Archivio mensile:aprile 2016

Eclissi o ritorno di Dio? Gli spazi della religione nella società postmoderna

Sergio Belardinelli

Parlare di religione nella società postmoderna significa fare i conti con una strutturale ambivalenza, che per molto tempo ha stentato ad apparire: alludo all’ambivalenza della cosiddetta secolarizzazione. I principali classici della sociologia, da Max Weber a Niklas Luhmann, hanno sempre considerato il moderno processo di secolarizzazione come un processo che, pur con tutti i ben noti conflitti tra scienza e religione o tra religione e politica, aveva nella religione cristiana le sue principali condizioni di possibilità.

Nella moderna società occidentale è accaduto però qualcosa di singolare: un certo secolarismo (o laicismo) e un certo clericalismo hanno finito poco a poco per trovarsi d’accordo sul fatto che tra secolarizzazione e religione sussistesse una essenziale incompatibilità. Dove c’era l’una (la religione) non poteva esserci l’altra (la secolarizzazione). Di qui l’antitesi sempre più marcata tra politica, scienza ed economia, da un lato, e religione, dall’altro. La posta in gioco, manco a dirlo, la conquista dello spazio pubblico. Oggi però, insieme a questa crescente antitesi, sta emergendo anche qualcos’altro: una interpretazione del moderno processo di secolarizzazione più attenta al contributo della religione cristiana in ordine al dispiegamento della politica, della scienza e della libertà dei moderni. Qualcuno, come è noto, parla addirittura di “desecolarizzazione”, ma il concetto non mi piace, proprio perché utilizza un concetto troppo riduttivo di un fenomeno storico – quello di secolarizzazione, appunto – che è invece assai più complesso, aperto e plurale di quanto comunemente si creda.

Individualismo, relativismo, ostilità nei confronti del ruolo pubblico della religione appaiono certo come i tratti ancora dominanti anche della cosiddetta società postmoderna. All’orizzonte, però, vediamo emergere anche fenomeni che fanno pensare addirittura a un vero e proprio revival della religione. Stando agli ultimi risultati dello European Values Study (2007), la metà degli europei dichiara di pregare almeno una volta la settimana e tre quarti affermano di sentirsi religiosi; per non dire del grande successo incontrato dai viaggi apostolici di Giovanni Paolo II e del suo successore Benedetto XVI o dalle cosiddette GMG, a proposito delle quali, nell’ultima, svoltasi questa estate a Madrid, Benedetto XVI ha parlato di “cascate di luce” che “danno visibilità alla fede, visibilità alla presenza di Dio nel mondo e creano così il coraggio di essere credenti”; per non dire, infine, della sempre più marcata diffusione dell’Islam nei nostri Paesi europei.

La situazione postmoderna è dunque assai ambivalente. Non è detto che l’individualismo debba coincidere con il relativismo e la crisi della religione, né che il revival della religione debba significare necessariamente un avvicinamento al Dio di Gesù Cristo. Specialmente noi cattolici sappiamo insomma che Dio può eclissarsi in molti modi. Può farlo attraverso un soggettivismo che diventa relativismo, ma può farlo paradossalmente anche attraverso il revival della religione. Di conseguenza l’eclissi e l’eventuale ritorno di Dio non possono essere misurati esclusivamente sugli “spazi della religione nella società postmoderna”. E vengo così alla parte più consistente del mio intervento.
“Quando il figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede su questa terra?”. Questa è forse la domanda più inquietante che si trova nei Vangeli, ben più inquietante, a mio modo di vedere, delle chiacchiere sulla “morte di Dio”, alle quali ci siamo ormai abituati da Nietzsche in poi. Gesù non ci assicura che, al suo ritorno, la fede in Dio sarà ancora presente nel cuore e nella mente degli uomini.

Proprio come pensava anche Martin Buber(2), Dio può dunque eclissarsi nel nostro mondo; può succedere che gli uomini non lo vedano più o che le coordinate storico-culturali del mondo lo rendano pressoché inutile, proprio come vorrebbe una certa cultura oggi dominante.
Ma l’eclissi implica un nascondimento, non la morte o l’inesistenza di Dio. Il sole non cessa di esistere semplicemente perché la luna lo copre e gli uomini non lo vedono più. Il Dio di cui parliamo, il Dio di Gesù Cristo ha certamente un riferimento, diciamo così, soggettivo con l’uomo, ma la sua realtà non è semplicemente quella di colui che parla all’uomo, col rischio appunto di non essere ascoltato o riconosciuto, bensì quella dell’essere onnipotente che, secondo l’immagine di Paolo, “dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rm, 4,17). Sempre con le parole di Paolo, potremmo dire che la “eterna potenza e divinità” di Dio “vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo per le opere da lui compiute”(Rm 1, 19-20), non certo dal fatto che gli uomini abbiano o meno fede in lui. La fede serve soprattutto agli uomini per essere compiutamente uomini, non a Dio.

D’altra parte, però, è pur vero che, almeno il Dio cristiano, non è indifferente alla storia umana; è piuttosto un Dio che ci ama e che paga col suo sangue il suo amore. E’ un Dio che quand’anche si eclissasse del tutto nella nostra storia, non smetterebbe per questo di amarci. E se questo è vero, allora dobbiamo guardare anche alla vicenda della nostra società postmoderna con altri occhi, direi quasi, con più fiducia. Se Dio ci ama, allora dovunque sia l’uomo ci sarà sempre anche Dio. Finché l’uomo continuerà a porre le domande di sempre, in un modo o in un altro, egli dovrà fare i conti con Dio. Non a caso, come ci insegna la storia, la negazione di Dio passa attraverso la negazione o la relativizzazione dell’uomo stesso, del senso e della consistenza di tutto ciò che esiste, a cominciare dall’idea di verità, di bellezza e di giustizia. Prima e più ancora che nel nostro essere “credenti”, Dio si mostra dunque ineludibile nella realtà, nella verità, nel nostro essere uomini alla continua ricerca del senso che hanno la nostra vita e ciò che ci circonda.

Già! Ma oggi non stiamo forse lasciandoci alle spalle precisamente tutte queste domande di senso? Il posthuman verso il quale ci stiamo incamminando non sta forse rimuovendo sia l’uomo che Dio? Certamente sì. Ritengo tuttavia che, proprio come diceva Hoelderlin, “là dove crescono i pericoli, là crescono anche le speranze di salvezza”.
A questo proposito, come ha detto Benedetto XVI nel dicembre del 2009, in occasione degli auguri natalizi alla curia romana, “La chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di ‘cortile dei gentili’, dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero”. Che è come dire: pur senza la fede, ci sono uomini che hanno familiarità con Dio, ne avvertono il bisogno, lo cercano, sempre più inquieti e delusi dei molti dei che ci circondano; pur senza la fede, ci sono dimensioni della nostra vita intellettuale e morale che sono ineludibilmente agganciate a Dio, anche se non ce ne rendiamo immediatamente conto, anche se una certa cultura dominante cerca oggi di rimuovere questo aggancio.

Di certo viviamo un momento storico difficile, in cui da più parti si vorrebbe come rimuovere la questione di Dio. Non è facile, oggi, parlare di Dio o avere fede in lui. E’ altrettanto vero però che, al di là della fede e nei modi spesso più impensabili, Dio continua a mostrare la sua presenza. E questo è un aspetto importante. Non possiamo certo trascurare come l’opera di desertificazione che è stata portata avanti in questi anni abbia cambiato profondamente lo scenario nel quale è possibile sentire e far sentire che Dio è ancora presente nella nostra storia. Se però ci pensiamo bene, ovunque c’è l’uomo, c’è anche Dio. Come aveva intuito Nietzsche, con terribile lucidità e consequenzialità, eliminare l’uno è eliminare anche l’altro. Niente di ciò che è umano è estraneo a Dio. La conoscenza, la bellezza, la giustizia, l’amicizia, l’amore: tutto rimanda a Dio. E se oggi fatichiamo così tanto a trovarlo è perché a mio avviso abbiamo poco a poco travisato proprio il senso di quelle parole che ho elencato: conoscenza, bellezza, amore, ecc. ecc. Non è un caso che uno dei pochi luoghi in cui nel nostro tempo Dio continua a parlare al nostro cuore, a gridare quasi, è la situazione tragica.

Il senso del tragico.

“Non è la sensualità che allontana da Dio, ma l’astrazione”(3), dice Nicolas Gomez Devila, in uno dei sui tanti aforismi fulminanti. Proprio così: la malattia del nostro tempo è l’astrazione, l’incapacità di tenere i piedi per terra, di guardare la realtà per ciò che essa è, sapendo che non è un sogno e che, proprio per questo, ci consente di sognare per davvero, di soggiogarla, trasformarla, secondo i nostri progetti e i nostri desideri. E’ questa pervasiva “astrazione” una delle cause “prime”, anche se non molto “prossime”, dello spaesamento metafisico nel quale siamo piombati, dell’incapacità dei nostri giovani di dare senso alla loro vita o anche solo di sognare un mondo migliore. Quanto a Dio, per manifestarsi agli uomini, ha bisogno anch’egli di un mondo reale. Invece, se guardiamo alla cultura dominante, filosofica e non solo, vediamo fronteggiarsi posizioni che esaltano come una conquista la crescente frammentazione di un mondo fondamentalmente insensato, ma aperto ai più diversi capricci dell’uomo – si pensi a certo pensiero cosiddetto postmoderno – e posizioni che, al contrario, vuoi per motivi strettamente filosofici (penso a Emanuele Severino), vuoi per motivi bio-evoluzionistici, esaltano invece la più rigida necessità. Seppure per molti versi antitetiche, queste posizioni producono un medesimo effetto di irrealtà; implicano entrambe un abbandonarsi alla sorte, precisamente quel sense of drift che Toynbee attribuiva a certe epoche, dove, entrati in crisi l’idea di Dio e il vero senso religioso, prende il sopravvento appunto il caso, la fortuna, in una parola, la dea Tyche, la dea che assommava in sé i due aspetti, solo apparentemente opposti, della pura casualità e della ineluttabile necessità.
In questo mondo che va alla deriva, sembra che ormai soltanto le tragedie della vita riescano ancora a richiamare la consistenza del reale. La malattia, la sofferenza, l’infermità, la morte rappresentano spesso l’abisso, per nulla “astratto” purtroppo, che, entrando nella nostra vita, ci costringe a fare i conti con la dura realtà, a domandare disperatamente: perché?

Può essere triste doverlo dire, ma la realtà è proprio questa. Una volta, non ricordo dove, il Cardinale Ratzinger disse che ormai un po’ di autentica umanità la si trova soltanto nelle situazioni di confine, nelle situazioni tragiche: negli storpi, negli ammalati terminali, nelle persone segnate dal dolore e dall’ingiustizia. Provo a tradurre queste espressioni, dicendo qualcosa che forse richiederebbe maggiori spiegazioni, ma che ritengo plausibile: la crisi del nostro tempo è soprattutto crisi del senso della realtà. La quale, a pensarci bene, ritorna nell’unico modo possibile in un mondo astratto, virtuale, liquido, vuoto: ritorna attraverso la tragedia, ossia attraverso l’irruzione di qualcosa che non può essere facilmente rimosso con gli strumenti del pensiero debole, di quello liquido o di quello tecnico.

C’è a mio avviso un nesso assai stretto tra la crisi della tragedia come genere letterario, la crisi dei grandi eroi tragici, e la crisi della realtà. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, fa dire Bertolt Brecht al suo Galileo. E’ proprio il caso di dire che siamo stati accontentati. Gettando discredito sulla realtà, facendola apparire, poniamo, come il frutto di una sorta di inganno da parte di uno spiritello malvagio (si pensi al famoso diavoletto di Cartesio, oppure alla grande cultura del “sospetto”, di cui certamente anche Brecht è stato un protagonista), un certo filone divenuto dominante della cultura moderna toglie letteralmente all’eroe il terreno sotto i piedi. Depotenziando il senso della realtà, e con esso il senso della quotidianità, quindi di quella che definirei una sorta di vocazione universale dell’uomo all’eroismo e alla testimonianza, almeno per quel tanto che la vita di ciascuno di noi implica in termini di energia vitale e di volontà di non soccombere; depotenziando il senso della realtà, dicevo, una certa cultura moderna rende inutile e vana la nostra vitalità e la nostra forza d’animo, ciò che di eroico c’è in ciascuno di noi, la nostra capacità di essere testimoni. Perché mai sacrificare la propria vita, se un’azione vale l’altra e se tutto è comunque semplicemente indifferente? Sta qui la difficoltà che abbiamo oggi a narrare gesta eroiche e l’effetto quasi comico che ne scaturisce quando ci proviamo. Del resto sul piano della fiction non si danno eroi. L’effetto eroico, al pari dell’effetto tragico, ha bisogno della dura resistenza della realtà; ha bisogno che ne riconosciamo la consistenza e l’autonomia, il fatto che essa non dipende in tutto e per tutto da noi, e che, proprio per questo, rende sempre incerto l’esito delle nostre azioni.
Per l’azione eroica non sono decisivi il successo o l’insuccesso. L’eroe, come il vero testimone, è un “servo inutile”. Ciò che decide l’eroicità o meno di un’azione è l’impulso vitale che la muove, la connotazione di qualcosa di grande che basta a riassumere il senso di una vita. Ettore che affronta Achille sapendo di morire, un padre che si sacrifica fino in fondo per suo figlio o Madre Teresa di Calcutta che assiste un moribondo per strada sono il gesto che compiono. Tutta la loro vita si riassume in esso, diciamo pure, nel rischio che decidono di correre.

Grazie alla scienza, alla tecnica e, paradossalmente, al dubbio metodico, l’io moderno si mette invece sempre di più al sicuro rispetto alla realtà; quest’ultima gli resiste sempre di meno; è sempre di più un semplice pretesto, sul quale egli può esercitare le sue scorribande, per diventarne “padrone”. Ma l’effetto, forse imprevisto e certamente indesiderato, è quello di una sempre più paralizzante paura nei confronti della vita, la quale, come sappiamo, è incerta per definizione, e tale resta nonostante i nostri “calcoli” e il nostro potere. L’unica realtà che riusciamo più a sopportare è quella che dipende da noi, quella “fatta” da noi; la luce che illumina le nostre azioni non è più data da un “ideale di vita”, ma da un progetto “tecnico”; al mondo reale si sostituisce insomma una sorta di mondo di plastica, che ovviamente non ha più bisogno d’eroi, ma nel quale, ciononostante, viviamo sempre più spaesati e con la vaga consapevolezza che, paradossalmente, ormai le cose si facciano da sole. Un universo simbolico che si esprime bene nella faccia stralunata del memorabile “laureato” Dustin Hoffman, quando il giorno della festa per la sua laurea si sente sussurrare dallo zio il suo destino futuro e del mondo intero: “plastica”, appunto.

In un mondo di plastica, è evidente che nulla si salva dall’insignificanza; nemmeno il senso di Dio. Direi anzi che certe forme di religiosità paganeggiante, al centro delle quali troviamo ad esempio l’idea di un mondo incontaminato, pulito, puro, dove la stessa vita umana è stata finalmente emendata dal dolore e dalla sofferenza, fanno proprio da perfetto pendant alla plastificazione della realtà di cui ho parlato. Un po’ come nella città di Orano, la città della peste, il grande romanzo di Albert Camus, gli uomini sembrano ormai avere interesso soltanto per la salute, non per la salvezza. Ma non per questo essi smettono di ammalarsi, soffrire e morire. Semplicemente, e tragicamente, soffrono e muoiono di un dolore senza senso e senza speranza.

Come ha detto Benedetto XVI, nel marzo del 2009, rivolgendosi ai vescovi della Chiesa cattolica, “Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio”. Dobbiamo dunque assumere il “nostro tempo”, la nostra quotidianità come una sorta di “compito”. E’ nella nostra quotidianità che dobbiamo sforzarci di trovare Dio, non fuggendo da essa. E questo dobbiamo farlo anche se Dio sembra non parlare più, anche se lo stesso Vangelo sembra essere diventato impraticabile. Il grande vuoto del nostro tempo è una sorta di “buco nero” che dobbiamo affrontare, con la speranza di sprigionare l’enorme quantità di energia che esso contiene, senza farci troppo confondere dai pensieri stracchi e ammortiti di coloro che giocano col nulla, perché sono incapaci di sentirne il morso devastante sulla propria pelle. Costoro sono soltanto dei nichilisti divertiti. Abbiamo bisogno invece di uomini che sappiano sentire e trasfigurare il dolore che si sprigiona dal suddetto “buco nero”, che ci mostrino la bellezza del mondo in cui viviamo, nonostante il male e le brutture che lo segnano; abbiamo bisogno di uomini che, nonostante le menzogne, sentano ancora forte la passione per la verità, che non rinuncino mai alla realtà come vero banco di prova dei loro pensieri e delle loro azioni; per farla breve, abbiamo bisogno di essere fedeli alla nostra natura trascendente, al nostro essere sempre “oltre”, diciamo pure, alla nostra ineludibile “inquietudine”. Solo a queste condizioni Dio può rendersi presente, ritornare agostinianamente nel nostro mondo; solo a queste condizioni riusciamo a essere veramente uomini, fedeli a noi stessi (e a Dio).

La bellezza

Dicevo della bellezza del mondo come testimonianza di Dio. Nel novembre del 2009, parlando agli artisti riuniti nella Cappella Sistina, Benedetto XVI disse: “Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una via degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello”.  Prendendo seriamente la realtà e la vita, anche quando sono tragiche (la guerra, la persecuzione politica, il dolore, la morte e la disperazione), gli artisti ci scuotono, ci fanno percepire la bellezza anche nelle brutture, ci mostrano la sensatezza della vita anche quando ne rappresentano il presunto non senso; ci aiutano a vedere ciò che normalmente abbiamo sotto gli occhi senza accorgercene, provocano ciò che è latente nella nostra interiorità; suscitano in noi una sorta di riverenza di fronte alla realtà e al nostro destino, la sensazione che tutto ciò che esiste è “cosa buona” e quindi una sorta di gratitudine. Come ha scritto in modo mirabile Robert Spaemann, in un libro su Dio, intitolato La diceria immortale, “poter ringraziare” è una grande “fortuna” per l’uomo. Ma “gratitudine c’è soltanto nei confronti di un destinatario. Altrimenti è un modo di dire. Laddove il lamento non ha destinatario, non ce l’ha neanche la gratitudine. Essa è reale soltanto se il destinatario e reale”(5). Insomma Dio c’è, e si rende presente tutte le volte che prendiamo sul serio le nostre esperienze più elementari: la bellezza, lo stupore e la gratitudine che essa suscita, come pure il dolore e lo sgomento.

Senza chiudere gli occhi davanti al grande buco nero che ci avvolge, anzi, guardandoci dentro, dobbiamo trovare ragioni plausibili per sentirci ancora qualcuno, non qualcosa, per riconoscerci dentro una storia che non è mai semplicemente nostra, ma anche di qualcun altro; soprattutto per comprendere e far comprendere che anche nella più disperata insensatezza è attiva una forza redentrice e che questa forza redentrice si chiama amore. L’amore di Dio non governa il mondo dal di sopra, ma dal di dentro. Sempre. Dobbiamo quindi essere capaci di amare allo stesso modo. Come ha scritto Roger Scruton, la bellezza “è il volto dell’amore che risplende nella desolazione. E molto spesso le più belle opere d’arte del secolo XX emergono proprio dalla desolazione”. Si pensi a Kafka, a Soilgenitsin o all’ “urlo” di Muench. Qualunque sia il nostro destino, che la nostra vita sia traboccante di bellezza o dilaniata dai morsi della disperazione, il significato stesso, la bellezza, il bene e la verità, in una parola, Dio, questo Dio c’è, e non c’è nulla che possa minimamente scalfirne la realtà.

La verità

Qualcosa di simile credo che possa essere detto a partire dalla verità. In un mondo dove sembra non esserci più alcune differenza tra la verità e l’errore o, peggio ancora, tra la verità e la menzogna, il compito che abbiamo è quello di continuare, nonostante tutto, a tener desta l’idea di verità. Se ci pensiamo bene, essa rappresenta il primo valore non negoziabile, la prima forma di indisponibilità con la quale, anche se non ne siamo consapevoli, facciamo quotidianamente i conti. “La neve è bianca”: punto. Possiamo riconoscerlo o non riconoscerlo, ma non per questo la neve cessa di essere bianca. Mia madre mi vuole bene anche quando mi rimprovera: posso riconoscerlo o non riconoscerlo, ma non per questo mia madre cessa di volermi bene. La realtà insomma non sempre è manipolabile a piacere; ha in se stessa anche qualcosa che non dipende da noi. Forse è per questo che Friedrich Nietzsche ce l’aveva tanto con la verità. Fra le tante cose che aveva intuito questo genio disperato c’era anche la reciproca dipendenza dell’idea di verità e dell’idea di Dio. “Anche noi illuministi, noi liberi spiriti del XIX secolo prendiamo il nostro fuoco ancora dalla fede cristiana (che era anche la fede di Platone) che Dio sia la verità e che la verità sia divina”. E altrove: “Temo che non ci libereremo di Dio fintanto che crederemo alla grammatica”. Se Dio non esiste, allora non esiste neanche la verità. Attraverso Nietzsche impariamo così la stretta connessione tra l’assolutezza di Dio, l’assolutezza della verità e la considerazione di noi stessi come esseri capaci di dire la verità, cioè come persone aperte alla verità (e all’assoluto). L’idea nicciana del “superuomo” avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa, una sorta di equivalente funzionale a queste “idiosincrasie” cristiane. Ma oggi, lo vediamo abbastanza bene, nemmeno il suo nichilismo eroico ha saputo tenere lontana la miseria dell’ultimo uomo”, colui che confida soltanto nei suoi piaceri, dileggiando l’amore, la creazione, la nostalgia e le stelle.

Ogni verità, anche la più insignificante, ha in se stessa qualcosa di “divino”, rimanda in qualche modo a Dio, mostrandone l’ineludibilità. “Se Dio non esiste tutto è permesso?”, domanda Gomez Davila in un altro dei suoi aforismi, con chiaro riferimento a Dostoevskij. “No”, è la risposta. “Se Dio non esiste nulla ha importanza. I permessi sono risibili quando i significati si annullano”. L’alternativa alla verità, alla realtà e a Dio è dunque l’assoluto non senso, la cui esperienza è fatta oggi, non dai filosofi che allegramente lo teorizzano, ma da quelle persone, specialmente i giovani, che tragicamente lo subiscono, e insieme sentono un gran desiderio uscirne fuori. Di nuovo: la paradossale esperienza di Dio e della verità, attraverso il silenzio e  la disperazione. A noi il compito di renderci testimoni in questo mondo, forti della convinzione di non essere soli, della convinzione che Dio c’è, esiste, e che questo è il vero fondamento della sua ineludibilità, dell’impossibilità che egli si eclissi del tutto. Del resto una verità che sia incapace di sopportare che la si offenda, che la si malmeni, diciamo pure, che la si crocefigga non sarebbe di una specie abbastanza robusta.

12 novembre 2011

 

L’arte erotica (e inaspettata) della fedeltà

Massimo Recalcati

Il tempo ipermoderno sputa sulla fedeltà inneggiando una libertà fatta di vuoto. Tutto ciò che ostacola il dispiegarsi della volontà di godimento del soggetto appare come un residuo moralistico destinato ad essere spazzato via da un libertinismo vacuo sempre più incapace di attribuire senso alla rinuncia. Il principio si applica tanto ai legami con le cose quanto, soprattutto, a quelli con le persone. Non è un caso che nel nostro paese la fedeltà sia stata recentemente considerata dai legislatori come una forma arcaica del legame amoroso al punto da volerla sopprimere negli articoli del Codice che normano le unioni civili e quelle matrimoniali. Perché evocare inutilmente un fantasma anacronistico reo di aver pesato come un macigno inutile sulla libertà affettiva e sessuale delle vite umane? Meglio liberarsene come di un tabù decrepito dalle armi desolatamente spuntate, come un ferro vecchio che non serve più a niente. Oggi è il tempo del “poliamore”, della libertà senza inibizioni, della curiosità sperimentale, dell’esperienza senza vincoli, della morte dell’amore pateticamente romantico e dell’affermazione, al suo posto, dell’amore narcisistico che rende l’aspirazione degli amanti al “per sempre” una farsa o una ingenuità bigotta di qualche credulone, o, peggio ancora, una catena repressiva alla nostra libertà di amare che deve essere finalmente spezzata. Anche l’elevazione della fedeltà ad un rango superiore a quello della mera fedeltà (sessuale) dei corpi, teorizzata, non a caso, soprattutto dagli uomini, tradisce, in realtà, la stessa difficoltà a concepire un legame capace di durare nel tempo senza essere necessariamente mutilato nella spinta del desiderio. Sembra un insegnamento fatale dell’esperienza: più una relazione dura nel tempo più il desiderio erotico si infiacchisce e necessita di nuovo carburante, o, meglio, di dopamina. Le neuroscienze lo confermano senza incertezza: il cervello per mantenere animato il desiderio deve essere dopato dall’eccitazione proveniente da un nuovo oggetto. L’anima, forse, si pensa, può restare fedele, ma non lo si può chiedere al corpo la cui spinta erotica non deve conoscere vincoli.

Il problema è che il nostro tempo non è più in grado di concepire la fedeltà come poesia ed ebbrezza, come forza che solleva, come incentivazione, potenziamento e non diminuzione del desiderio, come esperienza dell’eterno nel tempo, come ripetizione dello Stesso che rende tutto Nuovo. Il nostro tempo non sa né pensare, né vivere l’erotica del legame perché contrappone perversamente l’erotica al legame. È un assioma che deriva da una versione solo nichilistica della libertà: la libertà dell’amore – come la libertà in generale per l’uomo occidentale – deve escludere ogni forma di limite, deve porsi come assoluta. In questo senso la fedeltà diviene un tabù logoro che appartiene ad un’altra epoca e destinato ad essere sfatato. Quello che l’ideologia neo-libertina del nostro tempo però non vede è che ogni forma di disincanto tende, come spiegarono già Adorno e Horkheimer in Dialettica dell’illuminismo, a ribaltarsi nel suo contrario. Il culto del poliamore, della libertà narcisistica, la polverizzazione dell’ideale romantico dell’amore porta davvero verso una vita più ricca, più soddisfatta, più generativa? La clinica psicoanalitica ci consiglia di essere prudenti: la ricerca affannosa del Nuovo spesso non è altro che la ripetizione monotona della stessa insoddisfazione. Il punto è che il nostro tempo rischia di smarrire ogni possibile sguardo sulla trascendenza, sull’altrove, anche di quella che si dà nell’esperienza assolutamente immanente dei corpi. Perché non esiste amore se non del corpo, del volto, della particolarità insostituibile dell’Altro. L’ideale della fedeltà può diventare – come lo è stato per diverse generazioni – una camicia di forza che sacrifica il desiderio sull’altare dell’Ideale divenendo dannosa per la vita. Quando questo accade è bene liberarsene al più presto. Ma l’esperienza della fedeltà, vissuta non in opposizione alla libertà, ma come la sua massima realizzazione, offre alla vita una possibilità di gioia e di apertura rare. Quella che scaturisce dall’esperienza di rendere sempre Nuovo lo Stesso: la ripetizione della fedeltà rivela infatti che giorno dopo giorno il volto di chi amo può essere, insieme, sempre lo Stesso e sempre Nuovo. Mentre il nostro tempo oppone lo Stesso al Nuovo, il miracolo dell’amore è, infatti, quando c’è, quello di rendere lo Stesso sempre Nuovo. Accade anche nella lettura dei cosiddetti classici. Lo diceva bene Italo Calvino: quando un libro diventa un classico se non quando risulta inesauribile di fronte ad ogni lettura? Quando la sua forza non si esaurisce mai, ma dura per sempre eccedendo ogni possibile interpretazione? E non è, forse, la fedeltà (ad un amore, ad un autore, ad un’idea) un nome di questa forza? Non è la fedeltà ciò che ci spinge a rileggere lo stesso libro – o un corpo che si trasforma in libro – scoprendo in esso sempre qualcosa di Nuovo? Non è il suo miracolo quello di fare Nuovo ogni cosa, soprattutto quella “cosa” che crediamo di conoscere di più? Non è questa la sua potenza: trasformare la ripetizione dello Stesso in un evento ogni volta unico e irripetibile?

Quello che l’ideologia neo-libertina non vede è che ogni forma di disincanto tende, come spiegarono già Adorno e Horkheimer a ribaltarsi nel suo contrario

in La Repubblica 03 aprile 2016

 

Il diritto al lavoro. Messaggio per la Giornata del 1° maggio 2016

Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro

Il dato prevalente è che il lavoro in Italia manca. Una scarsità che porta sempre più persone, impaurite dalla prospettiva di perderlo o di non trovarlo, a condividere l’idea che nulla sia più come è stato finora: dignità, diritti, salute finiscono così in secondo piano. Si tratta di una deriva preoccupante messa in moto dal perdurare di una crisi economica stabilmente severa, da una disoccupazione che tocca diversi segmenti anagrafici e demografici (i giovani, le donne e gli ultracinquantenni), e da un cambiamento tecnologico che da più parti viene definito in termini di “quarta rivoluzione industriale”. Rispetto a questa situazione, non sfugge la pertinenza del richiamo alla responsabilità degli imprenditori formulata nell’Evangelii gaudium, e ripresa nel Messaggio del Pontefice al Forum economico mondiale di Davos; tuttavia, si possono prefigurare responsabilità più ampie e diffuse. A ben vedere, infatti anche i lavoratori hanno una responsabilità con la quale fare i conti: il lavoro, che ci sia o meno, tracima e invade le vite delle persone, appiattisce il senso dell’esistenza, così che chi non aderisce a questa logica viene scartato, rifiutato, espulso. Ecco la responsabilità che tutti ci troviamo a condividere: l’incapacità di fermarci e tendere la mano a chi è rimasto indietro. Intimoriti e atterriti da un mondo che non offre certezze, scivoliamo nel disinteresse per il destino dei nostri fratelli e così facendo perdiamo la nostra umanità, divenendo individui che esistono senza trascendenza e senza legami sociali. La ricerca della «giusta misura» è la missione consegnataci dal Papa nel Discorso per il ventennale del Progetto Policoro, quando ha invitato a riscoprire la «“vocazione” al lavoro», intesa come «il senso alto di un impegno che va anche oltre il suo risultato economico, per diventare edificazione del mondo, della società, della vita».

L’educazione al lavoro

Oggi più che mai c’è quindi bisogno di educare al lavoro e la situazione è tale da richiedere una riscoperta delle relazioni fondamentali dell’uomo. Il lavoro deve tornare a essere luogo umanizzante, uno spazio nel quale comprendiamo il nostro compito di cristiani, entrando in relazione profonda con Dio, con noi stessi, con i nostri fratelli e con il creato. Bisogna, in altre parole, fuggire dall’idea che la vera realizzazione dell’uomo possa avvenire nell’alternativa “solo nel lavoro o nonostante il lavoro”. Il tempo dell’uomo è invece tempo operoso. Questa riflessione è valida per tutte quelle persone che guardano in modo disilluso e stanco alla propria vita lavorativa e, soprattutto, per tutti quei giovani che disperano di poter trovare un’occupazione o languono facendo un lavoro che non li soddisfa. Il pensiero è valido a maggior ragione per i datori di lavoro che gestiscono imprese, laboratori, botteghe e uffici con criteri esclusivamente utilitaristici. Il lavoro deve essere sempre e comunque espressione della dignità dell’uomo, dono di Dio a ciascuno.

Questo tema trova particolare espressione nell’elaborazione di percorsi educativi per le giovani generazioni da parte delle comunità cristiane con una precisa attenzione all’orientamento al mondo universitario. L’esperienza universitaria non può soggiacere unicamente alla logica economica di mercato e di preparazione di persone competenti nei campi della sola organizzazione del lavoro. La formazione culturale e l’elaborazione di esperienze spirituali e morali che plasmino l’identità della persona e aprano ai valori della giustizia, della solidarietà e della cura per il creato costituiscono le condizioni di base per una corretta e completa educazione al lavoro stesso.

Il binomio scuola-lavoro

Oltre a questo senso originario, la dimensione educativa del lavoro va ritrovata anche all’interno delle istituzioni formative, facendo in modo che scuola e lavoro siano due esperienze che si intrecciano e interagiscono: i giovani devono poter fare esperienze professionali il prima possibile, così da non trovarsi impreparati una volta terminati gli studi.

L’alternanza scuola-lavoro, così come è stata di recente riformata, rappresenta una leva fondamentale poiché permette a un numero sempre più ampio di giovani di capire quali sono le competenze e le capacità richieste dal mercato del lavoro. Inoltre, non bisogna dimenticare che questo genere di esperienze possono favorire anche lo sviluppo di una propensione all’auto-impiego: l’Italia non può continuare a sprecare l’intelligenza, il talento e la creatività dei suoi giovani, che emigrano nella speranza di essere accolti altrove. Occorre creare per loro spazi di sperimentazione, dove lasciare libera espressione alla creatività e all’intraprendenza: ci sono tanti piccoli, ma significativi segnali che mostrano quanto la collaborazione, la partecipazione e la solidarietà possano essere gli ingredienti di base per ricette imprenditoriali nuove, esperienze che rompono con la «globalizzazione del paradigma tecnocratico», senza per questo essere improduttive o economicamente fallimentari. L’esperienza del Progetto Policoro è prova reale e concreta delle possibilità che si schiudono ai nostri territori quando si sanno mettere all’opera. Cooperative di servizi, start-up tecnologiche, aziende di agricoltura sociale, oltre a essere innovative per il prodotto proposto al mercato, sono spesso innovative anche nelle forme di produzione: aziende inclusive, solidali, basate sulla relazione e sulla valorizzazione del talento delle persone.

Interdipendenza culturale ed economica Nord-Sud

L’impegno nelle direzioni segnalate è peraltro necessario per porre argine a una delle disuguaglianze storiche dell’Italia. Il Meridione è una terra che nel corso dei decenni ha subìto un depauperamento economico e sociale tale da trasformare queste regioni in una seconda Italia, povera, sofferente e sempre più infragilita. L’emigrazione è il tratto macroscopico di questa situazione: negli ultimi dieci anni hanno abbandonato il Sud oltre 700mila persone, giovani, laureati, studenti, imprenditori tutte persone che, quasi sempre a malincuore, hanno lasciato la propria terra con l’amarezza di non poter contribuire alla sua rinascita. Ciò che colpisce e inquieta di questa situazione è la mancanza di consapevolezza rispetto al fatto che il

destino delle diverse aree del Paese non può essere disgiunto: senza un Meridione sottratto alla povertà e alla dittatura della criminalità organizzata non può esserci un Centro-Nord prospero. Non è un caso che le mafie abbiamo spostato gli affari più redditizi nelle regioni del Nord, dove la ricchezza da accaparrare è maggiore.

Sotto questo profilo, le misure da mettere in campo sono numerose. In prima battuta, è necessario prevedere uno strumento di contrasto alla povertà che poggi su basi universalistiche e supporti le persone che hanno perso il lavoro, soprattutto gli adulti tra i 40 e i 60 anni che non riescono a trovare una ricollocazione. Oltre a quanto già indicato circa l’incentivazione di forme di dialogo scuola-lavoro, bisogna dare spazio all’innovazione e alla creatività, creando le condizioni per un sistema produttivo capace di liberare la fantasia e le capacità dei giovani e di tutte le persone con buone idee. A ben vedere, lungo queste direttrici qualcosa si sta muovendo, sia a livello istituzionale sia dentro la società civile e il mondo dell’impresa. Tuttavia, la strada è ancora lunga perché l’Italia è stata per troppo tempo ferma: è giunto il momento di ricominciare a camminare, nessuno escluso, mettendo in pratica quell’«ecologia integrale», che è la base del nostro stare al mondo.

Roma, 3 aprile 2016

 

Romero, un prete contro le dittature

Luciana  Castellina

Ci voleva anche per questo l’input di papa Francesco: quest’anno è stato possibile celebrare l’anniversario – 22 marzo 1980 – dell’assassinio di monsignor Romero, arcivescovo del Salvador, con la soddisfazione di un processo di canonizzazione seriamente avviato dopo la beatificazione ottenuta un anno prima. Potremo seguirlo con la conoscenza dovuta a uno dei più drammatici eventi che hanno insanguinato la lotta dei popoli del Centro America per liberarsi delle dittature grazie al libro che sull’argomento è stato curato da Geraldina Colotti: Oscar Arnolfo Romero, beato fra i poveri (Ed. Clichy, pp.144, euro 7,90), che verrà presentato oggi, ore 20.30, presso Modo Infoshop, a Bologna, con Raffaele K. Salinari e l’autrice.

Si tratta di alcuni scritti del sacerdote ammazzato mentre recitava la messa all’altare della cattedrale, preceduti da una lunga introduzione di Colotti, che traccia il percorso politico-religioso compiuto da questo sacerdote. Un itinerario molto analogo a quello di altri prelati dell’America latina: educati all’ubbidienza dalle gerarchie ecclesiastiche (e sociali ) nei collegi di formazione, negli anni ’70 scoprirono l’inaccettabile condizione di miseria dei loro paesi e – anche perché sollecitati dagli stimoli indotti dal Concilio Vaticano II – in tanti finirono per schierarsi con i movimenti di opposizione, anche guerrigliera, pagando anche loro un prezzo altissimo. Durante il suo recente viaggio in Bolivia papa Francesco si è soffermato dinanzi al luogo dove, solo due giorni prima dell’assassinio di Romero, era stato torturato e poi ucciso un altro sacerdote, Luis Espinal. È in questa occasione – ricorda l’autrice – che il presidente Evo Morales ha regalato al Pontefice una croce su cui lo stesso Espinal aveva inciso una falce e martello.

Il libro di Geraldina Colotti mi ha riportato a tanti anni fa quando le romanzesche battaglie armate del Centro America animarono la fantasia di tutta la sinistra. E le speranze. All’inizio ne abbiamo saputo poco, poi i loro leader sono diventati i nostri eroi. A me capitò di incontrare a Managua quella sandinista che aveva appena vinto. Di lì fui inviata in Salvador per una missione semiclandestina al termine della quale – io e un sindacalista cislino ex missionario gesuita diventato prete operaio, Nino Sergi – avremmo dovuto annunciare che da lì a qualche mese il Fronte democratico rivoluzionario sarebbe a sua volta passato alla lotta armata. (Con noi avrebbe dovuto esserci anche un deputato Dc di sinistra, che all’ultimo non se la sentì: al governo sostenuto dai militari, mandanti dell’assassinio dell’arcivescovo Romero, c’era ancora un Dc, Duarte, su cui inutilmente avevano puntato gli americani nella speranza di dare una legittimità democratica al regime).

Sapevo solo assai superficialmente chi fosse stato monsignor Romero. Seppi di più di questo sacerdote assassinato sui gradini dell’altare della cattedrale di El Salvador dove stava dicendo messa, quando entrai nel Collegio dei Gesuiti: l’androne del grande edificio dove studiavano i rampolli della buona borghesia salvadoregna erano coperti dalle immagini di decine di sacerdoti ammazzati allo stesso modo: dai sicari delle giunte militari succedutesi al potere perché impegnati a fianco delle lotte contadine. Nel corso della notte precedente avevo saputo dai compagni del Fronte Democratico Rivoluzionario incontrati clandestinamente, lontano dalla capitale, che il sacerdote rettore del collegio era in realtà un loro compagno. Un gesuita, che per di più era stato molti anni prima nel collegio che l’ordine ha a Gallarate, allievo proprio assieme al sindacalista della Cisl con cui condividevo la missione. È così – grazie alla lunga e amichevole conversazione riservatissima che avemmo al Collegio prima di ripartire – che capii tante cose dell’intreccio che si era stabilito fra una parte della Chiesa e la sinistra più radicale. È comprensibile perché il libro di Geraldina Colotti mi ha commosso. Oramai sono passati tanti anni e mi domando quanti giovani sappiano di quella epopea centroamericana. La speranza è che il libro li incuriosisca.

in “Il manifesto” del 19 aprile 2016

Fare il genitore. Il mestiere più difficile

Massimo Recalcati

Freud dava due notizie ai genitori. La prima, piuttosto disarmante, è che si tratta di un mestiere impossibile. La seconda, che for- se ci può rincuorare, è che i migliori tra loro sono quelli consapevoli di questa impossibilità.

Ma perché il mestiere del genitore sarebbe impossibile? Perché, come mostra l’esperienza, non si può esercitare questa funzione se non in modo sempre, più o meno, insufficiente, incerto.
Nessuno può, infatti, possedere la risposta infallibile su qual è il senso della vita, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Tutti noi ci barcameniamo alla meno peggio navigando a vista, rinunciando alla favola del- la mano sicura che guida la vita dei figli. Questo spiega anche perché i peggiori genitori sono invece quelli che pensano di essere dei buoni genitori, o, peggio, di incarnarne il loro modello ideale. La psicoanalisi raccoglie sovente i cocci provocati da questo tipo di genitori eccessivamente identificati alla loro funzione educativa. Accadde, tra gli altri al povero Schreber, presidente della Corte di Appello di Lipsia, paranoico delirante, che dovette sopportare da bambino il sadismo folle di un padre inventore di apparecchi educativi finalizzati a correggere, la scarsa forza di volontà dei suoi figli.

Affermare che il mestiere del genitore è impossibile significa che non esistono manuali in grado di spiegare come si fa ad essere un genitore sufficientemente buono. La credenza al limite della superstizione del nostro tempo alimenta invece la fantasia che esistano ricette predefinite e valide per tutti capaci di rendere le cure genitoriali efficaci. Manuali che spiegano come regolare il sonno del proprio bambino, il suo appetito, le sue facoltà cognitive, il suo temperamento, il suo comportamento in generale. Manuali che spiegano come calibra- re nella giusta misura gratificazioni e frustrazioni, premi e punizioni, affettività e normatività. Non casualmente questo proliferare di un sapere educativo pret-à-porter fiorisce proprio nel momento in cui si assiste al tramonto dell’autorità simbolica in tutte le sue declinazioni, prima fra tutte quelle del paterfamilias. Se il tempo del padre-padrone si è esaurito, bisogna affidarsi a manuali dall’aspetto più democratico e ammantati da una parvenza di scientificità per orientare con sicurezza la vita dei nostri figli. Ecco allora apparire un esercito di esperti specializzati sulla funzione genitoriale che spiegano – di fronte al vuoto lasciato dal declino (benedetto) dell’ideologia patriarcale – in che cosa consisterebbe la “giusta” educazione. Una pletora di istruttori di genitori (solitamente, a loro volta, genitori protagonisti di fallimenti) si prodiga nell’elencare le regole che dovrebbero garantire un successo educativo.

Ma è questa la via per provare a reinventare un modello educativo alternativo a quello che abbiamo ereditato dall’ideologia patriarcale e ai fallimenti di quello libertario post ’68? I migliori genitori, spiega Freud, sono quelli consapevoli della loro insufficienza, ovvero quelli che rifuggono da un sapere predefinito, standard. Quelli che sanno che la sola cosa che conta nel rapporto coi figli è aver fatto loro segno dell’amore, ovvero riconoscerli nella loro assoluta particolarità. Senza questo riconoscimento la vita si ammala, si depotenzia, si disperde. Quello che conta nel processo di umanizzazione della vita è avere fede nel desiderio dei propri figli, donare loro la possibilità della sconfitta e del fallimento, ma anche quella di rialzarsi, di ripartire contando sul sostegno dei loro genitori. Quello che conta è donare loro la libertà di essere diversi da come li avremmo voluti; è lasciarli essere quello che sono. Sartre diceva che se i genitori hanno delle attese sui figli i figli avranno dei destini e, solitamente, assai infelici. Nessuna regola comportamentale può compensare l’assenza del segno d’amore che sa riconoscere la particolarità reale del figlio al di là di ogni sua rappresentazione ideale.

in La Repubblica, 29 gennaio 2016

Papa Francesco, l’ultimo degli utopisti

Henri Tincq

Recandosi sull’isola di Lesbo in Grecia, il 16 aprile, presso i migranti, il sovrano pontefice ha ancora una volta detto una parola di segno opposto al modo di pensare corrente.

Chi può far credere oggi alla vecchia utopia secondo la quale un altro mondo è possibile? Gli illuminati del movimento “Nuit debout” (in piedi nella notte) che pretendono di inventare un modello democratico, e allontanano un accademico venuto ad ascoltarli ma a mani vuote? Gli innamorati di nuovi “lendemains qui chantent” (giorni futuri migliori) o gli zeloti religiosi con le loro promesse di salvezza? I venditori dei nuovi paradisi della droga e dell’iperconsumismo? Gli imbonitori che scommettono sul ritorno ad una crescita esponenziale o che predicano le virtù della decrescita? I nuovi sognatori di un mondo disinquinato, denuclearizzato e demilitarizzato? Gli apprendisti stregoni del nuovo transumanismo?No, gli utopisti di oggi sono coloro che non hanno nulla da vendere né da difendere, non hanno potere politico, militare, finanziario, hanno soltanto la forza delle idee, di un modo di parlare libero e gratuito. Francesco è uno di questi. Capo di uno Stato meno grande del principato di Monaco o del Liechtenstein, non ha “divisioni”. Dirige un’istituzione spesso trattata come una fortezza di oscurantismo, insieme fragile e forte del peso della sua esperienza, del contributo che ha dato alla storia dell’umanità, nel meglio come nel peggio, delle sue reti e dei suoi movimenti, sempre in procinto di morire, sempre rinascenti.

Spezzare l’indifferenza

È un uomo vestito di bianco che è andato il 16 aprile nei campi di rifugiati dell’isola di Lesbo, in Grecia, ad incontrare “la più grande catastrofe umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale”. Che ha gettato una corona di fiori nel Mar Egeo, tomba di migliaia di migranti dall’Africa e dal Medio Oriente, di cui 400 solo dall’inizio di quest’anno. Che, per squarciare “lo spesso strato di indifferenza” ha ripetuto al mondo che quei rifugiati “prima di essere dei numeri, sono persone, volti, nomi, storie”. Che non ha avuto paura di disorientare il suo pubblico cattolico riportando a Roma sul suo aereo tre famiglie siriane musulmane che hanno perso tutto nei bombardamenti della loro periferia di Damasco da parte dell’esercito di Bachar al-Assad o nella distruzione da parte dello Stato islamico delle loro case di Deir el-zor. Una goccia d’acqua, queste tre famiglie, queste dodici persone musulmane? Certo, ma il papa voleva mostrare al mondo che i rifugiati delle coste africane o mediorientali non sono soli; voleva dire all’Europa che deve farsi carico delle sue responsabilità con ben altro coraggio; voleva far capire alla popolazione cattolica sensibile prima di tutto ai bisogni dei “cristiani d’Oriente” che le famiglie musulmane, vittime degli stessi conflitti e anche loro rifugiate in Grecia, sono anch’esse famiglie di “figli di Dio”. Quanti stereotipi bocciati e superati con quel gesto!

Smuovere la scena internazionale

Così facendo, il capo della Chiesa cattolica dà una lezione a tanti vescovi europei poco propensi a fare un gesto umanitario a favore di musulmani quando tanti loro “fratelli cristiani” in Siria e in Iraq perdono tutto e fuggono. Prima papa non europeo della storia, mette l’Europa “patria dei diritti umani”, di fronte ai suoi interrogativi sulla sua identità, sul suo patrimonio, sui suoi valori. La richiama alle sue responsabilità davanti ai disgraziati che pagano le conseguenze delle nostre guerre lontane e fuggono dalla disperazione abbandonando tutto. Non distribuisce buoni voti o brutti voti, ma va controcorrente rispetto all’opinione della maggioranza e di dirigenti che, in Ungheria o in Polonia, ad esempio, temono l’accoglienza di stranieri scacciati dalle guerre e vogliono, a rigore, aprire le loro frontiere solo ai cristiani.
Papa Francesco è l’apostolo dell’ultima utopia dei tempi moderni? Lo è per il suo modo di far retrocedere le barriere, di abbassare i muri, di invitare tutti quanti ad aprirsi piuttosto che arinchiudersi, a reagire alle guerre e alle crisi migratorie, non più con l’indifferenza, ma con l’accoglienza e con le vecchie virtù cristiane della “misericordia” e della “carità”. Non aveva forse fatto sorridere invitando nel 2014 Mahmoud Abbas e Shimon Peres in Vaticano per pregare insieme? Non aveva forse irritato Donald Trump fustigando, negli Stati Uniti del 2015, i progetti del candidato repubblicano di innalzare nuove barriere verso il Messico? Non ha forse sorpreso il continente africano recandosi l’anno scorso in piena guerra civile in un paese come la Repubblica Centrafricana straziato dalla guerra tra cristiani e musulmani? E infine non ha forse preparato a Cuba la via per far ri-incontrare l’isola castrista e il “diavolo” americano?

Un’altra Europa è possibile

Chi esprimerà la forza profetica di tali utopie? Questo papa comprende i timori europei, ammette che l’accoglienza dei rifugiati sul continente non è l’unica soluzione. Il Vaticano non si è opposto agli attacchi della coalizione internazionale contro Daesh. Ma invita anche il mondo ad affrontare in profondità le cause dell’attuale crisi migratoria. Mette in guardia contro il traffico di armi, denuncia i trafficanti che sfruttano la vulnerabilità dei migranti, invita a mettere in atto, a monte, politiche ambiziose e coordinate di aiuto allo sviluppo e, a valle, vere politiche di integrazione ed una istruzione che la prepari.
Abbiamo visto il papa a Lesbo prendere tra le braccia dei bambini rifugiati. Con la sua presenza, con i suoi gesti, ha mostrato che un’altra Europa è possibile. Non l’Europa dal cuore duro che innalza muri contro i richiedenti asilo, ma un’Europa che si raccoglie per la memoria degli scomparsi in mare e che si mostra capace di resistere alle sirene della paura, dell’egoismo, dei discorsi meschini e populisti. Come ha detto il cardinale Christoph Schönborn a La Stampa, l’insensibilità è la caratteristica specifica dell’antico paganesimo e molti indizi inquietanti mostrano che la vecchia Europa rischia di sprofondarvi.

in “www.slate.fr” del 19 aprile 2016 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Un corretto rapporto tra etica e corpo

Nunzio Galantino

Alla ricchezza di significati che accompagna la parola «corpo» ho fatto cenno due settimane fa. Ed è proprio questa inesauribile ricchezza a suggerirmi di tornarci su e di farlo in ordine al rapporto tra il corpo e l’etica, in quanto disciplina che tende a riconoscere e a indicare gli ambiti di azione del “corpo che noi siamo”. Un’etica che -come ricorda Jean Luc Nancy – parte dal corpo e vive della “pretesa” di guidarlo nel migliore dei modi. Può farlo però solo a patto che venga superata una concezione del corpo che non ha ancora superato del tutto «l’odio-amore che per il corpo che tinge di sé tutta la civiltà moderna. Il corpo, come ciò che è inferiore e asservito, viene ancora deriso e maltrattato, e insieme desiderato come ciò che è vietato, reificato, estraniato» (M. Horkheimer e Th. Adorno). Non è da pensare quindi che l’etica, con i suoi princìpi, agisca sul corpo come la

penna su un foglio bianco. Soprattutto perché il corpo «non è assolutamente il luogo di eventi senza importanza. L’essere corporeo, non è un’anticamera, né una sala di aspetto in cui si aggira un’anima annoiata e delusa, in attesa che nella morte le si apra la porta del parlatoio di Dio» (J.B. Metz). Al superamento della filosofia del contemptus corporis (rifiuto del corpo) ha offerto un contributo decisivo la teologia cristiana; almeno quella sviluppatasi nella fedeltà al dato biblico. Essa contiene in sé tutti gli elementi per sostenere una svolta radicale rispetto alla deriva che si è consumata e continua a consumarsi nei confronti di «corpo degradato a corpus, a oggetto dominato e sfruttato, tanto nella prospettiva ascetica del rifiuto quanto nell’immaginario erotico dello sfruttamento» (M. Horkheimer e Th. Adorno). Un corretto rapporto tra etica e corpo favorisce il passaggio dal “sentire” il

corpo a “sentirsi” corpo; di una corporeità inserita in un complesso reticolo culturale aperto a un’autentica esperienza, non necessariamente rinunciataria o disumanizzante, ma non per questo meno esigente e impegnativa. È questa l’unica strada di cui disponiamo per neutralizzare il tentativo di capovolgimento del rapporto corpo-valori ispirato ai “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche, Freud) e sostenuto dalla ridefinizione del concetto di desiderio da parte di Deleuze e Guattari. Questi, nel tentativo di superare la «morale dell’obbedienza» e la «morale d’armento» (Nietzsche), tendono a trovare nel “piacevole” il motivo delle decisioni umane, piuttosto che fondarle in una scelta (per quanto condizionata da molti eventi) pur sempre libera dell’essere umano finalizzata a un progetto di vita, sulla base di una rivelazione religiosa o di un consenso etico.

in “Il Sole 24 Ore” del 18 aprile 2016

Nel laboratorio etico del teologo Romano Guardini

Giovanni Santambrogio

Il passare del tempo lavora a restituire la profondità del pensiero di Romano Guardini e a mostrare quanto sia ancora influente sulla riflessione teologica. Ha condizionato il Novecento introducendo un metodo e un linguaggio nuovi. A lui sono debitori personalità come Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger. Ha inciso sui cambiamenti della Chiesa a partire dal rinnovamento della liturgia, ha valorizzato il concetto di persona dedicandovi molti saggi in cui parla dell’unicità e del valore di ciascuno; dal concetto di persona ha poi tratto la categoria teologica della relazione, quell’Io-Tu, che strappa l’uomo alla solitudine e all’isolamento, immettendolo in una dinamica e in un anelito costitutivo di un rapporto, che hanno come principio generativo la paternità di Dio.

Sue sono poi le grandi riletture di poeti e scrittori come Dante, Rilke, Dostoevskij, Pascal, Holderlin, una serie di saggi molto belli che hanno portato la teologia nei territori della letteratura per ascoltare l’esistenza umana, capirla, interpretarla. A chi gli chiedeva le ragioni di questi studi, Guardini rispondeva che tutto nasceva da un desiderio d’incontro perché «nell’incontro emerge non solo ciò che è essenziale ed unico, ma anche il mistero». Per il filosofo e grande teologo era un modo di stabilire «incontri spirituali» strettamente personali in cui lui e l’autore si parlavano e si scrutavano a vicenda. Per spiccata sensibilità visse il presente da testimone critico. Lo fu con il nazismo che gli tolse l’insegnamento, lo è stato con le derive del potere nelle democrazie su cui ha scritto testi importanti al punto da entrare nell’encliclica Laudato si’ di Papa Francesco. Guardini viene più volte citato nel terzo capitolo dove il Pontefice affronta la radice umana della crisi ecologica. I temi riguardano la tecnologia, il rapporto con la scienza e quello con la natura, argomenti che con lungimiranza Guardini affronta ne La fine dell’epoca moderna (Morcelliana) dove scrive che l’uomo «non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio» e tende a credere che «ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di benessere, di pienezza di valori».

Il pensiero, l’insegnamento e l’opera di Guardini sono percorsi dalla preoccupazione di elaborare una metodologia in grado di comprendere la realtà nel suo manifestarsi e nelle ragioni più profonde per arrivare a scovare la presenza del mistero ed entrare in rapporto con esso. In ogni campo della sua ricerca agisce un orizzonte etico teso a cogliere nella vita morale i fenomeni fondamentali dell’etica dove entrano in gioco la predisposizione naturale, il costume, la cultura ma anche la rivelazione e la fede che tanto agiscono sulla persona da produrre nuovi stili di vita. La pubblicazione dell’Opera omnia, giunta al settimo volume, propone ora il primo volume degli Scritti sull’etica – a cura di Daniele Vinci, il secondo volume è in preparazione – che consente di entrare nel laboratorio culturale di Guardini e di vedere crescere la sua tensione nel misurarsi con l’esistenza umana “reale” dove le scelte individuali non sono mai identiche, arrivano inaspettate, cadono in contraddizione. Il volume raccoglie testi giovanili finora inediti, relazioni, saggi brevi e gli studi Le età della vita. Loro significato etico e pedagogico(1953-1959) e Virtù. Meditazioni sulla forma della vita etica (1963). L’autore rifugge da concetti astratti e norme codificate (da un'”algebra etica” per usare una sua espressione giovanile) per concentrarsi sull’idea di etica come relazione che lega il «soggetto vivente e concreto» a tutto ciò che possiede validità e valore. Con questo criterio i saggi del volume scandagliano la realtà in ogni direzione dell’umana avventura; ogni testo presenta spesso facce nuove di un medesimo problema quasi a suggerire di non essere precipitosi nel giudicare. Al centro di ogni riflessione c’è sempre la persona con l’intreccio delle sue domande di senso. Cambiano le stagioni della vita, i contesti culturali, le condizioni sociali ma la persona che vive è sempre la stessa. In età avanzata Guardini dirà che tutti i tentativi di un’etica puramente filosofica peccano di una «limitazione del fenomeno». Il mistero della persona e l’imprevedibilità del suo rapporto con l’infinito e con Dio tengono dialogo e ricerca sempre aperti. Così le lezioni di Monaco, raccolte postume nel 1993 nel volume Etica (Morcelliana), costituiscono il testo piùorganico e maturo del suo pensierio etico senza diventare un trattato chiuso e compiuto. «Lo sforzo di Guardini – scrive Daniele Vinci nell’accurata introduzione agli Scritti – non è mai stato quello di erigere un edificio perfetto e rifinito in ogni sua parte fatto per il godimento estetico». E il motivo si può capire: la vita come intreccio di relazioni tra un «Io e un Tu» è narrazione continua. Importante è saperla ascoltare e non perdere il cuore che la anima.

in “Il Sole 24 Ore” del 17 aprile 2016

Romano Guardini, Scritti sull’etica, Opera Omnia Morcelliana, Brescia, pagg. 754, € 50

Svegliare le coscienze del mondo sulla catastrofe

Gianfranco Brunelli

La presenza del papa, assieme a quella del Patriarca ecumenico Bartolomeo I e dell’Arcivescovo maggiore di Atene Ieronymos II, aveva lo scopo di svegliare le coscienze del mondo e dell’Europa di fronte alla catastrofe umanitaria in atto. Solidarietà ed ecumenismo si sono fusi assieme, istituendo una relazione profonda tra ricerca dell’unità dei cristiani e la preoccupazione per le sorti di questa umanità, per le sorti della pace.

Il metropolita ortodosso di Pergamo Ioannis (Zizioulas), tra i protagonisti contemporanei del movimento ecumenico, di recente lo ha definito «ecumenismo esistenziale». Le differenze dogmatiche e istituzionali tra le Chiese sono come state superate da nuove condizioni storiche, nelle quali i cristiani stessi vengono a trovarsi. È accaduto ad ogni cambio d’epoca. Chi perseguita i cristiani in Medio Oriente non domanda loro a quale confessione appartengono. E così è per l’essere cristiani. Di fronte a chi muore nelle acque dell’Egeo o del Mediterraneo, come nelle sabbie del nord Africa, di fronte a chi scappa dalla fame e dalla guerra, i cristiani non possono chiedersi a quale religione essi appartengano. Del resto, nella tradizione teologica cristiana la Chiesa non esiste per se stessa, ma per la salvezza del mondo.

Lo potremmo anche chiamare ecumenismo della carità, poiché sono in gioco la dignità personale, la libertà e la giustizia, la vita e la morte. La domanda è se riconosciamo il primato della dignità della persona, se esso ha un significato esistenziale fondamentale non solo per la fede cristiana, ma per ogni ragione e ogni religione, o se invece vi sono valori maggiori o interessi maggiori a cui le persone siano sacrificabili. Questo hanno detto Francesco, Bartolomeo e Ieronymos.

«Abbiamo viaggiato fin qui per guardare nei vostri occhi, sentire le vostre voci e tenere le vostre mani nelle nostre. Abbiamo viaggiato fin qui per dirvi che ci preoccupiamo di voi. Abbiamo viaggiato fin qui perché il mondo non vi ha dimenticato»: ha detto il patriarca Bartolomeo nel campo profughi di Moria. «Come uomini di fede, desideriamo unire le nostre voci per parlare apertamente a nome vostro. Speriamo che il mondo si faccia attento a queste situazioni di bisogno tragico e veramente disperato, e risponda in modo degno della nostra comune umanità»: ha detto papa Francesco. E nella preghiera al porto di Mytilene ha chiesto al Dio di misericordia di destare tutti «dal sonno dell’indifferenza», liberando ogni uomo «dall’insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi».

Nell’incontro con la cittadinanza di Lesbo, Francesco ha elogiato la Grecia (le istituzioni e la popolazione), che nonostante la grave crisi economica e finanziaria si è fatta carico della solidarietà verso i migranti. Poi ha parlato all’Europa, richiamando i suoi ideali. Ha riconosciuto le preoccupazioni «legittime e comprensibili» dei governi e della gente per questo esodo incontrollato, ma ha ricordato come lo spirito di fraternità, di solidarietà e il rispetto per la dignità umana hanno contraddistinto la sua lunga storia. E a tutti, che «l’Europa è la patria dei diritti umani, e che chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare, così si renderà più consapevole di doverli a sua volta rispettare e difendere».

Nella Dichiarazione comune, firmata dai tre leader religiosi, è tornato il tema umanitario legato alla prospettiva ecumenica. L’unità tra i cristiani, segnatamente tra le Chiese ortodosse e la Chiesa cattolica, è stata posta nel contesto complessivo del servizio alla giustizia, all’unità e alla pace dell’umanità. L’una è il segno credibile per l’altra. L’ecumenismo della carità può far fare un passo avanti sia alla teologia ortodossa, sia a quella cattolica in vista di una maggiore comunione. Quanti credono in un Dio trinitario non possono che affermare il valore assoluto della persona umana immagine di Dio. Perché il mondo veda.

n “Il Sole 24 Ore” del 17 aprile 2016

Quella carezza schiaffo al mondo

Alberto Melloni

Con la visita a Lesbo papa Francesco ha deciso di esporre, sul fronte politico più caldo di questo momento, tutta la sua forza e tutta la sua impotenza. Ha compiuto un gesto che s’iscrive nel quadro dei grandi gesti profetici e apocalittici mancati ai decenni recenti e affidati ad una impossibile storia dei “se”: se Pio XII fosse andato a Palazzo Salviati a via della Lungara, la sera del 16 ottobre 1943, dove erano stati portati gli ebrei di Roma…; se Giovanni Paolo II in visita in Cile avesse chiesto a Pinochet di accompagnarlo al forte “Silva Palma” a Valparaiso, dove si torturavano i desaparecidos… La ricerca storica ci insegna la ragioni per cui questo non accadde: la convinzione di dover agire diplomaticamente, di poter far meglio dialogando con quei poteri, qualche illusione politicistica, e via dicendo.

Davanti al dramma di popoli in fuga da un segno apocalittico come la guerra – «a bello fame et peste», dicevano le litanie – è accaduta, invece, la visita di Francesco a Lesbo. Dove arriva una disperazione che non ha nulla di comparabile alla Shoah, che non ha dietro la spietatezza della realpolitik americana: ma che imponeva anche al papato delle scelte. E Francesco ha fatto le sue. Ha compiuto un atto liturgico di intercomunione con l’ortodossia, toccando insieme la carne del Cristo povero nei poveri. Ha scelto di compiere un gesto di umiliazione: e alla propaganda jihadista sui crociati mostra un credente disarmato che può solo carezzare qualche viso di quelli che hanno vissuto per decenni sotto le bombe e devono fuggire portandosi la vita come bottino. E ha compiuto un grande gesto politico.

Che consiste nel girare le spalle alla politica, volgersi dalla parte delle vittime e parlare (anche alla politica) solo rimanendo lì, accanto al corpo di Abele: l’Abele dei morti distesi sul fondo dei mari che separano le terre della guerra dalle terre della paura; l’Abele degli innocenti vivi e piangenti che gli sono parati innanzi con gesti che mimavano gli episodi stessi del Vangelo.

«Troverete qualche lacrima da asciugare» disse papa Giovanni la sera del discorso della Luna; Francesco è andato a dare la carezza del Papa ai bambini che piangevano disperati, che si sono prostrati davanti a lui in un gesto straziante che consegnava ad un uomo andato a dire «non perdete la speranza», tutta la disperazione inconsolabile di chi è in fuga e rischia di essere ributtato nelle mani di chi ha caricato i propri campi di profughi da usare come arma e come leva di un ricatto che ha funzionato benino.

Da quel punto-Abele ha lanciato un messaggio politico che denuncia l’impotenza di un’Europa che si misura con questi drammi, o facendosi portare dagli amici – Tajani ne ha fatto un mestiere – simpatici capi religiosi che rassicurano una società secolarizzata sulla bontà delle “religioni” o facendo qualche domanda sbagliata alla sociologia religiosa di solito francese… La soluzione che Francesco ha “implorato” infatti non è fatta di principi: legge naturale, norme morali, concetti di civiltà; ma di una prossimità reale di cui ha dato l’esempio andando solo (si portasse il presidente della conferenza episcopale europea non sarebbe male) insieme al Patriarca Ecumenico e ai suoi metropoliti.

Esattamente come ha imposto ai vescovi cattolici di prendere in mano le situazioni “cosiddette irregolari” così ha fatto coi migranti. Il Papa ha stabilito che i vescovi debbano prender in mano personalmente quei drammi e i disastri degli amori estinti non perché pensi che i vescovi sappiano dire parole appropriate: ma perché pensa che sia indispensabile ai vescovi per essere vescovi. E allo stesso modo il papa sa che non saranno le parrocchie dello staterello Vaticano o gli episcopi che aprono qualche stanza ad alcune famiglie a risolvere il dramma di milioni di persone cacciate da casa da guerre lucrose e da lucrosi maneggi politico-petroliferi: sa, però, che aver vicino anche solo un poco di quel disastro rende umano chi lo fa, e disumano chi non lo fa.

«Chi alza muri non è cristiano» ha detto rispondendo a una battuta di Trump che credeva di poter fare lo strafottente col vescovo di Roma. A Lesbo ha spiegato che chi non vuol vedere la sofferenza del carcerato – che “è” il Cristo dice Matteo 25 – non è umano.

Perché come dice Francesco «siamo tutti migranti»: e a forza di muri e confini questo continente che ha inventato le guerre di religione, la guerra totale, il colonialismo, i totalitarismi, lo sterminio e la pulizia etnica, finirà per ripetersi. E perché come dice Bartholomeos «la società sarà giudicata per come vi tratta»: in senso etimologico una Europa “se-cura” – cioè che si libera dal prendersi “cura” degli altri – è una utopia destinata a dar frutti malvagi.
Per una Europa che si “cura” della pace e della giustizia di terre dimenticate, dove i grandi affari generano grandi cinismi, non basta il disegno di un bambino afghano messo sul tavolo del Papa. Le tre famiglie che diventano rifugiati in Vaticano non sono “la” soluzione di questo dramma epocale: hanno senso se sono un promemoria, un gesto che suscita qualche santa emulazione nei vescovi, nei credenti, negli europei.

in “la Repubblica” del 17 aprile 2016