscimento delle proprie capacità, di incoraggiamento a mettersi in gioco, di miglioramento della propria condizione chi trova attorno a sé figure educative solide, stimolanti e appassionate.

Torniamo allora alla domanda iniziale. Quand’è che una scuola è davvero buona? Tutte vere le risposte date sopra, ben presenti negli intenti del Governo. Ma c’è una risposta ancora più importante che spesso sottovalutiamo quando confrontiamo le diverse ragioni del Ministero e degli insegnanti, come nel caso delle richieste di trasferimento e delle reazioni accese suscitate.

Il punto di vista da tener sempre presente è quello degli alunni. Quello che per loro conta più di tutto, perché lascia i segni più positivi sulla loro crescita, è il vedere l’attenzione, la passione, la dedizione con la quale l’insegnante svolge il proprio ruolo. Quello che dobbiamo chiedere a tutti è, pertanto, che venga migliorato soprattutto questo aspetto della scuola se vogliamo che sia davvero buona per le nuove generazioni. Se il Ministero, pur nelle migliori intenzioni, impone proprie scelte non chiare nei fini e con inefficienze a carico degli insegnanti sui mezzi, rischia di produrre effetti secondari negativi che compromettono i benefici finali attesi. Se gli insegnanti si trincerano in difesa e rifiutano scelte di interesse collettivo per ottenere qualche vantaggio personale, rischiano di perdere il vero valore del proprio ruolo e di trovarsi poi con classi ingestibili e con un Ministero che si sente legittimato ad imporre.

Tutto questo è lo scenario che dobbiamo evitare se davvero interessa a tutti una buona scuola non solo come slogan.

su IL MATTINO 5 agosto 2016

 

«Così Martini cambiò le vite dei brigatisti»

colloquio con Paolo Cortesi, a cura di Filippo Rizzi

È passato alla storia come il «segretario della consegna delle armi in arcivescovado nel lontano 1984 da parte degli ex terroristi», ma in fondo si avverte come «il collaboratore di una vita dei momenti più lontani dai riflettori della vita del cardinale Carlo Maria Martini». Don Paolo Cortesi, sacerdote ambrosiano, classe 1946, e oggi parroco a Milano nella centralissima chiesa di Santa Maria alla Porta, ha vissuto fianco a fianco del “suo” cardinale per sette anni (dal 1983 al 1990) nella veste di segretario personale e ha continuato in questo “ufficioso ruolo” anche negli anni successivi. «Martini mi chiese di aiutarlo nel periodi cosiddetti “feriali” del suo ministero dal 1990 al 2002 – racconta –. Gli sono stato accanto nei periodi da lui dedicati ai ritiri spirituali, trascorsi assieme, quasi sempre a dicembre, dai cistercensi a Lerin in Costa Azzurra e del riposo estivo in Trentino, in Sardegna e infine in Corsica dove Martini preparava le sue Lettere pastorali e io mi trovavo a raccogliere le sue impressioni sulla vita e sulla Chiesa. Lì scoprii il Martini più interiore rispetto agli anni in cui, da semplice segretario, dovevo sbrigare un’attività più burocratica e formale… Mi ha sempre colpito la sua umiltà e la sua capacità di non fare mai pesare la sua cultura e le conoscenze delle lingue, a me che in fondo rimanevo un povero “prete di oratorio”».

La mente di don Paolo corre all’evento che lo vide protagonista: la consegna delle armi in arcivescovado a piazza Fontana a Milano, avvenuta il 13 giugno di 32 anni fa. «Si è già scritto molto su quanto accaduto, ma quello che mi rimane ancora impresso fu l’imperturbabilità del cardinale vedendo le tre borse piene di armi. Così come davanti al fatto che ex terroristi del Cocori (Comitato comunista rivoluzionario) riconobbero in lui il simbolo di un processo di riconciliazione». E rivela un particolare: «Il suo dialogo con il mondo del carcere aveva radici antiche. Ricordo le sue visite a San Vittore, come i suoi colloqui frutto di tante corrispondenze epistolari con molti dei detenuti “ irriducibili”. Erano incontri personali dove il cardinale voleva conoscere le storie di queste persone, entrare nei loro drammi. Spesso mi diceva: “Non basta un cammino di riconciliazione, è necessario stare accanto a queste persone e non abbandonarle al loro destino…”. E questo stile di “pastorale concreta di vicinanza agli ultimi” imparata da giovane professore di critica testuale con il suo confratello Virginio Spicacci durante le sue visite negli anni Settanta al carcere di Nisida (Napoli), ha trovato conferma e “continuazione ideale” nei suoi incontri con gli ex terroristi e le vittime delle Br assieme al gesuita Guido Bertagna negli ultimi anni della sua vita… Voleva capire, ma anche rendersi utile per farsi tramite nella riconciliazione».

A quattro anni di distanza – che ricorrono proprio oggi – dalla scomparsa del porporato gesuita, don Cortesi – al cui fianco è stato nella veste di “segretario aggiunto” «fino al giorno della sua morte a Gallarate » – rievoca alcuni aspetti poco conosciuti. «Mi ha sempre impressionato l’attenzione alla storia delle persone – rivela –. Pur minato dalla sua malattia voleva rispondere di persona con la sua grafia malferma – magari con una cartolina, un bigliettino – ai tanti che gli inviavano una lettera o un semplice saluto». Uno stile di attenzione e “prossimità” agli altri, in particolare gli ultimi, confermato anche da sue scelte quando fu arcivescovo di Milano (1980-2002). «Ricordo che amava durante le visite pastorali – è la confidenza – chiedere ai parroci di visitare non solo i malati ma anche le loro case. Diceva: “Dobbiamo andare nelle abitazioni di queste persone e imparare tra le loro mura i drammi che vivono e cercare di offrire loro parole di consolazione e capire come veramente stanno”». Dall’album dei ricordi don Paolo estrae tante istantanee come «il desiderio di morire a Gerusalemme e di essere sepolto vicino al suo maestro Donatien Mollat». O il suo grande cruccio: «Lui che amava ripetermi “sono nato per comunicare”, non era più in grado di esprimersi con chiarezza a causa del Parkinson. Un dolore per lui che era un innamorato della Parola». «Il cardinale Martini ormai prossimo alla fine, mi diceva che nel momento della morte – è la riflessione finale di don Cortesi – quando non ci sono vie d’uscita solo lì è il momento dell’affidamento e ci si scopre in quel buio credenti in Gesù».

in “Avvenire” del 31 agosto 2016

Occupati e disoccupati

ISTAT, 31 agosto 2016

A luglio la stima degli occupati cala dello 0,3% rispetto al mese di giugno (-63 mila), interrompendo la tendenza positiva registrata nei quattro mesi precedenti (+0,4% a marzo, +0,5% ad aprile, +0,2% a maggio e giugno). Il calo è attribuibile sia agli uomini sia in misura maggiore alle donne e riguarda gli indipendenti (-68 mila), mentre restano sostanzialmente invariati i dipendenti. Gli occupati calano nelle classi di età fino a 49 anni mentre aumentano tra gli over 50. Il tasso di occupazione, pari al 57,3%, diminuisce di 0,1 punti percentuali sul mese precedente.

I movimenti mensili dell’occupazione determinano complessivamente nel periodo maggio-luglio 2016 un consistente aumento degli occupati (+0,7%, pari a 157 mila unità) rispetto al trimestre precedente, con segnali di crescita diffusi sia per genere sia per posizione professionale e carattere dell’occupazione.

La stima mensile dei disoccupati a luglio cala dell’1,3% (-39 mila), dopo l’aumento registrato a giugno (+1,3%). Il calo interessa sia gli uomini (-1,4%) sia le donne (-1,2%) e tutte le classi di età eccetto i 15-24enni (+23 mila) e i 25-34enni (+38 mila). Il tasso di disoccupazione scende complessivamente all’11,4%, in calo di 0,1 punti percentuali su giugno.

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a luglio aumenta dello 0,4% (+53 mila), dopo il calo registrato nei quattro mesi precedenti. L’aumento riguarda le donne a fronte di una sostanziale stabilità degli uomini. Il tasso di inattività risulta pari al 35,2% (+0,2 punti percentuali).

Nell’arco del trimestre maggio-luglio l’aumento degli occupati (+0,7%, pari a +157 mila) si associa ad un calo degli inattivi (-1,3%, pari a -185 mila), mentre i disoccupati risultano in lieve aumento (+0,1%, +4 mila).

Su base annua si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+1,2%, pari a +266 mila). La crescita tendenziale è attribuibile ai dipendenti (+1,7%, pari a +285 mila) e si manifesta per uomini e donne, concentrandosi soprattutto tra gli over 50 (+402 mila). Nello stesso periodo calano sia i disoccupati (-1,5%, pari a -44 mila) sia gli inattivi (-2,9%, pari a -407 mila).

Un sistema di illegalità diffusa

di Vladimiro Zagrebelsky

È malato un Paese che dopo l’ennesimo, prevedibile terremoto, con centinaia di morti e tante distruzioni, deve destinare le pagine dei suoi giornali per metà alle storie dei morti e dei sopravvissuti e agli annunci della ricostruzione, che questa volta sì, si farà sul serio. E l’altra metà delle pagine alle indagini di una procura della Repubblica, alla loro ampiezza e alla diffusione di illeciti e reati, che quasi sembrano costituire la normalità. Ancora una volta il ricorso alle consulenze esterne è il sospetto strumento di favoritismi, ruberie, finanziamento degli sponsor politici.

Questa volta oltre all’abuso di fondi pubblici emerge il disprezzo per norme antisismiche destinate a salvare vite umane e lo scandalo diventa più grave. Ma la regolarità con cui si nominano consulenti esterni alla amministrazione pubblica può significare che al suo interno non vi sono professionalità adeguate, il che sarebbe gravissimo e chiamerebbe in causa la catena gerarchica fino ai governi che hanno tollerato tale degrado. Oppure che – quando non sia necessaria una specifica eccezionale specializzazione – il consulente nominato è un amico, amico di chi può. In entrambi i casi si mette in discussione la struttura essenziale della amministrazione pubblica e dello Stato.

Stupisce la mancanza di reazioni dall’interno della pubblica amministrazione, così avvilita.
Con o senza consulenze esterne e connivenze interne, c’è chi ruba il denaro pubblico e c’è chi chiude gli occhi, non controlla che i lavori finanziati dallo Stato siano portati a compimento e regolarmente (severamente) collaudati. Si dirà ancora una volta che è colpa dei burocrati, ma in queste vicende hanno poteri e responsabilità sia i ministeri, sia sindaci e giunte comunali e regionali: organi eletti da quegli stessi cittadini che non vengono protetti e sono invece messi in pericolo. Le indagini accerteranno se e dove vi siano responsabilità, ma ci vorrà molto tempo, perché essendo indagini giudiziarie esse tendono a produrre prove utilizzabili davanti al giudice nel processo. E le regole del processo sono rigorose. I processi accerteranno o escluderanno responsabilità individuali. Ma ora lo scenario che si apre descrive – ancora una volta – un sistema. Un sistema in cui a tutti i livelli amministrativi, compresi quelli elettivi e i partiti che li esprimono, l’illegalità – questa volta sulla pelle delle persone – diviene strutturale.
L’intervento della magistratura, ovviamente doveroso, rischia allora di suscitare malintesi, infondate speranze e illusioni. Come dimostrano le ancor recenti polemiche contro i giudici di Perugia accusati con ben orchestrata campagna di sostituirsi ai tecnici (sismologi) e agli amministratori, alle speranze e alle illusioni si accompagneranno critiche e accuse. E si parlerà di supplenza della magistratura, irrispettosa della discrezionalità degli amministratori. Ma ora è il caso di avvertire che il problema che emerge – anche questa volta – può forse essere represso a posteriori attraverso i processi, ma che non c’è salvezza per il Paese, fino a quando una rivolta morale non restauri o instauri in Italia senso civico, correttezza e un poco almeno di «virtù repubblicana».
Ho parlato di speranze illusorie riguardo all’opera della magistratura penale, per la sua naturale finalizzazione ad altro, che non è la soluzione di una deviazione così diffusa e grave. Se un tocco di sarcasmo è consentito, si può notare che i regimi corrotti di solito hanno una magistratura asservita: della corruzione si può bisbigliare, ma senza prove. L’Italia corrotta è incoerente, poiché mantiene una magistratura indipendente. E allora la corruzione viene fatta emergere ed è sotto gli occhi di tutti. Ma inutilmente, poiché l’ipocrisia protegge la corruzione.

in “La Stampa” del 31 agosto 2016

La libertà va oltre il costume

di Antonio Merlino

All’indomani dell’attentato di Nizza (il 14 luglio scorso) il sindaco di una nota comunità balneare francese, Villeneuve-Loubet, ha disposto il divieto di indossare il cosiddetto burkini in spiaggia (l’«arrêté» è del 5 agosto). Il provvedimento è stato giustificato invocando il principio di laicità, ma ha provocato l’immediata reazione della lega in difesa dei diritti dell’uomo e dell’associazione in difesa dei diritti dell’uomo e contro l’islamofobia: le due associazioni hanno presentato ricorso al Tribunale amministrativo di Nizza. Il ricorso è stato respinto e il divieto del sindaco confermato. Le due associazioni hanno presentato ricorso al Consiglio di Stato che il 26 agosto ha annullato l’ordinanza del giudice e ha sospeso così il provvedimento del sindaco, con tale motivatazione: il divieto di indossare il burkini lede le libertà fondamentali dell’individuo, due soprattutto, la libertà personale e la libertà di coscienza. Per uno strano caso i singoli avvenimenti ricalcano date significative della storia francese: il 5 agosto, quando il sindaco di Villeneuve-Loubet emetteva l’«arrêté», ricorreva in Francia l’anniversario del primo importante atto politico seguito alla presa della Bastiglia: il 5 agosto 1789 l’Assemblea Nazionale aboliva il sistema feudale e inaugurava una nuova stagione giuridica. Il 26 agosto, data dell’ordinanza del Consiglio di Stato, i francesi celebravano il “compleanno” della «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino» (approvata il 26 agosto 1789).

Per uno strano caso oggi in Francia partiti politici come i Républicains e il Front National invocano il principio di laicità per limitare quei diritti “individuali” così radicati nella storia francese. In piena campagna elettorale destra ed estrema destra hanno annunciato provvedimenti legislativi per contrastare l’ordinanza del Consiglio di Stato. Nicolas Sarkozy, candidato alle primarie in vista delle presidenziali del 2017, ha rincarato la dose: ha dichiarato di voler vietare il velo non solo nelle scuole, ma anche nelle università. In altre parole: si invoca la difesa della laicità per limitare il pluralismo che il principio di laicità porta con sè. Si invoca la difesa dei cittadini contro i potenziali pericoli del terrorismo, limitando i diritti dei cittadini saldamente iscritti nella retorica giuridica francese. In nome dello “stato di eccezione” si piegano principi giuridici o si offrono interpretazioni restrittive e populiste. È una vecchia storia europea: per reagire al pericolo e alla minaccia si deroga al diritto. Si invoca lo “stato di necessità” per legittimare qualsiasi provvedimento e per sospendere l’ordinamento giuridico. La libertà religiosa, diceva Tocqueville, è il cuore della libertà politica: se la libertà religiosa è revocata in dubbio, allora sono revocati in dubbio anche tutti gli altri principi a salvaguardia della libertà personale. Questo principio giuridico è inciso nella carne viva della storia francese ed europea ed è messo a repentaglio proprio da quei partiti che proclamano di voler proteggere i cittadini. Mentre la libertà è minacciata da fanatici di ogni sorta, si propone di reagire limitando la libertà stessa: ma ciò significa fare il gioco del nemico. Infine: a pagare il prezzo di un provvedimento come quello del sindaco di Villeneuve-Loubet o quello invocato da Sarkozy, sono le donne: nella guerra al fanatismo islamico i politici – di ogni partito – hanno scelto una strategia astratta e uniforme, senza tener conto che esiste una minoranza nella minoranza, le donne. Si è abdicato alla lotta per la parità tra uomo e donna, ci si è accontentati, sbrigativamente, di vietare il velo o il cosiddetto burkini, in alcuni casi segni esteriori di una libertà di coscienza alla quale non siamo affezionati, in altri segni minimi di un’oppressione più grave, che non siamo interessati a combattere.

in “Trentino” del 31 agosto 2016

Il coraggio del rigore

di Roberto Saviano

Ora che abbiamo capito che sul web, insieme alla stragrande maggioranza di normalissimi navigatori, ci sono anche “hater” e “webeti”, odiatori e creduloni, possiamo iniziare a fare il nostro lavoro.
Possiamo recuperare una regola aurea, poco cinica, quindi se volete poco in linea con i tempi, ma che io credo debba essere il nostro punto di partenza e il nostro fine: avere rispetto per il lettore, per il telespettatore, per il cittadino. E ora che abbiamo tutti riscoperto la correttezza sui social, quella netiquette che sembrava ormai naufragata e irrecuperabile, cerchiamo anche di applicarla dove veramente serve e dove può fare la differenza: la televisione, la carta stampata, i siti di informazione e il nostro modo di conoscere e interpretare il mondo.
I social, si sa, mostrano sempre reazioni schizofreniche quando commentano un avvenimento, perché non hanno un’anima sola. Sui social c’è chi la pensa esattamente come me e chi la pensa nel modo opposto. Sui social c’è chi legge e basta e chi non legge e commenta. C’è chi ha un atteggiamento conciliatorio e chi cerca lo scontro. Non è detto che sui social chi è combattivo e alza i toni lo faccia anche nella vita relazionale, come è vero che ciascuno di noi cambia tono, argomenti, comportamento a seconda della situazione in cui si trova, del contesto, degli interlocutori. E i social, con la loro empatia, la loro rabbia, il loro livore, la loro delicatezza e la loro violenza, si sono confrontati con le conseguenze del terremoto. Ma come? Raccogliendo e rilanciando di tutto e di più, com’è nella natura di questa “rete” senza rete: anche tante accuse, offese, notizie non provate. Ma si può dire, forse, che tutto ciò che è venuto prepotentemente fuori sui social dopo il terremoto possa essere letto, quasi fosse una cartina di tornasole, come il conto presentato all’informazione italiana, cioè al modo in cui ha trattato i suoi utenti, oltre che agli utenti stessi, che hanno abdicato alla loro funzione di controllo.
Sì, la realtà che il terremoto nel centro Italia ha portato alla luce è amara e tragica, e lo è ancora di più perché dopo la strage dell’Aquila (riesce qualcuno di voi ancora a chiamarlo semplicemente terremoto?) tutti sapevamo quali fossero i rischi, le probabilità che la strage si ripetesse, e nessuno, o quasi, ha fatto nulla. Certo, abbiamo avvertito i nostri lettori, spettatori e navigatori sui rischi della ricostruzione, abbiamo detto che si sarebbe dovuto mettere a norma gli edifici, almeno quelli pubblici, nei territori a rischio. Ma, poi, chi è andato davvero a controllare fino in fondo? Quanti di noi lo hanno fatto? Certo, un terremoto non si può prevedere: ma i danni si possono e si devono arginare, si possono prevedere i suoi effetti. E l’informazione ha avuto una progressione da manuale: il “rispettoso silenzio” — e sacrosanto — la netiquette, mentre ancora si estraevano i corpi dalle macerie, hanno lasciato il posto ai j’accuse soliti, sempre uguali. Alle interviste agli esperti, alle omelie dai pulpiti.
E nel momento della caccia alle streghe non c’è nessuno che sappia riconoscere la strega che alberga in se stesso. Ora tutti si affannano a dire che dopo L’Aquila (quindi dal 2009) i soldi c’erano ma che sono stati spesi male. Ma questo lo sapevamo già: lo immaginavamo. E lo sapevamo perché sapevamo che non c’è stato alcun serio controllo, sapevamo che i controllori hanno rapporti con i controllati, e che spesso hanno un tornaconto per cui quindi si chiude un occhio, e a volte due. Domanda: perché è dunque successo tutto questo? Che cosa non ha funzionato? Quali meccanismi sono scattati, o meglio non sono scattati, nel nostro sistema di difesa, che nel nostro caso si chiama anche sistema di informazione?
Intanto,le vittime di oggi forse sono anche vittime della crisi, perché solo in pochi hanno ammesso che la messa in sicurezza di Norcia è avvenuta in un’altra epoca. Ma continuando ad analizzare il rapporto tra social e informazione, è evidente che non possiamo affidare la correttezza della seconda ai primi: sarebbe come voler arginare il mare, in mare. È ovvio che in un Paese come l’Italia tutto deve ripartire necessariamente dall’autorevolezza dei media. Ora che abbiamo evidenziato il

webetismo (“webete”, termine coniato da Enrico Mentana) facciamo dunque un passo avanti, e smettiamo di dare voce (non è censura, non lo è affatto) ai disinformatori di professione, a chi non ha alcun talento se non quello di andare in televisione, fare polemica, alzare quel tanto che basta la curva degli ascolti facendo danni che spesso sono irreparabili. La televisione è un opinion maker importantissimo, imprescindibile nel nostro Paese: si assumano allora le reti pubbliche e private la responsabilità di dare voce a chi parla perché sa, a chi dà informazioni verificate e verificabili. E si smetta di dare credito a chi diffonde leggende metropolitane (Giorgia Meloni che invita alla donazione del jackpot del Superenalotto per ricostruire Amatrice), a chi semina odio (Matteo Salvini sui migranti e i loro falsi soggiorni in hotel a cinque stelle).
Mentre seppelliamo i morti di Amatrice, sta per iniziare una nuova stagione televisiva, un nuovo anno per l’informazione e l’intrattenimento. Il mio invito, che è spero anche la pretesa di chi mi legge, si chiama rigore: rigore nell’intrattenimento e rigore nell’informazione. Certo, anche nell’intrattenimento: perché leggerezza e evasione sono cose legittime, ma il rigore e la correttezza devono esserne sempre la cifra. Il mio invito, e la pretesa di chi ci legge, è quello di chiudere la porta alle leggende metropolitane in tv (vaccini che causano autismo, scie chimiche, Club Bilderberg), a quei discorsi infiniti, a ore e ore di parole che dette con leggerezza fanno danni incalcolabili. Il mio invito, e la pretesa di chi ci legge, è la richiesta di una informazione che davvero “serva”: servizio privato e pubblico vero, orientato a un dibattito pubblico oltre i dettami di questo storytelling forzatamente positivo, da strapaese, e che tollera anche la fandonia, la falsa notizia, quella che fa più scalpore — e magari più click.
Se crollano interi paesi, è anche (sottolineo anche: stiamo parlando di un terremoto) perché nonostante i fondi stanziati i lavori non sono stati mai fatti, e non sono stati fatti a dovere, nel silenzio di chi avrebbe dovuto controllare (e raccontare). Basta con la falsa par condicio: non ci interessano tutte le opinioni, ci interessano le opinioni di chi sa di che cosa parla. Altrimenti, davvero, basta un click: ma stavolta per spegnere questo frastuono assordante di falsità.

in “la Repubblica” del 30 agosto 2016

“Rompi la croce” così la rivista dell’Is attacca il Papa “È un miscredente”

di Marco Ansaldo

Lo strillo di copertina è davvero contundente: Break the cross (Rompi la croce). C’è la foto di un jihadista del sedicente Stato Islamico che ha in spalla la bandiera del Califfato mentre è impegnato a spezzare sul tetto di una chiesa il simbolo della cristianità. E c’è l’immagine, nel servizio principale, al centro della rivista, di papa Francesco. Sotto un titolo molto esplicativo: “Nelle parole del nemico”.

Ecco il numero 15 di Dabiq, magazine ufficiale della “guerra santa”, pubblicato ogni mese anche in inglese. La minaccia all’Occidente è espressa con linguaggio roboante e un po’ contorto: «Tra questa pubblicazione di Dabiq e il prossimo massacro che verrà eseguito contro di loro dai soldati nascosti del Califfato — ai quali viene ordinato di attaccare senza ritardi — i crociati possono leggere perché i musulmani li odiano e li combattono».

Ma nell’articolo colpisce, soprattutto, la veemenza dell’attacco al Pontefice. Nessun gruppo jihadista aveva mai fatto nulla del genere, né Al Qaeda, né altre frange salafite che da 15 anni hanno lanciato una guerra totale contro l’Occidente. Lo scontro non era mai stato focalizzato contro il Vaticano, né tantomeno personalizzato contro la figura del Papa. Ora con il territorio del Califfato stretto d’assedio, il Daesh alza il tiro. E lo fa con un’invettiva pubblicata pochi giorni dopo l’uccisione di padre Jacques Hamel, il parroco di 86 anni sgozzato in Francia da due ragazzini, omicidio descritto nelle stesse pagine.
Il messaggio sembra rivolto soprattutto alle giovani leve europee dell’Is. Due principalmente i filoni: la sua difesa dei gay, un tema che può facilmente impressionare gli aspiranti martiri dell’Is. E soprattutto l’incessante dialogo con il mondo musulmano moderato. Vedi, ad esempio, l’iniziativa verso i leader religiosi di Bangui, in Centrafrica, dove aprendo lo scorso anno la Porta Santa ancora prima che a Roma, il Papa è riuscito a riportare nel Paese una pace che appariva come una speranza perduta. E la tregua, oggi, continua a tenere.
Nell’articolo Francesco viene messo sotto accusa per aver pregato a favore delle vittime di Orlando, in Florida, dove nella notte fra l’11 e il 12 giugno il trentenne Omar Saddiqui Mateen massacrò 49 persone dentro una discoteca frequentata da molti omosessuali. La linea del Pontefice, a giudizio della rivista, è «in completo disaccordo con la dottrina della sua Chiesa». Per Dabiq, piuttosto, se il Papa prega per coloro che sono stati uccisi dall’attentatore della Florida, questo vuol dire che il massimo esponente degli “infedeli” si sposta su territori ancora più alla deriva rispetto alla secolarizzazione in atto. «L’omosessualità è immorale », si asserisce. Ci troviamo di fronte «a un atto di perversa sodomia».
Nell’immagine pubblicata, inoltre, il vescovo di Roma è ritratto assieme a Ahmed al Tayeb, l’imam della celebre università islamica Al Azhar, del Cairo. Pure lui è bollato: «Un apostata ». Motivo: avere definito la religione cristiana «una fede di amore e di pace». L’articolo ricalca lo schema proposto lo scorso anno, nel settembre 2015, poco prima della visita di Francesco negli Stati Uniti. Anche qui il riferimento andava al viaggio di Bergoglio nel novembre 2014 in Turchia, e al suo incontro a Istanbul con il Gran Mufti della Moschea Blu. La didascalia in quel caso recitava: «L’apostata e il capo della Chiesa crociata». Non c’è spazio dunque per gli imam moderati e disposti al dialogo. Perché sono proprio le aperture di Bergoglio a spaventare il Daesh, quasi obbligato ad alzare il livello dello scontro e indicare nuovi nemici.
Ci sono attacchi ai sufi moderati («che imitano i cristiani»). Ma su tutto il numero aleggia lo spettro di quell’invito iniziale: «Rompi la croce, come disse il profeta Maometto». E dunque, immagini dei massacri di Nizza e negli Stati Uniti. L’editoriale si apre inneggiando ai «soldati martiri del Califfato a Dacca, in Francia e in Germania». Poi, foto di jihadista barbuto che tiene fra le braccia un gatto. Un sole che sorge tra i campi di grano. Un albero che si erge nel blu del deserto. Api che svolazzano sul miele. La timidezza delle bambine musulmane («che manca nelle donne occidentali

»). Quindi, a pagina 30, il titolo: «Perché vi odiamo e perché vi attacchiamo». Ecco: «Vi odiamo, prima di tutto e soprattutto, perché siete miscredenti: rifiutate l’unicità di Allah. Vi odiamo perché le vostre società secolari e liberali permettono le cose che Allah ha proibito». Segue ampio articolo, intitolato “Operazioni dello Stato Islamico”, corredato da immagini sanguinolente di stragi e massacri, con il numero delle vittime, e dove il Califfato ha colpito tra Filippine, Bengala, Somalia, Egitto. Si arriva quindi alla sezione riservata alle interviste. Una testimonianza è dedicata a Umm Khalid al-Finlandiyyah, proveniente da Helsinki e approdata allo Stato Islamico. Le pagine finali si annunciano colme di esclusive. C’è la “Top 10 dei migliori video dello Stato Islamico”, con la classifica delle esecuzioni di poveri prigionieri con la tuta arancione. E la rubrica “Per la spada”, con la scimitarra della giustizia in azione, e persone lapidate. Quindi, bambini sotto i 10 anni che sfilano in uniforme militare pronti a combattere e uccidere («la generazione delle battaglie epiche»). L’ultima pagina è l’immagine di una croce effettivamente spezzata. Obiettivo raggiunto. Dabiq non è nuova a questo tipo di esibizioni, anche se questo numero (82 pagine) appare particolarmente efferato. Il lancio della rivista avvenne nel luglio 2014. Il magazine prende il nome dalla località nel nord della Siria considerata come il luogo in cui avverrà lo scontro finale «tra musulmani e bizantini». E che dovrà portare, negli auspici della rivista, al trionfo dell’Islam abbattendo il «nemico » Francesco.

in “la Repubblica” del 30 agosto 2016

Il dialogo tra le fedi per fermare l’odio

di El Hassan Bin Talal di Giordania Ed Kessler

Il cristianesimo è stato parte del tessuto del Medio Oriente per duemila anni. Lungi dall’essere una importazione occidentale, come alcuni incredibilmente ora sembrano suggerire, è nato qui ed è stato esportato come un dono per il resto del mondo. Le comunità cristiane sono state parte intrinseca dello sviluppo della civiltà araba.

Considerato questo ruolo centrale nella nostra regione, è ripugnante per noi, musulmani ed ebrei, vedere il cristianesimo e i cristiani sotto tale selvaggia aggressione in tutta la regione. Siamo sconvolti perché ad essere attaccati sono esseri umani come noi e perché siamo consapevoli che perdere il cristianesimo nel suo luogo di nascita significherebbe distruggere la ricchezza del mosaico del Medio Oriente.

La realtà è che siamo tutti una sola comunità, con credenze e storia condivise. Ma questo viene negato sempre di più, con lo Stato islamico – o Daesh com’è noto nella nostra regione – in prima fila nel giustificare e perpetrare questi attacchi. L’ultimo numero della rivista Dabiq , intitolato “Rompere la croce” , rigetta esplicitamente la convinzione fondamentale che siamo tutti Gente del Libro.
Daesh diffonde una visione apocalittica che si rifà a una mitica Età dell’Oro, creazione esclusiva di menti distorte dei jihadisti di oggi. Essi sono simili a quelli il cui zelo deviato trasformò l’Europa cristiana nel Medioevo in sinonimo di fanatismo e di oppressione. Daesh vuole portarci in una nuova “Età buia”, un’epoca resa ancora più oscura a causa dell’uso nefasto dei doni che la scienza e la tecnologia pongono nelle loro mani.
Sicuramente, non sono solo i cristiani l’obiettivo del loro odio. La ricerca della purezza religiosa costituisce una minaccia universale. I fondamentalisti mostrano un particolare odio per i loro correligionari le cui opinioni non sono conformi alle loro. Daesh si è dimostrato pronto ad uccidere indiscriminatamente musulmani, ebrei, cristiani e altri, qualunque sia la loro nazionalità, giordani o egiziani, americani o britannici o europei.
Contribuire a porre fine a questa caduta pericolosa nell’odio, nell’autodistruzione e nel conflitto fratricida diventa la sfida principale per tutti noi coinvolti nel dialogo interreligioso. Questo ci impone di intensificare i nostri sforzi per aumentare la comprensione che ciò che unisce le tre grandi religioni della nostra regione è molto più grande di qualsiasi differenza. Bisogna sottolineare, inoltre, che il rispetto per il passato e l’importanza di imparare da esso non ci richiede di tornare a vivere nel passato.
Ma questo deve essere accompagnato da un riconoscimento onesto che tutte le scritture abramitiche – Bibbia cristiana, il Tanach ebraico e il Corano – contengono testi che sono fonte di divisioni e attacchi contro altri gruppi. Nel corso della storia, essi sono stati utilizzati per giustificare le azioni più atroci in nome di Dio. Questi testi, che portano peso e autorità, non possono essere cancellati o ignorati. Quindi, come possiamo contrastare i loro messaggi di divisione che, nelle mani sbagliate, possono essere letti come una licenza per il fanatismo e la violenza?
È essenziale assicurarsi che queste parole siano lette nel loro contesto. È fondamentale, per esempio, giustapporre testi della stessa scrittura che offrono un approccio contrastante. Anche in questo caso, una migliore comprensione degli scritti sacri di altre religioni può aiutarci a vedere i paradossi e i conflitti che non riusciamo a riconoscere nella nostra. È ora di porre fine all’odio e alle atrocità che stanno causando convulsioni nella nostra regione e oltre. La pace e l’umanità stessa dipendono dal successo di questo esercizio interreligioso. È molto importante.

( Il principe Hassan di Giordania è il fondatore e presidente dell’Istituto reale per gli studi interreligiosi, Ed Kassler è il direttore dell’Istituto Woolf, specializzato nelle stesse tematiche)

in “la Repubblica” del 30 agosto 2016