Archivio mensile:dicembre 2015

I mezzi e i fini

Mario Gargantini

È una constatazione anche fin troppo facile: le nostre società attuali sono decisamente deboli nella individuazione e nella proposizione degli scopi. A livello personale come a livello delle realtà collettive, siano esse una istituzione, una azienda, una comunità, ad apparire indeboliti, offuscati, confusi sono gli scopi e le finalità del fare.

Non che manchino le dichiarazioni e le formulazioni teoriche: prendendo a prestito una modalità tipica delle aziende, oggi molte realtà organizzate, da una scuola a una ONG, si presentano indicando subito la loro mission, cioè l’intento che dovrebbe guidare tutta l’attività.
Il più delle volte però si tratta di formulazioni piuttosto retoriche e scarsamente realistiche, che poi nella concretezza quotidiana vengono disattese o che comunque risultano inefficaci. Sono obiettivi che non riescono a motivare l’impegno e che non reggono, quando insorgono difficoltà e ostacoli, di fronte al semplice interrogativo: perché?

È la stessa debolezza che a livello personale scoraggia molti di fronte alle proposte appena un po’ più impegnative del previsto e rende incerta la prospettiva di impegni con carattere di continuità.
Accanto a questa constatazione circa le finalità dell’operare, va rilevata una crescita del numero e delle potenzialità degli strumenti a disposizione: apparecchiature, macchine, sistemi tecnologici vari. Ci sono gli strumenti in senso classico, che hanno attraversato tutte le stagioni della tecnologia, dalla meccanica, all’elettrotecnica, all’elettronica e ora le incorporano tutte nel loro mix di hardware e software: emblema di questa evoluzione sono i robot; tanto che molti dispositivi di uso quotidiano, elettrodomestici compresi, tendono a essere catalogati nella popolazione robotica: robot-lavatore, -pulitore, -frullatore e così via.

Ma ci sono anche strumenti di puro software: sono le App, termine ormai universalmente utilizzato per indicare i diversi programmi per applicazioni specifiche. Sono lo strumento base per utilizzare un tablet o uno smartphone e crescono con una rapidità impressionante: c’è una App tendenzialmente per ogni funzione e tutti, soprattutto i giovani, siamo continuamente bombardati dalle proposte di nuove efficacissime App; sembra che non ci sia desiderio che non possa essere esaudito da una opportuna App.

La disparità e il contrasto tra le due tendenze che abbiamo delineato sono enormi: ci sono un’abbondanza di mezzi e una scarsità di fini; c’è una crescente potenza degli strumenti e c’è una progressiva debolezza degli scopi. C’è, in generale, un disallineamento tra mezzi e fini: salta la corrispondenza tra lo strumento e lo scopo per il quale era stato pensato; ma ciò che più preoccupa è il venir meno della consapevolezza che una corrispondenza ci debba essere.

C’è spesso una confusione tra mezzi e fini, al punto che il mezzo diventa il fine e lo scopo del suo utilizzo sembra essere l’utilizzo stesso: la questione è preoccupante soprattutto se si pensa ai più giovani, che sempre più accostano gli strumenti hi­tech in questa modalità distorta.
Una riflessione sulla tecnologia oggi deve quindi collocarsi all’interno di questa problematica. La scuola dovrebbe essere un luogo adatto per affrontarla; anche perché un buon educatore è portato a considerare il vissuto reale dagli studenti e una seria proposta educativa oggi non può ignorare il contesto ipertecnologico nel quale, di fatto, si colloca (contesto che è stato approfondito in alcune delle sue principali direttrici nel Simposio «Scienza e tecnologia, un dialogo che continua», organizzato dall’INFN presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso e del quale in questo numero vengono presentati gli Atti).

Purtroppo anche l’introduzione dei nuovi strumenti digitali nelle scuole tende a risentire della stessa logica. Si pone tutto l’accento sullo strumento, indicandone le enormi potenzialità ma senza una chiara indicazione dei reali obiettivi, senza sollecitare una continua valutazione critica della adeguatezza degli strumenti agli obiettivi (e senza il timore di scoprirne, eventualmente, l’inadeguatezza): come se lo strumento fosse di per sé garanzia di efficacia conoscitiva e educativa.

La «scuola digitale», della quale il recente PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale) ha fissato le linee di indirizzo, è essa stessa uno «strumento» e come tale andrà declinata: non certo come un automatismo risolutivo dei problemi della nostra scuola.

 

Il SUSSIDIARIO mercoledì 30 dicembre 2015

Don Luigi, il viandante generoso

Ilvo Diamanti

È trascorsa una settimana da quando don Luigi Mazzucato ci ha lasciati. Ma non mi stupirei di vederlo (ri)apparire di nuovo. All’improvviso. Com’è avvenuto altre volte. Don Luigi era fatto così. Non dava mai nell’occhio. Preferiva l’impegno, il lavoro. Nel Cuamm. L’Associazione padovana impegnata  nella formazione – e nella “missione” – dei medici “con” l’Africa. E sottolineo: “con”.

Quando mi capitò, sovrappensiero, di parlare di Medici “per” l’Africa, don Luigi mi corresse subito. “Con” l’Africa. Perché, a differenza di altre organizzazioni, il Cuamm non agisce in Africa con proprie strutture sanitarie, in propri ospedali. Ma negli ospedali e nelle strutture santarie degli stessi Paesi africani dove interviene. In Sud Sudan, Sierra Leone, Mozambico. In Angola, Etiopia, Tanzania. E in altri ancora. Così, il Cuamm, i medici legati ad esso (ne sono partiti oltre 1000, nel corso degli anni), operano “insieme” e “accanto” al personale, meglio, alle persone di quel Paese. Non “per”, ma “con” l’Africa.

Non si tratta solo di una filosofia e di un metodo di azione, ma, anzitutto,  di un diverso modo di pensare  e definire il rapporto fra “noi” e “loro”. Agire “con” l’Africa significa, infatti, chiarire che lo facciamo anche  –  soprattutto – per noi stessi. Oggi lo dicono in molti – con altri fini – che è meglio “aiutarli a casa loro”. Ma per il Cuamm è diverso. Lavorare “con” l’Africa significa sostenere che l’impegno serve anzitutto a noi, italiani, veneti. Perché non potremmo essere noi stessi, senza incontrarci “con” gli altri. Don Luigi lo sapeva e, per questo, era sempre in movimento. In Africa e “con” l’Africa. Dove si è recato, in “missione”, oltre 100 volte. E quand’era qui, stava sempre al telefono, in contatto con medici e operatori della sanità, volontari e volontarie  che operano in Africa. Oppure con quelli presenti  in Italia: per chiedere loro, in caso di urgenza, di partire. Non domani: subito. Appena una decina di giorni fa, un amico,  primario ospedaliero, mi ha mandato un sms per disdire un appuntamento a cena, poche ore dopo. Si era appena imbarcato per volare in Sierra Leone. L’aveva chiamato  –  convocato  –  don Dante, il successore di don Luigi.

E adesso è ancora lì, all’ospedale di Lunsar. Dove si era già recato mesi addietro, al tempo dell’Ebola. Che aveva contribuito attivamente a contrastare. Vincenzo, come gli altri medici del Cuamm, utilizza così le ferie. Anche quelle accumulate in precedenza. Le trascorre in Africa. Negli ospedali dov’è presente il Cuamm. Mi accorgo, a questo punto, di non avere ancora parlato di don Luigi. Se non indirettamente. Attraverso il Cuamm, i suoi medici volontari, l’Africa e gli ospedali. Ma, in fondo, è ciò che egli avrebbe voluto. Il riassunto della sua vita. Vissuta sempre “con” l’Africa. Testimone e attore di quel “bene ostinato”, a cui Paolo Rumiz, alcuni anni fa, un libro suggestivo (pubblicato da Feltrinelli). “Ostinato”, perché capace di resistere a ogni pressione e a ogni pregiudizio. Figurarsi: proprio nel Veneto “egoista” un’esperienza di “altruismo” così importante. Animata da veneti.

Ma – non smetterò mai di insistere – il bene fa bene a chi lo fa, non solo ai destinatari. Anzi, i primi a beneficiarne, sono proprio i benefattori. Perché fare bene fa stare bene. Stare con gli altri è meglio che restare soli. Permette di rafforzare la nostra identità. Lo ha spiegato bene Carlo Mazzacurati, un altro amico che non posso e non voglio dimenticare, in un docu-film dedicato proprio ai “Medici con l’Africa”. Attraverso le parole di una dottoressa che, da anni, continua a recarsi in Mozambico. “Non lo faccio per gli ammalati, i poveri. Non solo per loro. Lo faccio anche per me. Soprattutto per me. Perché ne ho bisogno. Senza l’Africa e senza di loro: non riuscirei a vivere”.

Don Luigi, anche per questo, ha vissuto a lungo. Ha vissuto bene. Sempre in viaggio. Silenzioso. Un viandante infaticabile e generoso. Mite e forte, al tempo stesso. Appariva e scompariva all’improvviso. Lo ricordo, pochi giorni dopo il mio infarto. Nella mia camera d’ospedale. Alzai la testa dal cuscino e lo vidi. Non l’avevo sentito arrivare. E non mi accorsi neppure quando se ne uscì. Chissà: forse era già in Africa. Con l’Africa. E, anche adesso, non mi sorprenderei se fosse tornato proprio là. Non mi stupirei di vederlo riapparire. Per scomparire di nuovo. D’altronde, ha seminato bene. Molti volontari, molte persone, di buona volontà, ne hanno seguito le tracce e l’esempio. Perché il bene è ostinato. Si riproduce. È sempre in viaggio. Insieme agli altri. Accanto agli altri. “Con” gli altri. Ri-torna e poi ri-parte.  Come don Luigi.

La Repubblica 03 dicembre 2015