Archivio mensile:settembre 2015

Il docente di scuola cattolica nell’era digitale

Francesco Macrì

Una vocazione magica e affascinante

Le difficoltà che incontra un insegnante sono moltissime soprattutto  oggi in una società disgregata e priva di valori, in cui le Istituzioni  hanno perso ogni credibilità, le famiglie sono poco collaborative, le  riforme del sistema scolastico si susseguono in maniera confusa, i  giovani sembra abbiano perso ogni speranza in un futuro possibile.  Ma sarebbe un grave errore se si lasciasse prendere dallo  scoraggiamento e dimenticasse la grande fortuna di essere un  educatore. Con il suo lavoro ha l’immensa e incommensurabile  possibilità di “promuovere” una persona, di sviluppare le sue  potenzialità, di disegnare il suo destino. Questa consapevolezza  dovrebbe dargli una vertigine di gioia e di soddisfazione oltre che  naturalmente di responsabilità perché si tratta di sostenere una vita  perché diventi più vita, di prolungare nel tempo l’azione creatrice di  Dio, di realizzare la propria vocazione alla santità.

La questione docenti: una questione prioritaria e centrale

  1. Va risolta scavalcando pregiudizi, luoghi comuni, interessi corporativi, strumentalizzazioni sindacali e politiche, resistenze ideologiche, inerzie mentali, visioni provinciali e anacronistiche, comportamenti autoreferenziali
  2. Nessuna riforma scolastica è possibile a prescindere dai docenti o contro i docenti
  3. Nessuna scuola di qualità è possibile senza docenti (e prima ancora dirigenti) di qualità
  4. Nessun innalzamento dell’obbligo di istruzione e formazione, nessun’autonomia, nessun ampliamento dell’offerta formativa, nessun nuovo curricolo, nessuna informatizzazione, ecc. possono raggiungere i loro obiettivi se non sono preceduti e accompagnati da docenti “professionali” e dediti con passione alla causa dell’educazione
  5. I docenti sono una grande risorsa di cui dispone il Paese ed ogni singola scuola; disperderla o non valorizzarla sarebbe segno di scarsa “intelligenza” politica e amministrativa, di velleitarismo riformista

Quale professionalità per i docenti?

  1. La sua definizione presuppone una definizione del ruolo, del significato, della funzione, dell’identità, del valore che si attribuiscono alla scuola in quanto è ad essa relazionata e funzionale.  E la scuola, oggi, deve rispondere alle grandi sfide di una società  complessa, mutevole, multiculturale, multietnica, globalizzata,  attraversata e lacerata da forti contraddizioni socio-economiche, da  comportamenti devianti, dalla perdita delle proprie radici e valori, da  ipertrofia informativa, da rapida obsolescenza delle conoscenze,  dall’esplosione delle scienze e delle tecnologie, da crescenti e  diversificati bisogni formativi di tutti e per tutto l’arco della vita;
  2. Deve essere, perciò, una professionalità nel cui bagaglio ci siano competenze culturali e disciplinari, ma anche metodologiche, didattiche, psicologiche, pedagogiche, relazionali
  3. Deve essere una professionalità, costruita su una personalità matura, positiva, dialogica, ricca di interessi culturali, creativa, aperta alla novità, alla progettualità, alla collaborazione, che fa  dell’insegnamento e dell’educazione una vera scelta di vita e non un semplice pretesto occupazionale, che sappia intercettare l’attenzione e la stima dei giovani che incontra sul suo cammino

Una professionalità non ingessata ma costantemente (ri)costruita

  1. Nel periodo degli studi universitari che non possono assolutamente ridursi ai tradizionali insegnamenti accademici 2. All’inizio della carriera attraverso l’accompagnamento  sistematico di un tutor o di un docente esperto
  2. Per tutto l’arco della carriera con corsi formativi strutturati, con la partecipazione ad esperienze e pratiche di eccellenza, con il sostegno di supporti multimediali, riviste, libri, con accessi facilitati a  biblioteche, musei, teatri, internet, comunità professionali virtuali,  con visite guidate a scuole estere particolarmente significative
  3. Per iniziativa delle istituzioni pubbliche e private: della propria scuola innanzitutto, dell’apparato ministeriale, degli enti locali, delle università e degli enti di ricerca, delle fondazioni, del sistema industriale e produttivo, delle associazioni professionali, delle reti di  scuole, ecc.
  4. Per iniziativa personale in quanto consapevoli che si va svolgendo una grande e delicata “missione” tra i giovani, che condiziona per molta parte il loro futuro

Una professionalità monitorata, valutata e riconosciuta

  1. La professionalità è un “processo” che deve essere sottoposto alla verifica e alla valutazione dei risultati conseguiti sul piano delle conoscenze teoriche e della loro traduzione nella pratica didattica ed educativa quotidiana
  2. La professionalità deve essere “conosciuta” (monitorata), ma anche “riconosciuta” attraverso concrete azioni premiali, finalizzate allo sviluppo della carriera, all’incremento retributivo, alla crescita della propria motivazione
  3. La professionalità, oggi reclamata, presuppone meccanismi di reclutamento più attendibili di quelli attuali (concorsi per titoli ed esami), notoriamente inadeguati a verificare quelle capacità abilità  competenze qualità interessi che vanno ben al di là della semplice  conoscenza di astratti contenuti disciplinari ed accademici. Il docente

è molto di più di un semplice erogatore di conoscenze. Deve essere  prima di tutto un uomo nella pienezza della sua personalità, un  educatore. Tradurre politicamente questo principio è difficile, ma è la  direzione di marcia necessaria che deve essere imboccata se si vuole  uscire dall’impasse attuale.

Una professionalità che va esercitata non in maniera solitaria

  1. La libertà dell’insegnamento è un principio costituzionale che va tutelato. Ma è una libertà non assoluta che deve confrontarsi ed “armonizzarsi” con altre libertà anch’esse non prevaricabili e  garantite dalla Costituzione: quelle dell’allievo e della sua famiglia  innanzitutto, dei colleghi di lavoro.
  2. Il Progetto educativo di istituto, il Piano dell’offerta formativa, la formazione del curricolo, il patto educativo di corresponsabilità devono diventare la sintesi più alta delle diverse libertà che nella scuola vivono ed operano, tenendo bene a mente che la scuola esiste  in funzione dell’alunno e non viceversa, per cui l’alunno deve  occupare un posto di preminenza assoluta sebbene non esclusiva.
  3. Il docente è a pieno titolo un “soggetto” di iniziativa, ma è “parte di un tutto”, appunto la “comunità educativa scolastica”, in cui tutti si riconoscono ed agiscono come soggetti con un progetto comune e  condiviso. Questa soluzione non solo è il riconoscimento della  dignità di ciascuno, ma è anche il moltiplicatore dell’efficienza e  dell’efficacia dell’azione educativa dei singoli e della scuola nel suo insieme, che rende possibile il perseguimento degli obiettivi auspicati

Una professionalità finalizzata a che cosa?

  1. Alla promozione integrale dell’alunno in quanto persona (di tutti gli alunni nessuno escluso, quindi anche dei diversamente abili, dei giovani a rischio o appartenenti a classi sociali disagiate) in tutte le sue dimensioni: culturali, sociali, affettive, relazionali, religiose, ecc.
  2. Alla creazione di una scuola di qualità in cui non solo si tramanda ma si elabora e si crea cultura, si costruiscono personalità libere, forti, responsabili, solidali
  3. Al pieno assolvimento del mandato pubblico, affidato alla scuola, che è quello di istruire ed educare le nuove generazioni per far crescere il Paese sotto il profilo civile, umano, economico, sociale
  4. Alla promozione dell’umanità di ciascun allievo liberandola da tutti i condizionamenti che ne impediscono il corretto e completo sviluppo
  5. Alla costruzione di un mondo più pacificato, più prospero, più felice dove ognuno possa sentirsi, senza discriminazioni o umiliazioni, a casa sua

6 Alla realizzazione di sè come docente saggio, illuminato, capace  di introdurre e guidare anche gli altri alla vita nella sua interezza

Il docente come maestro di vita

E’ importante che il docente sia un professionista. Ma questo, anche  se già molto, non è sufficiente. Non lo è stato nel passato, tanto  meno lo è, oggi, nella nostra società “liquida” (Z. Bauman), nella  quale la significatività delle istituzioni è venuta meno, i grandi valori  della vita si sono offuscati, i punti cardine di riferimento si sono confusi, la vita stessa ha perso dignità, il non-senso sembra prevalere  su tutto, e il “più inquietante di tutti gli ospiti, il nichilismo, sembra  essere alle porte” (F. Nietzsche). In questo contesto, che i giovani  subiscono drammaticamente sulla propria pelle, il docente deve  essere, prima di tutto e soprattutto, un educatore, un “maestro”  di vita, che “orienta” con le sue parole e i suoi insegnamenti, che  “indica” orizzonti più umani e vivibili, che “testimonia” con i  suoi comportamenti che è possibile passare dalla seduzione  possessiva dell’avere, alla bellezza e gratuità dell’essere, dalla  solitudine dell’individuo alla convivialità della persona, dal presunto diritto della forza alla forza liberante del diritto, dall’impositiva  intolleranza dell’integralismo alla ricerca dialogica della verità,  dall’incomunicabilità tra le generazioni ad un patto di solidale  reciprocità, dalla molteplicità e finitudine degli esseri all’unicità e  infinitezza dell’Essere.

La rivoluzione digitale

Le nuove tecnologie digitali, proseguendo con una frenetica accelerazione un cammino iniziato diversi decenni fa con i “vecchi”  mass media (telefono, radio, TV, cinema), stanno “rivoluzionando”  in maniera profonda, pervasiva e trasversale il mondo in tutti i suoi  aspetti.

Ci limitiamo a fare qualche esemplificazione: 1. modificazione degli ambienti, dei metodi, dei processi del lavoro  2. creazione di nuovi linguaggi, nuovi codici, nuove sintassi  grammaticali di comunicazione; nuovi approcci alla realtà  3. contrazione della distanza e della diversità tra le persone, le  culture, le economie, le nazioni  4. accelerazione della velocità, incremento della quantità, modifica  delle modalità di ideazione, creazione, diffusione, fruizione,  archiviazione delle informazioni 5. ampliamento della platea dei produttori, dei diffusori, degli utilizzatori delle informazioni  6. velocizzazione dei ritmi di modificazione delle mentalità, dei gusti,  dei valori e degli stili di vita  7. utilizzo di modalità più invasive e subliminali per la creazione del  consenso/dissenso politico e addirittura della visione della vita  8. moltiplicazione dei punti-sorgente delle informazioni  9. amplificazione dell’orizzonte dell’esperienza individuale  10. creazione e ricombinazione, composizione e scomposizione di  fluide e mutevoli comunità virtuali, di “liquidi” aeropaghi  11. ottimizzazione dei metodi, delle applicazioni e dei risultati della  ricerca scientifica,  12. rapidizzazione delle modalità di reperimento ed acquisizione delle informazioni  13. dematerializzazione dei supporti della conoscenza 14. creazione a distanza di relazioni virtuali interpersonali  15. contrazione dell’esperienza diretta della realtà “oggettiva” a  vantaggio della realtà “virtuale”, mediata, “irreale” 16. marginalizzazione della funzione, del ruolo, della significatività della famiglia, dei valori familiari e delle tradizioni locali  17. ibridazione delle culture, dei linguaggi, dei modelli valoriali di riferimento 18. affievolimento/sradicamento delle proprie radici culturali e  identitarie  19. accrescimento della difficoltà di comunicazione tra le  generazioni (un vero paradosso rispetto alla natura di questi  nuovi strumenti per se stessi comunicativi)  20. creazione di nuove povertà (digital divide) .

Ricadute delle tecnologie digitali sulla scuola

Sintetizzando rispetto a quando detto sopra possiamo affermare in termini generali che le nuove  tecnologie digitali producono una profonda “rivoluzione”  culturale, sociale, economica, politica, antropologica.  All’interno di questa rivoluzione digitale, che abbiamo appena  descritto, che tipo di ricadute si verificano sulla e dentro la scuola?   queste nuove tecnologie si limitano soltanto ad ottimizzare alcuni  risultati della didattica, a rendere più efficaci e produttivi i suoi  metodi, a migliorare la sua organizzazione amministrativo-gestionale,  oppure hanno una portata molto più ampia e profonda in quanto  modificano la natura e ragion d’essere stessa della scuola e  dell’insegnante (la sua mission, la sua vision); la qualità delle  relazioni tra l’insegnante e gli allievi, tra gli allievi e la cultura; i  processi dell’insegnamento, dell’apprendimento, del pensiero; il  quadro dei valori di riferimento; le radici culturali e identitarie;  l’umanità stessa di ciascuno?

Ma se questi interrogativi sono fondati, può la scuola ignorarli e  proseguire per la sua antica strada? Se così facesse non rischia forse  di diventare “insignificante” agli occhi dei ragazzi in quanto  scarsamente “rispondente” (muta) ai loro bisogni e interessi, in  “ritardo” rispetto l’evoluzione della società e, quindi, per loro “inutile”?

La scuola può continuare a considerarsi ancora l’unica agenzia “legittimata” ufficialmente ad erogare informazioni? Attorno ad essa non ve ne sono per caso molte altre più affascinanti, più attrattive, più simbolicamente suggestive, più flessibili alle modificazioni del tempo, più calibrate sulla specifica domanda formativa di ognuno, meno vincolate da orari, procedure burocratiche, più economiche? La scuola può continuare a seguire gli antichi metodi dell’insegnamento orale, cattedratico, “frontale”, “uniforme” perché centrato quasi esclusivamente sul gruppo-classe e non invece personalizzato sul singolo individuo (sulle sue capacità, ritmi di apprendimento, bisogni, aspirazioni)?

Una diversa didattica, un diverso docente

Oggi, la scuola di che cosa dovrebbe preoccuparsi di più: di trasmettere dei  “contenuti” o piuttosto di insegnare dei “metodi” di ricerca, scelta, valutazione, organizzazione, sistematizzazione delle informazioni reperite? di “imporre” dei comportamenti e delle condotte, o piuttosto di “offrire”, “proporre” un quadro di valori rispetto ai quali i giovani possono liberamente “confrontarsi” e responsabilmente “scegliere”?

A fronte di giovani “sovraesposti”, sommersi per lunghe ore del giorno e della notte da una alluvione pulviscolare, disomogenea, contraddittoria, confusionale, ridondante di informazioni che cosa deve fare la scuola per creare un rigoroso ordine logico e sistematico, un disegno significativo e funzionale di conoscenze, per tramutare questa opaca e ingombrante “quantità” di informazioni in un autentico processo “qualitativo” di conoscenza e di promozione di una personalità libera, consapevole, professionale?

Inoltre, essa risponde di più alle nuove esigenze educative dei giovani ponendosi come “fredda”, formalistica istituzione, regolamentata da norme giuridiche e burocratiche, o piuttosto come “calda” comunità dinamica di soggetti, legati insieme da un comune e condiviso progetto educativo e da rapporti di reciproca fiducia, stima, attenzione, affetto, solidarietà?

Il ruolo, la funzione, l’importanza dell’insegnante sono, oggi, definiti dalla quantità delle informazioni da lui possedute (dalla grandezza del suo bagaglio culturale, dalla sua erudizione) o, piuttosto, dalla sua capacità relazionale ad accompagnarsi agli studenti come suscitatore e animatore di interessi e competenze, sostenitore, promotore, coordinatore del loro lavoro, guida esperta nella ricerca della verità, amico confidente per i loro problemi, punto di riferimento affidabile e significativo nella loro aspirazione a dare un senso alla propria vita?

Di fronte ai giovani digitali, la cui esperienza quotidiana li porta su un versante di continua socializzazione comunicativa e interattiva con una sterminata moltitudine di altre persone dislocate in tutte le latitudini, ha ancora senso costruire classi “chiuse”, compartimentate, rispetto alla società e al territorio, in cui il confronto e il dialogo tra gli studenti è ridotto al minimo, in cui il lavoro scolastico è progettato per essere rigorosamente svolto da ciascuno in solitudine, in cui si persegue un’eccellenza per pochi, in cui si suscita un clima di frustrante competitività tra i singoli anziché una modalità di apprendimento “collaborativo” che non lasci indietro nessuno?

Una diverso ma più importante profilo professionale

Ho richiamato alcune delle sfide che “costringono” a ridisegnare rapidamente un diverso profilo identificativo di scuola, di insegnante, di educazione. Contrariamente a quanto alcuni paventano l’impatto di queste nuove tecnologie digitali non solo non annulla la loro importanza ma la valorizza, la rende più indispensabile di prima, le restituisce una significatività e una professionalità che, con l’andar del tempo, si  era purtroppo andata sfumando.

In qualche misura impegnano a ripercorre all’indietro un cammino che recuperi le antiche origini allorché l’intenzionalità esplicita della scuola e del maestro (si pensi alla scuola socratica, aristotelica, medievale, rinascimentale) era quella di suscitare e promuovere la vera conoscenza (la “saggezza”), l’autonomia del pensiero e del pensare, l’apprendere ad “essere” in pienezza se stessi, mentre la “trasmissività” dei contenuti era considerata certamente importante, ma “funzionale” a questo obiettivo, percepito in assoluto come prioritario.

 L’ingresso delle nuove tecnologie nella scuola, se sarà gestito nella giusta maniera, potrà diventare un’importante occasione per attivare un processo di “purificazione” e “nobilitazione” della scuola e del docente, di “rifondazione epistemologica” del loro ruolo, della loro funzione, del loro significato; di riscatto dell’autonomia,  dell’intraprendenza, della creatività, libertà, responsabilità (cioè della soggettività) dell’alunno, per troppo tempo posto in una condizione di passiva subalternità (contenitore da riempire), di irrilevante marginalità.

Come pure per ristabilire la giusta scala di valori tra insegnamento e apprendimento, tra quantità e qualità, tra informazione e conoscenza, tra conoscenza e saggezza, tra conoscere, sapere, saper-fare ed essere.