Archivio mensile:giugno 2016

Educare nella “società liquida”: ruolo e responsabilità della famiglia

di Giorgio Campanini

Premessa

Sempre più frequentemente, da qualche tempo a questa parte, si fa riferimento alla emergenza educativa: espressione, questa, che può essere letta in una duplice prospettiva, ora allarmistica (in quanto denunzia di una situazione di crisi), ora semplicemente descrittiva, a partire dalla constatazione che nei nuovi contesti della post-modernità, v a”emergendo” una nuova visione dell’educazione, con una serie di conseguenti problematiche essenzialmente riferibili ai profondi mutamenti intervenuti nelle società occidentali negli ultimi decenni.

Accogliamo, da parte nostra, questa seconda prospettiva: non per sottovalutare la serietà e anzi la gravità. dei problemi che stanno oggi di fronte a chi ha la responsabilità di educare, ma sulla base della constatazione, frutto della stessa esperienza della storia, che l’affacciarsi di sempre nuove problematiche educative è un fatto ricorrente nella storia di ogni società. Lo stesso vario alternarsi delle diverse teorie pedagogiche rappresenta la migliore riprova di questi periodici mutamenti di prospettiva, dato che l’abbandono delle vecchie teorie e l’affacciarsi delle nuove è la diretta conseguenza della presa di coscienza dei cambiamenti intervenuti nella società.

Le sfide che l’attuale contesto sociale pone all’educazione sono certamente inedite; ma, come quelle (al loro tempo altrettanto “inedite”) che le hanno precedute nel corso della storia, devono essere affrontate lucidamente, senza catastrofismi, nella consapevolezza che spetta all’uomo, ed al- la sua personale responsabilità1 trovare di volta in volta la risposta alle sfide che ricorrentemente gli si propongono.

L’insieme di nuove problematiche che l’attuale cultura pone all’educazione, e specialmente alla famiglia come soggetto educante, è riconducibile all’affermarsi di un nuovo modello di società, quella che, con una fortunata espressione, è stata chiamata la “società liquida”. Il corpo sembra avere perduto la sua solidità e la sua stessa consistenza ed è diventato un “corpo liquido” che non ha una sua specifica ed originaria fisionomia, ma tende ad assumere, come avviene ap- punto a ciò che è liquido, la forma del contenitore; attitudine che assicura a questo “corpo” una forte capacità di adattamento (ogni contenitore si rivela adatto e funzionale) ma nello stesso tempo scolorisce e svapora ogni identità.

Così, in una “società liquida”, la famiglia rischia di essere essa stessa una “realtà liquida”: ciò che tuttavia evidenzia una contraddizione in termini, dato che dire famiglia dovrebbe indicare riferimento ad una comunità dotata di una sua autonomia e autoreferenzialità, e dunque di una sua “solidità” e non registrare un semplice adeguamento conformistico agli stili ed ai valori dominanti della società,

La strutturale “solidità” di cui la famiglia è tendenzialmente portatrice appare, in questo senso, incompatibile con la “liquidità” di un corpo evanescente ed amorfo, disponibile a rivestirsi passi- vamente di tutte le forme che la società di volta in volta assume.

Emblematica appare, in questo contesto, la crisi della categoria di durata. La “società liquida” investe tutte le proprie risorse sul “tempo breve”, sulle mode cangianti, sui grandi messaggi ridimensionati ad effimeri “Messaggini”, sulla perenne rincorsa di (presunte) “novità”; ma la famiglia, per essere se stessa, ha invece bisogno di quella “solidità” che le proviene da una durata non fine a se stessa ma condizione necessaria per la permanenza nel tempo delle relazioni e degli affetti, per la reciproca rassicurazione della coppia coniugale, per il necessario prolungamento nel tempo del compito di cura e di educazione delle nuove generazioni. Non è un caso, sotto questo aspetto, che al modello della famiglia proiettata verso la durata tenda a sostituirsi, in non marginali gruppi sociali, la tendenza a relazioni precarie e passeggere, come tali in scarsa misura orientate ad un dono, quello della vita, che inevitabilmente richiederebbe, in un contesto di responsabilità, una scommessa sul futuro, e dunque l’inevitabile fuoriuscita dalla “liquidità”.

Come essere e rimanere famiglia – struttura di solidità – nella “società liquida”, luogo della precarietà; come, conseguentemente, trasformare la semplice generazione (di per sé legata all’istante) in un rapporto di cura e di educazione (orientato necessariamente alla durata) è il problema che l’umanità dovrà affrontare in questa fase di avvio del terzo millennio ed in ordine al quale si in- tendono offrire qui alcuni essenziali spunti di riflessione.

Uno sguardo alla storia

Prima di addentrarsi nell’analisi specifica del tema in riferimento alla società di inizio del XXI secolo, non è tuttavia fuori luogo un rapido sguardo al passato, perché la prospettiva storica consente in qualche modo di relativizzare e sdrammatizzare questa ascesa, apparentemente irresistibile, della “liquidità”, dovendosi constatare che essa – seppure non nelle forme estreme di oggi – ha sempre caratterizzato le dinamiche della famiglia. È una costante della storia della famiglia, infatti, la compresenza nella società. di “relazioni solide” (quelle tipiche della famiglia monogamica stabile) e di “relazioni liquide”, quelle cioè fondate su rapporti precari e fluttuanti. Alla fine la “liquidità” non ha mai ottenuto il sopravvento, perché nella pur oscura coscienza già dell’antica umanità si è percepita la stabilità della famiglia come garanzia di sopravvivenza dello stesso gruppo umano; cosicché, sotto questo fondamentale aspetto, la “solidità” si è rivelata assai più efficiente, alme- no dal punto di vista della società, rispetto alle relazioni provvisorie e fluttuanti.

Tuttavia i due modelli – l’“amore liquido” e l’“amore solido” – sono sempre convissuti: né le convivenze precarie, né i rapporti adulterini, né i figli illegittimi (spesso abbandonati al loro desti- no) sono una novità della “società liquida”; ciò che è nuovo, semmai, e la diffusione e, soprattutto, il tentativo di legittimazione sociale di determinati stili di vita6.

Resta il fatto, per altro, che l’indebolimento dell’istituzione del matrimonio, il crescere degli “amori liquidi” e dei gesti procreativi irresponsabili e stato un fattore di debolezza e non di forza delle società del passato: le quali hanno potuto sopravvivere nella misura in cui, alla fine, la tendenza alla “solidità” sia prevalsa rispetto a quella alla “liquidità”. Il fatto nuovo nella storia dalla constatazione dell’Occidente che oggi si affaccia è rappresentato dalla constatazione che forse per la prima volta nella storia, eccettuata, per quanto di essa conosciamo, la struttura familiare della “notte dei tempi” – l’orientamento complessivo degli individui sembra orientato a privilegiare non più la stabilità ma la precarietà.

Questo mutamento di prospettiva è senza dubbio attribuibile alla svolta culturale verificatasi in- torno al 1968: per effetto di una serie di trasformazioni intervenute nella società (ed in parte accolte anche dal diritto) gli “amori liquidi” sono stati sempre più frequentemente assimilati agli “amori solidi”, come dimostra la frequente legittimazione delle convivenze, il riconoscimento giuridico delle relazioni omosessuali, la semplificazione, e talora la banalizzazione, delle procedure di divorzio in non pochi paesi dell’Occidente. Si è così assistito ad un insieme di scelte legislative costantemente orientate a favore della “liquidità”: l’opzione per la continuità delle relazioni e per la costanza degli affetti, ma soprattutto per l’impegno di cura e di educazione, non costituisce più una scelta di campo della società ma una semplice preferenza individuale, del tutto rimessa al giudizio dei singoli. Tende in tal modo a diventare irrilevante, per la società, il fatto che le relazioni sessuali, i comportamenti generativi, l’impegno educativo, siano altalenanti e provvisori oppure stabili e duraturi.

In sintesi, il fatto nuovo rispetto al passato – ciò che caratterizza l’odierna “società liquida” – non è rappresentato dalla diffusione più o meno marcata di questi comportamenti (è infatti possibile, e in molti casi documentato, il fatto che in altre epoche tanto le convivenze quanto i concepimenti extramatrimoniali fossero più diffusi rispetto ad oggi) ma dalla scelta di neutralità operata dalla società.

Conseguentemente, scelte che sono state sempre praticate, ma che erario sistematicamente contrastate dalla società e dal costume, vengono ora rimesse totalmente alle opzioni individuali. Nella “società liquida” – e in un contesto caratterizzato da un sempre più diffuso permissivismo giuridico – gli individui sono abbandonati a se stessi e il compito di garantire la durata, e conseguente- mente l’impegno educativo, grava soltanto sulle loro spalle. Così l’impegno educativo dei genitori si dispiega ormai in una sostanziale solitudine, dopo che la stessa scuola si é ritirata nel più picco- lo, e relativamente tranquillo, recinto dell’istruzione e della formazione, abbandonando l’insidioso terreno dell’educazione. La “liquidità” sembra regnare pressoché ovunque: sola, a sfidarla, resta in piedi, praticamente unica istituzione educativa, la famiglia stabile, quasi una sorta di “ultima roccaforte” dell’educazione9. Immagine, tuttavia, non del tutto felice, per la visione negativa e difensivistica che essa implica, quasi che la famiglia dovesse chiudersi a riccio per salvaguardare la propria autonomia; mentre, invece, nella prospettiva della filosofia umanistica, la famiglia è e deve rimanere “il punto in cui si articolano il pubblico e il privato, in cui si congiungono una certa vita sociale e una certa vita intima; una famiglia, dunque, che “socializza l’uomo privato e interiorizza i costumi”10 ed e dunque, alla fine, un’avventura da correre piuttosto che un fortilizio da difendere.

I nuovi stili educativi della famiglia e il ruolo della figura paterna

L’insieme dei mutamenti cui, anche in Italia, la famiglia è stata assoggettata negli ultimi decenni impone alla famiglia una rinnovata riflessione sulle proprie responsabilità educative, con una particolare considerazione delle dinamiche che fanno riferimento alla figura paterna.

Il contesto all’interno del quale essa opera oggi è fortemente condizionato dall’accentuata fragilità della famiglia e dal conseguente diffondersi di un modello di educazione “mono parentale (lega- to quasi sempre alla sola figura materna), non nuovo certo nella storia ma che assume nel contesto dell’attuale società caratteristiche in parte nuove. Ma, sempre alla luce dei mutamenti intervenuti, merita di essere posto in evidenza un altro aspetto delle dinamiche demografiche troppo spesso lasciato sotto silenzio, e cioè la crisi della società fraterna, per effetto dell’affermarsi, in vaste aree del Paese, del modello (scelto o subìto, sotto l’aspetto educativo non è rilevante), del figlio unico. L’interazione fratelli-sorelle ha rappresentato in passato un importante aspetto dell’educazione, anche sotto il profilo della formazione alla mascolinità ed alla femminilità sulla base di rapporti sperimentati a faccia a faccia e su in terreno non condizionato dalle pulsioni sessuali; ma nelle famiglie a figlio unico (e, sotto specifici aspetti, in quelle caratterizzate dalla presenza di soli figli maschi o figlie femmine) questa dimensione dell’educazione familiare sta ormai venendo meno.

Non è soltanto la struttura interna della famiglia – ora “monoparentale” ora ristretta alla triade genitori-figlio – che legittima, nel senso indicato all’inizio, la “emergenza educativa”. Vi sono da considerare, infatti, da un lato i pesanti condizionamenti sociali che incidono sulla vita della famiglia, e dunque sulle sue attitudini educative, dall’altro i mancati mutamenti intervenuti nella figura paterna, con particolare riferimento al ruolo del padre nell’educazione.

Fra i condizionamenti che oggi subisce l’educazione familiare vanno innanzitutto ricordati quelli derivanti dalle nuove modalità del lavoro che, a causa dei ritmi spesso differenziati che caratterizzano l’occupazione maschile e quella femminile (questa è diventata il modello prevalente, anche se non in forma generalizzata) mettono a rischio la coesione della famiglia e rendono sporadici e fluttuanti i momenti di incontro. La distanza fra luoghi di lavoro e residenza della famiglia (con i conseguenti elevati tempi di trasferimento) e il degrado dei tessuti urbani, con la conseguente rarefazione delle reti di relazioni extrafamiliari, concorrono in modo determinante al relativo isola- mento della famiglia.

In attesa di lungimiranti interventi sociali che favoriscano la vita familiare, non resta che la strada di una intelligente valorizzazione delle residue occasioni di incontro, non cedendo alla tentazione di trasformare anche i momenti delle ferie e dello svago in percorsi separati dei singoli membri della famiglia.

Un secondo ordine di condizionamenti deriva dalle pesanti intrusioni nella vita familiare dei mezzi di comunicazione di massa. In qualche caso essi consentono una fruizione familiare di tra- smissioni e spettacoli, ma più frequentemente favoriscono la fruizione individuale e determinano, anche fra le mura familiari, forme di accentuata utilizzazione individualistica, sino a modalità quasi parossistiche di ricerca di un’illusoria “intimità a distanza” alla quale si contrappone la rarità, la

freddezza, spesso la vera e propria insignificanza delle relazioni intrafamiliari. L’educazione familiare richiede invece intimità e vicinanza, incontro e dialogo sui problemi comuni. Di qui la necessità della riscoperta – anche a costo di qualche sacrificio sul piano dell’affermazione professionale e dell’autogratificazione – di un sereno e disteso “tempo della famiglia”, condizione essenziale per l’instaurazione di un vero rapporto educativo (rapporto, è appena il caso di sottolinearlo, che è sempre di educazione reciproca, dato che non solo i figli ma anche i genitori si arricchiscono di questo insieme di scambi vitali).

Su questo sfondo si impone il recupero della figura paterna, di fatto pressoché marginale in molte situazioni, a seguito del complesso processo che ha portato, nel corso del tempo, ad una radicale femminilizzazione dell’educazione, parallelamente, alla quasi completa assenza della figura paterna dai vari ambiti della formazione (a partire dalla stessa scuola, ormai largamente femminilizzata).

Questo processo di femminilizzazione viene da lontano e rispecchia il tradizionale modello della famiglia borghese, fondato sulla delega alla donna-madre (la cui esistenza era incentrata sulla sfera domestica, anche in presenza di forme di lavoro extradomestico) del compito educativo, con l’ingresso del padre nei processi educativi quasi soltanto a partire dall’adolescenza e in vista delle grandi decisioni riguardanti la vita dei figli, non senza marcate propensioni autoritarie.

La stessa figura paterna appare attraversata da questa tendenza alla femminilizzazione dell’educazione, nel senso dell’avvio al superamento – nelle famiglie formatesi nella fase successiva alla forte denunzia, da parte della “cultura del ‘68”, dell’autoritarismo – della tradizionale dicotomia tra la figura femminile (segnata soprattutto dall’affettività) e quella maschile (caratterizzata in particolare dall’attenzione al rispetto delle regole): padri e madri appaiono orinai egualmente segnati da una forte dimensione affettiva e poco inclini all’esercizio di una sana autorevolezza. Il mondo degli affetti, quello della comprensione, del dialogo, del facile perdono ha pervaso anche la sfera della mascolinità: è in gran parte venuta meno quella dialettica fra sentimento e ragione che aveva a lungo caratterizzato gli stili dell’educazione familiare, trasferendo così l’esercizio dell’autorità in un ipotetico “altrove” di fatto irreperibile. Dei due grandi poli di ogni autentica educazione – da una parte la libertà, dall’altra la responsabilità – il primo è stato abnormemente sviluppato, il secondo persistentemente lasciato in ombra, anche per il processo di dissolvimento cui è andata incontro la figura paterna14.

Ricorrente, su questo sfondo, è la tentazione di invertire la tendenza percorrendo due possibili vie: la prima é quella del “reingresso” della donna nella sfera familiare con la conseguente fuoriu- scita di essa dalla vita professionale e sociale; la seconda è quella del ritorno ad una società autoritaria, rigidamente repressiva, atta a colmare le lacune dell’educazione familiare quale si è venuta a determinare dopo la “rivoluzione” del 1968.

Entrambe queste strade appaiono impercorribili: la prima perché, del resto giustamente, la donna moderna non appare più disponibile ad accettare di giocare un ruolo esclusivamente familiare (e ciò anche prescindendo dalle forti ragioni economiche che militano a favore del lavoro extradomestico della donna); la seconda in quanto, ammesso che prendano ulteriore consistenza le spinte autoritarie presenti nel corpo sociale, tutto fa ritenere che la tendenza all’autoritarismo si esprimerà soprattutto nella sfera pubblica, riservando, quasi come opportuna “valvola di sfogo”, spazi di relativa libertà alla sfera privata (con un gioco di compensazione fra autoritarismo nel pubblico e permissivismo nel privato).

Proprio su questo sfondo si impone quella che appare la via maestra da imboccare, quella cioè del reinserimento nella famiglia della figura paterna, fin qui molto spesso caratterizzata da vistosi fenomeni di “assenza”. Alla “fuoriuscita” della donna dovrebbe corrispondere il “reingresso” dell’uomo, attraverso la ricerca di un nuovo equilibrio fra il maschile e il femminile: impresa, tuttavia, non facile, per il forte peso in senso contrario esercitato da antichi stereotipi e per la “novità” che questo nuovo approccio alle problematiche educative rappresenterebbe. Il “ritorno del padre” appare tuttavia indispensabile per il recupero dell’educazione familiare nella sua complessità, anche se si tratterà di un’operazione di lungo periodo, né facile né indolore.

In mancanza di questo “reingresso”, appaiono evidenti gli sbilanciamenti di un’educazione pressoché tutta “al femminile” (nella famiglia e nella scuola). Le non poche personalità adolescenziali delle ultime generazioni insofferenti di ogni regola, spesso incapaci di stabilire un giusto rap- porto fra ragione e sentimento, prigioniere della cultura dell’immediatezza (e in un contesto di diffuso interesse nei confronti dei problemi della società), in una parola orientate a vivere in atteggiamento di forte autoreferenzialità, appaiono rivelatrici di questo profondo disagio.

Superare questo stato di cose appare possibile soltanto muovendosi in due direzioni, l’una e l’altra assai poco battute dalle attuali figure paterne.

La prima via è quella della riscoperta del valore del tempo dell’educazione (un tempo quanto più possibile ampio e non eroso dalla fretta e dalla rigidità degli spazi) come priorità alla quale assoggettare anche pur legittime esigenze professionali, demistificando le banali affermazioni ricorrenti circa l’importanza della “qualità” della relazione. Non è soltanto il prolungarsi del rapporto educativo che lo qualifica; la disponibilità di un tempo adeguato per l’instaurazione di questo rapporto è tuttavia condizione necessaria per l’educare.

La seconda via é quella dell’accettazione di percorsi di formazione permanente. Nonostante il generale (ma alquanto superficiale) riconoscimento delle crescenti difficoltà che nel nostro tempo si incontrano ad educare, grandi resistenze incontrano ancora le in verità non numerose iniziative di formazione degli adulti-genitori. La doverosa attenzione alle situazioni problematiche, che certo non mancano, non può fare dimenticare la necessaria cura dei genitori “normali”, le cui capacità educative vanno promosse e valorizzate, nella consapevolezza dell’insufficienza e dell’inadeguatezza dei modelli tradizionali; pensati per una “società solida” e obsoleti per una “società liquida”.

Riscoprire il senso dell’educazione

A partire dal recupero del ruolo paterno, è compito e responsabilità della famiglia riscoprire il senso (e, per così dire, il “gusto”) dell’educazione, evitando la facile scorciatoia della delega in bianco ad altre agenzie educative, come la scuola, il gruppo dei pari e oggi, in misura progressi- vamente crescente, i mezzi di comunicazione di nassa. Si tratta da un lato di riacquistare fiducia nelle proprie capacità educative, contro la tendenza al rassegnato disinteresse, e dall’altro di at- trezzarsi adeguatamente all’assolvimento di questo difficile compito16.

Di particolare rilievo è la riacquisizione del dovere dell’autorevolezza (tutt’altra cosa dell’autoritarismo vecchio stile …) da parte delle figure genitoriali, in vista dell’esigenza di far cogliere contemporaneamente il gusto della libertà attraverso l’esercizio di una responsabilità progressivamente crescente con l’avanzare dell’età ed insieme il senso e il rispetto delle regole, intese non come astratti ed incomprensibili divieti ma come una cornice all’interno della quale esplicare una più compiuta e matura libertà. E ciò in controtendenza rispetto ad una società in realtà dominata dalle regole ma in ordine alla quale si ipotizza una sfera privata (e specificamente familiare) come esclusivo luogo degli affetti e quindi di un’indiscriminata libertà, accreditando così una falsa dicotomia fra la sfera del pubblico e quella del privato.

La famiglia è indubbiamente, prima di tutto, un luogo di libertà nel quale ogni persona, anche nella fase iniziale della vita, è aiutata a diventare pienamente se stessa. Qui il mondo degli affetti ha decisamente la prevalenza sulle regole; ma un autentico “vivere insieme”, non semplicemente una meccanica ed utilitaristica “convivenza”, ha bisogno anche di un sistema ragionevole di rego- le, che tuttavia nella famiglia viene controbilanciato dalla particolare qualità di queste regole: det- tate e proposte da persone (padre e madre) portatrici di una carica di affettività, di amore, di gratuità, di spirito di servizio che non hanno riscontro in altri ambiti della vita sociale. Nelle relazioni familiari la regola perde la sua astrattezza e si personalizza, diventa espressione di un rapporto personale: proprio per questo può essere meglio compresa e più consapevolmente osservata.

L’ambito familiare appare così come quello in cui più evidente appare la relazione (in altri am- biti posta in secondo pïano od appena percettibile) fra regole e valori: qui non vi è regola che non sia immediatamente riconducibile al bene della famiglia, e cioè ad un valore al quale tutti i compo- nenti del nucleo familiare, i genitori in primis, si devono inchinare; qui si sperimenta il significato della rinunzia a se stessi, alle proprie inclinazioni, talora anche alle proprie legittime aspirazioni, in nome di un valore superiore, l’unità e la qualità del gruppo familiare; qui lo spirito di solidarietà e di condivisione fa le sue prime e più importanti prove.

Perché questo stretto collegamento fra norme e valori sia percepito anche dall’educando occorrerà, da parte degli adulti, operare un particolare sforzo di vicinanza e di dialogo. Le regole da osservare e i valori da proporre dovrebbero essere sempre intimamente collegati, per evitare quella separatezza che – privando le regole del loro senso profondo – di fatto le svuota di sostanza e fa loro mancare il necessarie sostegno. Ciò che nella società appare spesso difficile, e cioè accettare le regole in vista del bene comune, può riuscire spontaneo e naturale nella relazione familiare, dal momento che nell’atteggiamento dei genitori dovrebbe manifestarsi e trasparire quella componente di amore, ed insieme di empatia, che apre alla comprensione del senso profondo delle regole: proposte per amore ed osservate per amore.

Questa difficile conciliazione fra un sistema di regole e le dinamiche profonde dell’amore rap- presenta il nucleo profondo dell’arte dell’educazione. Per essere praticata, essa ha bisogno non so- lo di un’adeguata preparazione ma anche di un congruo spazio di tempo: la fretta, e qualche volta la frenesia, dei rapporti intrafamiliari nella società globalizzata rappresenta spesso un serio ostacolo all’esercizio di un’educazione che ha bisogno di distensione e di serenità per dispiegarsi appieno. Trovare il tempo per educare, per stabilire un rapporto immediato e diretto con gli altri, è probabilmente il grande “segreto” dell’educatore e nello stesso tempo la grande “pietra di inciampo” della famiglia di oggi, caratterizzata dalla difficile conciliazione fra attività professionale e vita quotidiana, spesso priva di un’adeguata rete di relazioni sociali, continuamente pervasa da un ec- cesso di comunicazione esterna che toglie alla famiglia lo spazio vitale del dialogo e di una necessaria convivialità. Recuperare la dimensione “conviviale” della famiglia, appare, sotto questo aspetto, la condizione necessaria perché essa possa svolgere pienamente la sua funzione educativa.

Conclusione

A conclusione di questa essenziale panoramica, si ripropone la domanda iniziale: come rendere “solida”, nella “società liquida” la proposta dell’educazione familiare? Qual è la parte riservata ri- spettivamente alla società civile e alla comunità familiare?

Non vi è dubbio che il potenziamento del ruolo della famiglia passi sia da una migliore organizzazione complessiva della società sia da un recupero delle potenzialità interne di una famiglia capace di ritrovare le sue profonde radici. Si tratta, dunque, di orientare le dinamiche sociali alla luce di un robusto quadro di valori condivisi e insieme di recuperare e valorizzare la soggettività della famiglia e la sua capacità di relazione. È in questo senso che, nel rapporto tra famiglia e società, si può parlare di una “buona reciprocità”.

Non ci si potrà affidare, in vista di questo vero e proprio salto di qualità rispetto al recente pas- sato, soltanto alle “grandi narrazioni” dell’ingegneria costituzionale e legislativa, e nemmeno agli automatismi del sistema produttivo o alle naturali dinamiche della società. Le leggi, le imprese, la società civile dovranno fare la loro parte, ma un ruolo fondamentale non può che spettare alla co- munità familiare, alla sua capacità di ritrovare il senso e il gusto del messaggio che essa, ed essa so- la, è in grado di trasmettere.

Condizione fondamentale per l’esercizio di questa responsabilità è la piena assunzione, da parte della famiglia, della propria responsabilità, del suo preciso dovere. Parola, questa, un poco obsoleta nella “società dei diritti”, ma che non a caso Antonio Rosmini non esita ad adottare allorché, nella trattazione della famiglia contenuta nella sua Filosofia del diritto, sottolinea appunto il “dovere giuridico” di educare, come necessario servizio reso alle persone dei figli. Educare è, appunto, servire la persona, cosicché i genitori, educando, hanno la grande responsabilità di perpetuare nella storia ciò che è autenticamente umano. “Che v’ha di più profondo e di più stupendo all’umanità che contempla se stessa – scrive Rosmini in uno dei suoi non infrequenti slanci lirici – del vedere una semplicissima specie, l’uomo-idea, non esaurirsi, non esaurirsi giammai, non realizzarsi a pieno per qualsivoglia numero d’individui in cui ella prenda a sussistere?”. Ogni uomo è un universo unico ed irripetibile, riflesso di quella Luce che illumina ogni uomo, dato che “tutti gli affetti umani hanno loro altissima scaturigine per quel lume, quell’essere ideale, quel bene comune, a cui abbracciandosi il principio dell’umana natura costituisce l’uomo”. La sola generazione perpetua nel tempo la specie, ma è l’educazione che genera l’uomo. Anche nella difficile stagione della post-modernità, anche nella “società liquida”, resta affidato alla famiglia l’ineludibile compito non della semplice “riproduzione della specie” ma “della generazione dell’uomo”.

La poesia della vanità

Claudio Magris

Pubblichiamo un brano della lettura che Claudio Magris terrà giovedì 30 giugno 2016 alla Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. 

C’è un abisso fra vanesio e vano. Lo dicono pure le definizioni antitetiche che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia dà della voceVanità. «Fatuo compiacimento di sé e delle proprie capacità e doti; reali o presunte, accompagnato da ambizione, da smodato desiderio di suscitare plauso e ammirazione; eccessiva stima di sé, del proprio valore, della propria origine o estrazione; vanagloria, immodestia, presunzione; superba e sprezzante ostentazione della propria autorità». Credo che, a queste parole, sfilino davanti gli occhi della mente di ognuno di noi volti di gente famosa o di conoscenze solo personali, vip o presunti vip d’ogni genere, interi clan della politica, dei salotti, delle assemblee e, forse più rozzi e impudenti di tutti, della cosiddetta cultura e della letteratura. Ovviamente questa sfilata di pretenziose vacuità si interpone, in ognuno di noi, tra il nostro volto e lo specchio, risparmiandoci e impedendoci di vedere la nostra supponente vacuità.

Ma c’è, nella stessa pagina del Dizionario, un’altra definizione di Vanità: «Precarietà, transitorietà, labilità, caducità, durata effimera, passeggera di ciò che è destinato a perire, della vita stessa». Questa, più che Vanità, è Vanitas e ha poco a che fare con la spocchiosa presunzione; non è l’ostentazione di alcun pregio esclusivo, perché è una condizione universalmente umana ed è il sentimento della stessa. È il senso di uguaglianza di tutti gli esseri umani, soggetti al comune destino di appassire, sfiorire e svanire e di vedere appassire, sfiorire e svanire ciò che desiderano, che amano, in cui credono e che vorrebbero far loro per sempre. Boccaccio parla dello «splendore balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che dalla Vanità delle cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale essendo sùbito reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla». Petrarca, accennando alla donna amata ormai vecchia, evoca «de’ vostri occhi il lume spento; / e i cape’ d’oro fin farsi d’argento».

Ma è soprattutto il Barocco a sentire — e ad amare, col senso di amare invano — le cose fugaci votate a passare e a morire. Protagonista e motore della Vanitas, per Marino è il tempo: «Un lampo è la beltà, l’etate è un’ombra, / né sa fermar l’irreparabil fuga [—]. Amor non men di lui veloci ha i vanni, / fugge co’ l fior del volto il fior degli anni». La donna è rosa che sfiorisce, il sole è vissuto e ammirato quando cala: «Così riluce il sol più dolcemente — dice un sonetto di Fabio Leonida – e meglio si vagheggia, allor che scende, / passato ‘l mezzo dì verso Occidente». La Vanitas non è solo malinconia e stanchezza, ma è anche e forse soprattutto intensità di desiderio, tanto più appassionato quanto più consapevole della caducità del proprio oggetto e di se stesso. «Così trapassa al trapassar d’un giorno — canta l’uccello dalle piume variopinte nella Gerusalemme liberata — della vita mortale e il fiore e il verde; / né, perché faccia indietro april ritorno / si rinfiora ella mai, né si rinverde. / Cogliam la rosa in sul mattino adorno / di questo dì, che tosto il seren perde; / cogliam d’amor la rosa; amiamo or quando / esser si puote riamati amando».

Questo senso della Vanitas pervade la letteratura barocca di tutta Europa; per fare solo un esempio si pensi a Góngora. «Mientras por competir con tu cabello / oro bruñido al sol relumbra en vano…, mentre per emulare i tuoi capelli / oro brunito al sole splende invano» e la poesia si conclude: «Godi collo, capelli, labbro e fronte, / prima che quanto fu / in età dorata / oro, giglio, garofano, cristallo, / non soltanto in argento o viola tronca / si muti, ma tu e tutto unitamente / in terra, fumo, polvere, ombra, niente – en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada». C’è pure un pathos della Vanitas, «labirinto» — diceva Foscolo, contestandolo — in cui dobbiamo necessariamente perderci». La Vanitas può tuttavia non solo ispirare struggente amore per le cose amate ed effimere, ma diventar essa stessa oggetto e sostanza d’amore, come accadrà soprattutto nel Decadentismo. Amare non tanto qualcuno o qualcosa, ma l’amore stesso, l’amore vano; forse pure la parola, la musica melodiosa della parola «vano» — il «desir vano» di Ariosto, melodia delle sirene del cuore.

Un grande esempio di questa poesia della Vanitas è Pascoli. Egli ama le nuvole vane forse solo perché sono vane, il suo desiderio va alla loro lieve inconsistenza, alla loro rapida caducità. Nello stupendo Ultimo viaggio deiPoemi conviviali Odisseo, giunto all’isola Eea, l’Isola di Circe, si addentra tra i boschi e le macchie, seguendo il suono della cetra di Femio, l’aedo, ma trova quest’ultimo disteso su un mucchio di foglie secche, morto. È il vento che fa suonare la cetra appesa ai rami di un albero, «così mesto il canto / n’era e così lontano e così vano». È la più grande celebrazione poetica di ciò che è vano e appare l’essenza stessa della poesia, oggetto di un amore indicibile, che non solo non si può raggiungere ma che è amore solo perché è potenziale, non ancora detto, non oggettivato: «l’amore che dormìa nel cuore, / e che destato solo allor ti muore». Si ama solo finché non si ama qualcosa o qualcuno di determinato, finché si ama la Vanitas, il desiderio. Un’eco che risuona in tanti poeti successivi, sino ai giorni nostri.

Ben altra è la Vanità di cui canta il più grande dei suoi poeti e uno dei più grandi poeti in senso assoluto, Leopardi. La leopardiana «infinita Vanità del tutto» non è il morbido o struggente fascino del fumo in cui dilegua ogni cosa e ogni sentimento. È l’asciutta, oggettiva, altissima poesia di una ferma constatazione del nulla. «Delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empiranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi l’essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Sia o no tutto questo effetto del «brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera», si tratta della più alta espressione dell’universale diventar nulla in tutte le cose.

Molto è stato scritto sul pessimismo leopardiano; pochi anni fa in un incisivo, assai notevole libro di Andrea Rigoni, Leopardi diviene la chiave che introduce al tema generale e variegato della Vanità, cui il libro esplicitamente si intitola, Vanità. La prospettiva di Rigoni è vasta e include numerosi autori; se c’è la sublime Vanità di Leopardi, c’è la Vanità superficiale e facile di chi reagisce all’inconsistenza del mondo e della vita identificandosi con essa, facendone un vezzo o un distintivo di raffinata intelligenza, votandosi alla futilità con falsa civetteria, autoconvincendosi di snobbare e disprezzare la mondanità cui smania di avere accesso, fingendo con se stesso di ridacchiare delle élites in cui in realtà brama di far parte, credendosi il Narratore dellaRecherche affascinato dai Guermantes ma incapace, a differenza dal narratore proustiano, di capire che i Guermantes sono sin dall’inizio, già da sempre, i Verdurin.

Nel sentimento e nella rappresentazione leopardiana della Vanità del tutto si avverte, asciutto e classicamente dominato, il profondo dolore per questa Vanità, l’impossibile desiderio — percepito come vano ma non perciò meno doloroso — che la vita sia diversa. L’altissima poesia leopardiana della Vanità del tutto non ammette né struggimenti per la Vanitas né civetterie salottiere. «Vaghe stelle dell’Orsa io non credea…». Esattamente l’opposto del pessimismo compiaciuto e soddisfatto, e dunque filisteo, di un Cioran, pienamente a suo agio nella proclamazione del nulla e abile nel mascherare la gratificante banalità in una maschera di Vanità che, proprio presentandosi volutamente e anzi esibendosi volutamente come tale, suggerisca e faccia supporre dolorose profondità dissimulate nel fatuo cinismo della conversazione mondana.

 

In Il Corriere della Sera 27 giugno 2016

 

Familisti e individualisti. Ecco l’identikit degli italiani

di Daniele Marini

Italia, popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmigratori: queste qualità – enunciate da Mussolini all’epoca delle conquiste coloniali – sono rimaste nella rappresentazione sociale, oltre che impresse nel marmo del Palazzo della civiltà italiana all’Eur. Altri, prima e dopo, hanno messo in luce ulteriori aspetti, ora positivi, ora negativi che hanno provato a descrivere gli italiani. Al di là delle valutazioni, l’aspetto di rilievo è legato all’edificazione di un immaginario collettivo in cui potersi riconoscere e identificare.

Costruire la rappresentazione di una collettività, piuttosto che di un territorio o di un prodotto, assume oggi un aspetto qualificante. Per affermare un’idea, un progetto, per indicare una direzione da seguire, è necessario dotarsi di un orizzonte comune, di significati condivisi. È sufficiente rinviare a quanto impegno dedicano le imprese per imporre il brand dei propri prodotti per comprendere come la costruzione di un’identità sia un obiettivo economico-strategico. Ma è altrettanto strategico dal punto di vista politico e sociale. In una realtà complessa come la nostra è fondamentale offrire elementi di definizione. A maggior ragione se consideriamo la storia del nostro Paese, in cui municipalismi e localismi hanno rappresentato il tratto fondativo. In cui i particolarismi sociali e il corporativismo contrassegnano ancora ampi settori.
Basti pensare a cosa accade quando si cerca di cambiare le regole – aprendo al mercato – settori dell’economia: dai farmacisti, ai taxisti, passando per gli ordini professionali, tutti pronti a salire sulle barricate pur di conservare i cosiddetti diritti acquisiti. Come ci descriviamo, quali sono i tratti che definiscono i nostri concittadini – e dunque noi stessi – è l’oggetto del sondaggio realizzato da Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per «La Stampa». In prima battuta, emerge un profilo il cui tratto prevalente che ci accomuna mette l’accento sulla dimensione individualistica e familiare.
Prevale il «particulare», la chiusura alla sfera personale e degli interessi specifici. Come se facessimo fatica a guardare oltre il nostro perimetro visuale. Non riuscendo a identificare una progettualità più ampia o quello che potremmo definire un «bene comune» che oltrepassi i nostri mondi vitali. Nella rilevazione lo diciamo degli altri, ma non è errato pensare si tratti di una proiezione di quanto viviamo soggettivamente. Questi esiti tendono a confermare lo stereotipo che caratterizza l’immagine media degli italiani e solo paradossalmente cozza contro i gesti di apertura e gli slanci di solidarietà che, invece, osserviamo quando accadono avvenimenti particolari, come nel caso dei migranti, piuttosto che dei disastri climatici o del volontariato. Che ci sono, frutto di un capitale sociale e valoriale fondamentale per la tenuta del Paese. E che paradossalmente ci meraviglia possano esserci, quando invece dovrebbero essere la normalità.
Il frutto del fai-da-te
La questione è che tali gesti non s’inseriscono (ancora) in progettualità condivise, perché si fondano sullo slancio individuale, di piccole comunità organizzate sui territori o nei mondi associativi. In fondo, è il frutto del fai-da-te, dei micro-progetti che si costruiscono per affrontare i problemi che emergono di volta in volta. Dunque, proprio per questi motivi, ci rappresentiamo individualisti (32,4%), attenti solo agli interessi familiari (25,2%), ma anche lavoratori (22,0%), capaci di fare e di impegno.
C’è però un secondo elemento: la diversità di percezione su scala territoriale. La dimensione particolaristica conosce un’accentuazione via via che scendiamo dal Nord al Sud, dove non manca un riconoscimento al fatto che lì sia maggiore la propensione a ricercare vantaggi per sé, ricorrendo a favoritismi. Così, non solo disponiamo di un immaginario collettivo poco collettivo e molto familistico-comunitario, ma troviamo una diversificazione che rende ancor più complicato identificare una rappresentazione comune. Sommando le caratteristiche assegnate sulla base dell’importanza, rileviamo come prevalga una rappresentazione negativa verso i concittadini: poco più della metà (52,7%) attribuisce solo aspetti sfavorevoli, in particolare fra i residenti nel Mezzogiorno (72,8%). A questi si contrappongono quanti mettono in luce non solo aspetti negativi, ma positivi (32,4%) e chi vede esclusivamente tratti positivi (14,9%), in particolare fra chi vive nel Nord.

Dunque, rimarremo familisti e particolaristi? Le latenze culturali non si possono eliminare con tratto di penna, ma richiedono un tempo lungo. Soprattutto, progettualità e politiche che abbiano una visione. Dotate di un’idea e di valori che siano condivisi e che valorizzino le diversità e le peculiarità. Nella consapevolezza che solo in una progettualità comune esiste uno spazio per il bene individuale e familiare.

in “La Stampa” del 27 giugno 2016

Basi su cui edificare la vita cristiana

Papa Francesco

«Riedificheranno le rovine antiche, restaureranno le città desolate» (Is 61,4). In questi luoghi, cari fratelli e sorelle, possiamo dire che si sono realizzate le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato. Dopo le terribili devastazioni del terremoto, ci troviamo oggi qui a rendere grazie a Dio per tutto quanto è stato ricostruito.

Potremmo però anche domandarci: che cosa il Signore ci invita a costruire oggi nella vita, e soprattutto: su che cosa ci chiama a costruire la nostra vita? Vorrei proporvi, nel cercare di rispondere a questa domanda, tre basi stabili cu cui possiamo edificare e riedificare la vita cristiana, senza stancarci.

Il primo fondamento è la memoria. Una grazia da chiedere è quella di saper recuperare la memoria, la memoria di quello che il Signore ha compiuto in noi e per noi: richiamare alla mente che, come dice il Vangelo odierno, Egli non ci ha dimenticato, ma «si è ricordato» (Lc 1,72) di noi: ci ha scelti, amati, chiamati e perdonati; ci sono stati grandi avvenimenti nella nostra personale storia di amore con Lui, che vanno ravvivati con la mente e con il cuore. Ma c’è anche un’altra memoria da custodire: la memoria del popolo. I popoli hanno infatti una memoria, come le persone. E la memoria del vostro popolo è molto antica e preziosa. Nelle vostre voci risuonano quelle dei sapienti santi del passato; nelle vostre parole c’è l’eco di chi ha creato il vostro alfabeto allo scopo di annunciare la Parola di Dio; nei vostri canti si fondono i gemiti e le gioie della vostra storia. Pensando a tutto questo potete riconoscere certamente la presenza di Dio: Egli non vi ha lasciati soli. Anche fra tremende avversità, potremmo dire con il Vangelo di oggi, il Signore ha visitato il vostro popolo (cfr Lc 1,68): si è ricordato della vostra fedeltà al Vangelo, della primizia della vostra fede, di tutti coloro che hanno testimoniato, anche a costo del sangue, che l’amore di Dio vale più della vita (cfr Sal 63,4). È bello per voi poter ricordare con gratitudine che la fede cristiana è diventata il respiro del vostro popolo e il cuore della sua memoria.

La fede è anche la speranza per il vostro avvenire, la luce nel cammino della vita, ed è il secondo fondamento di cui vorrei parlarvi. C’è sempre un pericolo, che può far sbiadire la luce della fede: è la tentazione di ridurla a qualcosa del passato, a qualcosa di importante ma che appartiene ad altri tempi, come se la fede fosse un bel libro di miniature da conservare in un museo. Tuttavia, se rinchiusa negli archivi della storia, la fede perde la sua forza trasformante, la sua bellezza vivace, la sua positiva apertura verso tutti. La fede, invece, nasce e rinasce dall’incontro vivificante con Gesù, dall’esperienza della sua misericordia che dà luce a tutte le situazioni della vita. Ci farà bene ravvivare ogni giorno questo incontro vivo con il Signore. Ci farà bene leggere la Parola di Dio e aprirci nella preghiera silenziosa al suo amore. Ci farà bene lasciare che l’incontro con la tenerezza del Signore accenda la gioia nel cuore: una gioia più grande della tristezza, una gioia che resiste anche di fronte al dolore, trasformandosi in pace. Tutto questo rinnova la vita, la rende libera e docile alle sorprese, pronta e disponibile per il Signore e per gli altri. Può succedere anche che Gesù chiami a seguirlo più da vicino, a donare la vita a Lui e ai fratelli: quando invita, specialmente voi giovani, non abbiate paura, ditegli di “sì”! Egli ci conosce, ci ama davvero, e desidera liberare il cuore dai pesi del timore e dell’orgoglio. Facendo spazio a Lui, diventiamo capaci di irradiare amore. Potrete in questo modo dar seguito alla vostra grande storia di evangelizzazione, di cui la Chiesa e il mondo hanno bisogno in questi tempi tribolati, che sono però anche i tempi della misericordia.

Il terzo fondamento, dopo la memoria e la fede, è proprio l’amore misericordioso: è su questa roccia, sulla roccia dell’amore ricevuto da Dio e offerto al prossimo, che si basa la vita del discepolo di Gesù. Ed è vivendo la carità che il volto della Chiesa ringiovanisce e diventa attraente. L’amore concreto è il biglietto da visita del cristiano: altri modi di presentarsi possono essere fuorvianti e persino inutili, perché da questo tutti sapranno che siamo suoi discepoli: se abbiamo amore gli uni per gli altri (cfr Gv 13,35). Siamo chiamati anzitutto a costruire e ricostruire vie di comunione, senza mai stancarci, a edificare ponti di unione e a superare le barriere di separazione. Che i credenti diano sempre l’esempio, collaborando tra di loro nel rispetto reciproco e nel dialogo, sapendo che «l’unica competizione possibile tra i discepoli del Signore è quella di verificare chi è in grado di offrire l’amore più grande!» (Giovanni Paolo II, Omelia, 27 settembre 2001: Insegnamenti XXIV,2 [2001], 478).

Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci ha ricordato che lo spirito del Signore è sempre con chi porta il lieto annuncio ai miseri, fascia le piaghe dei cuori spezzati e consola gli afflitti (cfr 61,1-2). Dio dimora nel cuore di chi ama; Dio abita dove si ama, specialmente dove ci si prende cura, con coraggio e compassione, dei deboli e dei poveri. C’è tanto bisogno di questo: c’è bisogno di cristiani che non si lascino abbattere dalle fatiche e non si scoraggino per le avversità, ma siano disponibili e aperti, pronti a servire; c’è bisogno di uomini di buona volontà, che di fatto e non solo a parole aiutino i fratelli e le sorelle in difficoltà; c’è bisogno di società più giuste, nelle quali ciascuno possa avere una vita dignitosa e in primo luogo un lavoro equamente retribuito.

Potremmo però chiederci: come si può diventare misericordiosi, con tutti i difetti e le miserie che ciascuno vede dentro di sé e attorno a sé? Vorrei ispirarmi a un esempio concreto, ad un grande araldo della misericordia divina, che ho voluto proporre all’attenzione di tutti annoverandolo tra i Dottori della Chiesa universale: san Gregorio di Narek, parola e voce dell’Armenia. È difficile trovare qualcuno pari a lui nello scandagliare le abissali miserie che si possono annidare nel cuore dell’uomo. Egli, però, ha sempre posto in dialogo le miserie umane e la misericordia di Dio, elevando un’accorata supplica fatta di lacrime e fiducia al Signore, «datore dei doni, bontà per natura […], voce di consolazione, notizia di conforto, slancio di gioia, […] tenerezza impareggiabile, misericordia traboccante, […] bacio salvifico» (Libro delle lamentazioni, 3,1), nella certezza che «mai è adombrata dalle tenebre della rabbia la luce della [sua] misericordia» (ibid., 16,1). Gregorio di Narek è un maestro di vita, perché ci insegna che è anzitutto importante riconoscerci bisognosi di misericordia e poi, di fronte alle miserie e alle ferite che percepiamo, non chiuderci in noi stessi, ma aprirci con sincerità e fiducia al Signore, «Dio vicino, tenerezza di bontà» (ibid., 17,2), «pieno d’amore per l’uomo, […] fuoco che consuma la sterpaglia del peccato» (ibid., 16,2).

Con le sue parole vorrei infine invocare la misericordia divina e il dono di non stancarci mai di amare: Spirito Santo, «potente protettore, intercessore e pacificatore, noi ti rivolgiamo le nostre suppliche […] Accordaci la grazia di incoraggiarci alla carità e alle opere buone […] Spirito di dolcezza, di compassione, di amore per l’uomo e di misericordia, […] Tu che non sei altro che misericordia, […] abbi pietà di noi, Signore nostro Dio, secondo la tua grande misericordia» (Inno di Pentecoste). (…)

(Papa Francesco, Viaggio apostolico in Armenia, Gyumri, 25 giugno 2016)

Il rancore degli esclusi e la politica che abdica

di Ezio Mauro

Cosa si muove nel sentimento profondo del popolo? Come se la vita fosse senza dubbi, e la vita pubblica senza sfumature, il referendum sembra costruito apposta per questi tempi radicali, radicalizzando i due corni dell’opinione pubblica nelle loro forme estreme, dove c’è spazio soltanto per essere totalmente a favore o definitivamente contro.

Sembra il massimo dell’espressione democratica, la parola al popolo, come la scelta tra Gesù e Barabba. E invece è l’espressione basica e universale della democrazia che cerca se stessa, quando i rappresentanti non sono in grado di elaborare una proposta politica convincente, si spogliano della loro responsabilità e delegano la scelta ai cittadini, saltando i parlamenti e i governi per raggiungere una vox populi dove fatalmente si mescola la ragione e l’istinto, l’emozione e la frustrazione, l’individuale e il collettivo. In questo senso, il pronunciamento popolare è il più ricco di contenuto e di ingredienti soggettivi. In un senso più generale, è un’altra prova di abdicazione della politica organizzata nella sua forma storica tradizionale, che oggi rinuncia ad assumersi i suoi rischi e ricorre al popolo per rincorrere in realtà il populismo che la sta mangiando a morsi e bocconi.

Quei due estremi oggi rivelano che la speranza britannica in un futuro capace di conciliare la storia dell’isola con la geografia del continente e con la politica dell’Occidente è minoritaria. Mentre la chiusura nella coscienza di sé, l’autocertificazione dell’orgoglio identitario e l’investimento esclusivo sul proprio destino prevalgono dirottando la politica del Paese. Tutto questo, come dicono gli istituti di ricerca, costerà caro alla Gran Bretagna e alla sua economia? Ma che importa, se è vero quel che diceva Nietzsche: “La decadenza è scegliere istintivamente ciò che è nocivo, lasciarsi sedurre da motivazioni non finalizzate”. Ci sono momenti in cui l’istinto di dare una forma politica visibile alla decadenza in cui viviamo prevale su tutto, anche sulle convenienze. L’insularità storica e spirituale, orgogliosa, dei britannici è certo un elemento specifico decisivo di questa scelta. Ma il meccanismo politico e morale con cui si è costruito questo esito — l’istinto dei popoli, appunto — parla per tutti, parla per noi. Vale dunque la pena di cercare i caratteri generali di un fenomeno che è esploso a Londra, ma che sta covando come una febbre sotto la pelle di tutta l’Europa.

Prima di tutto sul voto ha pesato un’asimmetria sentimentale clamorosa. L’europeismo non è più un sentimento politico, in nessuno dei nostri Paesi. L’antieuropeismo è invece un risentimento robusto e potente, distribuito a piene mani dovunque. La radicalizzazione delle scelte senza mediazioni, come quella del referendum, realizza un processo alchemico strepitoso e inedito nel dopoguerra, trasformando immediatamente e definitivamente il risentimento in politica, quella politica in vincolo, quel vincolo in destino generale. Tutto ciò che un processo storico lento, prudente e tuttavia visionario ha costruito in decenni, si spezza così in una sola giornata, probabilmente per sempre. Minoritario sugli scranni del parlamento, il populismo anti-sistema e anti-istituzionale ha dunque portato a termine la sua vittoria nelle piazze, sommando le frustrazioni individuali, le separazioni e le solitudini, lo smarrimento delle comunità reali nella ricerca artificiale di una comunità di sicurezza e di rassicurazione che non è più territoriale e nazionale (nonostante lo slogan “Brexit”) ma è spirituale e politica, una sorta di secessione dalla forma istituzionale organizzata che i popoli europei si erano costruiti nel lungo dopoguerra di pace, per crescere insieme cercando un futuro comune.

Il risentimento ha le sue ragioni, tutte visibili a occhio nudo. L’impotenza della politica prima di tutto, schiacciata dalla sproporzione tra problemi sovranazionali (la crisi, l’immigrazione, il terrorismo) e le sovranità nazionali a cui chiediamo protezione. Poi la lontananza burocratica dell’Unione Europea, che percepiamo come un’obbligazione disciplinare senza più rintracciare la legittimità di quella disciplina. Quindi il peso ingigantito delle disuguaglianze che diventano esclusioni, la nuova cifra dell’epoca. In più la sensazione tragica che la democrazia e i suoi principii valgano soltanto per i garantiti e non per i perdenti della globalizzazione. Ancora la rottura del vincolo di società che aveva fin qui unito — nelle differenze — il ricco e il povero in una sorta di comunità di destino, mentre il primo può ormai fare a meno del secondo. Infine e soprattutto il sentimento di precarietà diffusa e dominante, la mancanza di sicurezza, la scomparsa del futuro e non solo dell’avvenire, la sensazione di una perdita complessiva di controllo dei fenomeni in corso: di fronte ai quali l’individuo è solo, immerso nel moderno terrore di smarrire il filo di esperienze condivise, vale a dire ciò che gli resta della memoria, quel che sostituisce l’identità.

E’ evidente come tutto questo favorisca un linguaggio di destra, una semplificazione demagogica, una banalizzazione antipolitica, uno sfogo nel politicamente scorretto e una via di fuga nell’estremismo, come mostrano i banchetti imbanditi coi cibi altrui da Le Pen e Salvini. In realtà, c’è uno spazio enorme per una riconquista della politica, se sapesse ritrovare una voce credibile e per la costruzione europea, se sapesse riscoprire l’ambizione di sé. Altrimenti varrà, a partire proprio dal Brexit, la profezia di George Steiner, secondo cui l’Europa ha sempre pensato di dover morire. Mentre ormai soltanto gli immigrati vedono nella nostra terra quel che noi non sappiamo più vedere: semplicemente “una dimora, e un nome”.

La Repubblica 25 giugno 2016

La violenza cresce nella società ineguale

di Armando Torno

Chi sono gli agenti dei recenti crimini di massa? Dal 13 novembre 2015, dopo le stragi di Parigi, via via sino a quanto è accaduto nella discoteca Pulse di Orlando pochi giorni or sono, senza contare gli attentati in Medio Oriente o altrove, il più delle volte conosciuti attraverso informazioni sommarie, la domanda se la sta ponendo ogni uomo civile. Se le risposte possono essere diverse e variare tra confessioni religiose e tendenze di parte, di certo siamo dinanzi a qualcosa che i sociologi non avevano previsto, i politici non supponevano e i fedeli mai avrebbero creduto. Eppure tale fenomeno legato alla violenza non è isolato. Sta diventando, con le paure e il suo carico tragico, il problema con cui dobbiamo fare i conti. Continuamente.

Qualcuno sostiene che la violenza è incancellabile nei fatti umani nonostante i progressi di biologia e genetica e che, nonostante gli sforzi tentati, essa continui a trovare ragioni per esprimersi e giustificarsi. D’altra parte non possiamo dimenticare che un secolo e qualche anno fa, nel 1909, uscivano anche in Italia le “Considerazioni sulla violenza” di Sorel, con una introduzione di Benedetto Croce: in quell’opera una parte era dedicata appunto alla “moralità della violenza”, o se si vuole al suo uso “lecito”. Le guerre, del resto, l’avevano legalizzata. E anche taluni movimenti culturali, primo fra tutti il futurismo, mai avrebbero pensato di condannarla. Nemmeno il socialismo lo aveva fatto. Per i massimalisti e per coloro che si ritroveranno in Russia nel primo Stato comunista, la violenza restava «la levatrice di ogni società antica, gravida di una nuova società» (così Marx nel XXIV capitolo del I libro de “Il Capitale); ed anche Engels non lo contraddisse esaltando nell’”Antidühring” la «funzione rivoluzionaria della violenza». È pur vero che dai padri del socialismo o dalle idee di Sorel tanta strada è stata percorsa, e figure come Tolstoj o Gandhi lo dimostrano, ma nei fatti la violenza resta.

Alain Badiou, pensatore e intellettuale francese nato in Marocco, uno dei teorici dell’”antifilosofia”, è convinto che i recenti massacri altro non siano che i «sintomi di una grave malattia del mondo contemporaneo nel suo insieme». Invita nel saggio “Il nostro male viene da più lontano” (appena tradotto da Einaudi, pagg. 96, euro 12) a «pensare le radici» di questa patologia per cercare di comprenderla, senza «cedere a scelte irrazionali». Difficile non essere d’accordo con lui, anche se passare dai propositi ai fatti resta la cosa più difficile quando è in gioco la violenza. Non è un mistero: il pacifismo va sempre considerato un percorso in salita e il secolo scorso ha dimostrato nuovamente che la politica e la guerra mantengono legami, anche quando sussistono le migliori intenzioni. L’Europa oggi crede di non avere più nemici e rifiuta, almeno nelle intenzioni, l’idea di violenza; di fatto la sta subendo, mentre non si capisce quale sia la sua politica. Potrà sembrare un paradosso, ma la realtà è facilmente comprensibile analizzando la semplice cronaca.

Di certo Badiou, del quale riporteremo qualche tesi, offre alcune riflessioni che possono essere poste in evidenza per il loro interesse. I terroristi che stanno facendo vivere quasi in uno stato di guerra aeroporti e luoghi d’incontro, nella loro pulsione distruttrice vogliono reprimere il desiderio di Occidente anche in loro stessi. E l’Occidente, da parte sua, ha sempre più castigato e impoverito la classe media, motore di buona parte dell’economia, che sopravvive tra la speranza di realizzare un modello di società ormai in via di estinzione e la paura dell’arrivo dei diseredati. L’islamismo di chi semina il terrore è considerato, almeno da Badiou, un fattore estrinseco delle loro azioni. Non ne avrebbero bisogno per giustificarle, giacché la violenza nasce dal vuoto della politica e dai continui egoismi, senza contare disorientamenti utopistici e altri dettagli della globalizzazione.

È pur vero, aggiungerà qualcuno, che è l’economia a scrivere l’agenda delle cose da fare, ma il suo lavoro è sempre meno supportato da personalità politiche che sappiano lasciare traccia in un’epoca. E la nostra è quella in cui la popolazione mondiale sta raggiungendo i sette miliardi e mezzo di persone, di cui «il cinquanta per cento non possiede nulla». Un proletariato già fortemente internazionalizzato sta interessando l’intero nostro pianeta, dalla Corea al Bangladesh, dal Mali agli arrivi in Europa. Si muove, chiede, si adatta o protesta, cerca migliori condizioni. Siamo sicuri che tutto può svolgersi senza violenza?

in “Il Sole 24 Ore” del 26 giugno 2016

 

 

in “Il Sole 24 Ore” del 26 giugno 2016

Fidarsi è meglio

di Nunzio Galantino

Avere fiducia. Dare fiducia. Guadagnarsi la fiducia. Godere della fiducia. Perdere fiducia. Tutte esperienze nelle quali il soggetto viene coinvolto al punto che la sua vita può uscirne fortemente ridisegnata. Chi ha fiducia e dona fiducia vive in maniera serena i frutti di questa reciprocità e non fa fatica a mettersi ragionevolmente in gioco. Perdere invece la fiducia altrui è l’anticamera della perdita di fiducia in se stessi e il primo passo per rinunciare a investire le proprie energie in una direzione qualsiasi. A differenza di quanto possa apparire, “fiducia” è una di quelle parole che viaggiando di bocca in bocca rischia di essere banalizzata, di perdere il suo significato o di vederlo stravolto. Grazie a chi investe sulla fiducia però può anche uscirne arricchita. Sempre comunque il lasciarsi contagiare dalla fiducia o il rifiutarla è problematico. La fiducia, che i Greci chiamano pistis, è, a seconda dei casi, la fede, la fedeltà, la credibilità, ma anche una garanzia economica che si offre a qualcuno. Ma è anche la personificazione della Lealtà (la dea Pistis). Il sostantivo femminile deriva dal maschile pistos, un termine ancora più deciso e forte che per i Greci rimanda in maniera chiara e senza equivoci a «colui che non tradisce». Eschilo, infatti, nell’Agamennone – dramma di guerra – conferisce solo al pistos il privilegio di stringere accordi. Nel Nuovo Testamento, in particolare in Giovanni, il termine viene esteso a tutti coloro che sono «pieni di fede». Il verbo greco (pisteuo), nella sua attestazione più tarda, ad esempio con il grammatico Polluce, crea collegamento fiducia-verità, per cui colui che è degno di fiducia diviene, quasi per sillogismo, «colui che dice il vero», e viceversa.

Il mondo latino, pur conservando la ricchezza semantica presente nel mondo greco, ha associato il termine “fiducia” all’ambito giuridico e a quello morale. La diversità tra quello che avviene nel mondo greco e la concezione che della fiducia si ha nel mondo latino trovano espressione nella diversa lettura che della vicenda di Medea danno il tragediografo greco Euripide e il latino Seneca. Nel primo, Medea rinfaccia a Giasone di aver oltraggiato la sua pistis; si sente infatti oltraggiata nella sua intimità; è stata tradita e mandata in frantumi la sua fedeltà. Nel latino Seneca, Medea si muove su un piano diverso: è pazza, secondo alcuni, ma non d’amore, è fuori di senno poiché la sua fides giuridica è stata tradita; l’oltraggio subito è un fatto sociale e non riguarda la sua intimità, come per la cultura greca; è stato tradito quel do ut des alla base dei legami matrimoniali antichi che prevedevano un accordo di natura giuridica fondato su uno scambio pratico, più che d’amore.

Papa Francesco, senza rifiutare questa distinzione, va oltre: «una famiglia in cui regna una solida e affettuosa fiducia, e dove si torna sempre ad avere fiducia nonostante tutto, permette che emerga la vera identità dei suoi membri e fa sì che spontaneamente si rifiuti l’inganno, la falsità e la menzogna» (Amoris laetitia, 115).

in “Il Sole 24 Ore” del 26 giugno 2016

Il Papa al memoriale degli armeni Sul genocidio è scontro con la Turchia

di Andrea Tornielli

Il momento più commovente del viaggio di Francesco in Armenia ha inizio di buon’ora. E più che di parole, è intessuto di sguardi, di lunghi silenzi, del suono struggente dei flauti e del dolore ancora scolpito sui volti dei figli e dei nipoti dei sopravvissuti. L’aria è tersa qui sulla «collina delle rondini», nel Tzitzernakaberd Memorial. Il mausoleo circolare è formato da dodici lastre di basalto inclinate, dal numero di province vittime del genocidio di cento anni fa, dove arde a cielo aperto la «Fiamma Eterna». Sullo sfondo si staglia, inconfondibile e innevato, il biblico Monte Ararat. Dopo aver parlato venerdì scorso del «Metz Yeghérn», il «Grande Male», Francesco rende omaggio con la preghiera al milione e mezzo di armeni sterminati.

È raccolto, silenzioso, commosso, partecipe della sofferenza che ha segnato indelebilmente la storia dell’intero popolo, la prima nazione diventata cristiana. Sosta a lungo in preghiera appena deposta una corona di fiori, dopo aver percorso a piedi insieme al Catholicos Karekin II l’ultimo tratto del viale che conduce al Memoriale circondato dai bambini che reggono cartelli raffiguranti i martiri. Straziante è il canto dell’inno «Hrashapar», che definisce le vittime «immagini autentiche dell’Agnello di Dio, che condotte al massacro, furono sacrificate» e «stavano davanti agli sbranatori imbestialiti per impeto irrazionale, eppure non aprirono le loro bocche, né per rinnegare il Signore, né la patria».

Lungo il percorso del giardino, Bergoglio innaffia un albero a memoria della visita. Poi si siede per firmare il «Libro d’Onore», su cui scrive parole sgorgate da dentro: «Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro». Parole delle quali il vice-primo ministro turco, Nurettin Canikli, rispondendo a una domanda nel corso di una conferenza stampa, ha detto che la scelta del Papa di parlare di genocidio dimostra una «mentalità da crociata».

I volti della memoria sono lì, accanto a lui. C’è il fratello del vescovo armeno cattolico di Gyumri, Raphael Minassian: il loro padre era uno degli orfani del genocidio, e venne salvato e ospitato con altre centinaia di bambini a Castel Gandolfo nel 1919, per volere di Benedetto XV. Quel Papa implorò il Sultano turco di proteggere gli armeni ed è ricordato con una lapide nel muro dei giusti. Francesco trascorre il resto della giornata nella seconda città dell’Armenia, Gyumri, devastata dal terremoto nel 1988, dove vive la più consistente comunità cattolica. Qui i sovietici chiusero tutte le chiese. Rimase aperta soltanto la cattedrale delle «Sette Piaghe di Maria». E gli armeni apostolici ospitarono il culto anche dei cattolici e degli ortodossi russi.

Nell’omelia dell’unica messa pubblica in Armenia il Papa spiega che l’amore è il «concreto biglietto da visita» del cristiano»: «altri modi di presentarsi possono essere fuorvianti e persino inutili». Alla fine della liturgia Francesco invita il Karekin II sulla papamobile e insieme benedicono la folla. Ma se l’inizio della giornata è struggente, è l’epilogo ad aprire alla speranza. Alle sette di sera, stanco, sudato e sorridente, ecco Bergoglio appena ritornato a Yerevan percorrere a piedi la Piazza della Repubblica a fianco del Catholicos, per la preghiera comune per la pace. Karekin II fa un discorso forte sul genocidio non riconosciuto dalla Turchia, auspicando la fine dell’embargo turco sull’Armenia e la fine delle «provocazioni militari» dell’Azerbaigian.

Il Papa risponde commemorando ancora il «Grande Male», definito scandendo con determinazione ogni sillaba, «immane e folle sterminio» e «tragico mistero di iniquità» che «brucia il cuore». Cita le sofferenze dei cristiani perseguitati, le guerre e il traffico di armi. Ma ricorda che «farà bene a tutti impegnarsi per un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta», chiedendo di percorre «sentieri nuovi» dove «le trame di odio» si trasformino in «progetti di riconciliazione» nella speranza che riprenda «il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh». La memoria non deve riaccendere conflitti ma favorire cammini di pace

in “La Stampa” del 26 giugno 2016

L’ipoteca dei vecchi sul futuro dei giovani

di Alessandro Rosina

Davanti a un mondo che cambia e diventa sempre più complesso si può reagire rimpiangendo vecchie sicurezze o impegnandosi a generare nuove opportunità. Le vecchie generazioni tendono a sovrastimare i rischi e a sottostimare il valore delle nuove sfide, ma faticano anche a trasmettere ai giovani stimoli e motivazioni per viverle essi stessi da protagonisti. Questo produce due conseguenze negative, l’ostilità verso i processi di cambiamento da parte dei più anziani e la mancanza di strumenti per orientare positivamente le scelte dei più giovani. Brexit è un esempio di decisione determinata dal peso dei primi ma destinata a pesare sul futuro dei secondi, i quali subiscono in parte impotenti e in parte inconsapevoli. Chi ha vissuto gli effetti delle guerre mondiali, aveva in mente un’Unione in grado di garantire pace e stimolare relazioni di collaborazione. Gli accordi commerciali e l’allargamento ad Est dopo la caduta del muro di Berlino sono stati impegni accolti con favore dalle generazioni vissute durante la guerra fredda.

Acquisiti questi risultati, ci troviamo oggi con un progetto non più sorretto dai motivi iniziali, non più appassionante per le generazioni più mature, non aiutato a diventare coerente con le sfide dei tempi nuovi e con le aspettative delle nuove generazioni. I dati di varie indagini mostrano in modo concordante come esista un forte atteggiamento critico dei giovani su come è stato sinora realizzato il progetto europeo. Anziché però essere la generazione che lo vede crollare vorrebbero essere quella che lo aiuta a realizzarsi in modo compiuto facendogli acquisire centralità nel mondo.

La maggioranza dei giovani vedrebbe positivamente un’evoluzione verso gli Stati Uniti d’Europa, non come insieme di paesi vincolati a stare uniti, ma come casa comune nella quale è più facile costruire relazioni positive ed è promosso attivamente il confronto tra culture ed esperienze diverse. I dati di un approfondimento internazionale condotto a luglio 2015 nell’ambito del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo, mostrano come questo tipo di Europa sia visto favorevolmente anche tra gli under 30 inglesi: quasi il 60 per cento considera importante la possibilità di viaggiare senza vincoli e fare esperienze di studio e di lavoro in altri paesi europei. Gli stessi dati evidenziano però anche la presenza di una fascia consistente di giovani che si sente esclusa dalle nuove opportunità e che di fronte alla crisi, alle difficoltà occupazionali, all’impatto dell’immigrazione, non ha visto dalle istituzioni europee risposte rassicuranti e convincenti.

La Gran Bretagna può anche rimanere fuori dall’Unione ma non possiamo lasciare le nuove generazioni fuori dal futuro che desiderano costruire. Il trauma di Brexit ci suggerisce allora di agire con più determinazione in due direzioni. La prima è quella di migliorare non solo l’inclusione dei giovani, ma ancor più la possibilità di coinvolgerli come parte attiva nella costruzione di un nuovo modello sociale comune. Il punto di partenza è un servizio civile europeo fortemente orientato alle competenze sociali e interculturali. La seconda è la necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di un ottantenne valga come quello di un ventenne su temi che condizionano soprattutto il futuro di quest’ultimo. Tanto più in un’Europa che invecchia e che vede il peso elettorale dei primi aumentare e quello dei secondi diminuire. Varie soluzioni sono possibili, difficili però non solo da realizzare ma anche da prendere semplicemente in considerazione in una società in cui la difesa di vecchie sicurezze fagocita tutto, compreso il futuro dei giovani.

L’autore è docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano e curatore del “ Rapporto giovani 2016” dell’Istituto

in “la Repubblica” del 26 giugno 2016

Ricucire la società con l’esempio e la misericordia

di Nunzio Galantino *

La nostra cultura – alcuni la chiamano post-moderna – non è ancora riuscita a farci perdere il gusto di frequentare luoghi, vivere esperienze ed “incontrare” persone.
Non è riuscita ancora a scipparci la capacità di ricavare dai luoghi frequentati e dalle persone incontrate la voglia di osare, di “andare oltre”. Non è riuscita – la cultura post-moderna – a neutralizzare del tutto la voglia di scommettere sul nuovo e di investire sull’inedito. A dispetto dei luoghi comuni e del sempre più dilagante politicamente corretto.
I “confini” da me frequentati nei giorni scorsi hanno contribuito a dirmi che sono ancora tanti gli spazi sfuggiti alla morsa della cultura dell’indifferenza o a quella ancora più devastante, sul piano sociale, del fatalismo. Vi sono spazi – dentro le persone, prima che intorno ad esse – nei quali è ancora possibile scommettere e osare l’inedito o soltanto provare a “cucire” un tessuto esistenziale e sociale sfilacciato, se non proprio ridotto a brandelli. I luoghi che mi hanno confermato in queste mie convinzioni e che mi hanno convinto a condividerle sono luoghi spesso portati all’onore della cronaca per fatti negativi. Eppure l’ordinarietà in essi vissuta mi ha portato per altre strade e mi ha suggerito considerazioni realisticamente improntate alla speranza.
Chi non conosce la Locride? Chi non è attraversato subito, sentendone parlare, da un moto di sospetto indotto e forse anche di paura? Vi sono stato per inaugurare “Casa San Luigi”: un’opera segno dell’Anno giubilare della Misericordia. La Chiesa locale l’ha concepita e realizzata come risposta concreta all’invito più volte rivolto da papa Francesco, che chiede di non ridurre l’Anno giubilare a riti, parole e gesti occasionali e senza futuro. Francesco continua a chiedere di rivestire di carne le intenzioni e a dare continuità alla decisione di contribuire a rendere vivibile questo nostro mondo. «Siate misericordiosi come il Padre» (Lc 6, 36) è il ritornello evangelico che in maniera affettuosamente ossessiva ci va ripetendo.
È solo accogliendo questo invito che la Chiesa si riporta al cuore della sua fede e giustifica così la sua esistenza. Mi convinco sempre di più che la misericordia è una virtù “laica”. Essere misericordiosi infatti vuol dire, letteralmente, avere il cuore orientato verso la miseria; avere cuore e occhi che non girano alla larga dalla sofferenza e dalla fatica di vivere di tanti nostri fratelli. E, da queste parti, la fatica di vivere segna la storia di intere famiglie e di intere comunità cittadine, fino a suggerire ai più di provarci altrove. Con questa realtà sullo sfondo ho vissuto il mio soggiorno nella Locride, invitato a inaugurare “casa San Luigi”, proprio nel giorno della memoria liturgica del rampollo dei potenti Gonzaga, che scelse di entrare a far parte della Compagnia di Gesù, rinunziando alla vita di corte. Attingendo ai fondi dell’8×1000, ha preso corpo anche qui una risposta concreta all’invito di Gesù («Siate misericordiosi») e di papa Francesco.
A Locri si è scelto concretamente di farsi carico e di rispondere a una fragilità particolare, quella che vivono i familiari dei detenuti e di persone ospedalizzate, i senza fissa dimora e gli immigrati, offrendo loro la possibilità di un luogo in cui elaborare la sofferenza e ritrovare la voglia di non arrendersi. Una realtà e una risposta, quindi, che guarda in faccia a un bisogno normalmente ignorato e che cerca di mettere in moto l’unica pratica necessaria oggi, a tutti i livelli, se si vuole davvero ripartire: il bisogno di “cucire” relazioni. «Dobbiamo essere capaci di fare insieme la cucitura del Paese – scriveva Domenica scorsa il direttore Napoletano – altrimenti non ce la faremo in quanto la sfiducia è contagiosa e, alla fine, blocca anche chi vuole correre». Sono pienamente d’accordo col Direttore, soprattutto se l’impegno per “cucire” il Paese, oltre ad attraversare il mondo dell’impresa, la ricostruzione industriale ed il servizio reso attraverso l’impegno politico, porta anche a interessarsi in maniera sempre più evidente della sorte di chi, per un motivo o per un altro, proprio non ce la fa.
E allora, se condivido l’invito a far sì che «questa potenza del Nord contagi il Sud», ritengo anche necessario che si inneschi un processo che dal nostro Sud contagi il nostro Nord. E il Sud, lo sappiamo, non ha più voglia di esportare lamentele e fatalismi di vario genere. E se c’è gente che ancora lo fa è perché fa fatica a sentire come affidati a sé quei fili che permettono di cucire o ricucire la trama di vita che tanti egoismi preferiscono tenere strappata. Che bello poter “cucire” il nostro Paese con i fili dell’audacia industriale e con quelli di una ritrovata voglia di protagonismo, che sa spendersi nell’indicare e realizzare percorsi di ricostruzione della dignità delle persone! Insieme. Come ho visto fare a Bovalino, nel “Centro don Puglisi” e a Gerace, splendido e antico centro bizantino del quale parla lo storico Strabone; e come ho potuto toccare con mano a Crochi, piccola contrada di Caulonia situata nell’entroterra della Locride. Dopo aver conosciuto l’impegno di Suor Carolina, stretta collaboratrice del prete palermitano ucciso dalla mafia, ho incontrato due realtà monastiche. Realtà diverse tra loro, ma tutte animate da una medesima aspirazione: ricercare i fili necessari per “cucire” un tessuto sociale, civile e religioso fortemente provato. Ho letto (Mujà. Dall’eremo) che il monaco (a Gerace e a Crochi in verità vi sono “monache”) «è l’uomo della trasfigurazione. Non lo è nel senso che egli appare agli altri come trasfigurato…È l’uomo della trasfigurazione nel senso che gli è dato il potere di trasfigurare la realtà umana di cui e in cui vive mediante la conversione del cuore e l’amore per ogni vivente». Ecco: “cucire” e “trasfigurare”.

Due azioni che possono davvero aiutarci a superare il senso di impotenza che paralizza. Le due realtà monastiche visitate nella Locride mi confermano che uomini e donne che amano possono trasformare un rudere (la Chiesa di Santa Sofia o della Ss. Trinità) in un luogo di vita e di incontro che riesce a cucire e/o ricucire storie di vita; come la vita della stessa Mirella, la monaca eremita approdata in Calabria dopo aver studiato in Germania, aver studiato e insegnato a Parigi ed essersi dedicata alla ricerca universitaria in letteratura comparata. Ora le sue giornate vengono scandite dalla preghiera, dalle relazioni e dalla creazione di icone. La comunità di Crochi è più numerosa. Qui si capisce quanto sia integrale la forza “trasfigurante” del monaco, come lo è stata tutta la grande tradizione monastica.
Un rudere che giorno dopo giorno sta diventando dignitoso luogo di accoglienza anche col contributo degli abitanti del luogo, un territorio senza o con pochi punti di riferimento che col tempo sta imparando a considerare il monastero posto nel quale entrare senza bussare, dal momento che non vi sono cancelli di protezione, donne (le monache) che con l’arte di dipingere icone mostrano la forza trasfigurante della bellezza a un territorio e in un territorio che conosce prevalentemente la razzia delle cose e quella ancora più devastante della dignità delle persone. Sono i frutti che raccoglie giorno dopo giorno il Laboratorio di Spiritualità e Tecnica dell’Icona “la Glikophilousa”.
È proprio vero: una terra – come ogni persona – rinasce se cambiano le prospettive culturali che ne orientano il cammino e ne animano le progettualità.

* Nunzio Galantino è segretario generale della Cei

in “Il Sole 24 Ore” del 25 giugno 2016