Il cattolico che parlava di quel Dio progressista

Gianni Vattimo

Non so se nelle commemorazioni pubbliche che si faranno, a cominciare dalla cerimonia annunciata per martedì 23 a Milano al Castello Sforzesco, qualcuno ricostruirà un momento e un aspetto della vita di Eco che rischia di essere oscurato dalla sua immagine, del resto corretta, di grande pensatore laico su cui insistono i media. Non che Eco non sia da annoverare tra i grandi del pensiero laico. Ma è interessante, e storicamente rilevante, ricordare da quale formazione egli provenisse. Quei Ragazzi di Via Po, secondo il titolo del bel libro di Aldo Cazzullo che rievoca quegli anni di storia torinese, ma non solo, si sono formati nel clima di una grande stagione della cultura cattolica italiana.
Nei primi anni cinquanta, Eco, che studiava a Torino e abitava nel collegio universitario di via Galliari (lasciandovi ricordi ancora vivi di fantasiose feste delle – o meglio: alle – matricole), era un dirigente della gioventù studentesca cattolica, un militante della Giac (Gioventù italiana di Azione cattolica) che si era già fatto conoscere in quell’ambiente come una sorta di enfant prodige.
All’università di Torino Eco si laureò nel 1954 con una tesi, divenuta presto libro, su Il problema estetico in San Tommaso, preparata sotto la guida di un’altra giovane “promessa” della filosofia italiana, Luigi Pareyson che era appena diventato ordinario di Estetica. Il tema della tesi rivela chiaramente quali fossero gli interessi intellettuali del discepolo, che resterà in tutta la sua carriera un cultore, sia pure ampiamente laicizzato, del Medio Evo e della sua cultura. Insomma, l’Eco degli anni torinesi era un cattolico “impegnato”, come si diceva allora con qualche reminiscenza sartriana. Non solo nella tematica religiosa, ma in quella lotta, di cui fu tra i protagonisti, per svecchiare la cultura cattolica e orientarla a una comprensione più aperta della situazione politica.
Chi, come me, frequentava le associazioni cattoliche a Torino in quegli anni, ascoltò spesso interventi e conferenze in cui Eco, mentre illustrava il pensiero di autori come Maritain o Mounier, sosteneva chiaramente che Dio non può che essere di sinistra, perché è di sinistra la creazione, contro l’inerzia della ripetitività e della conservazione. Certo la popolarità di Eco era anche favorita, in modo decisivo, dal suo spirito ironico e dissacrante: come giovane cattolico praticò in maniera sopraffina l’arte di scivolare via dall’ortodossia, e dal fondamentalismo più bieco, attraverso l’ironia e il sarcasmo.
Scriveva già allora quei brevi testi che confluirono poi nel Diario minimo, che con le sue battute e le sue barzellette (peccato che l’arte della barzelletta sia diventata impraticabile dopo Berlusconi e i suoi abusi) resta una delle sue opere essenziali. Lo dico sul serio: c’è un Umberto Eco “minimo” che merita di essere considerato come un grande educatore della gioventù italiana. Oltre al ricordo del suo spirito, in tutti i sensi, dal più alto al più basso, della parola, la lezione di Eco merita di essere ricordata, anche tra laici, per gli impulsi che, insieme ad altri grandi cattolici “adulti” e “non allineati” che lo conobbero (da don Arturo Paoli, teologo della liberazione per anni in Brasile; al medico Mario Rossi che guidò la lotta contro l’integralismo di Pio XII e del professor Gedda; a Carlo Carretto, mitico presidente della Giac anni Cinquanta) seppe dare ai cattolici chiamandoli a una libertà di spirito, e un impegno politico, di cui ancora oggi la Chiesa ha un immenso bisogno.
Proprio San Tommaso, ha detto Eco di recente, lo aiutò a liberarsi dalla fede religiosa.
Un altro paradosso di quelli che egli amava? Forse. Ma se è vero come dice il Credo, che Gesù (la Chiesa istituzione?) siede alla destra del Padre, il Padre stesso, come Creatore, è di sinistra. Anche questo ci ha insegnato l’Eco “ragazzo di via Po”.

in “il Fatto Quotidiano” del 22 febbraio 2016

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