Archivio mensile:luglio 2016

Gesù chiama tutti per nome

Papa Francesco,

Cari giovani, siete venuti a Cracovia per incontrare Gesù. E il Vangelo oggi ci parla proprio dell’incontro tra Gesù e un uomo, Zaccheo, a Gerico (cfr Lc 19,1-10). Lì Gesù non si limita a predicare, o a salutare qualcuno, ma vuole – dice l’Evangelista –attraversare la città (cfr v. 1). Gesù desidera, in altre parole, avvicinarsi alla vita di ciascuno, percorrere il nostro cammino fino in fondo, perché la sua vita e la nostra vita si incontrino davvero.

Avviene così l’incontro più sorprendente, quello con Zaccheo, il capo dei “pubblicani”, cioè degli esattori delle tasse. Dunque Zaccheo era un ricco collaboratore degli odiati occupanti romani; era uno sfruttatore del suo popolo, uno che, per la sua cattiva fama, non poteva nemmeno avvicinarsi al Maestro. Ma l’incontro con Gesù gli cambia la vita, come è stato e ogni giorno può essere per ciascuno di noi. Zaccheo, però, ha dovuto affrontare alcuni ostacoli per incontrare Gesù. Non è stato facile, per lui, ha dovuto affrontare alcuni ostacoli, almeno tre, che possono dire qualcosa anche a noi.

Il primo è la bassa statura: Zaccheo non riusciva a vedere il Maestro perché era piccolo. Anche oggi possiamo correre il rischio di stare a distanza da Gesù perché non ci sentiamo all’altezza, perché abbiamo una bassa considerazione di noi stessi. Questa è una grande tentazione, che non riguarda solo l’autostima, ma tocca anche la fede. Perché la fede ci dice che noi siamo «figli di Dio, e lo siamo realmente» (1 Gv 3,1): siamo stati creati a sua immagine; Gesù ha fatto sua la nostra umanità e il suo cuore non si staccherà mai da noi; lo Spirito Santo desidera abitare in noi; siamo chiamati alla gioia eterna con Dio! Questa è la nostra “statura”, questa è la nostra identità spirituale: siamo i figli amati di Dio, sempre. Capite allora che non accettarsi, vivere scontenti e pensare in negativo significa non riconoscere la nostra identità più vera: è come girarsi dall’altra parte mentre Dio vuole posare il suo sguardo su di me, è voler spegnere il sogno che Egli nutre per me. Dio ci ama così come siamo, e nessun peccato, difetto o sbaglio gli farà cambiare idea. Per Gesù – ce lo mostra il Vangelo – nessuno è inferiore e distante, nessuno insignificante, ma tutti siamo prediletti e importanti: tu sei importante! E Dio conta su di te per quello che sei, non per ciò che hai: ai suoi occhi non vale proprio nulla il vestito che porti o il cellulare che usi; non gli importa se sei alla moda, gli importi tu, così come sei. Ai suoi occhi vali e il tuo valore è inestimabile.

Quando nella vita ci capita di puntare in basso anziché in alto, può aiutarci questa grande verità: Dio è fedele nell’amarci, persino ostinato. Ci aiuterà pensare che ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi, che crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi, che “fa sempre il tifo” per noi come il più irriducibile dei tifosi. Sempre ci attende con speranza, anche quando ci rinchiudiamo nelle nostre tristezze, rimuginando continuamente sui torti ricevuti e sul passato. Ma affezionarci alla tristezza non è degno della nostra statura spirituale! E’ anzi un virus che infetta e blocca tutto, che chiude ogni porta, che impedisce di riavviare la vita, di ricominciare. Dio, invece, è ostinatamente speranzoso: crede sempre che possiamo rialzarci e non si rassegna a vederci spenti e senza gioia. E’ triste vedere un giovane senza gioia. Perché siamo sempre i suoi figli amati. Ricordiamoci di questo all’inizio di ogni giornata. Ci farà bene ogni mattina dirlo nella preghiera: “Signore, ti ringrazio perché mi ami; sono sicuro che tu mi ami; fammi innamorare della mia vita”. Non dei miei difetti, che vanno corretti, ma della vita, che è un grande dono: è il tempo per amare ed essere amati.

Zaccheo aveva un secondo ostacolo sulla via dell’incontro con Gesù: la vergogna paralizzante. Su questo abbiamo detto qualcosa ieri sera. Possiamo immaginare che cosa sia successo nel cuore di Zaccheo prima di salire su quel sicomoro, ci sarà stata una bella lotta: da una parte una curiosità buona, quella di conoscere Gesù; dall’altra il rischio di una tremenda figuraccia. Zaccheo era un personaggio pubblico; sapeva che, provando a salire sull’albero, sarebbe diventato ridicolo agli occhi di tutti, lui, un capo, un uomo di potere, ma tanto odiato. Ma ha superato la vergogna, perché l’attrattiva di Gesù era più forte. Avrete sperimentato che cosa succede quando una persona diventa tanto attraente da innamorarsene: allora può capitare di fare volentieri cose che non si sarebbero mai fatte. Qualcosa di simile accadde nel cuore di Zaccheo, quando sentì che Gesù era talmente importante che avrebbe fatto qualunque cosa per Lui, perché Lui era l’unico che poteva tirarlo fuori dalle sabbie mobili del peccato e della scontentezza. E così la vergogna che paralizza non ha avuto la meglio: Zaccheo – dice il Vangelo – «corse avanti»,  «salì» e poi, quando Gesù lo chiamò,  «scese in fretta» (vv. 4.6). Ha rischiato, si è messo in gioco. Questo è anche per noi il segreto della gioia: non spegnere la curiosità bella, ma mettersi in gioco, perché la vita non va chiusa in un cassetto. Davanti a Gesù non si può rimanere seduti in attesa con le braccia conserte; a Lui, che ci dona la vita, non si può rispondere con un pensiero o con un semplice “messaggino”!

Cari giovani, non vergognatevi di portargli tutto, specialmente le debolezze, le fatiche e i peccati nella Confessione: Lui saprà sorprendervi con il suo perdono e la sua pace. Non abbiate paura di dirgli “sì” con tutto lo slancio del cuore, di rispondergli generosamente, di seguirlo! Non lasciatevi anestetizzare l’anima, ma puntate al traguardo dell’amore bello, che richiede anche la rinuncia, e un “no” forte al doping del successo ad ogni costo e alla droga del pensare solo a sé e ai propri comodi.

Dopo la bassa statura, dopo vergogna paralizzante, c’è un terzo ostacolo che Zaccheo ha dovuto affrontare, non più dentro di sé, ma attorno a sé. È la folla mormorante, che prima lo ha bloccato e poi lo ha criticato: Gesù non doveva entrare in casa sua, in casa di un peccatore! Quanto è difficile accogliere davvero Gesù, quanto è duro accettare un «Dio, ricco di misericordia» (Ef 2,4). Potranno ostacolarvi, cercando di farvi credere che Dio è distante, rigido e poco sensibile, buono con i buoni e cattivo con i cattivi. Invece il nostro Padre «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45) e ci invita al coraggio vero: essere più forti del maleamando tutti, persino i nemici. Potranno ridere di voi, perché credete nella forza mite e umile della misericordia. Non abbiate timore, ma pensate alle parole di questi giorni: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Potranno giudicarvi dei sognatori, perché credete in una nuova umanità, che non accetta l’odio tra i popoli, non vede i confini dei Paesi come delle barriere e custodisce le proprie tradizioni senza egoismi e risentimenti. Non scoraggiatevi: col vostro sorriso e con le vostre braccia aperte voi predicate speranza e siete una benedizione per l’unica famiglia umana, che qui così bene rappresentate!

La folla, quel giorno, ha giudicato Zaccheo, lo ha guardato dall’alto in basso; Gesù, invece, ha fatto il contrario: ha alzato lo sguardo verso di lui (v. 5). Lo sguardo di Gesù va oltre i difetti e vede la persona; non si ferma al male del passato, ma intravede il bene nel futuro; non si rassegna di fronte alle chiusure, ma ricerca la via dell’unità e della comunione; in mezzo a tutti, non si ferma alle apparenze, ma guarda al cuore. Gesù guarda il nostro cuore, il tuo cuore, il mio cuore. Con questo sguardo di Gesù, voi potete far crescere un’altra umanità, senza aspettare che vi dicano “bravi”, ma cercando il bene per sé stesso, contenti di conservare il cuore pulito e di lottare pacificamente per l’onestà e la giustizia. Non fermatevi alla superficie delle cose e diffidate delle liturgie mondane dell’apparire, dal maquillage dell’anima per sembrare migliori. Invece, installate bene la connessione più stabile, quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi. E quella gioia che gratuitamente avete ricevuto da Dio, per favore, gratuitamente donatela (cfr Mt 10,8), perché tanti la attendono! E la attendono da voi.

Ascoltiamo, infine, le parole di Gesù a Zaccheo, che sembrano dette apposta per noi oggi, per ognuno di noi: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (v. 5). “Scendi subito, perché oggi devo fermarmi con te. Aprimi la porta del tuo cuore”. Gesù ti rivolge lo stesso invito: “Oggi devo fermarmi a casa tua”. La GMG, potremmo dire, comincia oggi e continua domani, a casa, perché è lì che Gesù vuole incontrarti d’ora in poi. Il Signore non vuole restare soltanto in questa bella città o nei ricordi cari, ma desidera venire a casa tua, abitare la tua vita di ogni giorno: lo studio e i primi anni di lavoro, le amicizie e gli affetti, i progetti e i sogni. Quanto gli piace che nella preghiera tutto questo sia portato a Lui! Quanto spera che tra tutti i contatti e le chat di ogni giorno ci sia al primo posto il filo d’oro della preghiera! Quanto desidera che la sua Parola parli ad ogni tua giornata, che il suo Vangelo diventi tuo, e che sia il tuo “navigatore” sulle strade della vita!

Mentre ti chiede di venire a casa tua, Gesù, come ha fatto con Zaccheo, ti chiama per nome. Tutti noi, Gesù chiama per nome. Il tuo nome è prezioso per Lui. Il nome di Zaccheo evocava, nella lingua del tempo, il ricordo di Dio. Fidatevi del ricordo di Dio: la sua memoria non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati, la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male. Proviamo anche noi, ora, a imitare la memoria fedele di Dio e a custodire il bene che abbiamo ricevuto in questi giorni. In silenzio facciamo memoria di questo incontro, custodiamo il ricordo della presenza di Dio e della sua Parola, ravviviamo in noi la voce di Gesù che ci chiama per nome. Così preghiamo in silenzio, facendo memoria, ringraziando il Signore che qui ci ha voluti e incontrati.

(Omelia, Campus Misericordiae – Cracovia, Domenica, 31 luglio 2016)

Essere protagonisti della storia

Papa Francesco

Cari giovani, buona sera!

E’ bello essere qui con voi in questa Veglia di preghiera.

Alla fine della sua coraggiosa e commovente testimonianza, Rand ci ha chiesto qualcosa. Ci ha detto: “Vi chiedo sinceramente di pregare per il mio amato Paese”. Una storia segnata dalla guerra, dal dolore, dalla perdita, che termina con una richiesta: quella della preghiera. Che cosa c’è di meglio che iniziare la nostra veglia pregando?

Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, Paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti, o addirittura sono in guerra. Altri veniamo da Paesi che possono essere in “pace”, che non hanno conflitti bellici, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa. Ma siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa  anonima, per noi non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come la coraggiosa Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato Paese.

Ci sono situazioni che possono risultarci lontane fino a quando, in qualche modo, le tocchiamo. Ci sono realtà che non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo (del cellulare o del computer). Ma quando prendiamo contatto con la vita, con quelle vite concrete non più mediatizzate dagli schermi, allora ci succede qualcosa di forte: tutti sentiamo l’invito a coinvolgerci: “Basta città dimenticate”, come dice Rand; mai più deve succedere che dei fratelli siano “circondati da morte e da uccisioni” sentendo che nessuno li aiuterà. Cari amici, vi invito a pregare insieme a motivo della sofferenza di tante vittime della guerra, di questa guerra che c’è oggi nel mondo, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto. E in questa richiesta di preghiera voglio ringraziare anche voi, Natalia e Miguel, perché anche voi avete condiviso con noi le vostre battaglie, le vostre guerre interiori. Ci avete presentato le vostre lotte, e come avete fatto per superarle. Voi siete segno vivo di quello che la misericordia vuole fare in noi.

Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare. La nostra migliore parola, il nostro miglior discorso sia unirci in preghiera. Facciamo un momento di silenzio e preghiamo; mettiamo davanti a Dio le testimonianze di questi amici, identifichiamoci con quelli per i quali “la famiglia è un concetto inesistente, la casa solo un posto dove dormire e mangiare”, o con quelli che vivono nella paura di credere che i loro errori e peccati li abbiano tagliati fuori definitivamente. Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore. E per questo, per essere in famiglia, in fratellanza, tutti insieme, vi invito ad alzarvi, a prendervi per mano e a pregare in silenzio. Tutti.

(SILENZIO)

Mentre pregavamo mi veniva in mente l’immagine degli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Una scena che ci può aiutare a comprendere tutto ciò che Dio sogna di realizzare nella nostra vita, in noi e con noi. Quel giorno i discepoli stavano chiusi dentro per la paura. Si sentivano minacciati da un ambiente che li perseguitava, che li costringeva a stare in una piccola abitazione obbligandoli a rimanere fermi e paralizzati. Il timore si era impadronito di loro. In quel contesto, accadde qualcosa di spettacolare, qualcosa di grandioso. Venne lo Spirito Santo e delle lingue come di fuoco si posarono su ciascuno di essi, spingendoli a un’avventura che mai avrebbero sognato. La cosa cambia completamente!

Abbiamo ascoltato tre testimonianze; abbiamo toccato, con i nostri cuori, le loro storie, le loro vite. Abbiamo visto come loro, al pari dei discepoli, hanno vissuto momenti simili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse. La paura e l’angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità. Loro hanno condiviso con noi la stessa esperienza che fecero i discepoli, hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto. Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, come abbiamo visto [nella coreografia], tutti chiusi in quelle piccole stanzette di vetro.

Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO / KANAPA! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” / “kanapa-szczęście” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù. “E perché succede questo, Padre?”. Perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti. L’altro ieri, parlavo dei giovani che vanno in pensione a 20 anni; oggi parlo dei giovani addormentati, imbambolati, intontiti, mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere, di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Voi, vi domando, domando a voi: volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? [No!] Volete che altri decidano il futuro per voi? [No!] Volete essere liberi? [Sì!] Volete essere svegli? [Sì!] Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!] Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!]

Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà!

Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito. E’ certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà. Ci spogliano della libertà.

Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale di questa. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri. E questo significa essere coraggiosi, questo significa essere liberi!

Potrete dirmi: Padre, ma questo non è per tutti, è solo per alcuni eletti! Sì, è vero, e questi eletti sono tutti quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri. Allo stesso modo in cui lo Spirito Santo trasformò il cuore dei discepoli nel giorno di Pentecoste – erano paralizzati – lo ha fatto anche con i nostri amici che hanno condiviso le loro testimonianze. Uso le tue parole, Miguel: tu ci dicevi che il giorno in cui nella “Facenda” ti hanno affidato la responsabilità di aiutare per il migliore funzionamento della casa, allora hai cominciato a capire che Dio chiedeva qualcosa da te. Così è cominciata la trasformazione.

Questo è il segreto, cari amici, che tutti siamo chiamati a sperimentare. Dio aspetta qualcosa da te. Avete capito? Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. E’ così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso. E’ una sfida.

Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te. E tu, cosa rispondi? Cosa rispondi, tu? Sì o no? [Sì!]

Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare? Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte, mai al museo.

Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti.

La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci – come adesso fate voi, oggi – a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince. Con questo ponte, andiamo avanti. Qui, questo ponte primordiale: stringetevi la mano. Grazie. E’ il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!… ma non per la fotografia – quando si danno la mano e pensano un’altra cosa -, bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi. Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un’impronta.

Oggi Gesù, che è la via, chiama te, te, te [indica ciascuno] a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? [Sì!] Ci stai? [Sì!] Cosa rispondono adesso – voglio vedere – le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Ci stai? [Sì!] Il Signore benedica i vostri sogni. Grazie!

(Veglia di preghiera con i giovani, Campus Misericordiae, Cracovia, 30 luglio 2016)

Francesco, i giovani e la misericordia

di Bruno Forte

La XXXI Giornata mondiale della gioventù si è tenuta quest’anno a Cracovia, la splendida città d’arte della Polonia, dove hanno vissuto San Giovanni Paolo II e la santa della misericordia, Faustina Kowalska. Vi ho preso parte accompagnando una rappresentanza di giovani della mia diocesi e tenendo alcune catechesi in cui ho parlato a ragazzi di ogni parte d’Italia.

Dichiarando i due Santi polacchi – testimoni e annunciatori della misericordia – patroni di questa Gmg, Papa Francesco ha anche scelto di darle come tema la quinta beatitudine: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7).
Nel messaggio con cui ha convocato i giovani da ogni parte del pianeta, il Vescovo di Roma, che è stato presente a tutti gli eventi culmine delle giornate vissute da circa un milione di giovani, ha così motivato la scelta del motivo ispiratore da lui proposto: «Con questo tema la Gmg di Cracovia si inserisce nell’Anno Santo della Misericordia, diventando un vero e proprio Giubileo dei Giovani a livello mondiale. Non è la prima volta che un raduno internazionale dei giovani coincide con un Anno giubilare. Infatti, fu durante l’Anno Santo della Redenzione (1983/1984) che san Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i giovani di tutto il mondo per la Domenica delle Palme. Fu poi durante il Grande Giubileo del 2000 che più di due milioni di giovani di circa 165 paesi si riunirono a Roma per la XV Giornata Mondiale della Gioventù». Francesco ha così spiegato ai giovani il significato del giubileo e la sua importanza per la loro vita: «Ogni cinquant’anni gli ebrei sentivano risuonare la tromba (jobel) che li convocava (jobil) a celebrare un anno santo, come tempo di riconciliazione (jobal) per tutti. In questo periodo si doveva recuperare una buona relazione con Dio, con il prossimo e con il creato, basata sulla gratuità. Perciò, tra le altre cose, si promuoveva il condono dei debiti, un particolare aiuto per chi era caduto in miseria, il miglioramento delle relazioni tra le persone e la liberazione degli schiavi». In questa luce, l’intera missione del Figlio di Dio fra gli uomini si presenta come un grande giubileo, «tempo perenne della grazia del Signore, che porta ai poveri il lieto annuncio, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi (cfr Lc 4,18-19). In Lui, specialmente nel suo Mistero Pasquale, il senso più profondo del giubileo trova pieno compimento. Quando in nome di Cristo la Chiesa convoca un giubileo, siamo tutti invitati a vivere uno straordinario tempo di grazia. La Chiesa stessa è chiamata ad offrire in abbondanza segni della presenza e della vicinanza di Dio, a risvegliare nei cuori la capacità di guardare all’essenziale». Così Francesco spiega ai giovani che cos’è la misericordia: «Fare spazio all’altro dentro di sé, sentire, patire e gioire con il prossimo. Nel concetto biblico di misericordia è inclusa la concretezza di un amore che è fedele, gratuito e sa perdonare… La misericordia del nostro Signore si manifesta soprattutto quando Egli si piega sulla miseria umana e dimostra la sua compassione verso chi ha bisogno di comprensione, guarigione e perdono. Tutto in Gesù parla di misericordia. Anzi, Egli stesso è la misericordia». Proseguendo la sua riflessione in forma narrativa, da testimone che parla cuore a cuore ai giovani, il Papa ha aggiunto: «Quando avevo diciassette anni, un giorno in cui dovevo uscire con i miei amici, ho deciso di passare prima in chiesa. Lì ho trovato un sacerdote che mi ha ispirato una particolare fiducia e ho sentito il desiderio di aprire il mio cuore nella Confessione. Quell’incontro mi ha cambiato la vita! Ho scoperto che quando apriamo il cuore con umiltà e trasparenza, possiamo contemplare in modo molto concreto la misericordia di Dio. Ho avuto la certezza che nella persona di quel sacerdote Dio mi stava già aspettando, prima che io facessi il primo passo per andare in chiesa. Noi lo cerchiamo, ma Lui ci anticipa sempre, ci cerca da sempre, e ci trova per primo. Forse qualcuno di voi ha un peso nel suo cuore e pensa: Ho fatto questo, ho fatto quello…. Non temete! Lui vi aspetta! Lui è padre: ci aspetta sempre!».

Il messaggio della Gmg ai giovani del mondo, però, non è stato solo quello della misericordia con cui Dio ama e perdona ciascuno, ma anche quello del compito che ne scaturisce per chi è stato

oggetto di misericordia: «Lanciatevi nell’avventura di costruire i ponti e abbattere i muri – ha detto Francesco ai giovani parlando nel parco Blonia di Cracovia – Lanciatevi nell’avventura di soccorrere il povero, chi si sente solo e abbandonato, chi non trova più un senso per la sua vita». Francesco ha invitato i giovani a riscoprire le opere di misericordia: «La misericordia non è buonismo, né mero sentimentalismo. Qui c’è la verifica dell’autenticità del nostro essere discepoli di Gesù, della nostra credibilità in quanto cristiani nel mondo di oggi… Il messaggio della Divina Misericordia costituisce un programma di vita molto concreto ed esigente perché implica delle opere… Incontro tanti giovani che dicono di essere stanchi di questo mondo così diviso, in cui si scontrano sostenitori di fazioni diverse, ci sono tante guerre e c’è addirittura chi usa la propria religione come giustificazione per la violenza. Dobbiamo supplicare il Signore di donarci la grazia di essere misericordiosi con chi ci fa del male… L’unica via per vincere il male è la misericordia. La giustizia è necessaria, eccome, ma da sola non basta. Giustizia e misericordia devono camminare insieme». Infine, riferendosi alla scelta di Cracovia come luogo della Gmg Il Papa ha aggiunto: «Credo che la Divina Provvidenza ci abbia guidato a celebrare il Giubileo dei Giovani proprio lì, dove hanno vissuto questi due grandi apostoli della misericordia dei nostri tempi. Giovanni Paolo II ha intuito che questo era il tempo della misericordia. All’inizio del suo pontificato ha scritto l’Enciclica Dives in misericordia. Nell’Anno Santo del 2000 ha canonizzato suor Faustina, istituendo anche la Festa della Divina Misericordia, nella seconda domenica di Pasqua. E nel 2002 ha inaugurato personalmente a Cracovia il Santuario di Gesù Misericordioso, affidando il mondo alla Divina Misericordia e auspicando che questo messaggio giungesse a tutti gli abitanti della terra e ne riempisse i cuori di speranza». Di fronte alle inaudite violenze di quello che è stato chiamato “il secolo breve”, chiuso fra la prima guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino, davanti alla violenza terroristica che sta insanguinando il mondo oggi, Papa Francesco ha ribadito con forza che solo la misericordia e il perdono, ricevuto ed offerto, potranno salvare la nostra umanità e assicurare un futuro di speranza. E ha concluso con un appello accorato ai giovani: «Lasciatevi toccare dalla misericordia senza limiti per diventare a vostra volta apostoli della misericordia mediante le opere, le parole e la preghiera, nel nostro mondo ferito dall’egoismo, dall’odio e da tanta disperazione». Gli applausi e l’entusiasmo davanti alle sue parole e alla sua testimonianza calorosa e credibile da parte del milione e più di giovani a Cracovia sono stati veramente un segno meraviglioso di speranza per tutti.

in “Il Sole 24 Ore” del 31 luglio 2016

I giovani non sono il futuro, ma il presente

di Enzo Bianchi

Da anni i più attenti conoscitori del mondo giovanile vanno ripetendo che siamo di fronte a un cambiamento radicale nella difficile arte di trasmettere alla generazione successiva i principi ritenuti fondamentali per affrontare il duro mestiere di vivere e di vivere in società. Non solo perché sono crollate le ideologie e i sistemi sociali che ad esse si ispiravano, ma ancor più perché alla consueta diffidenza che ogni generazione nutre per il patrimonio di valori che quella precedente ha da trasmettere, si è aggiunta la convinzione che non c’è più nemmeno un patrimonio da ricevere: la cultura globalizzata dominante sembra affermare che il mondo inizi sempre da capo, che l’umanità non possieda capisaldi condivisi, che una scelta equivalga all’altra e che domani si possa «rottamare» quello che abbiamo acquisito oggi.

Del resto è significativo che alla consueta e magari stantia domanda rivolta ai ragazzi – «cosa vorresti fare da grande?» – la risposta non consista ormai più nell’uno o nell’altro mestiere o professione bensì in un sempre più maggioritario e tragicamente uniforme: «Vorrei avere molti soldi per fare ciò che mi piace».

In questo contesto, cosa dire alle decine di migliaia di giovani cristiani che si ritrovano in questi giorni in Polonia all’indomani di un’impressionante serie di stragi in tutto il mondo culminate, per noi in Europa, con il brutale assassinio di un anziano prete da parte di due loro coetanei? Cosa rispondere a quanti di loro di fronte al male nel mondo si chiedono, come ha fatto papa Francesco ad Auschwitz, «dov’è Dio?» «Dio abita dove lo facciamo entrare», risponde un detto chassidico, ed è una verità che per i cristiani ha preso carne in Gesù di Nazareth, venuto tra i suoi e accolto solo dagli ultimi. D’altro canto, la domanda lancinante ne genera da sempre un’altra, ancor più decisiva per noi: «Dov’è l’uomo?». Dov’è l’umanità quando altri esseri umani la calpestano e la negano? Dov’è l’uomo quando il grido del povero è soffocato nel sangue?

Allora ai giovani si potrebbero suggerire alcune indicazioni di senso o, meglio, qualche traccia che loro stessi dovrebbero trasformare in sentiero verso una pienezza di vita. La prima, forse decisiva, è che, a prescindere dagli entusiasmanti raduni oceanici, non esistono «i giovani», esiste ciascuno e ciascuna di loro e, accanto a loro, quella rete reale e non virtuale di rapporti umani intessuti tra coetanei e non, affini o meno. E che in questo tessuto – che possiamo chiamare società o comunità umana – ogni persona è lì, con la sua unicità che, se non è messa e custodita in una relazione di solidarietà e comunione, muore per asfissia. Ciascuno è lì con la propria responsabilità, la capacità di rispondere alle sollecitazioni che l’altro gli pone, con la consapevolezza che da ogni gesto, parola, azione può derivare la vita o la morte di chi ci sta accanto. La seconda, a prima vista deludente, è che non è vero che ai giovani appartiene il futuro, essi non sono «il futuro» della società o della chiesa: sono parte attiva del presente che appartiene a loro come a tutti. Sta anche a loro far sì che, a partire da questo presente, si creino le condizioni affinché ciascuno abbia la possibilità di vivere con dignità, già ora e poi anche in futuro.

Pensavamo che per far questo potessimo lasciar perdere i grandi sistemi di pensiero, religiosi o no, e rifugiarci in un quotidiano plasmabile e riplasmabile a nostro piacimento, ma da anni la violenza qui in occidente mira a colpire lo scontato delle nostre esistenze, i nostri piccoli o grandi interessi personali. Va quindi recuperata la grandezza dello stare insieme per libera scelta consapevole, la difficile bellezza della convivenza stabile, la durata dei rapporti, la fedeltà che implica fiducia, la volontà di edificare insieme la casa comune.

Non sono impegni solo per i giovani, sono sfide che attendono tutti e che anzi richiedono una forte fraternità intergenerazionale: abbiamo tanto insistito in questi ultimi decenni sul valore della libertà – isolandolo da ogni altra istanza etica e declinandolo come licenza arbitraria priva di ogni limite – e siamo così giunti a non saper più che farcene perché abbiamo dimenticato l’uguaglianza vissuta non come livellamento al basso ma come autentica fraternità, come legame tra persone che non si sono

scelte eppure condividono l’origine, la casa, il cibo e magari anche i sogni e il futuro. Sapremo, adulti, anziani e giovani, ricominciare insieme la meravigliosa, esigente avventura dell’umanità riconciliata?

in “La Stampa” del 31 luglio 2016

Il dio amoroso di Francesco e gli dei cruenti di guerra e di potere

di Eugenio Scalfari

Le notizie che si accavallano una con l’altra sono innumerevoli, tutte drammatiche, tutte dolorose e frustranti; ma quella che tocca più profondamente delle altre il cuore e la mente delle persone consapevoli viene da Cracovia e da Birkenau e riguarda l’incontro di papa Francesco con i giovani di tutto il mondo e con i campi di sterminio di 75 anni fa. Riguarda le memorie, il sangue versato, la barbara ricomparsa del terrore che ripropone il tema delle religioni e del loro uso sanguinolento in nome di un Dio cruento d’odio anziché di amore.

Francesco ha passato tre giorni tra Cracovia e Birkenau, tre giorni decisivi per il suo pontificato e — oso dirlo da non credente — per l’anima del mondo. La Shoah voluta dalla Germania nazista non sarà mai scordata ma, sia pure con caratteristiche molto diverse è nuovamente attuale, soprattutto nella discussione su Dio. Questa volta i suoi accoliti lo evocano come Allah Akbar, Allah è grande; ma l’eccidio in corso guidato dal Califfo trova un corrispettivo nella storia del mondo e delle religioni: l’Islam, i Cattolici, i Protestanti, i Tartari. Ovunque gli Dei sono stati simboli branditi per guerre e per stragi effettuate in loro nome. E poiché guerre e stragi hanno come reale motivazione il potere, gli Dei in lotta tra loro sono stati sempre e dovunque identificati con il potere.
Allah Akbar è oggi il più orribilmente disumano, ma eccita tutti gli altri a rispondere analogamente. Dunque guerre di religione e opinioni pubbliche che le condividono e le sostengono. Salvo un solo uomo e chi è con lui: Jorge Mario Bergoglio che non a caso viene “dalla fine del mondo” come egli stesso disse quando tre anni fa fu eletto Papa.
Nonostante il titolo che il Conclave gli conferì, Bergoglio non è il padrone della Chiesa. Vedendolo operare, i contrasti interni sono aumentati e compaiono ormai allo scoperto. La Chiesa è divisa e non lo nasconde. Tornano in mente le Crociate e non soltanto quelle. Il temporalismo che Bergoglio combatte senza tregua è in aumento e papa Francesco ne è pienamente consapevole. Le giornate di Cracovia e di Birkenau sono avvenute a pochi giorni di distanza dagli eccidi di Nizza e di Ansbach, hanno acuito il conflitto interno della Chiesa. Bergoglio esclude con crescente consapevolezza che sia in corso una guerra di religione. Il Califfato e il Califfo in prima persona lottano per il potere, personale e di gruppo. Il Califfo si sente Dio, è lui che detta la legge e getta i suoi soldati contro l’Islam del Corano, colpiti numericamente molto di più dei cristiani.
Francesco lo dice ormai chiaramente: il terrorismo del Califfo è un’arma di potere e non ha nulla a che fare con la religione. Questa affermazione del Papa cattolico è motivata da una verità talmente ovvia da essere sconvolgente: per chi crede in Dio ce n’è uno solo e unico. Le religioni del mondo sono molte, ma la loro differenza è soltanto nelle dottrine, nelle Sacre Scritture e nella liturgia, ma il Dio è unico, unico è il Creatore dell’universo che non può che amare le sue creature.
Questa è la verità di papa Francesco, che lo spinge a riunire tutti i cristiani come primo passo avanti e nel contempo a predicare l’affratellamento con le altre religioni, cominciando da quelle monoteistiche ma non soltanto.
Ecco perché Dio non può essere vendicativo, Dio perdona ed è soprattutto misericordioso. Perdona i peccati ma dona la misericordia. Non a caso il Giubileo indetto da papa Francesco è incentrato alla misericordia.
«Dove è Dio se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati? Dove è Dio quando persone innocenti muoiono a causa delle violenze, del terrorismo, delle guerre? Questa è la domanda che per un cristiano trova risposta solo nella Croce: il dono di sé, anche della vita, a imitazione di Cristo».
Per un cristiano Cristo è Amore ma questo è vero per l’unico Dio, del quale Cristo è un’articolazione che c’è anche nel Dio di Mosè e in quello di Allah, nel Brahma, nel Buddha, nel Tao, in tutte le divinità che sono una soltanto, plasmata dalla storia degli uomini che la pensano. Questo predica Francesco. Dopo Paolo, i padri dei primi trecento anni di storia cristiana e dopo

Agostino di Ippona, non c’era stato altro Papa cattolico che innalzasse il pensiero religioso fino a queste altezze. Tutto il resto è guerra e potere, la Chiesa come lui predica è pace e amore. Questo dice quanto sia difficile la sua dottrina, la sua fede, la sua predicazione e quanto sia necessario per la vita degli uomini e perfino per la politica che dovrebbe combattere le diseguaglianze e perseguire la misericordia sociale e la pace.

in “la Repubblica” del 31 luglio 2016

Condannati all’irrilevanza se non c’è pensiero globale

di Romano Prodi

Negli ultimi anni i partiti e i movimenti anti-sistema hanno fatto progressi in tutti i Paesi democratici. In un primo tempo si sono affermati in diverse nazioni europee, dalla Francia all’Austria, dall’Olanda all’Italia e alla Spagna per arrivare infine alla Polonia e alla Germania, dove la vigorosa affermazione dell’economia e della politica tedesca sembrava offrire un argine invalicabile al loro successo.

Negli ultimi mesi il sentimento anti-sistema è emigrato negli Stati Uniti e, attraverso Trump, ha conquistato la leadership del Partito Repubblicano, che da sempre rappresenta il simbolo dell’establishment più forte e influente dell’intero pianeta. A questo punto, pur proseguendo nell’analisi delle diversità nazionali, dobbiamo porci il problema delle caratteristiche comuni di questi movimenti. Se essi hanno un’affermazione sempre più internazionale la spiegazione del loro successo non può essere rinchiusa nelle sole vicende nazionali. La prima considerazione deve partire dal fatto che, per avere successo, questi movimenti hanno progressivamente messo da parte tutte le vecchie mappe ideologiche. Madame Le Pen si è affermata come leader maggioritario in condizione di ambire concretamente alla presidenza della repubblica quando ha preso le distanze dalle radici fasciste del padre. A sua volta il movimento cinque stelle deve il suo successo al fatto di essere semplicemente anti-establishment e privo di ogni punto di riferimento ideologico. Dove questa evoluzione verso la protesta a 360 gradi non ha compiuto il suo corso, come in Spagna, il progresso di Podemos si è arrestato come di fronte a una barriera insormontabile. Proprio la strategia di intercettare l’angoscia e l’insoddisfazione generale ha prodotto l’inaspettata conseguenza di vedere Trump osteggiato da Wall Street ma in progressione crescente tra le famiglie operaie del Michigan.

Anche se capisco di affrontare questi problemi in maniera troppo sintetica, e quindi troppo semplificata, credo che dobbiamo ammettere che questi fenomeni non sono solo il frutto di errori particolari ma di eventi di rilevanza comune a quasi tutti i Paesi democratici. Il primo di questi è certamente la paura di fronte al terrorismo e ai fenomeni migratori che, pur essendo antichi come il mondo, hanno assunto un carattere così intenso anche perché si sono mescolati con le guerre e, soprattutto, con la globalizzazione economica. Essa, pur avendo tolto dalla miseria due miliardi di persone, ha infatti sconvolto le strutture dei Paesi più sviluppati, mettendo a rischio le certezze economiche di centinaia di milioni di persone. Lo sconvolgimento delle nostre economie è avvenuto con due caratteristiche comuni. La prima è l’aumento delle differenze di reddito in tutti i Paesi sviluppati, con il progressivo impoverimento e la progressiva emarginazione della classe media.

La seconda caratteristica, indissolubilmente legata alla prima, è il dominio della finanza sull’economia reale. Un fatto di enorme rilevanza perché mentre l’economia reale è profondamente connessa al proprio territorio, la finanza sfugge ad ogni vincolo e corre per le strade del mondo alla ricerca del trattamento fiscale più favorevole. I partiti tradizionali, che sono nati e hanno vissuto in un contesto completamente diverso, mostrano enormi difficoltà ad affrontare questo mondo nuovo e, anch’essi formati in una tradizione nazionale, non sembrano oggi in grado di risolvere i grandi problemi globali della sicurezza e della giustizia distributiva.
Limitandoci al contesto europeo possiamo ricordare, con un senso quasi di incredulità, che non siamo ancora in grado di costruire non solo una politica condivisa sull’emigrazione ma nemmeno un corpo di guardie di frontiera per proteggere i confini teoricamente comuni tra i 28 (ora 27) membri dell’Unione Europea. La concorrenza fiscale è, a sua volta, divenuta un vero e proprio dogma teologico senza che nessuno rifletta sulle conseguenze ultime di una realtà nella quale la ricchezza scappa da un angolo all’altro del mondo e rimane fissa solo la povertà.
Sempre per rimanere in Europa è sembrato del tutto naturale che, nel tempo, il Lussemburgo e l’Irlanda si siano arricchite attraendo, con facilitazioni fiscali, attività economiche prima localizzate

in altri Paesi. Così come è sembrato del tutto naturale, anche perché conforme alla legge, che prima il più grande gruppo industriale italiano e poi il patrimonio della famiglia che tradizionalmente lo ha posseduto, abbiano trasferito la loro sede verso regimi fiscali più compiacenti.
Tutto bene quindi ma il combinato disposto di questi eventi e la conseguente distruzione della classe media stanno provocando la rivolta che sta mettendo a dura prova i partiti tradizionali. Finisce con l’avere importanza secondaria il fatto che i nuovi movimenti non offrano soluzioni concrete e plausibili a questi problemi. Ad essi basta la rivolta di fronte alla debolezza dei partiti tradizionali nell’affrontare questi cambiamenti. Una rivolta che si presenta facilmente vincente perché, se liberata dalle ideologie che dividono, è in grado di aggregare le palesi insoddisfazioni create dalla paura e dall’ingiustizia fino ad arrivare al primato politico senza la necessità di esporre la coerenza e la concretezza di quello che verrà dopo. Penso che i leader che si riconoscono nella nostra democrazia abbiano l’obbligo di reagire rendendosi conto della necessità di adeguare la loro strategia ai problemi che la globalizzazione ha posto di fronte a noi. E spero che lo facciano nella consapevolezza che la loro prevalente difesa dei piccoli interessi nazionali li sta conducendo verso l’irrilevanza.

in “Il Messaggero” del 31 luglio 2016

Il pensiero debole del nostro mondo a portata di click

di Massimo Recalcati

Da bambino restavo per ore a guardare nelle lunghe settimane d’estate il pollaio di mio nonno. Le galline beccavano senza sosta il loro mangime sparso a terra. Erano i tempi immortalati da Paolo Conte in Azzurro dove anche all’oratorio non restava «nemmeno un prete per chiacchierar». Ma erano anche quelli di Cochi e Renato che spiegavano in una loro celebre canzone che «la gallina non è un animale intelligente». Il mio sguardo di bambino perlustrava il comportamento delle galline per scoprire le ragioni di questa diagnosi impietosa. Improvvisamente l’illuminazione: sono stupide perché non smettono di mangiare, perché dipendono dalla presenza costante dell’oggetto che deve essere sempre a portata di bocca. Era forse questo il segreto della loro intelligenza ridotta? Le galline non sono animali intelligenti perché non sanno fare esperienza dell’assenza dell’oggetto, del suo ritrarsi altrove, non sanno guardare oltre la semplice presenza? Non a caso per Freud è proprio questo passaggio dalla presenza all’assenza all’origine dell’attività del pensiero; solo se il bambino fa esperienza dell’assenza dell’oggetto (il seno è il suo prototipo) può accedere all’astrazione simbolica del pensiero.

Ma non è forse questa la condizione imposta dall’esistenza del linguaggio? Non è forse l’evento della parola che ci insegna che qualcosa può essere evocato grazie ad un segno senza che sia necessaria la sua presenza? Non nasce da qui — da questa sostituzione della presenza con l’assenza — , la straordinaria magia della scrittura e della lettura: fare esistere mondi, renderli presenti nella loro evocazione simbolica, sullo sfondo della loro assenza? Lacan lo teorizzava radicalmente in modo hegeliano: il linguaggio uccide la Cosa. La parola “elefante” esiste e rinvia al suo significato senza che sia necessaria la presenza reale dell’elefante.

Il nostro tempo ha reso il pensiero un tabù? Quello che più conta oggi non è tanto il pensare quanto l’agire. Ma quando l’azione si stacca dal pensiero tende ad assumere la forma di un passaggio all’atto, ovvero di una scarica all’esterno di quelle tensioni interne che la vita non riesce a tollerare. Non è forse questo un modello che aiuta a comprendere la spirale di violenza che ci circonda? Anziché elaborare simbolicamente i conflitti che attraversano la nostra vita individuale e collettiva, meglio evacuarli direttamente nella realtà attraverso passaggi all’atto cruenti. La via breve della violenza vorrebbe sostituire la via lunga del pensiero. Ma perché il pensiero, diversamente dal passaggio all’atto, esige tempo? Esso sorge circondando l’assenza dell’oggetto più che la sua presenza.

Secondo Bion il bambino accede al pensiero a partire dalla frustrazione legata alla assenza del seno. Di fronte a questo vuoto si aprono due possibilità: una è quella di allucinare l’oggetto assente rendendolo presente, l’altra è quella di sperimentare l’assenza dell’oggetto rendendola generativa di pensiero. Ma c’è, sempre secondo Bion, un’altra condizione essenziale affinché l’esperienza del pensiero si renda possibile: il pensiero non si genera da sé, ma si nutre dei pensieri della madre, di come, innanzitutto, la madre “pensa” il suo bambino. Il che significa che la possibilità di rispondere all’assenza dell’oggetto non dipende da un qualche innatismo, ma dalla presenza dell’Altro che coi suoi pensieri fertilizza il mio stesso pensiero. È quella che Bion definisce reverie materna: il pensiero della madre consente la germinazione del pensiero del figlio.

Il pensiero sta diventando oggi davvero un tabù? Viviamo nel tempo dove il passaggio dalla presenza all’assenza che custodisce l’origine del pensiero sembra ostruito. La dipendenza dalla presenza degli oggetti — soprattutto di quelli tecnologici — rafforza l’esigenza della presenza perpetua a scapito di quella dell’assenza. L’accorciamento straordinario delle distanze se per un verso è una grande opportunità per la nostra vita sociale, per un altro contribuisce a evitare l’esperienza necessaria alla parola e al pensiero dell’assenza. Tutto è permanentemente connesso, accessibile, potenzialmente sempre presente. Ma se tutto è sempre presente, accessibile, se tutto ciò che esiste è solo tutto ciò che è presente, allora non viene lasciato alcun spazio alla possibilità della poesia, dell’evocazione dell’assenza, dell’esperienza della distanza che non si colma. In una parola

al pensiero. È una evidenza psicologica sempre più diffusa: gli esseri umani fanno sempre più fatica a rinunciare alla presenza dell’oggetto.
In un convegno di qualche anno fa discussi animatamente con un celebre psicologo nordamericano che esaltava l’ipotesi, a suo giudizio niente affatto remota, che il nostro stesso corpo fosse destinato nei prossimi decenni a “riempirsi” di protesi tecnologiche in grado di assicurare una connessione perpetua al mondo virtuale. Sono quegli oggetti che Lacan non a caso descriveva già alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso come delle “ventose” destinate a modificare l’assetto del nostro stesso corpo. Si tratta di una nuova mutazione antropologica che radicalizza le analisi di Pasolini intorno all’incidenza degli oggetti di consumo sulla vita umana. Non solo l’oggetto finisce per essere sempre più essenziale alla vita ma trasforma la vita stessa in una sua protesi rovesciata.

in “la Repubblica” del 31 luglio 2016

Preghiera per la pace e la difesa dalla violenza e dal terrorismo

Papa Francesco

O Dio onnipotente e misericordioso, Signore dell’Universo e della storia. Tutto ciò che hai creato è buono, e la Tua compassione per gli errori dell’uomo è inesauribile.

Oggi veniamo a Te per chiederTi di conservare il mondo e i suoi abitanti nella pace, di allontanare da esso l’ondata devastante del terrorismo, di riportare l’amicizia e infondere nei cuori delle Tue creature il dono della fiducia e della disponibilità a perdonare.

O Datore della vita, Ti preghiamo anche per tutti coloro che sono morti come vittime di brutali attacchi terroristici. Dona loro una ricompensa eterna. Che intercedano per il mondo, dilaniato dai conflitti e dai contrasti.

O Gesù, Principe della Pace, Ti preghiamo per chi è stato ferito in questi atti di inumana violenza: bambini e giovani, donne e uomini, anziani, persone innocenti coinvolte solo per fatalità nel male. Guarisci il loro corpo e il loro cuore e consolali con la Tua forza, cancellando nel contempo l’odio e il desiderio di vendetta.

Spirito Santo Consolatore, visita le famiglie delle vittime del terrorismo, famiglie che soffrono senza loro colpa. Avvolgile col manto della Tua misericordia divina. Fa’ che ritrovino in Te e in se stessi la forza e il coraggio per continuare ad essere fratelli e sorelle per gli altri, soprattutto per gli immigrati, testimoniando con la loro vita il Tuo amore.

Tocca i cuori dei terroristi, affinché riconoscano il male delle loro azioni e tornino sulla via della pace e del bene, del rispetto per la vita e della dignità di ogni uomo, indipendentemente dalla religione, dalla provenienza, dalla ricchezza o dalla povertà.

O Dio, Padre Eterno, esaudisci nella Tua misericordia la preghiera che innalziamo a Te tra il fragore e la disperazione del mondo. Ci rivolgiamo a Te con grande speranza, ricolmi di fiducia nella Tua infinita Misericordia, affidandoci all’intercessione della Tua Santissima Madre, resi forti dall’esempio dei beati martiri del Perù, Zbigniew e Michele, che hai reso valorosi testimoni del Vangelo, al punto che hanno offerto il loro sangue, e chiediamo il dono della pace e l’allontanamento da noi della piaga del terrorismo.

Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Cracovia, Sabato, 30 luglio 2016

 

Le radici di una guerra

di Roberto Toscano

In questa tragica estate del 2016 paura e sconcerto di fronte allo stillicidio di episodi d’inaudita ferocia rendono difficile non solo trovare risposte convergenti sul piano della sicurezza, ma anche essere d’accordo sulla definizione del problema. Si usa il termine “terrorismo”, ma si tratta di una definizione che ormai corre il rischio di essere svalutata per l’abuso che ne viene fatto: per Erdogan è terrorista il suo antagonista islamista Gülen; per i sauditi sono terroristi gli atei, e via abusando.

Si parla sempre più di “guerra” ma — dato che la guerra non è semplice violenza, ma violenza organizzata e collettiva — va chiarito di che tipo di guerra si tratti, ovvero quale sia l’elemento capace di unificare azioni di soggetti diversi per età, nazionalità, condizione sociale. Si tratta forse di una guerra di religione? È certo che, anche se certe appropriazioni ex post da parte dello Stato Islamico hanno una dimensione propagandistica piuttosto che operativa, gli assassini giustificano, anzi glorificano la loro azione con un riferimento all’Islam più radicale e spesso il loro grido di battaglia è “Allah Akbar: Dio è grande”.

È difficile negare che la maggioranza degli episodi terroristici viene oggi compiuta nel nome di una causa religiosa, quella dell’Islam jihadista. Papa Francesco, mai timoroso di andare contro corrente, dice invece che non si tratta di una guerra di religione, ma di un conflitto ormai endemico (e globale come lo sono l’informazione e la finanza) che ha ben altre radici, soprattutto lo scontro di avidità e la sete di potere. La polemica che si è subito scatenata è certo comprensibile, visto l’orrore di episodi come la strage sul lungomare di Nizza o il prete ultraottantenne sgozzato sull’altare di una chiesa in Francia, e il fiato sospeso con cui l’opinione pubblica attende angosciosamente il prossimo attentato. Ma si tratta di una polemica piuttosto inutile, e che dovremmo spegnere sul nascere cercando invece di fare chiarezza. L’unico modo di farlo è distinguere le cause materiali (socio-economiche, geopolitiche, psicologiche quando non psichiatriche) dalle razionalizzazioni ideologiche che vengono date alle azioni più estreme, quelle che richiedono un impegno totale che arriva alla negazione non solo della comune umanità, ma dello stesso istinto di sopravvivenza. Si può certo combattere contro un’ingiustizia percepita, un’esclusione umiliante, o per una causa politica — ma per arrivare a massacrare innocenti e morire (morire non come verificarsi di un rischio, ma come evento programmato) quelle ragioni e quelle cause non possono bastare, non forniscono la carica sufficiente.

È qui che il salto verso la dimensione religiosa diventa funzionale per dare un senso a vite di fallimenti e frustrazioni e allo strappo umano dell’assassinio e allo stesso suicidio. Che non si tratti di guerra di religione fra Islam e cristianesimo risulta fra l’altro evidente dal fatto che fra le vittime del terrorismo jihadista sono molto più numerosi i musulmani dei cristiani. Se mai la cosa più simile a una guerra di religione avviene all’interno dell’Islam, dove gli sciiti sono perseguitati ed attaccati in quanto sciiti non soltanto in Medio Oriente, ma in Pakistan ed Afghanistan. Ha quindi ragione il Papa quando, di fronte agli ultimi episodi di terrorismo in Europa, dice che alla radice di questa violenza atroce non c’è la fede religiosa. I terroristi — in parte fai-da-te, in parte collegati a reti operative — non hanno avuto crisi spirituali che li hanno portati all’Islam radicale, e anzi risultano di solito estremamente ignoranti sui contenuti del messaggio del Profeta, che riducono a poche schematiche formule. Nei loro computer la polizia non trova prediche sul Corano, ma immagini di guerra, attentati e sgozzamenti. Ma è la religione a fornire un riferimento che giustifica, che spiega, che riscatta. Che dà un senso a vite insensate e a morti ancora più insensate.

Non va poi dimenticato che la religione non è solo fede e trascendenza, ma anche appartenenza, identità: individui sbandati, ultimamente anche giovani poco più che adolescenti, smettono di sentirsi soli e insignificanti nel momento in cui sentono di essere entrati a far parte della versione sanguinaria dell’umma, la comunità degli appartenenti all’Islam. Certo, si tratta di una distorsione, di un’ideologizzazione della religione priva di spessore culturale e spirituale. Ma che la religione, seppure nella sua versione più distorta, parziale e antistorica, c’entri lo dimostra l’impegno dei vertici religiosi sia cristiani che musulmani per combattere questa “appropriazione indebita” della loro fede. Non si dovrà trattare di un impegno soltanto retorico. Per i cristiani andrà condotta con perseveranza la lotta per evitare lo sbandamento dell’opinione pubblica verso la condanna di un’intera religione e il rigetto di intere comunità. È possibile, come dimostra il coraggio di Angela Merkel, non a caso figlia di un pastore protestante, nel confermare — nonostante il trauma dei ripetuti episodi di terrorismo islamista in Germania — il suo rispetto delle norme internazionali sui rifugiati e soprattutto il dovere di umanità. Senza parlare del rigetto da parte di Barack Obama e Hillary Clinton della proposta di Trump di escludere, per tutelare la sicurezza degli americani, l’ingresso negli Stati Uniti di persone di fede islamica.

Da parte loro i musulmani, sia responsabili religiosi che comuni fedeli, dovranno con maggiore vigore gridare “non in nome della mia religione!”, e dissipare ogni possibile ambiguità sui terroristi come “fratelli che sbagliano”. Un segnale molto promettente è venuto nelle ultime ore dall’appello rivolto ai musulmani da parte del Consiglio francese del culto musulmano (cui ha aderito in Italia il Coreis, una delle associazioni dei musulmani italiani) perché si rechino domani nelle chiese per partecipare alla messa come gesto di solidarietà e fratellanza nei confronti dei cristiani. La religione cattolica non ha mai smesso di fare i conti con il fardello storico delle Crociate, un fenomeno che, come ci dicono concordemente gli storici, trovava le sue radici più sostanziali nella società, nell’economia, negli equilibri di potenza nel Mediterraneo. Ma queste spinte materiali, concrete, non si sarebbero mai mobilitate, e i combattenti non si sarebbero messi in cammino verso al Terra Santa se qualcuno non avesse proclamato da un altare «Deus vult», Dio lo vuole. Ebbene, di fronte all’inumanità vigliacca di una violenza che non attacca il nemico in armi, ma persone innocenti e indifese, tutti i fedeli — ma principalmente quelli di una religione nel cui nome queste atrocità vengono commesse — devono oggi gridare: Deus non vult.

in “la Repubblica” del 30 luglio 2016

Il grido di Francesco ad Auschwitz “Dov’è Dio se c’è guerra e violenza?”

di Andrea Tornielli

Il silenzio del Papa, ammutolito e quasi impietrito di fronte alle lapidi che ricordano i caduti di Auschwitz-Birkenau, è rotto soltanto dal pianto improvviso e quasi liberante di un neonato. Silenzio e pianto interiore sono le espressioni che Francesco ha scelto per onorare le vittime della Shoah nel luogo in cui lo sterminio ha assunto proporzioni barbaramente industriali. «Voglio entrare da solo e stare in silenzio» aveva chiesto ai collaboratori. Non ci sono parole che possano esprimere lo stato d’animo che si prova entrando nel luogo in cui il male nell’uomo ha raggiunto l’abisso.
Per questo Francesco ha voluto varcare come un pellegrino solitario l’ingresso di Auschwitz sormontato dalla scritta «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi. Attraversata la soglia, si entra come in un’altra dimensione. Anche se si è in gruppo, ci si sente soli. Impotenti. Il Papa si siede su una panchina tra due alberi, nella piazza dell’Appello, dove i prigionieri venivano impiccati. Qui padre Massimiliano Kolbe, esattamente 75 anni fa, ha offerto la vita per salvare quella di un altro prigioniero, padre di famiglia. Una goccia di speranza nell’oceano del male. Per quindici minuti Francesco rimane assorto in preghiera, con le mani intrecciate e il filo spinato sullo sfondo, a fare da cornice. Quando si alza, va a baciare un palo di legno usato come patibolo.
Nel Blocco 11 saluta dodici superstiti, tre dei quali centenari. Tra questi c’è Helena Dunicsz, violinista polacca nata a Vienna, l’unica sopravvissuta dell’orchestra del campo di concentramento. Il Papa stringe loro la mano e li abbraccia. Uno di loro gli chiede di firmare un album di foto. L’ultimo gli consegna una candela con la quale Bergoglio ha camminato verso il «muro della morte», là dove le vittime venivano uccise con un colpo alla testa. Lo tocca, rimanendo immobile a lungo, quasi cercando un contatto con la sofferenza, il dolore, il sangue di cui è intriso. Sempre in silenzio, scende nel sotterraneo per sostare muto nella cella di Kolbe, fissando i graffiti incisi sul muro, tra i quali spicca una grande croce.
Uscito da Auschwitz, Francesco percorre i tre chilometri che lo separano da Birkenau, il vero luogo della Shoah. Si ferma sotto la torretta d’ingresso, attraversata dal binario della morte, via senza ritorno per più di un milione di uomini, donne e bambini innocenti. Per la maggioranza ebrei. Quindi avanza contemplando le baracche di mattoni rossi, i resti delle camere a gas e dei forni crematori. Davanti alle lapidi del monumento alle vittime delle nazioni, con il capo chino, prega nuovamente. L’unica voce che si leva è quella del rabbino capo di Polonia, che canta in ebraico il salmo 130, il «De profundis». Un migliaio di persone assistono a questo momento finale. Nessuno fiata. Solo un bimbo di pochi mesi, tenuto in braccio dal papà, sfida l’assordante silenzio. Sul libro d’Onore Francesco scrive in spagnolo: «Signore abbi pietà del tuo popolo! Signore perdono per tanta crudeltà!». Abbi pietà. Non ci sono altre parole.
Quello che forse avrebbe voluto dire, Bergoglio lo comunica nel pomeriggio al milione di giovani presenti alla Via Crucis nel parco Blonia di Cracovia: «Dov’è Dio, se nel mondo c’è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati? Dov’è Dio, quando persone innocenti muoiono a causa della violenza, del terrorismo, delle guerre? Dov’è Dio, quando malattie spietate rompono legami di vita e di affetto? O quando i bambini vengono sfruttati, umiliati, e anch’essi soffrono a causa di gravi patologie?». Domande «per le quali non ci sono risposte umane». Possiamo – conclude – «solo guardare a Gesù», il Dio che si è annientato soffrendo sulla croce.
Al termine della Via Crucis, affacciato dalla finestra dell’arcivescovado, Francesco ha rivolto un messaggio ai giovani: «Non vorrei amareggiarvi ma devo dire la verità: si tortura anche oggi, la crudeltà non è finita con Auschwitz e Birkenau».

in “La Stampa” del 30 luglio 2016