Archivio mensile:agosto 2015

Dal multiculturalismo al transculturalismo

Marc Augé

«Il futuro non sarà del multiculturalismo, ossia della coesistenza pigra di universi chiusi gli uni gli altri, bensì del transculturalismo, dell’attraversamento individuale delle culture».
La questione della natura umana è legata a quella della coppia natura/cultura. Infatti se l’unica realtà osservabile è quella delle culture l’idea di natura umana è superflua. I casi sono due: o la diversità delle culture è inappellabile, insuperabile, e non cela alcun universale; oppure le culture sono, intellettualmente, logicamente, trasformazioni le une delle altre, e allora bisogna studiare i sistemi di trasformazione che, su piani diversi (parentela, alleanza matrimoniale, miti…), consentono di passare da una all’altra, da un sistema culturale all’altro. In un certo senso, l’unica natura umana è la cultura, se con questo termine s’intende non una cultura in particolare bensì la capacità umana di distribuire, dapprima in maniera arbitraria, significante simbolico sull’universo; tale distribuzione, per Lévi-Strauss, è concomitante alla comparsa del linguaggio. Se alcuni autori (Althusser, poi Foucault) sono giunti a concluderne l’inutilità del concetto di umanesimo, non è però questa la posizione del padre dello strutturalismo antropologico, Lévi-Strauss, che in Antropologia strutturale 2 ritiene anzi che l’etnologia arricchisca la tradizione umanista democratizzandola perché aggiunge al patrimonio culturale dell’umanità le ricchezze delle società più modeste e ignorate del pianeta.
Questa differenza deriva forse dal fatto che Lévi-Strauss non ha mai rinunciato a considerare la dimensione individuale nel suo apprendimento, o quanto meno nella sua definizione, dei fatti sociali: «Non possiamo mai essere sicuri di aver raggiunto il senso e la funzione di un’istituzione se non siamo in grado di rivivere la sua incidenza su una coscienza individuale». Con questo Lévi-Strauss intende indicare una tensione tra individuo e cultura che è indissociabile dalla nozione stessa di cultura. Di chi parliamo quando pretendiamo di privilegiare lo studio delle relazioni? Parliamo di tre uomini o di tre dimensioni dell’umano: l’uomo individuale (voi, me, sei mi liardi di mondi interiori irriducibili gli uni agli altri); l’uomo culturale (quello che condivide con altri un certo numero di riferimenti che compongono un insieme distinto da altri insiemi, ai quali insiemi la prima etnologia ha dato spesso un nome etnico; osserviamo tra parentesi che la distinzione dei generi maschile e femminile e le loro definizioni in termini sociali derivano dall’evidenza di questa dimensione culturale); infine, l’uomo generico (quello che, nel corso dei secoli e dei millenni, ha inventato tecniche nuove, quello che ha camminato sulla luna, colui la cui esistenza può essere simboleggiata da un nome proprio e singolare ma al quale ognuno di noi si sente in diritto di richiamarsi).
Negli anni Cinquanta e Sessanta alcuni autori hanno fatto avanzare notevolmente la riflessione sulla nozione di cultura concependola come un sistema di coercizione intellettuale, a partire da una duplice constatazione. Prima constatazione: l’individuo sperimenta la propria identità solo dentro e attraverso la relazione con altri. Seconda constatazione: le regole di costruzione di tale relazione gli preesistono sempre. Nel 1950, nell’Introduzione all’opera di Marcel Mauss, Lévi-Strauss ha scritto che ad alienarsi era colui che, a dirla tutta, chiamavamo sano di mente, poiché acconsentiva a esistere in un mondo definibile solo attraverso la relazione tra me e altri. Tale consenso è condizione necessaria a ogni sanità mentale, e sarebbe letteralmente insensato chi volesse sottrarvisi. Pertanto l’uomo sano di mente è necessariamente alienato nel sistema che dà senso agli eventi della sua vita di individuo. Allora il senso di cui parliamo, il senso sociale, non è un senso metafisico e trascendente, ma è la stessa relazione sociale in quanto rappresentata e istituita.
La chiusura di alcune culture è totale quando esse pretendono di incarnare il tutto dell’umanità, l’uomo generico. È stato osservato che il nome che si erano dati alcuni gruppi umani significava semplicemente “gli uomini”. Certo, una totale chiusura del sistema è concretamente e storicamente impensabile quanto una totale apertura. Diciamo che in ogni società esiste una tensione tra il senso, inteso come l’insieme delle relazioni pensabili, e la libertà, definita come lo spazio lasciato all’iniziativa individuale. L’antropologia, a mio parere, ha come oggetto di studio esattamente la tensione tra senso e libertà in tutti i contesti in cui essa si esprime.
Tale tensione non riguarda solo le società tradizionalmente studiate dall’etnologia. Essa opera in tutti i sistemi politici e in tutti i grandi sistemi religiosi. In tutti i casi, di fronte ai processi di emancipazione dell’individuo, l’insidia della chiusura è duplice: essa consiste nel pensare la cultura, ogni cultura, come natura e l’individuo come essenzialmente culturale. La riflessione sulla natura umana e sulla cultura non è mai stata tanto attuale quanto oggi. Non c’è democrazia senza libertà individuale e questa è minacciata sia dall’assegnazione dell’individuo umano a una natura pensata come destino sia dalla sua reclusione in una cultura intesa come natura. Dunque il futuro appartiene non al multiculturalismo, ossia alla coesistenza pigra di universi chiusi gli uni gli altri e che recludono ciascuno i propri membri, bensì al transculturalismo, l’attraversamento individuale delle culture, frutto dell’educazione e della libertà. Come dire che la storia non è finita.

(traduzione di Anna Maria Brogi)