Don Luigi, il viandante generoso

Ilvo Diamanti

È trascorsa una settimana da quando don Luigi Mazzucato ci ha lasciati. Ma non mi stupirei di vederlo (ri)apparire di nuovo. All’improvviso. Com’è avvenuto altre volte. Don Luigi era fatto così. Non dava mai nell’occhio. Preferiva l’impegno, il lavoro. Nel Cuamm. L’Associazione padovana impegnata  nella formazione – e nella “missione” – dei medici “con” l’Africa. E sottolineo: “con”.

Quando mi capitò, sovrappensiero, di parlare di Medici “per” l’Africa, don Luigi mi corresse subito. “Con” l’Africa. Perché, a differenza di altre organizzazioni, il Cuamm non agisce in Africa con proprie strutture sanitarie, in propri ospedali. Ma negli ospedali e nelle strutture santarie degli stessi Paesi africani dove interviene. In Sud Sudan, Sierra Leone, Mozambico. In Angola, Etiopia, Tanzania. E in altri ancora. Così, il Cuamm, i medici legati ad esso (ne sono partiti oltre 1000, nel corso degli anni), operano “insieme” e “accanto” al personale, meglio, alle persone di quel Paese. Non “per”, ma “con” l’Africa.

Non si tratta solo di una filosofia e di un metodo di azione, ma, anzitutto,  di un diverso modo di pensare  e definire il rapporto fra “noi” e “loro”. Agire “con” l’Africa significa, infatti, chiarire che lo facciamo anche  –  soprattutto – per noi stessi. Oggi lo dicono in molti – con altri fini – che è meglio “aiutarli a casa loro”. Ma per il Cuamm è diverso. Lavorare “con” l’Africa significa sostenere che l’impegno serve anzitutto a noi, italiani, veneti. Perché non potremmo essere noi stessi, senza incontrarci “con” gli altri. Don Luigi lo sapeva e, per questo, era sempre in movimento. In Africa e “con” l’Africa. Dove si è recato, in “missione”, oltre 100 volte. E quand’era qui, stava sempre al telefono, in contatto con medici e operatori della sanità, volontari e volontarie  che operano in Africa. Oppure con quelli presenti  in Italia: per chiedere loro, in caso di urgenza, di partire. Non domani: subito. Appena una decina di giorni fa, un amico,  primario ospedaliero, mi ha mandato un sms per disdire un appuntamento a cena, poche ore dopo. Si era appena imbarcato per volare in Sierra Leone. L’aveva chiamato  –  convocato  –  don Dante, il successore di don Luigi.

E adesso è ancora lì, all’ospedale di Lunsar. Dove si era già recato mesi addietro, al tempo dell’Ebola. Che aveva contribuito attivamente a contrastare. Vincenzo, come gli altri medici del Cuamm, utilizza così le ferie. Anche quelle accumulate in precedenza. Le trascorre in Africa. Negli ospedali dov’è presente il Cuamm. Mi accorgo, a questo punto, di non avere ancora parlato di don Luigi. Se non indirettamente. Attraverso il Cuamm, i suoi medici volontari, l’Africa e gli ospedali. Ma, in fondo, è ciò che egli avrebbe voluto. Il riassunto della sua vita. Vissuta sempre “con” l’Africa. Testimone e attore di quel “bene ostinato”, a cui Paolo Rumiz, alcuni anni fa, un libro suggestivo (pubblicato da Feltrinelli). “Ostinato”, perché capace di resistere a ogni pressione e a ogni pregiudizio. Figurarsi: proprio nel Veneto “egoista” un’esperienza di “altruismo” così importante. Animata da veneti.

Ma – non smetterò mai di insistere – il bene fa bene a chi lo fa, non solo ai destinatari. Anzi, i primi a beneficiarne, sono proprio i benefattori. Perché fare bene fa stare bene. Stare con gli altri è meglio che restare soli. Permette di rafforzare la nostra identità. Lo ha spiegato bene Carlo Mazzacurati, un altro amico che non posso e non voglio dimenticare, in un docu-film dedicato proprio ai “Medici con l’Africa”. Attraverso le parole di una dottoressa che, da anni, continua a recarsi in Mozambico. “Non lo faccio per gli ammalati, i poveri. Non solo per loro. Lo faccio anche per me. Soprattutto per me. Perché ne ho bisogno. Senza l’Africa e senza di loro: non riuscirei a vivere”.

Don Luigi, anche per questo, ha vissuto a lungo. Ha vissuto bene. Sempre in viaggio. Silenzioso. Un viandante infaticabile e generoso. Mite e forte, al tempo stesso. Appariva e scompariva all’improvviso. Lo ricordo, pochi giorni dopo il mio infarto. Nella mia camera d’ospedale. Alzai la testa dal cuscino e lo vidi. Non l’avevo sentito arrivare. E non mi accorsi neppure quando se ne uscì. Chissà: forse era già in Africa. Con l’Africa. E, anche adesso, non mi sorprenderei se fosse tornato proprio là. Non mi stupirei di vederlo riapparire. Per scomparire di nuovo. D’altronde, ha seminato bene. Molti volontari, molte persone, di buona volontà, ne hanno seguito le tracce e l’esempio. Perché il bene è ostinato. Si riproduce. È sempre in viaggio. Insieme agli altri. Accanto agli altri. “Con” gli altri. Ri-torna e poi ri-parte.  Come don Luigi.

La Repubblica 03 dicembre 2015

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