Brevi riflessioni nel cinquantesimo della Gravissimum educationis

Francesco Macrì

Non farò un intervento strutturato ed organico sulla scuola cattolica. Mi limiterò a qualche flash che possa provocare una riflessione ed un dibattito.

1. Una scuola cattolica in sofferenza

Due recenti pubblicazioni, una del MIUR (Dati statistici scuola statale e paritaria, 2015-2016) e l’altra del CSSC (Diciottesimo Rapporto sulla Scuola cattolica), documentano come la scuola cattolica italiana soffra una forte e sempre più veloce contrazione (Da a.s. 2012-2013 all’a.s. 2014-2015 n. 429 scuole in meno e n. 48.066 alunni in meno. Fonte CSSC) . In particolare nelle periferie urbane e nelle zone rurali, proprio là dove la sua presenza sarebbe più necessaria in quanto costituisce quasi l’unico avamposto educativo e l’unico punto di aggregazione giovanile.

Le cause di questa contrazione sono molte e di varia natura, ma una su tutte prevale: il mancato finanziamento pubblico che la mette nella condizione di avere un bilancio in profondo rosso e, quindi, nell’impossibilità di pagare ed aggiornare in modo appropriato i propri docenti, di rinnovare e potenziare le strumentazioni didattiche e le strutture edilizie, di praticare rette, sostenibili da quelle categorie popolari e marginali per le quali é nata, per le quali per secoli ha offerto il suo servizio supplendo l’indifferenza e la latitanza dello Stato e per le quali vorrebbe continuare a svolgere la sua attività.

Le difficoltà in atto della scuola cattolica stanno rendendo la sua voce sempre più flebile sul palcoscenico culturale italiano e quindi del pluralismo che è il sale di ogni democrazia.

Una grande esperienza pedagogica corre il rischio di essere cancellata per sempre con grave danno certamente di chi l’ha promossa ma anche di chi ottusamente l’ha osteggiata.

  1. Un’ostilità pregiudiziale e irragionevole che si perpetua

Si è di fronte ad un inspiegabile paradosso. Da una parte una società ribollente il cui paradigma é la continua e profonda evoluzione e trasformazione della sua cultura, della economia, della politica, della composizione etnica, dei comportamenti, ecc.; dall’altra un rigido e intransigente immobilismo oppositivo a qualsiasi effettivo riconoscimento della scuola non statale. Si susseguono le generazioni ma l’atteggiamento nei suoi confronti rimane invariato. Basti ricordare le recenti manifestazioni studentesche e del precariato statale in occasione dell’iter della legge sulla buona scuola (Legge 105/2015) o semplicemente il programma politico di un partito fatto da giovani come è il M5S.

Questa avversione la giudichiamo ingiusta e irragionevole.

Ingiusta perché contraddice diritti umani e civili fondamentali, codificati nella costituzione italiana e nei principali documenti internazionali, come il diritto soggettivo di istruzione e formazione della persona, la libertà di scelta educativa dei genitori, la libertà di insegnamento, ecc.

Irragionevole

  • perché di fronte alla diversificata e crescente domanda educativa (si pensi alla carenza degli asili nido, all’estensione dell’obbligo formativo fino ai diciotto anni, agli alti tassi della mortalità scolastica e dell’abbandono scolastico, ai circa tre milioni di neet, ai diversamente abili senza sostegno, all’enorme platea dell’educazione per tutti e per tutto l’arco della vita, ecc.) c’è un assoluto bisogno di “più” scuole e non di “meno” scuole;
  • perché lo Stato, già adesso con una struttura organizzativa elefantiaca (con oltre un milione di dipendenti) e pertanto paralizzata, ingessata, ingovernabile, immodificabile, da solo, senza il contributo della società civile, non è assolutamente in grado di dare una risposta adeguata alle emergenti domande educative dei suoi cittadini
  • perché a fronte dell’inderogabile necessità di portare a pareggio un bilancio statale dissestato si rinuncia, semplicemente per pregiudiziali ideologiche, ad una scuola, quella paritaria, il cui costo, a fronte di servizi eguali se non migliori, é larghissimamente al di sotto di quello della scuola statale (470>7000 euro riferito solo al bilancio MIUR)
  1. Un’antica tradizione doc

Nel corso del dibattito sulla scuola paritaria cattolica la stampa, la politica, il sindacato, l’opinione pubblica sarebbe più che doveroso ricordassero che la sua origine ed attività risalgono ben molto prima che gli Stati preunitari e lo Stato italiano avvertissero il dovere politico, civile ed etico di soddisfare il diritto di istruzione ed educazione dei loro cittadini, in particolare di quelli delle fasce popolari tradizionalmente escluse e condannate perciò a rimanere nella loro condizione di subalternità sociale ed economica, di strutturale marginalità.

Questa sua antica origine e lunga attività sono un “merito storico” così grande che é una grave e ingiustificabile ingiustizia cancellarli dalla memoria collettiva. Non prevalesse la faziosità, l’ideologismo statalista ed anticlericale la scuola cattolica dovrebbe essere guardata con grande rispetto in quanto é portatrice di un enorme e qualificato bagaglio di esperienze pedagogiche-didattiche-organizzative, e con grande gratitudine per l’eccellente servizio reso a centinaia di migliaia di giovani, spessissimo a titolo gratuito e comunque senza alcun aggravio per lo Stato.

Molte soluzioni, solo in tempi recenti e con fatica entrati a far parte delle scelte di politica scolastica e degli ordinamenti, hanno nella viva “pratica” della scuola cattolica la loro incontestabile radice. Si pensi agli asili nido e alla scuola dell’infanzia, ai licei linguistici, europei, internazionali, ai licei sociopsicopedagogici, agli istituti verticalizzati, all’associazionismo nazionale ed internazionale degli studenti, dei docenti, dei genitori, degli ex-alunni, delle scuole, alle vacanze studio in Italia e all’estero, al tempo pieno, all’ampliamento dell’offerta formativa, alla istruzione e formazione professionale, ai servizi scolastici e formativi per i giovani portatori di disabilità. Si pensi inoltre alla concezione della scuola come istituzione di educazione e non soltanto di istruzione, ai temi della qualità, della valutazione, della centralità dell’alunno, dell’educazione integrale, della didattica individualizzata e personalizzata, del progetto culturale ed educativo, della comunità educante, della chiamata diretta del personale.

Si tratta di un elenco incompleto ma che dimostra a sufficienza l’assoluta “rispettabilità” ed “onorabilità” della scuola cattolica, il suo positivo contributo ai processi di innovazione dell’intero sistema scolastico e formativo nazionale e alla costruzione e crescita di una Italia più moderna, più libera, più pluralista, più democratica.

  1. La situazione europea

In Europa, compresi persino quei Paesi di lunga e dura tradizione laica/laicista o comunista, nei confronti della scuola non statale c’è una notevole disponibilità, anche finanziaria, da parte delle Istituzioni.

Perché in Italia perdura invece questa ostilità o diffidenza? Perché la questione non viene affrontata in maniera oggettiva, deidoligizzata, pragmatica partendo dagli interessi di chi la frequenta? Agli studenti interessa di più la qualità dei servizi erogati dalla scuola o l’etichetta che definisce la natura giuridica del suo gestore, statale o privato?

Tra le risposte che si possono dare a questa domanda ve n’è una in particolare sulla quale sarebbe il caso di cominciare a riflettere seriamente. In Italia la scuola statale è stata centrata sugli interessi corporativi dei dirigenti, docenti, non docenti (come dimostra l’enorme potere dei sindacati) e non su quelli degli allievi e delle loro famiglie. La scuola cioè è diventata funzionale, asservita a chi vi opera. L’apparato burocratico/statale e politico/sindacale ne hanno fatto una cosa “propria”, una proprietà privata.

La scuola paritaria, in quanto autonoma, libera, espressione dei soggetti della società civile, costruita dal basso è vista pertanto come una minaccia di questo sistema verticistico e quindi é osteggiata facendo ricorso, per non venire allo scoperto, ad argomentazioni di comodo, come ad esempio al tristemente famoso comma costituzionale “senza oneri per lo stato”, interpretato in maniera rigorista e ben diversa da quanto ebbe a precisare lo stesso proponente nel corso dei lavori della Costituente, tale on. Corbino, ed estrapolato da un contesto centrato completamente sui diritti della persona e della famiglia.

Sulla questione della libertà di insegnamento e del pluralismo scolastico sarebbe l’ora che l’Italia avesse il coraggio di uscire dalle schermaglie ideologiche, di liberarsi dalle ottocentesche visioni stataliste, di guardare ai Paesi più avanzati d’Europa e più ancora ai veri interessi/diritti degli studenti.

  1. La nuova legge sulla “buona scuola”

La nuova legge 107/2015 relativa alla cosiddetta “buona scuola” contiene molti elementi positivi rispetto ai quali il nostro consenso é pieno, salvo che essi abbiano poi una effettiva e saggia declinazione nei decreti attuativi. Ripropongono principi (quali ad es. autonomia, merito, scuola aperta, professionalità, valutazione, erogazioni liberali, trasparenza, alternanza scuola-lavoro, centralità della scuola nella società della conoscenza, ecc.) che la Fidae, ma anche l’Europa, studiosi, centri di ricerca, vanno dicendo da molto tempo.

Ma c’è un limite sul quale non possiamo tacere. C’è qualche riferimento alla scuola non statale e qualche dispositivo a suo sostegno, ma tutto l’impianto della legge rispecchia una visione di un sistema statalista nel quale la scuola statale gioca un ruolo esclusivo o quasi. Il sistema integrato, unico e unitario, costituito cioè dalla scuola statale e paritaria, prefigurato dalla legge 62/2000, subisce un offuscamento, se non addirittura arretramento.

La presenza della scuola paritaria è marginale, residuale, di supplenza alla inadeguatezza delle risposte dello Stato, che é e rimane il soggetto egemone. Non si pongono i necessari presupposti perché possa svilupparsi un reale sistema integrato nel quale le scuole statali e paritarie senza alcuna sorta di discriminazione dell’una o dell’altra siano messe nelle stesse condizioni di ben operare e quindi di dar vita ad un dinamico e positivo confronto dialettico e ad sana emulazione, che garantisca standard sempre più alti di qualità e di efficienza.

Per la scuola paritaria la legge 107/2015 sostanzialmente è un’altra occasione perduta. I suoi diritti e i suoi problemi vengono rinviati a data da definire. La detrazione fiscale garantita alle famiglie per le spese sostenute per l’iscrizione e frequenza (cfr. comma 151), seppure lodevole su un piano di principio e in quanto apripista di possibili sviluppi successivi, risulta di scarsissima portata per il basso tetto di riferimento (400 euro), che per la famiglia si traduce con un risparmio di 76 euro appena.

Ma oltre dal finanziamento pubblico la scuola paritaria continua ad essere esclusa anche da tutte quelle agevolazioni o benefit che di volta in volta vengono messi a punto dal MIUR a favore della scuola statale: come l’acquisto delle tecnologie digitali, i piani di sostegno per l’autonomia, la valutazione, l’orientamento, le attività sportive, teatrali, ecc. Per non parlare poi della questione PON, IMU, TARI, delle fiscalità generali in quanto paradossalmente la sua attività é considerata commerciale.

  1. Diplomifici

Una parola non si può non dire sulla questione dei diplomifici, richiamati con enfasi di tanto in tanto dalla stampa e dalla televisione con ingiuste e superficiali generalizzazioni che coinvolgono l’intero sistema delle scuole paritarie. Da sempre la Fidae ha chiesto con scarso successo al MIUR di intervenire senza esitazioni sui diplomifici. Non mancano leggi per poterlo fare in maniera ordinaria senza ricorsi a piani eccezionali. Si tratta di una mala pianta che va sradicata senza esitazione alcuna.

Ma nell’interesse di tutti gli studenti, frequentino la scuola paritaria o statale, una puntualizzazione è doverosa e necessaria fare. Ci sono i diplomifici del sistema paritario, alimentati da impropri appetiti economici. Ma ci sono anche i diplomifici (e non sono pochi) del sistema statale, là dove regnano sovrani la disorganizzazione, l’inefficienza, l’assenteismo, la conflittualità, il rifiuto di ogni innovazione, la qualità scadente dei servizi erogati, i bassi livelli formativi, ecc., che assicurano comunque con estrema facilità ai loro studenti titoli di studio rispetto ai quali non c’è alcun corrispettivo di formazione.

Agli uni e agli altri diplomifici, ridottisi ad essere distributori di inutili pezzi di carta, a venditori di competenze inesistenti, la politica, la stampa, l’amministrazione statale (Ministero, Magistratura, Forze di polizia e di Finanza, Enti locali), la stessa opinione pubblica non dovrebbero fare alcuno sconto, tenendo a mente che i loro illeciti comportamenti non trasgrediscono soltanto una norma giuridica, ma provocano un danno irreparabile nei ragazzi.

7. Amare la scuola

Che la scuola sia il motore dello sviluppo umano sociale economico è dire una cosa ovvia. Non sempre tuttavia lo ricordano le istituzioni governative e parlamentari che preferiscono segnare nella loro agenda come prioritarie altre questioni soltanto perché più remunerative sul piano del consenso elettorale, oppure più rispondenti agli interessi corporativi dei cosiddetti poteri forti.

Purtroppo cominciano a non ricordarlo anche altri soggetti, compresi alcuni di area ecclesiale (congregazioni religiose, associazioni, movimenti) che pure per scelta di vita o condivisione di valori dovrebbero essere molto attenti all’educazione dei giovani e quindi alla scuola.

Amate la scuola” dice papa Francesco in un suo discorso rivolto ad un gruppo di insegnanti delle scuole dei Gesuiti nel 2013. Perché la scuola è il luogo privilegiato per incontrare i giovani. Trascurare o peggio smobilitare questo fronte è un errore strategico dalle conseguenze irreparabili. Tanto più grave oggi a fronte della crisi di credibilità e significatività delle altre istituzioni a cominciare dalla famiglia.

Per molti giovani la scuola é rimasta come l’unica àncora di salvezza a loro disposizione, dove poter incontrare persone di cui fidarsi, capaci a introdurli nella vita dei significati, dei valori, a sostenerli ed accompagnarli nelle loro scelte decisive.

8. Conclusione.

Vorrei concludere citando ancora alcune parole di papa Francesco. Ci riguardano perché tutti noi, anche se con responsabilità e ruoli diversi, abbiamo a che fare con bambini o giovani, e quindi siamo educatori. “Non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà che la sfida educativa presenta. Educare non è un mestiere, ma un atteggiamento, un modo di essere; per educare bisogna uscire da se stessi e stare in mezzo ai giovani, accompagnarli nelle tappe della loro crescita mettendosi al loro fianco. Donate loro speranza, ottimismo per il loro cammino nel mondo. Insegnate a vedere la bellezza e la bontà della creazione e dell’uomo, che conserva sempre l’impronta del Creatore. Ma soprattutto siate testimoni con la vostra vita di quello che comunicate. Un educatore trasmette conoscenze, valori con le sue parole, ma sarà incisivo sui ragazzi se accompagnerà le parole con la sua testimonianza, con la sua coerenza di vita. Senza coerenza non è possibile educare”. (papa Francesco, 7 giugno 2013).

Perché il ricordo del cinquantesimo del famoso documento conciliare Gravissimum Educationis non si riduca ad una retorica ed intellettualistica celebrazione l’utopia dell’educazione diventi per ciascuno di noi un progetto ideale condiviso, una pratica quotidiana di vita, una ulteriore ragione per portare l’Italia nell’area del riconoscimento dei diritti umani fondamentali, com’è appunto quello della libertà di scelta educativa.

Seminario Lasalliano, Roma 28 ottobre 2015

 

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