Archivio mensile:febbraio 2016

Decreti legislativi in delega la riforma scolastica passa da qui

“Il Governo è delegato ad adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi al fine di provvedere al riordino, alla semplificazione e alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione, anche in coordinamento con le disposizioni di cui alla presente legge” (comma 180, legge 107/15 della Buona Scuola).

Quei 18 mesi scadranno tra circa un anno, ma i contenuti dei decreti delegati dovranno essere definiti ben prima (entro settembre ’16?) per consentire le procedure consultive istituzionali.

Ci sono, dunque, circa sei mesi di lavoro per definire contenuti e linee di attuazione delle deleghe. E le materie all’esame non sono né poche né semplici, come si può ricavare dal sintetico elenco delle tematiche in delega:

  1. riordino delle disposizioni normative in materia di sistema nazionale di istruzione e formazione

  2. riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria,

  3. promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità

  4. revisione dei percorsi dell’istruzione professionale

  5. istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni,

  6. garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale

  7. promozione e diffusione della cultura umanistica, valorizzazione del patrimonio e della produzione culturali, musicali, teatrali, coreutici e cinematografici e sostegno della creatività connessa alla sfera estetica

  8. revisione, riordino e adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all’estero

  9. adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato

DEUS CARITAS EST

Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle,
vi accolgo in occasione del Congresso Internazionale sul tema: “La carità non avrà mai fine (1 Cor 13,8). Prospettive a dieci anni dall’Enciclica Deus caritas est”, organizzato dal Pontificio Consiglio Cor Unum, e ringrazio Mons. Dal Toso per le parole di saluto che mi ha rivolto a nome di tutti voi. La prima Enciclica di Papa Benedetto XVI tratta un tema che permette di ripercorrere tutta la storia della Chiesa, che è anche storia di carità. È una storia di amore ricevuto da Dio, che va portato al mondo: questa carità ricevuta e donata è il cardine della storia della Chiesa e della storia di ciascuno di noi. L’atto di carità, infatti, non è solo un’elemosina per lavarsi la coscienza; include «un’attenzione d’amore rivolta all’altro» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 199), che considera l’altro «un’unica cosa con sé stesso» (cfr San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 27, art. 2) e desidera condividere l’amicizia con Dio. La carità sta dunque al centro della vita della Chiesa e ne è veramente il cuore, come diceva santa Teresa di Gesù Bambino. Sia per il singolo fedele, sia per la comunità cristiana nel suo insieme vale la parola di Gesù, secondo cui la carità è il primo e il più alto dei comandamenti: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza … Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mc 12,30-31).
L’Anno giubilare che stiamo vivendo è anche l’occasione per ritornare a questo cuore pulsante della nostra vita e della nostra testimonianza, al centro dell’annuncio di fede: «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Dio non ha semplicemente il desiderio o la capacità di amare; Dio è carità: la carità è la sua essenza, la sua natura. Egli è unico, ma non è solitario; non può stare da solo, non può chiudersi in Sé stesso, perché è comunione, è carità, e la carità per sua natura si comunica, si diffonde. Così Dio associa alla sua vita di amore l’uomo e, anche se l’uomo si allontana da Lui, Egli non rimane distante e gli va incontro. Questo suo venirci incontro, culminato nell’incarnazione del Figlio, è la sua misericordia; è il suo modo di esprimersi verso di noi peccatori, il suo volto che ci guarda e si prende cura di noi. «Il programma di Gesù – è scritto nell’Enciclica – è “un cuore che vede”. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente» (n. 31).
Carità e misericordia sono così strettamente legate, perché sono il modo di essere e di agire di Dio: la sua identità e il suo nome. Il primo aspetto che l’Enciclica ci ricorda è proprio il volto di Dio: chi è il Dio che in Cristo possiamo incontrare, com’è fedele e insuperabile il suo amore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Ogni forma di amore, di solidarietà, di condivisione è solo un riflesso di quella carità che è Dio. Egli, senza mai stancarsi, riversa la sua carità su di noi e noi siamo chiamati a diventare testimoni di questo amore nel mondo. Perciò dobbiamo guardare alla carità divina come alla bussola che orienta la nostra vita, prima di incamminarci in ogni attività: lì troviamo la direzione, da essa impariamo come guardare i fratelli e il mondo. «Ubi amor, ibi oculus», dicevano i Medioevali: dove c’è l’amore, lì c’è la capacità di vedere. Solo «se rimaniamo nel suo amore» (cfr Gv 15,1-17), sapremo comprendere e amare chi ci vive accanto.
L’Enciclica – ed è il secondo aspetto che vorrei sottolineare – ci ricorda che questa carità vuole rispecchiarsi sempre più nella vita della Chiesa. Come vorrei che ognuno nella Chiesa, ogni istituzione, ogni attività riveli che Dio ama l’uomo! La missione che i nostri organismi di carità svolgono è importante, perché avvicinano tante persone povere ad una vita più dignitosa, più umana, cosa quanto mai necessaria; ma questa missione è importantissima perché, non a parole, ma con l’amore concreto può far sentire ogni uomo amato dal Padre, figlio suo, destinato alla vita eterna con Dio. Io vorrei ringraziare tutti coloro che si impegnano quotidianamente in questa missione, che interpella ogni cristiano. In questo Anno giubilare ho voluto sottolineare che tutti possiamo vivere la grazia del Giubileo proprio mettendo in pratica le opere di misericordia corporale e spirituale: vivere le opere di misericordia significa coniugare il verbo amare secondo Gesù. E così, tutti insieme, contribuiamo concretamente alla grande missione della Chiesa di
comunicare l’amore di Dio, che vuole diffondersi.
Cari fratelli e sorelle, l’Enciclica Deus caritas est conserva intatta la freschezza del suo messaggio, con cui indica la prospettiva sempre attuale per il cammino della Chiesa. E tutti siamo tanto più veri cristiani, quanto più viviamo con questo spirito. Vi ringrazio ancora per il vostro impegno e per quanto potrete realizzare in questa missione di carità. Vi assista sempre la Vergine Madre e vi accompagni la mia benedizione. Per favore, fate un atto di carità e non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

Sala Clementina,  Venerdì, 26 febbraio 2016

L’educazione all’impreditorialità a scuola in Europa

Erika Bartolini

Perché l’educazione all’imprenditorialità è fondamentale? I paesi europei la stanno integrando nei propri curricoli? Quali tipi di strategie sono state messe in campo finora e come vengono formati gli insegnanti?

Queste le domande che costituiscono il focus del nuovo rapporto di Eurydice ‘Entrepreneurship education at school in Europe’ sull’educazione all’imprenditorialità.

Sviluppare e promuovere l’educazione all’imprenditorialità è stato per molti anni uno degli obiettivi politici chiave delle istituzioni europee e degli stati membri. Infatti, nel contesto degli alti tassi di disoccupazione giovanile, della crisi economica e dei rapidi cambiamenti dovuti alla complessità delle nostre economia e società basate sulla conoscenza, le competenze trasversali come l’imprenditorialità sono essenziali non solo per forgiare la mentalità dei giovani, ma anche per fornire le competenze, conoscenze e attitudini che sono centrali per lo sviluppo di una cultura imprenditoriale in Europa. Tuttavia, sebbene alcuni paesi siano già da più di un decennio impegnati a dare impulso all’educazione all’imprenditorialità, altri stanno partendo solo ora.

Cosa è l’educazione all’imprenditorialità

Il rapporto di Eurydice si basa sulla definizione europea di imprenditorialità quale competenza chiave che si riferisce alla ‘capacità di una persona di tradurre le idee in azione […]’. È una definizione ampia, che non comprende solo la capacità dei giovani di iniziare e gestire un’attività commerciale o in proprio, ma include anche ‘la creatività, l’innovazione e l’assunzione di rischi, come anche la capacità di pianificare e di gestire progetti per raggiungere obiettivi […]’. In ambito educativo ciò significa sviluppare negli studenti di tutte le età, in un’ottica di apprendimento permanente, le competenze e la mentalità necessarie per trasformare le idee creative in azioni imprenditoriali e sostenere così anche lo sviluppo personale, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupabilità.

Fra i paesi europei, tuttavia, non c’è omogeneità nella definizione di educazione all’imprenditorialità. Mentre la metà circa dei paesi (fra cui l’Italia) utilizza la definizione europea, e un terzo dei paesi ha una definizione nazionale che nella maggior parte dei casi è in linea con quella europea, in circa 10 paesi non esiste una definizione condivisa a livello nazionale di educazione all’imprenditorialità.

Questo aspetto, apparentemente secondario, rivela invece già dalla definizione, quanto ancora ci sia da fare in questo campo in Europa, come è evidenziato anche dai principali risultati dello studio. Infatti, una delle conclusioni a cui giunge il rapporto di Eurydice è che nessun paese ha ancora pienamente integrato l’imprenditorialità nelle proprie politiche educative.

Integrare l’educazione all’imprenditorialità implica l’attuazione nel tempo di una strategia e il suo costante monitoraggio, vuol dire che esiste un meccanismo di finanziamento solido e che si valutano i risultati dell’apprendimento e anche la piena integrazione dell’educazione all’imprenditorialità nella formazione iniziale e in servizio degli insegnanti. Ciò attualmente non avviene in nessuno dei paesi considerati dal rapporto.

Dei 38 sistemi educativi presi in esame, con la massima concentrazione nei paesi nordici, hanno una specifica strategia sull’educazione all’imprenditorialità, mentre 18 hanno una strategia più generale che copre anche altre aree. Nove non hanno strategie nazionali di rilievo in questo campo. In generale, le strategie che si concentrano esclusivamente sull’educazione all’imprenditorialità offrono una copertura migliore dell’argomento, con una più vasta gamma di azioni e maggiore supporto per la loro attuazione.

L’educazione all’imprenditorialità nel curricolo e nella formazione degli insegnanti

Nella metà dei paesi considerati dal rapporto, l’educazione all’imprenditorialità è inclusa nel curricolo a livello primario come obiettivo cross-curriculare, mentre in 14 paesi è integrata nelle materie obbligatorie a livello primario.

livello secondario superiore, l’educazione all’imprenditorialità è più diffusa e gli approcci più vari; può essere materia separata o parte integrante delle materie obbligatorie e facoltative (principalmente scienze sociali, economia e studi commerciali). Tuttavia, il rapporto evidenzia che è più difficile che l’educazione all’imprenditorialità raggiunga tutti gli studenti quando è inclusa nelle materie facoltative piuttosto che in quelle obbligatorie e dove non è un argomento cross-curriculare.

Esaminare l’educazione all’imprenditorialità nella formazione iniziale degli insegnanti è complesso, dato che più di tre quarti dei paesi/regioni europee o riconoscono autonomia agli istituti di formazione, o non hanno disposizioni per la formazione iniziale degli insegnanti sull’educazione all’imprenditorialità. Solo sette sistemi educativi includono l’educazione all’imprenditorialità fra le materie obbligatorie nella formazione iniziale di alcuni tipi di futuri insegnanti, e solo un paese lo fa per tutti i futuri insegnanti.

Nello sviluppo professionale continuo, l’offerta di corsi sull’educazione all’imprenditorialità è più sviluppata. Infatti, 28 paesi/regioni hanno corsi specifici disponibili almeno per gli insegnanti di determinate materie in certi livelli di istruzione. A volte, l’offerta viene da organizzazioni che generalmente si occupano di sviluppo professionale continuo o può essere delegata a enti/organizzazioni specializzate in educazione all’imprenditorialità. Questi soggetti hanno un ruolo chiave nella formazione iniziale e in servizio, così come nello sviluppo di materiali didattici e nel fornire un sostegno qualificato agli insegnanti.

La ricerca suggerisce, infatti, che i metodi che coinvolgono gli studenti in esperienze fuori dalla classe e li mettono in contatto con il mondo reale hanno un ruolo centrale nell’educazione all’imprenditorialità. Tuttavia, il rapporto mostra che solo pochi paesi fanno di esperienze pratiche di imprenditorialità – come la creazione di piccole o medie imprese, o il lavoro basato sulla progettazione – una parte regolare e obbligatoria del curricolo.

A questo proposito, un dato interessante riportato da una indagine di Eurobarometro, ci dice che solo il 23% del campione intervistato ha partecipato a corsi o attività a scuola finalizzati a trasformare le idee in azione o a realizzare un proprio progetto. La percentuale di chi ha partecipato è più alta fra i giovani (il 34% fra il 15-24enni) mentre la stessa decresce più che si sale con l’età. Questo è chiaramente dovuto anche al fatto che i più giovani hanno comunque beneficiato delle ultime politiche messe in campo nei vari paesi. Il dato italiano in questa indagine si attesta fra i più bassi, circa al 16%.

L’approccio degli europei all’imprenditorialità

Da una recente indagine di Eurobarometro emerge anche che, ad esempio, in Europa più del 50% dei giovani di età compresa fra 15 e 29 anni non ha intenzione di iniziare un’attività in proprio, il 5% lo ha già fatto, il 17% intende farlo in futuro e il 3% ha provato a farlo ma ha dovuto rinunciare perché ha incontrato troppe difficoltà, mentre il 22% vorrebbe iniziare un’attività ma lo ritiene troppo difficile. In generale, questo dato di Eurobarometro mette in luce un generale scetticismo dei giovani sulla possibilità che l’attività imprenditoriale possa costituire una valida soluzione all’attuale crisi del mondo del lavoro.

Da un’indagine del Global Entrepreneurship Monitor (GEM), risulta invece che in Italia, posizionandosi molto al di sopra della media europea, il 65% della popolazione di età compresa fra 18 e 64 anni, ritiene l’imprenditorialità una scelta lavorativa auspicabile, anche se solo l’11 % ha intenzione di iniziare un’attività nei prossimi tre anni, mentre riguardo alla percezione delle capacità e opportunità imprenditoriali, l’Italia si posiziona in linea con la media europea.

Quando poi si vanno a considerare le percentuali di giovani che hanno iniziato un’attività in proprio, l’Italia risulta avere le percentuali più alte con il 13,7% fra gli occupati di età compresa fra 20 e 24 anni e il 16,2% fra i 25-29enni. Nonostante questi dati possano, secondo Eurofound, nascondere anche il fenomeno diffuso in alcuni paesi di falsi lavoratori in proprio, il dato rimane alto e suggerisce uno spunto di riflessione.

Tuttavia, l’Italia non ha ancora sviluppato una strategia nazionale specifica sull’educazione all’imprenditorialità che, comunque, è inserita come materia cross-curricolare o integrata nei curricoli dei livelli primario e secondario inferiore e superiore.

Le recenti misure sul rilancio dell’alternanza scuola-lavoro contenuto nella legge ‘La buona scuola’ e la previsione di attività di formazione in servizio per i docenti relative sia all’alternanza che all’imprenditorialità, vanno certamente nella direzione di dare all’educazione all’imprenditorialità uno spazio nel nostro sistema di istruzione.

Tuttavia, guardando i dati sulle intenzioni e sulle percezioni dei giovani verso l’imprenditorialità, considerando che nelle indagini PISA i 15enni italiani hanno risultati nelle competenze di problem solving superiori alla media OCSE e che l’Italia è una paese la cui economia è storicamente legata alle piccole e medie imprese, quello dell’educazione all’imprenditorialità è sicuramente un campo in cui, con una strategia nazionale mirata, si possono raggiungere risultati interessanti nel contenimento della disoccupazione giovanile.

Dal Sito di Indire

Quella cristiana non è «la religione del dire»

Domenico Agasso jr

Agisce realizzando il bene, non solo parlando e dicendolo. Quella cristiana non è una «religione del dire», ipocrita e vanitosa, ma è concreta. Papa Francesco commenta così la liturgia di oggi all’omelia della Messa celebrata in Casa Santa Marta questa mattina. Durante la Quaresima, invoca, Dio «ci insegni la strada del fare». Lo riferisce Radio Vaticana. Denuncia il Pontefice: la vita cristiana è concreta, innanzitutto «Dio è concreto», ma molti sono i cristiani per «finta», quelli che pongono l’appartenenza alla Chiesa come un onore senza impegno e responsabilità, un prestigio, invece di ciò che è veramente: servizio verso i più poveri e bisognosi.
Il Pontefice si basa sul brano liturgico del giorno del profeta Isaia col passo del Vangelo di Matteo per ribadire la «dialettica evangelica fra il dire e il fare». Papa Bergoglio evidenzia le parole diGesù, che smaschera l’ipocrisia di scribi e farisei esortando discepoli e folla a osservare ciò che loro insegnano ma a non comportarsi come loro si atteggiano: «Il Signore ci insegna la strada del fare. E quante volte troviamo gente – anche noi, eh! – tante volte nella Chiesa: “O sono molto cattolico!”.
“Ma cosa fai?” Quanti genitori si dicono cattolici, ma mai hanno tempo per parlare ai propri figli, per giocare con i propri figli, per ascoltare i propri figli. Forse hanno i loro genitori in casa di riposo, ma sempre sono occupati e non possono andare a trovarli e li lasciano abbandonati. “Ma sono molto cattolico, eh! Io appartengo a quella associazione”». Ecco, questa «è la religione del dire: io dico che sono così, ma faccio la mondanità».
«Dire e non fare», scandisce Francesco, «è un inganno». Le parole di Isaia indicano cosa il Signore preferisce: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene». Ancora: «Soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». Inoltre, mostrano pure l’infinita misericordia di Dio, che comunica all’umanità: «Su – ricorda Francesco – venite e discutiamo.
Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve».
«La misericordia del Signore – osserva il Papa – va all’incontro di quelli che hanno il coraggio di discutere con Lui, ma discutere sulla verità, sulle cose che io faccio o quelle che non faccio, per correggermi. E questo è il grande amore del Signore – precisa – in questa dialettica fra il dire e il fare. Essere cristiano significa fare: fare la volontà di Dio. E l’ultimo giorno – perché tutti noi ne avremo uno, eh! – quel giorno cosa ci domanderà il Signore? Ci dirà: “Cosa avete detto su di me?”. No! ci domanderà delle cose che abbiamo fatto». Francesco poi si sofferma in particolare sul capitolo del Vangelo di Matteo sul giudizio finale, quando Dio chiederà conto all’uomo di come si sarà comportato con i più bisognosi, affamati, assetati, carcerati, stranieri: «Questa – esclama Francesco – è la vita cristiana. Invece il solo dire ci porta alla vanità, a quel fare finta di essere cristiano. Ma no, non si è cristiani così».
Infine, un’invocazione: «Che il Signore ci dia questa saggezza di capire bene dov’è la differenza fra il dire e il fare e ci insegni la strada del fare e ci aiuti ad andare su quella strada, perché la strada del dire ci porta al posto dove erano questi dottori della legge, questi chierici, ai quali piaceva vestirsi ed essere proprio come se fossero una maestà, no? E questo – ripete – non è la realtà del Vangelo! Che il Signore ci insegni questa strada».

in “La Stampa-Vatican Insider” del 23 febbraio 2016

Il cattolico che parlava di quel Dio progressista

Gianni Vattimo

Non so se nelle commemorazioni pubbliche che si faranno, a cominciare dalla cerimonia annunciata per martedì 23 a Milano al Castello Sforzesco, qualcuno ricostruirà un momento e un aspetto della vita di Eco che rischia di essere oscurato dalla sua immagine, del resto corretta, di grande pensatore laico su cui insistono i media. Non che Eco non sia da annoverare tra i grandi del pensiero laico. Ma è interessante, e storicamente rilevante, ricordare da quale formazione egli provenisse. Quei Ragazzi di Via Po, secondo il titolo del bel libro di Aldo Cazzullo che rievoca quegli anni di storia torinese, ma non solo, si sono formati nel clima di una grande stagione della cultura cattolica italiana.
Nei primi anni cinquanta, Eco, che studiava a Torino e abitava nel collegio universitario di via Galliari (lasciandovi ricordi ancora vivi di fantasiose feste delle – o meglio: alle – matricole), era un dirigente della gioventù studentesca cattolica, un militante della Giac (Gioventù italiana di Azione cattolica) che si era già fatto conoscere in quell’ambiente come una sorta di enfant prodige.
All’università di Torino Eco si laureò nel 1954 con una tesi, divenuta presto libro, su Il problema estetico in San Tommaso, preparata sotto la guida di un’altra giovane “promessa” della filosofia italiana, Luigi Pareyson che era appena diventato ordinario di Estetica. Il tema della tesi rivela chiaramente quali fossero gli interessi intellettuali del discepolo, che resterà in tutta la sua carriera un cultore, sia pure ampiamente laicizzato, del Medio Evo e della sua cultura. Insomma, l’Eco degli anni torinesi era un cattolico “impegnato”, come si diceva allora con qualche reminiscenza sartriana. Non solo nella tematica religiosa, ma in quella lotta, di cui fu tra i protagonisti, per svecchiare la cultura cattolica e orientarla a una comprensione più aperta della situazione politica.
Chi, come me, frequentava le associazioni cattoliche a Torino in quegli anni, ascoltò spesso interventi e conferenze in cui Eco, mentre illustrava il pensiero di autori come Maritain o Mounier, sosteneva chiaramente che Dio non può che essere di sinistra, perché è di sinistra la creazione, contro l’inerzia della ripetitività e della conservazione. Certo la popolarità di Eco era anche favorita, in modo decisivo, dal suo spirito ironico e dissacrante: come giovane cattolico praticò in maniera sopraffina l’arte di scivolare via dall’ortodossia, e dal fondamentalismo più bieco, attraverso l’ironia e il sarcasmo.
Scriveva già allora quei brevi testi che confluirono poi nel Diario minimo, che con le sue battute e le sue barzellette (peccato che l’arte della barzelletta sia diventata impraticabile dopo Berlusconi e i suoi abusi) resta una delle sue opere essenziali. Lo dico sul serio: c’è un Umberto Eco “minimo” che merita di essere considerato come un grande educatore della gioventù italiana. Oltre al ricordo del suo spirito, in tutti i sensi, dal più alto al più basso, della parola, la lezione di Eco merita di essere ricordata, anche tra laici, per gli impulsi che, insieme ad altri grandi cattolici “adulti” e “non allineati” che lo conobbero (da don Arturo Paoli, teologo della liberazione per anni in Brasile; al medico Mario Rossi che guidò la lotta contro l’integralismo di Pio XII e del professor Gedda; a Carlo Carretto, mitico presidente della Giac anni Cinquanta) seppe dare ai cattolici chiamandoli a una libertà di spirito, e un impegno politico, di cui ancora oggi la Chiesa ha un immenso bisogno.
Proprio San Tommaso, ha detto Eco di recente, lo aiutò a liberarsi dalla fede religiosa.
Un altro paradosso di quelli che egli amava? Forse. Ma se è vero come dice il Credo, che Gesù (la Chiesa istituzione?) siede alla destra del Padre, il Padre stesso, come Creatore, è di sinistra. Anche questo ci ha insegnato l’Eco “ragazzo di via Po”.

in “il Fatto Quotidiano” del 22 febbraio 2016

Umberto Eco e la fede L’enigma del distacco

Vittorio Messori

Incontrandolo, intervistandolo, leggendolo, non potevo sfuggire a una sorta di rammarico. Proprio perché molto ne ammiravo l’intelligenza, la cultura, lo stile, l’ironia, il savoir vivre, sentivo (e glielo dissi anche, una volta, ricavandone un sorriso enigmatico), sentivo il dispiacere del credente davanti a un uomo che ti parlava della sua «definitiva apostasia» da ogni fede religiosa, a cominciare ovviamente da quella cattolica. Un giovane che fu tra i dirigenti della Giac, la Gioventù di Azione cattolica, che sino all’università si nutrì di credenti antichi e moderni, un uomo da comunione quotidiana e da confessione settimanale e che scelse san Tommaso per la sua tesi pensando alla fede da difendere e non a una laurea da conquistare. Ed ecco che invece dello straordinario apologeta del cattolicesimo, dello scintillante polemista che i credenti avrebbero avuto in dono, ecco che dall’ateneo torinese uscì l’Umberto liberal. Un Eco divenuto sì apologeta, ma prima dell’agnosticismo e poi — come ammise — di un relativismo ateo (nomina nuda tenemus), affermato con la consueta leggerezza dall’apparenza svagata, ma in realtà non scalfibile.

La delusione non mi ha impedito, per quanto mi riguarda, l’affetto sincero e ora il dispiacere perché non avremo più battute come quella che gli sentii dire nel nostro primo incontro: «Se Pascal abitasse nel mio condominio ci saluteremmo con educazione ma non ci frequenteremmo proprio. Se, invece, sul mio pianerottolo ci fosse Tommaso d’Aquino, alla sera giocheremmo a briscola, ma finiremmo per litigare e andare per avvocati. E magari mi denuncerebbe alla Digos per sospetto di terrorismo». Per una mia Inchiesta sul cristianesimo (il titolo del libro che uscì da molti dialoghi, soprattutto con ex credenti, per capire le loro ragioni) passammo insieme un pomeriggio milanese di cui approfittai non per parlare genericamente di cultura, ma di fede, di vita, di morte. A lui che conduceva il discorso verso la filosofia, replicai di lasciare le schermaglie verbali e di venire al concreto. La scommessa per Dio o contro Dio nasce più dal vissuto esistenziale che dall’argomentare teorico.

Per quali motivi (ammesso che sia in grado di decifrarli) uno che abbracciava il Vangelo — e con tanto fervore — come il giovane Eco, decide di ritirare la sua speranza nel Cristo? Mi parve, con tutto il rispetto, che gli argomenti della sua risposta non sfuggissero al sospetto di essere stati elaborati post factum, per razionalizzare un ripudio venuto dal cuore e dalla vita più che dalla ragione. Glielo dissi. Fu pronto a replicare, con sincerità: «Le concedo volentieri che, qui, qualunque “prova” o ragionamento serve solo a convincerci di ciò di cui già siamo convinti. È vero: l’aspetto razionale non basta a spiegare la mia storia. Ma non basta neppure quello biografico. Altri che hanno avuto vicende simili alla mia sono rimasti credenti. Mi è parso che la perdita della fede sia stata come l’interruzione di un circuito elettrico. Le cause vere, profonde? E chi può dirlo?».

Parlammo della morte: un dramma che, mi disse, viveva nella carne, da quando suo padre morì in modo inaspettato. «Sono passati tanti anni da allora, ma ci penso ogni giorno. Io non cerco, alla Freud, di vendicarmi di mio padre, ma di vendicarlo. Anche da qui il mio darmi da fare sul piano professionale. Io, un collezionista di onori, come qualcuno dice? No, uno che vuol dare al suo genitore le soddisfazioni che sperava di avere da suo figlio e che non ha avuto». Eco, gli chiesi, dov’è suo padre? Dove sono tutti i morti? Dove saremo noi pure? Rispose: «Al di là di quelle porte di bronzo c’è il caos, il buio. Oppure c’è il Nulla o un deserto piatto e desolato, senza fine».
La morte, gli ricordai, è la scommessa per eccellenza, aperta a molti esiti possibili. E se avessero ragione coloro che dicono che sarà Gesù il Cristo a venirci incontro? Non sembrò esitare, come chi ci ha più volte pensato: «Senta, se per caso quel Nazareno c’è davvero e vuole imbastirmi un processo, gli dico più o meno le cose che sto dicendo a lei: ho ragionato così e così e sono giunto alla conclusione che non eri tu ad aspettarci. Credo che potremmo giungere a patti ragionevoli. Se invece è il Dio crudele e vendicativo di certe sette protestanti, allora meglio non avere a che fare con lui. Mi mandi pure all’inferno, dove almeno c’è gente per bene». Una pausa e poi: «Ma guardi
che sono convinto che se davvero un Dio ci fosse, sarebbe quello di quel san Tommaso con il quale in vita avrei litigato, ma che era un uomo col quale, malgrado tutto, sulle cose che contano si poteva ragionare».
Ora, pure Umberto Eco «sa». E al rispetto che da parte di ognuno merita una vita tanto operosa, i credenti, con discrezione pari alla convinzione, aggiungeranno una preghiera davanti a una bara per la quale — con coerenza, senza ipocrisie — non si è voluto una presenza religiosa.

in “Corriere della Sera” del 22 febbraio 2016

La lezione di Francesco

Alberto Melloni

Buon esempio ad alta quota. Sembra questa l’intenzione di papa Francesco nei suoi colloqui in volo: quando interviene, con quello stile così studiato da sembrare spontaneo, su questioni che evidentemente non vuole trattare nella predicazione del Vangelo, cuore della sua riforma del papato e della Chiesa. I destinatari del buon esempio pontificio nel volo dal Messico a Roma sono stati, ancora una volta i vescovi.
All’episcopato americano Francesco ha dato il buon esempio reagendo alla provocazione populista di Donald Trump: e l’uomo che vuol fare un lungo muro grigio è rimasto tagliato fuori dal confine del cristianesimo. All’episcopato italiano, invece, Francesco ha consegnato come buon esempio un divieto esplicito e circostanziato: il divieto, cioè, di “immischiarsi” in ambiti nei quali i fedeli devono prendersi le loro responsabilità. Divieto cruciale in queste ore nelle quali la discussione parlamentare sulle unioni civili cerca di uscire dalla nebbia rovente in cui è precipitata.
Se in una circostanza come questa il Papa in persona dice di non volersi “immischiare” è perché deve pensare che qualcuno si “immischi”. Non credo pensasse alla gaffe del cardinale Bagnasco, che si prestava a strumentalizzazioni e che è stata arginata dal suo segretario generale Galantino. Attorno alla questione delle unioni, infatti, si sono rivisti all’opera antichi capi dell’establishment wojtyliano e antiche abitudini. Chi dice che il cardinale Sepe abbia convinto i Cinquestelle a cambiare il proprio voto in aula al Senato può darsi abbia solo voluto creargli imbarazzo. Chi dice che il cardinale Re abbia protestato per il mancato sostegno della Cei al Family day può aver enfatizzato un rammarico innocuo. E chi ha letto nelle interviste del cardinale Ruini l’offrirsi di mediatore in pensione potrebbe aver esagerato la portata delle sue affermazioni. Tuttavia è certo che quando monsignor Galantino ha rimesso una prerogativa costituzionale delicatissima, come quella del ricorso al voto segreto, nelle mani del presidente del Senato e ha salvato la Chiesa dall’accusa di non aver il senso dello Stato, non ha avuto troppe solidarietà.
Così il Papa ha dato il buon esempio ed è andato alla radice magisteriale della tentazione di “immischiarsi”, che potrebbe ripresentarsi nei prossimi cruciali giorni: ed ha ricordato un documento della Congregazione della dottrina della fede che a inizio secolo XXI chiedeva ai parlamentari cattolici una soggezione all’autorità ecclesiastica su quei temi detti “non negoziabili”.
O meglio: ha detto di “non ricordare bene” tutto di quel documento… Così l’ha garbatamente riconsegnato al suo posto nella storia del magistero delle congregazioni romane e si è allineato al Catechismo per chiedere quella asimmetria fra coniugio eterosessuale e sponsalità omosessuale su cui ha spesso parlato. Nei prossimi giorni nessuno, dunque, potrà più usare quello strumento d’età ratzingeriana per operazioni volte a impedire una mediazione che in materia di unioni civili è indispensabile non solo per fare una legge discreta, ma per fare una società “buona”: quella dove ciascuno possa dare spiegazioni diverse degli stessi diritti fondamentali e trovare argomenti propri per usare lo stesso rispetto assoluto della dignità delle persone.
Il dibattito democratico, infatti, non è fatto di sole procedure, ma di intenti resi limpidi dalle procedure. Vi è chi ritiene, che, ad esempio, la discussione del ddl sulle unioni civili sarebbe più semplice se prima di discuterlo, con una mozione o altro strumento procedurale (Dossetti avrebbe usato il voto orientativo), si facesse emergere la vasta maggioranza del Senato che non accetta l’utero in affitto: sia che vi ricorrano single, eterosessuali o omosessuali.
Consentirebbe così sia a chi è favorevole sia a chi è contrario di applicare le norme sull’adozione del figlio del coniuge vigenti per le persone unite in matrimonio al figlio del consorte dell’unione, senza impegnare il cattolicesimo come “marker” di correnti effimere e friabili. Ma per arrivare ad una soluzione di questo tipo o ad un qualsiasi compromesso “alto”, è necessario che si esprimano delle “coscienze formate”, per citare una espressione usata dal Papa in volo.
Espressione tecnica: perché implica che del suo operato, specie del suo operato nelle istituzioni, la coscienza risponda solo a se stessa, perché è la persona nella sua libertà matura che ha la competenza sulla competenza e non l’incompetenza sulla incompetenza.

in “la Repubblica” del 19 febbraio 2016

Oltre l’individualismo

Giannino Piana

Alla crisi economica e politica che attraversa l’Occidente (e non solo), la quale ha carattere strutturale (e non puramente congiunturale), si è risposto in questi ultimi anni con interventi palliativi, volti a riaggiustare il sistema senza metterne in discussione la sostenibilità, e soprattutto senza riflettere criticamente sui presupposti antropologici che sono alla base della sua costruzione. Ma è proprio l’assenza di una riflessione che risalga alle radici la ragione dell’incapacità di affrontare seriamente la situazione, con il rischio che la deriva tuttora persistente si riproponga, in termini ancor più accentuati, nel prossimo futuro.
L’elemento attorno al quale ruota infatti a tutt’oggi la vita sociale e che rappresenta il criterio di valutazione dell’attività economica e politica è il paradigma individualistico. A motivare le scelte non sono dunque valori come la giustizia, l’equità e la solidarietà sociale; è piuttosto l’interesse soggettivo o, in termini più radicali, l’egoismo individuale.

Le derive di ieri e di oggi

Per comprendere le ragioni che hanno determinato l’affermarsi di questa visione è necessario andare indietro nel tempo. Le basi di essa vanno fatte risalire alla nascita del Nominalismo che, mettendo sotto processo la capacità del concetto di definire la realtà per quello che è – i concetti sono semplici etichette apposte dall’esterno ad essa, meri flatus vocis – , giunge alla conclusione che non vi sono al mondo che entità singolari; che il reale è, in altre parole, costituito da sostanze monadiche impossibilitate a comunicare in profondità tra loro. Ma la vera e propria elaborazione dell’idea di individuo come soggetto unico e irripetibile risale alle origini dell’epoca moderna, e più precisamente alla comparsa e agli sviluppi dell’ideologia illuminista, che ha ispirato le grandi rivoluzioni americana e francese e dato vita alla dottrina del liberalismo.
L’importanza di questa ideologia è fuori discussione. È sufficiente riandare con il pensiero alla promulgazione delle prime carte dei diritti umani, destinate a tutelare e a promuovere la dignità di ogni soggetto umano; o alla nascita della democrazia, che si svilupperà in seguito gradualmente attraverso un processo di inclusione di strati sempre più ampi della popolazione. Al di là di questi aspetti positivi, non si possono tuttavia dimenticare le ricadute negative, e non del tutto marginali, che hanno contrassegnato gli sviluppi di questa visione: dalla fondazione dell’economia sull’interesse individuale, con la tendenza ad andare verso forme di liberismo caratterizzato da un mercato senza regole, che ha prodotto di fatto gravi diseguaglianze sociali, a una concezione dello Stato come Stato di diritto, la cui funzione si riduce a far rispettare la libertà dei singoli, intervenendo soltanto nei casi di prevaricazione, senza alcuna attenzione alle condizioni necessarie perché i diritti fondamentali legati alle libertà individuali divengano appannaggio reale di ogni cittadino.

Una nuova prospettiva antropologica

La crisi economico-finanziaria e politica che oggi attraversiamo ha reso più evidenti i limiti di questa concezione, le cui radici sono – come già si è ricordato – di natura antropologica. Ciò che, in altri termini, risulta oggi chiaro a molti è l’insufficienza del paradigma individualistico ad interpretare una realtà che si presenta connotata da legami originari, da una rete strutturale di relazioni dalle quali il singolo non può essere scorporato. La svolta in questa direzione è avvenuta negli ultimi decenni attraverso la riscoperta e la riproposizione dell’idea di «persona»; idea che non comporta certo rinuncia a tenere in conto l’individualità da cui non è possibile prescindere, ma introduce accanto ad essa, come dimensione costitutiva, la relazionalità.
La persona è così soggetto individuale e insieme relazionale; la sua identità non può perciò costituirsi e la sua crescita non può avvenire senza riferimento all’altro. Dall’assunzione di questa visione, per la quale la società non può più essere considerata come una realtà esterna al singolo, discende un’interpretazione altruistica dell’agire umano, che deve permeare di sé anche l’economia e la politica. Sono ormai diversi gli economisti che sconfessando il vecchio presupposto metodologico individualista, che concepiva l’interesse soggettivo come la molla dell’iniziativa economica, ricuperano alla radice l’importanza della solidarietà e della gratuità: è sufficiente richiamare qui l’importanza assunta dal concetto di «dono» che è, accanto a quelli dello scambio di equivalenti e dell’equa distribuzione di ciò che viene prodotto, un criterio fondamentale di gestione dell’attività economica.
Un’analoga tendenza caratterizza la conduzione della vita politica, dove il paradigma relazionale (e sociale), che trasforma l’altro da esterno, perciò estraneo e persino nemico, in prossimo e in sodale, ha dato luogo alla nascita dello «Stato sociale»; di uno Stato cioè che si impegna a promuovere positivamente la crescita comune e nel quale ai diritti di libertà si affiancano i diritti sociali. Uno Stato che si accolla, in definitiva, il compito – come ci ricorda la nostra Costituzione – di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3b).

Una conferma scientifica

La conferma della verità di questa prospettiva antropologica viene oggi anche dal campo delle scienze biologiche. È quanto mette con chiarezza in evidenza andando controcorrente un recente, importante saggio del genetista americano David Sloan Wilson che reca il titolo significativo L’altruismo. La cultura, la genetica e il benessere degli altri (Bollati Boringhieri, 2015). Riflettendo sulla selezione naturale, Wilson critica la concezione più diffusa di ordine genocentrico, la quale sostiene che tale processo si
verifica a livello puramente individuale, mettendo invece l’accento sulla presenza di un multilivello che include il gruppo sociale. Il rapporto dinamico tra i due livelli – quello individuale e quello sociale – rende allora trasparente, anche sul terreno strettamente biologico (e dunque naturalistico), l’importanza fondamentale dell’altruismo come principio della vita sociale, smentendo la tesi per la quale solo gli interessi individuali sono in grado di dare ragione dello sviluppo dell’agire umano.
Non sono dunque soltanto motivazioni di natura filosofica o teologica a giustificare la struttura relazionale e sociale dell’uomo. Si danno anche motivazioni scientifiche, che risalgono alla identità corporea dell’umano e che convergono peraltro -come ci insegnano gli studi etologici – con quanto si verifica nello stesso comportamento animale. Appare allora tutt’altro che peregrina la tesi del sociologo e antropologo francese Marcel Mauss, il quale pone alla base della convivenza umana l’esperienza del
dono. E risulta, di conseguenza, evidente che l’eticità, la quale, come ci ricorda Emil Durkheim, coincide con l’agire altruistico – quell’agire il cui fine non è l’individuo ma la società – non è qualcosa che si impone dall’esterno sotto la forma di una obbligazione costrittiva; è una istanza che scaturisce immediatamente dal mondo interiore della persona.

L’esigenza di una rivoluzione culturale

La possibilità di uscire dall’attuale situazione di disagio economico-sociale e politico, che sfocia – come afferma ripetutamente papa Francesco – nel degrado umano e sociale e nella devastazione dell’ambiente, non può essere lasciata alle sole competenze tecniche, per quanto importanti. Esige un ribaltamento della prospettiva di fondo con cui, a partire dagli inizi della modernità, si è fatto l’approccio all’uomo e al suo destino. Una vera rivoluzione culturale, meglio antropologica, che si traduca in una radicale conversione delle coscienze con l’acquisizione di valori che sappiano mettere sotto processo le logiche dominanti. Valori alternativi, dunque, quali la gratuità e la condivisione, la giustizia e l’equità, la solidarietà e il dono di sé, che concorrono a creare condizioni sempre più estese di umanizzazione. L’impegno a permeare di questi valori ogni forma di relazione e ogni struttura sociale e istituzionale, conferendo alla propria azione un indirizzo sempre più universalistico, è garanzia della costruzione di una convivenza umana più giusta e più solidale.

in “Rocca” n. 4 del 15 febbraio 2016

Il Papa ai giovani: “Non lasciate la vostra vita in mano ai narcos”

Andrea Tornielli

«Non è vero che l’unico modo di vivere, di essere giovani è lasciare la vita nelle mani del narcotraffico o di tutti quelli che la sola cosa che stanno facendo è seminare distruzione e morte».
La penultima giornata della visita in Messico di Papa Francesco si conclude con una grande festa. Più di centomila giovani lo abbracciano nello stadio «Morelos y Pavón» di Morelia. Cinquantamila si sono radunati all’esterno, nell’aerea del parcheggio, seguendo l’incontro con i maxischermi, ma hanno potuto vedere dal vivo Francesco che è passato a salutarli con la papamobile. Gli altri cinquantamila hanno trovato posto all’interno. Tutti agitavano fazzoletti colorati. Tanti come sempre i fuori programma: due ragazze con la sindrome di down sono state fatte avvicinare a Bergoglio, che le ha abbracciate a lungo.
Francesco ha ricevuto vari doni e saluti da quattro giovani messicani, provenienti da quattro angoli del Paese, hanno preso la parola. Gli hanno chiesto come recuperare «il sogno di formare una famiglia»; come ottenere la pace in un Messico piagato dalla corruzione e dal narcotraffico; come essere rafforzati nella speranza. Prendendo la parola il Papa ha ricordato che migliaia di giovani stavano seguendo la diretta dell’incontro dalla piazza San Giovanni Paolo II di Guadalajara: «Sono migliaia, siamo due stadi!».
«Uno dei tesori più grandi di questa terra messicana – ha proseguito il Papa – ha il volto giovane, sono i suoi giovani. Sì, siete voi la ricchezza di questa terra. E non ho detto la speranza di questa terra, ho detto: la ricchezza». E «non si può vivere la speranza, sentire il domani se prima non si riesce a stimarsi, se non si riesce a sentire che la propria vita, le proprie mani, la propria storia hanno un valore. La speranza nasce quando si può sperimentare che non tutto è perduto, e per questo è necessario l’esercizio di cominciare da se stessi». «Vi chiedo silenzio ora – ha improvvisato – e ciascuno nel suo cuore si chieda: è vero che non tutto è perduto? Io valgo, valgo poco o molto?».
«La principale minaccia alla speranza – ha continuato Francesco – sono i discorsi che ti svalutano, che ti fanno sentire di seconda o di quarta classe. La principale minaccia alla speranza è quando senti che a nessuno importa di te o che sei lasciato in disparte. La principale minaccia alla speranza è quando senti che se ci sei o non ci sei è la stessa cosa. Non è vero che succede? Questo uccide, questo ci annienta e apre la porta a tanto dolore».
«Ma c’è un’altra principale minaccia alla speranza – ha continuato il Pontefice – ed è farti credere che cominci a valere quando ti mascheri di vestiti, marche, dell’ultimo grido della moda, o quando diventi prestigioso, importante perché hai denaro, ma in fondo il tuo cuore non crede che tu sia degno di affetto, degno di amore. La principale minaccia è quando uno sente che i soldi gli servono per comprare tutto, compreso l’affetto degli altri. La principale minaccia è credere che perché hai una bella macchina sei felice. Credete che avere una bella macchina renda felici?» ha chiesto mentre i giovani rispondevano «Nooo».
«Voi siete la ricchezza del Messico, voi siete la ricchezza della Chiesa – ha detto ancora Francesco – E capisco che molte volte diventa difficile sentirsi la ricchezza quando ci troviamo esposti continuamente alla perdita di amici e di familiari nelle mani del narcotraffico, delle droghe, di organizzazioni criminali che seminano il terrore. È difficile sentirsi la ricchezza di una nazione quando non si hanno opportunità di lavoro dignitoso, possibilità di studio e di preparazione, quando non si vedono riconosciuti i diritti e questo finisce per spingere a situazioni limite». Malgrado tutto questo, «non mi stanco di ripeterlo: voi siete la ricchezza del Messico». «Roberto – ha aggiunto a braccio il Pontefice, riferendosi a uno degli interventi – tu hai detto una frase che vorrei tenere: hai detto che hai perduto qualcosa e non hai detto che hai perso il cellulare, o dei soldi, ma lo stupore dell’incontro, di sognare insieme. Non perdete lo stupore di sognare!» E «sognare non è lo stesso di essere dormiglioni, no!».
Il Papa ha precisato: «non pensate che vi dica questo perché sono buono, o perché sono un esperto, no. Vi dico questo, e ne sono convinto, sapete perché? Perché come voi credo in Gesù Cristo. Ed è Lui che rinnova continuamente in me la speranza, è Lui che rinnova continuamente il mio sguardo. È Lui che continuamente mi invita a convertire il cuore. Sì, amici miei, vi dico questo perché in Gesù ho incontrato Colui che è capace di accendere il meglio di me stesso».
È grazie a Lui che «possiamo fare strada, è grazie a Lui che ogni volta possiamo ricominciare da capo, è grazie a Lui che possiamo avere il coraggio di dire: non è vero che l’unico modo di vivere, di essere giovani è lasciare la vita nelle mani del narcotraffico o di tutti quelli che la sola cosa che stanno facendo è seminare distruzione e morte. Questa è una menzogna e lo diciamo tenendo la mano di Gesù! È grazie a Lui che possiamo dire che non è vero che l’unico modo di vivere per i giovani qui sia nella povertà e nell’emarginazione. È Gesù Cristo colui che smentisce tutti i tentativi di rendervi inutili, o meri mercenari di ambizioni altrui».
La parola di speranza che Bergoglio lascia ai giovani messicani «si chiama Gesù Cristo. Quando tutto sembra pesante, quando sembra che ci caschi il mondo addosso, abbracciate la sua croce, abbracciate Lui e, per favore, non staccatevi mai dalla sua mano, per favore, non allontanatevi mai da Lui. Anche se cadete, lasciatevi tirare su. Come dice una canzone degli alpini, nell’arte di salire l’importante non è non cadere, ma è non rimanere caduto. Gesù Cristo è l’unico! Non nascondere la tua mano quando sei caduto, non dirgli: non guardami perché non c’è rimedio per me. E la ricchezza che tenevi dentro e che credevi perduto, ricomincia a dare frutto, ma sempre rimanendo attaccati alla mano di Gesù». «E se vedi un’amica o un amico caduto, offrigli la mano, con dignità, piano, come amico, dagli forza con le tue parole, lascialo parlare, è “l’ascolto-terapia”. Perché insieme a Gesù, attaccati alla sua mano, è impossibile andare a fondo. È possibile vivere pienamente, insieme a Lui è possibile credere che vale la pena dare il meglio di sé, essere fermento, sale e luce tra gli amici, nel quartiere,
in comunità».
Il Papa ha invitato i giovani a non lasciarsi escludere: «Non lasciarvi disprezzare, non lasciarvi trattare come merce. Gesù ha dato un consiglio: siate candidi come colombe e astuti come serpenti. Astuti e buoni, sensibili. Certo, è probabile che così non avrete la macchina ultimo modello, non avrete il portafoglio pieno di soldi, ma avrete qualcosa che nessuno potrà togliervi cioè l’esperienza di sentirsi amati, abbracciati e accompagnati. È l’esperienza di sentirsi famiglia, di sentirsi comunità, a fronte alta, senza la macchina, senza il denaro, ma con la dignità».
Gesù, ha concluso il Papa, «mai ci inviterebbe a essere sicari, ma ci chiama discepoli, ci chiama amici. Egli mai ci manderebbe a morire, ma tutto in Lui è invito alla vita. Una vita in famiglia, una vita in comunità; una famiglia e una comunità a favore della società. E qui vorrei riprendere una cosa che ha detto prima Rosario: nella famiglia si apprende vicinanza, solidarietà, condivisione, a portare i problemi gli uni degli altri, a litigare, a discutere, a baciarsi e a fare pace. La ricchezza è ciò che custodisce questa ricchezza. Nella famiglia voi avete dignità. Mai lasciate da parte la famiglia, la famiglia è la pietra di base della costruzione di una grande nazione. Voi sognate di formare una famiglia?». «Siii», hanno risposto in coro i giovani. «Voi siete la ricchezza di questo
Paese – ha detto alla fine il Papa – e quando dubitate di questo, guardate Gesù Cristo, Colui che smentisce tutti i tentativi di rendervi inutili, o meri mercenari di ambizioni altrui». Al termine dell’incontro i giovani hanno cominciato a intonare un canto caro al Papa, che – fatto rarissimo – si è messo a cantare con loro: «Vive Jesus, el Señor», mentre migliaia di palloncini bianchi venivano liberati verso il cielo.

La Stampa-Vatican Insider” del 17 febbraio 2016

“Quella volta che vidi Bergoglio inginocchiato a pulire un bagno”

Guillermo Ortiz, Intervista a cura di Andrea Tornielli

«L’80 per cento di quello che dice il Papa sono esperienze vissute: quando lo ascolto spesso posso fare il collegamento con situazioni che abbiamo vissuto. Non è un teorico, è un pratico. E sa
imparare dalla fede del santo popolo di Dio». Padre Guillermo Ortiz, è un gesuita argentino che
lavora a Radio Vaticana: sta seguendo il viaggio di Francesco in Messico, lo ha avuto come rettore e
direttore spirituale e ricorda come al Collegio Massimo il futuro Pontefice parlasse di spiritualità e
della propria vita di fede dando da mangiare ai maiali. Con Vatican Insider parla delle esperienze
vissute con l’allora rettore Bergoglio e spiega il perché sia così importante, per lui, la devozione
popolare.
Padre Ortiz, qual è stato finora il momento più importante del viaggio?
«Credo la preghiera di fronte alla Madonna di Guadalupe. È importantissima la devozione del Papa
per Maria. Si devono rileggere i leggere i discorsi dei primi due giorni: nei testi e nelle parole di
Francesco viene riconosciuta la grande importanza della fede popolare, l’importanza del popolo.
Nel Catechismo si trova l’infallibilità papale sui temi di fede e morale, ma si ricorda poco che
sempre nel Catechismo c’è anche l’infallibilità del popolo di Dio nel suo modo di esprimere la fede.
Parlando ai vescovi del Messico il 13 febbraio, il Papa ha fatto una sorta di movimento pendolare,
come quello dell’ecografia. Ha descritto la Madonna e dopo ha parlato del popolo, con il cordone
ombelicale della religiosità popolare. Ha invitato i vescovi a inchinarsi sul grembo della fede del
popolo. La Madonna che è grembo del Figlio di Dio e il santo popolo fedele di Dio».
Il Papa «impara» dalla fede della gente?
«Lo ha detto prima di partire per il Messico che veniva per imparare. Il Papa è un figlio della
Madonna ma anche un figlio del popolo di Dio. Lui sa che Dio agisce nel popolo, conosce il sensus
fidei del popolo, il popolo povero che non ha niente».
Nell’omelia della messa nella basilica di Guadalupe Francesco ha citato un inno liturgico:
«Guardarti, Madre; contemplarti appena, il cuore tacito nella tua tenerezza…».
«È un testo a cui il Papa è profondamente legato. C’è nel Breviario. Lui lo aveva fotocopiato e
ritagliato, e me l’aveva regalato, lasciandomelo come consiglio spirituale, come preghiera da
ripetere: semplicemente essere insieme, contemplando lo sguardo di Maria, mettendo davanti a lei
quello che abbiamo nel cuore».
A quando risale la sua conoscenza con Bergoglio?
«Sono argentino di Cordoba, l’ho incontrato nella mia città nel luglio 1977, avevo 17 anni e volevo
farmi gesuita. Andai a parlargli perché lui era il Provinciale, cioè il superiore dei gesuiti in
Argentina. Dissi: “Voglio essere gesuita”. Lui mi ascoltò. È importante per lui ascoltare. Poi mi
disse: “Va bene, vedremo fra sei mesi se hai ancora quest’idea”. Arrivai al Collegio Massimo nel
1981. Lui nel frattempo ne era diventato rettore, dopo il suo mandato di Provinciale. Fin dal primo
giorno di noviziato lavoravo nel quartiere e lui ha voluto che un edificio che serviva da deposito per
gli animali, fosse trasformato in parrocchia. Ne ricavammo una chiesa. Mi ha inviato a lavorare per
strada e mi ha seguito da vicino».
Com’era padre Bergoglio da rettore? È vero che vi abituava a fare i lavori più umili?
«Sì, è vero. Ma non si poteva fare diversamente. Aveva lavorato molto per le vocazioni, c’erano
tanti studenti e non avevamo di che sostenerci, non c’erano borse di studio. Non avevamo soldi per
il cibo. Così Bergoglio ha comprato un paio di mucche, di maiali, di pecore, e nei primi anni
abbiamo dovuto far crescere questo bestiame. Poi la carne… ci usciva dalle orecchie. Noi dovevamo
curare questi animali, e questo non piaceva ad alcuni di noi che erano “delicatini”. Facevo la pulizia
dei maiali, cioè lo stesso lavoro che ha fatto il Figliol prodigo prima di tornare dal Padre. Bergoglio
ci dava l’esempio. Se stavamo parlando, per verificare il mio cammino spirituale, e poi arrivava
l’ora di fare la lavatrice, andavamo insieme e lui metteva tutta la biancheria nella grande macchina.
Toccava a lui mettere dentro gli abiti sporchi, noi poi li mettevamo a stendere. Lui stesso passava a
dare da mangiare ai maiali. E magari lo faceva mentre continuava a parlare con qualcuno di noi di
spiritualità. Lui non fa differenza tra teoria e pratica. È stato esigente con noi, ma noi dovevamo
essere “provati”. Dovevamo imparare con sacrificio. La formazione è anche questo».
Era un modo per essere più partecipi della realtà della gente comune?
«Ricordo che nei suoi discorsi formativi, lui ripeteva sempre che per noi che facciamo voto di
povertà, questo doveva significare anche lavorare. Diceva: la povertà è lavoro. Un povero deve
lavorare e faticare. Noi al Collegio Massimo eravamo a 60 chilometri da Buenos Aires: la gente
viaggiava due ore per raggiungere la capitale e poi altre due ore di ritorno, più 8,10,14 ore di lavoro.
Lavorare e fare fatica aiutava nel senso della realtà e ti faceva toccare le piaghe della gente. È un
senso della realtà, questo, che è un dono di Dio. Non è un discorso che ti deve trasmettere o mettere
nella testa. Una volta al Collegio Massimo venne una donna che aveva freddo e cercava una
coperta. Gli dicemmo che non ne avevamo in più. E la donna disse a Bergoglio: “Allora dammi la
tua”. Lui andò a prenderla e gliela diede. Questa donna, diceva, gli aveva insegnato che si deve
condividere e donare quello che si ha, non quello che si ha in più».
Ricorda qualche altro episodio?
«Io sono stato con lui fino al dicembre 1984, poi sono andato al Collegio del Salvador a Buenos
Aires. E quando lui ha finito come rettore, nel dicembre 1985, senza più alcuna carica, è venuto ad
abitare nel mio stesso collegio: non era più un formatore o un mio superiore. Abitavamo sullo stesso
piano, eravamo a qualche porta di distanza e c’era in mezzo il bagno comune. Io andavo via presto
la mattina per insegnare e tornavo tardi la sera. Una volta avevo dimenticato una cartella in stanza, e
sono ritornato per un’altra porta, dal retro. A quell’ora non c’era nessuno. E ho visto Bergoglio
pulire la tazza del water stando in ginocchio. Mai avevo visto qualcuno fare le pulizie in quel modo.
Penso che lui non mi ha visto. È uno attento a ciò di cui l’altro ha bisogno, attento alle necessità di
tutti. Ricordo ad esempio le attenzioni che riservava ai padri più anziani, come ascoltava… Lui è un
uomo per gli altri, non fa riferimento a se stesso. L’80 per cento di quello che dice il Papa sono
esperienze vissute: quando lo ascolto posso fare il collegamento con situazioni concrete. Non è un
teorico, è un pratico».