Archivio mensile:maggio 2016

Emergenza migranti il rischio della tenaglia

di Lucio Caracciolo

Le migrazioni rischiano di trasformare l’Italia in una pentola a pressione. Per il convergere di tre fattori: i crescenti flussi da sud e da est; i severi controlli anti-migrante lungo le frontiere alpine; soprattutto, la deriva xenofoba che la retorica dell’”invasione” minaccia di suscitare nel nostro paese, con gravi conseguenze per la pace sociale e l’ordine pubblico.

Gli oltre 14 mila sbarchi in tre giorni hanno fatto saltare la catena degli hot spot e indotto il ministero dell’Interno a emanare una circolare di emergenza per il trasferimento provvisorio di 70 migranti in 80 province (a proposito: non volevamo abolirle?). Nella frenesia da campagna elettorale la Lega e altre destre hanno evocato lo spettro del “genocidio”, ovvero la “sostituzione etnica” degli italiani che si presumono “puri” con gli “impuri” lanciati da qualche misteriosa entità (immaginiamo pluto-giudaico- massonica) alla conquista dello Stivale.
Restiamo ai fatti. Dall’inizio dell’anno a oggi sono sbarcate sulle nostre coste 47.740 persone, il 4,06% in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Quasi tutte provenienti dall’Africa subsahariana e dall’Eritrea via porti della Tripolitania ormai somalizzata e, in qualche caso, dell’Egitto. L’effetto “invasione” non è dunque dato dal totale degli sbarchi ma dalla loro concentrazione nel tempo e nello spazio. Oltre che dalla smisurata eco mediatica.
Questo non garantisce affatto il futuro: sappiamo che centinaia di migliaia di migranti economici e ambientali, oltre che di richiedenti asilo, attendono di raggiungere l’Unione Europea. In particolare la Germania e i paesi nordici, dove le opportunità di impiego e le garanzie di assistenza sono nettamente superiori a quanto offra l’Italia. Ed è anche probabile che la chiusura della rotta balcanica — ammesso che l’accordo Merkel- Erdogan non salti — finisca per deviare i migranti in fuga dalle guerre mediorientali verso il Canale di Sicilia.
Qui sta il rischio. Se all’aumento della pressione migratoria dovessero corrispondere controlli più aggressivi alle frontiere con Austria e Francia, o addirittura la loro temporanea chiusura, l’Italia si troverebbe compressa in una micidiale tenaglia. Non è scenario di fantasia. Il ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, ha ricordato che tra pochi mesi il suo paese raggiungerà la soglia massima prestabilita per i richiedenti asilo, il che provocherà il respingimento (in Italia) degli aspiranti rifugiati. E il fermento a Ventimiglia, dove un parroco ha accolto in chiesa un centinaio di migranti (più di quanti il Viminale ne abbia assegnati a una provincia intera), non promette nulla di buono, viste anche le costanti frizioni franco-italiane.
La Francia è infatti in prima linea nel pretendere dall’Italia non solo più hot spot (abbiamo promesso che ne apriremo altri), ma anche più centri di identificazione ed espulsione: in parole povere — ma terribili — campi di concentramento. Qui si devono trattenere gli “irregolari” in attesa di espulsione — ovvero persone che non hanno commesso alcun reato — in condizioni spesso rivoltanti. Il governo di Roma resiste a tali pressioni per ragioni anzitutto umanitarie. I partner nordici insistono, arrivando a minacciare procedure d’infrazione europea, peraltro prive di base giuridica.
Renzi finora resiste. Sul fronte interno, respingendo l’offensiva xenofoba. In campo europeo, rilanciando con il suo migration compact. Aiutiamo gli africani a casa loro, così dovremo soccorrerne di meno a casa nostra. Giusto. Il presidente della Commissione, Juncker, ha risposto con una lettera di plauso. Punto. Siamo e probabilmente resteremo alle buone intenzioni. Fatti zero. Di qui due conclusioni — una per l’immediato, l’altra per la prospettiva.
Primo: c’è un’emergenza umanitaria nel Mediterraneo. Se non l’affrontiamo, i morti solo quest’anno potrebbero essere migliaia. Marina e Guardia costiera italiana stanno facendo miracoli, di cui forse non siamo abbastanza consapevoli. Con l’aiuto di Forze armate di altri paesi, di organizzazioni umanitarie e internazionali, oltre che di semplici volontari, il raggio d’azione delle operazioni di salvataggio può essere allargato. In attesa di allestire canali migratori umani, regolati ed economici, che mettano all’angolo gli scafisti. Il primo diritto umano è quello alla vita. Dopo

averlo tanto predicato, è il momento di praticarlo.
Secondo: l’Europa non ci salverà. L’Italia deve attrezzarsi ad affrontare la questione migratoria — non l’emergenza di un giorno: la normalità dei prossimi decenni — con i propri mezzi. Ciò significa investire in infrastrutture per l’accoglienza e per l’integrazione, a meno di non accettare che il Belpaese si sfiguri in arcipelago di ghetti. Con annessi lager. La Germania, scartando per una volta dal dogma antikeynesiano, ha appena varato misure analoghe per decine di miliardi, sulla cui ripartizione già s’azzannano governo centrale e Laender. È urgente che l’Italia si doti di una sua legge per l’integrazione e che mobiliti le risorse economiche, culturali e politiche necessarie. Perché qui si gioca il futuro della nostra comunità. Se falliremo, non avremo prove d’appello.

in “la Repubblica” del 31 maggio 2016

Perché dobbiamo accogliere i profughi

di Emma Bonino

I paesi europei stanno accettando e integrando i migranti nelle loro società. Dunque la mia domanda è: perché non più siriani? E, parimenti, perché non più iracheni, afgani o somali? È per una questione di razzismo? È perché si sospetta che siano un rischio per il terrorismo? Oppure non sono considerati del tutto capaci o qualificati? Queste sono domande a cui i leader europei devono iniziare a rispondere per poter superare l’emergenza profughi.

L’Europa è ben consapevole delle conseguenze a livello strutturale, con un drammatico declino demografico in Germania, Italia e Spagna, giusto per nominarne alcuni. Nel 2014, i Paesi europei hanno accolto e integrato con successo circa 2,3 milioni di profughi, riunendoli alle loro famiglie e offrendo permessi di lavoro e un’istruzione. In effetti, il Regno Unito è stato il Paese migliore nell’integrazione dei migranti, accogliendone 568.000 solo nel 2014, provenienti anche dagli Stati Uniti, dall’India, dalla Cina e dal Brasile. Ma quanti dalla Siria? Quasi nessuno. Persino il mio Paese, l’Italia, ha integrato più di 200.000 persone nel 2014. Eppure molti europei continuano a negare l’accoglienza a rifugiati e migranti causati dall’“emergenza” lungo i confini meridionali del continente.

Abbiamo bisogno di più immigrati, di tutti i tipi. Non di meno.
Una volta che i rifugiati raggiungono l’Europa, deve esserci una politica d’integrazione efficace che eviti errori passati. Bisogna investire negli alloggi, nell’educazione, nella formazione linguistica e professionale per evitare una futura alienazione o privazione. L’Europa non può permettersi di continuare il suo approccio scoordinato e miseramente inadeguato alla realtà dell’immigrazione. Il nostro fallimento nel gestire efficacemente l’ingresso e l’insediamento di rifugiati e migranti ha aggravato il problema, creando una grave crisi politica.
Nell’assenza di un piano generale per la gestione e la distribuzione dei richiedenti asilo, le nazioni europee sono andate nel panico. Molte di loro hanno installato rigidi controlli di frontiera, alla ricerca di capri espiatori.
La Grecia, che ha attraversato una lunga fase di tensione economica prima dell’attuale crisi, è stata presa di mira per aver fallito nell’identificazione e nell’alloggiamento dei rifugiati. È assurdo pretendere che il Paese si faccia carico di questo fardello da solo. L’Ue ha garantito 509 milioni di euro per il programma nazionale della Grecia (2014-2020), oltre a degli aiuti addizionali per un totale di 264 milioni, per aiutare il Paese a gestire l’afflusso di migranti. Tuttavia, alcuni stati membri non hanno pagato la loro parte. Questa mancanza di solidarietà sta aggravando la crisi e fa sì che la Grecia non abbia le risorse necessarie per identificare ogni migrante e per determinarne il diritto d’asilo. Questo processo d’identificazione richiede più operatori sociali, interpreti e giudici, che l’Europa ha promesso ma a cui non ha ancora provveduto.
Se è vero che c’è stata una mancanza di leadership in questa situazione, è altrettanto vero che alcuni interventi positivi sono stati fatti. Ad esempio, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha coraggiosamente aperto le porte ai rifugiati (o, per dirla con le sue stesse parole, si è semplicemente rifiutata di chiudere le porte). È stata accusata e criticata per “aver scelto i rifugiati”, favorendo in particolare quelli siriani per la loro tendenza a venire formati e istruiti meglio. Perlomeno ha mantenuto aperto il confine tedesco per identificare i nuovi arrivi, e vorrei incoraggiare altri stati dell’Unione Europea a seguire lo stesso esempio.
In Italia possiamo essere orgogliosi delle vite salvate grazie all’operazione Mare Nostrum nel Mediterraneo. Il programma ha salvato più di 140.000 persone in meno di un anno, prima che fosse ufficialmente chiuso alla fine del 2014. Stiamo continuando con le operazioni di ricerca e salvataggio su una scala molto più ridotta, grazie all’impegno della Guardia costiera italiana, delle associazioni di pescatori e delle Ong.
Una missione appropriata nel Mediterraneo dovrebbe comprendere un programma attivo di ricerca e salvataggio, seguendo il fortunato esempio di Mare Nostrum, al fine di affrontare i prossimi mesi e anni di questa crisi. Il pensiero di perdere vite in mare è assolutamente inaccettabile.

Le istituzioni europee hanno bisogno di migliorare le loro capacità di previsione per identificare i segnali d’allarme d’instabilità politica e di potenziali conflitti, e prendere iniziative adeguate per aiutare gli stati vulnerabili prima che un altro esodo di massa inizi. Un Paese a rischio è l’Algeria, caratterizzato da un conflitto sociale esteso, un sistema politico chiuso e una corruzione dilagante. Non c’è alcun successore vivente al presidente Abdelaziz Bouteflika. Considerando tutto il disordine in Libia e negli altri Paesi vicini, è lecito descrivere l’Algeria come una bomba pronta a esplodere. L’Europa non sta facendo abbastanza per prevedere e impedire un potenziale scoppio e le inevitabili conseguenze sulle migrazioni che ci sarebbero per il nostro continente.

Ci sono innumerevoli complicazioni riguardanti la crisi odierna, incluso le modalità di separazione dei rifugiati dai migranti economici. È una distinzione tanto importante quanto non sempre facile da fare. Prima di tutto, la maggior parte di queste persone arriva qui senza documenti. Uno potrebbe dire di provenire dall’Eritrea, per esempio, ma come si potrebbe stabilire se questo sia vero oppure no? In secondo luogo, come dovrebbe essere classificata questa persona, come un rifugiato o come un migrante economico? È indubbiamente molto difficile.

Possiamo costruire un sistema più razionale per affrontare le varie sfide, ma solo se prima plachiamo l’isterismo che sta colpendo l’Europa. Milioni di persone stanno sfuggendo alla guerra, alla repressione, alla tortura e alle minacce di morte. Prima di tutto, la politica dei profughi deve salvaguardare le vite umane.
È un problema globale e non limitato al Mediterraneo. Aiuta a riflettere sulle situazioni negli altri Paesi: la Tunisia ha accolto un milione di libici in una popolazione di circa undici milioni di abitanti; il Libano ha accolto più di un milione di siriani in una popolazione di circa quattro milioni di abitanti. Come può l’Europa non dimostrare lo stesso spirito generoso nel dare il benvenuto a coloro che fuggono da questi orrori?

Emma Bonino, ex ministro degli Affari Esteri e commissario europeo per gli Aiuti umanitari è membro del consiglio di amministrazione dell’International Crisis Group

in “la Repubblica” del 26 maggio 2016

Il Papa e l’imam Tayyib un passo avanti nel dialogo spirituale

di Andrea Riccardi

Il Papa ha incontrato in Vaticano il grande imam dell’Università cairota di Al Azhar, Ahmed Al Tayyib. È un passo importante, ma non l’inizio d’una «santa alleanza» tra religioni. L’incontro è stato a lungo ricercato dal Vaticano: c’era incomprensione tra le due parti dopo l’incidente di Ratisbona nel 2006, quando Benedetto XVI citò una frase dell’imperatore bizantino Manuele Paleologo su Maometto, apparsa offensiva a molti musulmani (causa di proteste e di qualche atto violento verso i cristiani). Al Tayyib è divenuto grande imam nel 2010 e ha ereditato la tensione con il Vaticano. È consapevole, nonostante il carattere schivo, di essere la più alta autorità sunnita e ha voluto un incontro non formale con il Papa.

Al Azhar è il massimo riferimento per i sunniti, dopo che Kemal Atatürk abolì il califfato nel 1924. Non a caso, novant’anni dopo quel fatto, nel 2014 alBaghdadi s’è proclamato califfo. Al Azhar, da parte sua, ha condannato l’Isis. La più che millenaria Università ospita studenti da tutto il mondo islamico e l’imam è la personalità più autorevole tra i sunniti. Beninteso questo mondo non ha gerarchie, come invece quello sciita. Spesso i leader sunniti denunciano la tendenza dei religiosi (fondamentalisti), senza studi, ad autoproclamarsi guide. Tayyib ha studiato in Egitto e in Francia. Non è un modernista filoccidentale: il suo linguaggio e il suo pensiero sono interni al mondo orientale. Respinge la qualifica di «musulmano moderato» (una creazione massmediatica per marcare la differenza dagli estremisti). Ma ha un’ascendenza sufi e spirituale, provenendo da una confraternita popolare del Sud Egitto, tutt’oggi guidata da suo fratello. Un fatto biografico rilevante. Del resto ha mostrato la sua fibra spirituale, dimettendosi da gran muftì d’Egitto, poco dopo la nomina, per non validare le pene capitali. Durante il governo dei Fratelli Musulmani, non nascondeva le perplessità sull’Islam politico. Il prestigio dell’Università di Al Azhar è cresciuto con la sua guida.

Nel Novecento i re egiziani e Nasser l’avevano messa sotto controllo. La nomina del grande imam era governativa. Ora Tayyib ha imposto che sia elettiva da parte dei leader religiosi, il che rafforza Al Azhar nel mondo. Buoni sono i rapporti di Tayyib con i cristiani in Egitto. Ha visitato il patriarca copto per Pasqua. Compare spesso accanto a lui e ad altri religiosi, quasi come un comitato per i momenti di crisi. Conosce il mondo cristiano e segue Francesco, che stima molto. È arrivato lentamente all’incontro con lui per il suo stile ma anche per il rifiuto della politica della photo opportunity . L’incontro vaticano tra i due leader ha avuto il carattere di colloquio spirituale e d’amicizia.

Entrambi non credono alla «santa alleanza» delle religioni, ma agiscono per accrescere la simpatia tra i credenti. Oggi l’Islam vive una crisi lacerante: i musulmani si uccidono tra loro (sunniti e sciiti; sunniti contro sunniti). Sembra la fitna, implosione e guerra interna, parola araba per indicare una situazione molto negativa dell’Islam. Tayyib invece opera per rafforzare una piattaforma religiosa, critica della violenza e verso l’integrismo dei Fratelli Musulmani e dei salafiti, fondata sulla tradizione e sul consenso della comunità islamica. È protagonista di un paziente lavoro tra i musulmani, fatto di viaggi, studi, incontri. Sa che il dialogo con l’Occidente è necessario: «L’Occidente si liberi della sua arroganza, l’Oriente del suo sospetto» — ha auspicato a Firenze nel 2015. Il dialogo tra cristiani e musulmani resta difficile. Non può essere sui temi teologici, come s’è visto a Ratisbona. Non consiste in manifestazioni o manifesti, che fanno clamore sui media ma non sono incisivi nell’opinione musulmana. Il settantenne imam è però portatore d’un modello egiziano di convivenza tra cristiani e musulmani. Tensioni non sono mancate in Egitto, ma lui ha difeso il «vivere insieme». Francesco è l’interlocutore adatto: a Buenos Aires, ha praticato l’amicizia spirituale e s’è fatto accompagnare nel viaggio in Terra Santa da un rabbino e un imam.

Non ci si deve aspettare una svolta clamorosa da questo incontro vaticano, ma il rafforzamento dello spirito di simpatia. Del resto sono ormai trent’anni dalla preghiera della pace voluta da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986: gli incontri sono stati tanti, ma c’è oggi la necessità di legami veri e responsabili tra religiosi in un mondo inquinato di violenza, spesso in nome della fede. E quello tra Francesco e Tayyib segna un passo nel senso di un colloquio vero.

in “Corriere della Sera” del 24 maggio 2016

Messaggio del Presidente nell’anniversario della strage di Capaci

Sergio Mattarella

«Il 23 maggio è una data incancellabile per gli italiani. La memoria della strage di Capaci – a cui seguì la barbarie di via D’Amelio in una rapida quanto disumana sequela criminale – è iscritta con tratti forti nella storia della Repubblica e fa parte del nostro stesso senso civico. Un assassinio, a un tempo, che ha segnato la morte di valorosi servitori dello Stato, e l’avvio di una riscossa morale, l’apertura di un nuovo orizzonte di impegno grazie a ciò che si è mosso nel Paese a partire da Palermo e dalla Sicilia, grazie alla risposta di uomini delle istituzioni, grazie al protagonismo di associazioni, di giovani, di appassionati educatori e testimoni.
In questa giornata altamente simbolica desidero esprimere la mia vicinanza e la mia gratitudine a tutti voi presenti nell’aula bunker, a chi non si è mai scoraggiato nella battaglia contro le mafie, contro l’illegalità e contro la corruzione, a chi lo ha fatto a costo di sacrificio personale e a chi ha compreso il valore della cultura della legalità, che vive anzitutto nell’agire quotidiano.
Ringrazio, in particolare, Maria Falcone, dalla cui passione è scaturita una grande energia positiva, che contribuisce a sostenere reti di cittadinanza attiva e prosciugare così quel retroterra in cui la criminalità e il malaffare cercano di piantare le proprie radici.
Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario del maxiprocesso ai vertici di Cosa Nostra, frutto di un lavoro di qualità, intelligenza, impegno straordinari, di cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono artefici essenziali. L’evidenza giudiziaria della mafia, e le numerose condanne sancite nelle sentenze, travolsero antiche omertà e ipocriti opportunismi, offrendo allo Stato e alla comprensione degli italiani quanto esplicito e intollerabile fosse l’attacco alla democrazia e alla convivenza. Il maxiprocesso fu una pietra angolare, premessa anche di quella mobilitazione delle coscienze che si manifestò dopo gli assassini di Falcone, di Borsellino, di Francesca Morvillo, degli uomini e delle donne delle scorte, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano.
Il maxiprocesso ha dimostrato come lo Stato sappia reagire. Come gli anticorpi della mafia siano presenti nelle istituzioni e agiscano grazie all’opera di magistrati e di uomini delle forze dell’ordine.
Il 23 maggio dello scorso anno, insieme a molti di voi, ho ascoltato alcune letture di studenti palermitani. Una di queste era una citazione di Giovanni Falcone: “la mafia non è affatto invincibile. Si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. E’ questo il nostro obiettivo. Per realizzarlo occorre che la società sia viva, che la scuola aiuti a formare giovani cittadini attivi e responsabili, che la cultura sia un patrimonio accessibile e offra opportunità a tutti, che lo sviluppo economico riduca e allarghi la forbice delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali.
Il vostro impegno di oggi è una garanzia che questo percorso di riscossa contro le mafie proseguirà. Con questo spirito vi rivolgo il mio più cordiale saluto e augurio».

Roma, 23 maggio 2016

Scambiarsi valori e doni (reciprocità)

di Nunzio Galantino

«L’allievo Tse Kung chiese: “Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è reciprocità”» (Confucio). Dal latino recus (indietro) e procus (avanti), Reciprocità evoca movimento e necessita di collaborazione perché il movimento stesso non sia fine a se stesso e perché il dinamismo che lo caratterizza possa volgere in positivo. La reciprocità può essere esercitata a due livelli: uno materiale ed uno che si colloca su un piano più spirituale. Vi può essere reciprocità, ad esempio, nello scambio di doni: esperienza quindi di movimento e di arricchimento reciproco; o addirittura, come capita in alcune tradizioni africane, la reciprocità è l’esperienza che tiene in vita una relazione. In alcune popolazioni africane infatti la reciprocità – resa col termine Hxaro – viene così esplicitata: «… quando prendo un oggetto di valore te lo cedo. Quando tu trovi qualcosa di buono, me lo dai. Quando poi io trovo qualcos’altro di buono, te lo do, e così trascorriamo gli anni insieme». La reciprocità non si limita allo scambio materiale, anzi questo ha senso solo grazie al valore e all’intenzione che si accompagnano al dono e solo grazie al pieno coinvolgimento dei soggetti che donano. La reciprocità esige un coinvolgimento che provoca cambiamento e … contaminazione. Il termine tedesco Gegenseitigkeit che traduce l’italiano Reciprocità arriva a contenere la necessità del cambiamento nei soggetti che vivono l’esperienza della reciprocità, tanto che il termine tedesco può essere così reso: «Io non sono più quello che ero prima di incontrare te, tu non sei più quello che eri prima di incontrare me». È l’esplicitazione più significativa di ciò che è la reciprocità. Espressione massima della reciprocità è l’amore, inteso come scambio o meglio come comunione di sentimenti e di intenti fino all’attenzione e alla cura piena e vicendevole del progetto di vita dell’altro. Nell’esperienza piena della reciprocità, la vita dell’altro mi interessa e permette di dar vita a situazioni inedite: da soli siamo un filo, insieme diventiamo tessuto. Il filo non copre, non scalda, il tessuto sì. Tra la definizione materiale e quella spirituale della reciprocità trova spazio la reciprocità come atto di fede. È quello che capita quando non si chiedono e non si offrono garanzie per quello che ci si scambia: doni materiali o valori. Nella reciprocità-atto di fede non importa quello che si guadagna mentre si dona. Se dovessi scegliere un’immagine della reciprocità piena sceglierei quella biblica della Trinità. «Se il nostro Dio non fosse Trinità, vale a dire incontro, relazione, comunione e dono reciproco, sarebbe un Dio da delusione, assente e distratto. Ma Dio è estasi, cioè un uscire-da-sé in cerca d’oggetti d’amore» ( E. Ronchi).

in “Il Sole 24 Ore” del 22 maggio 2016

I vescovi e il prete che «sogna» Francesco

Bruno Forte

È stato un discorso importante, quello che Papa Francesco ha tenuto aprendo l’Assemblea dei vescovi italiani lunedì 16 maggio, non solo perché il Primate d’Italia (tale è il Vescovo di Roma) parlava ai “suoi fratelli” nell’episcopato, dimostrando loro attenzione e desiderio di condividere il peso delle loro responsabilità, ma anche per il tema, l’immagine del prete che Francesco “sogna” per la nostra società complessa, al tempo stesso dalle profonde radici cristiane e pervasa da un profondo processo di secolarizzazione.

Egli stesso ha detto di non voler offrire una riflessione sistematica, quasi un manifesto teorico sulla condizione dei sacerdoti oggi in Italia: ciò che ha tracciato è piuttosto un affresco a tinte forti, un “sogno” di fede e d’amore, che stimoli a leggere il disegno di Dio sulla Chiesa e i sacerdoti nella luce del tempo presente, delle risorse e delle sfide che lo caratterizzano.

Sono tre le domande che il Papa ha voluto porsi, invitando i Vescovi a riflettere con lui in un comune esercizio di ascolto e di contemplazione, capace di tradurre per l’oggi i grandi orizzonti tracciati da Paolo VI nel documento cui Francesco ha dichiarato spesso di ispirarsi, l’Evangelii Nuntiandi dell’8 dicembre 1975, in cui il Papa del Vaticano II e delle immani sfide del post Concilio prega affinché «il mondo del nostro tempo possa ricevere la Buona Novella … da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore» (n. 80).

La prima domanda che Papa Francesco si è posto riflettendo sulla figura del sacerdote “che irradi fervore” è stata: che cosa ne rende saporita la vita? La sua risposta parte dalla considerazione dei profondi mutamenti avvenuti nel contesto culturale negli ultimi decenni: «Anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca… nel nostro ministero quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare! Quante relazioni ferite! In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello». È su questo sfondo che il Papa “sogna” la vita del presbitero: essa «diventa eloquente», se accetta di essere «diversa, alternativa». Ecco esplicitato in che senso: «Come Mosè, il prete è uno che si è avvicinato al fuoco e ha lasciato che le fiamme bruciassero le sue ambizioni di carriera e potere. Ha fatto un rogo anche della tentazione di interpretarsi come un devoto, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco. È scalzo, il nostro prete, rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa. Non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato».

La sorgente per un simile stile di vita non può essere che quella di un grande amore: «Il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza. Sa che l’Amore è tutto. Non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione». Il segreto di un tale stile sta nel profondo legame con Gesù Cristo: «È il rapporto con Lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio».
La seconda domanda che Francesco si è posto riguardo al presbitero che opera oggi in Italia è stata: «Per chi impegna il suo servizio?» La risposta muove dalla constatazione che «il presbitero è tale nella misura in cui si sente partecipe della Chiesa, di una comunità concreta di cui condivide il

cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato. Questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona». Qui il Papa ha citato Dom Hélder Câmara, il profetico vescovo dei poveri del Brasile: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo, prendi il largo!». In una Chiesa “in uscita” il presbitero non può essere una figura statica e sedentaria, legato alla semplice conservazione, ma deve osare, mettersi in gioco senza paura per portare a tutti il Vangelo, alla scuola del suo popolo e delle sue attese di salvezza: «Il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l’attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale».

Significativamente Francesco ha aggiunto: «La comunione è davvero uno dei nomi della Misericordia». La passione per la causa delle persone da raggiungere e amare relativizza le misure e gli strumenti umani: «In una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio».
Infine, Francesco si è chiesto «quale sia la ragione ultima del donarsi del nostro presbitero». La risposta sta ancora una volta in un’appartenenza convinta di fede e d’amore a Dio e alla Chiesa: «Quanta tristezza fanno coloro che nella vita stanno sempre un po’ a metà, con il piede alzato! Calcolano, soppesano, non rischiano nulla per paura di perderci… Sono i più infelici! Il nostro presbitero, invece, con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l’hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura». Solo così il prete può diventare un segno e un aiuto per tutti, se cioè è un uomo «della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni. Il Regno – la visione che dell’uomo ha Gesù – è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; di custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti». Il sogno del Papa “venuto quasi dalla fine del mondo” non è utopia, né evasione tranquillizzante: è piuttosto pungolo, sfida, appello appassionato e urgente, che riguarda tutti, perché un prete secondo il Vangelo non è solo un bene per la comunità della Chiesa e per ogni singolo credente, ma anche un dono per l’intera società civile, soprattutto in tempi di crisi e di sfide nuove e inattese. Lo dichiarano le parole di un grande pensatore ebreo del Novecento, Emmanuel Lévinas, che per testimoniare il ruolo che tanti preti hanno avuto per la salvezza di ebrei e partigiani negli anni drammatici della barbarie nazionalsocialista, non esitava ad affermare: «Dove vedevamo una tonaca, lì c’era per noi la salvezza»

in “Il Sole 24 Ore” del 22 maggio 2016

La gioia del volontariato

di Nunzio Galantino

Sembra un azzardo, in questo nostro ideale vocabolario antropologico, dedicare attenzione alla “gratuità” e farlo in un contesto come il nostro. Un contesto fortemente segnato da voglia di accaparramento e nel quale un po’ tutti si sentono obbligati a lucrare qualcosa da quello che fanno e che dicono. E non va meglio se ci spostiamo in ambito strettamente filosofico dove il termine “gratuità” ha avuto un significato sostanzialmente negativo. Le “affermazioni gratuite” sono quelle che mancano di argomenti cogenti, per cui possono essere messe da parte senza fatica: «Quod gratis adfirmatur – recita un antico detto – gratis negatur». Dalla rassegnazione che potrebbe prenderci dinanzi a questo approccio negativo ci salvano altri filosofi: ad esempio, gli esistenzialisti A. Gide e J.-P. Sartre, che vedono invece nella gratuità una caratteristica fondamentale dell’esistenza, addirittura indispensabile per atti che vogliano essere espressione di scelta libera e responsabile. “Gratuità” è uno di quei termini che riesce meglio definire “per negazione”, affermando cioè qual è il suo contrario. Il contrario della gratuità è l’interesse senza limiti e, con esso, l’indifferenza verso tutto ciò che non produce tornaconto. Ciò vale anche sul piano spirituale: quante preghiere fatte esclusivamente per ottenere o con la pretesa di piegare la volontà di Dio alla nostra! Gratuito è ciò che non si paga e per cui non si riceve un compenso. L’esercizio della gratuità è conosciuto sin dai primi secoli del Cristianesimo. Esistevano infatti i cosiddetti anárgyroi (letteralmente senza denaro): per lo più medici che prestavano la loro opera con assoluto disinteresse, senza mai chiedere retribuzione alcuna, né in denaro, né di altro genere, in applicazione del precetto evangelico: Gratis accepistis, gratis date. Ma ancora oggi, sotto i nostri occhi non passa solo l’interesse sfrenato, l’esaltazione dell’indifferenza e la pratica del rifiuto. C’è tutto un mondo che vive grazie al volontariato, spazio per eccellenza di gratuità e che autorizza a inserire il lemma “gratuità” tra le caratteristiche dell’uomo. Una caratteristica alla quale ci si educa e che costa, non solo perché costringe ad uscire dalla comodità e dalle proprie sicurezze; ma costa soprattutto perché spinge a mettersi continuamente in gioco. È questo forse il prezzo più alto che si paga alla gratuità in quanto esercizio di “uscita da sé”.

in “Il Sole 24 Ore” del 15 maggio 2016

È il nostro cuore il primo straniero che incontriamo

di Massimo Recalcati

È un’evidenza assoluta: se il cuore si ferma la vita muore. Ma il cuore che ciascuno di noi porta al centro del proprio petto e dal quale dipende la sua vita, batte senza che la nostra ragione o la nostra volontà possano comandarne il ritmo. È un paradosso elementare che si iscrive al centro della vita: il cuore che la mantiene viva, è il nostro cuore, ma è, al tempo stesso, una pompa che agisce a prescindere da ogni istanza di controllo. La vita del cuore trascende la nostra vita pur essendo al centro della nostra vita. Non dovremmo allora vedere nel carattere autonomo di questo battito un primo volto — il più prossimo — dello straniero? La vita del cuore non è un’esperienza perturbante, come direbbe Freud, dove la familiarità più intima e l’estranietà più radicale si intersecano? La potenza autonoma della vita, la sua eccedenza, non è forse sempre in parte straniera a se stessa?

Prendiamo una vignetta clinica a titolo esemplificativo: un paziente ha la sua prima crisi di panico quando si sofferma ad ascoltare il battito del proprio cuore. Steso nel suo letto ad un certo punto lo coglie il rumore insistente del proprio cuore. È qualcosa al quale solitamente nessuno presta attenzione. La condizione perché la vita sia “naturalmente” viva è, in fondo, sempre quella di dimenticarsi parzialmente di se stessa. È la definizione che il celebre chirurgo René Leriche dava della salute come «il silenzio degli organi». Per questo paziente, invece, il battito del suo cuore interrompe il silenzio facendosi sentire. Egli resta colpito dal constatare che è dalla regolarità sfuggente di questo battito che la sua vita dipende totalmente. Si tratta per lui di un pensiero sufficiente ad alterare il ritmo del suo cuore che inizia ad assumere un andamento sempre più irregolare. A quel punto l’uomo cade in preda all’angoscia: si accorge di essere in balìa di qualcosa che non può governare in nessuna maniera. Panico, perdita di controllo, tremore; il suo cuore accelera i battiti e con essi aumenta la sensazione di sentirsi invaso dalla vita al punto che potrebbe morirne….

Invitato ad intervenire sulla rivista Dedale in un numero monografico del 1999 dedicato a
La venuta dello straniero, il filosofo Jean Luc-Nancy evita di parlare direttamente sul tema del razzismo e, prendendo tutti in contropiede, racconta l’esperienza vissuta del trapianto del proprio cuore (L’intruso, Cronopio 2000). Il verdetto della scienza medica era stato inappellabile: solo un nuovo cuore gli avrebbe permesso di continuare a vivere poiché il vecchio aveva esaurito la sua carica. Una sostituzione si rendeva clinicamente necessaria: il cuore di un altro, di uno straniero (di uno zingaro, di un ebreo, di una polacca, di una nera, di un’omosessuale) doveva subentrare al posto del cuore del filosofo. Ma per rendere possibile un trapianto la medicina sa bene come sia necessario abbassare le difese immunitarie prevenendo eventuali crisi di rigetto. Per consentire alla vita di continuare a vivere — è questa la lezione che possiamo trarre dall’intenso racconto autobiografico di Jean-Luc Nancy — è necessario ridurre l’identità sostanziale di quella vita; è necessario il meticciato, la transizione, la porosità dei confini, la contaminazione con lo straniero. Senza questa apertura, infatti, la vita morirebbe. Lo straniero, il cuore dell’Altro, è l’intruso che non porta la distruzione, ma la possibilità di un rinnovamento della vita. A condizione però che la vita sappia rendere più flessibili i propri confini identitari. Non è questa una lezione etica e politica profonda? Se la vita umana necessita di avere dei confini determinati (la vita senza confini è la vita disperata della schizofrenia), l’irrigidimento del confine, la sua ipertrofia identitaria, rischia di fare morire la vita stessa.
Il tabù dello straniero vorrebbe proteggerci dall’incontro spaesante con l’eccesso della vita che ci invade. Lo sanno bene i bambini che temono l’uomo nero o gli animali più diversi (zoofobie). In questo modo essi trasferiscono all’esterno l’eccesso della vita che li abita e che non sanno governare. La paranoia dell’adulto radicalizza questo tabù originario: meglio proiettare sul nemico, sull’infedele, sul migrante, sull’omosessuale l’eccedenza della vita di cui abbiamo terrore. Non c’è

nulla, infatti, come ricorda Lacan, che faccia più paura della «sensazione della vita». Il tabù dello straniero incanala questa paura esteriorizzandola. Lo ricordava anche Franco Fornari quando, ispirandosi a studi di antropologia, riportava in La psicoanalisi della guerra le ragioni del conflitto armato tra tribù vicine alla difficoltà di simbolizzare il trauma atroce della morte prematura di un bambino. Anziché incamminarsi verso il lutto difficile di questo evento la tribù preferiva attribuire paranoicamente al sortilegio dello stregone della tribù confinante la causa del decesso. In questo modo un nemico reale sostituiva l’ingovernabilità della vita consentendo di trasformare l’angoscia diffusa in una aggressività localizzata e rivolta all’esterno. Il nemico che viene da fuori è infatti sempre meno minaccioso di quello che può sorprenderci dall’interno di noi stessi. Lo straniero, infatti, non è altro se non la vita interna alla vita, la sua spinta inquietante ed eccedente; il suo battito che non contempla padroni.

in “la Repubblica” del 22 maggio 2016

Istat, i giovani del 2016

Rosaria Amato

Questi i principali temi del Rapporto Istat 2016: I grandi cambiamenti della Generazione della ricostruzione, l’impegno e le aspettative dei Baby boomers, le prime difficoltà della Generazione di transizione, lo smarrimento dei Millennials, trincerati in casa con i genitori e all’inseguimento di un lavoro che non c’è, fino all’alienazione della Generazione delle Reti, sempre connessi, cosmopoliti, con lo sguardo ormai irrimediabilmente rivolto verso gli altri Paesi.

Il Rapporto Istat di quest’anno coincide con il novantesimo compleanno dell’Istituto, e non resiste alla tentazione di tracciare un efficace ritratto, una narrativa per dati dell’evoluzione del Paese dal dopoguerra ai giorni nostri. Con un’istantanea del presente non molto entusiasmante: “L’Italia sta finalmente uscendo da una recessione lunga e profonda senza termini di paragone nella storia di cui l’Istat è stato testimone in questi 90 anni”, dice il presidente Giorgio Alleva, aggiungendo che adesso finalmente il Paese “sperimenta un primo, importante momento di crescita persistente, anche se a bassa intensità”. E con qualche proiezione futura, non molto confortante: “Le dinamiche demografiche comporteranno un miglioramento piuttosto modesto del grado di utilizzo dell’offerta di lavoro” e pertanto “nel 2025 il tasso di occupazione resterà dunque prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva”, si legge nel rapporto.

In altre parole, la produzione industriale sta crescendo, si riprendono anche manifattura e costruzioni, l’occupazione aumenta, le politiche familiari di riduzioni dei consumi rallentano. Ma nella sostanza il Paese non va più avanti: l’occupazione cresce solo perché i cinquantenni rimangono al lavoro ben oltre i 60 per via delle riforme pensionistiche, mentre il tasso di occupazione dei giovani cala drammaticamente. Sempre più trentenni rimangono in casa con i genitori, si formano meno famiglie, nascono meno bambini. In passato la laurea era un forte fattore di spinta e di miglioramento sociale, ma adesso neanche l’istruzione superiore mette al riparo i giovani dalla precarietà e dalla disoccupazione, o dalla sottoccupazione, della quale sono le vittime principali. Quello che davvero fa sempre più la differenza è nascere nella famiglia giusta, in Italia ma in fondo anche in Europa: c’è una correlazione sempre maggiore tra il livello professionale dei genitori, la proprietà della casa e la posizione dei figli.

Rimangono alcune chance, per i più volenterosi: nel 2015 così come nel 1991 continua ad avere alte possibilità di occupazione chi si laurea in ingegneria, materie scientifiche o del gruppo chimico-farmaceutico; il voto finale alto è quasi sempre un fattore di vantaggio, e lo è anche la partecipazione a programmi di mobilità studentesca all’estero, come l’Erasmus. Però bisogna fare molta fatica per emergere, e non stupisce che il 46,5% dei ragazzi stranieri che vivono in Italia sognino di vivere all’estero da grandi, un’aspirazione che condividono con i loro coetanei italiani (42,6%).

Pochi giovani. Se in Italia si diventa anziani sempre più tardi, dal momento che gli uomini di 73 anni e le donne di 75 di oggi hanno la stessa speranza di vita di un sessantacinquenne del 1952, il numero di giovani si riduce sempre di più. Attualmente meno del 25% della popolazione italiana ha un’età compresa tra 0 e 24anni, una quota che si è dimezzata dal 1926 ad oggi. Si tratta di una delle percentuali più basse in Europa. Il 2015 è stato un anno record per il calo delle nascite, sono state 488.000, 15.000 in meno rispetto al 2015, con la fecondità che diminuisce per il quinto anno consecutivo, attestandosi a 1,35 figli per donna.

Sei giovani su dieci vivono con i genitori. Il 62,5% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, con una forte differenza tra le donne (56,9%) e gli uomini (68%), ma soprattutto una consistente differenza con la media europea, che si attesta al 48,1%. Ma se si guarda ai più giovani le percentuali sono ancora maggiori: nel 2015 vive con la famiglia il 70,1% dei ragazzi di 25-29 anni e il 54,7% delle coetanee, vent’anni fa le percentuali erano del 62,8% e del 39,8%. Tutto viene spostato in avanti, a cominciare dal matrimonio, si sposta il primo figlio e anche l’età nella quale si diventa nonni. Non si tratta di pigrizia, però: i Millennials sperimentano in modo massiccio le difficoltà del mercato del lavoro, che taglia posizioni soprattutto tra i più giovani, non garantisce stabilità e penalizza le retribuzioni.

Giovani, (carini?) e disoccupati. Il Rapporto Istat dedica al mercato del lavoro il capitolo 3, ma stavolta la chiave di lettura è “per generazione”. E non potrebbe essere altrimenti, visto che il problema dell’Italia non è tanto che l’occupazione si stia riprendendo lentamente, e che comunque il livello del 2008 non sia stato ancora recuperato, quanto il fatto che gli occupati crescano soprattutto nella fascia di età 50-64 anni (più 1,5% rispetto al 2014 e più 9,2% rispetto al 2008). E dunque non si tratta di un vero aumento, quanto di una maggiore permanenza, dovuta alle riforme previdenziali. Mentre il tasso di disoccupazione dei giovani rimane particolarmente basso, al 39,2% contro il 50,3% del 2008. Inoltre “il percorso più tradizionale, in cui alla fine degli studi segue un lavoro permanente, è stato via via sostituito dall’ingresso con lavori a termine. Neanche la laurea salvaguarda particolarmente i giovani, perché il tasso di occupazione di un laureato di 30-34 anni è passato dal 79,5% del 2005 all’attuale 73,7%. E infine tra i giovani il tasso dei sovraistruiti (in possesso di un titolo di studio superiore rispetto al lavoro che fanno) è triplo rispetto a quello degli adulti.

Fuga dalla politica, meglio i social. Negli anni la partecipazione politica è decisamente diminuita. Era molto alta per la generazione “della ricostruzione” e per quella successiva, mentre per le ultime due generazioni prevale la partecipazione sociale, che però per i più giovani diventa sempre di più “social”, legata al forte uso delle nuove tecnologie, marcato soprattutto per i figli di immigrati.

Eppure i giovani imprenditori sono più bravi. Peccato che i giovani siano tenuti così a margine nella società italiana, perché quando hanno l’opportunità dimostrano di valere molto. Per esempio nelle microimprese, che rappresentano oltre il 85% delle unità produttive italiane, le aziende guidate da imprenditori giovani hanno aumentato i posti di lavoro più che quelle guidate da imprenditori anziani.

Disuguaglianza in aumento, ascensore sociale bloccato. L’Italia ha avuto un incremento record della disuguaglianza, passata, secondo la misurazione dell’indice di Gini, dallo 0,40 del 1990 allo 0,51 del 2010. Le ragioni non sono così difficili da trovare, sono legate soprattutto agli squilibri del mercato del lavoro, che a loro volta dipendono moltissimo dalle condizioni di partenza. L’Italia è tra i Paesi dove è maggiore infatti il vantaggio degli individui con status di partenza “alto”, cioè che a 14 anni vivevano in una casa di proprietà e che avevano almeno un genitore laureato e con professione manageriale. Al contrario, ci sono sempre più minori a rischio di povertà perché i genitori sono disoccupati o hanno uno stipendio basso. Per cui per i minori l’incidenza della povertà relativa è salita dall’11,7% al 19% tra il 1997 e il 2014, mentre per gli anziani si è dimezzata nello stesso periodo, passando dal 16,1 al 9,8%.

In La Repubblica 20 maggio 2016

La misericordia varca le sbarre delle carceri

Nunzio Galantino

Vi sono confini che diventano centro e testimonianze che hanno tutto il sapore della restituzione. “Centro” mi sono parse due realtà visitate da me in questi ultimi giorni e “restituzione” è quella che faccio in queste righe.
Confini che diventano centro sono stati per me il Centro di Giustizia Minorile “Malaspina” di Palermo e il “Don Guanella” di Roma. Standoci, mi sono confermato in una delle acquisizioni che mi porto dentro soprattutto dai trentasei anni di vita vissuti alla guida di una parrocchia: gli innumerevoli incontri con persone di diversa estrazione, di diverso profilo, con istanze ed esigenze diverse continuano a dirmi che chiunque si incontra e ovunque si vada si ha da imparare e da crescere. Importante è avere voglia di mettersi in gioco, lasciando da parte il “personaggio” che ciascuno di noi si porta cucito addosso. E questo esercizio di spoliazione l’ho fatto andando a Palermo per incontrare 31 ragazzi, minorenni, detenuti presso il Malaspina. Ho raccolto l’invito dell’associazione culturale Dialoghi e Profezia, impegnata a seguire la crescita umana, culturale e spirituale dei minori in stato di detenzione. Vi sono andato per celebrare con loro il Giubileo della misericordia. Stando con loro e guardandoli negli occhi cercavo di capire cosa si muovesse dentro il loro cuore e dentro la loro testa. Devo confessarlo: forse ho capito poco del tumulto di sentimenti che certamente si portava dentro ognuno di quei ragazzi. Mentre però proseguiva il mio dialogo con loro, mi tornavano in mente le parole pronunciate da papa Francesco alla chiusura del Sinodo sulla famiglia , nell’ottobre 2015: «Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore». Mi sono emozionato quando F. mi ha chiesto, con spontaneità e curiosità, da quale chiesa provenissi. Nella sua ingenua domanda ho percepito attenzione nei miei confronti, la sua voglia di conoscere qualcosa di più di me e della mia vita. Ho fatto un po’ fatica a far capire che la “mia” chiesa, ora, era anche il Malaspina come per tanti anni lo è stata la Parrocchia di san Francesco in Cerignola; e che la sua vita, ora, mi stava a cuore come mi sono state a cuore le vite di Marco, di Franco, di Tonino, di Anna, di Peppino e di tanti altri nel passato. È così tutte le volte che, al di là del ruolo, ci si mette il cuore! E prendendo spunto dalle attese di F. e degli altri ragazzi ho parlato con loro della misericordia di Dio, mettendomi in sintonia con l’etimo del termine “misericordia” che prevede un cuore che si fa coinvolgere dalla miseria. Dalla propria, prima di tutto. E sì! Perché è sempre faticoso prendersi e tenersi in mano, prima di prendere e tenere in mano le fragilità altrui.

Ho preso spunto dalla parabola conosciuta come “Parabola del figliol prodigo”. Mi ha colpito il silenzio, quasi la sorpresa dei ragazzi di fronte alla mia scelta di fermarmi a considerare più i verbi/gesti di tenerezza del Padre misericordioso (“lo vide”, “si commosse”, “gli corse incontro”, “gli si gettò al collo” e “lo baciò”) che la scelta del figlio minore di andare via dalla casa del Padre sbattendo la porta e combinando schifezze a non finire. Evidentemente gli errori commessi da questi ragazzi pesano tanto da non rendere facile per loro pensare che vi possa essere Qualcuno/qualcuno che continua a credere in loro e ad aspettarsi qualcosa di buono da loro. Me ne sono convinto quando A. ha voluto fare il suo commento alla parabola, ignorando quanto io avevo detto e puntando sugli errori commessi dal fratello minore e sul risentimento del fratello maggiore della parabola evangelica. La mia insistenza sulla gioia del Padre per il figlio che torna a casa e il mio puntare sulla sua voglia di fare festa per quel figlio lontano che tanto dolore gli aveva procurato è stata una scoperta per i ragazzi. Almeno questa è stata la mia sensazione. Ho parlato con loro della gioia della festa partendo da quella che certamente si prepara per il loro ritorno a casa dopo il periodo di detenzione. Nel dialogo con i ragazzi, B. ha invocato la presenza di una Chiesa capace di far sentire la presenza del Signore accanto a loro. Le sue parole mi hanno fatto riflettere sulla necessità di accompagnare questi ragazzi e di non deluderli con un linguaggio lontano dalle loroattese e con scelte poco credibili ai loro occhi.

Ho apprezzato tanto il lavoro degli operatori impegnati ad aiutare i ragazzi nell’uso consapevole del tempo che ora trascorrono nella condizione di detenuti; un tempo che serve per riflettere, per preparare una festa che duri; quella che comincerà allo scadere della loro condanna. Un passo importante da fare, ho detto loro, è certamente quello di prendere atto della storia interrotta dalle proprie azioni, è pensare al male che si è fatto, è pensare alle sofferenze provocate. La misericordia che il Signore è sempre pronto a elargirci chiede in cambio la consapevolezza delle conseguenze dei gesti commessi, domanda di essere sinceri fino in fondo, prima di tutto con se stessi; e significa cercare il perdono e accoglierlo come segno di amore e di rispetto, a cominciare dalle persone e dalle situazioni che sono state danneggiate dai gesti che hanno procurato la condanna.
Non meno intenso si è rivelato il mio ritorno al “Don Guanella” di Roma. C’ero già stato per partecipare a una Via Crucis vivente animata dagli ospiti del Centro, per lo più persone con disagio fisico e/o psichico. Un momento intenso di preghiera e di condivisione, vissuto quella volta da me anche con un po’ di curiosità. Non avevo infatti mai visto tante persone con disagio esprimersi con la spontaneità tipica di chi è “preso dalla parte” che interpreta, ma anche con la voglia di comunicare la ricchezza e il disagio che, in alcune circostanze, si fa davvero fatica a tenere a bada. Sono tornato al “Don Guanella” per partecipare alla Conferenza stampa di presentazione di un film (“Ho amici in paradiso”), che vede la coproduzione di RaiCinema e che ha come protagonisti, accanto ad attori professionisti, gli ospiti dello stesso Centro. Un atto di coraggio da parte di chi ha deciso di investire per contribuire a superare la “cultura dello scarto” che caratterizza ancora gran parte della nostra società. Sono abbastanza avanti negli anni per ricordare con quali atteggiamenti venivano trattate le persone con disabilità intellettiva. Questa era considerata alla stregua della pornografia. Andava occultata. E il condizionamento socio-culturale era così forte che, chi isolava i disabili non riteneva, questo, un comportamento abnorme. In questa forma di …cultura si è inserita con pervicacia la presenza di uomini e donne – per lo più religiosi – che hanno cominciato a riconoscere e a far riconoscere piena dignità a queste persone. Col film “Ho amici in paradiso” si fa un passo avanti: le periferie diventano centro e da questo centro vengono tanti insegnamenti. Uno per tutti: la necessità di ridefinire i confini interiori con la consapevolezza che spesso quella che riteniamo “normalità” è solo la patologia più diffusa e che, solo per questo, viene ritenuta un modello.
Nunzio Galantino è Segretario Generale della Cei

in “Il Sole 24 Ore” del 21 maggio 2016